Quattro anni dopo, il conto arriva alle urne

Umberto Baldo
Finito il tempo delle proiezioni, delle percentuali ballerine e delle cautele lessicali, restano i numeri.
Ed i numeri, a differenza delle interpretazioni, hanno il brutto vizio di non mentire.
Il dato politico è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: al Referendum sulla giustizia ha vinto il NO.
Ma ridurre questo risultato ad una bocciatura tecnica di una riforma costituzionale sarebbe un errore, o peggio ancora una comoda autoassoluzione per chi ha perso.
Il voto del 23 marzo 2026 pesa molto di più.
Pesa sul Governo, pesa sull’immagine di solidità che la maggioranza ha cercato di costruire in questi anni, pesa sulla narrazione di una riforma presentata come decisiva, quasi epocale, per il futuro del Paese.
Dal punto di vista istituzionale la questione è chiusa: la riforma della Magistratura non entrerà in vigore.
E con ogni probabilità passerà molto tempo prima che qualcuno trovi il coraggio politico di rimettere mano su un tema così esplosivo.
Su questo piano, il messaggio è netto: il popolo ha detto No e tutto resta com’è.
Ma è sul piano politico che la vicenda diventa davvero interessante.
Perché è vero che Giorgia Meloni resta al suo posto e che il Governo continua a operare.
Non siamo di fronte ad una crisi formale.
Tuttavia, sarebbe ingenuo fingere che non sia cambiato nulla.
Dopo una bocciatura così netta, per di più sull’unica grande riforma simbolica della Legislatura, la compagine e la tenuta dell’Esecutivo appaiono inevitabilmente più fragili, più esposte, meno blindate di prima.
E qui sta il punto centrale: un conto è perdere un voto tecnico, un altro è perdere uno scontro che, strada facendo, si è trasformato in un giudizio politico complessivo.
Durante la campagna referendaria, infatti, la materia “vera” del quesito è rimasta confinata nelle stanze degli addetti ai lavori: giuristi, costituzionalisti, specialisti.
Fuori da lì, nei talk show, sui giornali, sui social, si è parlato di tutt’altro.
Il Referendum è diventato, progressivamente, un test su Giorgia Meloni e sul Governo di Centro-destra.
Ed è esattamente su questo terreno che il Governo esce sconfitto.
Non solo perché la riforma si ferma, ma perché si incrina qualcosa di più profondo: la capacità dell’Esecutivo di imporsi come coalizione politica in grado di portare fino in fondo la propria agenda, anche sui dossier più delicati e divisivi.
C’è poi un elemento che pesa forse più di tutti: la partecipazione.
Quando un referendum mobilita gli elettori in misura simile alle elezioni politiche, il risultato diventa politicamente incontestabile.
Non si può liquidare come un voto marginale, non si può derubricare ad incidente tecnico, non ci si può nascondere dietro l’alibi dell’astensione.
Un’alta affluenza toglie ogni scusa.
Rende più difficile minimizzare. Impedisce di raccontarsi storie consolatorie.
Per questo motivo, al di là delle narrazioni che inevitabilmente verranno costruite nei prossimi giorni, questo No non riguarda soltanto la Giustizia; riguarda il rapporto tra il Governo ed il Paese.
E riguarda anche qualcosa di più sottile, ma non meno rilevante: il clima internazionale nel quale questo Governo si colloca.
Perché, diciamolo senza ipocrisie, una parte dell’elettorato guarda con crescente inquietudine alla rete di relazioni politiche che circonda la Premier.
Non è solo una questione di politica interna. È una questione di fiducia.
L’asse, più o meno dichiarato, con figure come Trump, Orbàn o Abascàl non è neutro nell’immaginario di un Paese come l’Italia, storicamente ancorato all’Europa ed all’Occidente democratico.
Per alcuni è un segnale di forza identitaria, ma per altri, sempre più numerosi, è un campanello d’allarme per la democrazia.
E quando si vota, anche questo pesa.
Magari non si dice nei comizi. Ma nella cabina elettorale ci entra.
La bocciatura arriva per di più in un momento tutt’altro che neutro: dopo quattro anni di legislatura ed a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche.
Il tempo per correggere la rotta forse esiste ancora, ma non è infinito.
E soprattutto richiede una capacità di lettura della realtà che non sempre la politica dimostra di avere.
Se vogliamo dirla senza giri di parole: dopo quattro anni di governo, una parte dell’elettorato non è soddisfatta.
E lo ha fatto capire nel modo più chiaro possibile.
Anche il ruolo dei Social merita attenzione.
La mobilitazione è stata forte, soprattutto tra gli elettori più giovani e più politicamente attivi.
Il dibattito si è spesso mosso su toni semplificati, a tratti allarmistici, con una narrazione della riforma come minaccia agli equilibri democratici.
