23 Febbraio 2026 - 9.44

Milano-Cortina, l’oro è donna.  Da Compagnoni a Brignone: il potere è cambiato. 

Umberto Baldo

C’è un modo banale di leggere il medagliere di Milano Cortina 2026. Guardare il totale, fare la somma, dire “bravi tutti” e tornare a casa soddisfatti.

E poi un modo diverso, forse più interessante.

Uomini e donne chiudono appaiati nel numero complessivo delle medaglie (12 a 12 + 6 misti).  Parità perfetta. 

Ma quando si passa ai metalli che contano davvero, gli ori, la musica cambia: le donne hanno portato all’Italia il doppio delle medaglie rispetto agli uomini (6 contro 3). 

Non è un dettaglio statistico. 

È un segnale storico, che cambia la narrazione di questa Olimpiade.

Per decenni lo sport invernale italiano è stato identificato con il volto maschile (la “Valanga Azzurra”, l’epopea di Tomba, la potenza di Zoeggeler ecc.). 

Ma a Milano-Cortina abbiamo assistito ad una vera “canonizzazione laica” delle nostre campionesse.

Federica Brignone non ha solo sciato; ha tracciato solchi sulla neve che sembravano preghiere di determinazione. Vincere a 35 anni suonati, con quella fame, e dopo quel devastante incidente, l’ha elevata ad una sorta di divinità protettrice dello sci alpino, capace di sconfiggere il tempo prima ancora delle avversarie.

Arianna Fontana per anni ha lottato contro tutto e tutti (spesso anche contro le istituzioni sportive), ed è tornata sul ghiaccio con una purezza quasi mistica. Ogni sua spinta sui pattini a Cortina è sembrata un atto di giustizia poetica, portandola nell’Olimpo assoluto degli atleti più decorati di ogni tempo (14 medaglie olimpiche, nessuno prima di lei).

Lisa Vittozzi ha vissuto un “purgatorio” sportivo fatto di crisi al tiro e dubbi atroci nelle scorse stagioni. Vederla gelida ed infallibile al poligono tra le vette di Anterselva, è stato come assistere ad una redenzione. Ha trasformato la carabina in uno strumento di precisione divina.

Francesca Lollobrigida ha imposto il suo ritmo nei 3.000 e nei 5.000 metri. Due ori che certificano continuità, solidità, dominio. Niente fiammate, solo controllo e potenza.

E la foto con il figlio Tommy in braccio resterà a mio avviso fra la più iconiche di Milano Cortina 2026.  

Particolare da non trascurare: Brignone, Fontana e Lollobrigida hanno tutte intorno ai 35 anni. 

Non sono prodigi giovanili esplosi per strapotere fisico, ma campionesse costruite nel tempo, che hanno trasformato l’esperienza in vantaggio competitivo.

Quindi non si tratta di episodi isolati. 

È un movimento maturo che mostra profondità,  ampiezza, e ricambio generazionale.

Accanto alle leader, c’è una generazione che cresce senza timori reverenziali. 

Nello short track le giovani hanno contribuito all’oro della staffetta. 

Nel big air una diciassettenne sale sul podio con naturalezza. 

Nello slittino doppio femminile arriva un altro oro. 

Nello snowboard, nello sci alpino, nel biathlon, la presenza è costante.

Nove discipline diverse. Non una nicchia, ma un sistema.

Milano Cortina 2026 consegna l’immagine di un’Italia competitiva, strutturata, profonda. 

Ed una parte decisiva di questa credibilità ha il volto delle sue atlete. 

Non per concessione retorica, ma per peso specifico di risultati.

Si può dire con serenità: questa è stata l’Olimpiade delle donne italiane. 

Non perché gli uomini abbiano deluso, ma perché nei momenti che contavano, negli ori che definiscono un’edizione, sono state loro a trascinare il racconto.

A mio avviso c’è poco su cui discutere; queste Olimpiadi hanno sancito un passaggio epocale: la donna non è più il “contorno” grazioso della competizione maschile, ma il centro di gravità permanente del movimento. 

Se l’Italia è oggi una superpotenza degli sport invernali, lo deve anche a una generazione di donne che ha saputo unire una tecnica ferina ad una tenuta mentale d’acciaio, superando spesso i colleghi maschi per carisma e capacità di gestire la pressione “di casa”.

Con un pizzico di poesia si potrebbe dire che  le montagne italiane hanno riconosciuto le loro padrone.

