13 Marzo 2026 - 9.40

Da Ali il Comico ai deepfake. La guerra delle bugie corre sui social

Umberto Baldo

L’umanità ha sempre fatto la guerra in due modi: con le armi e con le parole. Solo che una volta le parole arrivavano dopo settimane di viaggio a cavallo, mentre oggi arrivano prima ancora che la polvere dell’esplosione si posi a terra. Progresso tecnologico, lo chiamano. 

A volte sembra più un acceleratore di sciocchezze.

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà il grottesco personaggio di Mohammed Saeed al-Sahhaf, il ministro della propaganda di Saddam Hussein, passato alla storia come “Ali il Comico”. 

Durante la guerra del 2003 assicurava in diretta televisiva che gli iracheni stavano respingendo gli americani mentre, alle sue spalle, i carri armati degli Stati Uniti entravano a Baghdad. Una scena talmente surreale da sembrare una parodia.

Il problema è che allora la propaganda era ancora relativamente facile da riconoscere. 

C’era un regime, un portavoce, ed una menzogna spesso piuttosto grossolana. 

Oggi la propaganda è diventata una nebulosa digitale: anonima, diffusa, moltiplicata da migliaia di account e spesso costruita con strumenti tecnologici che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza.

Con la guerra in Ucraina il fenomeno è esploso. 

Sui social network – da Facebook a Instagram, fino al più compassato LinkedIn – hanno iniziato a comparire profili improbabili, spesso con nomi falsi, che magnificavano le vittorie delle truppe russe o, all’opposto, esaltavano i successi dell’esercito ucraino. 

Una guerra parallela fatta di video, fotografie, testimonianze e analisi che spesso non avevano alcun rapporto con la realtà.

Con il conflitto di Gaza il fenomeno è diventato ancora più evidente. 

Gruppi Pro-Pal o apertamente simpatizzanti per Hamas hanno scatenato campagne virali contro Israele, alcune animate da sincera indignazione, altre chiaramente orchestrate ed ispirate da un antisemitismo viscerale.

Sul fronte opposto, reti di comunicazione legate allo Stato israeliano hanno risposto con la stessa intensità. 

Non si tratta più di semplice propaganda: è una vera battaglia narrativa, combattuta a colpi di post, video virali e hashtag.

Poi è arrivato il salto di qualità tecnologico.

La guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025 è stata definita da molti osservatori la prima guerra dell’intelligenza artificiale nello spazio informativo. 

Non perché i missili fossero guidati da algoritmi particolarmente sofisticati, ma perché la propaganda digitale ha raggiunto livelli industriali.

Secondo gli analisti dello European Digital Media Observatory, entrambe le parti hanno utilizzato in modo massiccio contenuti manipolati o completamente generati con l’IA. 

Video di città distrutte che non esistevano, immagini di caccia abbattuti che non erano mai stati colpiti, filmati presi da altri conflitti e riciclati come se fossero attuali.

Alcuni media iraniani hanno diffuso immagini delle presunte rovine di Tel Aviv dopo un attacco missilistico. Peccato si trattasse di deepfake creati artificialmente. 

Altri video mostravano il relitto di un caccia F-35 israeliano abbattuto dalla contraerea di Teheran. Anche in questo caso, pura fantasia digitale.

Il paradosso è che molti di questi contenuti hanno circolato indisturbati sulla piattaforma X (Twitter), spesso rilanciati da account con la famosa spunta blu. 

Non per convinzione ideologica, ma per un motivo molto più prosaico: i post virali generano visualizzazioni, e le visualizzazioni generano denaro.

La propaganda, insomma, non è più soltanto un’arma politica. 

È diventata anche un modello di business.

Secondo l’unità di verifica della BBC, durante le prime ore dei bombardamenti su Teheran sono circolati centinaia di video falsi: piogge di missili attribuite a città sbagliate, immagini satellitari manipolate, esplosioni digitalmente amplificate. 

In un caso, una scena tratta da un videogioco è stata presentata come un attacco reale.

Un tempo la propaganda richiedeva strutture statali, Ministeri, Uffici stampa ed apparati ideologici. 

Oggi basta un computer, un software di generazione video ed un account social.

Il risultato è una trasformazione profonda della guerra moderna. 

Accanto alla guerra combattuta con missili, droni e artiglieria, si è sviluppata una seconda guerra, invisibile ma non meno importante: quella per il controllo della percezione pubblica.

Chi controlla la narrazione controlla una parte del conflitto.

Il problema, naturalmente, non è solo tecnologico. 

È anche culturale. 

Una società che legge poco, studia meno, e consuma informazione in forma di brevi video o post da venti secondi, è inevitabilmente più vulnerabile alla manipolazione. 

E’ il terreno perfetto per i professionisti della disinformazione.

Nei secoli passati una menzogna impiegava settimane per diffondersi. 

Oggi impiega pochi minuti. E quando qualcuno riesce a smontarla, spesso ha già fatto milioni di visualizzazioni.

I fact-checker, le redazioni investigative e gli analisti di open-source intelligence cercano di ricostruire l’origine dei contenuti, verificare le immagini, smascherare i deepfake. 

È un lavoro prezioso, ma assomiglia sempre più ad una corsa in salita.

Perché la verità ha un piccolo difetto strutturale: richiede tempo, metodo e verifica. 

La propaganda, invece, richiede soltanto velocità e assenza di etica.

Ed è proprio la velocità il vero campo di battaglia del nostro tempo.

In fondo, la scena di Ali il Comico davanti ai carri armati americani faceva quasi sorridere. 

Era propaganda grossolana, perfino ingenua.

La propaganda digitale di oggi, invece, è molto più sofisticata. 

Non cerca necessariamente di convincere tutti. Le basta confondere molti.

E quando l’opinione pubblica è confusa, disorientata ed incapace di distinguere il vero dal falso, chi combatte – su qualunque fronte – ha già vinto metà della battaglia.

Umberto Baldo

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