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	<title>EDITORIALE | TViWeb</title>
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		<title>Wanna Marchi è un archetipo italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 13:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[wanna marchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Wanna Marchi è un archetipo italiano.&#160;&#160;Detta così, lo ammetto, sembra quasi un&#8217;eresia. Soprattutto in questi giorni, dopo il clamore suscitato dal premio consegnato a lei e alla figlia Stefania Nobile nella Sala della Protomoteca del Campidoglio. Ma non è del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Wanna Marchi è un archetipo italiano.&nbsp;&nbsp;Detta così, lo ammetto, sembra quasi un&#8217;eresia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soprattutto in questi giorni, dopo il clamore suscitato dal premio consegnato a lei e alla figlia Stefania Nobile nella Sala della Protomoteca del Campidoglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è del premio che voglio parlare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nemmeno della lunga e ben nota vicenda giudiziaria che ha portato entrambe alla condanna definitiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella storia appartiene ai tribunali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A me interessa un&#8217;altra cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi interessa&nbsp;<strong>il meccanismo</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché Wanna Marchi, portandolo all&#8217;estremo e trasformandolo in mestiere, ha incarnato qualcosa che nella società italiana non è affatto morto:&nbsp;<strong>la promessa della soluzione miracolosa ad un problema reale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lei vendeva scioglipancia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevi qualche chilo di troppo? Nessun problema. Aveva la soluzione. E se lo scioglipancia non bastava, entravano in campo altri strumenti, compresa quella pressione psicologica che nella vicenda giudiziaria è diventata parte dell&#8217;accusa e delle condanne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio, in fondo, era elementare:&nbsp;<strong>Hai un problema? Io ho la soluzione.</strong><strong>&nbsp;&nbsp;</strong>Adesso cambiamo canale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasciamo per un momento le televendite e guardiamo la Politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che cosa sentiamo durante una campagna elettorale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meno tasse. Più pensioni. Più stipendi. Più sanità. Più sicurezza. Più infrastrutture. Più servizi. Meno burocrazia. Più occupazione. Più sostegno alle famiglie.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente tutto questo senza aumentare le tasse, senza tagliare nulla di importante, senza fare troppo debito, e possibilmente mettendo anche qualche soldo in più nelle tasche degli italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, una specie di&nbsp;<strong>scioglipancia fiscale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che il prodotto non arriva più dentro una confezione. Arriva dentro un programma elettorale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione. Non sto dicendo che i politici siano tutti come Wanna Marchi. Sarebbe una sciocchezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto sarebbe scorretto confondere una condanna penale con una promessa politica, per quanto ardita possa essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sto dicendo una cosa diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il meccanismo psicologico della promessa miracolosa può essere sorprendentemente simile.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tu hai un problema. Io ho la soluzione. Non preoccuparti troppo di come funzionerà. Fidati. E soprattutto non chiederti, almeno per il momento, chi pagherà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è che Wanna Marchi vendeva un prodotto.&nbsp;&nbsp;Il politico vende una possibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima incassava soldi.&nbsp;&nbsp;Il secondo cerca voti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una aveva una televendita. L&#8217;altro ha una campagna elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma entrambi hanno bisogno della stessa materia prima:&nbsp;<strong>la disponibilità del pubblico a credere che una soluzione semplice possa risolvere un problema complicato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente la politica ha una giustificazione che la televenditrice non aveva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una promessa elettorale è una promessa politica, non necessariamente una truffa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E infatti il problema non è la promessa in sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nasce quando&nbsp;<strong>chi promette dovrebbe essere consapevole che ciò che sta promettendo è difficilmente realizzabile nelle condizioni date</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché governare un Paese non è vendere un sogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È fare i conti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E i conti hanno una caratteristica particolarmente antipatica per chi fa politica:&nbsp;<strong>non applaudono, non votano e non si commuovono.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima o poi arrivano. Arrivano il bilancio dello Stato. Arriva il debito pubblico. Arrivano gli interessi da pagare. Arrivano i vincoli europei. Arrivano le conseguenze delle decisioni prese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E arriva soprattutto quella terribile scoperta che sembra cogliere di sorpresa ogni nuova classe dirigente:&nbsp;<strong>i soldi non sono infiniti.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto il miracolo cambia nome. La promessa diventa un obiettivo. L&#8217;obiettivo diventa una riforma. La riforma diventa un rinvio. Il rinvio diventa una nuova promessa. E siamo pronti per la campagna elettorale successiva. Naturalmente, però, la colpa non è soltanto di chi promette.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché nessuno riesce a vendere miracoli se dall&#8217;altra parte non c&#8217;è qualcuno disposto a comprarli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui forse dovremmo guardarci allo specchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche noi elettori abbiamo sviluppato una certa predilezione per la botte piena e la moglie ubriaca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vogliamo pagare meno tasse e avere più servizi. Vogliamo pensioni più alte e contributi più bassi. Vogliamo più sicurezza e meno spesa pubblica. Vogliamo più sanità, più scuola, più infrastrutture e meno debito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vogliamo tutto. Possibilmente subito. E possibilmente senza che nessuno ci dica quanto costa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando poi arriva qualcuno a spiegare che i conti non tornano, ci arrabbiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se la matematica fosse una posizione politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se il debito pubblico fosse un&#8217;opinione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se bastasse pronunciare la parola &#8220;volontà&#8221; perché comparissero miliardi nel bilancio dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che Wanna Marchi diventa, suo malgrado, un&nbsp;<strong>archetipo</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché la politica italiana sia una televendita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nemmeno perché ogni politico sia un venditore di fumo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché il nostro Paese sembra avere una certa difficoltà a liberarsi dall&#8217;idea che per ogni problema complesso debba esistere una soluzione semplice, possibilmente immediata e, soprattutto, pagata da qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Wanna Marchi vendeva il miracolo dimagrante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica vende il miracolo fiscale, quello pensionistico, quello salariale, quello energetico, quello della sicurezza, quello della crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cambiano i prodotti. Cambiano i venditori. Cambiano persino i linguaggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma il mercato del miracolo non muore mai.</strong><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Si limita a cambiare confezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questo il punto più inquietante della vicenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci scandalizziamo davanti alla televenditrice che prometteva l&#8217;impossibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, qualche giorno dopo, ascoltiamo con assoluta serenità promesse politiche che richiederebbero risorse, tempi e condizioni che spesso nessuno si prende la briga di spiegare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima vendeva sogni davanti a una telecamera. I secondi li vendono davanti a milioni di elettori.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E almeno Wanna Marchi aveva il vantaggio della chiarezza.&nbsp;<strong>Vendeva miracoli</strong><strong>.&nbsp;</strong>La politica, qualche volta, riesce nell&#8217;impresa più raffinata:&nbsp;<strong>li chiama programmi elettorali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, naturalmente, arriva il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quello, curiosamente, non viene mai mostrato durante la televendita.</p>



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		<title>Llívia, la Spagna che si è dimenticata in Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 08:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I recenti fatti di Ceuta hanno rilanciato il termine “exclave”, il cui significato è abbastanza semplice: una porzione di territorio che appartiene politicamente ad uno Stato, ma che si trova fisicamente separata dal corpo principale del Paese da uno o<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">I recenti fatti di Ceuta hanno rilanciato il termine “exclave”, il cui significato è abbastanza semplice: una porzione di territorio che appartiene politicamente ad uno Stato, ma che si trova fisicamente separata dal corpo principale del Paese da uno o più territori stranieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ceuta, assieme a Melilla, sono due esempi abbastanza noti: due città spagnole in terra marocchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questa storia mi ha fatto ricordare un altro esempio di exclave spagnola, che ebbi modo di visitare, ahimé ormai molti anni fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una località da grandi guide turistiche, di quelle che finiscono nei programmi organizzati con tanto di guida munita di bandierina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ci arrivai quasi per caso, mentre da Perpignan ero diretto verso Andorra, che era la mia destinazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A un certo punto della strada arrivai in questo paesino e mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrai in un bar, ordinai una bibita e chiesi qualche informazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu così che, con mia grande meraviglia, scoprii di non essere più in Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa spiegava anche un particolare che fino a quel momento non avevo notato: in paese non vedevo più sventolare il&nbsp;<em>drapeau</em>&nbsp;della République Française, bensì le bandiere spagnole e catalane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora cominciai a capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ero a&nbsp;<strong>Llívia</strong><strong>,</strong>&nbsp;una piccola cittadina spagnola incastonata nel territorio francese, nel cuore dei Pirenei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di errore geografico. Solo che non era un errore. Era la storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprenderne il motivo bisogna tornare indietro di oltre tre secoli, quando in Europa i confini non erano ancora quelli che vediamo oggi sulle carte geografiche e, soprattutto, quando a decidere dove finiva un regno e dove ne iniziava un altro erano Re, guerre, matrimoni dinastici e trattati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra Francia e Spagna era in corso una lunga guerra, iniziata nel 1635 e conclusasi con la&nbsp;<strong>Pace dei Pirenei del 1659</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Francia uscì dal conflitto rafforzata ed ottenne dalla Spagna il Rossiglione, il Conflent, il Capcir, il Vallespir e una parte della Cerdagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Pirenei diventavano così, almeno sulla carta, la grande frontiera naturale fra i due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’era un piccolo problema: Llívia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il trattato parlava infatti della cessione alla Francia dei “<strong>villaggi”</strong>della Cerdagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E Llívia, per una di quelle circostanze che rendono la storia infinitamente più divertente dei manuali scolastici, non era considerata un villaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una “<em>vila”</em>, una città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo le era stato concesso nel 1528 dall’imperatore Carlo V. Insomma, una questione di categoria amministrativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quella differenza di una parola cambiò il destino del paesino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando nel 1660 francesi e spagnoli tornarono a mettere nero su bianco i dettagli della nuova frontiera con il&nbsp;<strong>Trattato di Llívia</strong>, i trentatré villaggi della Cerdagna passarono alla Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Llívia no, rimase spagnola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, quasi senza che nessuno l’avesse progettata fino in fondo, nacque quella che oggi chiamiamo una&nbsp;<strong>exclave spagnola in territorio francese</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una piccola isola di Spagna circondata dalla Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco più di dodici chilometri quadrati, a circa 1.200 metri di quota, nel paesaggio pirenaico della Cerdagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa curiosa è che questa singolarità non è rimasta soltanto sulle carte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per secoli gli abitanti di Llívia hanno dovuto convivere con il fatto di essere spagnoli da una parte, e circondati dai francesi dall’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per raggiungere il resto della Spagna dovevano attraversare territorio francese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E infatti esiste ancora quella che viene chiamata Route Neutre, la strada internazionale priva di giurisdizione doganale fissa, che collega Llívia a Puigcerdà, e quindi alla Spagna.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per secoli è stata il cordone ombelicale di questa piccola porzione di territorio spagnolo in terra francese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, naturalmente, tutto è molto più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schengen ha fatto quello che spesso la politica impiega secoli a fare: ha reso la frontiera praticamente invisibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente doganieri, niente passaporti, niente soldati a controllare chi entra e chi esce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma basta fermarsi un momento e guardare una carta geografica per rendersi conto dell&#8217;assurdità apparente della situazione di Llìvia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parti dalla Francia, arrivi in Spagna e poi, se prosegui, torni tranquillamente in Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nessuno si stupisce più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse perché l&#8217;Europa, almeno in questo angolo dei Pirenei, ha imparato che le frontiere possono essere importanti senza necessariamente diventare muri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Llívia, peraltro, non è soltanto una curiosità geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel piccolo centro storico si trovano le tracce di una storia molto più antica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è la&nbsp;<strong>Torre Bernat de So</strong>, costruita alla fine del Cinquecento, ci sono i resti dell&#8217;antico castello, la chiesa e le strade della vecchia&nbsp;<em>vila</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è una piccola meraviglia che forse da sola varrebbe il viaggio: la&nbsp;<strong>Farmacia Esteva</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La farmacia di Llívia è documentata almeno dal 1594 e viene considerata una delle più antiche d&#8217;Europa. La famiglia Esteva la gestì per sette generazioni, fino alla chiusura nel 1926.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo che mobili, strumenti, libri, recipienti in ceramica blu cobalto, e le caratteristiche cassette lignee policrome furono acquistate dal Comune di Girona con l&#8217;impegno di conservarli a Llívia, la Farmacia oggi è diventata un museo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse non poteva esserci destino migliore per una farmacia nata in un luogo dove, per secoli, la geografia aveva deciso di complicare la vita agli uomini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passeggiando per Llívia, però, la cosa che più mi colpì allora non fu un monumento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu proprio quella sensazione stranissima di essere in un paese che sembrava francese, incastonato in un paesaggio francese, raggiunto percorrendo strade francesi, ma che era spagnolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con la sua lingua catalana, le sue bandiere, le sue istituzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una piccola contraddizione geografica che sopravvive da oltre tre secoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questo il bello della storia europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che sotto le carte politiche, sotto i confini tracciati con il righello, e sotto le pretese di chi pensa che le Nazioni siano entità immutabili, c&#8217;è una realtà infinitamente più complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono territori che appartenevano ad un regno e oggi appartengono ad un altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono popolazioni che parlano una lingua diversa da quella dello Stato cui appartengono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono confini che sembrano naturali ed invece sono il risultato di una guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ci sono persino piccoli paesi che sono rimasti dalla parte sbagliata della frontiera semplicemente perché, quattro secoli fa, qualcuno li aveva classificati come “<em>ville”</em>&nbsp;invece che come villaggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo alla cosa che, a me, sembra più interessante di tutta questa storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In Europa continuiamo ancora oggi a rispettare trattati stipulati quando non esistevano né l&#8217;Unione Europea né gli Stati nazionali nella forma che conosciamo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Trattato dei Pirenei è del&nbsp;<strong>1659</strong>. Quello di Llívia è del&nbsp;<strong>1660</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E la storia di Gibilterra ci porta ancora più avanti, al&nbsp;<strong>Trattato di Utrecht del 1713</strong>, con il quale la Spagna cedette Gibilterra alla Gran Bretagna. L&#8217;articolo X stabiliva la cessione della città, del castello, del porto e delle fortificazioni alla Corona britannica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre secoli dopo, quei documenti continuano a produrre effetti sulla carta geografica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A pensarci bene, è una cosa abbastanza ammirevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché viviamo in un&#8217;epoca nella quale il rispetto delle frontiere e degli accordi internazionali sembra tornato a essere una questione tutt&#8217;altro che scontata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Russia di Putin ha cercato di modificare con la forza i confini dell&#8217;Ucraina, arrivando all&#8217;annessione dichiarata di territori ucraini, condannata dall&#8217;Assemblea generale dell&#8217;ONU come violazione dell&#8217;integrità territoriale dell&#8217;Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cina di Xi Jinping continua a considerare Taiwan parte della propria sovranità, mentre Pechino mantiene aperta l&#8217;opzione dell&#8217;uso della forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E persino dagli Stati Uniti di Donald Trump sono arrivati negli ultimi anni discorsi che hanno messo in discussione, almeno sul piano politico e retorico, alcuni equilibri territoriali consolidati, dalla Groenlandia al Canada.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, tornando con la memoria a quel piccolo paese dei Pirenei, mi viene quasi da sorridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché Llívia ci ricorda una cosa molto semplice:&nbsp;<strong>le frontiere possono essere assurde, complicate, perfino nate da un cavillo linguistico. Ma una volta che sono state stabilite da un Trattato, possono essere rispettate per secoli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un continente che ha conosciuto guerre infinite proprio per spostare di qualche chilometro una frontiera, sapere che una firma apposta nel Seicento può ancora essere rispettata nel Ventunesimo secolo è forse una delle poche stranezze della storia che vale la pena conservare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Reggio Calabria non è una bussola. Al massimo è un barometro starato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 07:40:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Chi cercava nelle suppletive della Camera a Reggio Calabria una bussola per le prossime elezioni politiche si sarà trovato in mano un barometro piuttosto starato. Pretendere di estrapolare da un&#8217;elezione di riparazione il sentimento politico dell&#8217;intero Paese significa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi cercava nelle suppletive della Camera a Reggio Calabria una bussola per le prossime elezioni politiche si sarà trovato in mano un barometro piuttosto starato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pretendere di estrapolare da un&#8217;elezione di riparazione il sentimento politico dell&#8217;intero Paese significa infatti scambiare le dinamiche di un territorio, le sue reti personali, e le sue macchine organizzative, per la volontà nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il primo dato che dovrebbe consigliare prudenza è quello dell&#8217;affluenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto</strong><strong>.&nbsp;&nbsp;</strong>Quasi quattro elettori su cinque sono rimasti a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero: le suppletive hanno normalmente un&#8217;affluenza molto più bassa delle elezioni politiche. Si votava per un solo seggio, e senza il traino di altre consultazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando alle urne si presenta poco più di un elettore su cinque, diventa inevitabile che il risultato sia molto più sensibile alla capacità di mobilitazione dei candidati, alle organizzazioni territoriali, ed agli elettorati più motivati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo cosa avrebbero votato quelli rimasti a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sappiamo però che&nbsp;<strong>non possiamo usare il voto dei presenti per parlare automaticamente a nome degli assenti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E già questo dovrebbe bastare a raffreddare gli entusiasmi di chi si è precipitato a proclamare da Reggio il vincitore delle prossime elezioni politiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano locale, invece, il risultato è molto chiaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fabio Roscioli ha vinto per il&nbsp;&nbsp;&nbsp;con un margine largo (51,02%).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa vittoria va letta anche alla luce di ciò che è successo pochi mesi fa a Reggio Calabria. Il seggio era rimasto libero dopo l&#8217;elezione a sindaco di Francesco Cannizzaro, esponente di Forza Italia, che alle comunali aveva conquistato il 65,68%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Centrodestra, quindi, non partiva da zero.&nbsp;&nbsp;Partiva da una macchina territoriale già collaudata. E Roscioli è riuscito a conservarne il controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui il dato politico è importante:&nbsp;<strong>Forza Italia ed il sistema territoriale costruito attorno a Cannizzaro ed al Presidente della Regione Roberto Occhiuto hanno dimostrato di saper reggere anche quando qualcuno, da destra, prova a sfidarli sul loro terreno.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione a trasformare questa vittoria in un plebiscito nazionale per il Governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Reggio Calabria non ha votato per scegliere il prossimo Presidente del Consiglio.&nbsp;&nbsp;Ha votato per eleggere un Deputato in un collegio uninominale di 71 comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono due cose profondamente diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il centrosinistra, con Frank Benedetto, ha perso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma anche qui bisogna evitare le semplificazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il candidato sostenuto dal cosiddetto Campo largo si è attestato al&nbsp;<strong>36,59%</strong>, ed in diverse realtà territoriali è riuscito a essere competitivo, arrivando anche a prevalere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD, il Movimento 5 Stelle e le altre forze che lo sostenevano hanno quindi perso il collegio, ma non sono affatto scomparsi dal territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una sconfitta.&nbsp;&nbsp;Non è però la fotografia di un&#8217;opposizione politicamente irrilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in questo caso, per capire che cosa significhi il risultato a livello nazionale, bisognerà aspettare un&#8217;elezione con un&#8217;affluenza normale e con una posta in gioco nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è il vero osservato speciale di queste suppletive<strong>:&nbsp;</strong><strong>Domenico Giannetta e Futuro Nazionale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui le letture a caldo si sono divise tra chi ha parlato di &#8220;flop Vannacci&#8221;, e chi ha cercato di trasformare il risultato in una sorta di prova generale della futura affermazione nazionale del Generale (che lui stesso aveva enfatizzato definendo Reggio la “Sassonia” di FN).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrambe le letture mi sembrano premature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giannetta ha raccolto un risultato di quasi l’ 11%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ha sfondato. Ma nemmeno è scomparso. E soprattutto non era un candidato qualsiasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>C&#8217;è però un elemento che, proprio mentre si discute del significato del voto di Reggio, merita di essere messo sul tavolo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per la prima volta da quando Futuro Nazionale è entrato nei radar dei sondaggi, la crescita di Vannacci sembra essersi fermata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;ultima rilevazione SWG per il Tg La7, del 28 settembre, Futuro Nazionale resta all&#8217;8%, lo stesso risultato della settimana precedente. Dopo una progressione quasi continua che lo aveva portato dal 7,5% di fine agosto al 7,7% del 7 settembre e poi all&#8217;8%, è la prima volta che il dato non cresce.