Come in tutte le cose della vita, anche nello sport esiste un presente ed un passato. 

E se proprio vogliamo tracciare una linea di successione “dinastica” tra le dee dell’Olimpo invernale azzurro, dobbiamo guardare a come è cambiata la natura stessa del loro “potere”. 

Passiamo dalle “Sante Solitarie” degli anni ’90 alle “Divinità Plurali” di Milano-Cortina 2026.

Sante solitarie erano sicuramente Deborah Compagnoni, Stefania Belmondo, e Isolde Kostner,  eccezioni celestiali in un mondo dominato dagli uomini.

Erano figure quasi ascetiche. 

Deborah, con le sue ginocchia di cristallo e la sua sofferenza silenziosa, incarnava il martirio sportivo. 

Ogni sua vittoria era un miracolo che interrompeva il dominio della “Valanga Azzurra” maschile.

Erano “monadi”, nel senso che, se cadeva la Compagnoni, dietro c’era il vuoto. 

Erano icone di una purezza tecnica assoluta, ma spesso percepite come fragili fiori d’acciaio in un giardino di querce (i colleghi maschi)

Erano le “eccezioni”, in quanto dimostravano che una donna poteva vincere, ma non che il movimento fosse donna.

Il salto di qualità è stato psicologico. 

Mentre Deborah Compagnoni vinceva con una grazia che sembrava chiedere quasi scusa,  Sofia Goggia, ma soprattutto Federica Brignone (nonostante l’infortunio che l’ha resa una “martire” di questa edizione), hanno sciato con una ferocia predatoria.

La Brignone è la sintesi perfetta del cambiamento: ha la classe della Compagnoni ma la cattiveria agonistica di un gladiatore. È diventata la “Grande Madre” dello sci azzurro, colei che non eredita lo scettro, ma lo strappa dalle mani della storia.

Arianna Fontana ha trasformato lo Short Track in una questione personale, una sorta di “giustiziera” che rivendica il suo spazio con una forza politica che le pioniere degli anni ’90 non avrebbero mai osato mostrare.

Usando un linguaggio fra l’agiografico e l’ecclesiastico, oserei dire che se la Belmondo, la Kostner, e la Compagnoni sono state le “Annunciazioni” – le voci che gridavano nel deserto che la donna italiana poteva dominare il mondo – le atlete di Milano-Cortina 2026 sono la “Chiesa Trionfante”.

Oggi non celebriamo più la “donna che vince”, ma l’Italia che vince perché è guidata dalle donne. 

Il ghiaccio e la neve non sono più territori di conquista maschile dove le donne chiedono ospitalità, ma sono diventati il loro regno legittimo.

Chiudo con una nota stonata che ha del ridicolo.

Nel 2026, con un’edizione definita la più “gender balanced” della storia, esiste ancora una disciplina olimpica vietata alle donne: la combinata nordica.

Sci di fondo e salto con gli sci; considerata la disciplina suprema dello sci nordico, presente ai Giochi sin dal 1924. 

Riservata ai soli uomini, oggi come allora.

Il Comitato Olimpico Internazionale sostiene che le atlete siano poche e che il mercato non garantisca attrattività sufficiente. Nel mondo, però, esistono già circa quaranta atlete a livello agonistico, e dal 2020 la Federazione internazionale organizza gare di Coppa del mondo femminili. Nel 2021, a Oberstdorf, è stata incoronata la prima campionessa mondiale.

Annika Malacinski ha scritto parole semplici e dure: “mi è stato tolto il sogno olimpico non per le prestazioni, ma per il mio genere”.

In un’Olimpiade in cui le donne italiane hanno portato il doppio degli ori rispetto agli uomini, resta paradossale che l’unica gara loro preclusa sia proprio una disciplina simbolo della tradizione nordica. 

Non è un problema tecnico. È una resistenza culturale.

I Giochi del 2030 sulle Alpi francesi saranno un banco di prova. Se davvero l’Olimpismo vuole restare fedele al proprio principio di uguaglianza, la combinata nordica femminile dovrà entrare nel programma olimpico.

Concludendo questa serie di editoriali dedicata alle Olimpiadi invernali, direi che Milano Cortina 2026 ha dimostrato una cosa semplice: quando le donne sono messe nelle condizioni di competere, non riempiono solo le caselle. 

Riempiono il medagliere.

E lo colorano d’oro.

Umberto Baldo

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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