Dieci comuni veneti in fuga verso il Friuli Venezia Giulia

Umberto Baldo
Dieci Sindaci del Veneto orientale hanno protocollato la richiesta di essere ascoltati dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.
L’obiettivo è chiaro come il sole: aprire la strada al passaggio dei loro Comuni da una Regione all’altra.
Dopo il precedente di Sappada non serve una laurea in scienze politiche per capire dove vogliono andare a parare i primi cittadini di Annone Veneto, Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Portogruaro, Pramaggiore, San Michele al Tagliamento, San Stino di Livenza e Teglio Veneto.
Il piano è semplice: approfittare del ritorno delle Province in Friuli-Venezia Giulia per aprire un dialogo che porti al cambio di Regione.
Le motivazioni ufficiali sono quelle che ci si aspetta in questi casi: maggiore omogeneità territoriale con il Friuli, la sensazione di essere una periferia dimenticata del Veneto, difficoltà crescenti nel garantire servizi a cittadini e imprese, continuità storica e culturale con il Friuli, rapporti funzionali già esistenti come il tribunale di Pordenone.
Tutto vero. Tutto comprensibile.
Ma anche tutto secondario.
Perché la ragione vera è un’altra, molto più semplice e molto meno romantica: le Regioni a Statuto Speciale.
Finché esisteranno Regioni che trattengono gran parte delle imposte raccolte sul proprio territorio, il fenomeno sarà inevitabile.
È il più classico dei comportamenti umani: se il vicino di casa riceve servizi migliori, prima o poi qualcuno proverà a cambiare condominio.
L’origine delle Regioni speciali sta nel dopoguerra, in un’Italia molto diversa da quella di oggi.
L’Alto Adige e la Sicilia erano sull’orlo della secessione, la Valle d’Aosta aveva una forte componente francofona, la Sardegna cercava disperatamente una via d’uscita da una povertà storica, il Friuli-Venezia Giulia, istituito come Regione speciale nel 1963, era praticamente sulla linea della Guerra fredda, più vicino alla cortina di ferro jugoslava che a Roma.
Il tutto ben condito anche con la necessità di tutelare le minoranze linguistiche.
Erano scelte politiche comprensibili in quel contesto storico.
Il problema è che quel contesto non esiste più da decenni.
Eppure il sistema è rimasto intatto; anche perché garantito dalla “Costituzione più bella del mondo”.
Le Regioni a Statuto Speciale godono di una autonomia legislativa molto più ampia rispetto alle altre.
Possono esercitare potestà esclusiva su diverse materie, concorrente su altre, ed integrativa per adattare la legislazione statale alle esigenze locali.
Ma soprattutto godono di un privilegio che fa la vera differenza: trattengono gran parte delle imposte raccolte sul proprio territorio, dall’Irpef all’Iva.
Il risultato è inevitabile: servizi pubblici migliori, maggiori risorse disponibili, ed un divario crescente rispetto alle Regioni ordinarie.
In altre parole, cittadini di serie A e cittadini di serie B.
A questo punto succede una cosa curiosa: Comuni che per secoli non hanno mai avuto dubbi sulla propria appartenenza territoriale improvvisamente scoprono una vocazione friulana, valdostana o altoatesina.
È il nuovo sport nazionale: il “turismo comunale”.
Io non ho paura di dirlo: vengo da una cultura politica profondamente federalista, che esisteva ben prima che il termine venisse sequestrato da Umberto Bossi, da slogan padani e felpe verdi.
E proprio per questo mi trovo costretto a fare una specie di autocritica.
Il regionalismo italiano ha fallito.
Le Regioni sono spesso diventate giganteschi centri di spesa, perfetto terreno di gioco per la partitocrazia per moltiplicare poltrone, consulenze, carrozzoni ed occasioni di malaffare lontano dai riflettori nazionali.
Se a questo si aggiunge la convivenza tra Regioni ordinarie e Regioni speciali, il sistema diventa semplicemente incomprensibile.
Qualcuno aveva immaginato che l’Autonomia Differenziata potesse avvicinare le Regioni ordinarie a quelle speciali (forse a crederci è rimasto solo Luca Zaia).
Illusione.
Nessun Governo o maggioranza politica avrà mai il coraggio politico di togliere privilegi a qualcuno.
Non al Nord, non al Sud, non da nessuna parte.
E allora resta una sola domanda seria.
Ha senso continuare con questo sistema?
Perché se davvero vogliamo essere coerenti abbiamo solo due strade: o aboliamo tutte le Regioni, oppure aboliamo le Regioni a Statuto Speciale.
Tutto il resto è teatro istituzionale.
Nel frattempo i Comuni continueranno a fare le valigie, spostandosi dove conviene di più.
Del resto, quando il sistema crea privilegi evidenti, la gente fa semplicemente quello che farebbe chiunque: cerca la porta più conveniente da cui entrare.
E poi ci stupiamo se qualcuno prova a cambiare Regione come si cambia gestore telefonico.
Umberto Baldo










