Diritti, Lgbtqia+, antagonismo e conti pubblici: l’eterno bivio della sinistra

Umberto Baldo
Le cronache politiche degli ultimi giorni hanno dato ampio risalto alle dichiarazioni di Elly Schlein – condivise e rilanciate anche da esponenti di AVS e Movimento 5 Stelle – secondo cui “il Partito Democratico ha tanto da farsi perdonare dalla comunità LGBTQIA+”.
La conseguenza? “Su temi come matrimonio egualitario, adozioni per i single e riconoscimento dei figli non saranno tollerate esitazioni”.
A giudicare dai toni perentori, si direbbe che queste misure siano destinate ad occupare l’ordine del giorno dei primissimi Consigli dei Ministri di un eventuale Governo del “Campo largo”.
Sia chiaro; ogni coalizione ha le proprie sensibilità ed è legittimata a perseguire le battaglie che ritiene identitarie.
Tuttavia, sul presupposto che l’Italia abbia chissà quale debito di civiltà da espiare nei confronti della galassia Lgbtqia+, credo sia lecito nutrire qualche dubbio.
Non saremo il paradiso terrestre dei diritti, d’accordo, ma nel nostro Paese l’omosessualità non è certo sinonimo della vulnerabilità estrema che si respira in contesti geopolitici curiosamente idealizzati da certa sinistra occidentale.
Basti pensare alla tanto mitizzata Striscia di Gaza, dove nel 2016 il comandante militare di Hamas, Mahmoud Ishtiwi, fu giustiziato dai suoi stessi compagni con tre colpi al petto perché accusato di omosessualità. In quel teatro di fanatismo, l’imperfezione morale non era lanciare missili, ma amare la persona “sbagliata”.
Ma la vera questione, oggi, è un’altra.
Quanti italiani, in questo preciso momento storico, indicherebbero il matrimonio egualitario come la priorità assoluta del Paese, anteponendolo al dramma degli stipendi fermi, al ceto medio che scivola verso la povertà, all’inflazione, alle liste d’attesa interminabili nella sanità pubblica, alla crisi della scuola o alla stagnazione economica?
Io credo di far parte di una folta pattuglia di elettori che osserva lo scenario con crescente perplessità, incerta su dove apporre la croce sulla scheda elettorale.
È l’area dei moderati di ispirazione liberaldemocratica: cittadini che credono nel mercato ma non dimenticano la giustizia sociale; che difendono il merito senza rinunciare all’inclusione; che valorizzano la responsabilità individuale pur sapendo che chi resta indietro va protetto. Idee che un tempo trovavano cittadinanza anche nell’Ulivo di Romano Prodi o persino nella stagione di Massimo D’Alema – un leader che oggi, probabilmente, la metà della sinistra “schleineiana” liquiderebbe come un pericoloso conservatore atlantista.
A scanso equivoci, pur da liberaldemocratico non avrei alcuna preclusione a votare per una coalizione di centrosinistra.
La mia ambizione, quasi antiquata, è quella di poter scegliere tra una destra ed una sinistra finalmente europee, e non tra due blocchi prigionieri di una guerra civile ideologica novecentesca, eternamente sospesi tra Don Camillo e Peppone, tra i nostalgici del Duce e gli orfani di Stalin.
Il problema è che la “gauche” attuale sembra muoversi secondo la logica delle gite scolastiche organizzate all’ultimo minuto: si sa chi parte, ma si ignora la destinazione.
C’è l’alleanza tattica, manca ancora un leader riconosciuto e, soprattutto, manca un programma.
L’idea guida sembra essere: prima mettiamoci insieme, poi si vedrà.
I diritti civili sono importanti, per carità, ma non possono trasformarsi nell’unico collante di un’alleanza che si candida a governare una delle principali economie del continente.
A quali condizioni, dunque, un elettore riformista e pragmatico come me potrebbe dare fiducia a questa sinistra?
Certamente non a scatola chiusa.
Una proposta politica seria dovrebbe poggiare su una piattaforma programmatica chiara, articolata su alcuni requisiti essenziali:
Il posizionamento internazionale: Una netta e indiscutibile conferma dell’alleanza atlantica. Ciò non significa aderire alle derive “trumpiane”, ma riconoscere che l’Occidente, pur con i suoi storici difetti, resta lo spazio geopolitico in cui libertà e democrazia mantengono un significato reale.
