27 Febbraio 2026 - 12.00

Stabilicum o Paurellum? La legge elettorale della paura?

Umberto Baldo

Siate certi che avremo modo di tornare sui contenuti della proposta di modifica della Legge elettorale presentata ieri dai Partiti dell’attuale maggioranza.
In un pezzo dello scorso 28 novembre (https://www.tviweb.it/italia-dove-ogni-governo-vuole-la-sua-legge-elettorale-su-misura/) avevo definito “vizietto italico” questa tendenza di ogni maggioranza di voler cambiare la legge elettorale a proprio favore.
Regolare come una cambiale il problema si ripresenta in questi giorni.
Mettiamo in fila i fatti, senza farci ipnotizzare dai nomignoli latineggianti che sembrano usciti da un convegno di filologi annoiati.
Dopo il Mattarellum, il Porcellum, l’Italicum e il Rosatellum, ora arriva lo “Stabilicum”.
Perché se lo chiami in latino suona serio, quasi romano, e magari nessuno guarda troppo bene cosa c’è dentro.
È un vizietto antico: nobilitare con il lessico ciò che politicamente è molto meno nobile.
Il punto vero, lo snodo della proposta di legge depositata ieri in Parlamento è il meccanismo del “premio di maggioranza”.
L’ipotesi è semplice: chi arriva al 40 per cento prende oltre il 55 per cento dei seggi.
Tradotto: una forzatura bella robusta rispetto ai paletti che la Corte Costituzionale aveva messo ai tempi dell’Italicum.
Non serve essere Costituzionalisti per capire che il rischio di una bocciatura della Consulta esiste.
E se lo capisco anch’io, figurarsi chi siede a Palazzo Chigi.
Poi c’è la questione dei tempi.
La fretta. Il blitz.
Portare la legge in Parlamento subito, quasi senza confronto con le opposizioni.
In teoria le regole del gioco, ed in particolare le leggi elettorali, dovrebbero essere condivise il più possibile.
In pratica, da trent’anni a questa parte, le maggioranze le cambiano a propria misura.
È un’abitudine bipartisan, quindi NESSUNO può fingersi vergine.
Però qui la sensazione è che l’accelerazione abbia una motivazione politica molto concreta.
C’è un referendum alle porte.
E c’è il timore che un eventuale vittoria del No (che i sondaggi danno per possibile) possa incrinare l’immagine di invincibilità che la destra si porta dietro dal 2022.
Se dovesse arrivare una battuta d’arresto, meglio avere già in tasca una nuova legge elettorale pronta all’uso.
Magari per andare al voto in anticipo, prima che il clima cambi ulteriormente a favore delle opposizioni.
Da qui l’etichetta maliziosa che circola: non “Stabilicum” ma “Paurellum”.
Quando la politica corre troppo, di solito sta scappando da qualcosa.
Anche i dettagli tecnici raccontano una storia.
Restano le liste bloccate, che piacciono sempre agli Stati Maggiori dei partiti, di destra e di sinistra.
Decidere dall’alto chi entra in Parlamento è una tentazione irresistibile per qualsiasi Segreteria. Su questo aspetto mi gioco una mano che sotto sotto anche la Schlein è d’accordo; così può far fuori la componente riformista del PD.
Le preferenze sono belle in teoria, ma sporcano le mani con il territorio e con i voti veri, e poi costringono a mettere in lista candidati spendibili, e non “scappati di casa” il cui unico valore aggiunto è la fedeltà al Capo.
E in quest’ottica spariscono ovviamente anche i collegi uninominali, dove un campo largo compatto potrebbe avere un vantaggio competitivo.
Coincidenze, certo. La politica vive di coincidenze strategiche.
Niente nome del candidato premier sulla scheda.
Un altro segnale che il semipresidenzialismo di fatto, evocato più volte, resta un’ambizione di Giorgia Meloni più che un progetto condiviso dai suoi alleati.
Si corregge, si lima, si toglie.
Alla fine il risultato sembra meno un disegno organico e più una somma di paure e cautele.
Il paradosso è che questa operazione rischia di diventare un assist clamoroso alle opposizioni.
Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno già una narrazione pronta per il Referendum: deriva autoritaria, attacco agli equilibri istituzionali, concentrazione del potere.
Una nuova legge elettorale percepita, e venduta all’elettorato come “truffa”, si incastra perfettamente in questo racconto.
Se la maggioranza voleva togliere argomenti al fronte del No, potrebbe aver fatto l’esatto contrario.
In fondo la scena è quasi sportiva: una squadra che fino a ieri sembrava dominare il campionato comincia a giocare in modo nervoso, forza le giocate, sbaglia i tempi.
L’altra si chiude, aspetta l’errore e riparte in contropiede.
La politica non è un campo da calcio, ma l’istinto è lo stesso.
La domanda vera non è se si possa cambiare la legge elettorale.
Si può sempre; è legittimo.
La domanda è perché farlo adesso, con questa urgenza e con questi contenuti.
Quando una maggioranza sente il bisogno di riscrivere in fretta le regole del gioco, raramente è per eccesso di sicurezza.
Più spesso è il contrario.
E gli elettori, che non sono sempre distratti come si pensa, certe sfumature le colgono benissimo.
Umberto Baldo

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