Una rappresentazione spesso superficiale, talvolta distorta, ma evidentemente efficace.
Influencer ed Opinion maker hanno spinto in modo compatto sul No, intercettando proprio quell’elettorato giovane che questa volta Giorgia Meloni ha faticato a raggiungere.
A questo si è aggiunto un altro elemento, meno visibile ma non meno rilevante: il silenzio di una parte consistente della maggioranza.
Molti hanno lasciato la campagna sulle spalle della sola Meloni, evitando di esporsi.
Una scelta che ha accentuato la personalizzazione dello scontro e, di conseguenza, ha aumentato il prezzo politico della sconfitta.
Se però si vuole davvero capire cosa è successo, forse la domanda giusta non è perché ha vinto il No, ma perché ha perso il Sì.
Il fronte favorevole partiva in vantaggio nei sondaggi.
Quel consenso, invece di consolidarsi, si è progressivamente sgretolato.
È questo il vero dato politico.
Le ragioni possono essere molte, ma alcune appaiono piuttosto evidenti.
La prima è quasi banale: dopo 4 anni di legislatura nessun Governo può continuare a dire che certe cose non le può fare per il malgoverno di chi l’ha preceduto.
Questo giochino funziona per qualche mese passate le elezioni; dopo, la gente pretende risultati.
E se non li vede, ti presenta il conto.
Non sempre con un voto di protesta esplicito.
A volte con qualcosa di più subdolo: il distacco.
Ed è proprio questa l’impressione che a mio avviso emerge: una parte significativa dell’elettorato centrista si è sfilata.
Quell’area che non si riconosce nella contrapposizione ideologica “fascisti contro comunisti”, che guarda magari a figure come Calenda, Renzi o Marattin, e che in parte comprende anche simpatizzanti di Forza Italia.
Perché badate bene: a vincere non è stato il Centro-sinistra nel suo complesso, ma una “Sinistra senza Centro”. Quella stessa che ha perso il Referendum sul Job Act: il Pd sempre più orientato verso i centri sociali ed il mondo antagonista, i 5Stelle di Conte, il Partito di Bonelli e Fratoianni, la Cgil.
Una configurazione già vista in passato, non sempre vincente nel lungo periodo, e non solo per difficoltà ad individuare il leader, ma anche per profonde divisioni soprattutto in politica estera.
E qui sta l’altro equivoco che qualcuno, a sinistra, farebbe bene a non coltivare.
Non tutti i No di questo referendum sono voti pronti a trasformarsi in consenso elettorale per la gauche.
Una parte consistente è composta da elettori delusi, moderati, disillusi, che non si riconoscono né nel Governo né nell’Opposizione.
E qui emerge un problema strutturale della politica italiana su cui vi intrattengo da tempo: il rapporto con il Ceto Medio.
Pensare che quel voto sia automaticamente “in tasca” sarebbe un errore quasi speculare a quello commesso dal Centrodestra.
E forse altrettanto pericoloso.
La Democrazia Cristiana lo sapeva bene che le elezioni si vincono “al Centro”, ma questo sembra che le due “Valchirie” della politica italica non lo abbiano considerato.
Capisco la Schlein che ragiona a termini di “patrimoniali”, ma non Giorgia Meloni, che continua a trascurare un gruppo sociale di qualche milione di persone, strozzandolo con le tasse, negandogli qualsiasi forma di aiuto sociale, per continuare ad inseguire Salvini sulle Partite Iva e su bonus e condoni a favore degli evasori fiscali.
Per decenni il “Centro” è stato il perno su cui si costruivano le vittorie elettorali.
Oggi sembra diventato una terra di nessuno, spremuta fiscalmente, ignorata politicamente, evocata solo in campagna elettorale, trascurata da entrambi gli schieramenti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: disaffezione, volatilità, sfiducia.
Davvero qualcuno si stupisce?
A urne ancora calde è difficile pretendere un’analisi lucida e distaccata.
Ma una cosa appare già chiara: questo Referendum somiglia molto meno ad una parentesi e molto più ad un avvertimento.
Un avvertimento per il Governo, che non può più permettersi di vivere di rendita.
Ed un avvertimento anche per l’Opposizione, che rischia di scambiare un voto “contro qualcuno” per un voto “a favore di sé”.
Quattro anni dopo, il conto per Giorgia Meloni è arrivato.
E, come spesso accade, è più salato del previsto.
Umberto Baldo
PS: Se Giorgia Meloni volesse dare un segnale vero, comincerebbe da casa sua: qualche taglio netto tra i “chiacchierati” (e siamo gentili) ed un ritorno a quel moralismo inflessibile che esibiva quando stava all’opposizione. Allora bastava un sospetto per chiedere dimissioni. Oggi, evidentemente, serve molto di più. Strano come cambino i parametri quando si cambia poltrona.










