"Io parigino-vicentino, mio figlio, il terrore e Parigi in stato d'assedio"
“Ho passato due ore di autentico terrore, cercando in tutti i modi di contattare mio figlio. Ho anche pensato di prendere l’auto e partire per Parigi. Poi sono riuscito ad avere sue notizie”. Gian Antonio Golin, artista, studioso, docente di Estetica alla Sorbonne IV di Parigi, da trent’anni è impegnato a collaborare con il Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) ed ora direttore di A.R.P.A.I. (Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano. E’ parigino d’adozione, ci racconta come ha vissuto la sera di venerdì 13 novembre, ovvero l’11 settembre parigino. Ieri si trovava a Vicenza, anche se gran parte dell’anno vive a Parigi, mentre suo figlio ventenne, Edoardo Adriano, è attualmente nella capitale francese, dove vive e studia da qualche tempo e probabilmente vi rimarrà per sempre.
“Sentire del Bataclan, dello Stadio, di Les Halles, tutti luoghi frequentatissimi da giovani e parigini che si divertono nella normalità, pensare che mio figlio potesse essere lì mi ha choccato”. Per un paio d’ore qualsiasi collegamento con Parigi sembrava interrotto. “Ho provato a telefonare, a messaggiare con Whatsapp, niente da fare” ci racconta Gianni. “Lui abita nella zona dell’Arco di Trionfo, ma chi conosce Parigi sa benissimo che si trova a 10 minuti dalla Bastiglia, dal Marais, da Les Halles e dalle zone colpite dai terroristi. Fortunatamente stava preparando degli esami ed era a casa. Mi ha raccontato che stamane è uscito per prendere il giornale e la città è vuota, sotto assedio. Uno scenario lunare, irreale… tutti gli edifici pubblici sono chiusi, la gente resta in casa impaurita, terrorizzata. E’ sotto assedio. E’… di fatto in guerra. Una guerra entrata in casa. Ho un paio di amici di origine corsa che vivono a due passi dal Bataclan e ieri sera non potevano entrare nella loro casa ed ora, sentendo altri amici, ascolterò altre storie simili, se non più drammatiche. Ora vi è un enorme terrore, un’indignazione bestiale per un terrorismo che colpisce la vita di tutti i giorni”.
Lei è di fatto parigino. Qual è lo stato d’animo dei parigini?
“A Parigi praticamente ci vivo anch’io, dal 1989 vivo lì e vi ho passato la maggior parte della mia vita. Ho migliaia di amici. Moltissimi mi hanno chiamato ed ora io stesso attendo loro notizie, notizie dei loro amici, famigliari, figli. Ero a Parigi durante il periodo degli attentati a Charlie Hebdo e ho vissuto con l’ansia di muovermi con i mezzi pubblici, di girare per la città, avevo paura di morire, paura di trovarmi in una carrozza del metro, di morire asfissiato, carbonizzato o colpito da colpi di kalashnikov. Paura di trovarmi in mezzo a morte e sangue. Questo è quello che si prova a Parigi. Vivo in Francia da 26 anni, vi lavoro, mi sento a casa mia, i miei amici sono quasi tutti francesi e tutti hanno figli che vanno al Bataclan”.
La testimonianza di Gianni sintetizza lo stato d’animo di una città, di una nazione e ormai di un continente. Molti si chiedono come possano convivere, dopo questi fatti, islamici e non islamici nelle nostre città…
“Parigi ha una fortissima presenza islamica che non significa un mondo di terrorismo, ma un mondo in cui quel tipo di fanatismo trova facilità ad attecchire. Gran parte degli islamici francesi vivono in una situazione che lo favorisce, vi è una vasta sottocultura ed emarginazione e la situazione è analoga in altre grandi città francesi. C’è un Paese nel Paese che non si integra e di fatto, economicamente, la gente che sta peggio è di religione islamica. Questi ultimi atti di terrorismo sono espressione di una terza guerra mondiale nella quale l’obiettivo non è solo la Francia ma tutto il mondo occidentale. Molti si chiedono perché giovani che sono nati in occidente, magari hanno studiato ad Oxford, possano diventare terroristi. Purtroppo le cellule maligne sono ovunque ed all’interno di alcuni grandi quartieri della città non si è più in Francia. In alcune zone gli occidentali non hanno praticamente accesso.
Ora si punta il dito contro la Francia e contro quelli che sono considerati errori, riconducibili ad un lassismo acritico. Se partorisci in Francia diventi francese, arrivano persone di cui non si conosce la provenienza, anche i nuovi arrivati vanno a vivere in quartieri emarginati e dove c’è emarginazione attecchisce il fanatismo”.
Cosa dicono i francesi? Ritengono di avere qualche colpa?
“Abbiamo lasciato fare, con una faciloneria che ha permesso situazioni aberranti. L’islamico non è un emigrante che cambia facilmente come l’italiano, resta un arabo in Francia vive all’interno della comunità e se il 99% vive onestamente ed ha una vita ‘normale’, in questa vastità un 1% fanatico è tanto. Vi sono poi gli errori di Sarkozy e Hollande, con i loro attacchi in Libia, Siria e Iraq e il fatto che l’occidente ha armato il fanatismo, una storia vecchia come il mondo. I francesi dicono basta al lassismo. I terroristi erano conosciuti e in libertà vigilata. Si dice: ‘basta con la sorveglianza, prendiamoli e ammazziamoli’. Insomma la gente non ne può più’. Tutto questo in uno stato di angoscia che si moltiplica proprio per la misura di Parigi. Si muore al ristorante, allo stadio, ora colpiscono tutto quello che vogliono”.
Lei ha vissuto anche il periodo degli attentati di fine anni ’90, si trovava a Parigi quando vi fu la strage a Charlie Hebbdo. Cosa è cambiato?
“Adesso è molto grave. Negli anni ’90 vi furono attentati tremendi, ma a quell’epoca erano… le prime cose, molto mirate, anche la strage a Charlie Hebdo era mirata, per la campagna ritenuta denigratoria del giornale parigino. Ora si tratta di stragi di massa”.
Che fare?
“Serve un’unione dell’Occidente, non è più un problema francese ma di tutti perché nuovi obiettivi, altrove, ci saranno. Mi sono stupito e sono felice che non sia accaduto nulla all’Expo di Milano. Ho paura per il Giubileo romano. Dobbiamo essere preparati, non come italiani ma come europei. I francesi sono italiani e gli italiani sono francesi, smettiamo di considerarci cassetti chiusi. Il terrore può riguardare Vicenza, Milano, Parigi, New York. Non so se sia necessaria la guerra, ma di fatto è già guerra.
In sostanza i francesi sono stanchi di uno Stato che ha accettato tutto. Le loro donne hanno lottato per arrivare alla parità ed ora devono accettare che quelle dell’Islam girino con il burqa, senza rendersi riconoscibili. I francesi hanno fatto la nostra storia conquistando l’uguaglianza ed ora devono tollerare che questi si comportino come estranei, è evidente che si accorgono del fatto che queste situazioni vengono favorite da un esagerato lassismo, da non confondere con laicità dello Stato e capacità di integrare. Ritengono che questo permissivismo non sia più una cosa giusta perché crea pericolosi strumenti di ‘non visibilità’. Sono stanchi di una politica di integrazione sbagliata sotto l’ombra del senso di colpa coloniale. Non possono vivere con il rimorso in eterno, c’era un tempo in cui tutti avevano colonie ma questa responsabilità non deve propagarsi ad ogni generazione, la storia è evoluzione e non senso di colpa”.
Paolo Usinabia

















