17 Marzo 2026 - 9.55

Hormuz, lo stretto che tiene in ostaggio l’economia mondiale

Umberto Baldo

In queste ore molti leader europei ripetono una formula rassicurante: “la guerra nel Golfo è una questione fra Stati Uniti, Israele ed Iran”.

Formalmente è vero. 

La NATO non è coinvolta e difficilmente potrebbe esserlo: il trattato del Nord Atlantico è un patto difensivo, non uno strumento per gestire conflitti regionali lontani dall’Europa.

Ma tra il dire che non siamo in guerra ed il convincersi che ciò che accade nel Golfo non ci riguardi, la distanza è enorme.

Per capirlo basta guardare una carta geografica.
E soprattutto un nome: Stretto di Hormuz.

Chi controlla o minaccia Hormuz non controlla soltanto un passaggio marittimo. 

Controlla una delle leve più sensibili dell’economia mondiale. 

Da quel tratto di mare passa una quota gigantesca del petrolio e del gas che alimentano industrie, trasporti e sistemi energetici di mezzo pianeta.

Se quello stretto si blocca, o anche solo se il traffico viene rallentato, gli effetti arrivano immediatamente ai mercati finanziari, ai prezzi dell’energia, ed alla stabilità economica globale. 

Non è teoria: è già successo negli anni Settanta con gli shock petroliferi.

Per questo negli Stati Uniti, dalla Seconda guerra mondiale in poi, Democratici e Repubblicani hanno sempre condiviso una convinzione strategica: “impedire che una potenza ostile possa ricattare il mondo bloccando le esportazioni energetiche dal Golfo Persico è un interesse nazionale vitale”.

Il punto non nasce dunque dalle pressioni israeliane o da una particolare inclinazione bellicista della Casa Bianca. 

Nasce da una logica di potenza molto più semplice: se un attore regionale può minacciare la chiusura di Hormuz, possiede una leva enorme sull’economia globale.

Ed è esattamente ciò che l’Iran sta cercando di dimostrare.

Con attacchi missilistici e droni, Teheran ha già dimostrato di poter disturbare il traffico marittimo e costringere alcuni Paesi del Golfo a ridurre temporaneamente la produzione energetica. 

Ma il problema non riguarda solo petrolio e gas.

Il Golfo è anche uno dei principali poli mondiali di produzione di fertilizzanti. Se il commercio venisse seriamente interrotto, l’impatto arriverebbe fino all’agricoltura globale: prezzi più alti per i fertilizzanti, agricoltori sotto pressione, e Paesi poveri espulsi dal mercato.

È per questo che la guerra in corso non può essere letta solo come una crisi nucleare.

Il nucleare iraniano è certamente il detonatore immediato.
Ma la posta in gioco reale è molto più ampia.

Ecco perché, a questo punto, alla terza settimana di guerra, gli Stati Uniti stanno facendo la domanda inevitabile: “E voi europei cosa fate?”.

Non è una provocazione. È la logica elementare delle alleanze.

Per quanto tempo potremo ignorarla?

Per decenni l’Europa ha beneficiato della sicurezza delle rotte energetiche garantita dalla potenza navale americana. 

Quel sistema ha consentito ai Paesi europei di commerciare, crescere ed approvvigionarsi di energia senza dover sostenere direttamente i costi militari della sicurezza marittima globale.

Ma quando quella sicurezza viene messa in discussione, il tema cambia.

Se l’Iran dimostrasse di poter bloccare o anche solo minacciare stabilmente Hormuz, la domanda strategica diventerebbe inevitabile: chi garantisce la libertà di navigazione in uno dei corridoi commerciali ed energetici più importanti del pianeta?

Ripeto, da Hormuz passa circa un quinto del petrolio mondiale ed una quota analoga del commercio globale di gas naturale liquefatto. 
Anche se l’Europa dipende meno direttamente da quei flussi rispetto all’Asia, una crisi prolungata farebbe comunque esplodere i prezzi energetici e colpirebbe la crescita, con inflazione ed instabilità economica del nostro Continente.

Non è quindi una questione lontana.

È una questione di sicurezza economica europea.

E qui emerge una contraddizione sempre più evidente: molti governi europei continuano a definire la crisi del Golfo come una guerra “americana”, ma allo stesso tempo contano implicitamente sul fatto che siano ancora gli Stati Uniti a garantire la sicurezza del sistema energetico mondiale.

Il problema è che questo equilibrio sta diventando sempre più fragile.

Lo si è visto anche nelle ultime settimane: mentre Washington discute sulla creazione di una coalizione navale per riaprire le rotte nel Golfo, i principali Paesi europei hanno mostrato scarsa disponibilità ad un coinvolgimento militare diretto nella regione. 

È il classico paradosso europeo: dipendenza strategica senza responsabilità strategica.

Ma la questione non riguarda solo Hormuz.

C’è un altro effetto, più profondo e più pericoloso, che questo conflitto potrebbe produrre.

Se oltre agli attori direttamente coinvolti, la comunità internazionale – ed in particolare l’Europa – non assumerà iniziative politiche credibili, il rischio è quello di consolidare una nuova prassi nelle relazioni internazionali: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario di gestione delle rivalità strategiche.

La logica dell’anticipazione militare, del colpire prima che la minaccia maturi, sta già diventando un paradigma ricorrente.

Lo abbiamo visto con l’ invasione russa dell’Ucraina del 2022.
Lo vediamo oggi nello scontro con l’Iran.

Ogni precedente rafforza il successivo.
Ogni giustificazione amplia il perimetro dell’ammissibile.

E allora non ci si potrà sorprendere se domani la stessa logica verrà evocata altrove: a Taiwan, o nei Paesi Baltici, o in altri punti sensibili dell’equilibrio globale.

Quando la deterrenza preventiva diventa norma, il sistema internazionale entra in una fase molto più instabile.

Concludendoil nucleare iraniano è il detonatore immediato della crisi.
Ma la posta in gioco reale è molto più ampia: la sicurezza delle rotte energetiche, l’equilibrio strategico del Medio Oriente, e la credibilità delle alleanze occidentali.

Per questo l’Europa non può limitarsi ad osservare il conflitto da spettatrice.

Perché se lo Stretto di Hormuz diventa il luogo dove si decide l’equilibrio energetico del mondo, fingere che sia una guerra lontana non è prudenza diplomatica.

E’ semplicemente auto illusione.

E quando il petrolio dovesse smettere di passare da Hormuz, l’Europa scoprirà che la geopolitica non è un talk show.

Umberto Baldo

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