23 Settembre 2022 - 9.50

“Per un pugno di voti” – Cosa resta di questa campagna elettorale?

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Ragazzi ci siamo! 

Finalmente da stasera alle 24 scatterà il “silenzio elettorale”, e questo è l’ultimo pezzo in cui ci occupiamo di questa surreale e sconclusionata campagna elettorale.

Purtroppo sarà solo una tregua, e da domenica notte partirà la bagarre dei risultati, con i Vespa ed i Mentana impegnati a spiegarci chi ha vinto e chi ha perso, anche se sappiamo che difficilmente da noi vedremo la scena di un leader sconfitto apparire in video per riconoscere la vittoria della parte avversa.

Eh lo so, quella è roba da democrazie mature, non da un’Italietta in cui alla fine tutti i Capi partito si arrampicheranno sugli specchi pur di farci vedere che il loro bicchiere è almeno mezzo pieno.

Questo sarebbe il momento di trarre qualche conclusione circa la campagna elettorale.

Cosa non facile visto i toni al limite della schizofrenia cui abbiamo assistito, e la generale debolezza delle proposte.

Comunque qualcosa si può dire.

Si era partiti dal “fascismo”, tema sul quale la sinistra in generale, ed Enrico Letta in particolare, hanno suonato la grancassa per paventare l’immagine di un’Italia in orbace in caso di vittoria della Meloni.  Salvo poi accorgersi che gli italiani non hanno alcuna voglia di “marce su Roma”, che non ambiscono ad indossare camicie nere, e che in definitiva non credono ad un rischio di rinascita del Fascismo.

Altro tema particolarmente divisivo quello del posizionamento internazionale dell’Italia, dell’europeismo, dell’atlantismo e della fedeltà alla Nato, e dei rapporti con soggetti impresentabili come Putin ed Orban.

Argomentazioni sicuramente importanti su cui si è battibeccato a lungo senza, ma questa è una mia impressione, scaldare troppo gli animi degli elettori.

Sulle promesse fantasmagoriche (dalla flat tax al 15% all’abolizione del canone Rai proposte da Salvini, dalle consuete dentiere per tutti di Berlusconi, alle 900mila assunzioni di Letta, e quant’altro) preferisco sorvolare, semplicemente perché, nella situazione in cui ci troviamo, rappresentano una colossale offesa alla nostra intelligenza.

Certo uno può anche credere alle fiabe, ma l’importante è essere consci che di fiabe si tratta!

Relativamente alla crisi energetica si sono sentite tante chiacchiere in libertà, tante sentenze senza capo né coda, ma nessuna seria ed argomentata proposta in grado almeno di tentare di risolvere il problema (Piombino docet).

Oltre a tutto sul tema del gas, e sul rischio di stare al freddo quest’inverno, gioca pesantemente l’idea (quella vera, non quella ad uso degli elettori e delle Cancellerie) che ogni Partito ha sulla guerra in Ucraina, sull’utilità e sull’efficacia delle sanzioni alla Russia, sulle politiche dell’Europa ecc.

E lo scarso spessore dei nostri leader si è visto ulteriormente in queste ultime ore quando, di fronte alla mobilitazione russa ed alle minacce nucleari di Putin, ci è toccato assistere anche alle furbizie di qualcuno per ingraziarsi tutti quelli che più o meno in buona fede non intendono proseguire con gli aiuti all’Ucraina attaccata dal gigante russo.

In estrema sintesi  credo si possa dire che il discorso politico delle ultime settimane porta in dote un’infinità di dicotomie.  Sicurezza contro immigrazione, guerra contro pace, coscienza ecologica contro negazionismo, la triade no mask-no pass-no vax, Europa contro Putin, assistenzialismo contro sviluppo. 

Fino all’ultimo tormentone, un vecchio adagio ritornato di attualità: il voto utile contro quello sprecato.

Ma quello che stupisce, che rende questo scontro elettorale una sorta di commedia dell’arte, a mio modesto avviso svilendolo, è che alla fine, fra tutti i problemi sul tappeto, in questi ultimi giorni ce n’è uno solo a tenere banco: il Reddito di Cittadinanza.