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è un calo, dunque. E sarebbe altrettanto prematuro parlare di inversione di tendenza. Ma è una prima frenata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E messa accanto al 10,94% raccolto da Giannetta a Reggio, rende ancora più difficile sostenere che una singola elezione possa dirci oggi quale sia la reale dimensione nazionale dell&#8217;“effetto Vannacci”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non va inoltre trascurato che fino a poche settimane fa Giannetta era il capogruppo di Forza Italia in Consiglio Regionale della Calabria, ed alle ultime regionali aveva raccolto circa&nbsp;<strong>10.000 preferenze</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi c&#8217;è una domanda alla quale oggi nessuno può rispondere con precisione:&nbsp;<strong>quanto di quel risultato appartiene a Vannacci e quanto appartiene a Giannetta?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente entrambe le cose; non esiste un contatore che ci permetta di separarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è per questo che sarebbe sbagliato utilizzare Reggio Calabria per stabilire automaticamente quanto valga Futuro Nazionale in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un&#8217;altra ragione per cui il risultato va maneggiato con prudenza:&nbsp;<strong>il sistema elettorale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Giannetta correva in un collegio uninominale. E nell&#8217;uninominale non basta avere un consenso. Bisogna trasformarlo in una vittoria.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una forza politica può conquistare una percentuale significativa, sottrarre voti agli altri e, alla fine, non conquistare nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la logica del voto utile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è anche la ragione per cui una formazione appena nata non poteva realisticamente pretendere di scardinare al primo colpo una macchina territoriale consolidata come quella del Centrodestra reggino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui c&#8217;è il rovescio della medaglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una forza politica può essere troppo piccola per vincere, ma abbastanza grande per condizionare chi vince.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è questa la questione che, più del risultato di Reggio in sé, dovrebbe interessare il Centrodestra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Futuro Nazionale riuscisse a trasformare il consenso raccolto attorno a Vannacci in una struttura nazionale stabile, potrebbe diventare un problema strategico per la coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo se accadrà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dopo Reggio sarebbe imprudente comportarsi come se quella possibilità non esistesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero dato politico che esce da questa elezione non è una percentuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda:&nbsp;<strong>quanto può diventare grande Futuro Nazionale quando il consenso personale di Vannacci, il radicamento di un candidato come Giannetta, ed una competizione locale saranno sostituiti da un&#8217;elezione politica nazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A questa domanda Reggio non dà ancora una risposta, e sarebbe un errore pretendere che la dia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le suppletive sono una cosa strana: possono dirci moltissimo sul territorio e pochissimo sul Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che possiamo dire oggi è che il Centrodestra ha conservato il collegio, che il Campo largo ha perso ma ha mantenuto una consistenza significativa, e che Futuro Nazionale ha ottenuto un risultato abbastanza rilevante da meritare attenzione, ma non abbastanza per essere trasformato in una previsione nazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto ci resta quel&nbsp;<strong>22,34% di affluenza</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il numero sul quale la politica dovrebbe riflettere più a lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché possiamo discutere per ore se il 10,94% di Giannetta sia tanto o poco, se il 36% di Benedetto sia un buon punto di partenza od una sconfitta pesante, se il risultato di Roscioli confermi o meno la forza del Centrodestra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma davanti a quasi quattro elettori su cinque che hanno scelto di non votare, forse la domanda più seria è un&#8217;altra:&nbsp;&nbsp;<strong>che cosa sta succedendo al rapporto tra cittadini e politica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa, però, è una domanda alla quale non può rispondere una suppletiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nemmeno un sondaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché tra un collegio di 71 comuni, un candidato fortemente radicato, un&#8217;elezione suppletiva, un&#8217;affluenza al 22,34% e le prossime elezioni politiche c&#8217;è di mezzo una differenza non proprio trascurabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Circa sessanta milioni di italiani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quelli, per fortuna o purtroppo, non hanno ancora votato a Reggio Calabria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Chi paga davvero le tasse in Italia? E chi paga anche per gli evasori &#8211; Prima puntata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima puntata &#8211; di Umberto Baldo Confesso che quando il direttore di Tviweb mi ha detto: «Mi sono rotto il cazzo degli evasori. Iniziamo una campagna stampa contro chi evade le tasse?», ho pensato che avesse perfettamente ragione.Perché l’evasione fiscale<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Prima puntata &#8211; di Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Confesso che quando il direttore di Tviweb mi ha detto: «Mi sono rotto il cazzo degli evasori. Iniziamo una campagna stampa contro chi evade le tasse?», ho pensato che avesse perfettamente ragione.<br>Perché l’evasione fiscale è uno di quei problemi italiani dei quali parliamo da decenni.<br>Ne parliamo nei programmi televisivi, nei comizi, nelle leggi finanziarie, nelle dichiarazioni dei ministri e naturalmente al bar.<br>Poi arriva puntualmente il momento in cui tutti diventano combattenti contro l&#8217;evasione.<br>Salvo scoprire, appena si prova a fare sul serio, che il problema è sempre qualcun altro.<br>E allora partiamo da una domanda molto semplice: Ma chi paga davvero le tasse in Italia?<br>Non è una domanda ideologica.<br>È una domanda che possiamo rivolgere direttamente ai numeri.<br>In Italia sono circa 42,6 milioni le persone fisiche che presentano una dichiarazione dei redditi. E una parte enorme di questi contribuenti dichiara redditi molto bassi.<br>Quasi 16 milioni dichiarano meno di 15.000 euro.<br>Attenzione: questo non significa affatto che siano 16 milioni di evasori.<br>Un reddito dichiarato basso può avere moltissime spiegazioni perfettamente legittime.<br>Ed è proprio per questo che bisogna stare lontani dalle semplificazioni da bar.<br>Ma quei numeri ci dicono comunque qualcosa.<br>Ci dicono che la platea sulla quale si concentra il reddito imponibile è molto più ristretta di quanto immaginiamo.<br>E quando guardiamo chi paga l&#8217;IRPEF, il quadro diventa ancora più interessante.<br>La parte largamente prevalente dell&#8217;imposta sul reddito arriva da lavoratori dipendenti e pensionati.<br>Non è una questione di opinioni. È una questione di struttura del sistema fiscale.<br>Del resto il motivo è abbastanza semplice. Il lavoratore dipendente riceve lo stipendio e trova già la trattenuta fiscale. Il pensionato riceve la pensione e trova già la trattenuta fiscale.<br>Non devono ricordarsi di dichiarare quanto hanno guadagnato.<br>Lo Stato lo sa già.<br>Diciamo che, sotto questo profilo, il contribuente dipendente gode di una straordinaria certezza: il Fisco non rischia di perderlo di vista.<br>Poi ci sono altri contribuenti, per i quali la situazione è diversa.<br>Non significa che siano evasori.<br>Significa che, per determinate categorie di reddito, il sistema deve affidarsi maggiormente a ciò che viene dichiarato e ai controlli successivi.<br>Ed è proprio qui che nasce il problema.<br>Perché se una parte del reddito sfugge alla tassazione, il fabbisogno dello Stato non evapora insieme all&#8217;evasore.<br>I soldi che mancano devono comunque essere trovati.<br>E quindi il peso finisce, inevitabilmente, su chi le tasse le paga.<br>Secondo le stime ufficiali del Ministero dell&#8217;Economia, nel 2021 il cosiddetto tax gap fiscale e contributivo era di circa 83,6 miliardi di euro.<br>Non significa che ci siano 83,6 miliardi chiusi in una cassaforte che lo Stato potrebbe semplicemente andare a prendere.<br>Il tax gap è una stima del gettito che, secondo la metodologia utilizzata, non viene versato rispetto a quello teoricamente dovuto.<br>Ma anche prendendolo per quello che è, una stima, rimane un numero enorme.<br>E allora la domanda diventa inevitabile: Chi paga per quella parte che non viene pagata?<br>Perché lo Stato continua comunque a dover pagare pensioni, sanità, scuola, sicurezza, trasporti, interessi sul debito pubblico e tutto il resto.<br>Non esiste una casella del bilancio dello Stato con scritto: &#8220;Questa spesa non la facciamo perché qualcuno non ha pagato le tasse.&#8221;<br>La spesa resta. Ed il conto, prima o poi, arriva.<br>È qui che l&#8217;evasione fiscale smette di essere soltanto una questione di legalità.<br>Diventa una questione di equità tra contribuenti.<br>Perché se io non posso scegliere se dichiarare il mio reddito per intero, mentre qualcun altro ha maggiori possibilità di sottrarne una parte al Fisco, non siamo più soltanto davanti a due comportamenti fiscali diversi.<br>Siamo davanti a due contribuenti che partecipano in modo diverso al finanziamento dello stesso Stato.<br>E questo è il punto sul quale vale la pena riflettere.<br>Non stiamo sostenendo che chi dichiara poco sia automaticamente un evasore.<br>Non stiamo sostenendo che una categoria professionale sia composta da evasori.<br>Non stiamo nemmeno sostenendo che lo Stato sia sempre e comunque vittima innocente.<br>Stiamo ponendo una domanda: in un Paese nel quale tutti pretendono sanità, pensioni, scuola, strade, sicurezza e servizi, su quanti contribuenti grava realmente il finanziamento dello Stato?<br>Perché forse il problema italiano non è soltanto che si evade troppo.<br>Forse è anche che a pagare tutto il dovuto sono soprattutto quelli che non hanno la possibilità di scegliere se farlo oppure no.<br>E questa è una questione che merita qualche riflessione.<br>Ma c&#8217;è un numero che merita di essere guardato ancora più da vicino.<br>Quello degli italiani che dichiarano redditi molto bassi.<br>Perché a questo punto viene spontanea una domanda che non è né di destra né di sinistra, né liberale né socialista, né di governo né di opposizione.<br>È semplicemente una domanda di buon senso.<br>Ma come fanno a vivere?</p>
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		<title>Due lingue, due mondi. La madre, il figlio e l’Occidente. L’integrazione a senso unico</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:18:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Le camminate del primo mattino hanno un pregio: ogni tanto ti fanno incontrare la realtà prima che venga passata al frullatore della politica, delle ideologie e del politicamente corretto.Quotidianamente lungo la strada verso le scuole elementari, mi imbatto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le camminate del primo mattino hanno un pregio: ogni tanto ti fanno incontrare la realtà prima che venga passata al frullatore della politica, delle ideologie e del politicamente corretto.<br>Quotidianamente lungo la strada verso le scuole elementari, mi imbatto in una scena normalissima.<br>Una madre straniera ed il suo bambino, o bambina.<br>Lei con il capo velato ed un abbigliamento che la rende immediatamente riconoscibile come appartenente ad un&#8217;altra cultura (il solito camicione informe).<br>E qui arriva la parte che mi ha fatto pensare.<br>Il bambino parlava un italiano perfetto.<br>La madre gli rispondeva nella propria lingua.<br>Non so quale fosse. Arabo, forse. O una lingua slava. Non importa.<br>Si capivano benissimo. Una scena normalissima, si dirà. E probabilmente lo era.<br>Ma proprio perché era normalissima, mi sono chiesto se non nascondesse qualcosa di molto meno innocente.<br>Perché il bambino sembrava già perfettamente dentro il nostro mondo. La madre quasi estranea.<br>Naturalmente non ho la minima idea di quanto italiano conoscesse quella donna.<br>Potrebbe parlarlo benissimo. Potrebbe aver semplicemente scelto di parlare al figlio nella lingua della propria famiglia. E sarebbe anche comprensibile.<br>Ma se quella scena non fosse soltanto una questione linguistica?<br>Se la lingua fosse soltanto il segnale più evidente di una distanza culturale più profonda?<br>Perché l&#8217;integrazione non consiste soltanto nel vivere fisicamente in un Paese.<br>Consiste anche nel riconoscersi, almeno in parte, nella società nella quale si vive.<br>E qui nasce il problema.<br>Possiamo accettare che una persona conservi la propria lingua, la propria religione, le proprie tradizioni e persino il proprio modo di vestire. Ci mancherebbe.<br>Ma dove finisce la legittima conservazione della propria identità e dove comincia il rifiuto di entrare nella società che ti ospita?<br>È una linea sottile. E forse il problema delle nostre società occidentali è proprio che abbiamo smesso di porci questa domanda.<br>Soprattutto negli ambienti cosiddetti ”progressisti” abbiamo trasformato l&#8217;integrazione in una specie di processo a senso unico.<br>Noi dobbiamo capire loro. Noi dobbiamo rispettare le loro tradizioni. Noi dobbiamo accettare le loro differenze. Noi dobbiamo evitare accuratamente di chiedere loro qualcosa in cambio.<br>Ma l&#8217;integrazione, se vogliamo chiamarla così, non dovrebbe essere un contratto a senso unico.<br>E allora quella madre e quel bambino diventano quasi un’immagine simbolica dell&#8217;Occidente contemporaneo.<br>Il figlio parla la lingua del Paese nel quale vive. La madre continua a parlare la lingua della società dalla quale proviene.<br>Il figlio corre verso il mondo nuovo. La madre sembra tenere un piede ben piantato nel vecchio.<br>E magari è soltanto una mia impressione. Ma il velo, l&#8217;abbigliamento, la lingua, e soprattutto il modo diverso di rapportarsi con la società circostante compongono un&#8217;immagine che qualche domanda la pone.<br>Perché possiamo anche raccontarci che l&#8217;integrazione sia già riuscita.<br>Ma se ad integrarsi sono soprattutto i figli, mentre una parte dei genitori continua a vivere dentro comunità culturalmente separate, non stiamo forse semplicemente aspettando che sia la seconda generazione a fare il lavoro che la prima non ha voluto o non ha potuto fare?<br>Ma forse quell’immagine ci sta dicendo una cosa molto semplice: i bambini si integrano molto più velocemente degli adulti.<br>La domanda, allora, non è se sia bello o brutto che una madre parli al figlio nella propria lingua.<br>La domanda è un&#8217;altra: quando vediamo per strada una madre che parla nella sua lingua ed un figlio che le risponde in italiano, stiamo guardando il successo dell&#8217;integrazione del figlio od il ritardo dell&#8217;integrazione della madre?<br>Forse, semplicemente, stiamo guardando entrambe le cose.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Gli Houthi non sono “gli iraniani dello Yemen”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 07:31:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Abbiamo preso l&#8217;abitudine di chiamare ogni milizia che combatte contro qualcuno il “proxy” di qualcun altro.E’ un modo molto comodo per non studiare la storia.Così gli Houthi diventano semplicemente “gli iraniani dello Yemen”, l&#8217;Arabia Saudita diventa il bastione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo preso l&#8217;abitudine di chiamare ogni milizia che combatte contro qualcuno il “proxy” di qualcun altro.<br>E’ un modo molto comodo per non studiare la storia.<br>Così gli Houthi diventano semplicemente “gli iraniani dello Yemen”, l&#8217;Arabia Saudita diventa il bastione sunnita che li combatte, e tutto sembra risolto: Iran contro Arabia Saudita, sciiti contro sunniti, fine della spiegazione.<br>Peccato che lo Yemen, nella sua storia, sia parecchio più complicato.<br>Lo Yemen è una delle culle di civilizzazione più antiche del mondo, noto nell&#8217;antichità classica come parte dell&#8217;Arabia Felix (Arabia Fortunata) per via della sua prosperità, e della ricchezza dei suoi commerci.<br>Questa terra millenaria deve la sua importanza storica alla posizione geopolitica strategica tra il Mar Rosso e l&#8217;Oceano Indiano, che la rese il fulcro delle antiche rotte commerciali di incenso, mirra e spezie.<br>Tra i regni più celebri dello Yemen antico ci fu quello di Saba, legato al mito biblico e coranico della Regina di Saba&#8230;<br>Ecco perché gli Houthi non sono “nati a Teheran”.<br>L&#8217;Iran è arrivato dopo, molto dopo, trovando una frattura già aperta e trasformandola in uno strumento geopolitico.<br>E questa distinzione non è affatto secondaria.<br>Tra Arabia Saudita e Yemen esiste infatti una storia di diffidenze, guerre, confini contestati, rivalità tribali ed interferenze politiche che viene da molto prima della Repubblica islamica iraniana e persino da prima che gli Houthi esistessero.<br>Bisogna tornare agli anni Trenta.<br>Nel 1934 Arabia Saudita e Yemen si fecero la guerra anche per una questione territoriale. Le regioni di Asir, Jizan e Najran, oggi saudite, erano state a lungo contese, e nello Yemen continuano ad essere percepite come parte di una storia nazionale sottratta.<br>Il confine sarebbe stato formalizzato definitivamente soltanto nel 2000, con il Trattato di Gedda.<br>Ma le frontiere possono essere tracciate con un righello. Molto più difficile è cancellarle dalla memoria.<br>Poi c&#8217;è il problema più generale del rapporto fra Riyadh e Sana&#8217;a.<br>Per l&#8217;Arabia Saudita lo Yemen non è mai stato semplicemente il Paese che sta dall&#8217;altra parte del confine.<br>È stato il cortile di casa.<br>Un cortile povero, turbolento, densamente popolato e spesso difficilissimo da governare, nel quale Riyadh ha cercato per decenni di mantenere una forte influenza attraverso denaro, rapporti con le tribù, alleanze politiche e sostegno ai diversi attori yemeniti.<br>Non per beneficenza, naturalmente. Perché per Riyadh uno Yemen instabile è un problema, ma uno Yemen controllato da una forza ostile può diventare una minaccia strategica.<br>E qui arriviamo alla questione religiosa.<br>Gli Houthi appartengono allo zaydismo, una corrente dello sciismo con una storia profondamente radicata nello Yemen settentrionale, e che non può essere semplicemente sovrapposta allo sciismo iraniano.<br>Per secoli gli imam zayditi hanno governato gran parte dello Yemen del Nord.<br>Poi arrivarono la Repubblica, le guerre civili e la crescente influenza saudita.<br>Negli anni Ottanta e Novanta Riyadh sostenne anche la diffusione del salafismo nel nord del Paese, entrando in competizione con l&#8217;antica identità religiosa zaydita.<br>È proprio in questo ambiente che negli anni Novanta nacque il movimento dal quale sarebbero usciti gli Houthi.<br>E qui la storia presenta un&#8217;altra delle sue ironie.<br>Negli anni Sessanta l&#8217;Arabia Saudita aveva sostenuto i monarchici zayditi nella guerra civile contro i repubblicani appoggiati dall&#8217;Egitto di Nasser.<br>Oggi Riyadh combatte gli Houthi zayditi sostenuti dall&#8217;Iran.<br>Cambiano gli amici, cambiano i nemici. Resta lo Yemen.<br>Poi è arrivato Teheran.<br>Il sostegno iraniano ha fornito agli Houthi armi, tecnologia e know how militare, contribuendo a trasformare una milizia locale in un attore capace di proiettare la propria minaccia ben oltre i confini yemeniti.<br>Ma anche qui bisogna stare attenti a non capovolgere causa ed effetto.<br>Gli Houthi non sono una creatura iraniana comparsa dal nulla.<br>L&#8217;Iran ha trovato negli Houthi uno strumento straordinariamente utile per proiettare la propria influenza nella penisola arabica.<br>Ed è qui che la vecchia storia yemenita diventa una questione globale.<br>Perché lo Yemen si affaccia sul Bab el-Mandeb, il passaggio marittimo che collega il Mar Rosso all&#8217;Oceano Indiano.<br>Chi riesce a minacciare quel passaggio può disturbare una delle grandi arterie del commercio mondiale.<br>Ed è precisamente quello che gli Houthi hanno dimostrato di poter fare.<br>Passano da lì le petroliere. Passano le portacontainer. Passano merci destinate anche all&#8217;Europa.<br>Ed improvvisamente quella che sembrava l&#8217;ennesima guerra tribale e religiosa dall&#8217;altra parte del mondo diventa una questione che riguarda anche noi.<br>Per questo sarebbe un errore raccontare gli Houthi semplicemente come “il braccio iraniano nello Yemen”.<br>Ma sarebbe altrettanto ingenuo considerarli soltanto dei ribelli locali.<br>Sono il prodotto di una storia yemenita che viene da lontano, diventata oggi una pedina di una partita regionale molto più grande.<br>Confini, religione, tribù, rivalità fra potenze regionali, Iran, Arabia Saudita, e controllo delle rotte commerciali, si sono sovrapposti fino a trasformare una guerra locale in una minaccia internazionale<br>A conferma di ciò oggi c&#8217;è un elemento nuovo, e decisamente più inquietante.<br>Gli Houthi non si limitano più a combattere in Yemen o a minacciare il traffico nel Mar Rosso. Negli ultimi giorni hanno intensificato gli attacchi con missili e droni contro il territorio saudita, mentre Riyadh ha denunciato anche minacce nei confronti dell&#8217;area della Mecca.<br>Le autorità saudite hanno parlato di una vera e propria linea rossa. Gli Houthi, naturalmente, negano di avere deliberatamente preso di mira le città sante di Medina e La Mecca.<br>Ma la novità più significativa è un&#8217;altra.<br>L&#8217;Arabia Saudita ha chiesto a Turchia e Pakistan di discutere un possibile sostegno militare nell&#8217;ambito del nuovo accordo di difesa trilaterale firmato ad agosto.<br>E i Capi di stato maggiore dei tre Paesi si sono già incontrati a Riyadh per esaminare come dare attuazione a quell&#8217;intesa.<br>È ancora presto per dire che Turchia e Pakistan entreranno militarmente nella guerra. Anzi, entrambi hanno finora mostrato cautela.<br>Ma il semplice fatto che Riyadh abbia dovuto rivolgersi ad Ankara e Islamabad dice già qualcosa.<br>Perché a questo punto la domanda non è più soltanto chi controlla lo Yemen.<br>La domanda è quanto possa allargarsi il conflitto.<br>E quando entrano in gioco Arabia Saudita, Iran, Turchia, Pakistan, Stati Uniti e le rotte commerciali del Mar Rosso, quella che sembrava una guerra lontana comincia ad assomigliare pericolosamente a qualcosa di molto più grande.<br>È proprio qui che la vecchia storia dello Yemen incontra la geopolitica del XXI secolo.<br>E noi europei siamo lì, in mezzo, con le nostre navi cariche di merci che devono attraversare quel tratto di mare.<br>Perché c&#8217;è una lezione che i nostri “pacifisti” continuano ostinatamente a non imparare: le guerre degli altri diventano molto spesso, prima o poi, anche affari nostri.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>La scienza secondo l&#8217;algoritmo: piccolo bestiario del nutrizionista fai-da-te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:24:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano C&#8217;è una nuova figura professionale che nessuna università ha mai formato, che nessun ordine ha mai iscritto nei propri albi, e che pure oggi conta più seguaci di un primario di endocrinologia. Non ha fatto tirocinio, non<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una nuova figura professionale che nessuna università ha mai formato, che nessun ordine ha mai iscritto nei propri albi, e che pure oggi conta più seguaci di un primario di endocrinologia. Non ha fatto tirocinio, non ha sostenuto un esame di Stato, non risponde a nessuna commissione disciplinare. Ha fatto, questo sì, ventitré video in una settimana, e agli occhi di due milioni di persone questo pesa più di una laurea appesa al muro di uno studio medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a censirli, questi apostoli del benessere spontaneo, con lo spirito paziente dell&#8217;entomologo che non giudica l&#8217;insetto ma lo classifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Apre la rassegna il chimico pentito, quello che si firma «ex farmacista» o «biologo nutrizionista» con un tono da confessione, come se avesse lasciato la scienza ufficiale per amore della verità. Parla di «industria che nasconde», di «quello che i medici non ti dicono», canovaccio retorico vecchio quanto la piazza medievale del ciarlatano, oggi semplicemente verticale e in formato video breve. Il suo prodotto non è mai la conoscenza, è sempre in vendita: un integratore, un protocollo, un corso a pagamento spacciato per rivelazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli succede, per affinità di metodo, il banditore dell&#8217;ultimo pezzo, che non vende mai un prodotto ma una scadenza: il conto alla rovescia in sovrimpressione, la promozione «valida solo per le prossime tre ore», gli «ultimi cinque posti disponibili» che restano misteriosamente disponibili anche il mese seguente, con il medesimo conto alla rovescia ripartito da capo. È la tecnica di vendita più antica del mercato rionale, quella del banco che sta per chiudere, applicata a un negozio che in realtà non chiude mai: lo sconto è perenne, cambia solo il pretesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più temibile per reputazione e fatturato è il guerriero del cortisolo, quello che ha trasformato un ormone dello stress – utile, misurabile solo con prelievi seriati e in contesti clinici precisi – in un mostro domestico responsabile di ogni pancia, ogni insonnia, ogni fallimento sentimentale. Vende gocce, tisane, pastiglie «anticortisolo» senza che nessuno, mai, abbia dosato il cortisolo di chi acquista. La diagnosi arriva prima dell&#8217;esame: è la medicina che ha rovesciato il metodo scientifico e lo ha rivenduto come rivoluzione del benessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non manca all&#8217;appello il fabbricante di trasformazioni, quello delle metamorfosi in dodici settimane, prima e dopo illuminati diversamente, pancia rientrata con un filtro e non con una dieta. Promette lo stesso risultato a chiunque abbia una carta di credito e ignori che la genetica, il sonno, il cortisolo autentico – quello reale, misurato – e il tempo libero per allenarsi non sono distribuiti in modo uguale tra gli esseri umani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di segno opposto, ma di identica sicurezza, il naturalista militante: per lui ogni sostanza sintetizzata in laboratorio è sospetta e ogni erba è benedetta a prescindere dal dosaggio, come se dimenticasse che la cicuta è naturalissima e la penicillina no. Predica il ritorno alla natura dallo smartphone di ultima generazione, con la connessione di ultima velocità e il microfono professionale comprato online.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Percorre invece il supermercato con la telecamera accesa il decodificatore di etichette, che grida all&#8217;additivo come un tempo si gridava all&#8217;untore, senza mai spiegare la dose, che in tossicologia è tutto, e senza mai citare un&#8217;autorità sanitaria che non sia se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Officia poi il rito del digiuno il guru intermittente, sacerdote della colazione saltata come panacea universale: risolverebbe simultaneamente il metabolismo, la concentrazione, l&#8217;umore e, nei video più audaci, anche l&#8217;autostima, senza distinguere mai tra chi può trarne beneficio sotto controllo medico e chi ha già un rapporto complicato con il cibo, categoria verso cui questi contenuti sono tutt&#8217;altro che innocui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiude la carrellata, ultimo arrivato ma già affollatissimo, l&#8217;oracolo del microbiota, che ha scoperto l&#8217;intestino come i naviganti scoprirono le Americhe e ora vende probiotici miracolosi basati su studi che, letti per intero e non nel titolo, dicono molto meno di quanto il video lasci intendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tratto comune, più del contenuto, è la grammatica: l&#8217;autorità sostituita dalla sicurezza espositiva, la citazione scientifica ridotta a parola-chiave, il «gli studi dimostrano» senza nome, autore, rivista, anno. È una medicina orale nel senso più antico, quella dei racconti tramandati, solo che qui il tramando dura quindici secondi ed è costruito per trattenere l&#8217;attenzione, non per curare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un fenomeno marginale: le autorità sanitarie europee e italiane segnalano da tempo la crescita di contenuti nutrizionali non verificati sui social, e diversi ordini dei medici e dei biologi nutrizionisti hanno più volte richiamato l&#8217;attenzione sul rischio di consigli alimentari o integrativi impartiti senza alcuna valutazione clinica individuale. Non servono cifre roboanti per dirlo: basta aprire l&#8217;applicazione e contare quanti, tra i primi dieci risultati per «cortisolo», indossano un camice che nessun ordine professionale ha mai firmato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verrebbe da chiedersi come si esca da questo assedio gentile di consigli non richiesti. La risposta più onesta, e meno virale, è la più antica del mondo: un dietologo reale, un esame del sangue autentico, un dubbio coltivato più a lungo di un colpo di pollice sullo schermo. Nel frattempo, l&#8217;algoritmo continuerà a proporci il prossimo salvatore, con lo stesso ritmo e la stessa fiducia con cui un tempo il banditore di piazza proponeva l&#8217;elisir buono per tutto. Cambia il palco, non cambia la commedia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Medio Oriente.  