12 Febbraio 2026 - 8.42

Parlamento Europeo e Migrazioni. Il fiume carsico che ha travolto la sinistra

Non è per il gusto un po’ infantile di dire “avevo ragione”. 

Ma quando un’analisi ripetuta per anni trova conferma nei fatti, un minimo di soddisfazione è legittima.

Da molto tempo sostengo che le sinistre europee stiano perdendo il treno della storia su due questioni decisive: migrazioni e sicurezza. 

Oggi mi concentro sulla prima. La seconda merita un capitolo a parte.

La politica delle “porte aperte” non è stata generosità; è stata superficialità travestita da superiorità morale. 

È stata una postura identitaria, non una strategia di governo.

E quando un Partito che ambisce a governare si rifugia nella testimonianza etica, smette di essere Forza di governo e diventa una Confraternita.

Il fenomeno migratorio, politicamente parlando, è un fiume carsico: a tratti scompare dal dibattito, poi riemerge con violenza, riempie le pagine dei giornali, orienta campagne elettorali, decide maggioranze. 

Puoi ignorarlo, puoi minimizzarlo, puoi accusare i media di amplificarlo. 

Ma prima o poi riemerge. E quando riemerge decide le elezioni.

Il fastidio diffuso verso un’immigrazione percepita come fuori controllo non è un’invenzione della destra. 

È un sentimento reale.

Che piaccia o no, una parte consistente dell’opinione pubblica europea percepisce gli immigrati  come un problema. 

Le difficoltà di integrazione, l’impatto su quartieri già fragili, episodi di microcriminalità che coinvolgono giovani immigrati spesso marginalizzati, alimentano un sentimento diffuso. 

Possiamo giudicarlo, possiamo analizzarlo, ma non possiamo fingere che non esista

E quando esplode, il voto cambia colore.

Negli ultimi anni in Europa non c’è stata consultazione elettorale (l’ultima quella in Aragona di cui vi ho riferito lunedì) in cui il tema migratorio non fosse centrale. 

E quasi ovunque si è registrato uno spostamento a destra degli equilibri politici. 

Anche nei Paesi dove la sinistra governa, come la Danimarca, le politiche di contenimento sono diventate severe, in alcuni casi più rigide di quelle dei governi conservatori.

La lezione è semplice: si può rivendicare alle feste dell’Unità o nei cortei una superiorità morale, invocare l’accoglienza diffusa, lo ius soli, il superamento del regolamento di Dublino. 

Ma in democrazia non vince chi si sente moralmente migliore; vince chi intercetta il consenso.

Ed il consenso generalmente oggi non premia l’idea delle “porte aperte” a chiunque voglia venire in Europa.

Il voto del 10 febbraio al Parlamento europeo lo conferma.

Con 408 voti favorevoli, 184 contrari e 60 astensioni, l’Eurocamera ha approvato in via definitiva le modifiche al Regolamento sulle procedure di asilo. 

Nasce così un nuovo elenco europeo dei Paesi di origine sicuri, che adesso comprende anche Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. 

Anche i Paesi candidati all’adesione, come l’Albania, saranno considerati sicuri

Non è un dettaglio tecnico. 

Il concetto di “Paese sicuro” è stato finora uno degli ostacoli giuridici principali ai rimpatri ed al pieno funzionamento dei centri in Albania. I Tribunali italiani hanno annullato diversi trattenimenti proprio sulla base di questa interpretazione. 

Ora il quadro dovrebbe cambiare.

Le nuove norme consentono inoltre accordi per l’esame delle domande di asilo in Paesi terzi. È un cambio di marcia evidente. 

Resta da vedere come verranno applicate e quali resistenze incontreranno le nuove norme.

Ma il segnale politico è chiaro.

I due Regolamenti sono passati grazie ad una maggioranza di destra composta da Ppe, Ecr, Patrioti ed Esn, con l’apporto decisivo di una parte dei liberali e di alcuni socialisti, tra cui danesi, maltesi, rumeni e svedesi. 

Anche questo è un dato politico: il fronte “aperturista” non è più compatto nemmeno dentro le famiglie progressiste. 

In Italia il copione è prevedibile:  il Governo rivendica il successo della propria linea, le opposizioni parlano di smantellamento del diritto d’asilo, e di legittimazione del “modello Albania”. 

È il consueto gioco delle parti; tutto già visto.

Ma la di là delle polemiche, le domande vere sono altre: quante sconfitte servono ancora prima che la sinistra europea si fermi a riflettere? 

Quante elezioni perse devono ancora essere archiviate come “deriva populista” invece che come errore strategico proprio?

Può una sinistra europea continuare ad ignorare ciò che una parte crescente dei cittadini esprime con il voto? 

Può limitarsi alla denuncia morale senza costruire una proposta capace di tenere insieme diritti e controllo?

Io credo che la sinistra dovrebbe fermarsi un momento, respirare a fondo, ed ascoltare i popoli.

Perché se milioni di europei votano per chi promette discontinuità sulle migrazioni, forse il problema non è solo la propaganda delle destre. 

Forse è l’ostinazione di chi continua a confondere l’etica con la politica.

La verità è che non basta indignarsi; non basta gridare al tradimento dei valori europei; non basta evocare lo spettro delle deportazioni ogni volta che si introduce una nuova egola.

La politica non è un esame di coscienza collettivo; è  gestione del potere dentro una società reale, con paure reali, limiti reali, conflitti reali.

Se la sinistra continuerà a spiegare ai cittadini che il problema non esiste, o che esiste ma loro non lo capiscono, continuerà a perdere. 

E continuerà a consegnare le chiavi dell’Europa a chi propone soluzioni drastiche, talvolta brutali.

Perché il punto non è scegliere tra umanità e controllo. 

Il punto è che senza controllo l’umanità diventa slogan.

Si può anche continuare a sentirsi migliori. Ma intanto gli altri vincono, e governano.

Ad un certo punto bisogna decidere: fare testimonianza o fare politica. 

Le due cose, sempre più spesso, non coincidono.

E la storia non aspetta chi resta fermo a spiegare che aveva ragione in teoria.

Umberto Baldo

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