“Shakespeare non abita più qui”: il debutto del nuovo spettacolo di Bruno Scorsone è già sold-out

Chissà dove mai sarà andato a finire il celebrato Shakespeare, ma quello che s’è presentato in nuove vesti al Teatro Cut-Off, a Vicenza in Corso SS Felice e Fortunato 255, è riuscito a fare il sold out. E per il debutto dello spettacolo teatrale “Shakespeare non abita più qui” produzione della Compagnia Teatrale “La Bottega Pappamondo” del regista e attore Bruno Scorsone è stata successo en plen. Era annunciato uno spettacolo come una commedia o “qualcosa di più di una commedia”, che riflette sul senso del teatro contemporaneo e dei classici, e lo si è capito benissimo dall’effetto calamita che ha avuto sul pubblico con l’interpretazione della attrice protagonista, la ballerina Marina Ambroso, e della efficace presenza del talentuoso tredicenne Liam Tarcus nelle vesti di servo-scena di Bruno Scorsone. Il testo di Bruno Scorsone è profondamente intriso di pirandellismo, non tanto come citazione didascalica, quanto come struttura concettuale.
I riferimenti principali si concentrano su tre aspetti. Il Teatro nel Teatro, come nei Sei personaggi in cerca d’autore, la commedia vive nella dimensione della “Grande Prova”. I confini tra attore e personaggio sfumano, rendendo lo spettatore testimone di un processo creativo che è, allo stesso tempo, l’opera stessa. A seguire c’è La Maschera e l’Identità ovvero l’opera esplora la condanna dell’attore a essere “altro” da sé. Il riferimento a Luigi Pirandello emerge nel modo in cui i protagonisti cercano una verità profonda attraverso la finzione, suggerendo che solo sul palco, nel buio della sala, si possa essere autentici. Emerge anche L’Assenza del Genio perché il titolo stesso suggerisce un tema caro a Pirandello: l’impossibilità di replicare il passato. Se Shakespeare “non abita più qui”, resta solo la responsabilità dell’attore di farsi carico di quella memoria, trasformando il testo classico in teatro consapevole e vivo per il presente. In breve, Scorsone utilizza Pirandello come bussola per navigare il vuoto lasciato dai classici, trasformando la nostalgia in un’azione scenica presente e vitale.
La commedia “Shakespeare non abita più qui” di Bruno Scorsone è un’opera di metateatro che supera i confini della farsa tradizionale per esplorare la condizione dell’attore e l’eredità dei classici nella contemporaneità. I contenuti principali dell’opera si articolano attorno a tre temi cardine. Il Declino e la Speranza: l’opera mette in scena il contrasto generazionale e artistico tra un vecchio attore che avverte il peso del proprio declino e una spalla giovane che lo accompagna (il giovane talento Liam Tarcus). Questo rapporto non è solo professionale, ma rappresenta un passaggio di testimone necessario per mantenere in vita l’arte teatrale. Il Metateatro e la “Grande Prova”: lo spettacolo viene presentato come una “Grande Prova”, un momento sospeso in cui il teatro aspetta ancora di essere celebrato nonostante l’apparente assenza del “genio” (Shakespeare). I personaggi riflettono sul senso del recitare oggi, utilizzando riferimenti che spaziano da Shakespeare a Pirandello, sottolineando come la finzione scenica sia l’unico strumento per arrivare a verità profonde. A tutto tondo il coinvolgimento del pubblico perché uno dei messaggi centrali dell’opera è che, sebbene Shakespeare non “abiti” più fisicamente nel teatro, egli può essere riportato in vita dallo spettatore consapevole. Il pubblico non è un osservatore passivo, ma il soggetto necessario affinché il rito teatrale si compia nel buio della platea.