E se fosse anche colpa degli dèi?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:22:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è una domanda che mi frulla in testa da qualche giorno.&#160; Da quando esiste l’uomo sulla Terra sono nati culti, religioni, riti, tradizioni, divinità e sistemi di credenze.&#160; Evidentemente l&#8217;uomo, oltre a mangiare, lavorare e litigare con il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è una domanda che mi frulla in testa da qualche giorno.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quando esiste l’uomo sulla Terra sono nati culti, religioni, riti, tradizioni, divinità e sistemi di credenze.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Evidentemente l&#8217;uomo, oltre a mangiare, lavorare e litigare con il vicino, ha sempre sentito il bisogno di interrogarsi su ciò che sta sopra di lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è una parte del mondo dove questa concentrazione di religioni, popoli, identità e memorie storiche non ha probabilmente eguali:&nbsp;<strong>il Medio Oriente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È lì che sono nate le tre grandi religioni monoteiste; Ebraismo, Cristianesimo e Islam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è anche una terra nella quale, nei secoli, hanno vissuto e si sono incontrate comunità e tradizioni diversissime: drusi, yazidi, zoroastriani, assiri, armeni, copti, maroniti, siriaci, curdi e molte altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una straordinaria concentrazione di fedi ed identità in uno spazio geografico relativamente ristretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse non è un caso che una terra così piccola abbia prodotto una quantità così enorme di storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema è che la storia, da quelle parti, sembra non voler mai finire.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora mi sono posto una domanda che, lo ammetto, non pretende di avere una risposta semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E se questa straordinaria concentrazione di religioni e identità avesse contribuito, almeno in parte, alla cronica instabilità della regione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione: non sto dicendo che le religioni siano la causa delle guerre mediorientali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe una semplificazione tanto facile quanto sbagliata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è un altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Medio Oriente la religione non è mai stata soltanto una questione privata o spirituale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata spesso identità, appartenenza, memoria storica, organizzazione sociale e anche strumento di potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando poi religione, etnia, territorio e politica finiscono per sovrapporsi, il compromesso diventa maledettamente difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo Gerusalemme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per noi può essere solo una città contesa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ebrei, cristiani e musulmani è molto di più: è un luogo sacro, carico di una memoria religiosa e storica che precede di millenni gli Stati moderni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lo stesso discorso, con caratteristiche diverse, può essere fatto per la storica frattura fra sunniti e sciiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta semplicemente di due modi diversi di interpretare l&#8217;Islam. Nel corso dei secoli quella divisione si è intrecciata con dinastie, imperi, Stati, alleanze e conflitti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ancora oggi la rivalità fra Iran ed Arabia Saudita ha anche una dimensione confessionale, oltre ad essere una competizione geopolitica per l&#8217;influenza regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe un errore fermarsi alla religione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il Medio Oriente non è stato soltanto il crocevia delle grandi religioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato anche il crocevia degli imperi e delle potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ottomani, persiani, britannici, francesi, russi, americani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi il petrolio, il gas, Suez, Hormuz, Bab el-Mandeb, le grandi rotte commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma,&nbsp;<strong>Dio non è stato l&#8217;unico giocatore al tavolo.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E spesso, probabilmente, nemmeno quello che aveva le carte migliori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la caduta dell&#8217;Impero ottomano, inoltre, il vecchio ordine imperiale venne sostituito da nuovi Stati e nuovi confini, non sempre coincidenti con la complessa realtà etnica, religiosa e tribale dei territori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che forse emerge una differenza fondamentale con l&#8217;Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;Europa ha conosciuto secoli di guerre di religione. Ma, attraverso un percorso lungo e tutt&#8217;altro che indolore, è arrivata progressivamente alla separazione fra fede e potere politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riforma protestante, guerre di religione, Illuminismo, rivoluzioni liberali, nascita dello Stato moderno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Medio Oriente ha seguito un percorso storico diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ancora oggi, in molti Paesi, la religione può essere contemporaneamente fede, identità, appartenenza politica e legittimazione del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che noi occidentali facciamo tanta fatica a capire quella regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi tendiamo a separare ciò che là spesso rimane intrecciato: religione e politica, fede e identità, territorio e memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando tutto questo si concentra nello stesso luogo, ogni conflitto diventa inevitabilmente più complicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che il Medio Oriente sia condannato alla guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che stiamo parlando di una regione nella quale&nbsp;<strong>gli uomini non combattono soltanto per il presente, ma spesso anche per ciò che credono sia accaduto migliaia di anni fa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torno alla domanda iniziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse una parte dell&#8217;instabilità del Medio Oriente dipende anche da questo straordinario intreccio di fede, identità, territorio, memoria e potere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando la terra è sacra, la memoria è millenaria, ed il diritto viene fatto discendere direttamente da Dio,&nbsp;<strong>il compromesso diventa una parola terribilmente difficile da pronunciare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In definitiva, la straordinaria ricchezza spirituale del Medio Oriente non è una condanna intrinseca, ma la sua tragedia è stata quella di diventare il terreno in cui le fedi, cariche di assoluti, si sono scontrate con gli interessi più cinici della realpolitik mondiale.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse la tragedia di quella terra non è avere troppi dèi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È avere troppi uomini convinti che il proprio Dio abbia consegnato loro, insieme alla fede, anche un pezzo di terra da difendere.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La Quarta Svolta: quando una generazione dimentica la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:19:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Sono passati più di ottant&#8217;anni dall&#8217;inizio della Seconda guerra mondiale E questo numero confesso, mi ha fatto tornare in mente una teoria incontrata anni fa e poi accantonata: la&#160;Generational Theory&#160;degli americani William Strauss e Neil Howe. La loro<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono passati più di ottant&#8217;anni dall&#8217;inizio della Seconda guerra mondiale</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo numero confesso, mi ha fatto tornare in mente una teoria incontrata anni fa e poi accantonata: la&nbsp;<em>Generational Theory</em>&nbsp;degli americani William Strauss e Neil Howe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La loro idea, ridotta all&#8217;osso, è che le società umane si muovano attraverso cicli di 80-100 anni, il classico&nbsp;<em>saeculum</em>&nbsp;latino, attraversando quattro stagioni.&nbsp;&nbsp;<strong>L&#8217;Alta epoca (<em>High</em>):</strong>&nbsp;il periodo post-crisi, caratterizzato da Istituzioni forti, coesione e ricostruzione.&nbsp;&nbsp;<strong>Il Risveglio (<em>Awakening</em>):</strong>&nbsp;la fase di contestazione e ricerca di libertà individuale.&nbsp;<strong>Il Disfacimento (<em>Unraveling</em>):</strong>&nbsp;il progressivo declino della fiducia nelle istituzioni.&nbsp;&nbsp;<strong>La Crisi (<em>Crisis</em>&nbsp;o Quarta Svolta):</strong>&nbsp;la fase culminante, nella quale le vecchie strutture vengono messe radicalmente in discussione e la società attraversa una grande crisi istituzionale o bellica, prima di un nuovo ciclo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia chiaro: non è una legge della fisica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la storia europea, con il suo disordine e la sua complessità sanguinosa, sembra fatta apposta per smentirla. Dal Seicento in poi, tra guerre dinastiche, rivoluzioni e conflitti coloniali, il calendario degli ottant&#8217;anni lo abbiamo sistematicamente violato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, lo confesso, questa teoria esercita su di me una suggestione forte, quasi ipnotica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia parte razionale, nutrita di storia e diritto, diffida d&#8217;istinto degli schemi troppo rigidi e delle formule d&#8217;oltreoceano buone per tutte le stagioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi però guardo il mondo attorno a noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E guardo questa Europa che, a distanza di un&#8217;intera vita umana, dal 1945 sembra aver smarrito proprio alcune delle ragioni per cui era stata costruita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che la teoria comincia ad inquietarmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse il numero 80 è sbagliato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;intuizione di fondo potrebbe non esserlo:&nbsp;<strong>le società cambiano profondamente quando cambia la guardia generazionale, soprattutto quando si affievolisce la memoria diretta delle tragedie che hanno fondato il loro ordine politico.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi la guerra l&#8217;ha vista, subita e masticata non ha bisogno di studiare la geopolitica sui libri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sa cos&#8217;è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha conosciuto la fame, le sirene antiaeree, la paura strisciante, le macerie ed i lutti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quella generazione la pace non era uno slogan da sventolare nei cortei del fine settimana, né una formula di rito nei comunicati internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una necessità.&nbsp;&nbsp;L&#8217;Europa del dopoguerra è stata costruita da uomini che avevano conosciuto direttamente la catastrofe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet e gli altri padri dell&#8217;integrazione europea non misero insieme carbone e acciaio perché avessero una particolare passione per i regolamenti comunitari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevano visto dove aveva portato l&#8217;Europa delle guerre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E capirono che per impedire il ritorno di quel passato occorreva legare interessi, economie e destini nazionali in modo così stretto che una nuova guerra tra europei diventasse non soltanto impensabile, ma materialmente sempre più difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, inesorabilmente, i testimoni se ne vanno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto del nonno si trasforma in una pagina dei manuali scolastici.&nbsp;&nbsp;Ed una generazione cresciuta nella pace comincia inevitabilmente a considerarla normale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È forse questo il passaggio più pericoloso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la democrazia, la libertà e la pace possono finire per essere percepite come la connessione Wi-Fi: un servizio di serie, garantito a vita, per il quale non serve lottare né fare sacrifici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la storia non garantisce nulla.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando la memoria si spegne, la guerra smette di essere una tragedia concreta e torna a diventare una variabile della politica, una parola da usare nei talk show, una possibilità astratta da discutere con sorprendente leggerezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che, da qualche tempo, mi capita di fare una battuta che tanto battuta non è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai giovani genitori che si preoccupano di scegliere per i figli il miglior campo da golf, il maneggio più elegante od il circolo di tennis più esclusivo, qualche volta dico: “<strong>lasciate perdere per un momento golf, equitazione e tennis. Iscriveteli ad un poligono di tiro. Potrebbe essere un investimento più utile per il loro futuro”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente è una provocazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è una provocazione che nasce dal pessimismo, non dalla passione per le armi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se davvero siamo entrati in una fase storica nella quale la pace non può più essere considerata un dato acquisito, allora forse dovremmo educare i nostri figli anche a comprendere che la libertà ha un prezzo, e che la sicurezza non è un servizio garantito per sempre.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, francamente, preferirei poter dire loro qualcosa di completamente diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio questo che mi inquieta:&nbsp;<strong>stiamo tornando a vivere in un&#8217;epoca nella quale persino una battuta del genere rischia di non sembrare più del tutto assurda</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui la teoria di Strauss e Howe torna a bussare alla porta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché abbia necessariamente ragione sul calendario della storia, ma perché coglie una debolezza molto umana:&nbsp;<strong>quando scompare chi ha pagato il prezzo degli errori, diventa più facile dimenticare quanto siano stati costosi quegli errori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è difficile non vedere, nell&#8217;Europa di oggi, alcuni segnali inquietanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La guerra è tornata nel continente. Le Istituzioni internazionali mostrano una crescente difficoltà nel governare i conflitti. Le democrazie occidentali sono attraversate da una sfiducia crescente, ed il compromesso politico, che dovrebbe essere il pane quotidiano delle democrazie, viene sempre più spesso trattato come una resa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che siamo necessariamente entrati nella Quarta Svolta descritta da Strauss e Howe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che&nbsp;<strong>qualcosa dell&#8217;ordine costruito dopo il 1945 si è incrinato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse il problema più serio è proprio questo: abbiamo ereditato le Istituzioni nate dalla tragedia senza ereditare, insieme ad esse, la memoria della tragedia che le aveva rese necessarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni abbiamo dato per scontata la pace europea. Abbiamo dato per scontata la protezione americana. Abbiamo dato per scontata la democrazia. Abbiamo dato per scontata persino l&#8217;idea che le guerre appartenessero ad un passato ormai archiviato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è arrivato il momento di smettere di dare per scontato tutto questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro non è scritto nella teoria di Strauss e Howe. E neppure è scritto nelle stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se davvero siamo davanti ad una grande transizione generazionale, il suo esito dipenderà da ciò che saremo capaci di conservare della lezione del Novecento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la storia non si ripete mai esattamente allo stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma gli uomini, quando dimenticano, hanno una sorprendente capacità di ripetere gli stessi errori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse la vera domanda non è se Strauss e Howe abbiano indovinato il ciclo di ottant&#8217;anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è un&#8217;altra:&nbsp;<strong>quanto può durare una civiltà che dimentica perché ha costruito la pace?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sperando solo che, questa volta, il conto non sia definitivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Vicenza è una città per giovani? Il centro divide: «Eventi pieni, poi per mesi non c’è più nulla da fare»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 09:02:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA & SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Anita Guelfi Il centro torna sotto i riflettori Dopo il clamoroso successo della Notte Bianca di Vicenza, un weekend che ha animato le piazze della città dal 18 al 20 settembre, il tema del ‘Centro’ torna a far discutere.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Anita Guelfi</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il centro torna sotto i riflettori</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo il clamoroso successo della Notte Bianca di Vicenza, un weekend che ha animato le piazze della città dal 18 al 20 settembre, il tema del ‘Centro’ torna a far discutere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tema, sentito, soprattutto dai giovani vicentini che abitano e vivono la città. Ne abbiamo sentito alcuni, che ne hanno delineato punti di forza e carenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra eventi e piazze vuote</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vicenza non è morta, ma è ferita», racconta Elia, 26 anni, lavoratore. Una definizione che racchiude una sensazione ambivalente: da una parte la difficoltà di trovare occasioni di incontro, dall’altra la convinzione che la città abbia ancora le potenzialità per ripartire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, secondo il 26enne, riguarda innanzitutto la scarsità di iniziative durante l’anno. L’estate porta con sé alcuni appuntamenti, ma, terminati questi eventi, il centro sembra tornare a svuotarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo sempre quell’evento che aspettiamo, che è il Lumen. Da lì c’è sempre un mese in cui non c’è più nulla da fare, se non andare alle sagre vicine, mentre in centro c’è poco o niente».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma organizzare nuovi eventi non è necessariamente semplice. «È facile dire “organizzate più eventi”, ma bisogna capire perché non si fanno», osserva Elia. Permessi, musica, burocrazia e organizzazione possono rappresentare ostacoli che, secondo il giovane, meriterebbero di essere approfonditi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="827" height="1024" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-827x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-375176" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-827x1024.jpeg 827w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-337x417.jpeg 337w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-100x124.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1-846x1047.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.38-1.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La fila che racconta una città</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio, però, dimostra come la domanda di socialità sia ancora forte. È quello del Pellegrino, aperto eccezionalmente per qualche sera con l&#8217;evento di Selzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’affluenza è stata sorprendente: «Ho fatto un’ora di coda. Il posto era molto grande, ma c’era comunque una fila che arrivava quasi fino a Monte Berico: c’era tantissima gente».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il successo dell’iniziativa porta a una riflessione: forse non servono sempre nuovi luoghi, ma un modo diverso di utilizzare quelli già esistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Basta rivalutare le zone che abbiamo», prosegue Elia. Lo stesso discorso potrebbe riguardare Piazza Matteotti, dove l’ipotesi di eliminare il parcheggio potrebbe creare un nuovo spazio per attività e iniziative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’apertura di nuovi locali sembra dimostrare che la voglia di stare insieme non sia scomparsa. Elia cita, ad esempio, un bar recentemente ristrutturato in via Giuriolo: durante un DJ set, racconta, «il locale era pieno, ma pieno davvero».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-768x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-375177" srcset="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-768x1024.jpeg 768w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-313x417.jpeg 313w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-100x133.jpeg 100w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-846x1128.jpeg 846w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39-1184x1579.jpeg 1184w, https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/WhatsApp-Image-2026-09-24-at-10.09.39.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Padova o Verona per fare serata»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, però, non riguarderebbe soltanto la quantità di eventi. Fabio, lavoratore 29enne, descrive infatti Vicenza come una città che non è riuscita a sviluppare una vera offerta per i giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vicenza è una città morta in generale, non solo per i giovani», sostiene, sottolineando come molti siano «quasi costretti a dover andare verso Padova o Verona a fare serata».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Fabio, il centro cittadino si è progressivamente svuotato e mancano soprattutto luoghi di aggregazione che offrano alternative ai classici bar e locali notturni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo bisogno di luoghi dove aggregarsi che non siano i soliti club o bar aperti solo venerdì e sabato».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’inverno senza alternative</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A pesare sarebbe anche la mancanza di iniziative durante l’inverno. Secondo il 29enne, la scarsità di alternative rischia di lasciare i più giovani senza spazi in cui incontrarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo i giovanissimi allo sbando più totale per il semplice fatto che, siccome non hanno nulla da fare durante l’inverno, vanno in giro per le strade a divertirsi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto tra generazioni rappresenta un altro elemento della discussione. Sembra che, quando si cerca di animare la città, non manchino le proteste dei residenti più anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ogni volta che si prova a fare qualcosa per animare la città, le persone più anziane portano lamentele continue ed insistenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una situazione che, nella sua lettura, finirebbe per scoraggiare le iniziative rivolte ai giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;università come possibile svolta</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge la dimensione universitaria. Rispetto a Padova e Verona, Vicenza avrebbe una presenza studentesca più limitata e meno capace di generare una vera vita serale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non c’è vita. Non c’è scambio culturale, non c’è interazione tra diverse culture e persone», afferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa questione viene affrontata anche da Davide, 23 anni, lavoratore, che mette al centro proprio il rapporto tra università, spazi e mobilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vicenza non è morta per i giovani, ma perché in qualche modo non è mai nata», sostiene. Durante l’estate, secondo lui, la situazione cambia: festival ed eventi riescono a richiamare molte persone, ma «poi, durante la stagione invernale, muore tutto».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una movida che non fa il salto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo, una delle possibili strade per rilanciare la città sarebbe proprio quella di rafforzare la vita universitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Bisogna spingere quella e lì riprende vita la movida vicentina», spiega. Vicenza, secondo Davide, avrebbe già alcune delle caratteristiche necessarie: «È una bella città, è piena di locali. I giovani potenzialmente li avrebbe anche, è che vanno fidelizzati alla città».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti, però, ritengono che in passato la situazione fosse migliore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Una volta non era meglio, non è mai cambiato nulla, è identica, sempre», afferma. Il problema, quindi, non sarebbe soltanto un recente declino, ma una difficoltà strutturale che la città si porta dietro da tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’offerta dei locali viene messa in discussione. Secondo il 23enne, le poche discoteche presenti non riescono sempre a soddisfare la domanda dei ragazzi, sia per la proposta musicale sia per i costi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato sarebbe una sorta di «limbo di mezza movida»: un movimento che esiste, ma che non riesce a trasformarsi in qualcosa di stabile e realmente attrattivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«A livello di numeri è oggettivo che c’è», sostiene il giovane, spiegando che, lavorando nel settore, vede quotidianamente la presenza di persone e attività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Però non riusciamo a dare un punto di svolta».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una città da raggiungere in macchina</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro problema riguarda la conformazione stessa della città. Secondo Leonardo, lavoratore 26enne, Vicenza è piccola ma allo stesso tempo dispersiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non è una città a misura d’uomo. È piccola, però frastagliata».