Condanna a Meta e Google: il verdetto che svela il lato oscuro dei social (e delle famiglie)

Meta e Google: la sentenza americana e la nostra ipocrisia digitale
Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente irritante negli americani: ogni tanto prendono una cosa che tutti vedono da anni, la mettono davanti a un giudice e… zac, diventa realtà giuridica.
Stavolta è toccato ai social: creano dipendenza.
Scoperta sensazionale, più o meno come stabilire che l’acqua bagna.
La recente sentenza di una Giuria popolare di Los Angeles contro Meta e Google, con tanto di milioni di dollari di risarcimento, non dice nulla che un genitore minimamente sveglio non abbia già capito.
Ma fa una cosa che in Europa ci sogniamo: inchioda qualcuno alle proprie responsabilità.
Qui da noi, invece, si preferisce organizzare convegni, tavole rotonde e qualche hashtag indignato.
Poi tutti a casa, possibilmente a scrollare.
Io stesso ho resistito a lungo ai social come si resiste alle televendite notturne: con un misto di diffidenza e senso del ridicolo.
Per anni non li ho scaricati. Poi ho ceduto.
Non per debolezza, ma per necessità: se vuoi capire la società di oggi, devi sporcarti le mani lì dentro.
È come studiare l’antica Roma senza aver mai visto una strada lastricata o un acquedotto, o una città come Pompei. Semplicemente non funziona
E una volta entrato capisci subito il trucco.
Non è che i Social “creino dipendenza” in senso generico.
Sono costruiti scientificamente per non farti uscire.
Scroll infinito, contenuti calibrati, notifiche che arrivano al momento giusto.
Non è un vizio, è un progetto industriale.
Altro che libertà dell’utente: qui l’utente è il prodotto.
Il punto più basso, però, a mio avviso lo tocchi su TikTok.
Non perché sia “più cattivo” degli altri, ma perché è più onesto nella sua funzione: ipnotizzare.
Una sequenza infinita di video sempre più brevi, sempre più stupidi, sempre più aggressivi.
Un flusso continuo che non lascia spazio al pensiero, figuriamoci al dubbio.
È l’equivalente digitale delle patatine: una tira l’altra, solo che qui a essere fritto è il cervello.
E dentro questo flusso, negli ultimi anni, è successo qualcosa di ancora più interessante, o più inquietante, dipende dai gusti.
La sessualità è uscita dalla porta dell’educazione ed è rientrata dalla finestra dell’intrattenimento.
Ma non quella edulcorata o allusiva.
No, qui siamo alla pornografia linguistica quotidiana: termini espliciti, descrizioni tecniche, foto e immagini, discussioni che sconfinano nella ginecologia fai-da-te.
Interviste per la strada in cui le domande sono del tipo: “ti piace lungo o grosso?”, “preferisci il primo o il secondo canale? “la tua f… puzza?” “ti piace depilata o glabra?”, e simili quesiti “esistenziali”.
Il tutto senza filtri, senza contesto, senza età.
A questo punto viene da chiedersi: ma di cosa stiamo parlando quando invochiamo l’educazione sessuale nelle scuole?
Davvero pensiamo che un’ora di lezione, magari tra l’imbarazzo generale e qualche genitore scandalizzato, possa competere con ore e ore di contenuti espliciti consumati in solitudine, sullo schermo di uno smartphone?
Tuttavia, ridurre l’ipocrisia digitale alla sola sfera della sessualità o del nudo sarebbe un errore di prospettiva. Il problema è più profondo e riguarda una sorta di anestesia del decoro.
Mi è capitato di recente, in un pomeriggio qualunque, di osservare un gruppo di giovanissimi su una panchina. Non stavano guardando contenuti “proibiti” nel senso classico, ma erano ipnotizzati dal video di un camionista che commentava il proprio viaggio. La colonna sonora? Un flusso ininterrotto di bestemmie così creative, volgari e livorose da far arrossire persino un veneto doc come me, abituato a considerare certe espressioni quasi come un discutibile intercalare regionale.
Eppure quei ragazzi ridevano. Per loro quella violenza verbale gratuita era puro intrattenimento.
Qui l’algoritmo non fallisce, anzi: trionfa.
Perché la volgarità genera engagement, e l’engagement è l’unica moneta che Meta e Google riconoscono, a discapito di qualsiasi senso del limite.
Ecco dove la nostra ipocrisia trionfa: mentre i colossi tech si affannano a censurare un capezzolo od una parola fuori posto in un dibattito politico, permettono che la violenza verbale gratuita e la volgarità più becera diventino l’intrattenimento di base per le nuove generazioni.
È la democratizzazione del degrado, servita su uno schermo ad alta risoluzione.
Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa a Mark Zuckerberg o a Sundar Pichai.
La verità è che questi contenuti arrivano agli occhi dei più giovani perché hanno trovato un terreno fertile, spianato da una resa educativa senza precedenti.
Siamo di fronte ad una generazione di genitori sempre meno attenti e sempre più inclini a cedere.
È la politica del “minor sforzo”: dare lo smartphone in mano a un figlio per avere dieci minuti di silenzio, per evitare un capriccio, per non dover gestire un confronto.
Abbiamo scambiato la nostra autorità con la pace domestica, lasciando che siano i feed di TikTok o YouTube a fare da babysitter.
E la scuola? Spesso arranca, stretta tra programmi ministeriali giurassici e la paura di scontrarsi proprio con quei genitori che, al primo brutto voto o alla prima nota per comportamento scorretto, preferiscono difendere l’indifendibile errore del figlio piuttosto che l’istituzione.
Se Meta e Google sono i padroni del castello, noi siamo quelli che hanno lasciato le porte aperte e spento le luci.
La sentenza americana ci dice che le regole del mercato vanno cambiate, ed è sacrosanto.
Ma nessuna sentenza potrà mai sostituire il ruolo di un genitore che dice “no”, o di una comunità che si scandalizza ancora davanti alla volgarità gratuita.
Finché continueremo a delegare l’educazione dei nostri figli ad un algoritmo, non potremo lamentarci se il risultato sarà un mondo filtrato da una bestemmia creativa o da un contenuto vuoto.
L’ipocrisia non è solo dei colossi tech; è soprattutto nostra.
E allora, ripeto, ben venga la sentenza della giuria popolare americana.
Non perché scopra qualcosa, ma perché mette un prezzo a tutto questo.
Un prezzo economico, che è l’unico linguaggio che queste piattaforme capiscono davvero.
Resta da vedere se basterà.
Perché il rischio è che si paghino i danni come si paga una multa, continuando esattamente come prima.
Con la differenza che nel frattempo un’altra generazione crescerà dentro questo meccanismo perfetto, dove tutto è disponibile, tutto è immediato e nulla è davvero compreso.
E noi qui, a discutere se sia il caso o meno di spiegare ai ragazzi come funziona il corpo umano, mentre loro hanno già fatto un corso accelerato… direttamente su TikTok.
Senza esame finale, ma con effetti collaterali piuttosto evidenti.
Umberto Baldo










