24 Novembre 2022 - 10.45

Aperitivi da incubo: quando il DJ set distrugge l’udito

di Alessandro Cammarano

C’era una volta il rito dell’aperitivo: una cosa in realtà semplice, fatta per arrivare all’ora di cena, per passare un po’ di tempo con gli amici, fare due chiacchiere e scambiarsi qualche idea.

Nel tempo, un po’ come fa la rana toro, il fenomeno ha assunto dimensioni spropositate gonfiandosi della sua stessa aria fino ad assumere proporzioni inimmaginabili. Tutto cominciò all’epoca della “Milano da bere” negli anni Ottanta del secolo scorso, quando tutti – chissà perché – si sentivano ricchissimi e fighissimi e dunque sperperavano milioni (di lire) in pratiche pressoché inutili ma che davano “status”.

I più accorti frequentavano i posti “giusti”, quelli dove si incontravano i cosiddetti Vip – anche se l’epoca della Via Veneto della Dolce Vita era ormai un ricordo lontano e lì i Vip erano davvero tali – bevendo intrugli colorati accompagnandoli con cocktail di gamberi mentre gli arrembanti arrampicatori si contentavano di Happy Hour al Biancosarti e tramezzini vagamente ammuffiti.

Il tutto si è trascinato sino a noi, all’epoca di TikTok e dei reel, evolvendosi in forme inaspettate.

A questo punto urge una precisazione: l’aperitivo o il dopocena – esiste anche quest’ultimo – non fa sempre orrore. Esistono locali fantastici, spesso fuori dei giri convenzionali, che offrono serate pre-cena di altissimo livello, con prodotti sceltissimi, servizio impeccabile e musica di sottofondo variegata nel repertorio ma sempre quasi degna di una sala da concerto.

Da qui in avanti, in pieno stile politicamente scorretto come sempre, ci si soffermerà sugli orrori, che alla fine sono pure più divertenti.

Da qualche anno l’oliva all’ascolana di freezer e lo spritz fatto con la spuma godono del sottofondo nefasto dell’immancabile DJ Set, vero affronto alle orecchie e ai nervi ma in realtà assai gradito da un pubblico che ha perso la capacità di conversare.

Sappiate che sfuggire al DJ di turno è praticamente impossibile: i mixatori di scalette – playlist se preferite – sono ovunque, infestanti come l’edera ma meno decorativi. I locali fanno a gara per accaparrarseli manco fossero lingotti d’oro e i clienti sembrano felicissimi di farsi torturare i timpani, almeno così non devono parlare e possono concentrarsi a pubblicare storie su Instagram in santa pace.

Le serate sono spessissimo a tema, nel senso che si sa in anticipo di che morte si morirà, consegnando volontariamente il proprio apparato uditivo al giustiziere di turno.

I nomi dei DJ sono solitamente tra il ridicolo e l’agghiacciante: ci si può trovare a fare serata – tra una bollicina e uno shottino – cercando di sovrastare il frastuono informe proposto da DJ Anguilla il quale nel suo “Belzebu’s Rodeo” predilige il Satanic Rock stemperato da venature Country, roba che uno si domanda come abbia fatto Anguila a sopravvivere fino ad ora.

DJ Micro Penis – perché poi dichiarare al mondo le proprie “manchevolezze”? – opta, in “Latino Thor” per sfracassare i padiglioni auricolari degli astanti con un mash-up di salsa e rock scandinavo, in cui i tamburi vichinghi si mescolano alla marimba: qui, se si vuole scampare bisogna ricorrere all’alcol in maniera pesante.

DJ Scamazzata nella sua “The Animals&Casadei” predilige il liscio classico romagnolo rivisitato in chiave garage, mentre DJ Osteoporosi ammannisce musica anni Sessanta ma suonata al contrario in “Devil’s message night”.

Tutti costoro, per dovere di cronaca ed onestà intellettuale, hanno un pubblico di fedelissimi che – come i chierici itineranti nel Medioevo – li seguono in ogni loro tappa.

I fan sono ovviamente in perfetta sintonia con il look del loro beniamino: si va dai rocchettari settantenni tutti borchie e pelle a coprire le rughe ai sessantenni – uomini e donne non fa differenza – che fanno di tutto per coprire i segni dell’età tirando su il colletto della polo due taglie di meno o rischiando la frattura dell’anca precipitando da un tacco diciotto e giù verso la generazione Z con le unghie pittate e l’eyliner.

Durante queste “seratone” tutti sembrano divertirsi, e invece semplicemente fingono, almeno la maggior parte, per mascherare dietro una cortina di suoni un’incapacità totale di relazionarsi e comunicare.

Non è che si debba tornare al piano bar – che tra l’altro non era niente male ma adesso sopravvive più o meno solo sulle navi da crociera – però cercare un po’ di misura nei decibel e nelle scelte sarebbe quantomai opportuno.

Stasera? Cicchetti e vino in un posto nuovo dove si esibisce DJ Silente, speriamo bene.

Alessandro Cammarano

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