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte attività sono concentrate in zone difficili da raggiungere senza automobile e questo limita le possibilità di movimento soprattutto per i più giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riferimento è anche a locali come il Pinocchio, raggiungibili principalmente in macchina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Bisogna prendere la macchina», spiega, sottolineando come l’offerta sia spesso concentrata in pochi punti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non hai alternative perché o vai là o&#8230;?».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il modello delle città universitarie</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza con città come Padova e Verona, secondo questa lettura, emerge soprattutto nelle zone universitarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Portello di Padova, ad esempio, viene indicato come un&#8217;area capace di trasformarsi la sera in un punto di ritrovo per gli studenti. A Vicenza, invece, mancherebbero zone analoghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Mi viene da pensare, per esempio, alla zona di Piazza Matteotti. Se fosse piena di bar e locali, se ci fosse più vita, anche la percezione della città sarebbe diversa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione non riguarda però esclusivamente il centro. Anche i quartieri, secondo il 26enne, avrebbero bisogno di maggiori occasioni di aggregazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non c’è troppo da fare, neanche in estate in alcuni quartieri», osserva. La conseguenza è che molti giovani finiscono per spostarsi in macchina verso altri paesi o altre città.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rischio di un centro senza investimenti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, durante l’estate, il quadro cambia. Festival ed eventi riescono a creare movimento e a dimostrare che una domanda esiste. Il problema arriva quando la stagione degli eventi termina e il centro torna a svuotarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A frenare la nascita di nuove attività, secondo Leonardo, ci sarebbero anche le difficoltà legate agli orari e alle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«A me non verrebbe da dire: “Ok, apro un locale in centro”».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragionamento è quello di un possibile investimento che rischia di non essere sufficientemente redditizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si crea così, secondo questa interpretazione, un circolo vizioso: «Gente che non investe nel centro, persone che non vanno in centro, il centro che è vuoto e rende tutto desolato».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La questione sicurezza</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza rappresenta infine un altro elemento da considerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Elia e Leonardo, il fatto che in centro si percepisca una maggiore presenza della criminalità contribuisce a rendere alcune persone meno propense a frequentarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Si sa che c’è sempre più malavita e che non ci si sente sempre al sicuro», afferma Elia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una percezione che, per essere valutata sul piano oggettivo, richiederebbe però un confronto con i dati ufficiali sulla criminalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le iniziative che partono dal basso</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante le difficoltà, le testimonianze restituiscono anche alcuni segnali positivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra questi viene citato il movimento “Rimerie Vicentine Freestyle Cypher”, indicato come una realtà capace di creare occasioni di incontro e di dare nuova vita alla città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sta dando una grossa mano a ridare vita alla città», racconta Fabio, secondo cui però «è un lavoro che dovrebbero fare le istituzioni comunali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sfida per il futuro</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro che emerge è quindi quello di una città che sembra avere una domanda di socialità, ma che fatica a trasformarla in una presenza costante durante tutto l’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte ci sono festival, nuovi locali e iniziative nate dal basso; dall’altra un centro che molti giovani percepiscono come vuoto, poche alternative e una forte dipendenza dagli spostamenti verso altre città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse, allora, il problema non è soltanto capire se Vicenza sia una città “morta”, ma chiedersi perché, quando vengono create occasioni e spazi di aggregazione, le persone tornino a riempirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fila davanti al Pellegrino, i locali pieni durante gli eventi e le iniziative organizzate dai giovani sembrano suggerire che una domanda esiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida resta trasformare quei momenti occasionali in una presenza stabile, capace di attraversare tutte le stagioni e tutte le generazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Più vecchi, meno giovani, più sanità: un giorno in una sala pre-ricovero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:42:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le&#160;cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate. Puoi&#160;leggere cento articoli su un terremoto,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le&nbsp;cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Puoi&nbsp;leggere cento articoli su un terremoto, vedere fotografie delle macerie, ascoltare i servizi televisivi e conoscere perfino il numero delle vittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi vai sul posto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E improvvisamente capisci che non avevi capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per le alluvioni, per le guerre, per la povertà, per il degrado delle città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, nel mio piccolo, anche per la sanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire davvero qualcosa della sanità italiana, infatti, non occorre necessariamente andare in un Pronto Soccorso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quelli, sempre più spesso, sembrano diventati una specie di terra di nessuno dove arrivano malati, parenti esasperati, personale stremato e, qualche volta, persino la violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta accompagnare qualcuno in una clinica nella fase del&nbsp;<strong>pre-ricovero</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella fase in cui, prima di un intervento chirurgico, si fanno esami, accertamenti e visite per verificare che il paziente sia nelle condizioni di affrontare l&#8217;operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualsiasi operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lì ho avuto una sorpresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, che ho superato i settanta, mi sono sentito quasi giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sto scherzando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tolti alcuni rari pazienti più giovani, quei circa 150 pazienti ammassati in quello che, più che una sala d’attesa, sembrava un corridoio, erano in gran parte della mia generazione. E parecchi appartenevano già alla generazione successiva: quella dei più anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione di essere finito nella sala d&#8217;attesa di un Paese che non avevo mai visto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ho capito che quel Paese era semplicemente&nbsp;<strong>l&#8217;Italia di domani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora conviene distogliere per un momento gli occhi dalla sala d&#8217;attesa e puntarli sui numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni sono 14,8 milioni: il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni sono già 2,5 milioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il dato veramente impressionante è quello che arriva dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le più recenti proiezioni dell&#8217;Istat, entro il 2050 gli over 65 potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione.&nbsp;&nbsp;In altre parole,&nbsp;<strong>un italiano su tre.</strong><strong>&nbsp;&nbsp;</strong>E gli over 85 supereranno il 7%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una previsione sulla temperatura fra trent&#8217;anni.<br>È una trasformazione demografica che, in buona parte, è già scritta nella struttura della popolazione. E contro la demografia, per fortuna o purtroppo, non servono opinioni: servono numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non riguarda soltanto gli anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2050 la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe scendere al 55,3% del totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avremo quindi contemporaneamente&nbsp;<strong>più persone che avranno bisogno della sanità, e meno persone in età lavorativa per finanziarla e per farla funzionare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il problema vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il nostro sistema sanitario è stato costruito negli anni ‘70 quando la medicina doveva soprattutto affrontare malattie acute: l&#8217;infezione, il trauma, l&#8217;intervento chirurgico, il problema da risolvere, ed il paziente da rimandare a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il paziente anziano che arriva per un intervento anche banale, di quelli di routine, porta spesso con sé un piccolo condominio di patologie: ipertensione, diabete, problemi cardiovascolari, terapie diverse da coordinare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;operazione all&#8217;anca od alla cataratta può quindi riguardare una persona che, dal punto di vista sanitario, è tutt&#8217;altro che «sana».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo significa più controlli, più accertamenti, più assistenza, più riabilitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma,&nbsp;<strong>più sanità.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione: invecchiare non significa necessariamente ammalarsi di più. La vera sfida sarà riuscire ad allungare non soltanto la vita, ma anche gli anni vissuti in buona salute. Prevenzione, stili di vita, diagnosi precoci e assistenza territoriale diventano quindi parte della stessa partita<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un altro problema: anche i medici e gli infermieri invecchiano.&nbsp;&nbsp;Non vengono prodotti in laboratorio, almeno per ora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi pensionamenti, dimissioni, mobilità verso il privato o verso l&#8217;estero, e ricambio generazionale insufficiente, rischiano di rendere sempre più difficile trovare le persone necessarie per far funzionare il sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi sembra normale che una parte consistente dei medici continui a lavorare anche dopo l&#8217;età della pensione?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Forse dovremmo chiederci perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni ha rappresentato una specie di ammortizzatore sociale gratuito: genitori, figli, fratelli, nipoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando qualcuno stava male, in qualche modo si trovava una soluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quella famiglia è diventata sempre più piccola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre secondo le proiezioni dell&#8217;Istat, nel 2050 gli ultrasessantacinquenni che vivranno soli potrebbero arrivare a 6,5 milioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, non avremo soltanto&nbsp;<strong>più anziani; a</strong>vremo anche&nbsp;<strong>più anziani soli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo cambia completamente il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un conto è avere un ottantenne che, dopo un intervento, torna a casa dove lo aspettano moglie, figli e magari nipoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro conto è avere un ottantenne che torna in un appartamento vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bisturi può aver lavorato perfettamente; ma poi qualcuno deve accompagnarlo a casa, preparargli da mangiare, ricordargli le medicine, aiutarlo a lavarsi, portarlo ai controlli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E già oggi, ogni tanto, leggiamo di anziani trovati morti in casa dopo giorni, quando qualcuno si accorge che non rispondono più al telefono o che non hanno ritirato la posta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre avere poteri divinatori per immaginare che, in un Paese con milioni di anziani soli, con una spesa sanitaria che esploderà, quelle che oggi ci sembrano notizie drammaticamente eccezionali rischiano di diventare una parte quasi ordinaria della cronaca quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sanità, insomma, finisce per incontrare il welfare.&nbsp;&nbsp;E il welfare finisce per incontrare la demografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto, però, arriva la domanda che in politica compare quasi sempre per ultima.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con quali soldi?</strong><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Perché le risorse pubbliche non sono infinite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se nei prossimi decenni avremo più anziani, più malattie croniche, più bisogno di assistenza, e contemporaneamente meno persone in età lavorativa, qualcuno dovrà pur pagare il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le strade, alla fine, non sono poi moltissime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può recuperare una parte molto più consistente dell&#8217;evasione fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può chiedere un contributo maggiore a quella metà di italiani che vivono sulle spalle dell’altra.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure si può avere il coraggio di dire che, se vogliamo destinare più risorse alla sanità, qualche altra voce della spesa sociale dovrà necessariamente crescere meno, o persino essere ridimensionata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in Italia siamo bravissimi a dire che una prestazione pubblica è indispensabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno bravi a spiegare&nbsp;<strong>quale altra prestazione siamo disposti a sacrificare per pagarla.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo capaci di discutere per ore su come aumentare la spesa sanitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno su quale spesa ridurre per poterla aumentare. E, personalmente, comincerei proprio dalla giungla dei bonus distribuiti negli anni per raccogliere consenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che la politica dovrebbe smettere per un momento di inseguire l&#8217;emergenza del giorno e cominciare a fare una cosa piuttosto desueta: programmare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la politica italiana ha una straordinaria capacità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riesce a discutere per mesi di un problema quando è già esploso, e poi a chiamarlo «emergenza», come se fosse comparso la sera prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La demografia, invece, non ha fretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non fa conferenze stampa, non lancia slogan, e soprattutto non va a votare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma alla fine presenta il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo discutere per anni di pubblico contro privato, ticket, convenzioni, liste d&#8217;attesa, medici di famiglia, case di comunità ed assunzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte questioni importanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma fanno parte della stessa storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una storia che si chiama&nbsp;<strong>invecchiamento della popolazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi la domanda fondamentale non è soltanto come sarà la sanità italiana quando un italiano su tre avrà più di 65 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È soprattutto questa:&nbsp;<strong>chi la farà funzionare, e con quali risorse?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché oggi, in quella sala d&#8217;attesa, mi è capitato un piccolo paradosso; a più di settant&#8217;anni mi sono sentito più giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sensazione gratificante, per carità.&nbsp;&nbsp;Ma non sono sicuro che sia una buona notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sala d&#8217;attesa non era soltanto piena di vecchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una&nbsp;<strong>fotografia del futuro.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il futuro, come sempre, arriverà prima che la politica abbia finito di discuterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri, del resto, ce lo stanno dicendo da parecchio tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>
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		<title>Il conto di Vannacci: anche il centrodestra ha i suoi problemi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 07:06:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A guardarlo da lontano, il Centrodestra sembra oggi tutto un altro film rispetto al Centrosinistra. Una Premier con una leadership riconosciuta, una maggioranza che governa da oltre quattro anni, tre Partiti che, pur litigando non poco, hanno finora trovato il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">A guardarlo da lontano, il Centrodestra sembra oggi tutto un altro film rispetto al Centrosinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Premier con una leadership riconosciuta, una maggioranza che governa da oltre quattro anni, tre Partiti che, pur litigando non poco, hanno finora trovato il modo di stare insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, niente Campo largo da inventare, niente riunioni interminabili per decidere chi deve sedersi al tavolo, e soprattutto niente tavoli che rischiano di saltare prima ancora che arrivino le sedie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe un errore scambiare questa stabilità per armonia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa è governare insieme quando il voto è ancora relativamente lontano; un&#8217;altra è affrontare una campagna elettorale quando ogni partito deve tornare a parlare soprattutto ai propri elettori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui potrebbero cominciare i problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finora il collante del centrodestra è stato abbastanza semplice: governare (qualcun altro pensa “il potere”, ma tant’è!).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giorgia Meloni ha interesse a mantenere compatta la maggioranza, Matteo Salvini a non perdere il proprio ruolo nella Lega, Antonio Tajani a preservare lo spazio di Forza Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tutti hanno interesse a non ripetere la storia delle coalizioni che si autodistruggono prima ancora di arrivare al traguardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma più ci si avvicinerà alle elezioni, più questa logica potrebbe cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché Fratelli d&#8217;Italia, Lega e Forza Italia dovranno tornare a marcare le proprie identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Lega avrà bisogno di distinguersi sui suoi temi tradizionali: autonomia, immigrazione, sicurezza, fisco, rapporto con Bruxelles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forza Italia continuerà a rivendicare il proprio profilo liberal-moderato, europeista e popolare, cercando di occupare quello spazio centrista che rappresenta la ragione stessa della sua esistenza politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fratelli d&#8217;Italia avrà invece un problema più particolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essendo il Partito della Premier ed il perno della maggioranza, dovrà continuare a presentarsi come forza di governo responsabile, senza però lasciare agli alleati il monopolio dei temi identitari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi ci sono le politiche economiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la coperta è sempre quella: corta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensioni, tasse, ceto medio, partite Iva, energia, spesa pubblica, difesa, vincoli europei.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni partito ha la sua lista della spesa. Il problema è che qualcuno alla fine dovrebbe&nbsp;pagare il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche sul terreno internazionale le differenze non sono puramente teoriche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basti pensare alle diverse sensibilità emerse sul rapporto con la Russia e sulla futura politica energetica. Tajani ha ribadito la necessità che Mosca rispetti il diritto internazionale, mentre Salvini ha parlato della possibilità di tornare ad acquistare gas russo una volta terminato il conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sul funzionamento dell&#8217;Unione europea lo stesso Tajani ha riconosciuto che, mentre lui sarebbe favorevole a superare il diritto di veto in politica estera, all&#8217;interno del Governo non c&#8217;è una maggioranza favorevole alla modifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nulla di drammatico, naturalmente.&nbsp;&nbsp;È la normale dialettica di una coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che la normale dialettica diventa molto meno “normale” quando si avvicinano le urne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché allora ogni distinguo può trasformarsi in un voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi arriva l&#8217;oste.&nbsp;&nbsp;Ed è qui che compare Roberto Vannacci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nascita di Futuro Nazionale introduce infatti nella competizione un quarto soggetto che non può essere semplicemente trattato come una delle tante variabili interne alla maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vannacci ha lasciato la Lega ed ha trasformato quella rottura in un Movimento autonomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto non sembra avere alcuna intenzione di presentarsi come un semplice avversario del centrodestra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario, ha definito Futuro Nazionale l&#8217;interlocutore naturale dell&#8217;alleanza di centrodestra, dichiarandosi disponibile a discutere con le forze che ne condividano principi e valori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio questo a rendere la situazione interessante.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un conto è avere un concorrente esterno, un altro è avere qualcuno che dice, in sostanza:&nbsp;&nbsp;io sono fuori dalla coalizione, ma rappresento una parte della vostra stessa area politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la faccenda si complica</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la Supermedia YouTrend del 17 settembre, Futuro Nazionale viene accreditato del 7,7%, mentre la Lega è al 5,6% e Forza Italia al 7,4%. Naturalmente un sondaggio resta un sondaggio e non un risultato elettorale, ma il dato segnala che il fenomeno Vannacci non è più trascurabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un&#8217;altra questione, ancora più interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l&#8217;attuale scenario della nuova legge elettorale, una simulazione realizzata da YouTrend per Sky TG24 ha mostrato quanto la collocazione di Futuro Nazionale possa incidere sulla distribuzione dei seggi. Con Vannacci dentro la coalizione di centrodestra, la simulazione assegna al centrodestra 226 deputati e 117 senatori; con Futuro Nazionale in corsa autonoma, il centrodestra scenderebbe a 139 deputati e 69 senatori, mentre il partito di Vannacci eleggerebbe 25 deputati e 12 senatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, lo ripeto, non è una previsione del risultato delle urne, ma una simulazione costruita sulle intenzioni di voto attuali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che però rende plasticamente l&#8217;importanza della collocazione di quel 7,7%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo al punto di partenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe però sbagliato raccontare il centrodestra come se il suo unico problema fosse Roberto Vannacci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vannacci è piuttosto un elemento che si inserisce dentro contraddizioni già esistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera questione sarà infatti capire come i tre partiti tradizionali riusciranno ad arrivare al voto senza trasformare la necessaria competizione interna in una guerra di identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché più si avvicineranno le urne, più Salvini dovrà dimostrare che la Lega ha ancora una ragione per esistere distinta da Fratelli d&#8217;Italia e dal Partito di Vannacci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più Tajani dovrà ricordare che Forza Italia non è semplicemente una versione moderata di Fratelli d&#8217;Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E più Meloni dovrà tenere insieme due esigenze apparentemente contraddittorie: mantenere il profilo di una forza di governo affidabile e, contemporaneamente, non perdere il contatto con quella parte del proprio elettorato che pretende una destra più identitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un caso, del resto, che negli ultimi giorni Meloni abbia cominciato ad appropriarsi, da Premier, di temi che erano stati a lungo terreno di battaglia degli alleati, dal bollo auto caro a Forza Italia fino al velo nelle scuole caro alla Lega, mentre nei palazzi cominciano a circolare “rumors” su una possibile lista civica della Premier, capace di pescare anche nel bacino moderato oggi presidiato soprattutto da Forza Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che si giocherà una partita delicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una coalizione può sopportare molte differenze quando governa.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Molto meno quando ogni differenza può trasformarsi in uno slogan elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&nbsp;allora anche il Centrodestra, che oggi appare assai più compatto del Centrosinistra, potrebbe scoprire una vecchia verità della politica italiana:&nbsp;&nbsp;le coalizioni sono facili da costruire quando si deve vincere insieme; diventano molto più difficili da gestire quando ciascuno deve dimostrare di essere indispensabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Centrosinistra ha il problema di mettere insieme anime molto diverse prima del voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Centrodestra potrebbe avere il problema opposto: evitare che le sue anime, avvicinandosi al voto, comincino a contendersi lo stesso elettorato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sul bordo destro del campo, intanto, c&#8217;è Vannacci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quarto incomodo è già arrivato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E potrebbe presentare il conto proprio quando Meloni, Salvini e Tajani avranno più bisogno di sedersi allo stesso tavolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La pentastellizzazione del PD e il capolavoro tattico di Giuseppe Conte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:45:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Il dibattito politico attorno alla linea della Segreteria del Partito Democratico, ed al suo rapporto con il&#160;Movimento 5 Stelle, sta offrendo uno spettacolo che definire surreale è quasi riduttivo.