L’ho imposto Giuseppe Conte, che trasformatosi in un novello Masaniello, ha fatto del Reddito la bandiera della revanche di un Movimento 5Stelle che sembrava destinato alla consunzione.

E poiché i sondaggi (quelli più o meno segreti) lo darebbero in forte crescita nelle aree dove maggiormente pesano i percettori del sussidio, anche gli altri leader si sono fiondati in quelle zone per cercare di contenere i danni.

Tutti al Sud quindi, Meloni, Letta, Calenda, perché dopo aver fatto quattro calcoli, si sono accorti, sulla base della demenziale legge elettorale che ci ritroviamo,  che il futuro di questa Repubblica sembra possa dipendere dai collegi di Napoli Fuorigrotta, Napoli San Carlo, Giugliano e Torre del Greco, Bari, Molfetta per la Camera, e ancora  Napoli,  Cagliari e  Sassari per il Senato (sì, avete capito bene, 7 collegi).

E come conseguenza è anche cambiata la narrazione dei laeder sul Reddito, relativamente alla quale anche coloro che parlavano apertamente di abolirlo (Meloni in testa) adesso parlano di modificarlo (il che nel gergo politico italico vuol dire lasciare tutto come sta).

Nessuno vuole negare il disagio sociale del Mezzogiorno, ma nessuno pone la questione di fondo a mio avviso.

Quella che se si vuole evitare che si ingrossi nelle Regioni meridionali il numero dei richiedenti il Reddito di cittadinanza, l’unica strada è quella della crescita economica. Se non si affronta cioè il nodo dello sviluppo, il Reddito di cittadinanza diventa un mero sussidio caritatevole e assistenziale, basato sulla logica della  “sopravvivenza per l’immediato e povertà per il futuro”.

Se poi l’obiettivo è quello di protrarre all’infinito l’attuale situazione sociale ed economica del Sud per farne un serbatoio di voti, e mantenere così il consenso, francamente non la vedo una grande prospettiva.

Anche in chiave democratica, perché aveva ragione Ludwig von Mises quando scriveva nel 1944: “Se una grande parte degli elettori figura sul libro paga dello Stato, la democrazia rappresentativa non può seguitare a vivere. Se i membri del Parlamento non si considerano più mandatari dei contribuenti ma rappresentanti di coloro che ricevono salari, stipendi, sussidi e altri benefici presi dalle risorse pubbliche, la democrazia è spacciata”.

A questo punto si tratta di vedere quali saranno le scelte degli elettori del Nord, ai quali immagino non possa andare bene la polarizzazione del confronto politico sul Reddito di Cittadinanza, notoriamente mal visto nel settentrione, e che il destino del Paese dipenda dal risultato di 7 collegi al Sud.

Ben altri sono i discorsi che vorrebbe sentire il tessuto produttivo del Nord!

Ma questo lo vedremo solo nella notte di domenica prossima.

Non mi resta che augurarvi “Buon voto”.   Invitando gli scettici, gli scoraggiati, gli incazzati, a recarsi comunque alle urne.

Non ho mai creduto che in una democrazia il voto sia un dovere, bensì un diritto, inalienabile, irrinunciabile, per ottenere il quale generazioni di uomini e donne hanno lottato, e molti hanno anche sacrificato la vita.

Non è vuota retorica!

Non sono cittadino perché ho il passaporto, la patente, la tessera sanitaria!

Sono un cittadino perché ho il diritto di voto, ho il diritto di scegliere chi voglio mi rappresenti al Parlamento Nazionale.

Lo so che la politica da anni non sta da dando il meglio di sé, per usare un eufemismo!

Ma se nessun Partito vi convince vi do un consiglio: votate per quello che vi sembra il meno peggio, per quello che fa proposte credibili, che cerca di dire la verità sulla situazione del Paese, scartando quelli che propongono un Bengodi che non ci sarà!

Restare a casa, rinunciare all’unica occasione per far sentire la propria voce, non serve a nulla, e se ci pensate bene alla fin fine fa il gioco di Lor Signori.

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