7 Aprile 2026 - 10.13

Tra emergenza e retorica: l’Europa alle prese con energia e caldo

Umberto Baldo

Com’era inevitabile, a fronte delle distruzioni in atto in Iran e nei Paesi del Golfo, anche a Bruxelles qualcuno ha interrotto per un attimo il rito del caffè per porsi una domanda fastidiosa: e se fra qualche settimana non ci arrivassero più quelle materie prime — e non solo gas e petrolio — che permettono al nostro sistema produttivo e sociale di non collassare, noi  che cazzo facciamo?

Tenetele orecchie ben aperte; se ne comincia timidamente a parlare nei Tg, nelle trasmissioni radio, sui social. 

Se n’è accorto persino il Ministro Pichetto Fratin, che di solito osserva il mondo con la stessa velocità di una stalattite, ma che stavolta pare aver percepito un brivido (e non di freddo).

Nulla di nuovo in realtà; è una scena che si ripete puntuale ogni volta che il mondo si complica e le bombe iniziano a cadere vicino ai pozzi giusti: l’Europa scopre improvvisamente la virtù della sobrietà. 

Succede anche adesso, con la crisi del Golfo che minaccia i rifornimenti energetici e fa tremare i mercati come foglie al vento.

E subito parte il coro dei puri, la sinfonia dei moralisti a gettone: consumare meno, spegnere di più, essere responsabili. 

Responsabili. 

È una parola meravigliosa, perché non significa assolutamente nulla finché non tocca a te rinunciare al comfort della tua bolla. 

Naturalmente si evita accuratamente il termine austerità. 

Quella parola è stata archiviata, sepolta dal 1973 sotto una damnatio memoriae dopo aver fatto abbastanza danni da essere associata solo a file per il pane e facce grigie.

Oggi il marketing del sacrificio ci propina l’“uso intelligente dell’energia”. 

Che è un modo molto sofisticato, quasi poetico, per dire: arrangiatevi.

È il “si salvi chi può” travestito da etica ambientale.

E qui arriva il nodo, quello che nessun comunicato stampa redatto in uffici di “Palazzi  romani” a 19 gradi costanti ha il coraggio di affrontare: l’Europa non è più capace di rinunciare a nulla. 

Non alle comodità, non alle abitudini, non al piccolo lusso quotidiano che abbiamo ribattezzato “necessità” per sentirci meno in colpa. 

Il condizionatore, in questo senso, è il simbolo perfetto di questa nuova religione del benessere. 

Una volta era un privilegio da ricchi epicurei. 

Oggi è un’estensione della dignità umana, un organo vitale esterno. 

Non avere l’aria a 22 gradi non è più un disagio domestico: è percepito come un’ingiustizia sociale, un sopruso, quasi una violazione della Convenzione di Ginevra.

E allora eccola, la grande operazione pedagogica: “tenete i termostati più alti”, “evitate gli sprechi”, “un grado in più per il bene comune”. 

Funzionerà esattamente come tutte le grandi campagne morali dell’Occidente: applausi convinti durante il talk show, adesione di principio sui social e disobbedienza feroce di fatto. 

Perché il cittadino europeo medio è una creatura straordinaria, un miracolo di equilibrismo mentale: è capace di indignarsi per il destino del pianeta mentre prenota l’ennesimo volo low cost per un weekend lungo, di difendere l’ambiente a parole mentre lascia il climatizzatore acceso a palla anche quando esce di casa per andare a comprare l’insalata bio, di chiedere sacrifici immani… sempre agli altri. 

Agli altri che non hanno il suo stile di vita, ai vicini, ai posteri. 

Mai a se stesso.

E guai a dirlo troppo chiaramente, perché l’ipocrisia ha bisogno di una certa delicatezza per sopravvivere; ha bisogno di quel velo di retorica che nasconde il nostro egoismo di fondo. 

Ma la verità è che queste misure non sono difficili da applicare “sulla carta”: sono impossibili da far rispettare. 

Non perché manchino le leggi, ma perché manca la materia prima: la volontà.

Immaginiamo pure i controlli, in un delirio di fanatismo burocratico. 

