Il Paese di “cerotti”, debito, bonus e illusioni

Umberto Baldo
Altre volte ci siamo chiesti: ma possibile che quando si parla dello stato dell’economia del Paese per la maggioranza “tutto va bene” e per l’opposizione “tutto va a rotoli”?
Capisco la diversità di vedute, legittima sia chiaro, ma capite bene che queste “analisi” (chiamiamole pure così’) siano dettate per buona parte da posizioni ideologiche.
C’è un’immagine che a mio avviso descrive perfettamente l’Italia economica degli ultimi anni: una nave con lo scafo pieno di falle e l’equipaggio che discute animatamente sulla qualità delle “toppe” da applicare.
Ogni governo annuncia il bonus risolutivo.
Ogni opposizione denuncia l’imminente Apocalisse.
Poi passano i mesi, cambiano i Ministri, cambiano gli slogan, ma il risultato resta sempre lo stesso: il Paese cresce poco, invecchia molto e si indebita sempre più.
La verità è che l’Italia vive da troppo tempo di espedienti temporanei spacciati per strategie.
Per qualche anno abbiamo dato l’impressione di essere ripartiti davvero.
E’ accaduto fra il 2020 ed il 2022, quando sembrava quasi che il vecchio motore nazionale avesse ritrovato improvvisamente cavalli e cilindrata.
In realtà stavamo semplicemente viaggiando sospinti da una gigantesca onda di denaro europeo e dalla liquidità immessa dalla Banca Centrale Europea.
Finiti gli “schei”, finita la spinta, e la macchina è tornata a tossire come prima.
Eppure continuiamo a raccontarci favole.
Come dicevo, la destra sostiene che va tutto bene; la sinistra descrive un Paese in macerie.
La realtà, più banalmente, è che siamo fermi.
Non crolliamo. Non decolliamo. Galleggiamo.
Che per una Nazione che avrebbe bisogno di crescere rapidamente, ridurre il debito, sostenere pensioni sempre più pesanti, e competere in un’economia globale feroce, equivale lentamente a retrocedere.
Il punto più inquietante è che ormai conosciamo perfettamente i problemi, ma li evitiamo con la stessa abilità con cui un automobilista evita di guardare una spia rossa del motore sperando che si spenga da sola.
La burocrazia soffoca imprese e cittadini. La pressione fiscale resta enorme. I tempi della giustizia civile scoraggiano investimenti stranieri. L’energia costa troppo. La natalità è crollata. Manca una politica seria sull’immigrazione.
La spesa pubblica continua ad espandersi come un organismo autonomo e indistruttibile.
Eppure il dibattito politico si concentra quasi sempre su mancette, bonus, sconti temporanei, micro-aiuti distribuiti come caramelle elettorali.
Il recente taglio delle accise conseguente alla guerra del Golfo è stato l’esempio perfetto della nostra idea di economia: qualche settimana di automobilisti più felici in coda verso il lago o il mare e centinaia di milioni evaporati.
Il Paese dei “ponti” e dell’aperitivo incentivato a debito.
Naturalmente ogni misura viene presentata come “vicinanza alle famiglie”.
Formula meravigliosa.
Talmente elastica che ormai potrebbe giustificare anche l’omaggio di un barbecue di Stato a Ferragosto.
Nel frattempo altri Paesi europei che fino a pochi anni fa guardavamo dall’alto in basso hanno cominciato a decollare.
La Spagna corre. Il Portogallo cresce. Perfino la Grecia, che per anni abbiamo trattato come il malato terminale del continente, oggi mostra indicatori migliori dei nostri in diversi settori.
Noi invece restiamo immobili, prigionieri di un gigantesco conservatorismo travestito da protezione sociale.
Perché le vere riforme fanno paura.
Ridurre davvero la burocrazia significa colpire rendite e poteri consolidati.
Tagliare la spesa improduttiva significa scontentare qualcuno.
Fare una seria politica energetica significa decidere, non dire sempre “NO” a tutto.
Programmare l’immigrazione significa smettere di usare il tema solo come clava elettorale.
Abbassare le tasse richiede il coraggio di dire che lo Stato non può fare tutto per tutti.
Ma queste sono operazioni chirurgiche.
Invece la politica italiana preferisce i cerotti.
Anche perché i cerotti portano voti immediati.
Le riforme, invece, spesso premiano chi governerà dopo.
E qui arriva la domanda più scomoda di tutte.
Siamo proprio sicuri che il problema siano soltanto i politici?
Perché la classe dirigente italiana non arriva da Marte.
Viene eletta da gente come me e voi, da milioni di cittadini che, molto spesso, sanno benissimo di ascoltare promesse irrealistiche ma continuano a premiarle ugualmente.
Forse l’invecchiamento della popolazione conta davvero.
Forse una società anziana tende inevitabilmente a preferire la protezione immediata rispetto al rischio del cambiamento.
Forse il calo demografico rende il Paese più impaurito, più conservatore, più dipendente dalla spesa pubblica.
E allora ecco il paradosso: votiamo chi ci promette piccoli vantaggi subito, e poi ci indigniamo perché il Paese non cresce più.
Come se uno pretendesse di dimagrire cenando ogni sera in pasticceria.
Per questo colpisce l’Argentina di Milei.
Non tanto per simpatia o antipatia verso il personaggio, che resta un anarchico con la motosega trasformato in capo di Stato, quanto per un dato politico brutale: è stato eletto con un mandato preciso: tagliare la spesa pubblica.
E infatti l’ha ridotta in una misura che, rapportata all’Italia, equivarrebbe a un taglio della spesa pubblica pari a 350 miliardi in un solo anno.
Da noi una cifra simile provocherebbe sicuramente barricate, occupazioni televisive, dieci scioperi generali, tredici tavoli di crisi, venti talk show speciali e l’immediata canonizzazione del primo Sottosegretario disposto a promettere un nuovo bonus biciclette.
Perché il vero nodo italiano è questo: tutti invocano riforme, purché riguardino qualcun altro.
Così continuiamo a vivere nella Repubblica dell’emergenza permanente:
sempre in campagna elettorale, sempre in deficit, sempre convinti che basti un nuovo bonus per rinviare il problema di qualche mese.
Un Paese che festeggia cinque euro risparmiati sul pieno di carburante mentre perde produttività, giovani, investimenti e competitività, è un Paese che ha smesso di pensare in grande.
E forse il dramma più vero è a mio avviso proprio questo: non la povertà delle risorse, ma la povertà delle ambizioni.
Perché una nazione che quarant’anni fa stupiva il mondo con la sua capacità industriale oggi sembra accontentarsi di sopravvivere da una finanziaria all’altra, aspettando il prossimo “aiutino” pubblico come si aspetta il numero alla tombola.
Con il rischio che, prima o poi, finisca anche la scatola dei cerotti.
Umberto Baldo













