E se Trump non stesse improvvisando? La partita contro Mosca e Pechino

Umberto Baldo
Donald Trump è uno di quei personaggi che ti costringe a fare ginnastica mentale.
Un giorno sembra un venditore di pentole con il pulsante nucleare, il giorno dopo un freddo giocatore di scacchi che muove i pezzi mentre tutti guardano il ciuffo.
Di lui si dice tutto: narciso, egocentrico, pacifista a parole e incendiario nei fatti, perfino matto o squilibrato.
Eppure, se si prova a togliere il rumore di fondo delle sue rodomontate televisive e dei post su Truth, resta una domanda scomoda: e se dietro quell’atteggiamento sbruffone ci fosse un disegno politico coerente?
Partiamo dall’ultima mossa: l’affiancamento a Israele nell’attacco “finale” contro l’Iran.
Finale è parola grossa, perché in Medio Oriente il “finale” è solo l’intervallo fra due atti di una tragedia.
Però a questo punto una cosa è chiara: gli Ayatollah hanno probabilmente sottovalutato l’uomo che siede alla Casa Bianca.
E’ vero, Trump può dire molte cose, spesso scollegate od anche risibili, ma quando fissa un obiettivo tende a crederci davvero.
E sulla politica estera ha sempre mostrato una linea sorprendentemente costante.
A Teheran devono aver pensato di poter tirare la corda all’infinito nelle trattative di Ginevra.
Di poter guadagnare tempo. Di poter continuare ad arricchire uranio oltre ogni soglia compatibile con usi civili raccontando al mondo che si trattava solo di centrali elettriche.
Certo, Lavrov può anche fingere di crederci, ma non è che il Ministro degli Esteri di Putin sia la bocca della verità.
Israele, dal canto suo, aveva già chiarito l’obiettivo: impedire che il regime iraniano arrivasse alla “bomba”.
E su questo punto anche Trump era stato netto fin dall’inizio del mandato: la Repubblica islamica non avrà mai un ordigno nucleare.
Non “preferiremmo di no”, non “vedremo”, “Mai”.
Poi c’è un fattore che a Teheran hanno sicuramente sottostimato: la memoria lunga degli ebrei.
Il 7 ottobre 2023 non è stato un episodio.
È stato uno spartiacque.
Un pogrom moderno, con 1200 tra civili e militari israeliani uccisi e circa 250 rapiti, sotto l’evidente regia iraniana attraverso Hamas.
Pensare che Israele potesse archiviare tutto come una tragica parentesi era semplicemente irrealistico.
Da quel giorno la neutralizzazione del regime iraniano è salita in cima all’agenda di Tel Aviv.
Hamas, Hezbollah, Jihad islamica, Houthi: il “cerchio di fuoco”, costruito negli anni da Khamenei a suon di soldi ed armi per strangolare Israele e sabotare gli Accordi di Abramo, a distanza di due anni, quei gruppi hanno subito colpi durissimi, ed il loro regista è stato eliminato.
Il progetto della “Mezzaluna sciita”, pensato per l’egemonia regionale, è collassato sotto il peso della propria aggressività.
Le proteste interne, la repressione dei Pasdaran, l’isolamento internazionale hanno solo accelerato un processo già innescato da quella scelta fatale del 7 ottobre.
Senza partire da lì, è impossibile capire ciò che accade oggi.
Esiste un limite oltre il quale la deterrenza non funziona più.
Quando viene superato, chi si percepisce minacciato passa all’azione.
E l’Iran, con la sua proiezione militare e la corsa al nucleare, non è una minaccia solo per Israele.
In questo quadro, Trump ha assunto il ruolo del “regolatore dei conti”.
Non con la cautela di un diplomatico ottocentesco, ma con l’impatto di un terremoto che produce inevitabili scosse d’assestamento.
In ciò favorito dal fatto che si percepisce come il riscossore dei crediti dell’America, il vendicatore dei torti subiti, l’esecutore di un’idea di grandezza nazionale.
Carattere? Certo.
Ma forse anche strategia.
C’è però un elemento che riguarda più noi europei che Teheran.
Noi facciamo fatica a capire Trump perché ragioniamo ancora con categorie novecentesche: diplomazia paziente, comunicati felpati, equilibri multilaterali, tavoli permanenti. Lui no. Lui usa la pressione, l’ambiguità, l’eccesso verbale come strumenti negoziali.
Per noi è scomposto. Per lui è metodo.
E questa distanza culturale ci rende spesso spettatori disorientati, incapaci di anticiparne le mosse, e quindi costretti a inseguirle.
Perché se si guarda la mappa, dal Venezuela all’Iran, emerge una logica: colpire gli anelli della catena che lega Mosca e Pechino ai loro alleati energetici e militari.
In poche mosse, Washington ha indebolito due fonti fondamentali di approvvigionamento petrolifero per la Cina, ed ha privato la Russia di partner strategici.
Per quanto mi sforzi, faccio fatica a pensare che sia solo una coincidenza.
Trump resta divisivo, e continuerà a esserlo.
Ma liquidarlo come un improvvisatore rischia di essere un errore analitico.
A volte il tono è teatrale, quasi caricaturale.
Però sotto il palcoscenico può esserci una regia molto più fredda di quanto piaccia ammettere.
E nella storia, spesso, i leader che sembrano più istintivi sono quelli che hanno studiato meglio la partita.
Umberto Baldo










