18 Settembre 2021 - 23.41

Tre omicidi in pochi giorni, quando la violenza sulle donne diventa un fenomeno culturale

Il 5 settembre i sogni di Chiara Ugolini, una ragazza ventisettenne appassionata di pallavolo, sono stati infranti nella sua abitazione di Calmasino di Bardolino nel veronese, da un vicino di casa pregiudicato, che l’ha uccisa.
A colpire è anche il modo barbaro in cui è avvenuto l’omicidio, perchè nella bocca della giovane è stato trovato uno straccio intriso di liquidi corrosivi.
Solo cinque giorni dopo, il 10 settembre, in quel di Noventa Vicentina, a trovare la morte per mano del marito, un uomo di 61 anni che non aveva accettato la decisione della moglie di lasciarlo, è stata Rita Amenze, 35 anni di origine nigeriane, freddata con quattro colpi di pistola, di cui tre al volto, di prima mattina davanti all’ingresso della fabbrica dove lei stava per iniziare il suo turno.
Altri cinque giorni e la scia di sangue dei femminicidi in Veneto si è allungata a Valdimolino di Montecchio Maggiore con la morte di Alessandra Zorzin, parrucchiera ventunenne con una figlia di tre, anche lei vittima di un colpo di pistola al volto sparato da una guardia giurata di Vigodarzere, che poi si è suicidato. In questo caso non è ancora chiaro il movente del delitto.
Cosa sta succedendo nel nostro Veneto?
I femminicidi non sono una particolarità veneta, sono purtroppo diffusi in tutta Italia, e ogni anno la conta delle vittime è impressionante.
Per quanto riguarda la nostra Regione a colpire è senz’altro la rapida successione di tre giovani vite spezzate in una manciata di giorni, e il particolare agghiacciante dei colpi di arma da fuoco al volto mostra l’efferatezza di questi uomini, che sembrano esprimere la volontà di cancellare l’identità delle vittime.
Non credo sia eccessivo parlare dei femminicidi come di una piaga sociale, che assume sempre più i contorni di una strage quotidiana.
Il fenomeno non è solo italiano, ed in Europa i record negativi si riscontrano in Lettonia, Lituania, Ungheria, ed anche in Germania.
La matrice è quasi sempre la stessa: un marito, un compagno, un ex fidanzato, incapaci di accettare e rispettare la libertà e l’indipendenza delle donne, in particolare quando queste decidono di porre fine ad un matrimonio o ad una relazione.
E allora scatta la gelosia, che si trasforma poi in odio, in violenza, e quindi in volontà di uccidere.
Ma quasi sempre il femminicidio è solo l’epilogo di una lunga storia fatta di violenze domestiche continue, di umiliazioni, di botte, di stupri.
E purtroppo per una donna che ha il coraggio di denunciare le violenze subite, ce ne sono altre che si sono talmente abituate ai soprusi che tendono a giustificare l’aguzzino che le tormenta: “se mi picchia vuol dire che tiene a me”, oppure “sì qualche volta mi dà uno schiaffo, un pugno o un calcio, ma in fondo non mi fa mancare nulla”.
Le donne provano a urlare il loro dolore, le loro richieste di aiuto, la loro solitudine. Molte si danno anche da fare attraverso comitati, incontri, manifestazioni, interviste. Fanno tutto ciò che è possibile per segnalare la gravità di una situazione che invece di migliorare peggiora con il passare del tempo.
Situazione che si è ulteriormente aggravata durante la pandemia, che da un lato ha fatto aumentare la rabbia e la violenza degli uomini e dall’altro, con le restrizioni e la costrizione entro le mura di casa, ha portato ad una crescente insicurezza economica, e ad una maggiore vulnerabilità delle donne.
Ad ogni donna uccisa o violata assistiamo al solito coro di voci che spesso suonano come vuota retorica.
Io credo non si possa più nascondersi dietro al solito dito, e si debba prendere atto che la nostra cultura, in mille modi, rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne sia quasi nell’ordine delle cose.
In quest’ottica il femminicidio è il frutto di relazioni storicamente diseguali fra uomo e donna.
Ecco perchè non ha senso parlare di emergenza, perchè non si tratta di un’emergenza, in quanto il problema della violenza sulle donne è un fenomeno strutturale, sistemico, che attraversa Paesi, continenti, culture e religioni diverse.
I tre femminicidi veneti evidenziano che non si tratta di un problema lontano da noi, che riguarda solo un certo tipo di maschio.
Gli uomini che hanno sparato dimostrano che la violenza è trasversale ad ogni classe sociale, economica e culturale.
Quegli uomini non sono pazzi, sono i nostri vicini di casa, sono i nostri colleghi di lavoro, talvolta i nostri parenti, e forse per questo spesso le donne che denunciano non vengono credute.
Quindi è perfettamente inutile invocare ad ogni caso di cronaca un inasprimento delle pene, perchè il femminicidio non può essere affrontato come una questione di ordine pubblico.
La violenza in generale sulle donne è un fenomeno di tipo culturale, e come tale deve essere approcciato.
Cominciando dalla scuola, e finendo alla comunicazione.
La scuola è un fondamentale momento di socializzazione e di crescita dei ragazzi e delle ragazze, per cui ritengo imprescindibile includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere, e il diritto all’integrità personale.
Tutto ciò coinvolgendo gli studenti, valorizzando le loro esperienze dirette, le loro opinioni, i loro punti di vista.
Dò per scontato che anche i genitori facciano la loro parte, evitando che i loro figli assistano a scene di litigi o violenze domestiche, perchè è noto che i ragazzi che sono costretti a vivere tali situazioni tendono a replicarle da adulti.
Molto deve essere poi fatto sul mondo dei media, e sul problema dell’accesso a certi siti da parte dei minori.
Non è possibile che ragazzi delle elementari e delle medie, personalità ancora in formazione, possano navigare liberamente ad esempio in siti pornografici, in cui le donne sono ridotte a meri strumenti sessuali, sottomesse a qualsiasi voglia del maschio, costrette a subire col sorriso sulle labbra qualsivoglia turpitudine.
Infine anche la comunicazione deve fare la propria parte.
Spesso infatti giornali e mass media, fondamentali veicoli per informare e dare visibilità al fenomeno, sono al tempo stesso lo specchio di preconcetti e pregiudizi, come accade ad esempio nei casi di violenza sessuale su una donna, in cui se ne analizzano subito i comportamenti, lo stile di vita, l’aspetto fisico e l’abbigliamento, o le abitudini sessuali, perdendo così di vista il nocciolo della questione, cioè la violenza, sulla quale non devono essere consentiti né se né ma.
In pratica il sensazionalismo mediatico sovente accende i riflettori sul fenomeno, ma non aiuta ad andare a fondo, a capire le radici strutturali del problema, e quindi a risolverlo.
Proprio perchè di matrice culturale non bisogna aspettarsi miracoli, perchè per cambiare la cultura che sottostà alla violenza di genere ci vuole tempo, costanza, impegno quotidiano.
Ma bisogna avere la consapevolezza che non esiste un’altra strada, altrimenti di fronte all’ennesimo episodio di femminicidio si continuerà a dare la colpa sempre e solo ad un raptus, o alla passione.
Umberto Baldo

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