Il gps ci ha fatto perdere il senso dell’orientamento, l’AI riduce il nostro cervello in poltiglia. Come impedirlo?

Giuseppe Balsamo, redazione web
L’intelligenza artificiale rischia di renderci meno creativi, meno concentrati e più inclini a delegare il pensiero alle macchine. È il tema al centro di un approfondimento pubblicato dalla BBC e firmato dal giornalista Tommaso Germain, che raccoglie studi e opinioni di neuroscienziati ed esperti per analizzare gli effetti cognitivi dell’uso sempre più massiccio di strumenti come ChatGPT, Claude e Gemini.
L’articolo parte da un paragone ormai familiare: il GPS ha modificato il nostro senso dell’orientamento, i motori di ricerca hanno cambiato il modo in cui ricordiamo le informazioni e ora l’intelligenza artificiale potrebbe fare lo stesso con memoria, creatività e capacità critica.
Lo stesso autore racconta di aver deciso anni fa di utilizzare il più possibile l’IA per comprenderne davvero il funzionamento, ma ammette che le ricerche pubblicate nell’ultimo periodo lo hanno spinto a interrogarsi sui possibili effetti negativi di questa esposizione continua.
Secondo diversi studi citati dalla BBC, un utilizzo eccessivo dei chatbot potrebbe infatti ridurre creatività, attenzione, memoria e pensiero critico. Il rischio maggiore, spiegano gli esperti, è quello di rinunciare a quel “sforzo cognitivo” che rende il cervello allenato e capace di produrre idee originali.
“A un livello generale, sì, dovremmo preoccuparci”, afferma Adam Green, professore di neuroscienze e direttore del Laboratorio di Cognizione Relazionale della Georgetown University. Secondo Green, l’IA sta assumendo compiti che prima richiedevano un forte impegno mentale e, come accade per ogni funzione poco utilizzata, anche la capacità di pensare in modo profondo rischia di atrofizzarsi.
Il neuroscienziato utilizza una metafora efficace: “È come andare in palestra e lasciare che un robot sollevi i pesi al posto tuo. Non ottieni alcun beneficio”.
La BBC sottolinea però che il quadro non è completamente negativo. Jared Benge, neuropsicologo clinico della Dell Medical School dell’Università del Texas, invita a evitare visioni estreme: l’intelligenza artificiale non è di per sé buona o cattiva, dipende da come viene utilizzata. Se impiegata correttamente, potrebbe persino liberare risorse mentali da dedicare ad attività più importanti.
La questione, dunque, non sarebbe eliminare l’IA dalla propria vita, ma imparare a usarla senza smettere di esercitare il cervello.
Tra i fenomeni analizzati nell’articolo compare il cosiddetto “effetto Google”: tendiamo a ricordare meno le informazioni reperibili facilmente online, perché il cervello investe meno energie nel memorizzarle. Lo stesso starebbe accadendo con l’intelligenza artificiale, considerata dagli studiosi lo strumento di “esternalizzazione mentale” più potente mai creato.
Uno studio recente citato dalla BBC ha evidenziato che gli utenti più assidui dell’IA ottengono risultati peggiori nei test di pensiero critico. Un altro lavoro di Microsoft Research suggerisce che il rischio aumenti soprattutto quando si usa l’intelligenza artificiale su argomenti che si conoscono poco, perché manca la capacità di valutare se le risposte siano corrette o meno.
Secondo Hank Lee, ricercatore della Carnegie Mellon University, il pericolo nasce proprio quando “l’utente non ha le competenze per giudicare la qualità dell’output”.
Gli esperti consigliano quindi di non affidarsi ciecamente ai chatbot: prima bisognerebbe formarsi un’opinione autonoma, utilizzare il ragionamento personale e solo successivamente confrontarsi con le risposte generate dall’IA.
Particolare attenzione viene dedicata anche alla memoria. Alcune ricerche preliminari suggeriscono che l’uso intensivo dell’intelligenza artificiale possa interferire con la capacità di memorizzazione. Un sondaggio su 494 studenti ha rilevato che chi utilizzava ChatGPT più frequentemente riportava una maggiore percezione di perdita della memoria.
Per contrastare questo effetto, gli studiosi consigliano di introdurre “attrito cognitivo”: prendere appunti, scrivere a mano, fare esercizi, usare quiz o schede mnemoniche create dall’IA stessa. In sostanza, mantenere attiva la partecipazione mentale invece di limitarsi a ricevere passivamente le informazioni.
Un altro fronte riguarda la creatività. Secondo la ricerca citata dalla BBC, le persone che usano l’intelligenza artificiale per attività creative tendono a produrre idee più prevedibili e meno originali rispetto a chi lavora senza supporto automatico.
Per Adam Green il problema nasce dal fatto che il cervello sviluppa creatività creando connessioni inattese. Se questo processo viene delegato ai chatbot, si perde l’allenamento mentale necessario a generare intuizioni davvero nuove.
Il consiglio degli esperti è quindi quello di affrontare prima la “pagina bianca” da soli: annotare idee, anche confuse o incomplete, e utilizzare l’IA soltanto in un secondo momento per perfezionare, sviluppare o verificare il lavoro già svolto.
La BBC affronta anche il tema dell’attenzione, sempre più frammentata dall’uso della tecnologia. L’intelligenza artificiale, offrendo risposte immediate e scorciatoie continue, potrebbe peggiorare ulteriormente la difficoltà a concentrarsi su attività lunghe e complesse.
Anche qui la soluzione proposta è controintuitiva: rallentare volutamente. Leggere testi lunghi senza farseli riassumere dai chatbot, dedicare tempo alla riflessione autonoma e tollerare la fatica mentale.
Nonostante i rischi evidenziati, l’articolo si chiude con una nota meno pessimistica. Gli esperti ricordano che il cervello umano si è sempre adattato alle innovazioni tecnologiche e che la capacità di creare connessioni personali, originali e imprevedibili resta una caratteristica profondamente umana.
“Gli strumenti cambiano”, conclude la BBC, “ma il desiderio di pensare, creare e risolvere i problemi da soli sembra molto più difficile da automatizzare”.













