1 Settembre 2021 - 16.04

La piaga estiva dei camperisti selvaggi: incubo degli automobilisti

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di Alessandro Cammarano

«Finalmente si va a Capo Nord!, altro che le solite vacanze da sfigati!». Questo il grido orgoglioso lanciato, uscendo dal concessionario, da chiunque si sia appena accollato sessantacinque anni di rate – i più astuti ricorrono ad un leasing intestato alla loro società o a quella di un inconsapevole zio pensionato – per entrare in possesso del mezzo più pericoloso di sempre: il camper.

Non appena sulla strada il neocamperista inizia immediatamente a comportarsi come la quasi totalità dei suoi confratelli: velocità a piacere e disprezzo per gli altri. Immancabile la scritta “Sciaron, Aisha, Devis (o) Britnei a bordo”. In autostrada si piazzano in seconda corsia tenendo una velocità di crociera di circa ottanta all’ora, incuranti di chi dietro di loro si trova come se seguisse un funerale e quando si riesce a superarli, o a ricacciarli in corsia interna, si viene squadrati con aria tra l’insofferente e l’intimidatorio, sul genere “ci vediamo all’autogrill”.

Raramente il camperista – da distinguere dal caravanista, ovvero quello che si tira dietro con l’auto uno scatolone arredato all’interno come un bazar mediorientale – scende a compromessi riguardo all’allestimento: anche se minuscolo il suo lasciapassare per l’avventura deve essere ipertecnologico e superattrezzato. Non si fanno sconti: piano di cottura a induzione, materassi di memory foam con sacco a pelo di cortesia, rifiniture in carbonio aerospaziale, piani di lavoro di Wengé dell’Amazzonia sudoccidentale, cesso a dissoluzione fotonica.

Il colore esterno può variare da un anonimo bianco con righina rossa o blu, prediletto da chi vuol farsi notare ma con discrezione, a combinazioni cromatiche tipo tucano o mosaico ravennate – in questo si opta anche per il clacson con il tema di Star Wars – atte a rivelare subito l’esuberanza del villeggiante amante dell’avventura. Il massimo è il camper nero, grande come un pullmann granturismo, con due salotti, tre bagni, cabina di controllo stile S.P.E.C.T.R.E. e camera da letto padronale con specchio sul soffitto.

A Capo Nord, stando alle cronache, sono arrivati in pochissimi – alcuni pare abbiano inventato viaggi alla Jules Verne scaricando foto dal sito della National Geographic – tanto da poterli contare sulla punta di tre dita.

Gli altri novelli Livingstone si equipaggiano di tutto punto e, fatti pochi chilometri – con varie soste in aree di ristoro – si accomodano a Vipiteno, che comunque è a Settentrione soprattutto rispetto a Foligno decidendo che a vedere l’aurora boreale si andrà l’anno successivo. E così, di stagione in stagione, le lande ghiacciate e i licheni, le renne e i fiordi diventano sempre più lontani, anche perché al Camping “Frida” si sta benissimo e si fanno amicizie durature.

Già, le amicizie: i camperisti si conoscono tutti, si tengono in contatto, leggono riviste tipo “Tira a Camper” o “Campertutti”, si scambiano dritte e alla fine sempre da “Frida” si ritrovano, ovviamente a parlare di Capo Nord.

Nei lustri i legami si rafforzano tanto che gruppi consolidati di camperisti finiscono per sistemare i loro veicoli in cerchi tipo Stonehenge al cui centro si ergono poderosi barbecue capaci di grigliare quintali di costolette o banchi di trote. Tutto si svolge con sacralità assoluta: i riti – dalla colazione del mattino alla briscola chiacchierona che chiude la giornata – sono scanditi da un ristretto consiglio di veterani alcuni dei quali si favoleggia abbiano aiutato Annibale a valicare le Alpi.

Questi sono quelli comunque che stanno bene, che comunque hanno la possibilità di lavarsi decentemente con acqua calda e, dormendo, di potersi girare nel letto senza paura di rifilare un involontario cazzotto al compagno che dorme nel giaciglio accanto.

Il lato oscuro della medaglia è costituito dai furgoni attrezzati – spesso vecchi Wolksvagen t2, tipo la Mistery Machine di Scooby Doo ma più arrugginiti – con arredi e suppellettili che farebbero rabbrividire chiunque. Qui si dorme come nella cella frigorifera di un istituto di medicina legale, le funzioni corporali si espletano all’esterno – anche di notte, con qualsiasi tempo – e se ci si sveglia di soprassalto la commozione cerebrale è assicurata.

La “vanette” scrostata si trova prevalentemente parcheggiata in località di mare, vicino a strutture che consentano di scroccare una doccia e possibilmente in prossimità dei cassonetti dell’immondizia. Gli occupanti, anche se giovanissimi, sono vinti dalla vita ma se li si interroga la risposta sarà invariabilmente – e in qualsiasi lingua – «Ma vuoi mettere quanto è più comodo essere liberi?», solitamente pronunciata mentre tentano invano di accendere il fornellino da campo per scaldare una broda che nemmeno all’Isola del Diavolo.

Comunque massimo rispetto, “De gustibus non disputandum est”: proprio per questo trovo che una junior suite con idromassaggio possa essere la mia meta ideale.

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