Due centimetri verso l’oro. Dal trampolino al filler

Umberto Baldo
L’umanità ha costruito cattedrali, scritto la Divina Commedia, mandato sonde su Marte.
Nel 2026, però, si ritrova a discutere se due centimetri in più di circonferenza del pene possano valere una medaglia olimpica.
Il progresso è una linea retta, evidentemente.
Il cosiddetto “Penisgate” è la perfetta fotografia del maschio occidentale sotto pressione: da secoli tormentato dal confronto metrico, ora finalmente può rivendicare che non è insicurezza. È aerodinamica.
Messa così sembra una barzelletta da spogliatoio globale.
E infatti fa ridere.
Ma sotto la risata c’è una questione tremendamente seria.
Perché in quest’epoca di sport dei dettagli infinitesimali, nel salto dal trampolino sembra che un centimetro in più “proprio lì” possa diventare oro.
Secondo uno studio pubblicato su Frontiers, ogni 2 cm in più di circonferenza della tuta riducono la resistenza del 4%, ed aumentano la portanza del 5%.
Traduzione per chi non frequenta le gallerie del vento: quei 2 cm di tuta possono farti fare 5,8 metri in più di salto.
Non uno scherzo. Non un’inezia.
Cinque metri e ottanta possono trasformare un quarto posto in un trionfo con bandiera e inno.
Per anni ci hanno rassicurato che “le dimensioni non contano”, anche se le donne spesso lamentano che noi maschietti siamo ossessionati dal “chi ce l’ha più lungo”.
Poi arriva il salto con gli sci e manda tutto in frantumi.
Eccome se contano le dimensioni.
Le indiscrezioni, rimbalzate dalla stampa tedesca, parlano di presunte iniezioni di acido ialuronico nel pene per aumentarne temporaneamente la circonferenza.
Non per sedurre. Non per vanità. Non per sbalordire le partner.
Ma per ottenere una tuta leggermente più ampia.
Più superficie, più portanza, più planata. L’orgoglio maschile promosso a variabile aerodinamica.
Nel salto con gli sci la tuta non è un capo tecnico; è un’ala cucita addosso.
Le misurazioni fatte in 3D approvate dalla Fédération Internationale de Ski fissano tutto: altezza, arti, cavallo. Millimetro per millimetro. La scienza al servizio dell’equità.
Fino a quando qualcuno si chiede se anche il corpo possa diventare… regolabile.
La World Anti-Doping Agency per ora parla di voci senza riscontri, anche se sembra che abbia drizzato le orecchie e di conseguenza si interesserà del problema.
L’acido ialuronico non è doping classico. Non aumenta la forza, non migliora la resistenza. Non ti rende più potente.
Ti rende un po’ più “largo”.
È una sottigliezza quasi giuridica: non altero la prestazione direttamente, altero la misura che determina l’attrezzatura che incide sulla prestazione.
Una specie di sofisma biomeccanico
Il punto non è se sia già successo. Il punto è che potrebbe funzionare.
E quando una cosa può funzionare, nello sport ad altissimo livello qualcuno la proverà (stando alle voci, qualche atleta la punturine sul pene se le sarebbe già fatte fare).
Fin qui i maschi. E le donne?
Se la superficie è tutto, cosa dovrebbero fare le saltatrici?
Aumentare il seno come upgrade tecnico? Più tette, più volume, più esposizione all’aria, più metri in planata?
Immagino già il titolo dello studio: “Morfologia mammaria e coefficiente di lift nel salto femminile”.
“Peer review” con imbarazzo accademico incluso.
Il paradosso è brutale: se il regolamento premia la superficie, il corpo diventa attrezzatura.
Non sei più un’atleta che vola, sei una geometria che galleggia.
E allora la parità di genere rischia di trasformarsi in parità di silicone o acido ialuronico.
Stiamo entrando in un territorio in cui, accanto agli arbitri con il metro laser della Fédération Internationale de Ski, potrebbero servire consulenze specialistiche pre-gara.
Urologi in cabina di controllo. Senologi in sala misurazioni.
La World Anti-Doping Agency costretta ad aprire un dipartimento di anatomia applicata. “Mi scusi, atleta, questa modifica è funzionale o puramente estetica?”
Fa ridere. Ma è una risata che graffia.
Perché la vera domanda non è anatomica. È culturale.
Quanto siamo disposti a manipolare il nostro corpo pur di vincere?
Se il confine tra fisico ed attrezzatura diventa sempre più sottile, dove finisce la prestazione e dove inizia l’inganno?
Milano-Cortina 2026 si presenta come l’Olimpiade della tecnologia e dell’innovazione. Rischia di diventare quella della misurazione ossessiva.
Non più solo più veloce, più in alto, più forte. Ma più largo, più voluminoso, più ottimizzato.
In fondo l’uomo è sempre lo stesso.
Cambiano i materiali, cambiano le regole, ma resta l’ansia primordiale del confronto.
Solo che oggi il righello non è più nello spogliatoio del liceo.
È certificato in 3D, validato da Federazioni internazionali, discusso in conferenza stampa.
L’Olimpiade nasce per celebrare il limite umano.
Se per superarlo iniziamo a trattare il corpo come una variabile da laboratorio, allora il vero salto non è quello dal trampolino.
È quello etico, che stiamo facendo senza accorgercene.
E tutto, incredibilmente, per un paio di centimetri in più (di circonferenza della tuta).
Umberto Baldo
















