2 Marzo 2026 - 10.27

Sanremo? No grazie.


di Alessandro Cammarano

C’è stato un tempo in cui il Festival di Sanremo era un campo di battaglia simbolico: estetiche contro, generazioni contro, Paese contro se stesso. Quest’anno è stato un centro benessere. Luci soffuse, toni pacati, emozioni tiepide. Un’edizione talmente rassicurante da sembrare progettata da un comitato per la tutela del sonno leggero.

La conduzione? Un esercizio di galateo istituzionale. Nessuna sbavatura, nessun eccesso, nessuna frase destinata a sopravvivere al giorno dopo. Un Festival amministrato, più che vissuto. Il problema non è l’errore: è l’assenza di rischio. L’idea che l’intrattenimento pubblico debba essere prima di tutto innocuo, come se l’audacia fosse una forma di maleducazione.

Gli ospiti hanno completato il quadro. Alicia Keys è stata presentata come evento epocale, ma l’epoca era un’altra. La sua apparizione ha avuto il tono di una commemorazione involontaria: applausi rispettosi, entusiasmo disciplinato, nessuna reale vibrazione. Una star globale trattata come reliquia pop, evocata per nobilitare una serata che non sapeva bene come nobilitarsi da sola.

Poi il momento che resterà negli annali dell’autoconsapevolezza mancata: Andrea Bocelli che arriva a cavallo in versione “Blind Ranger”. Non in senso metaforico: proprio a cavallo. Fin qui, si potrebbe archiviare come eccesso scenografico. Ma il cavallo si chiamava “Caudillo”. E “Caudillo” è il soprannome storico di Francisco Franco.

Ora, non si pretende un seminario di storia contemporanea in prima serata. Ma un minimo di percezione simbolica sì. Perché quando in un Paese che discute quotidianamente di memoria, identità e nostalgie varie, si porta sul palco un’icona della lirica popolare su un cavallo che richiama un dittatore europeo del Novecento, e nessuno sente il bisogno di alzare un sopracciglio, il problema non è l’equitazione. È il clima culturale. È l’abitudine a trattare tutto come folklore neutro, a trasformare ogni riferimento in decorazione, a sterilizzare anche ciò che storicamente neutro non è. È la versione televisiva di una rimozione collettiva: basta che sia scenografico, e diventa innocuo.

Se questo è lo specchio del Paese, lo specchio non deforma: riflette.

La gara, nel frattempo, incoronava Sal Da Vinci, e la sua vittoria è l’apoteosi dell’estetica da sala ricevimenti elevata a cifra nazionale. Pathos a chilometro zero, orchestrazioni ridondanti, intensità da taglio della torta. Non è una questione di gusto personale: è una questione di collocazione storica. Nel 2026, mentre il pop europeo sperimenta, ibrida, destruttura, noi celebriamo il rassicurante déjà-vu melodico. Se l’Eurovision è una vetrina internazionale, presentarsi con quell’immaginario significa entrare in un festival di innovazione con il repertorio del veglione di Capodanno 2001. L’ultimo posto non sarebbe un’ingiustizia, ma una didascalia.

Il resto della competizione ha oscillato tra la correttezza e l’irrilevanza. Canzoni intercambiabili, testi che sembrano scritti da un algoritmo addestrato su “amore”, “tempo” e “fragilità”, produzioni levigate fino a diventare anonime. Nessun vero scandalo, nessuna canzone capace di dividere, nessuna performance destinata a diventare memoria collettiva. Tutto calibrato per non disturbare.

Eppure, qualcosa ha provato a respirare. Dito nella Piaga è stata l’unica presenza realmente perturbante: identità chiara, ironia scomoda, un minimo di attrito. Non perfetta, ma viva. Sayf ha portato un’energia meno museale, più sporca, mentre Serena Brancale ha mostrato che si può stare all’Ariston senza sembrare in visita diplomatica.

Belle sorprese, certo, ma eccezioni che confermano la regola di una programmazione costruita per non scontentare nessuno — e dunque per non entusiasmare davvero nessuno.

I numeri, come sempre, hanno tradotto l’atmosfera in aritmetica. La prima serata ha raccolto 9 milioni e 600 mila spettatori, con uno share del 58 per cento. Dodici mesi fa erano 12 milioni e 600 mila, con oltre il 65 per cento. Tre milioni di persone in meno. Sette punti percentuali evaporati. Non un crollo verticale, ma una flessione netta. Il pubblico non è scappato in massa: ha semplicemente ridimensionato la priorità. È un segnale sottile ma preciso: il rito regge finché è percepito come necessario. Quando diventa routine, si può anche fare altro.

Sul piano organizzativo, il passaggio di testimone è già stato annunciato. Carlo Conti lascerà la guida del Festival: dal prossimo anno toccherà a Stefano De Martino. Giovane, televisivamente più dinamico, chiamato a dimostrare che il problema non è l’età anagrafica ma l’idea di spettacolo. Perché Sanremo non ha bisogno di un amministratore efficiente: ha bisogno di qualcuno disposto a tollerare il rischio dell’errore pur di evitare la certezza della noia.

Il punto, in fondo, è questo: il Festival dovrebbe essere eccesso, kitsch, azzardo, genio e figuraccia in parti uguali. Quest’anno è stato soprattutto prudenza. E la prudenza, quando diventa sistema, non è maturità: è paura travestita da buon senso.

Se l’immagine che scegliamo di dare di noi è quella di un tenore monumentale che cavalca un “Caudillo” senza che nessuno trovi la cosa degna di una riflessione, e di una vittoria che profuma di confetti e sala ricevimenti, allora il problema non è l’Eurovision, non sono gli ascolti, non sono gli ospiti. Il problema è che abbiamo scambiato la nostalgia per identità e la compostezza per grandezza.

E il pubblico, semplicemente, se n’è accorto.

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