19 Maggio 2014 - 6.38

Scandalo tangenti Expo: gli effetti su Vicenza

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di Diceopoli-

Lo scandalo Expo ha fatto irruzione nelle cronache con effetti dirompenti. Seicento pagine di ordinanza di custodia cautelare sono una lettura istruttiva. I magistrati di Milano, contando sulle puntuali indagini della guardia di finanza, hanno delineato uno scenario che oggi tutti commentano con sufficienza: “Si sapeva da sempre – scrivono notisti di ogni quotidiano – che l’abitudine di pagare per ottenere importanti appalti non era stata superata, da sempre si sa che la corruzione é iscritta nel DNA degli italiani!”
Il primo effetto di un simile ragionamento, sostanzialmente sbagliato, é quello di ritenere che adesso tutte le procure d’Italia debbano riprendere in mano le gare degli ultimi vent’anni per rintracciare le prove del malaffare e della corruzione. Si é distinto in questa pratica il senatore grillino di Vicenza Cappelletti che, non appena appreso dell’indagine meneghina, ha sollecitato la procura vicentina a fare la sua parte, assumendo che anche l’appalto per il tribunale o altre opere pubbliche realizzate a Vicenza possano essere state oggetto di simili passaggi di denaro.
Troppo facile, troppo semplicistico. É senz’altro vero che a Vicenza non si assiste ad una vera indagine, degna di questo nome, da quando il procuratore Ivano Nelson Salvarani ha scelto la pensione dopo aver perso la gara per diventare capo della procura di Venezia. L’ultima grande indagine, infatti, é quella che era stata denominata “appaltopoli” e che aveva fatto luce sul cartello suppostamente creato da imprese edili per aggiudicarsi le gare pubbliche.
Non va dimenticato, però, che quel genere di inchieste si basano su una serie di presupposti molto precisi. Servono segnalazioni tempestive che mettano gli inquirenti nelle condizioni di far partire intercettazioni telefoniche e ambientali. Solo in questo modo, infatti, si supera il generico sospetto che gli appalti siano addomesticati e si acquisiscono le prove concrete di un patto scellerato fra chi paga e chi deve aggiudicare i lavori. Non é un caso, infatti, che le seicento pagine dell’ordinanza di Milano siano in realtà per il 90 per cento la trascrizione di dialoghi e conversazioni che rappresentano indizi granitici. Non é un caso che l’immagine simbolo dell’indagine sia quella che mostra l’imprenditore Enrico Maltauro che estrae una busta dalla tasca interna della giacca e che, consegnandola al suo interlocutore dice: “Questi sono 15 mila, adesso devo andare via…”.
I politici che oggi dicono, apoditticamente, va controllato tutto il sistema, hanno forse dimenticato di segnalare prima? Dove erano quando gli appalti erano in corso? Scaricare la responsabilità sui magistrati che nel frattempo hanno cercato di far fronte ad altre emergenze sembra davvero troppo facile. E anche comodo.

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