20 Maggio 2026 - 9.40

Hormuz, l’arma invisibile dell’Iran: non servono le bombe, basta l’inflazione

Umberto Baldo

Per capire la forza dell’Iran non bisogna guardare alle centrifughe nucleari.

Bisogna guardare al prezzo della benzina.

È lì che Teheran colpisce davvero l’Occidente. 

Non con i missili. Non con gli Ayatollah che minacciano il mondo in televisione. 

Ma con qualcosa di molto più semplice e devastante: l’inflazione.

E la cosa più inquietante è che gli iraniani sembrano esserne perfettamente consapevoli.

Negli ultimi giorni, diversi esponenti del regime hanno lasciato intendere con notevole chiarezza quale sia la loro vera strategia. 

Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha ironizzato sui social sostenendo che “gli Stati Uniti stanno già pagando il prezzo della crisi regionale”. 

Ancora più esplicito il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, secondo cui il problema per Washington non sarebbero le minacce militari di Teheran, ma “l’aumento del costo della vita, del debito e dei tassi di interesse in Occidente”.

Tradotto dal linguaggio diplomatico: l’Iran sa benissimo che la sua “bomba nucleare” è l’inflazione, che può mettere sotto pressione le economie occidentali senza bisogno di entrare in guerra diretta.

Lo Stretto di Hormuz, quel tratto di mare stretto tra Iran e Oman che molti occidentali faticherebbero perfino a trovare sulla carta geografica, è in realtà una delle valvole cardiache dell’economia mondiale. 

Da lì passa circa un quinto del petrolio globale. Quando quella porta si chiude o anche solo scricchiola, il mondo trattiene il respiro.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Il fallimento del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping sulla riapertura dei traffici energetici ha avuto un effetto immediato: petrolio e gas sono schizzati verso l’alto, le Borse sono scese e gli investitori hanno cominciato a fare ciò che fanno sempre quando sentono odore di crisi: scappare.

Ma il vero problema non sono i mercati azionari. 

Quelli salgono e scendono ogni giorno, come gli umori dei politici in campagna elettorale. 

Il punto è un altro: l’aumento del costo dell’energia rischia di riaccendere una gigantesca ondata inflazionistica mondiale.

Ed è qui che si palesa la vera strategia iraniana.

Perché il petrolio non serve soltanto a far muovere le automobili. 

Serve a trasportare merci, produrre plastica, alimentare industrie, far viaggiare navi, aerei e camion. 

Quando il petrolio aumenta, aumenta tutto, aumenta il prezzo del pane perché costa di più trasportare la farina, aumenta il costo della frutta, aumentano i voli aerei, aumentano le bollette, aumenta perfino il prezzo della pasta al supermercato.

L’inflazione funziona così: è una tassa invisibile che entra nelle case senza chiedere permesso.

E quando l’inflazione sale, le Banche centrali sono costrette ad alzare i tassi di interesse. Tradotto in linguaggio umano: mutui più cari, prestiti più costosi, aziende più fragili, consumi che rallentano.

Ma soprattutto: Stati più indebitati.

Ed è qui che l’Occidente mostra tutta la sua vulnerabilità.

Negli Stati Uniti il debito pubblico ha ormai superato i 37 mila miliardi di dollari.

Con i rendimenti dei Treasury decennali saliti intorno al 4,6%, e quelli trentennali oltre il 5%, Washington rischia di spendere più in interessi sul debito che in difesa nazionale. 

Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza economica.

l problema è semplice: quando uno Stato ha accumulato montagne di debiti, ogni aumento dei tassi diventa una mazzata. 

Se ieri pagava interessi all’1% ed oggi deve rifinanziarsi al 4 o al 5%, il costo esplode.

È come una famiglia che vive con la carta di credito sempre al limite: basta che la Banca aumenti gli interessi ed improvvisamente tutto diventa insostenibile.

L’Europa non sta molto meglio.
La Francia viaggia verso un debito superiore al 115% del Pil. 

L’Italia resta stabilmente oltre il 135%, con una spesa annuale per interessi che rischia di superare i 100 miliardi di euro. 

In pratica, una gigantesca tassa pagata solo per mantenere in piedi il debito accumulato negli anni.

E poi c’è il Giappone, che rappresenta quasi un laboratorio estremo della fragilità moderna: un debito pubblico che supera il 250% del Pil. 

Per anni Tokyo è sopravvissuta grazie ai tassi vicini allo zero. Ma adesso, con energia più cara e inflazione in crescita, anche il gigante giapponese comincia a scricchiolare.

Teheran, come già accennato, lo ha capito perfettamente.

l’Iran sa che la sua arma più potente non è la bomba atomica. È il petrolio. O meglio: la paura che il petrolio possa mancare.

Non serve distruggere città occidentali. Basta spaventare i mercati energetici. Basta creare instabilità. Basta tenere il mondo con il fiato sospeso nello Stretto di Hormuz.

Perché le economie moderne sono immense macchine alimentate ad energia e debito. 

Se il prezzo dell’energia esplode, il debito comincia a tremare. 

E quando tremano i titoli di Stato, tremano anche Governi, Banche e famiglie.

È una guerra diversa da quelle del Novecento, meno spettacolare, molto più subdola.

E forse persino più pericolosa.

Perché un missile lo vedi arrivare; l’inflazione invece entra lentamente nelle case, svuota i portafogli, indebolisce gli Stati, ed alla fine cambia perfino gli equilibri politici. 

Senza sparare un colpo.

Il paradosso è che l’Occidente continua a pensare alla sicurezza quasi esclusivamente in termini militari, mentre oggi il vero tallone d’Achille delle democrazie sembra essere diventato il debito. 

Abbiamo costruito economie gigantesche fondate su consumi, credito e denaro a basso costo. 

Un sistema efficiente finché l’energia resta abbondante ed i tassi restano bassi.

Ma basta che un tratto di mare largo poche decine di chilometri venga minacciato perché l’intero castello cominci a oscillare.

La globalizzazione doveva renderci tutti più interdipendenti e quindi più sicuri.
In  realtà ci ha resi tutti terribilmente vulnerabili.

Un  vero capolavoro dell’ingegneria economica contemporanea.

Umberto Baldo

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