Il “Vigile Energetico” che suona al citofono con l’aria solenne: “Scusi, qui dentro ci sono 23 gradi, può abbassare o dobbiamo procedere al sequestro del telecomando?”

È una scena talmente ridicola da sembrare una barzelletta di cattivo gusto. 

E infatti finirà lì: in quella terra di mezzo tra le buone intenzioni dei comunicati e le risate nei bar.

E poi c’è una domanda, di una banalità quasi offensiva, che nessuno nei palazzi del potere sembra voler fare: il Governo può forse emanare un decreto per impedire all’estate di trasformarsi, come negli ultimi anni, in una sorta di Sahara a domicilio? 

Può stabilire per legge che i 38/40 gradi si fermino educatamente alla frontiera o che si riducano a 32 per regio decreto?

No, non può. 

E questo piccolo dettaglio, inspiegabilmente ignorato dai pianificatori di Bruxelles, cambia tutto. 

Perché se il caldo non è negoziabile, allora forse non lo è nemmeno la difesa da quel caldo. 

E il condizionatore smette di essere il capriccio di una società viziata per tornare a essere ciò che, nei fatti, è diventato: un presidio minimo di sopravvivenza.

Soprattutto in un continente che invecchia a vista d’occhio. 

Perché mentre ci raccontiamo la favola della “sobrietà intelligente”, l’Europa reale è fatta sempre più di persone anziane, fragili, spesso sole. 

Per loro, qualche grado in più non è un nobile esercizio di virtù civica, ma un rischio concreto di finire in ospedale. 

Non è un disagio: è un pericolo di morte.

E allora il paradosso diventa quasi crudele, rasentando il sadismo burocratico. 

Da una parte si invita a spegnere in nome dell’etica, dall’altra si sa perfettamente che, per molti, spegnere significa esporsi. 

Non al fastidio, ma al danno — e uso volutamente un eufemismo per non dire che stiamo chiedendo ai più deboli di cuocersi a fuoco lento per salvare il bilancio energetico di uno Stato che non ha saputo pianificare nulla.

Ma queste sono sfumature scomode, e le sfumature non funzionano bene negli slogan da campagna elettorale. 

Meglio continuare con il racconto edificante: un grado in più, un gesto per il pianeta, una medaglia invisibile da appuntarsi sul petto (mentre la camicia si inzuppa di sudore). 

Peccato che il caldo, a differenza della retorica politica, non sia affatto simbolico: colpisce duro, e se ne frega delle tue buone intenzioni.

Nel frattempo, la politica farà quello che sa fare meglio: spostare il problema un po’ più in là, diluirlo in commissioni inutili, trasformarlo in una blanda raccomandazione per non perdere voti. 

Perché imporre davvero dei limiti significherebbe scoprire una verità che ci terrorizza: che la nostra libertà, oggi, coincide quasi millimetricamente con la nostra comodità.

E rinunciare alla comodità, per una società che ha elevato il benessere a unico dogma indiscutibile, è un atto rivoluzionario. 

Troppo rivoluzionario per noi, che ci spaventiamo se il Wi-Fi rallenta per dieci minuti.

Così continueremo a raccontarcela. 

Che siamo pronti ai sacrifici, che abbiamo imparato la lezione dalle crisi passate, che questa volta sarà diverso, che siamo tutti sulla stessa barca (anche se alcuni sono in cabina armatoriale col clima a 16 gradi e altri remano in stiva sotto il sole).

Poi arriverà il primo vero caldo, quello cattivo, quello che ti incolla la camicia addosso e ti toglie anche la voglia di mentire. 

Ed in quel momento, senza dichiarazioni solenni, senza comunicati stampa, senza hashtag eroici, milioni di europei compiranno lo stesso gesto, silenzioso, colpevole e definitivo.

Abbasseranno il termostato. 

E l’austerità, ancora una volta, resterà dove è sempre stata: nei discorsi degli altri, nei sogni dei burocrati e nelle tasche di chi non può permettersi nemmeno di scegliere a che temperatura morire.

Umberto Baldo

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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