Fra gli elementi qualitativi dello spettacolo s’è rivelata la definizione: l’autore la definisce “qualcosa di più di una commedia”, un’esperienza di “teatro consapevole”. Accanto c’è pure l’atmosfera. Si muove tra il respiro della storia vissuta e l’urgenza di dire ciò che le parole quotidiane non sanno più pronunciare. Poi esiste pure un obiettivo, ricordare che la memoria non è un atto del passato, ma un’azione viva che riguarda il presente. Sono messi in risalto la profondità e l’impatto emotivo dell’interpretazione di Bruno Scorsone in “Shakespeare non abita più qui”. Per intensità drammatica Scorsone merita lodi per la sua capacità di incarnare l’anima di un “vecchio attore” che affronta il declino. La sua prova è descritta come il “respiro di una storia vissuta”, capace di trasmettere un senso di nostalgia misto a una persistente urgenza artistica. Ma emerge in Scorsone pure una capacità metateatrale per come l’attore gestisca il gioco del teatro nel teatro, rendendo la sua recitazione “consapevole” e capace di creare un legame diretto con il pubblico, definito come l’elemento necessario per riportare in vita il genio di Shakespeare nel buio della platea. C’è anche in questo Shakespeare una alchimia con il cast perché viene sottolineata l’efficacia del contrasto scenico tra la maturità di Scorsone e la “scintilla nuova” rappresentata dalla spalla giovane (Liam Tarcus), un’interazione che conferisce allo spettacolo un barlume di speranza e vitalità. La bravura di Scorsone s’è confermata “indistinguibile” e il suo lavoro è stato così accolto giustamente con entusiasmo per la capacità di emozionare e coinvolgere profondamente gli spettatori. In sintesi, l’interpretazione di Scorsone va vista non solo come una performance attoriale, ma come un’operazione di “teatro consapevole” che invita alla riflessione sul ruolo dell’artista oggi.
L’interpretazione di Marina Ambroso in “Shakespeare non abita più qui” è stata accolta con grande favore, venendo spesso descritta come il perfetto contrappunto alla figura centrale di Bruno Scorsone. Marina Ambroso porta in scena una vitalità che contrasta con il senso di declino del vecchio attore. La sua interpretazione è definita come necessaria per la sopravvivenza dell’arte teatrale. Nella intesa scenica viene lodata la naturalezza del dialogo e l’alchimia con Scorsone, elementi che rendono credibile e toccante il rapporto tra i due personaggi, sospesi tra realtà e finzione durante la “Grande Prova”. La sua presenza scenica è costante e incisiva, capace di sostenere il ritmo di una commedia che richiede un’attenzione profonda. In sintesi, la Ambroso è non solo una spalla, ma una co-protagonista essenziale per trasmettere il messaggio di “teatro consapevole” caro alla regia di Scorsone.

La “tripla esibizione” della armoniosa ed elegante Marina Ambroso nello spettacolo Shakespeare non abita più qui si basa sull’idea che tre figure femminili shakespeariane vengano incarnate non con la parola, ma soprattutto attraverso corpo, gesto e danza, come tre “stati” diversi dell’animo. C’è Desdemona (da Otello) – L’innocenza travolta: è la moglie fedele e amorosa, vittima di gelosia e violenza. Si traduce in danza con movimenti morbidi e aperti, spesso “offerti” verso l’altro (gesti di fiducia). Una qualità leggera e lirica, come se il corpo cercasse armonia e contatto. E’ progressiva trasformazione: da una danza “piena” a una danza interrotta, spezzata. La sensazione scenica mette in mostra la figura della purezza che non viene creduta, dell’amore che non basta a salvarla. Cordelia (da Re Lear) – La dignità del silenzio: è la figlia che ama davvero, ma rifiuta di adulare il padre con parole false. Nella danza si traduce con gesto più sobrio e controllato rispetto a Desdemona. Spiccano verticalità e postura “pulita”: il corpo comunica fermezza, non seduzione. Pause, sospensioni, immobilità: la danza sembra dire “io non mi vendo”. E la sensazione scenica dice che Cordelia è la verità che non grida, la forza che sta nella misura. Ofelia (da Amleto) – La frattura e lo smarrimento: è la giovane che viene schiacciata dal potere e dalla manipolazione, fino alla follia. Nella danza si traduce in movimento frammentato, nervoso, talvolta “fuori asse”. In passaggi repentini: da dolcezza a scatto a vuoto. E uso del corpo come se fosse spinto e tirato da forze esterne (instabilità emotiva). Nella sensazione scenica è la figura della mente che si spezza, dell’identità che si dissolve.
Il senso della “tripla esibizione” va letto nella forza del lavoro che sta nel fatto che Marina Ambroso non “cambia solo personaggio”: cambia energia, peso, ritmo, come se attraversasse tre destini femminili: Desdemona (fiducia, amore, / vittima), Cordelia (integrità / verità / resistenza), Ofelia (fragilità / disorientamento / crollo). In scena il passaggio tra una e l’altra può essere percepito come una sorta di “metamorfosi” continua: la danza diventa un modo per mostrare tre modi diversi di essere donna dentro la tragedia.
In “Shakespeare non abita più qui”, il ruolo di Liam Tarcus completa la triade di attori protagonista della vicenda metateatrale. Sebbene la narrazione sia incentrata sul dialogo tra il “vecchio attore” (Scorsone) e la “spalla giovane” (Tarcus), il contributo di Tarcus è fondamentale per l’equilibrio scenico in quanto la sua presenza contribuisce a quel clima di “Grande Prova” che caratterizza l’intero spettacolo, fungendo da elemento di raccordo nella struttura corale della commedia. C’è poi la dinamica d’attore perché insieme alla Ambroso, Tarcus rappresenta la componente energica e vitale che si confronta con il peso della tradizione classica e della memoria teatrale. Non ultima la versatilità. Il cast è chiamato a interpretare personaggi consapevoli della propria finzione, e Tarcus si inserisce in questo gioco di specchi che riflette sulla condizione dell’artista contemporaneo.

