&#160; Schlein ha battezzato la sua strategia&#160;“testardamente unitaria”. E bisogna<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito politico attorno alla linea della Segreteria del Partito Democratico, ed al suo rapporto con il&nbsp;Movimento 5 Stelle, sta offrendo uno spettacolo che definire surreale è quasi riduttivo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein ha battezzato la sua strategia&nbsp;<strong>“testardamente unitaria”</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E bisogna riconoscerle almeno una cosa: sulla testardaggine non sembrano esserci dubbi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è capire&nbsp;<strong>chi stia davvero costruendo l&#8217;unità e, soprattutto, attorno a quale progetto politico</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quello che sta emergendo, più che un Campo largo, assomiglia sempre di più ad un Campo nel quale il PD allarga le porte, e Giuseppe Conte decide chi può entrare e con quali condizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui, a mio avviso, che si realizza il vero capolavoro tattico dell’ex Presidente del Consiglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conte ha capito una cosa elementare:&nbsp;<strong>la segreteria Schlein non può permettersi di rompere con il Movimento 5 Stelle</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola «unità» per lei è diventata infatti una specie di vincolo politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi mette in discussione l&#8217;alleanza rischia di essere accusato di lavorare per la destra, di dividere il campo progressista, di compromettere la possibilità stessa di battere la Meloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il PD si è ritrovato nella singolare condizione di dover dimostrare continuamente di essere abbastanza progressista per non perdere il Movimento 5S.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elly Schlein non sembra essersi limitata ad accettare l&#8217;alleanza come una necessità elettorale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha progressivamente trasformato l&#8217;alleanza stessa in una sorta di orizzonte politico obbligato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa, a mio avviso, la vera&nbsp;“<strong>pentastellizzazione del PD”</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che il PD sia diventato il Movimento 5 Stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa qualcosa di più sottile e forse più importante:&nbsp;<strong>che sempre più spesso è il PD a dover spiegare perché non può seguire il M5S fino in fondo, anziché essere il M5S a spiegare perché dovrebbe seguire il PD.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui entra in scena “NOVA”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conte non si è limitato a preparare una lista di desiderata da portare agli alleati.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha costruito un percorso interno, ha raccolto proposte, ha individuato venti punti programmatici, e li ha sottoposti al voto degli iscritti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di conseguenza potrà presentarsi al tavolo con il PD non semplicemente dicendo: «Queste sono le mie condizioni per il programma».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrà dire:&nbsp;<strong>«Queste sono le condizioni che mi ha dato il Movimento».</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché così Conte si è costruito preventivamente una sorta di&nbsp;<strong>scudo politico</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo ad esempio il tema dell&#8217;Ucraina e delle armi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una posizione viene presentata come una scelta personale di Conte, il PD può cercare di negoziarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece quella posizione viene inserita dentro un mandato approvato dalla base del Movimento, ogni concessione diventa per Conte un problema interno, ed ogni rifiuto del PD può essere presentato come un problema dell&#8217;alleanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Geniale? Politicamente, almeno, certamente astuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conte ha cioè fatto qualcosa che la politica italiana conosce bene:&nbsp;<strong>ha trasformato un vincolo interno in una leva negoziale esterna.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che la strategia «testardamente unitaria» della segreteria Schlein rischia di produrre un effetto curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein pensava di utilizzare il Campo largo per rafforzare la capacità del Centrosinistra di competere con la destra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conte sembra utilizzare il Campo largo per&nbsp;<strong>rafforzare il proprio peso politico personale dentro il Centrosinistra</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono due strategie molto diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una delle due, almeno per ora, a mio avviso appare assai più lucida.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre il PD discute di come tenere insieme tutti (e le uscite degli ultimi tempi mostrano le crepe), Conte sta costruendo le condizioni affinché siano gli altri a dover decidere quanto della propria linea sono disposti a “sacrificare” per tenere insieme il fronte comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Compresa, naturalmente, la questione della leadership.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il principio diventa quello dell&#8217;unità a tutti i costi, prima o poi qualcuno dovrà spiegare una cosa piuttosto semplice:&nbsp;<strong>unità attorno a quale programma? E soprattutto, attorno a chi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che la vicenda diventa intrigante, perché è una domanda che dovrebbe interessare soprattutto quell&#8217;elettorato riformista che non si riconosce né nella destra sovranista né in una sinistra progressivamente modellata sulle parole d&#8217;ordine del Movimento 5 Stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vecchio PD, quello che si proponeva come forza di governo, europeista, riformista e capace di parlare anche al mondo produttivo, rischia di diventare progressivamente irriconoscibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché qualcuno lo abbia conquistato con un colpo di mano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché, passo dopo passo,&nbsp;<strong>ha deciso di non poter fare a meno di chi gli sta a sinistra, ammesso che il Movimento 5Stelle sia di sinistra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando una Forza politica decide che l&#8217;alleanza con un altro Partito è indispensabile per la propria sopravvivenza, il problema non è più soltanto chi vincerà le elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema diventa chi, dopo averle vinte, avrà davvero l&#8217;ultima parola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il capolavoro di Conte potrebbe essere non solo quello di diventare Presidente del Consiglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere qualcosa di ancora più sottile:&nbsp;<strong>aver fatto sì che il PD arrivasse a Palazzo Chigi con una parte decisiva del programma già scritta da lui.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica, qualche volta, è fatta anche di queste piccole ironie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può perdere un&#8217;elezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma si può anche vincerla e perdere, nel frattempo, la propria identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/la-pentastellizzazione-del-pd-e-il-capolavoro-tattico-di-giuseppe-conte/">La pentastellizzazione del PD e il capolavoro tattico di Giuseppe Conte</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Bab el Mandeb, Suez, porti e sicurezza: l&#8217;Italia non può restare a guardare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:42:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo L&#8217;annuncio del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla necessità di inviare navi della Marina Militare per proteggere lo stretto di Bab el Mandeb non è l’ennesimo esercizio di muscoli geopolitici. E’ il grido d&#8217;allarme di un Paese che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;annuncio del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla necessità di inviare navi della Marina Militare per proteggere lo stretto di Bab el Mandeb non è l’ennesimo esercizio di muscoli geopolitici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ il grido d&#8217;allarme di un Paese che rischia di restare soffocato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dopo quella di Hormuz, la crisi del Mar Rosso, tra droni degli Houthi e tensioni permanenti nel Golfo di Aden, non riguarda soltanto le navi che transitano in quelle acque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riguarda l&#8217;intera architettura logistica e commerciale italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia è un Paese marittimo: un fetta consistente del nostro commercio estero viaggia via mare. E Suez è la porta naturale attraverso cui il Mediterraneo si collega alle grandi rotte commerciali dell&#8217;Asia. Se quella porta resta insicura, non è soltanto la navigazione a pagare il prezzo: sono gli approvvigionamenti, i porti, le imprese, ed alla fine la competitività italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte c&#8217;è la tentazione, molto europea, di aspettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aspettare Bruxelles, aspettare il coordinamento fra 27 governi, aspettare che tutti siano d&#8217;accordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si sa che i Paesi del Nord Europa sono piuttosto tiepidi al riguardo di un intervento in quell’area.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Forse perché la solidarietà europea è una cosa, mentre gli interessi dei grandi porti del Nord e delle loro rotte commerciali sono un&#8217;altra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, quando si tratta di difendere i propri interessi economici, la geografia europea sembra improvvisamente diventare molto meno solidale e molto più nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è un dettaglio che i grandi porti del Nord Europa non sono esattamente sul Mediterraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che nel frattempo le navi non aspettano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il passaggio attraverso Bab el-Mandeb e Suez continua a essere considerato troppo rischioso, le grandi compagnie di navigazione continueranno a circumnavigare l&#8217;Africa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quei 10-15 giorni di navigazione in più significano costi, ritardi, assicurazioni più care e, alla fine, prezzi più alti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è un rischio ancora più serio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le compagnie globali non hanno alcun obbligo sentimentale nei confronti dei porti italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Rotterdam, Amburgo o Anversa (l’antica Lega Anseatica) diventano più affidabili e convenienti per l&#8217;arrivo e la distribuzione delle merci, i grandi operatori sposteranno lì quote sempre maggiori dei loro traffici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui forse sarebbe il caso di smetterla con una certa ingenuità tutta europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché la competizione fra porti esiste eccome. E quando la merce prende una nuova rotta, difficilmente ritornerà indietro per spirito di solidarietà mediterranea.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Mediterraneo, insomma, e parlo di Genova, Trieste, Gioia Tauro, potrebbe smettere di essere per l&#8217;Italia un vantaggio geografico, e diventare semplicemente una bella cartolina per turisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, la geografia, che per secoli è stata un alleato dell&#8217;Italia, non produce traffici e&nbsp;&nbsp;non manda fatture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando non la sappiamo difendere, presenta il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per un Paese che vive di trasformazione industriale, esportazioni ed importazioni di materie prime e prodotti, non è esattamente un dettaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo la protezione delle rotte commerciali non può essere liquidata come una questione di militarismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Marina Militare che protegge la libertà di navigazione non sta difendendo soltanto le navi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta difendendo porti, imprese, occupazione, approvvigionamenti e competitività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente ci sarà qualche partito infarcito di&nbsp;<strong>“pacifismo da salotto”</strong>&nbsp;che, appena sentirà parlare di navi militari, si straccerà le vesti gridando:&nbsp;<strong>“Mai l’Italia in guerra!”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una curiosa forma di pacifismo quella che sembra preoccuparsi moltissimo delle armi quando servono a proteggere una nave commerciale, ma assai meno del fatto che qualcuno, dall&#8217;altra parte del mare, possa decidere arbitrariamente quali navi possono passare e quali no.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Forse perché è più facile manifestare contro una fregata italiana che contro un drone Houthi. Il drone, evidentemente, non legge i nostri giornali e non partecipa ai talk show.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma forse sarebbe il caso di ricordare una cosa piuttosto elementare:&nbsp;<strong>difendere una rotta commerciale non significa dichiarare una guerra. Significa impedire che qualcun altro decida chi può percorrerla e chi no.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora la Politica ed il Parlamento facciano pure tutte le discussioni che ritengono necessarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma senza dimenticare che mentre noi discutiamo, le navi fanno il giro dell&#8217;Africa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E l&#8217;economia italiana, purtroppo, il giro dell&#8217;Africa non se lo può permettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La domenica mattina e il piacere di scoprire come morire..</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 12:24:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domenica mattina dovrebbe essere una cosa tranquilla.Uno si alza, fa colazione, dà un&#8217;occhiata alle notizie, magari legge qualcosa che gli interessa e, se proprio vuole esagerare, si concede perfino il lusso di pensare che la giornata potrebbe trascorrere senza<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La domenica mattina dovrebbe essere una cosa tranquilla.<br>Uno si alza, fa colazione, dà un&#8217;occhiata alle notizie, magari legge qualcosa che gli interessa e, se proprio vuole esagerare, si concede perfino il lusso di pensare che la giornata potrebbe trascorrere senza drammi.<br>Io invece ho commesso un errore. Ho aperto il motore di ricerca. E qui è cominciato il viaggio.<br>Non so se capita anche a voi, ma basta una ricerca qualsiasi, magari fatta per curiosità, e il buon vecchio Google sembra improvvisamente trasformarsi in una specie di primario di oncologia con una particolare predilezione per le brutte notizie.<br>Nel giro di pochi minuti mi sono comparsi davanti agli occhi:<br>“Metastasi ossee nel tumore mammario: cosa succede quando il tumore arriva alle ossa”.<br>Poi: “Cancro ai polmoni: 5 sintomi iniziali poco noti”.<br>E ancora: “La carne bianca associata al rischio di tumore allo stomaco nelle donne: lo studio su mezzo milione di persone”.<br>A questo punto cominciavo ad avere qualche perplessità perfino sul pollo arrosto.<br>Ma il motore di ricerca non si è fermato.<br>“Tumore ai testicoli: i sintomi, le cause e i trattamenti che tutti gli uomini devono conoscere”. Titolo comparso addirittura due volte. Evidentemente anche l&#8217;algoritmo, per sicurezza, aveva deciso di insistere.<br>Poi: “Cancro, 14 tipi di tumori individuati da un semplice esame del sangue”.<br>“Aumento del cancro al colon nei giovani adulti: sintomi e segnali da tenere d&#8217;occhio”.<br>“Che cos&#8217;è il sarcoma di Ewing e si può curare?”<br>E infine, quasi come il colpo di grazia:<br>“Quando fare l&#8217;analisi del sangue per ricercare marker tumorali”.<br>Mi sono fermato. Non perché avessi trovato la risposta alla domanda che stavo cercando.<br>Ma perché, arrivato a quel punto, mi sono chiesto se fosse ancora prudente uscire di casa.<br>Ora, intendiamoci.<br>La prevenzione è una cosa seria. Informarsi sulla salute è una cosa seria. E la medicina ha fatto passi avanti straordinari proprio perché oggi sappiamo molto più di ieri sulle malattie, sui fattori di rischio e sulle possibilità di cura.<br>Il problema è un altro.<br>Che cosa succede quando una quantità enorme di informazioni mediche viene messa a disposizione di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno gli strumenti per interpretarle?<br>Perché io posso anche leggere che un determinato sintomo può essere associato a una certa patologia.<br>Ma se quella mattina ho un po&#8217; di mal di schiena, il mio cervello non necessariamente ragiona come quello di un medico.<br>Il medico vede un sintomo dentro un quadro clinico. Io vedo il sintomo. E poi vedo il tumore. È un piccolo particolare, ma non proprio irrilevante.<br>Il problema è che Internet non conosce la differenza tra informazione ed interpretazione.<br>Ti mette davanti tutto.<br>Il tumore raro, quello frequente, il sintomo iniziale, quello tardivo, lo studio su mezzo milione di persone, l&#8217;esperto che consiglia una cosa e quello che ne consiglia un&#8217;altra.<br>E soprattutto ti mette davanti titoli costruiti per farti cliccare.<br>Perché un titolo come “Cinque cose da sapere per stare in buona salute” è ragionevole.<br>Ma “Cinque sintomi poco noti del cancro che non devi ignorare” è molto più efficace.<br>E infatti lo clicchiamo. Perché siamo esseri umani.<br>Abbiamo paura della morte e, contemporaneamente, una curiosità morbosa di sapere quando potrebbe arrivare.<br>Una combinazione perfetta per l&#8217;economia del clic.<br>E così la prevenzione rischia di trasformarsi in una specie di ipocondria digitale.<br>Una volta poteva capitare di avere un dolore e aspettare qualche giorno.<br>Oggi abbiamo la possibilità di fare una ricerca. Ed è lì che cominciano i guai.<br>Perché una ricerca porta a un&#8217;altra ricerca, poi a uno studio, poi a un forum, poi a un video di un sedicente esperto e alla fine, senza quasi accorgercene, siamo passati da un innocuo mal di stomaco alla diagnosi differenziale di sette malattie rare.<br>Il tutto comodamente seduti in cucina.<br>E naturalmente, dopo averti spiegato come potresti morire in quattordici modi diversi, Internet ti offre anche la ricetta per vivere a lungo.<br>E qui arriva il professor Silvio Garattini.<br>Persona seria, grande studioso, uomo che ha dedicato una vita alla ricerca.<br>Ma anche lui, poveraccio, entra in questa domenica mattina nel momento sbagliato.<br>“Mangiare poco per vivere a lungo: a pranzo una spremuta o una banana bastano. Il vino? Cancerogeno”.<br>Ora, io non metto in discussione quello che dice Garattini.<br>Ma provate a mettervi nei miei panni.<br>Prima mi avete parlato di metastasi ossee. Poi del tumore ai polmoni. Poi di quello ai testicoli. Poi del colon. Poi del sarcoma di Ewing. Poi dei marker tumorali.<br>E quando finalmente penso di potermi consolare con un bel piatto di pasta senza vino perché sono astemio, arriva Garattini a spiegarmi che forse è meglio una banana.<br>A quel punto ho chiuso il computer.<br>Non perché avessi finalmente capito come vivere più a lungo.<br>Ma perché avevo cominciato ad avere seri dubbi sulla convenienza di vivere ancora cinque minuti.<br>La verità, naturalmente, è molto più semplice e molto più seria.<br>La medicina ha bisogno di informazione. Ma l&#8217;informazione sanitaria, senza contesto, può diventare disinformazione involontaria.<br>Dire che un sintomo può essere associato a una malattia non significa dire che chi presenta quel sintomo abbia quella malattia.<br>Dire che una sostanza aumenta un rischio non significa che chi la assume si ammalerà.<br>Dire che una patologia può comparire anche nei giovani non significa che ogni giovane debba vivere con il sospetto di averla.<br>Sono differenze elementari per un medico.<br>Non necessariamente per chi legge alle otto del mattino davanti a una tazza di caffè.<br>E allora forse dovremmo ricordarci che non tutto ciò che possiamo sapere ci fa necessariamente stare meglio.<br>Abbiamo conquistato un accesso alla conoscenza che nessuna generazione precedente ha mai avuto.<br>Ma non abbiamo ancora conquistato, evidentemente, la capacità di gestirla tutta.<br>E così può accadere il curioso paradosso del nostro tempo: abbiamo più informazioni per vivere meglio, più strumenti per prevenire le malattie, più possibilità di curarle, e contemporaneamente siamo diventati capaci di trascorrere la domenica mattina a scoprire tutte le possibili malattie che potremmo avere.<br>A pensarci bene, forse la prossima volta faccio colazione senza Internet.<br>Pane, caffè e……… una banana.<br>Naturalmente senza sapere se la banana fa bene o male.<br>Almeno fino a lunedì.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">PS: confesso che una volta uscito, mi era quasi venuto spontanei salutare un passante con “Fratello ricordati che devi morire”. Mi sono trattenuto per timore di qualche reazione inconsulta.</p>
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		<title>Tre indizi ed una metamorfosi: che cosa è diventato il PD?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 07:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Si suole dire che un indizio non basta. Due possono ancora essere una coincidenza.&#160;&#160;&#160;Ma tre indizi fanno una prova.&#160; E allora proviamo a mettere in fila quello che è successo alla Festa Nazionale dell&#8217;Unità di Reggio Emilia. Primo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si suole dire che un indizio non basta. Due possono ancora essere una coincidenza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma tre indizi fanno una prova.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora proviamo a mettere in fila quello che è successo alla Festa Nazionale dell&#8217;Unità di Reggio Emilia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Primo indizio: Virginia Libero</strong>, Segretaria Nazionale dei Giovani Democratici, sale sul palco e proclama: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre» e «Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La platea applaude.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Secondo indizio: Marco Rocco De Luca</strong>, dirigente nazionale dei Giovani Democratici.&nbsp;&nbsp;Il linguaggio diventa ancora più esplicito: «Siamo i figli, siamo i nipoti della storia del comunismo italiano». Poi l&#8217;invito a liberarsi dal «giogo imperialista» degli Stati Uniti, dalle «sirene del capitalismo» e dal «liberismo». E nella didascalia del suo intervento compare addirittura l&#8217;obiettivo di “distruggere questo capitalismo e creare un nuovo sistema economico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Terzo indizio: arriva Elly Schlein.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>E la segretaria del Partito Democratico individua nel «neoliberismo» il grande modello economico fallito, da superare per costruire un diverso modello di sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre indizi. Tre linguaggi. Tre pezzi dello stesso mosaico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse vale la pena fermarsi un momento e chiedersi:&nbsp;<strong>ma il Partito Democratico che partito è diventato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché qui non stiamo parlando semplicemente di una ragazza di 27 anni che si lascia prendere la mano sul palco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nemmeno di un giovane dirigente che rispolvera il vocabolario della lotta di classe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema politico nasce quando questi linguaggi non vengono più considerati eccentrici rispetto alla cultura del Partito, ma trovano spazio nel cuore della sua manifestazione nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando la platea applaude.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD nasce dall&#8217;incontro fra due grandi tradizioni politiche italiane: quella postcomunista dei Democratici di Sinistra, e quella cattolico-democratica della Margherita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non era Rifondazione Comunista; non era Lotta Continua o Potere al Popolo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto non era il PCI degli anni Settanta con il nome cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro la storia comunista italiana c&#8217;era infatti anche un&#8217;altra tradizione: quella riformista, europeista, occidentale, istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella di&nbsp;<strong>Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella di chi aveva compreso che la democrazia liberale, l&#8217;economia di mercato e l&#8217;integrazione europea non erano nemici da abbattere, ma il terreno sul quale misurarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD nasceva anche da quella evoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, invece, una parte della sua nuova classe dirigente sembra guardare altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guarda alla piazza, al Movimento, all&#8217;antimperialismo, all&#8217;antiamericanismo, all&#8217;anticapitalismo, alla demonizzazione del «neoliberismo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E perfino alla “diserzione” come gesto politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è ancora il vecchio PCI fedele all&#8217;Urss.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma certamente non è più, almeno in una parte della sua cultura politica, il perno di quel centrosinistra riformista che molti elettori avevano conosciuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo alla parola magica:&nbsp;<strong>neoliberismo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein dice che il modello neoliberista ha fallito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe interessante sapere esattamente quale modello economico italiano stia indicando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se per neoliberismo intendiamo più mercato, concorrenza, privatizzazioni, deregolamentazione e riduzione del peso dello Stato, l&#8217;Italia non sembra esattamente il laboratorio mondiale del neoliberismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati raccontano un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 il debito pubblico italiano è arrivato a circa 3.095 miliardi di euro, pari al 137,1% del PIL. La pressione fiscale è stata del 43,1%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esattamente il paradiso terrestre dello «Stato minimo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora viene spontanea una domanda impertinente:&nbsp;<strong>quale neoliberismo avrebbe fallito in Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello di uno Stato che continua ad occupare una parte enorme dell&#8217;economia? Quello delle partecipazioni pubbliche? Quello delle montagne di norme ed autorizzazioni? Quello della pressione fiscale, della spesa pubblica, delle corporazioni, dei sussidi e dei bonus?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questo è neoliberismo, allora Marx deve essersi reincarnato all&#8217;ufficio protocollo di qualche Ministero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E poi, diciamolo: ve la immaginate Elly Schlein, da Presidente del Consiglio, seduta al</strong><strong>&nbsp;</strong><strong>tavolo del Consiglio Europeo, mentre spiega agli altri Capi di Governo che il neoliberismo ha fallito?&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Non so voi, ma io sarei curioso di assistere alla discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente si può criticare il mercato. Si può criticare il capitalismo. Si possono contestare le disuguaglianze prodotte dal capitalismo. Si può sostenere che lo Stato debba intervenire molto di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte posizioni legittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe utile chiamare le cose con il loro nome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché altrimenti «neoliberismo» diventa semplicemente la nuova parola passepartout della sinistra: un nemico talmente elastico da poter contenere tutto ciò che non piace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così arriviamo al quarto elemento, forse il più importante:&nbsp;<strong>il rapporto con l&#8217;Occidente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un dirigente dei Giovani Democratici parla di «giogo imperialista» degli Stati Uniti, e mette nello stesso calderone Trump, capitalismo, liberismo e “retorica sionista”, non siamo più davanti alla tradizionale socialdemocrazia europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo davanti ad un&#8217;altra cultura politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando la leader dei Giovani Democratici parla di «disertori», il problema non è soltanto la frase.