Articolo 11, “L’Italia ripudia la guerra…”, nell’era dei droni. Burro, cannoni e illusioni

Umberto Baldo
L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra….”.
È una delle frasi più citate, più amate, più sventolate.
Soprattutto da quelli che trasformano il ripudio in una formula magica, buona per ogni stagione.
Il problema è che le parole, in diritto, pesano. E vanno lette per ciò che sono.
Se prendessimo la Costituzione alla lettera, dovremmo concludere che nulla impedirebbe all’Italia di partecipare a molte delle operazioni militari in corso nel mondo.
Per una ragione semplice: formalmente, non si chiamano “guerre”.
La Russia non ha dichiarato guerra all’Ucraina; ha parlato di “operazione militare speciale”.
Gli Stati Uniti hanno battezzato le loro iniziative in corso in Iran con il nome “Operation Epic Fury”, Israele con Operation Roaring Lion”.
Nessuna dichiarazione solenne consegnata all’ambasciatore di turno; nessun ultimatum in stile ottocentesco.
La guerra classica, quella con atto formale e mobilitazione generale, è un reperto storico.
Il mondo post-1945, e ancor più quello post-Guerra Fredda, ha cambiato grammatica.
Le armi restano, ma il linguaggio si è fatto più ipocrita.
Nel frattempo, le grandi potenze hanno progressivamente svuotato l’ONU.
Le Nazioni Unite sono diventate il luogo dei discorsi, non delle decisioni.
Il Segretario Generale António Guterres può lanciare appelli, invocare tregue, esprimere “profonda preoccupazione”.
Ma le sue parole galleggiano in un vuoto di potere.
Chi pensa che questo sia il trionfo cinico degli interessi economici contemporanei dovrebbe semplicemente rileggere un manuale di storia.
Gli Egizi, i Persiani, i Romani non espandevano i confini per spirito missionario.
Gli imperi coloniali europei, spagnolo, portoghese, inglese, olandese, persino italiano (anche se piuttosto scassato e residuale) non attraversavano oceani per filantropia.
Oro, argento, rotte commerciali, materie prime. Sempre le stesse leve.
In questo senso, Donald Trump non è un’anomalia storica.
Così come non lo sono Vladimir Putin o Xi Jinping.
Piaccia o no, si muovono dentro una logica di potenza che attraversa i secoli.
E allora sorprende l’ostinazione con cui in Italia si continua ad evocare un “diritto internazionale” come se fosse un codice effettivamente cogente.
Quale diritto internazionale?
Quello che vediamo disatteso in Indonesia, in Pakistan ed Afghanistan, nel Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger), in Sud Sudan, in Eritrea, in Yemen, in Palestina, in Libia, in Myanmar, in Nepal, in Nigeria, in Ucraina?
L’elenco dei conflitti aperti o congelati è imbarazzante.
Le speranze di pace funzionerebbero se tutte le Costituzioni del mondo contenessero un articolo simile al nostro.
Ma soprattutto se le leadership delle grandi potenze lo condividessero davvero.
Non è così.
Fingere che lo sia serve solo a tranquillizzare le coscienze.
In Italia, la narrazione dominante è rassicurante: siamo un “Paese di pace”, quindi naturalmente al riparo dalle tempeste della storia.
Come se bastasse un principio scritto settant’anni fa per neutralizzare droni, missili ipersonici, guerre ibride.
Ci piace ancora declinare il vecchio dilemma “burro o cannoni”; nella versione aggiornata “asili o cannoni”, “sanità o cannoni”.
È una contrapposizione emotivamente potente, ma concettualmente superata.
La sicurezza non è l’alternativa allo Stato sociale.
È la sua precondizione.
Senza sicurezza non reggono né le pensioni né la sanità, né la transizione ecologica.
Le guerre napoleoniche, con le linee di fanteria schierate nei campi, sono un ricordo da manuale
Il Golfo Persico di oggi, come l’Europa orientale, ci mostra che un missile può coprire migliaia di chilometri in pochi minuti, ed arrivare sulle nostre teste.
Aggrapparsi al “ripudio della guerra” come ad uno scudo morale rischia di trasformarlo in una dichiarazione di impotenza.
Il salto che serve è culturale, prima ancora che militare.
Capire che parlare di difesa non significa auspicare la guerra.
Significa parlare di resilienza, autonomia strategica, capacità industriale, tecnologia, cybersicurezza.
Significa riconoscere che la sicurezza è un bene pubblico essenziale.
Integrare seriamente nei percorsi educativi lo studio della geopolitica, del diritto internazionale reale e non idealizzato, delle dinamiche di potenza, sarebbe già un passo avanti.
Significa soprattutto che i nostri Demostene, a destra e soprattutto a sinistra, si impongano di dialogare fra loro, perché la sicurezza non ha colore politico.
Meno slogan, più consapevolezza.
Il mondo non diventa pacifico perché noi ci dichiariamo pacifisti.
Diventa più stabile solo quando la deterrenza, la diplomazia e la forza stanno in equilibrio.
Lo so, è meno consolante di una bandiera arcobaleno sventolata contro un drone.
Ma la storia, purtroppo, non si commuove.
Umberto Baldo
















