16 Marzo 2026 - 10.15

Cuba, l’ora della verità. L’Avana tratta con Washington. Il crepuscolo della rivoluzione

Guardando alla vicenda cubana – quella ferita mai davvero rimarginata nei rapporti fra gli Stati Uniti ed il regime comunista dell’Avana, mi capita spesso di parafrasare un celebre verso di Dante:  non più “Poscia più che il dolor potè il digiuno”, ma piuttosto “Poscia più che l’onor potè il digiuno”.

Perché la politica come la vita può reggersi su molte cose: ideali, orgoglio, propaganda, perfino miti rivoluzionari. 

Ma quando la gente non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, quando l’elettricità sparisce per venti ore al giorno, e le medicine diventano un miraggio, allora anche l’onore rivoluzionario comincia a perdere smalto.

Certo, puoi ancora cercare di riempire le piazze gridando “El pueblo unido jamás será vencido.
Puoi anche evocare l’epopea della Sierra Maestra, i barbudos, la rivoluzione del 1959, le icone ormai scolpite nella leggenda come Fidel Castro e Che Guevara.

Ma purtroppo non si vive di soli miti. 

Confesso una cosa.
Nel cassetto di casa conservo ancora una vecchia maglietta con il volto del Che Guevara.

Per noi ragazzi di quella generazione era quasi inevitabile. 

Il Che rappresentava il mito dell’eroe puro, del rivoluzionario disinteressato, dell’uomo che sfida il potere e paga con la vita la propria coerenza.

Anni fa lo ricordai in un editoriale citando il verso latino “Muore giovane chi agli dei è caro”(https://www.tviweb.it/muore-giovane-chi-agli-dei-e-caro-il-mito-di-che-guevara/).

Una frase che riassume bene la potenza simbolica di quella figura: il Che non è diventato una leggenda solo per quello che ha fatto, ma soprattutto perché la storia lo ha fermato nel momento in cui gli eroi non invecchiano.

Il problema, però, è che i miti vivono di simboli, ma i Paesi reali devono vivere di pane, energia e medicine.

Detta brutalmente, con i “santini” della Revoluciòn non si mangia, e neppure si accendono le luci.

Il problema di Cuba oggi è che la storia non si ferma mai. 

Ed anche le rivoluzioni, prima o poi, devono fare i conti con i decenni che passano.

La Cuba che per oltre mezzo secolo è stata il bastione del comunismo a novanta miglia dalla Florida, viveva dentro un mondo che non esiste più. 

L’Unione Sovietica è scomparsa nel 1991. 

Il blocco comunista si è dissolto con la caduta del Muro di Berlino.
E perfino i vecchi alleati latinoamericani hanno cominciato a traballare.

Per anni l’isola ha resistito solo wgrazie al petrolio venezuelano. 

Ma dopo il cambio di scenario a Caracas, e la caduta di Nicolás Maduro, quella valvola di ossigeno si è chiusa di colpo.

A quel punto è entrata in scena la politica della pressione totale della Casa Bianca, guidata da un  Donald Trump aggressivo, che ha deciso di colpire Cuba nel suo punto più vulnerabile: l’energia.

Blocco del petrolio, trasporti paralizzati, blackout quotidiani, turismo in caduta libera.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Paese che sprofonda lentamente in una crisi economica e sociale sempre più grave, senza che alleati storici come Russia e Cina offrano qualcosa di più di una bella pacca sulle spalle. 

E qui arriva il punto politico più interessante.

Il presidente cubano Miguel Díaz‑Canel, in una delle sue rare apparizioni televisive, ha ammesso pubblicamente ciò che fino a poche settimane fa veniva negato: sono in corso colloqui con Washington.

Non contatti marginali, non dialoghi tecnici, colloqui politici veri.

In questa nuova fase, dietro le quinte si muovono personaggi curiosi: da un lato il segretario di Stato americano Marco Rubio, figlio di esuli cubani; dall’altro Raúl Guillermo Rodríguez Castro, il nipote di Raúl Castro, che rappresenta una generazione di dirigenti molto meno ideologica e molto più interessata agli affari.

Tradotto dal linguaggio diplomatico: la rivoluzione cubana sta cercando una via d’uscita.

Non necessariamente una resa.   Piuttosto una trasformazione controllata.

Secondo diverse indiscrezioni, Washington starebbe lavorando ad un accordo economico che permetta l’apertura dell’isola agli investimenti americani in settori chiave come porti, energia e turismo.

In cambio, il regime potrebbe accettare una transizione graduale, forse persino l’uscita di scena di Díaz-Canel.

In fondo, proprio l’esempio del Venezuela autorizza i vertici cubani  a nutrire qualche speranza: là Maduro è finito in carcere, ma tutti gli altri sono rimasti ai propri posti, per quanto spietati fossero stati nel ruolo di collaboratori dell’autocrate.

E la famiglia Castro?

Paradossalmente potrebbe restare sull’isola. 

Una sorta di pensionamento dorato della rivoluzione.

È il realismo della geopolitica: nessuno vuole davvero un crollo caotico a novanta miglia dalla Florida.

Naturalmente, a Miami molti esuli storici sognano ancora il giorno in cui il comunismo cubano cadrà come il Muro di Berlino. 

Ma la Casa Bianca sembra preferire una soluzione molto più pragmatica: aprire l’isola agli affari americani senza provocare un terremoto politico incontrollabile.

Resta però una domanda semplice, quasi brutale.

Quanto può durare ancora un regime che vive soprattutto di memoria?

La rivoluzione cubana è stata una delle grandi epopee del Novecento.
Ma oggi il problema non è la storia, il problema è il presente.

Se togli petrolio, elettricità e dollari ad un sistema politico, prima o poi la poesia finisce. 

Succede ai comunismi, succede anche alle democrazie. 

L’economia è molto meno romantica degli slogan.

Quando un Paese resta al buio, senza carburante e con i supermercati vuoti, gli slogan smettono semplicemente di funzionare.

E a quel punto, come scriverebbe Dantepiù dell’onore può il digiuno.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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