La leggerezza insopportabile di Infantino: il calcio mondiale allo sbando

di Luca Faietti
Ci sono dichiarazioni che riescono a essere contemporaneamente banali, irritanti e rivelatrici. Quella di Gianni Infantino sulla partecipazione dell’Iran national football team ai prossimi FIFA World Cup 2026 appartiene esattamente a questa categoria.
In visita alla White House, il presidente della FIFA ha raccontato con evidente soddisfazione che Donald Trump gli avrebbe garantito che la nazionale iraniana sarà “naturalmente benvenuta” negli Stati Uniti per disputare il torneo organizzato insieme a Mexico e Canada. E lo ha fatto con il tono di chi annuncia una piccola vittoria diplomatica, come se il presidente della FIFA fosse diventato improvvisamente un mediatore tra potenze e il calcio il tavolo di una trattativa internazionale.
Il problema non è che l’Iran partecipi ai Mondiali. Se si qualifica, gioca. Funziona così nello sport e nessuno mette in discussione questo principio. Il problema è il modo in cui Infantino continua a raccontare il calcio come una passerella personale, dove ogni incontro con un leader politico diventa materiale per un post celebrativo e ogni frase assume l’aria di una dichiarazione storica.
È un copione che ormai conosciamo bene. Il presidente della FIFA si muove tra palazzi del potere e capitali del mondo come un capo di Stato senza Stato, dispensando sorrisi, selfie e messaggi rassicuranti sull’unità universale del calcio. Peccato che questa retorica da manuale della diplomazia sportiva finisca quasi sempre per suonare vuota, se non addirittura grottesca.
Dire che l’Iran sarà “naturalmente benvenuto” negli Stati Uniti non è una formula neutra. È una frase che ignora deliberatamente il contesto politico, le tensioni internazionali e la complessità dei rapporti tra Washington e Teheran. È la semplificazione perfetta di chi preferisce trasformare una questione delicata in uno slogan da social, perché lo slogan è più utile all’immagine personale di chi lo pronuncia.
Infantino sembra non percepire quanto tutto questo possa apparire offensivo per l’intelligenza del pubblico. Non è la prima volta. Da quando è arrivato al vertice della FIFA ha progressivamente trasformato la presidenza dell’organizzazione in un continuo esercizio di autopromozione globale, dove il confine tra diplomazia, marketing e narrazione personale diventa sempre più indistinto.
Il punto, però, è più ampio della singola dichiarazione. Il calcio mondiale ed europeo sono ormai governati da una classe dirigente che vive di equilibri politici, relazioni di potere e interessi economici giganteschi. In questo sistema contano le alleanze, le fotografie con i leader, i rapporti con i governi, molto più della credibilità istituzionale o della sobrietà che un ruolo come quello di presidente della FIFA dovrebbe imporre.
Infantino non è un incidente. È il simbolo perfetto di questo modello. Un dirigente dalle mille facce, capace di adattarsi a ogni contesto e a ogni interlocutore, sempre pronto a presentarsi come garante universale del calcio globale mentre costruisce, passo dopo passo, la propria immagine di protagonista della scena internazionale.
Il problema è che, mentre lui recita questa parte, il calcio continua a perdere autorevolezza. E ogni dichiarazione come quella rilasciata dalla Casa Bianca rende sempre più evidente una verità scomoda: lo sport più popolare del pianeta è finito nelle mani di dirigenti che parlano come diplomatici improvvisati e si comportano come influencer del potere. Con il risultato che, a forza di parole solenni e sorrisi istituzionali, finiscono per rendere tutto terribilmente ridicolo.