La difesa dell’Ucraina: Un sostegno a Kiev senza infingimenti o prudenze tattiche. Il pacifismo di facciata non può tradursi nella cinica pretesa che l’aggredito si arrenda per non disturbare la quiete morale di noi occidentali.
La difesa comune europea: L’orizzonte di un’Europa più forte, autonoma ed integrata anche sul piano militare. Armarsi a fini difensivi non è una bestemmia, perché il mondo reale non è un’assemblea studentesca sulla pace universale, e la retorica della “Costituzione Bella Ciao” catalizzerà i Centri Sociali, ma non basta a scoraggiare l’aggressività dei dittatori.
La responsabilità finanziaria: Un rigore assoluto nei conti pubblici. È necessario archiviare una volta per tutte la stagione dei bonus facili e dei sussidi a pioggia, dal Reddito di Cittadinanza al Superbonus 110%. Ogni miliardo di deficit è un’ipoteca sulla testa dei nostri ragazzi.
La centralità dello sviluppo: Investimenti mirati sulla produttività e sulla competitività del sistema-Paese. Senza crescita economica si finisce solo per ridistribuire la povertà. Ben venga il salario minimo, se concordato con le parti sociali, ma senza contrabbandarlo come la panacea di ogni male strutturale.
Il fisco e la legalità: Riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro e tolleranza zero contro l’evasione. Discutere ancora di “patrimoniali” è un riflesso condizionato da stalinisti nostalgici, incompatibile con un’economia di mercato.
La sostenibilità previdenziale: Difesa della riforma Fornero. I dati demografici non sono opinioni e la matematica non concede sconti: promettere pensionamenti anticipati di massa è demagogia pura.
La cultura della concorrenza: Liberalizzazioni coraggiose. Bisogna smetterla di tutelare le rendite di posizione di corporazioni e categorie protette – dai balneari ai tassisti alle partite Iva– finora generosamente coccolate dalle destre.
La transizione pragmatica: Un ambientalismo slegato dalle ideologie apocalittiche. Gli obiettivi green vanno perseguiti con tappe realistiche, senza penalizzare il tessuto industriale e aprendo, senza tabù, all’energia nucleare di ultima generazione.
Sicurezza e immigrazione: Serve una politica migratoria seria, umana ma rigorosa. L’accoglienza non può trasformarsi nell’illusione ideologica delle frontiere spalancate, né nella rinuncia dello Stato a controllare chi entra e chi resta sul territorio nazionale. Integrazione significa diritti, ma anche doveri, rispetto delle leggi e condivisione dei valori fondamentali della convivenza civile. Allo stesso tempo, la sicurezza urbana deve tornare ad essere una priorità assoluta: liquidare il disagio dei cittadini come semplice “percezione” è stato uno degli errori più arroganti compiuti da una parte della sinistra. Le periferie degradate, la microcriminalità e l’illegalità diffusa colpiscono soprattutto i ceti popolari, non le élite che discutono di inclusione nei salotti televisivi.”
I pilastri sociali: Sanità e istruzione pubblica devono essere il cuore pulsante dell’azione di governo, e non capitoli di spesa da cui attingere per i tagli. Su questo non si dovrebbe nemmeno perdere tempo a discutere.
Tutti questi principi non hanno nulla di estremista.
Rappresentano semplicemente il tentativo di delineare una sinistra moderna, europea e credibile.
Una sinistra che scelga di parlare di lavoro, conti pubblici, geopolitica e welfare, prima di trasformare ogni dibattito in un seminario permanente sulle identità di genere.
Soprattutto, una forza che aspira a governare una nazione industriale deve decidere chi sono i suoi interlocutori di riferimento: se vuole parlare alle forze produttive, ai professionisti, ai lavoratori ed al Paese reale, deve recidere una volta per tutte il cordone ombelicale con l’universo dei centri sociali e con il massimalismo del mondo antagonista.
Non si guida una grande democrazia occidentale assecondando le velleità di chi vive nel mito della contestazione permanente.
I diritti civili sono sacrosanti; ma se il ceto medio continua a sprofondare, se i giovani migliori emigrano e la sanità arranca, il rischio è quello di ritrovarsi a celebrare nuovi diritti sopra le macerie di un Paese impoverito.
E sarebbe una vittoria decisamente malinconica.
Umberto Baldo













