“Di doman non v’è certezza”. Il resto è illusione occidentale

Umberto Baldo
C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega le stanze affrescate della Firenze medicea alle polverose rotte del Mar Rosso, ed alle scrivanie asettiche dei trader di Wall Street.
È il filo dell’incertezza, quella “variabile impazzita” che l’uomo moderno, nella sua superbia tecnologica, credeva di aver finalmente domato.
Già Lorenzo de’ Medici, nel suo Trionfo di Bacco e Arianna, ci aveva tramandato quella grande verità che è insieme un inno alla vita ed un monito tragico: “…..Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza”.
Eppure, nonostante siano passati cinque secoli, continuiamo a comportarci come se il domani fosse garantito per contratto, magari con rinnovo automatico e tasso agevolato.
Lo stesso concetto la saggezza popolare yiddish ha sintetizzato con un pragmatismo ancora più affilato: “L’uomo pianifica e Dio ride” (Der Mensch tracht, un Gott Lacht).
Due espressioni di culture distanti che però convergono su un unico punto: l’illusione del controllo umano sul destino è, appunto, solo un’illusione.
Se trasliamo questa consapevolezza sulle vicende geopolitiche, ci accorgiamo che il mondo sembra vivere in uno stato di “crisi permanente” che puntualmente ci coglie impreparati.
Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad una sequenza di eventi che hanno ridicolizzato ogni nostra previsione di sviluppo lineare.
Prima sono state le crisi finanziarie dei sub-prime, che hanno dimostrato come un contratto firmato in un sobborgo americano potesse polverizzare i risparmi di una famiglia a Vicenza.
Poi è stata la volta dei debiti sovrani, che hanno messo in discussione la tenuta stessa del sogno europeo.
Nel 2022, è stato Vladimir Putin a scompaginare le carte, riportando la guerra di trincea ed il ricatto energetico nel cuore del Vecchio Continente, mentre noi eravamo impegnati a discutere di transizione green, come se il gas arrivasse per gentile concessione della natura.
Oggi l’asse del caos si è spostato nuovamente.
L’imprevedibilità del ritorno di Trump, evento che metà del mondo considera una catastrofe e l’altra metà una strategia, senza che nessuno riesca davvero a spiegare la differenza, e la determinazione feroce di Netanyahu nel ridisegnare il Medio Oriente ci pongono di fronte ad un nuovo capitolo di questa “storia dell’incerto”.
In questo scenario, occorre avere il coraggio di una riflessione onesta sulla vacuità di certi movimenti d’opinione.
Puntare i riflettori sui movimenti pacifisti oggi significa scontrarsi con una realtà brutale: la pace purtroppo, non è una funzione “on demand”, non basta dichiararla perché si attivi, come il Wi-Fi di casa.
La pace non è un desiderio che si auto-avvera con una bandiera arcobaleno al balcone.
Spesso è solo un esercizio di stile che non sposta di un millimetro la traiettoria dei missili, ma che dà l’illusione di aver fatto qualcosa.
Il pacifismo rischia l’irrilevanza quando nessuno dei contendenti sul campo ha il minimo interesse, politico od esistenziale, a cercarla.
Quando la logica del conflitto diventa “totale” — sia essa l’espansionismo imperiale o la sopravvivenza nazionale — il richiamo alla tregua cade nel vuoto se non è supportato da una deterrenza reale o da una convenienza economica.
Senza interlocutori disposti all’ascolto, il grido delle piazze resta una testimonianza etica necessaria, ma politicamente muta, un esercizio di stile che finisce quando le bandiere vengono ripiegate.
Ma l’aspetto forse più inquietante riguarda noi, la nostra quotidianità e quella che potremmo definire la “psicologia del dovuto”.
Abbiamo trasformato le nostre abitudini — i voli low-cost a 19,99 euro, l’aria condizionata polare, le fragole a gennaio, la mobilità perenne — in diritti fondamentali, più intoccabili della Costituzione.
Ci indigniamo per il ritardo di un pacco, ma ignoriamo completamente da dove parta e quali equilibri geopolitici lo tengano in viaggio.
Non ci sfiora il pensiero che questo castello di benessere poggi su fondamenta fragilissime.
La verità è che la nostra qualità della vita può essere messa in discussione, da un momento all’altro, dal blocco di uno stretto marittimo di cui la stragrande maggioranza degli italiani ignora persino l’esistenza.
Parliamo di Bab-el-Mandeb, la “Porta del lamento funebre”, o dello Stretto di Hormuz.
Nomi esotici che evocano racconti di viaggiatori d’altri tempi, ma che oggi rappresentano le giugulari del commercio mondiale, passaggi stretti dove transita la nostra normalità, compressa dentro container che diamo per scontati finché non smettono di arrivare.
Se un gruppo di ribelli in Yemen decide di lanciare un drone contro una nave portacontainer, il riverbero non è solo militare: è la componentistica per le nostre fabbriche che non arriva, è il prezzo del carburante che schizza alle stelle, è l’inflazione che mangia gli stipendi.
È paradossale: siamo cittadini di un mondo globalizzato, ma restiamo profondamente analfabeti riguardo alla geografia che ci tiene in vita.
Ignoriamo i colli di bottiglia del pianeta mentre pretendiamo che la nostra routine non venga mai scalfita.
Forse, recuperare la lezione di Lorenzo il Magnifico e del proverbio yiddish serve proprio a questo: a ricordarci che il benessere non è una rendita di posizione, ma un equilibrio dinamico e precario.
La Storia non è finita, e non ha intenzione di lasciarci dormire sonni tranquilli.
Il “domani” di cui non v’è certezza è già qui, e bussa alla porta passando per mari lontani che abbiamo smesso di guardare.
E non bussa educatamente: entra dalla porta di servizio, spegne l’aria condizionata e ci presenta il conto.
Umberto Baldo










