30 Marzo 2026 - 9.43

Dopo il Referendum: destra stordita, sinistra illusa

Umberto Baldo

Sappiamo bene quanto sia difficile estraniarsi dal contesto in cui si vive, sollevandosi sopra le passioni politiche e gli scontri che, inevitabilmente, lacerano il Paese.

Tuttavia, da liberale che da decenni auspica la nascita di un’area politica capace di andare oltre l’anticomunismo e l’antifascismo di maniera — affrontando finalmente senza lenti ideologiche i nodi reali della Nazione – mi piace “guardare dell’alto” lo scenario post-referendario.

Partiamo dal Centrodestra.

Per quanto Giorgia Meloni possa ostentare freddezza, una sconfitta referendaria genera sempre l’effetto “pugile suonato”: quello stordimento che porta all’indecisione sulle contromosse. 

La sua prima reazione è stata istintiva, quasi muscolare: via un Sottosegretario, un Capo di Gabinetto ed un Ministro. 

Considero le dimissioni forzate di Gasparri da Capogruppo una questione interna a Forza Italia, ma sulle altre “uscite” una riflessione s’impone: forse sarebbe stato il caso di procedere ante e non post voto.

Ormai, però, “cosa fatta capo ha”. 

Certo, una soluzione politicamente più solida sarebbe stata il rimpasto di Governo. 

Non solo perché la logica del capro espiatorio ha il fiato corto, ma perché di Ministri palesemente inadeguati al ruolo — specialmente in vista di un anno pre-elettorale complesso — ce n’è più di qualcuno. 

Mi rendo conto che un rimpasto appartenga più alla prudenza della vecchia DC che alla forma mentis della Premier, frenata anche dal rischio di gestire la reazione di chi non mollerebbe la poltrona senza colpo ferire. 

Eppure, avrebbe evitato un precedente pericoloso: da oggi, a qualunque “patriota” che dovesse incappare in un avviso di garanzia, non si potrà che chiedere un passo indietro.

Esistono poi altre vie. 

C’è l’ipotesi “Enrico Toti”: lanciare il cuore oltre l’ostacolo e correre al voto anticipato per spiazzare una sinistra galvanizzata ma ancora disorganizzata. 

Ma qui servirebbe il semaforo verde del Quirinale, ed ho la netta sensazione che Mattarella non favorirebbe la fine della legislatura prima della scadenza naturale. 

Da non trascurare poi che le crisi in Italia si sa come si aprono, ma mai come si chiudono.  Mattarella dovrebbe almeno provare ad incaricare qualcuno per formare un nuovo Governo; ed a quel punto credetemi che molti Parlamentari che magari sanno che non saranno rieletti, ma che non vogliono rischiare la pensione, pur di durare un altro anno sarebbero disposti a sostenere anche il “cavallo di Caligola”.

Se poi, come si dice, la Premier punta al record di longevità del suo Esecutivo, spero per lei che questo non diventi un alibi per l’immobilismo.

Sempre a proposito dell’opzione “elezioni anticipate”, non banalizzerei anche il fatto che la  scadenza naturale della legislatura, fissata per l’autunno 2027, incrocia un passaggio critico: la tornata delle amministrative in primavera. 

Con il voto in metropoli come Roma, Milano, Napoli e Torino — storicamente inclini a premiare il centrosinistra — il rischio per la coalizione di governo sarebbe quello di arrivare all’appuntamento nazionale di settembre con il fiato corto, logorata da una probabile disfatta nei grandi centri urbani.  

Un election day a giugno, che accorpasse politiche ad amministrative,  potrebbe  risolvere il problema. 

C’è poi l’opzione che il Manzoni mette in bocca al Conte zio: «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire…»

È la via più italica, riassumibile nel celebre «Adda passà ‘a nuttata» di Eduardo in Napoli Milionaria. 

Significa derubricare la sconfitta a mero esito tecnico sul quesito, sperando che nel frattempo il vento cambi, che Trump rinsavisca, che la crisi in Iran sfumi, o che intervenga il solito “stellone italico”. 

Non è una strategia da grandi statisti, ma in politica, Machiavelli docet, la “fortuna” ha spesso il suo peso.

Infine, trovo poco azzeccata l’idea di rifugiarsi nella riforma della legge elettorale.

Oltre al noto “sortilegio” per cui chi cambia le regole per favorirsi finisce regolarmente per perdere, c’è una verità di fondo: se il vento cambia davvero, non esiste artificio in grado di salvarti dall’opposizione.

In definitiva, a mio avviso quella che abbiamo vista finora non è solo una reazione sbagliata, è un segnale di fragilità strutturale del modello Meloni.

Dall’altra parte della barricata, nel cosiddetto Campo Largo, l’entusiasmo è comprensibile, tanto che sembra di rivivere il clima della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. 

A tal riguardo ho già avuto modo di scrivere che ritengo un errore pensare che l’esito del Referendum sia un parametro idoneo per determinare gli attuali – e quelli che saranno nel futuro – rapporti di forza fra Destra e Sinistra. 

Allo stesso modo, è un errore pensare che il problema principale sia decidere chi sarà il “Capo”. 

Non che la sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sia irrilevante (chissà se tra i due litiganti il terzo gode…), ma se a gauche pensano che basti un nome ed un gazebo delle primarie per risolvere tutto, sbagliano di grosso. 

E, soprattutto, mi auguro che non tentino di nascondere le divergenze strutturali sotto il consueto programma-fiume di 300 pagine dove convive tutto ed il contrario di tutto.

Io, e spero molti italiani, non mi accontenterei di formule fumose. 

La sinistra dovrà mettere nero su bianco risposte chiare su temi che non ammettono ambiguità:

Il sostegno  anche militare all’Ucraina, senza “se” e senza “ma”, resterà nel programma?

Il rafforzamento della difesa europea (Rearm Europe) sarà una priorità?

La fedeltà alla NATO e all’UE sarà fuori discussione?

Ci sarà una posizione netta contro l’immigrazione illegale?

Sul debito pubblico, vedremo serietà o nuovi sussidi stile Superbonus e Reddito di Cittadinanza?

Il contrasto all’antisemitismo sarà fermo?

La sicurezza delle città sarà al centro dell’attenzione?

La patrimoniale verrà proposta? Ed in che termini?

La “politica della casa” sarà per caso quella di Ilaria Salis?

Queste sono le risposte ineludibili per governare seriamente un Paese. 

E date le profonde “diversità di vedute” tra PD, 5 Stelle, AVS e Italia Viva, non credo proprio che per il Campo Largo sarà una passeggiata di salute.

In conclusione, il post-referendum non concede a nessuno il lusso della distrazione. 

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento della scelta: se intende davvero puntare alla riconquista di Palazzo Chigi nel 2027, non può limitarsi a “far passare la nottata” sperando in congiunture astrali favorevoli od in riforme elettorali di facciata. 

Serve un cambio di passo visibile, una capacità di governo che vada oltre la gestione dei fedelissimi, e che sappia dare risposte concrete ad un elettorato che ha dimostrato di non essere disposto a firmare cambiali in bianco.

Dall’altra parte, il Campo Largo farebbe bene a raffreddare i bollori dei festeggiamenti. 

L’entusiasmo è un carburante prezioso, ma da solo non costruisce una coalizione di governo credibile. 

Il rischio, già visto troppe volte nella storia della sinistra italiana, è quello di scambiare un segnale di malcontento verso l’avversario per un consenso cieco verso se stessi. 

In politica, come nella caccia, è sempre un errore fatale vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso. 

E quell’orso, per quanto ferito, è ancora ben lontano dall’essere domato.

Umberto Baldo

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