13 Marzo 2026 - 9.38

Marghera. Trentasette licenziamenti ed un algoritmo. Il futuro è già arrivato

Umberto Baldo

A Marghera è successo qualcosa che fino a pochi anni fa apparteneva più alla fantascienza che alla cronaca economica. Trentasette lavoratori – ingegneri, informatici, personale altamente qualificato –licenziati in blocco. Non per crisi aziendale, non per delocalizzazione, non per una fusione industriale
Perché sono stati sostituiti dal’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE.
La vicenda riguarda la InvestCloud di Marghera, società americana attiva nella digitalizzazione dei servizi finanziari.
La filiale italiana, specializzata nel cosiddetto Digital Wealth, chiude.
Il lavoro che prima veniva svolto da team locali distribuiti in diversi Paesi verrà accentrato in pochi hub globali, e sempre più automatizzato grazie all’AI.
Tradotto dal linguaggio manageriale: il software costa meno delle persone.
Il caso ha colpito perché non riguarda operai di una catena di montaggio o addetti a mansioni ripetitive.
Qui parliamo di ingegneri, programmatori, specialisti della finanza digitale.
Profili che fino a ieri erano considerati il simbolo dell’occupazione del futuro.
Se anche loro possono essere sostituiti, diventa difficile sostenere che il fenomeno riguardi soltanto i lavori meno qualificati.
In realtà quello che è accaduto a Marghera è solo un piccolo frammento di una trasformazione molto più grande.
L’ Intelligenza artificiale non è una nuova tecnologia come tante altre.
È uno strumento che automatizza non solo il lavoro fisico, ma anche una parte crescente del lavoro intellettuale.
Scrivere codici, analizzare dati, preparare report, gestire servizi digitali; tutte attività che fino a ieri richiedevano squadre di professionisti, e che oggi possono essere svolte da sistemi automatizzati sempre più sofisticati.
Naturalmente non è la prima volta che la tecnologia cambia il mercato del lavoro.
La storia economica è piena di esempi simili: i telai meccanici, la catena di montaggio, l’automazione industriale, l’informatica.
Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto alcuni lavori e ne ha creati altri.
Ma c’è una differenza che rende questa fase più inquietante.
In passato le macchine sostituivano soprattutto la forza fisica dell’uomo.
Oggi iniziano a sostituire anche le sue competenze cognitive.
Non è più soltanto la fabbrica a cambiare. È l’intera struttura del lavoro.
Davanti a questo scenario la domanda che inevitabilmente emerge è sempre la stessa: cosa può fare lo Stato?
La risposta semplice – vietare o rallentare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale – è di tipo novecentesco, ed è anche la più irrealistica.
La tecnologia non si ferma con un decreto.
Se un Paese decide di bloccarla, altri la svilupperanno comunque.
E chi resta indietro non protegge i lavoratori: perde semplicemente competitività, investimenti e ricerca.
Il risultato sarebbe paradossale: meno innovazione e comunque meno lavoro.
L’alternativa non può però essere neppure il fatalismo tecnologico, vale a dire l’idea secondo cui il progresso è inevitabile, e quindi bisogna semplicemente accettarne le conseguenze.
La tecnologia non è una forza naturale. È il risultato di scelte economiche, politiche e sociali.
Per questo la vera questione non è se l’ Intelligenza artificiale debba esistere, ma come debba essere governata.
Probabilmente in Korea del Nord o in Cina il problema non se lo pongono, ma a mio avviso ci sono almeno tre terreni su cui lo Stato – e soprattutto l’Europa – non può permettersi di restare spettatore.
Il primo riguarda la formazione.
Se l’AI cambia il lavoro, allora la formazione non può più essere un episodio della vita, ma un processo continuo.
Il problema non è solo riqualificare chi perde il posto oggi, ma preparare milioni di lavoratori a professioni che ancora non esistono.
Il secondo riguarda la politica industriale.
Il caso InvestCloud mostra un punto debole evidente dell’Europa: le decisioni strategiche vengono prese altrove; negli Stati Uniti o nei grandi hub tecnologici globali.
I territori europei rischiano così di diventare semplici sedi operative, facilmente apribili e facilmente chiudibili.
Se l’Europa non sviluppa una propria strategia sull’ Intelligenza artificiale, il rischio è quello di restare una colonia tecnologica.
Il terzo terreno riguarda le regole del gioco. Non si tratta di impedire l’innovazione, ma di evitare che i suoi costi sociali ricadano interamente sui lavoratori.
Questo significa discutere seriamente di ammortizzatori sociali, di politiche attive del lavoro, di redistribuzione dei benefici della produttività tecnologica.
Poiché l’ Intelligenza artificiale produce enormi guadagni di efficienza, la domanda è semplice: chi li incassa?
Le imprese, gli azionisti ed i grandi gruppi tecnologici?
Oppure anche la società, i cittadini, che quella tecnologia contribuiscono a creare e sostenere?
La vicenda dei trentasette lavoratori di Marghera non cambierà da sola il destino del lavoro nel mondo.
Non la giudico una rivoluzione, quanto piuttosto un segnale.
Uno di quei segnali che arrivano all’inizio delle grandi trasformazioni.
Per anni abbiamo discusso dell’intelligenza artificiale come di un tema astratto, quasi filosofico.
Oggi, invece, comincia a entrare nelle vertenze sindacali, nelle assemblee dei lavoratori, nelle cronache locali.
Il futuro, in fondo, non arriva mai tutto insieme.
Comincia sempre con una storia piccola.
Magari con trentasette licenziamenti in una zona industriale di Marghera.
Umberto Baldo

Potrebbe interessarti anche:

Marghera. Trentasette licenziamenti ed un algoritmo. Il futuro è già arrivato | TViWeb Marghera. Trentasette licenziamenti ed un algoritmo. Il futuro è già arrivato | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy