20 Settembre 2022 - 9.35

Servono buone politiche, non “televendite”!

di Umberto Baldo

Anni fa mi trovavo in Calabria per lavoro, e al bar dell’albergo conobbi un anziano signore di una gentilezza squisita, il quale, parlando del più e del meno, mi disse che commerciava in mobili, e mi invitò a vedere il suo negozio, del quale era molto fiero.

La location non era un granché, ma constatai che gli arredamenti esposti erano delle migliori marche italiane. 

Ma la cosa che mi colpì erano i prezzi, nettamente più bassi rispetto a quelli praticati in Veneto. 

Conoscevo il mercato perché mi ero sposato da poco, e avevo visitato svariate esposizioni per cercare i mobili con cui arredare il mio appartamento. 

Confesso che di primo acchito pensai si trattasse di merce ricettata. 

Le differenze di prezzo rispetto al Veneto erano tali che dissi al mio interlocutore che mi sarebbe convenuto acquistare da lui per poi trasportare la merce al nord, e avrei comunque risparmiato parecchio. 

Sorridendo mi disse che quando si recava alle Fiere del mobile, era normale che i produttori presentassero listini che prevedevano prezzi di vendita diversi fra Nord, Centro e Sud. 

Non ho mai verificato in seguito se questa storia dei listini differenziati fosse vera, ma resta il fatto che constatai differenze notevoli nei prezzi dei prodotti anche in altri settori merceologici. 

Che l’Italia sia un Paese a due velocità è fatto noto, e per me costituisce il principale problema socio politico del nostro Paese. 

Con un Nord che fa da locomotiva all’ intero treno del Paese, che perde pezzi scendendo chilometro dopo chilometro lungo lo stivale. 

E ce lo dice l’Istat che a redditi più elevati al Nord corrisponde un maggiore costo della vita, che si traduce in voci di spesa mensile per famiglia più alte al settentrione che al meridione. 

L’episodio dei mobili in Calabria mi è riaffiorato facendo mente locale sull’attuale campagna elettorale. 

Cosa c’entra? 

C’entra perché nello scontro all’ultimo voto in atto, i Partiti in lizza si stanno comportando come i fornitori del mio amico venditore di mobili di Polistena, nel senso che tarano le loro proposte e le loro promesse a seconda delle piazze in cui tengono i loro incontri o i loro comizi. 

Ovviamente se andate sui siti nazionali di ciascun Partito il programma elettorale è unico, ma pero’ poi viene declinato diversamente dai vari leader se parlano a Napoli o Palermo, piuttosto che a Padova o Milano. 

Così capita che, roba fresca di venerdì scorso, all’Assemblea di Confindustria Vicenza Adolfo Urso di FdI (ma avrebbe detto la stessa cosa se a parlare fosse stata Giorgia Meloni) abbia assicurato la platea di industriali che il Reddito di Cittadinanza verrà abolito, ma sicuramente non la pensano come lui, e non lo sbandierano certo ai quattro venti, i suoi colleghi di partito del Sud, che sono costretti a misurarsi quotidianamente con l’offensiva “chavista” dell’Avvocato del Popolo Giuseppe Conte, che a proposito del reddito ha un solo slogan “No pasaràn!”. 

E non va diversamente anche in casa Pd, dove il ministro Dario Franceschini, che forse nella sua Ferrara non sarebbe stato eletto, e quindi cerca lo scranno parlamentare in quel di Napoli, che il 3 settembre (fonte Askanwes) ad una manifestazione assieme a Roberto Speranza ha affermato “Giù le mani dal reddito di cittadinanza. Il Partito Democratico lo difenderà con forza dagli attacchi della destra……..” .

Chissà perché questo concetto Enrico Letta non lo ha ripetuto sempre all’assemblea di Confindustria berica, come non ha ripetuto la sua idea lanciata nel “patto di Taranto” l’11 settembre; quella delle 300mila (o 900mila non è chiaro!) assunzioni nella Pubblica Amministrazione. 

Come pure gli striscioni “Paroni a casa nostra!” che i leghisti veneti, Luca Zaia in testa, sventolavano domenica sul palco di Pontida inneggiando all’autonomia, difficilmente Capitan Salvini potrebbe dispiegarli in un comizio a Bari o a Catania. 

Nella mia vita ho visto, anche dall’interno,  molte campagne elettorali, e quindi so bene che era normale “tarare” il messaggio politico a seconda dell’auditorium che avevi davanti. 

Così ad un incontro con i commercianti calcavi la mano sulle problematiche del commercio, mentre ad uno con dei lavoratori dipendenti magari su lavoro e pensioni. 

Ma si trattava comunque di sfumature, che non andavano a stravolgere le linee guida, l’impianto del programma stesso. 

Oggi è cambiato tutto, ed il programma elettorale è diventato come un menù “à la carte”, con i politici come camerieri concentrati nell’offrire impegni diversi, addirittura antitetici, a seconda che ci si trovi al Nord o al Sud. 

Perché questo impazzimento, perché questa generale caduta di stile? Nell’immediato si tratta delle conseguenze della campagna elettorale lanciata al Sud da Giuseppe Conte, in cui la parola maggiormente pronunciata è gratuitamente”. 

Riscatto laurea, villetta da ristrutturare, auto da cambiare, ingresso ai musei, e quant’altro si possa immaginare? 

Tutto gratis, o a mezzo di appositi bonus! 

Hai voglia a dire che si tratta di neo-borbonismo, neo-sanfedismo, neo-laurismo! 

Hai voglia a dire “Chi paga?” 

Quando vedi le folle che si spellano le mani, che riempiono le piazze acclamando “Giuseppe, Giuseppe”, e vedi i sondaggi che danno ragione all’avvocato di Volturara Appula, che ha gettato alle ortiche vestiti di sartoria e pochette, e te lo aspetti a breve in mimetica con il basco con la stella come un novelloChe Guevara, cosa puoi fare per cercare che non ti porti via voti? 

Semplice, lo segui nell’antipolitica plebeista del post-grillismo, e così fa, come accennavo, Franceschini (e tanti altri sia chiaro) che a Napoli inneggia al reddito di Cittadinanza, che se lo facesse a Ferrara dovrebbe correre via ad ampie falcate.

Certo ci si può chiedere che interesse abbia il Pd, che aspira ad essere il partito della sinistra democratica italiana, a ritrasformare la politica nel Mezzogiorno in un “mercato di voti”, con i “politici” che si rimettono addosso i panni dei tribuni, dei demagoghi, dei venditori di sogni.  

Ma cosa volete che conti una tale riflessione di buon senso di fronte all’opportunità che Conte (non il Pd eh!) possa mettere in crisi la destra in un paio di collegi del Sud?

Dove ci porterà tutto questo? 

Dove ci porterà questa frattura, acuita dal ceto politico, fra il Nord ed il Sud del Paese? 

Ad un Sud sanfedista, sempre più intriso di cultura assistenzialista, contrapposto ad un Nord, sempre più alla ricerca di autonomia, anche fiscale? 

E’ probabile, e si tratta di un problema che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi classe politica, e a maggior ragione a chi si troverà a governare.

Perché al di là della campagna elettorale, che fortunatamente fra qualche giorno finirà, i problemi del Paese, del suo apparato produttivo, della sua manifattura, saranno sempre più seri, e allora servirà qualcosa di più di una “televendita” alla Wanna Marchi. 

Umberto Baldo

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