Tumori tra i Vigili del Fuoco, USB attacca: “Troppi colleghi malati e morti, servono dati completi sui PFAS”

Il sindacato USB Vigili del Fuoco denuncia con forza quello che definisce l’ennesimo tentativo di affrontare con superficialità e scarsa trasparenza il problema sanitario che colpisce il personale del Corpo nazionale. Un tema che, sottolinea l’organizzazione sindacale, non può essere ridotto a convegni o presentazioni accademiche, ma riguarda una realtà drammatica fatta di vigili del fuoco che si ammalano e muoiono.
Secondo USB, negli ultimi anni all’interno del Corpo nazionale si registra un numero crescente di operatori colpiti da patologie oncologiche. Una situazione che, evidenzia il sindacato, si inserisce in un contesto scientifico preciso: l’attività operativa dei vigili del fuoco è classificata come cancerogena di classe 1, a causa delle ripetute esposizioni a sostanze tossiche e cancerogene durante gli interventi su incendi, incidenti industriali e in ambienti contaminati. Tra queste sostanze rientrano anche i PFAS, composti chimici persistenti e potenzialmente pericolosi.
Per USB Vigili del Fuoco, quella che per alcuni continua a essere trattata con cautela comunicativa rappresenta una vera emergenza sanitaria.
In questo quadro si inserisce lo studio di biomonitoraggio sull’esposizione ai PFAS condotto dall’Università di Bologna sul personale del Corpo. Proprio per valutare nel dettaglio il lavoro svolto, il sindacato ha presentato una formale richiesta di accesso agli atti per ottenere tutta la documentazione relativa alla ricerca.
La risposta ricevuta, però, secondo quanto denunciato da USB, si sarebbe limitata alla trasmissione di una semplice presentazione in formato PowerPoint. Una modalità che il sindacato considera insufficiente per affrontare un problema di tale portata.
“È questo il livello di trasparenza con cui si pensa di affrontare il tema dei tumori tra i Vigili del Fuoco?”, si chiede l’organizzazione, ribadendo che una questione sanitaria così grave richiede rigore scientifico, dati completi e piena accessibilità alle informazioni.
Per questo USB ha richiesto formalmente la trasmissione integrale della documentazione dello studio, in particolare:
- il progetto completo della ricerca, con obiettivi, disegno metodologico, criteri di inclusione ed esclusione dei partecipanti, tipologia di analisi effettuate e outcome considerati;
- tutti i materiali supplementari, tra cui protocollo dello studio, strumenti utilizzati, allegati tecnici e documentazione metodologica;
- i risultati anonimizzati in forma analitica e tabellare, necessari per valutare in modo indipendente l’impatto dell’esposizione ai PFAS sul personale;
- una descrizione dettagliata dei metodi analitici utilizzati, comprese tecniche strumentali, standard di riferimento, limiti di rilevabilità e quantificazione, procedure di controllo qualità, eventuali validazioni interlaboratorio e l’indicazione dell’accreditamento del laboratorio che ha effettuato le analisi.
Il sindacato annuncia inoltre che, qualora lo studio dell’Università di Bologna venga reso pubblico nelle prossime settimane, pretenderà che siano divulgati tutti i dati, l’intera metodologia scientifica e ogni elemento utile a consentire verifiche indipendenti.
USB chiarisce che non accetterà studi incompleti, rassicurazioni generiche o operazioni di facciata, mentre il personale continua a pagare con la propria salute.
La battaglia del sindacato su questo tema, viene ricordato, non nasce oggi. Da oltre dieci anni USB denuncia pubblicamente i rischi sanitari legati all’esposizione ai PFAS, chiedendo studi epidemiologici seri, programmi di biomonitoraggio indipendenti, dispositivi di protezione e procedure di decontaminazione adeguati, oltre al pieno riconoscimento delle malattie professionali.
Nel corso degli anni sono state promosse iniziative pubbliche, denunce e mobilitazioni, oltre a momenti di confronto istituzionale. Tra le iniziative più rilevanti viene ricordata la conferenza stampa organizzata nel giugno 2025 alla Camera dei Deputati, durante la quale è stato portato all’attenzione delle istituzioni il tema del rischio oncologico per i vigili del fuoco.
In quell’occasione è stato presentato anche uno studio indipendente basato sull’analisi di campioni di siero di alcuni operatori presso l’ospedale universitario di Aachen, in Germania, insieme ai risultati delle analisi sui composti PFAS presenti nei dispositivi di protezione individuale, effettuate presso un’azienda specializzata di Prato.
All’incontro avevano partecipato anche rappresentanti di Greenpeace, la professoressa Claudia Marcolungo dell’Università di Padova e la dottoressa Vitalia Murgia di ISDE – Medici per l’Ambiente, che avevano contribuito a evidenziare con dati scientifici la gravità delle esposizioni a cui è sottoposto il personale.
La battaglia, sottolinea USB, prosegue oggi anche sul piano legale e della trasparenza amministrativa, grazie al supporto dello Studio legale Dini e Saltalamacchia e dell’associazione Generazioni Future, coinvolti nelle iniziative legate agli accessi agli atti, alla verifica delle procedure e alla tutela dei lavoratori.
“Chi entra nel fuoco per salvare la vita degli altri non può essere lasciato solo quando paga quel servizio con la propria salute”, conclude il sindacato, ribadendo che i vigili del fuoco italiani meritano verità, tutela e giustizia.










