La leva che torna ed il Paese che finge di non vederla

Umberto Baldo
Fino a qualche anno fa, parlare di leva militare in Europa era esercizio da nostalgici o da strateghi un po’ fuori tempo massimo.
Oggi non è più così.
Le guerre sono tornate a bussare alle porte del continente, e con loro una domanda che la politica aveva accuratamente archiviato: siamo davvero pronti, se le cose dovessero mettersi male?
La carenza di “personale” è nota da anni ed ha riaperto, ovunque, il dibattito sulla leva.
Basta dare un’occhiata ai forum online per vedere le reazioni: sarcasmo, panico, toni apocalittici.
Eppure numerosi Paesi hanno già imboccato strade precise.
La Francia sta ricostruendo un corpo solido di riservisti. In Estonia la leva non è mai stata abbandonata. Lettonia e Lituania l’hanno reintrodotta. In Finlandia è rimasta obbligatoria.
Norvegia e Svezia selezionano ogni anno giovani, sia uomini che donne.
La Danimarca ha esteso la leva anche alle donne.
Grecia ed Austria continuano con modelli misti.
Insomma, l’Europa si sta lentamente spostando verso sistemi ibridi: meno eserciti professionali puri, più cittadini in uniforme, almeno per un periodo.
D’altro canto lo scontro in atto da quattro anni in Ucraina ha chiaramente mostrato che con i soli professionisti un fronte ampio non si regge.
Berlino non ha reintrodotto formalmente la leva, ma sta costruendo qualcosa che le somiglia molto. Tutti i diciottenni vengono contattati, profilati, valutati. Gli uomini tra i 17 e i 45 anni sono soggetti a un sistema di registrazione che consente allo Stato di sapere chi è disponibile in caso di necessità.
Non è ancora coscrizione. È, diciamo così, la sua anticamera arredata con gusto tedesco: ordine, efficienza e nessuna illusione.
In sostanza, la Germania non ha ripristinato oggi la leva obbligatoria, ma sta ricostruendo l’infrastruttura giuridica e organizzativa necessaria per farlo più rapidamente in caso di necessità strategica.
Al di là di tutto, sic stantibus rebus, mi sembra non sia ancora arrivato il tempo della chiamata alle armi.
Ma è chiaramente il tempo dei preparativi.
Ed i segnali più interessanti arrivano, neanche a dirlo, ancora una volta dalla Germania.
Oltre alla citata profilatura dei giovani, gli uomini tra i 17 e i 45 anni che intendano andare all’estero per periodi superiori ai tre mesi devono ottenere un’autorizzazione dall’Amministrazione militare, al Karrierecenter della Bundeswehr (immaginate le reazioni se una tale autorizzazione venisse imposta anche a noi italiani).
Non è un divieto all’espatrio, sia chiaro, ma un meccanismo di tracciamento: lo Stato vuole sapere chi è disponibile in caso di mobilitazione.
Non è ancora leva. Ma, diciamo la verità, le assomiglia parecchio.
Il principio è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: prima si sa chi c’è, poi si decide cosa farne.
Un approccio pragmatico, che evita proclami ideologici e si concentra su ciò che serve davvero: avere opzioni.
E, se un giorno servirà, si potrà passare all’obbligo senza dover partire da zero.
Nel frattempo, la Bundeswehr cresce.
Non solo nei numeri, ma nella struttura e nella capacità di mobilitazione.
Non è improvvisazione. È pianificazione.
Il Regno Unito, dal canto suo, non ha ancora messo mano a strumenti concreti, ma il dibattito è tornato con una forza che non si vedeva da decenni.
Il riferimento implicito è sempre lo stesso: la Seconda guerra mondiale, quando Londra passò in pochi mesi da una coscrizione limitata ad un sistema esteso.
Quando serve, le democrazie sanno essere sorprendentemente rapide.
C’è però un elemento nuovo, e forse più inquietante rispetto al passato: la disponibilità dei cittadini.
Un recente sondaggio mostra che molti giovani britannici non sarebbero disposti a combattere nemmeno in caso di minaccia diretta all’Inghilterra.
E qui si apre una frattura vera, che nessuna legge può colmare facilmente: quella tra Stato e società.
Puoi organizzare tutto, pianificare tutto, ma se poi mancano le persone disposte ad indossare una divisa ed a combattere, il sistema resta sulla carta.
E l’Italia?
L’Italia, come spesso accade, osserva.
Con attenzione, certo. Con partecipazione emotiva, anche. Ma senza muoversi davvero.
La leva è sospesa dal 2005 e, al momento, non esiste nulla di paragonabile a quanto sta facendo la Germania: nessuna registrazione preventiva, nessun censimento delle disponibilità, nessuna preparazione amministrativa.
In compenso, abbiamo già tutto il necessario per un bel dibattito qualora lo Stato dovesse rispondere ad una minaccia: le mamme italiche pronte a difendere i figli fino all’ultimo ricorso al TAR della zia avvocato, i pacifisti tricolore che rispolverano slogan d’epoca, e naturalmente la Costituzione più bella del mondo, citata a giorni alterni a seconda della convenienza.
È un copione rassicurante, quasi terapeutico.
Il problema è che la realtà, di solito, non lo legge.
Perché la verità è meno consolante: anche l’Italia, se costretta, potrebbe reintrodurre la leva in tempi relativamente rapidi.
Gli strumenti normativi esistono già.
La differenza è che altrove si preparano prima.
Noi preferiamo pensarci…. dopo.
Finché la realtà ce lo permetterà.
Umberto Baldo
PS: Considerato il numero ormai fuori scala di insegnanti di sostegno nella scuola italiana, viene quasi naturale pensare ad un’estensione del modello.
Perché fermarsi alle aule?
Introduciamo il “sergente di sostegno” anche nelle forze armate.
Una figura dedicata ad accompagnare il giovane coscritto nel trauma di dover spegnere il cellulare, ricevere ordini ed, in casi estremi, eseguire qualcosa senza aprire un dibattito assembleare.
Del resto, se il problema nazionale è evitare qualsiasi forma di frustrazione, anche la guerra – ove mai dovesse arrivare – dovrà essere inclusiva, dialogata, e possibilmente rinviata per consenso.