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È ciò che quella frase rivela dell&#8217;ambiente politico e culturale nel quale può essere pronunciata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione: Schlein continua formalmente a sostenere l&#8217;Ucraina, e lo ha ribadito anche a Reggio Emilia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio questo che rende la situazione interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dentro il Campo Largo convivono posizioni molto diverse sulla guerra, sul riarmo e sull&#8217;aiuto militare a Kiev.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare sul sostegno militare all’Ucraina, il Movimento 5 Stelle e AVS si collocano su posizioni assai più critiche di quelle del PD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, dunque, non è sostenere che Schlein sia diventata comunista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe una caricatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è capire&nbsp;<strong>quanto il PD possa spostarsi verso la sinistra radicale senza perdere la propria identità originaria.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa è costruire un Centrosinistra chiamato “Campo Largo”,&nbsp;&nbsp;un&#8217;altra è costruire una sinistra nella quale il PD faccia da grande contenitore elettorale a culture politiche che un tempo stavano fuori dal suo perimetro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è essere progressisti; un&#8217;altra è pensare che il capitalismo debba essere “distrutto”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è volere la pace; un&#8217;altra è trasformare la diserzione in una parola d&#8217;ordine politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è criticare gli Stati Uniti; un&#8217;altra è parlare di «giogo imperialista».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una cosa è correggere gli eccessi del mercato; un&#8217;altra è raccontare l’economia di mercato come il grande Satana economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse, allora, la domanda vera non è che cosa sia diventata Elly Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è:&nbsp;<strong>che cosa sta diventando il Partito Democratico sotto Elly Schlein?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il rischio, per un Partito che si candida a governare un Paese complesso come l&#8217;Italia, è quello di smarrire la differenza fondamentale che c’è fra una forza di governo ed un&#8217;assemblea studentesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima deve mediare. La seconda deve mobilitare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima deve assumersi responsabilità. La seconda può permettersi slogan.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima deve parlare anche a chi non la pensa come lei. La seconda vive soprattutto della propria comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sì, tre indizi possono non fare una prova giudiziaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma in politica possono essere qualcosa di altrettanto interessante:&nbsp;<strong>un segnale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quello che arriva oggi dal PD, a mio modesto avviso, è un segnale che sarebbe un errore ignorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Un derby senza tifosi non è un vero derby</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:44:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Lanerossi VICENZA]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono partite che non sono mai soltanto partite. Ci sono partite che appartengono alla storia, alla memoria, alle città e alle generazioni. Verona-Vicenza è una di queste. È il derby che ritorna dopo anni, una sfida attesa, sentita, preparata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono partite che non sono mai soltanto partite. Ci sono partite che appartengono alla storia, alla memoria, alle città e alle generazioni. Verona-Vicenza è una di queste. È il derby che ritorna dopo anni, una sfida attesa, sentita, preparata con mesi di entusiasmo. Eppure domenica al Bentegodi mancherà una delle componenti fondamentali dello spettacolo: la tifoseria biancorossa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Prefettura di Verona ha disposto il divieto di vendita dei biglietti ai residenti nelle province di Vicenza e Padova, dopo l’indicazione dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Una decisione motivata dalle valutazioni legate alla sicurezza e anche da precedenti risalenti al 2017.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una decisione che si può contestare. E che personalmente considero profondamente sbagliata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non si può pensare di difendere il calcio cancellandone una parte essenziale. Un derby senza una delle due tifoserie è un derby mutilato. È una partita di Serie B, certo, ma è anche un appuntamento che appartiene alla storia sportiva di due città. E la storia sportiva non può essere cancellata per decreto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sindaci di Verona e Vicenza, Damiano Tommasi e Giacomo Possamai, avevano chiesto che il derby potesse essere vissuto sugli spalti da entrambe le tifoserie, nel rispetto delle regole e degli avversari. Nel loro appello avevano ricordato una cosa semplice: la rivalità fa parte del calcio, la violenza no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era un messaggio di buon senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se esistono rischi concreti, vanno affrontati. Se esistono persone che hanno commesso reati, vanno individuate e sanzionate. Se ci sono soggetti pericolosi, vanno fermati. Ma vietare una trasferta a un’intera tifoseria significa applicare una responsabilità collettiva a migliaia di persone che avrebbero voluto semplicemente andare allo stadio, indossare una sciarpa biancorossa, cantare per la propria squadra e tornare a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui c’è il punto fondamentale: il calcio non può diventare un problema di ordine pubblico da risolvere eliminando il pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La partita, naturalmente, si giocherà. E dal punto di vista sportivo è una partita tutt’altro che banale. Il Vicenza arriva al derby con 5 punti dopo le prime quattro giornate, frutto di una vittoria, due pareggi e una sconfitta. Il Verona ha invece raccolto 4 punti, con una vittoria, un pareggio e due sconfitte. Entrambe hanno dunque qualcosa da dimostrare e il derby può diventare un passaggio importante del loro campionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Vicenza ha iniziato con il 3-2 al Catanzaro, poi ha perso ad Avellino, pareggiato 2-2 sul campo dell’Entella e chiuso l’ultimo turno sull’1-1 contro la Juve Stabia. Il Verona, dopo la sconfitta interna con l’Ascoli, ha pareggiato a Padova, travolto l’Arezzo 5-0 e poi perso 3-1 a Benevento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, c’è anche una partita vera da giocare. Una partita nella quale contano la classifica, i punti, le scelte degli allenatori, la condizione dei giocatori e la voglia di conquistare un derby che, proprio perché torna dopo tanti anni, avrebbe meritato una cornice diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avrebbero dovuto esserci i colori biancorossi accanto a quelli gialloblù. Avrebbero dovuto esserci i cori, gli sfottò, le coreografie, le famiglie, i ragazzi alla loro prima trasferta importante. Avrebbe dovuto esserci tutto ciò che rende il calcio uno spettacolo popolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece ci sarà un settore ospiti vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è difficile non considerarlo una sconfitta per il calcio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non si vieta la tradizione sportiva di un derby. Non si può pensare che la soluzione alla violenza sia togliere ai tifosi la possibilità di vivere le partite. La sicurezza deve essere garantita, certamente. Ma sicurezza e partecipazione non sono necessariamente concetti alternativi. Anzi, una società moderna dovrebbe essere capace di garantire entrambe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il derby avrebbe potuto essere anche un’occasione per dimostrare proprio questo: che Verona e Vicenza possono essere rivali, anche acerrime, senza essere nemiche. Che si può cantare contro l’avversario senza aggredirlo. Che si può perdere senza distruggere. Che si può vincere senza umiliare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ci saranno comunque i due sindaci, Possamai e Tommasi, a rappresentare le loro città. Un’immagine che avrebbe potuto essere ancora più bella con migliaia di tifosi biancorossi e gialloblù sugli spalti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe stato il modo migliore per ricordare che il calcio appartiene prima di tutto alle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E magari anche a due figure che rappresentano la memoria più nobile del nostro calcio: Paolo Rossi e Osvaldo Bagnoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rossi, il campione che a Vicenza diventò Pablito e che trasformò il gol in una forma di felicità collettiva. Bagnoli, l’allenatore del lavoro, della disciplina, del gruppo, dell’umiltà. Due uomini diversi, due storie diverse, ma una stessa idea di calcio: quella nella quale il campo conta più di tutto il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È nel loro nome che sarebbe bello vedere un derby vero. Un derby duro, intenso, combattuto. Ma soltanto un derby.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che vinca Verona o che vinca Vicenza, domenica sera resterà comunque una domanda: abbiamo davvero bisogno di svuotare gli stadi per sentirci più sicuri?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse sarebbe il momento di trovare un’altra strada.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(immagine creata con AI)</p>
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		<title>Dall’Olanda alla Spagna, l’invasione degli ortaggi da serra, perfetti e senz’anima</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pomodoro che non sapeva di esserlo Di Alessandro Cammarano C&#8217;è un momento, davanti al banco ortofrutta di un supermercato qualunque, in cui l&#8217;Italia intera dovrebbe fermarsi e chiedersi come sia potuto succedere. Il momento è quello in cui si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il pomodoro che non sapeva di esserlo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un momento, davanti al banco ortofrutta di un supermercato qualunque, in cui l&#8217;Italia intera dovrebbe fermarsi e chiedersi come sia potuto succedere. Il momento è quello in cui si prende in mano un pomodoro rosso, sodo, lucido come una mela di plastica da vetrina natalizia, e lo si morde aspettandosi il sapore dell&#8217;estate. Quello che arriva in bocca, invece, è acqua tiepida con un vago sentore di erba tagliata. È il pomodoro olandese, orgoglio ingegneristico di un paese che ha trasformato l&#8217;agricoltura in informatica applicata: piante che non toccano terra, cresciute su lana di roccia, nutrite con soluzioni idroponiche dosate al millilitro, illuminate a comando quando il sole del Mare del Nord decide di scioperare. Il risultato è un frutto perfetto in ogni cosa tranne che nell&#8217;unica cosa per cui un pomodoro dovrebbe esistere. Un agronomo dell&#8217;Università di Bologna, interpellato tempo fa sull&#8217;argomento, ha spiegato la faccenda con un candore quasi commovente: i pomodori olandesi non sanno di nulla perché il mercato non chiede loro di sapere di qualcosa, chiede che siano tutti identici, tutti lucidi, tutti pronti a sopravvivere a un viaggio in camion refrigerato senza un&#8217;ammaccatura. È la fotografia perfetta del nostro tempo: non ci siamo accorti che il pomodoro fosse diventato brutto, ce ne siamo accorti quando è diventato muto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui viene il primo motivo di orgoglio nazionale mortificato: l&#8217;Italia, patria del pomodoro San Marzano, del Piennolo del Vesuvio, del Pachino che profuma ancora di salsedine, importa ogni anno decine di migliaia di tonnellate di questi cloni olandesi color sangue finto, e li mette negli stessi scaffali dove un tempo regnava il pomodoro vero, quello che ti macchiava la camicia e ti restituiva il favore con il sapore. Abbiamo il sole, abbiamo la terra, abbiamo tremila anni di pratica agricola, e compriamo lo stesso il pomodoro cresciuto sotto una lampada a led in una serra di Rotterdam. C&#8217;è qualcosa di masochistico, quasi liturgico, in questa scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto al pomodoro senza voce, sugli stessi banchi, si allineano gli asparagi, altra categoria di ortaggio ridotta a comparsa muta del proprio nome. Fuori stagione, coltivati a ritmi forzati in serre che li spingono a crescere prima che abbiano deciso di avere un sapore, oppure fatti arrivare da lontano con voli cargo che li portano a destinazione ancora convinti di essere germogli, gli asparagi da banco moderno sono lunghi, dritti, calibrati con la precisione di un pezzo meccanico, e amarissimamente anonimi al palato. Chi ha la fortuna di assaggiare un asparago selvatico raccolto a marzo lungo un fosso di campagna sa che quella pianta ha un carattere, quasi un temperamento. Quello del supermercato ha solo una scheda tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il capitolo più clamoroso di questa commedia della finzione alimentare arriva da più lontano, dal Sud America e dall&#8217;Africa, dove nascono l&#8217;avocado, il mango, buona parte della frutta esotica che oggi troneggia nei nostri carrelli come simbolo di benessere cosmopolita. Questi frutti vengono raccolti volutamente acerbi, duri come pietre, perché un frutto maturo non sopravvivrebbe alle tre o quattro settimane di navigazione in container refrigerato che li separano dal Mediterraneo. Arrivano nei porti ancora verdi, vengono chiusi in celle sature di etilene, il gas che il frutto stesso produrrebbe naturalmente sulla pianta, e lì vengono costretti a una maturazione artificiale, un&#8217;iniezione ormonale di massa che nel giro di pochi giorni li rende commestibili senza mai renderli davvero maturi. Il risultato lo conosce chiunque abbia comprato un avocado al supermercato sperando nella cremosità e trovandosi tra le mani o un sasso o una poltiglia bruna, senza vie di mezzo, perché la via di mezzo esisteva solo sulla pianta, quella pianta che nessuno ha aspettato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrebbe continuare per pagine, con le fragole spagnole gonfiate ad acqua, con i peperoni marocchini cresciuti sotto teli di plastica lunghi chilometri, con le zucchine turche che arrivano già rassegnate al proprio destino di contorno insapore. Ma il punto, in fondo, non è la lista della spesa. Il punto è che abbiamo costruito una filiera alimentare globale ottimizzata per tutto tranne che per il gusto: per la resistenza agli urti, per l&#8217;uniformità estetica, per la lunga conservazione, per il margine di profitto della grande distribuzione, che preferisce un prodotto prevedibile a un prodotto buono perché il prevedibile non genera resi. Il sapore, in questa equazione, è diventato una variabile trascurabile, un lusso da nicchia riservato a chi ha un orto, un mercato contadino sotto casa o la pazienza di aspettare la stagione giusta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è nostalgia contadina, è aritmetica. Un pomodoro che viaggia meno vive meno tempo sotto plastica e più tempo sotto sole, e il sole, per quanto la Olanda si ostini a negarlo, resta l&#8217;unico ingrediente che nessun laboratorio è ancora riuscito a imbottigliare. Nel frattempo continuiamo a riempire i carrelli di ortaggi che sembrano usciti da un catalogo di arredamento, belli, lucidi, muti come comparse di un film in cui nessuno ha scritto le loro battute. Mangiamo immagini di verdura. Il sapore, quello vero, lo abbiamo lasciato al porto, in attesa di una nave che non arriverà mai in tempo.</p>
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		<title>Il bollo auto sparisce (per un anno), ma la toppa è peggio del buco: tra spot sbiaditi, petrolio alle stelle ed il solito lancio in tribuna</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:24:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’era una volta un video girato davanti a un distributore di benzina.Una Giorgia Meloni allora all’opposizione indicava la pompa con l’aria di chi aveva appena scoperto il colpevole di tutti i mali dell’economia italiana, e prometteva solennemente: “Pretendiamo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta un video girato davanti a un distributore di benzina.<br>Una Giorgia Meloni allora all’opposizione indicava la pompa con l’aria di chi aveva appena scoperto il colpevole di tutti i mali dell’economia italiana, e prometteva solennemente: “Pretendiamo che le accise vengano progressivamente abolite”.<br>Era il maggio del 2019, e quel video rimarrà nelle memoria collettiva e negli archivi della rete come una specie di reperto archeologico della politica italiana.<br>A distanza di anni, possiamo dire che poche promesse hanno avuto una carriera tanto diversa dalla realtà.<br>Perché oggi il Governo Meloni non abolisce le accise.<br>Anzi.<br>Proprio mentre annuncia il bollo auto, riduce progressivamente il taglio delle accise sul gasolio: dai 17,1 centesimi attuali si passa a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e poi a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre. È la sedicesima misura di questo tipo dal marzo scorso.<br>E qui comincia il problema.<br>Perché se il petrolio continua a essere ostaggio delle guerre in Medio Oriente ed in Ucraina, il problema dei carburanti non si risolve mettendo ogni settimana qualche centesimo di sconto alla pompa.<br>L’IEA ha già segnalato un forte deterioramento delle prospettive dell’offerta petrolifera mondiale, con le scorte di prodotti raffinati che si stanno rapidamente assottigliando.<br>E ha indicato proprio nei conflitti in Medio Oriente e nella guerra russo-ucraina due fattori decisivi per l&#8217;equilibrio del mercato energetico.<br>Insomma, non occorre essere Nostradamus per capire che il problema potrebbe accompagnarci ancora a lungo. E non a caso molti esperti del settore avvertono da tempo che con l’esaurirsi delle scorte, il prezzo del diesel nei prossimi mesi potrebbe schizzate e 3 euro e oltre.<br>E allora quei 17 centesimi, poi 12,2, poi 6,1, somigliano sempre più a una cosa molto italiana: prendere una montagna di soldi pubblici e distribuirla con il contagocce per ottenere un effetto assai modesto alla pompa.<br>Per capirci: è un po’ come buttare i soldi nel water e, per essere sicuri, tirare anche lo sciacquone.<br>E qui arriviamo al bollo auto.<br>Mentre gli automobilisti guardano preoccupati il prezzo del diesel, il Governo tira fuori dal cilindro l’abolizione del bollo per il 2027 sulle auto fino a 80 kW e sui motocicli.<br>La misura dovrebbe riguardare oltre il 70% delle automobili circolanti, secondo Palazzo Chigi.<br>La premier assicura inoltre che l’abolizione sarà resa strutturale, ma per ora il provvedimento riguarda formalmente il 2027.<br>Una misura selettiva, dunque.<br>E, diciamolo, anche comprensibile.<br>Il bollo è una delle tasse più odiate dagli italiani: si paga semplicemente perché si possiede un&#8217;automobile, anche se questa rimane parcheggiata per undici mesi e ventinove giorni.<br>Ma proprio per questo la domanda politica è un’altra.<br>Perché annunciarlo proprio adesso?<br>Perché mentre il Governo deve spiegare agli automobilisti che lo sconto sulle accise si restringe, è assai più piacevole raccontare loro che l’anno prossimo non dovranno pagare il bollo.<br>È un po’ come togliere una fetta dalla torta e contemporaneamente offrire un caffè.<br>Il trucco, in politica, è antico: quando una notizia rischia di diventare indigesta, se ne serve subito un’altra più facile da mandare giù.<br>Palla in tribuna, o come si diceva quando ero piccolo nei campetti di periferia “Viva il Parroco”.<br>E il conto?<br>Quello è particolarmente interessante, perché il bollo è una tassa regionale.<br>Il minor gettito è stimato in circa 2,29 miliardi di euro e il decreto prevede un trasferimento alle Regioni di circa 2,3 miliardi per compensarlo nel 2027.<br>Insomma, il bollo sparisce dal parabrezza dell’automobilista, ma i soldi non evaporano per magia.<br>Da qualche parte dovranno pur arrivare.<br>E qui sarebbe bello che, per una volta, la politica italiana facesse uno sforzo supplementare di sincerità.<br>Vale per il Governo, naturalmente.<br>Ma vale anche per le opposizioni.<br>Perché Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e compagnia cantante possono legittimamente accusare Giorgia Meloni di fare propaganda, di pensare alle prossime elezioni, di distribuire mance elettorali.<br>Tutto legittimo.<br>Ma c&#8217;è un piccolo particolare che spesso sfugge.<br>I soldi per fare quello che chiedono loro, dove si prendono? Sempre da una bella patrimoniale?<br>Perché criticare una spesa è relativamente semplice.<br>Molto più complicato è indicare contemporaneamente quale altra spesa tagliare, quale tassa aumentare, oppure quale altra entrata utilizzare.<br>Il bancomat pubblico, infatti, non ha il PIN scritto sul retro.<br>E così eccoci qua.<br>La benzina continua a scottare. Le guerre continuano.<br>Il mercato petrolifero resta esposto a shock geopolitici che l’Italia, essendo un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, può soltanto subire in parte.<br>Il taglio delle accise viene progressivamente ridotto.<br>E il Governo, nel frattempo, mette sul tavolo il bollo auto. Per dodici mesi, almeno per ora.<br>Poi si vedrà.<br>Ma una cosa è certa: la campagna elettorale permanente non conosce crisi energetica.<br>Anzi, sembra avere una fonte di energia inesauribile.<br>Il nostro portafoglio.<br>Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">PS: se ancora capisco qualcosa di politica, una misura come il taglio del bollo auto, sicuramente di forte impatto mediatico, è l’ideale per fare da traino ad una compagna elettorale…..purchè non sia troppo lontana nel tempo. Se ad esempio si votasse a novembre 2027 l’effetto annuncio sarebbe sicuramente evaporato. Ma se si votasse il prossimo aprile si potrebbe ancora ben spenderla in piazze e comizi. Ecco perché a mio modesto avviso questa misura avvicina le elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Bab el Mandeb. Quando lo sceriffo non arriva</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:11:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è qualcosa di profondamente simbolico in una telefonata.&#160; Mohammed bin Salman, principe ereditario e uomo forte dell’Arabia Saudita, chiama Donald Trump e gli chiede di intervenire contro gli Houthi. Non una volta. Due volte. E il Presidente americano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è qualcosa di profondamente simbolico in una telefonata.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mohammed bin Salman, principe ereditario e uomo forte dell’Arabia Saudita, chiama Donald Trump e gli chiede di intervenire contro gli Houthi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non una volta. Due volte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il Presidente americano risponde di no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Washington continuerà a fornire intelligence ed informazioni sugli obiettivi, ma gli aerei americani, almeno per ora, resteranno a terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe sembrare soltanto una decisione tattica, legata alla guerra con l’Iran, al prezzo del petrolio od ai calcoli politici di Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io credo invece che dentro quel “no” ci sia qualcosa di molto più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è il rumore, quasi impercettibile, della fine di un’epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre il mondo discute degli Houthi, dello Yemen e del Golfo, stanno accadendo due cose strettamente collegate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte, due dei grandi “rubinetti” del commercio e dell’energia mondiale, Hormuz e Bab el-Mandeb, sono sottoposti ad una pressione strategica enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altra, gli Stati Uniti stanno dicendo ai propri alleati, con modalità diverse, che il mondo nel quale Washington garantiva da sola la sicurezza dell’Occidente è finito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo da Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visto su una carta geografica, sembra poco più di una fessura fra Africa e penisola arabica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà è uno dei grandi cancelli attraverso i quali passa il commercio mondiale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da lì transitano le navi che collegano l’Asia all’Europa attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Houthi, e dietro di loro l’Iran, lo sanno benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pressione sullo stretto ha trasformato il movimento yemenita in qualcosa di più di una milizia locale: in uno dei possibili interruttori del traffico marittimo mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altra parte della penisola arabica c’è Hormuz, altro passaggio strategico per il petrolio ed il gas del Golfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se li guardiamo insieme, il quadro diventa inquietante.&nbsp;&nbsp;Non significa che domani tutte le navi del mondo resteranno ferme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che Teheran ed i suoi alleati hanno acquisito la capacità di rendere più costoso, rischioso ed imprevedibile, il passaggio attraverso due delle principali arterie energetiche del pianeta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è già una forma di potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera, però, riguarda Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per settant’anni l’Arabia Saudita ha potuto pensare alla propria sicurezza sapendo che, dietro di sé, c’era l’America.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significava che gli americani intervenissero per qualsiasi problema. Significava che esisteva un garante ultimo.&nbsp;&nbsp;Se la situazione fosse diventata davvero pericolosa, Washington sarebbe arrivata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso Riyadh scopre che Washington c’è, ma non necessariamente quando serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha scelto di non aprire un altro fronte militare contro gli Houthi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La priorità americana è l’Iran e soprattutto Hormuz, e la Casa Bianca vuole evitare un’altra guerra americana senza una chiara fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’argomento è comprensibile. Sarebbe difficile sostenere che gli Stati Uniti debbano continuare indefinitamente a combattere per tutti e dappertutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo la decisione assume un significato strategico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Arabia Saudita non può semplicemente sostituire gli Stati Uniti con la Cina. Pechino è un enorme partner commerciale ed energetico, ma non sembra intenzionata a diventare il nuovo gendarme militare del Golfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nemmeno la Russia può ora offrire a Riyadh ciò che offre l’apparato militare americano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora i sauditi fanno quello che probabilmente da oggi in poi&nbsp;&nbsp;farà sempre più spesso chi non vuole trovarsi scoperto quando cambia il vento: diversificano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">America per tecnologia, intelligence e sicurezza. Cina per commercio e investimenti. Russia per energia e OPEC+.