8 Aprile 2026 - 9.52

La cultura del privilegio; “perché io so’ io…”

Di Alessandro Cammarano

C’è un momento, nelle democrazie mature, in cui l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa, tristemente, un fastidio. È esattamente lì che nasce quella che potremmo chiamare, con un certo understatement, la cultura del privilegio: una pedagogia diffusa e capillare del “prima io”, debitamente tariffata.

Non è più nemmeno questione di raccomandazioni, di conoscenze, di entrature: sarebbe quasi romantico. Oggi il privilegio è industrializzato, standardizzato, acquistabile online con carta di credito. Basta selezionare l’opzione giusta e, con un sovrapprezzo variabile, si accede a un universo parallelo dove le code sono un ricordo antropologico, buono per gli altri.

Il parco divertimenti è il laboratorio perfetto di questa nuova educazione civica. Paghi il biglietto, entri, e scopri che non basta. Perché accanto alla fila ordinaria — quella dove si suda, si aspetta e si medita sui propri errori di vita — esiste la corsia preferenziale: un braccialetto, un QR code, un upgrade. Chi lo possiede ti sfila accanto con la serenità di chi ha capito tutto, o almeno ha pagato per farlo credere. Tu resti lì, a osservare il flusso dei privilegiati che ti sorpassano con la stessa naturalezza con cui si supera un ostacolo statico. E in effetti lo sei: un ostacolo umano.

Alle terme, la faccenda si fa ancora più raffinata. Hai già pagato per entrare in un luogo che promette relax, lentezza, sospensione del tempo. Ma la lentezza, evidentemente, è un lusso che va ulteriormente selezionato. Così, per qualche decina di euro in più, puoi accedere prima alle vasche, evitare l’attesa per i trattamenti, scivolare oltre la fila con l’aria di chi ha capito il senso profondo del benessere: non aspettare mai, soprattutto gli altri.

Negli aeroporti, poi, la gerarchia si fa architettura. Ci sono file, corridoi, varchi, percorsi differenziati: economy, priority, fast track, business, first. Un piccolo sistema di caste con moquette. Chi paga di più attraversa controlli più rapidi, si siede su poltrone più larghe, beve qualcosa di gratuito (cioè già pagato, ma con eleganza). Gli altri avanzano lentamente, in un pellegrinaggio laico verso il metal detector, osservando con un misto di invidia e rassegnazione quelli che scorrono via come se il tempo fosse una loro proprietà privata.

Persino i musei, un tempo templi laici della condivisione culturale, hanno imparato la lezione. Biglietto standard e biglietto “salta fila”: due modalità di accesso allo stesso patrimonio, ma con tempi diversi, e dunque con una diversa percezione del proprio valore. L’arte, si sa, eleva lo spirito, ma può anche abbreviare l’attesa, se opportunamente integrata da un sovrapprezzo.

I concerti e gli eventi dal vivo completano il quadro. Non più solo platea e galleria, ma pacchetti VIP, ingressi anticipati, “meet and greet”, corsie dedicate. Si entra prima, si consuma prima, si esce prima. Si vive prima, insomma, a patto di pagare un supplemento sull’esperienza stessa. Il tempo, bene teoricamente democratico, viene frazionato e rivenduto a segmenti.

Perfino nei servizi più quotidiani la logica si infiltra con una certa disinvoltura. Abbonamenti “premium” che garantiscono assistenza prioritaria, consegne accelerate per chi paga un extra, code digitali che scorrono più veloci per gli utenti “plus”. Non si salta più solo la fila fisica: si salta la fila dell’esistenza ordinaria, quella in cui le cose accadono quando possono, non quando le si compra.

Il messaggio, martellante e sorprendentemente poco contestato, è di una chiarezza quasi didattica: l’uguaglianza è il livello base, il privilegio è un upgrade. Non sei più uguale agli altri per diritto; puoi diventare meno uguale pagando. E non importa nemmeno che il servizio aggiuntivo sia realmente necessario o utile: ciò che si acquista è la sensazione di precedenza, il piccolo brivido del sorpasso legittimato.

In questo panorama, il vecchio adagio del marchese del Grillo — quello per cui “io so io e voi non siete un cazzo” — smette di essere una caricatura e diventa un modello di business. Non serve più nemmeno pronunciarlo: è implicito nel gesto di mostrare il braccialetto, il badge, il codice che apre il varco. La differenza è che oggi non lo dice un aristocratico capriccioso, ma un sistema che lo offre in abbonamento.

E così, mentre continuiamo a dichiararci formalmente uguali, impariamo quotidianamente che l’uguaglianza è negoziabile, scalabile, soprattutto acquistabile. Basta mettere mano al portafoglio, e la fila — quella lunga, lenta, ostinata fila degli altri — diventa improvvisamente un problema che non ci riguarda più. Fino al prossimo tornello, naturalmente, dove qualcun altro, pagando un po’ di più, ci ricorderà con cortesia che c’è sempre una corsia ancora più veloce.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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