20 Luglio 2021 - 19.20

Scuola, serve cambiare rotta: non può essere solo un parcheggio per ragazzi svogliati

Ieri mi è capitato di fare due chiacchiere con una insegnante delle scuole medie e, fra un argomento e l’altro, ci siamo scambiati due idee sull’insegnamento dell’ educazione civica.
Ricorderete certamente che la legge n° 92 del 20 agosto 2019 ha introdotto l’Educazione Civica obbligatoria in tutti gli ordini di scuola a partire dall’anno scolastico 2020/2021. L’obiettivo della normativa è quello di “formare cittadini responsabili e attivi, e di promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri”.
La legge prevede che le scuole organizzino un intervento di almeno 33 ore annue, e che valutino l’educazione civica come una disciplina a parte, anche se svolta in forma trasversale.
Come sempre succede nella Repubblica di Pulcinella, un conto è l’approvazione della legge, ed un altro l’emanazione del regolamento o della circolare ministeriale che ne consentano l’applicazione, che non sono mai contemporanee, per cui spesso le leggi o diventano semplicemente “grida nel deserto”, oppure la loro attivazione viene delegata in prima battuta ai poveri cristi che hanno la ventura di esserne i destinatari, nella specie gli insegnanti.
Per ciò che attiene l’insegnamento dell’educazione civica, le indicazioni del Ministero, giunte con un anno di ritardo, sarebbero che la materia è obbligatoria, ma che i ragazzi non devono essere valutati sulla base delle mere “conoscenze”, bensì sulle “competenze”.
A questo punto mi è sfuggito un “ma che c… vuol dire”? Dov’è la differenza?
Ho così appurato che le conoscenze sono i concetti (nozionismo), le competenze come l’allievo è in grado di comprendere, rielaborare, e applicare le regole nella vita di ogni giorno.
Sarò anche poco duttile, ma mi chiedo perchè allora per dare la patente di guida ad una persona si continui a chiederle di conoscere le norme del codice della strada (le nozioni), e non ci si accontenti delle competenze, nel senso che magari, messo al volante, l’automobile la sa anche far muovere.
La professoressa mi ha spiegato che nell’anno 2020, nelle more delle indicazioni ministeriali, aveva cercato di insegnare ai suoi allievi concetti come cos’è la Costituzione, cos’è il Comune, la Provincia, la Regione, lo Stato, per passare all’illustrazione di qualche articolo della Carta costituzionale.
Secondo il Ministero tutto sbagliato, tutto da rifare!
Bisogna parlare di come comportarsi in Rete, di cyberbullismo, ecc.
Capite bene che questo determina un salto culturale, perchè se si dice che non è importante acquisire le “conoscenze, cioè le famigerate “nozioni”, bensì essere capaci di unire abilità e capacità personali, sociali e metodologiche (competenze), ne consegue che un ragazzo può anche non sapere cos’è il Comune, ma deve ad esempio essere accompagnato assieme ai compagni a raccogliere le cicche delle sigarette abbandonate per terra, per insegnargli che il fumo fa male, e che non si gettano i rifiuti per strada. Il tutto magari condito con l’elaborazione di questionari rivolti ai compagni, ed altre simili amenità.
Intendiamoci, tutto fa brodo, piuttosto che niente meglio piuttosto, ma bisogna almeno mettersi d’accordo sulla terminologia, che nella specie diventa sostanza.
Perchè quello che sembrano volere i “guru” del Ministero, a mio modesto avviso non è che si insegni “educazione civica”, bensì “educazione al civismo”, che possono sembrare la stessa cosa, ma se ci pensate bene non lo sono, anche se non si può negare che siano utili entrambe.
Siamo alle solite, amici miei.
Ormai abbiamo capito da tempo che le moderne tendenza pedagogiche sono nettamente contrarie a quello che una volta si chiamava “nozionismo” (guarda caso la principale battaglia del 1968).
Quindi ai ragazzi non bisogna insegnare fatti, date, avvenimenti, ma devono invece essere accompagnati verso la “scuola delle competenze”, che francamente, almeno per me, è un concetto alquanto vago.
Se lo sbocco di questa evoluzione culturale, pedagogica e didattica, sono i risultati dei Test Invalsi 2021, Dio ce ne scampi e liberi.
Almeno con la scuola del nozionismo si usciva dal liceo o dalle superiori con un eccellente bagaglio di conoscenze, e non con il livello culturale di uno studente del primo anno. E non si assisteva, come attualmente, a fenomeni che credevamo superati per sempre, quali l’analfabetismo di ritorno o quello funzionale.
Ma a tal proposito ritengo vada fatta qualche osservazione.
Considerando il percorso scolastico di uno studente tipo, se gli studi sono stati regolari, conseguirà la laurea a 24/26 anni.
Nei primi 13 anni di scuola (elementari, medie, superiori) secondo le direttive, o linee guida (sic!) ministeriali, lo studente deve essere educato con metodi “non nozionistici”.
Improvvisamente, quando approda all’Università, l’allievo viene calato di colpo in un mondo completamente estraneo.
Perchè quando va a sostenere un esame il ragazzo, o la ragazza, si trova davanti un Professore che gli chiede delle “nozioni”, e pensate che per dare un voto positivo quel “cattivone” pretende pure che gli si risponda esattamente.
Roba da rimanere traumatizzati, scioccati a vita!
Ma cosa volete farci, un professore di Patologia Generale, per fare un solo esempio, non può accontentarsi che lo studente abbia acquisito le “competenze” care al Ministero, e quindi deve pretendere che non confonda i sintomi del diabete con quelli dell’herpes zoster.
Perchè senza quelle “nozioni”, c’è il rischio di laureare un somaro, mettendogli in mano una “licenza di uccidere”.
Ricorderete certamente il caso di quel professore che l’anno scorso, durante un esame in video, ad una risposta di una studentessa, ha sbroccato: “Ma tu devi andare a fare il medico. Al sesto anno parli ancora di divisione cellulare nel morto?”. Rispondendo poi alla madre che protestava “Ma signora, nel morto la divisione cellulare! Ora è colpa mia se sua figlia si è esaurita? Cosa devo comprendere? Deve andare a curare la gente, che cosa dobbiamo comprendere? Li ammazza! Ma ci faccia la cortesia”.
Gradireste un domani avere quella studentessa come vostro medico di base, o come pediatra per i vostri figli?
Il dialogo con la professoressa cui accennavo all’inizio, alla fine è servito quanto meno a confermarmi nella mia idea che la nostra è una società smarrita, che ha rigettato i valori dei nostri Padri, ma che non sa bene con cosa sostituirli, se non con concetti talmente vaghi da sembrare vuoti.
E in quest’ottica la scuola sta fallendo perché non è riuscita a seguire la bussola della propria mission, e mantenere un argine. Troppo difficile, impegnativo e forse impossibile. È passata, per quieto vivere, la linea del “laissez faire, laissez passer”, ovvero il buonismo senza responsabilità.
Alla fine, fra qualche anno, fra eliminazione di qualsiasi difficoltà e promozioni facili, se non regalate, a pagare in primis saranno gli studenti di oggi, ma anche la società nel suo complesso per carenza di adeguate professionalità.
Ma questo, se non a parole, sembra non importare a nessuno.

Umberto Baldo

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