&nbsp;&nbsp;Iran per il dialogo regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un nuovo blocco. È qualcosa di molto più fluido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si chiama&nbsp;<strong>multi-allineamento</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E potrebbe essere una delle parole chiave della geopolitica del futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché a questo punto la storia del Golfo comincia ad assomigliare terribilmente alla storia dell’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche noi europei abbiamo passato decenni sapendo che, in caso di guai seri, dietro di noi c’era Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo costruito una prospera Europa occidentale sotto l’ombrello americano e discusso per anni di “burden sharing”, cioè della necessità che gli europei facessero di più per la propria difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che, nella pratica, il burden sharing è rimasto spesso una formula diplomatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso sta cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli americani non parlano più soltanto di condividere il peso. Parlano, sempre più chiaramente, di spostarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa deve assumere una responsabilità maggiore, se non principale, della propria difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti mantengono un ruolo decisivo soprattutto sul piano nucleare e come ultima garanzia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza rispetto al passato non è soltanto quantitativa. È psicologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni ci siamo chiesti:&nbsp;<strong>“</strong><strong>Quanto devono contribuire gli europei?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda che dovremmo farci oggi è un’altra:&nbsp;<strong>“Che cosa succede se gli americani, questa volta, non vengono?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È la domanda che Riyadh si sta ponendo davanti a Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente questo non significa che gli Stati Uniti stiano abbandonando l’Europa o che domani la NATO scompaia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Washington resta la principale potenza militare dell’Alleanza, conserva l’arsenale nucleare, e continua ad avere interessi enormi nella sicurezza europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il rapporto sta cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando cambia il rapporto con il garante della propria sicurezza, prima o poi cambia anche il modo con cui si costruiscono le alleanze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È già quello che sta facendo l’Arabia Saudita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è quello che vediamo, in forme diverse, in gran parte del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vecchio sistema era relativamente semplice: c’erano gli Stati Uniti, i loro alleati e, dall’altra parte, i loro avversari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo sistema rischia di essere molto più complicato, e molto più cinico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non conta più soltanto chi è “amico”. Conta chi è utile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo al paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Bab el-Mandeb viene messo sotto pressione, l’Europa è tra i primi a pagarne il prezzo.&nbsp;&nbsp;Le navi possono essere costrette a evitare il Mar Rosso e circumnavigare l’Africa.&nbsp;&nbsp;Più giorni di navigazione, maggiori costi assicurativi, più carburante, ritardi nelle consegne e, alla fine, prezzi più alti. E se contemporaneamente Hormuz resta sotto pressione, il problema non è più soltanto quello delle merci.&nbsp;&nbsp;Diventa quello dell’energia. E quindi dell’inflazione. E quindi dell’industria europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi, alla fine della catena, del portafoglio di Siora Maria e del conto corrente di Sior Bepi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre, la geopolitica sembra una cosa lontana finché non arriva alla pompa di benzina o nella bolletta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto diventa improvvisamente molto concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo quel “no” di Trump a Mohammed bin Salman merita attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché Trump abbia necessariamente elaborato una grande strategia filosofica (cosa di cui dubito sia capace).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può darsi che abbia semplicemente pensato al prezzo della benzina, alla guerra con l’Iran, alle elezioni di midterm e al rischio di infilare gli Stati Uniti in un altro pantano mediorientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, è probabilmente così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la storia ha una curiosa abitudine: spesso produce conseguenze molto più grandi delle intenzioni di chi prende le decisioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, quindi, non è soltanto che gli americani abbiano deciso di non difendere Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è un altro..</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bab el-Mandeb e la NATO raccontano la stessa storia;&nbsp;<strong>l</strong><strong>a storia del giorno dopo l’America.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno nel quale nessuno sa ancora esattamente come sarà il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa comincia ad apparire evidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di essere lo sceriffo che corre ogni volta che qualcuno spara in città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando lo sceriffo lascia la città, gli abitanti hanno due possibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possono continuare a discutere su quanto fosse ingiusto pagargli lo stipendio. Oppure possono finalmente imparare a difendersi da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Golfo sembra aver cominciato a farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa farebbe bene a non aspettare che siano gli Houthi, o qualcun altro, a ricordarglielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 07:37:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.&#160; Non sono le guerre. Non è la politica.&#160;&#160;Non sono nemmeno quelli che spiegano all&#8217;Universo mondo come dovrebbe essere governata l&#8217;Italia dopo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono le guerre. Non è la politica.&nbsp;&nbsp;Non sono nemmeno quelli che spiegano all&#8217;Universo mondo come dovrebbe essere governata l&#8217;Italia dopo aver letto tre post su Google.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le fotografie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più precisamente, le fotografie di ragazze e donne sempre più discinte, con una particolare predilezione per le generose esposizioni della parte superiore del corpo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un vero e proprio&nbsp;<strong>“festival delle tette”</strong><strong>,</strong>&nbsp;per la più parte di grossa taglia, spesso visibilmente rifatte,&nbsp;<strong>esibite con l&#8217;atteggiamento di chi non soltanto le possiede, ma sembra addirittura averle inventate.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui mi sorge spontanea una domanda:&nbsp;<strong>ma è business o esibizionismo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, a guardare certi profili, non è sempre facilissimo capirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte c&#8217;è chi evidentemente ha trasformato il proprio corpo in uno strumento di marketing: più visualizzazioni, più follower, più attenzione e, prima o poi, qualche euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra c&#8217;è sicuramente chi semplicemente ama essere guardata.&nbsp;&nbsp;E magari le due cose convivono perfettamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;altra parte, che differenza c&#8217;è fra una persona che ama essere ammirata e una che ha scoperto che essere guardata può diventare un&#8217;attività redditizia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta si sarebbe chiamato esibizionismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi si chiama&nbsp;<strong>personal branding</strong><strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Dite la verità; in inglese fa tutta un&#8217;altra figura eh!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la questione interessante non è nemmeno questa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera domanda è:&nbsp;<strong>perché gli uomini sono così attratti dalla nudità femminile?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E sia chiaro: anche le donne guardano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è che l&#8217;universo femminile abbia ricevuto alla nascita un certificato di immunità dall&#8217;attrazione fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però, mediamente, nella sessualità maschile la componente visiva sembra avere un peso particolarmente importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna fare un salto indietro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un salto piuttosto lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;uomo è un animale sessuale decisamente curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti mammiferi utilizzano in maniera importantissima l&#8217;olfatto per individuare il partner e raccogliere informazioni sulla disponibilità sessuale. Odori, segnali chimici, feromoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di “Tinder biologico”, insomma.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Solo che non serve lo smartphone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi, invece, siamo diventati nel corso dell&#8217;evoluzione animali fortemente visivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole negli ultimi tempi sembriamo aver sviluppato una forma tutta nostra di sessualità: il “sesso oftalmico”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Invece di toccare, guardiamo. E a giudicare dai social, la specialità sembra essere parecchio praticata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando seri, abbiamo perso progressivamente gran parte della pelliccia corporea che caratterizza gli altri primati. Abbiamo conquistato la posizione eretta. Siamo diventati bipedi. E il corpo umano, liberato dalla pelliccia, è diventato probabilmente molto più leggibile attraverso la vista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dimorfismo sessuale, le proporzioni corporee, la distribuzione del grasso, il volto, la pelle, il modo di muoversi: una quantità enorme di informazioni che il nostro cervello può raccogliere semplicemente guardando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo se il nostro antenato preistorico, davanti a una bella donna, pensasse:&nbsp;<strong>&#8220;Accidenti, che bella f…..&#8221;.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è ragionevole pensare che il suo cervello facesse già qualcosa di molto simile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è un particolare sul quale possiamo anche smettere per un momento di fare gli antropologi ed ammettere semplicemente l&#8217;evidenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il corpo femminile piace.</strong><strong>&nbsp;</strong>Agli uomini, mediamente, parecchio. E non credo ci sia bisogno di costruirci sopra una teoria sociologica di 400 pagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un seno intravisto sotto una camicetta leggermente sbottonata, una schiena nuda, una gamba scoperta, una scollatura che lascia lavorare più l&#8217;immaginazione della stoffa: sono segnali capaci di catturare lo sguardo maschile con una rapidità che probabilmente precede di molto la nascita della nostra specie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse c&#8217;è un motivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;erotismo non è nella nudità in sé. È nella distanza fra ciò che si vede e ciò che si immagina.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un corpo completamente nudo può mostrare tutto. Una scollatura, invece, può suggerire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il cervello umano, quando gli lasci un piccolo spazio vuoto da riempire, ci mette dentro tutto quello che serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che nella storia dell&#8217;erotismo la stoffa ha spesso avuto un ruolo curioso: può nascondere, ma contemporaneamente può attirare l&#8217;attenzione proprio su ciò che nasconde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve necessariamente mostrare tutto. Anzi, spesso è proprio il contrario.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il desiderio ama gli spazi vuoti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui forse Facebook ha combinato un piccolo disastro estetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando l&#8217;obiettivo diventa catturare il clic, l&#8217;allusione rischia di essere sostituita dall&#8217;esibizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero lascia il posto alla fotocopia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al riguardo&nbsp;&nbsp;riprenderei un vecchia battuta:&nbsp;<strong>vista una, viste tutte (anche se a dirla tutta è riferita ad una parte anatomica ben precisa).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Con una differenza, però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che cinquant&#8217;anni fa poteva essere una fotografia provocante su una rivista, oggi viene riproposta cento volte al giorno, da cento persone diverse, in cento pose diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che persino l&#8217;erotismo rischia di diventare industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando l&#8217;erotismo diventa industriale, perde una delle cose che lo rendevano erotico:&nbsp;<strong>l&#8217;attesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il desiderio, dopotutto, ha bisogno anche di tempo, di immaginazione, di distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quella piccola porzione di corpo che resta ancora nascosta e che il cervello, con la sua solita sfacciata fantasia, provvede immediatamente a completare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al nostro uomo preistorico, lui aveva qualche problema logistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente Facebook. Niente Instagram. Niente influencer. E soprattutto niente algoritmo capace di proporgli un&#8217;altra donna tre secondi dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che arriva la parte interessante della nostra modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia ha preso una pulsione biologica vecchia di centinaia di migliaia di anni e l&#8217;ha inserita dentro una macchina progettata per catturare la nostra attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo è semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fotografia attira lo sguardo. Lo sguardo produce attenzione. L&#8217;attenzione produce clic. I clic producono follower.&nbsp;&nbsp;I follower possono produrre denaro. Ed il denaro, come abbiamo imparato nella storia dell&#8217;umanità, possiede una straordinaria capacità di rendere rispettabile quasi qualsiasi cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così la ragazza che una volta &#8220;si metteva in mostra&#8221; oggi sta facendo “<strong>content creation”</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che cercava attenzione oggi sta &#8220;costruendo una community&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che mostrava il proprio corpo oggi sta &#8220;valorizzando la propria immagine&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le parole cambiano.&nbsp;&nbsp;Il meccanismo molto meno. E qui arriva anche un&#8217;altra curiosità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nudità dovrebbe perdere il suo potere quando diventa onnipresente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non sembra funzionare esattamente così. Perché il cervello umano non cerca soltanto la bellezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cerca anche la&nbsp;<strong>novità</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed i social sono una macchina praticamente perfetta per alimentare questa ricerca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fotografia. Poi un&#8217;altra. Poi un&#8217;altra ancora. Cambiano la luce, la posa, il trucco, il filtro, l&#8217;angolazione, lo sfondo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, diciamocelo con una certa brutalità:&nbsp;<strong>“</strong><strong>vista una, viste tutte</strong><strong>”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">O quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il corpo umano, nonostante gli sforzi dell&#8217;industria della moda, della chirurgia estetica e dei filtri digitali, dispone ancora di un inventario abbastanza limitato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando hai mostrato le tette e fatto intravedere anche l’inguine, il campionario dovrebbe esser esaurito.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli algoritmi però hanno scoperto il trucco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non devono inventare continuamente qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devono soltanto cambiare abbastanza il contesto da convincere il nostro cervello che la prossima immagine meriti ancora un&#8217;occhiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così quella che era una pulsione diventa un comportamento ripetitivo. E il comportamento ripetitivo diventa traffico. E il traffico diventa denaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui, secondo me, c&#8217;è la vera rivoluzione.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non nel fatto che gli uomini guardino.&nbsp;&nbsp;Gli uomini guardano da quando esistono gli uomini. La rivoluzione consiste nel fatto che&nbsp;<strong>qualcuno ha imparato a monetizzare il loro guardare</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente non sono soltanto gli uomini a essere coinvolti.&nbsp;&nbsp;Anche chi si mostra riceve una ricompensa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un like. Un commento. Un messaggio. Un aumento dei follower. Una conferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Piaccio!&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel &#8220;piaccio&#8221; può avere un valore psicologico enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse dietro certe fotografie non c&#8217;è soltanto il desiderio di sedurre. C&#8217;è anche il bisogno, molto umano, di sentirsi belli, desiderati, considerati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo a qualcosa che riguarda tutti noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I social hanno trasformato il bisogno umano di approvazione in una specie di contabilità quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanti like? Quanti follower? Quante visualizzazioni? Quanti commenti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo arrivati al punto in cui perfino l&#8217;autostima può essere misurata con un numeretto sotto una fotografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una follia?&nbsp;&nbsp;Probabilmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una follia estremamente redditizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse dovremmo smettere di scandalizzarci troppo davanti alle ragazze discinte che compaiono sui nostri schermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché tutto sia necessariamente innocuo od elegante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché il fenomeno racconta qualcosa di molto più profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Racconta quanto poco sia cambiata la nostra natura sotto la superficie della modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo inventato l&#8217;intelligenza artificiale; mandiamo sonde su Marte; abbiamo costruito computer capaci di fare in pochi secondi calcoli che avrebbero richiesto una vita ad un matematico dell&#8217;Ottocento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi basta una bella fotografia, ed il nostro cervello torna immediatamente a occuparsi di una faccenda vecchia come l&#8217;umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardare, desiderare, commentare, magari pesantemente, essere desiderati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo di vivere nell&#8217;epoca più tecnologica della storia, ma dentro il nostro cervello continuano a vivere uomini e donne del Paleolitico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che adesso il cacciatore-raccoglitore ha lo smartphone in mano. E davanti non ha una foresta. Ha Facebook.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E dietro Facebook c&#8217;è un algoritmo che lo conosce probabilmente meglio di quanto lui conosca se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, alla fine, la domanda non è tanto:&nbsp;<strong>&#8220;Perché gli uomini sono ossessionati dalla nudità?&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera è:&nbsp;<strong>&#8220;Che cosa succede quando una pulsione biologica primordiale incontra una tecnologia capace di moltiplicarla all&#8217;infinito, e di trasformarla in denaro?&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta la vediamo ogni giorno sul nostro schermo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E magari, la prossima volta che Facebook ci proporrà l&#8217;ennesima fotografia ammiccante, prima di chiederci perché quella signora abbia deciso di mostrarsi così generosamente, potremmo porci una domanda ancora più scomoda.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi sta guardando chi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse noi pensiamo di stare guardando lei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma intanto l&#8217;algoritmo sta guardando noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il Regno dei quattro: quando Scozia, Galles e Irlanda cominciano a dire basta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 07:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è qualcosa di profondamente britannico nel modo in cui questa storia sta&#160;cominciando. Niente&#160;barricate.&#160;&#160;Niente eserciti.&#160;&#160;Niente dichiarazioni d&#8217;indipendenza lanciate dal balcone di un palazzo governativo. Soltanto quattro persone sedute attorno ad un tavolo a Cardiff; tre nazionalismi che per la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è qualcosa di profondamente britannico nel modo in cui questa storia sta&nbsp;cominciando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente&nbsp;barricate.&nbsp;&nbsp;Niente eserciti.&nbsp;&nbsp;Niente dichiarazioni d&#8217;indipendenza lanciate dal balcone di un palazzo governativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto quattro persone sedute attorno ad un tavolo a Cardiff; tre nazionalismi che per la prima volta si ritrovano dalla stessa parte, ed un documento nel quale si afferma, con una certa tranquillità, che&nbsp;“i popoli di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, lo sfratto da Westminster non è ancora stato notificato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qualcuno ha cominciato a preparare le valigie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La notizia è importante perché non riguarda semplicemente un nuovo accordo tra partiti nazionalisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prima volta dall&#8217;avvio della devoluzione nel 1999,&nbsp;Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno contemporaneamente alla guida First Ministers espressione di forze favorevoli all&#8217;autodeterminazione o all&#8217;indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">John Swinney guida il governo scozzese per lo Scottish National Party.&nbsp;Rhun ap Iorwerth guida Plaid Cymru in Galles.&nbsp;&nbsp;Michelle O&#8217;Neill è First Minister dell&#8217;Irlanda del Nord per Sinn Féin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A loro si è aggiunta Mary Lou McDonald, leader di Sinn Féin nella Repubblica d&#8217;Irlanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Formalmente non si è trattato di una riunione dei tre Governi per avviare la dissoluzione del Regno Unito. E sarebbe sciocco raccontarla così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma politicamente il messaggio è tutt&#8217;altro che simbolico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I tre partiti hanno ieri sottoscritto un memorandum nel quale sostengono che&nbsp;le loro “Nazioni” hanno diritto all&#8217;autodeterminazione&nbsp;e chiedono al governo britannico di prepararsi, pianificare e facilitare eventuali cambiamenti costituzionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dicevo, non è ancora una dichiarazione d&#8217;indipendenza.&nbsp;&nbsp;È qualcosa di più sottile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la dichiarazione che l&#8217;indipendenza è entrata nell&#8217;agenda politica comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è la novità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire quanto sia delicata la faccenda bisogna ricordare una cosa che spesso dimentichiamo quando guardiamo una carta geografica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito non è nato tutto in una volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste un giorno nel quale qualcuno abbia tracciato una linea sulla mappa e abbia detto: «Da oggi siete tutti britannici».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia è stata molto più complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono state conquiste, guerre, unioni dinastiche, trattati, incorporazioni e compromessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Inghilterra ed il Galles hanno seguito una storia diversa da quella scozzese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Scozia ha mantenuto per secoli un proprio regno e proprie istituzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Irlanda è stata progressivamente incorporata nella struttura britannica, per poi uscirne in gran parte dopo una lunga e sanguinosa lotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1707 nacque il Regno di Gran Bretagna dall&#8217;unione di Inghilterra e Scozia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1801 arrivò l&#8217;unione con l&#8217;Irlanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Novecento quella costruzione cominciò a perdere pezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi qualcuno a Cardiff, Edimburgo e Belfast sta cominciando a chiedersi se sia rimasto ancora qualcosa da tenere insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un elemento ancora più profondo, che riguarda la lunga storia di queste terre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito, per quanto possa apparire oggi come una realtà politica consolidata e quasi naturale, è in fondo il risultato di una costruzione storica tutt&#8217;altro che spontanea.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conquista normanna del 1066 segnò l&#8217;inizio di un lungo processo di espansione e di centralizzazione del potere inglese, che nei secoli successivi avrebbe portato all&#8217;assoggettamento ed all&#8217;incorporazione di territori con identità, lingue e tradizioni profondamente differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa è conquistare un territorio, un&#8217;altra è cancellarne l&#8217;identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sotto la superficie della costruzione britannica sono sopravvissute per secoli le antiche radici celtiche: nella lingua e nella cultura gallese, nell&#8217;identità scozzese, nella tradizione irlandese. Radici che possono essere state politicamente subordinate, ma che non sono mai state completamente recise.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il paradosso della storia britannica:&nbsp;<strong>Londra è riuscita a costruire uno Stato comune, ma non è mai riuscita a trasformare completamente quattro popoli in un solo popolo.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un dettaglio che sembra quasi una barzelletta, ma racconta meglio di molti trattati costituzionali la natura particolare del Regno Unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel calcio la Gran Bretagna praticamente non esiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono&nbsp;Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno ha la propria nazionale, la propria maglia, i propri tifosi e, soprattutto, la propria identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel rugby è la stessa storia, con ulteriori complicazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il resto del mondo è un&#8217;anomalia; per gli abitanti dell&#8217;isola è perfettamente normale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questa la fotografia più sincera di quello che sta accadendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Stato è uno.&nbsp;Le identità sono quattro.&nbsp;&nbsp;E da qualche tempo le identità stanno tornando a contare più dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Londra naturalmente non sono entusiasti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Governo britannico non ha alcuna intenzione di accompagnare gentilmente alla porta Scozia, Galles e Irlanda del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui la situazione è diventata interessante anche per un altro motivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il premier Andy Burnham, che fino a qualche settimana fa sembrava categorico nel chiudere la porta ad un nuovo referendum scozzese, ha recentemente lasciato aperta una possibilità: se emergesse una maggioranza chiara e consolidata a favore dell&#8217;indipendenza, la questione potrebbe essere presa in considerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per John Swinney quella porta socchiusa è naturalmente diventata una porta da spalancare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo ha già invitato a trasformare quella disponibilità politica in un meccanismo concreto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché questa è una vecchia regola della politica.&nbsp;Quando dici a qualcuno «mai», quello si mette a cercare il modo di dimostrarti che hai torto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando gli dici «forse», comincia immediatamente a chiederti «quando?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è l&#8217;ironia della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2016 il Regno Unito votò per uscire dall&#8217;Unione Europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non votò tutto allo stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inghilterra e Galles votarono “Leave”. Scozia e Irlanda del Nord votarono “Remain”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggioranza britannica decise comunque per la Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi proprio Scozia, Galles e Irlanda del Nord, o almeno i loro partiti nazionalisti, guardano nuovamente verso Bruxelles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il memorandum di Cardiff sostiene apertamente che il futuro delle loro azioni è dentro l&#8217;Unione Europea, e considera la Brexit un errore che ha prodotto danni economici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia, qualche volta, possiede un senso dell&#8217;umorismo notevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima Londra dice a Bruxelles: «Non abbiamo più bisogno di voi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso alcune delle Nazioni che compongono il Regno Unito dicono a Londra: «Forse siamo noi a non avere più bisogno di voi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una specie di Brexit dentro la Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente sarebbe sbagliato immaginare che da Cardiff sia partito un esercito compatto diretto verso l&#8217;indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le differenze sono enormi.&nbsp;La Scozia è la più avanzata.&nbsp;&nbsp;Swinney vorrebbe arrivare ad un nuovo referendum entro i prossimi cinque anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Irlanda del Nord segue un percorso completamente diverso: qui non si tratta di diventare uno Stato indipendente, ma della possibilità di&nbsp;lasciare il Regno Unito per unirsi alla Repubblica d&#8217;Irlanda.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E Michelle O&#8217;Neill lo ha detto con chiarezza: bisogna essere pronti al cambiamento costituzionale quando se ne presenterà l&#8217;occasione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Galles, invece, procede più lentamente.&nbsp;&nbsp;Plaid Cymru vuole maggiore autonomia, ma non sta chiedendo un referendum immediato sull&#8217;indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa differenza è fondamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è ancora una marcia comune verso la dissoluzione del Regno Unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è qualcosa di politicamente più interessante:&nbsp;tre movimenti nazionali diversi hanno scoperto di avere un interesse comune nel mettere in discussione il rapporto con Westminster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se non bastasse, nel fine settimana è arrivato anche Donald Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la sua visita in Irlanda, il Presidente americano ha detto di desiderare molto un&#8217;Irlanda unita, aggiungendo che prima o poi accadrà e chiedendo, retoricamente, quale potrebbe essere il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Presidente degli Stati Uniti che incoraggia l&#8217;unificazione dell&#8217;Irlanda non è esattamente il genere di telefonata che Downing Street ama ricevere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche perché l&#8217;Irlanda del Nord è una delle questioni più delicate della storia britannica moderna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;accordo del Venerdì Santo del 1998 ha messo fine a decenni di violenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione costituzionale è stata volutamente consegnata alla democrazia: l&#8217;Irlanda del Nord rimane nel Regno Unito finché la maggioranza dei suoi cittadini lo vuole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se un giorno quella maggioranza cambiasse, il meccanismo esiste già.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo rende la partita nordirlandese diversa da quella scozzese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Concludendo, qui bisogna evitare una tentazione irresistibile: scambiare un segnale per una sentenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito non sta per dissolversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sondaggi non mostrano una maggioranza schiacciante e stabile per l&#8217;indipendenza scozzese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Galles il consenso è ancora più lontano da una rottura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in Irlanda del Nord la questione dell&#8217;unificazione resta complessa, anche se il quadro demografico e politico è cambiato profondamente negli ultimi decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, secondo la Corte Suprema britannica, il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un referendum sull&#8217;indipendenza senza il consenso di Westminster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La strada, insomma, è ancora lunga.&nbsp;Molto lunga.&nbsp;Ma la politica non comincia quando arriva il giorno del referendum.&nbsp;&nbsp;Comincia molto prima.&nbsp;&nbsp;Comincia quando un&#8217;idea smette di essere una provocazione e diventa un&#8217;opzione.&nbsp;&nbsp;E questo è esattamente ciò che è successo a Cardiff.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è questa la vera storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito è stato per secoli una straordinaria macchina politica, capace di trasformare quattro identità differenti in una delle più potenti costruzioni statali della storia moderna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha costruito un impero.&nbsp;&nbsp;Ha dominato i mari.&nbsp;Ha esportato lingua, diritto, istituzioni e cultura in mezzo mondo.&nbsp;Poi l&#8217;Impero è finito. È arrivata l&#8217;Unione Europea.&nbsp;Poi la Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E adesso, mentre Londra cerca di ridefinire il proprio posto nel mondo, le sue stesse periferie stanno cominciando a ridefinire il proprio rapporto con Londra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo come finirà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe finire con una Scozia indipendente, un&#8217;Irlanda riunificata e un Galles più autonomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe finire con una nuova forma di federalismo britannico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure potrebbe non finire affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa è cambiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prima volta i tre grandi movimenti nazionali delle periferie britanniche hanno smesso di bussare separatamente alla porta di Westminster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hanno cominciato a bussare insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando gli inquilini di un condominio cominciano a riunirsi per discutere di come dividersi l&#8217;appartamento, forse è ancora presto per chiamare l&#8217;ufficiale giudiziario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è decisamente troppo tardi per far finta che non stia succedendo nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Emma Bonino è morta. Ma l’Inquisizione è ancora viva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:05:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Emma Bonino ci ha lasciato.E siccome noi italiani abbiamo un rapporto abbastanza singolare con la morte, non poteva mancare il solito spettacolo.Non è bastato ricordare ciò che Emma Bonino ha fatto, le battaglie che ha combattuto, le idee<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emma Bonino ci ha lasciato.<br>E siccome noi italiani abbiamo un rapporto abbastanza singolare con la morte, non poteva mancare il solito spettacolo.<br>Non è bastato ricordare ciò che Emma Bonino ha fatto, le battaglie che ha combattuto, le idee che ha sostenuto e quelle che abbiamo combattuto noi.<br>No.<br>Una parte della Rete ha deciso che bisognava fare qualcosa di più.<br>Bisognava processarla anche da morta.<br>E così sono comparsi in rete, su Facebook in particolare, i soliti commenti edificanti, provenienti in particolare da ambienti del cattolicesimo militante, che definiscono Bonino “assassina”, “ministro del diavolo”, una donna che già soltanto “dallo sguardo” metteva paura.<br>Qualcuno scrive di volerla dimenticare.<br>Qualcun altro si augura che non abbia un funerale di Stato.<br>E qualcun altro ancora sentenzia: “Un ministro del diavolo in meno sulla terra”.<br>Ecco.<br>Davanti a cose del genere, mi viene spontanea una domanda.<br>Ma siamo sicuri che stiamo parlando di Cattolicesimo?<br>Tanto per essere chiari, Emma Bonino non è stata una Santa.<br>E non c&#8217;è alcuna necessità di trasformarla in una Santa adesso che è morta.<br>Ha combattuto battaglie giuste, ed altre a mio avviso meno giuste.<br>Io ad esempio ho fatto campagna elettorale per il Referendum del divorzio, ma sull’aborto qualche perplessità ce l’avevo, allora.<br>Certo è legittimo che qualcuno ritenga che la legalizzazione dell&#8217;aborto abbia rappresentato una grave sconfitta della cultura della vita.<br>Si può essere cattolici, laici, liberali, conservatori, o semplicemente cittadini che la pensano così.<br>E si ha tutto il diritto di dirlo.<br>Anzi, sarebbe persino auspicabile che tornassimo a discutere delle questioni morali e politiche senza paura di essere accusati di lesa maestà.<br>Ma c&#8217;è una differenza enorme fra dire: “Sono radicalmente contrario alle battaglie di Emma Bonino sull&#8217;aborto”, e scrivere: “È un&#8217;assassina”.<br>E c&#8217;è una differenza ancora maggiore fra condannare una posizione politica e stabilire che la persona che l&#8217;ha sostenuta sia un “ministro del diavolo”.<br>La prima è politica.<br>La seconda è una sentenza sull&#8217;anima.<br>E qui, francamente, comincio ad avere qualche problema.<br>Perché non sapevo che tra le opere di misericordia cristiane fosse stata recentemente inserita anche la gestione delle pratiche per l&#8217;inferno.<br>Ma sapete qual è la cosa più curiosa?<br>Che mentre alcuni cattolici da tastiera si sono precipitati a spedire Emma Bonino all&#8217;inferno, Vatican News, cioè il sistema informativo ufficiale della Santa Sede, ha raccontato la sua morte in un modo assai diverso.<br>E attenzione: non ha fatto sconti.<br>Ha ricordato senza equivoci che Emma Bonino fu una protagonista delle campagne radicali per la legalizzazione dell&#8217;aborto e del divorzio.<br>Ma ha anche ricordato le sue battaglie politiche.<br>Ha ricordato la sua lunga attività nelle istituzioni italiane ed europee. Ha ricordato il suo impegno internazionale, dalla lotta contro la fame alla battaglia contro la pena di morte.<br>Insomma, Vatican News non ha certo riscritto la storia per trasformare Bonino nella “Madonna” del Partito Radicale.<br>Ma poi ha ricordato qualcosa che i suoi detrattori da social sembrano avere dimenticato; che Emma Bonino ha parlato anche con la Chiesa.<br>Ha incontrato Giovanni Paolo II. E soprattutto ha incontrato Papa Francesco.<br>Nel 2024 Francesco andò personalmente a trovarla. Non perché non conoscesse le idee di Emma Bonino. Le conosceva benissimo. Non perché fosse diventato radicale. Non lo era. Non perché Emma fosse diventata cattolica. Non lo era.<br>Ma perché evidentemente si può essere profondamente lontani su questioni decisive e continuare a riconoscere nell&#8217;altro una persona con cui vale la pena parlare.<br>È una cosa tanto difficile da capire?<br>A quanto pare sì.<br>E qui permettetemi una parentesi personale<br>Io sono da sempre un liberale.<br>E forse proprio per questo ho sempre pensato che la democrazia non consista nel frequentare soltanto persone che la pensano come noi.<br>La democrazia consiste nel riconoscere all&#8217;avversario il diritto di esistere, di parlare e perfino di avere torto.<br>Possiamo combatterlo, possiamo criticarlo, possiamo cercare di convincere gli altri che le sue idee sono sbagliate.<br>Ma non abbiamo bisogno di disumanizzarlo.<br>Perché nel momento in cui l&#8217;avversario diventa un mostro, la politica smette di essere confronto e diventa guerra tribale.<br>Ed è esattamente questo che mi preoccupa di certi ambienti cattolici.<br>Non il loro essere cattolici. Non il loro essere contrari all&#8217;aborto. Non il loro rifiuto delle battaglie radicali.<br>Mi preoccupa il momento in cui la fede diventa una clava identitaria.<br>Quando Dio viene tirato per la giacchetta per spiegare che l&#8217;avversario politico non è semplicemente in errore. È malvagio. È un nemico. È un ministro del diavolo. E, possibilmente, merita anche l&#8217;inferno.<br>A quel punto il cristianesimo diventa un&#8217;altra cosa<br>Perdonatemi la franchezza, ma io faccio fatica a vedere la differenza tra questo atteggiamento e quello di tutti i fondamentalismi che nella storia hanno trasformato la propria verità in una licenza per perseguitare chi non la condivide.<br>E qui faccio un&#8217;affermazione che è mia, e me ne assumo completamente la responsabilità:<br>Certi cattolici integralisti di oggi mi ricordano, per mentalità, i talebani afgani.<br>Non perché siano uguali nei comportamenti o nella violenza.<br>Ma perché mi sembra uguale la pretesa culturale: io possiedo la Verità, tu sei nell&#8217;errore e quindi la tua persona diventa meno degna del mio rispetto.<br>È la stessa logica dei fanatici di ogni epoca.<br>Ed è la logica che ha prodotto, nella storia europea, anche le pagine più oscure dell&#8217;Inquisizione.<br>Non è un caso che io pensi a Giordano Bruno.<br>Bruno fu condannato per eresia dall&#8217;Inquisizione romana e bruciato a Roma nel 1600.<br>Naturalmente non sto dicendo che oggi quei commentatori siano l&#8217;Inquisizione.<br>Sto dicendo qualcosa di diverso: la storia dovrebbe averci insegnato a diffidare di chi pretende di avere già deciso chi è nel Bene e chi è nel Male assoluto.<br>Perché quando una comunità umana si convince di possedere in esclusiva la verità, prima o poi qualcuno finisce sul rogo.<br>Oggi, per fortuna, il rogo è diventato metaforico.<br>Ma il meccanismo mentale può sopravvivere.<br>E allora torniamo a Emma Bonino<br>Possiamo giudicarla. Dobbiamo giudicarla. La politica vive anche di giudizi.<br>Possiamo dire che alcune delle sue battaglie hanno contribuito a trasformare profondamente la società italiana e che quelle trasformazioni ci piacciono oppure no.<br>Possiamo dire che sul tema dell&#8217;aborto siamo stati e restiamo su posizioni opposte.<br>Possiamo discutere tutto.<br>Ma non abbiamo bisogno di trasformare una donna morta in un demonio.<br>Anzi, proprio la morte dovrebbe suggerire un minimo di prudenza. Non per rispetto delle idee del defunto.<br>Per rispetto della nostra umanità.<br>E veniamo al funerale di Stato<br>Anche qui mi viene da sorridere.<br>Qualcuno non vorrebbe che Emma Bonino avesse un funerale di Stato. Benissimo. È una posizione legittima.<br>Ma vorrei ricordare una cosa molto semplice: un funerale di Stato non è una beatificazione.<br>Non certifica che una persona sia stata buona. Non certifica che abbia avuto ragione. Non cancella i suoi errori se li ha fatti. Non modifica la dottrina della Chiesa.<br>È un riconoscimento istituzionale per il ruolo avuto nella storia dello Stato.<br>E allora possiamo discutere se Bonino lo meriti oppure no.<br>Io penso che, considerato il ruolo avuto per decenni nella politica italiana ed europea, la sua presenza nelle Istituzioni e il peso delle sue battaglie, sia perfettamente comprensibile che lo Stato lo riconosca.<br>Ma posso anche accettare che qualcuno non sia d&#8217;accordo.<br>Quello che faccio fatica ad accettare è che un funerale di Stato venga trasformato in un referendum sulla salvezza eterna della defunta.<br>Perché, se arriviamo a questo, siamo davvero messi male.<br>C&#8217;è poi un&#8217;ultima ironia<br>Alcuni di quelli che oggi chiamano Emma Bonino “ministro del diavolo” probabilmente pensano di difendere il cattolicesimo.<br>Ma non si accorgono che, così facendo, stanno offrendo al mondo una caricatura del cattolicesimo.<br>Perché un cristianesimo che davanti alla morte dell&#8217;avversario sente il bisogno di dire “un ministro del diavolo in meno sulla terra” non appare forte.<br>Appare piccolo.<br>Non appare sicuro della propria fede. Appare terrorizzato dall&#8217;esistenza di chi non la condivide.<br>E soprattutto dimentica una cosa che dovrebbe essere elementare.<br>La fede non ha bisogno dell&#8217;odio per difendersi.<br>E Dio, ammesso che qualcuno voglia davvero parlare in suo nome, non ha certamente bisogno di essere difeso da noi.<br>Emma Bonino non aveva bisogno di essere assolta. Non aveva bisogno che Vatican News la assolvesse. Non aveva bisogno che Papa Francesco la assolvesse. E non ha bisogno nemmeno di essere trasformata in un&#8217;icona.<br>La sua storia è lì. Le sue idee sono lì. Le sue battaglie sono lì. I suoi errori sono lì. I suoi meriti sono lì.<br>E saranno gli storici, non Facebook, a decidere quanto resterà di lei nella storia della Repubblica.<br>Ma una cosa, forse, possiamo deciderla noi.<br>Possiamo scegliere se vogliamo essere migliori dei nostri avversari oppure semplicemente più cattivi. Io, francamente, preferisco la prima strada.<br>Anche perché, quando una persona muore, non è più possibile discutere con lei.<br>Rimane soltanto ciò che abbiamo detto noi.<br>E allora forse sarebbe bene pensarci due volte prima di mettersi a fare i giudici dell&#8217;aldilà.<br>Perché una cosa è certa. Emma Bonino non è più qui per risponderci.<br>Noi, invece, per il momento siamo ancora qui. E prima o poi qualcuno giudicherà anche noi. Se non altro, la storia.<br>E per chi crede, magari, qualcun altro ancora.<br>E quello sì che è un Tribunale davanti al quale eviterei accuratamente di presentarmi con la tessera di Facebook in mano.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il labirinto degli extraprofitti: perché in Italia il bersaglio sono sempre le Banche?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 07:28:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una parola che negli ultimi anni è entrata prepotentemente nel vocabolario della politica economica: extraprofitto. Una parola perfetta perché ha dentro tutto quello che serve per accendere gli animi: il profitto, che già di suo non gode<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una parola che negli ultimi anni è entrata prepotentemente nel vocabolario della politica economica: extraprofitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parola perfetta perché ha dentro tutto quello che serve per accendere gli animi: il profitto, che già di suo non gode di grande simpatia presso una parte della politica, e quel prefisso “extra”, che sembra suggerire che qualcuno abbia guadagnato più di quanto gli fosse moralmente consentito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora il ragionamento diventa apparentemente semplicissimo:&nbsp;hai guadagnato troppo?&nbsp;&nbsp;Paghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che, appena si prova a sostituire lo slogan con una domanda seria, comincino i problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la domanda vera è molto meno suggestiva:&nbsp;quanto è “extra” un profitto?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto a cosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla media degli ultimi cinque anni? All&#8217;anno precedente? A quello che guadagnano i concorrenti? A un rendimento considerato “normale” per quel settore?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chi decide quale sia il profitto normale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui comincia il labirinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema, naturalmente, non è un&#8217;invenzione italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 2022 e il 2023, nel pieno della crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina, l&#8217;Europa si trovò davanti a un problema abbastanza evidente: alcuni produttori di energia ed alcune imprese dei settori fossili stavano realizzando profitti eccezionali, mentre famiglie e imprese europee si trovavano alle prese con bollette e inflazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Unione europea intervenne con il Regolamento 2022/1854, introducendo misure temporanee sui ricavi dei produttori di energia ed un contributo di solidarietà sui profitti in eccesso dei settori fossili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche diversi Stati membri adottarono prelievi straordinari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Regno Unito, per esempio, venne introdotta l&#8217;Energy Profits Levy sui profitti delle attività di estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il principio era discutibile, come lo sono tutte le misure di questo genere, ma almeno il ragionamento aveva una sua coerenza:&nbsp;una situazione straordinaria generava profitti straordinari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi lo Stato riteneva di poter chiedere un contributo straordinario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola decisiva era dunque “straordinario”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se l&#8217;eccezione diventa permanente, prima o poi smette di essere un&#8217;eccezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l&#8217;aumento rapidissimo dei tassi deciso dalle Banche centrali per combattere l&#8217;inflazione, il discorso si è allargato al settore bancario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Banche hanno visto aumentare il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto incassano sui prestiti e quanto riconoscono sulla raccolta (remunerazione dei depositi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E diversi governi europei hanno deciso di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna ha introdotto un prelievo temporaneo sui ricavi degli istituti di credito, collegato al margine di interesse ed alle commissioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri Paesi, dall&#8217;Ungheria alla Repubblica Ceca, dalla Slovacchia alla Romania, hanno adottato forme diverse di imposizione straordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque anche qui: non è soltanto una mania italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è una differenza interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, appena si parla di extraprofitti, sembra comparire automaticamente la parola Banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora vale la pena fare una domanda che forse non è proprio irrilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le Banche?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il problema sono gli extraprofitti prodotti da condizioni eccezionali, perché il dibattito italiano si è concentrato con tanta insistenza sugli istituti di credito?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non con la stessa virulenza sulle imprese dell&#8217;energia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, il tema europeo degli extraprofitti nasce proprio lì: energia, gas, petrolio, crisi delle materie prime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, invece, abbiamo rapidamente trovato un bersaglio molto più comodo: le Banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna riconoscere che la politica italiana ha un istinto quasi infallibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando non sa bene dove mettere le mani, cerca qualcuno che gli italiani non amino particolarmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le Banche, diciamolo, non hanno mai avuto il problema opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dici Banca e qualcuno pensa alle commissioni sul conto corrente, qualcun altro al mutuo, qualcun altro alla filiale chiusa sotto casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, è un bersaglio che si presenta già con il cartello “colpitemi”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece dici grande impresa energetica, la faccenda diventa improvvisamente più complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna parlare di mercati internazionali, petrolio, gas, elettricità, infrastrutture, investimenti, approvvigionamenti, sicurezza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una noia mortale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto più semplice dire:&nbsp;“Le banche hanno guadagnato troppo. Facciamole pagare.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui entra in scena anche Matteo Salvini, che sembra avere sviluppato negli anni un particolare talento nel riconoscere il capro espiatorio capace di garantire qualche titolo di giornale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, perché perdere tempo a spiegare la complessità della finanza internazionale quando si può scegliere un nemico sufficientemente impopolare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il problema è che sui mercati internazionali le parole contano molto meno dei numeri.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto qualcuno potrebbe chiedere:&nbsp;<strong>non sarà mica che sulle imprese energetiche la politica sia più prudente?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, se il problema sono gli extraprofitti, sarebbe interessante capire perché il bersaglio italiano siano diventate soprattutto le Banche, mentre il dibattito sulle grandi imprese dell&#8217;energia abbia avuto un&#8217;altra intensità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui qualche nome possiamo anche farlo.&nbsp;<strong>Eni ed Enel</strong>, tanto per non parlare per categorie astratte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono due dei grandi protagonisti dell&#8217;energia italiana. E sono anche società quotate, con una forte presenza di investitori istituzionali internazionali. Ma hanno una caratteristica che le rende particolarmente interessanti per il nostro ragionamento:&nbsp;<strong>lo Stato italiano è ancora un azionista molto rilevante</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora la domanda, inevitabilmente, viene fuori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sarà mica che tassare gli extraprofitti delle Banche è più semplice che mettere davvero sotto la lente quelli dell&#8217;energia quando lo Stato è contemporaneamente regolatore, azionista e beneficiario dei dividendi?</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco.&nbsp;&nbsp;La domanda è lecita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che questa sia necessariamente la spiegazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe interessante che qualcuno mi spiegasse perché il concetto di extraprofitto, nato in Europa soprattutto attorno all&#8217;energia, in Italia, dopo una fase in cui fu imposto un&nbsp;contributo di solidarietà alle grandi compagnie energetiche,&nbsp;si sia improvvisamente trasformato in una crociata soprattutto contro le Banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il principio è:&nbsp;<strong>“</strong>Chi beneficia eccezionalmente di una situazione eccezionale deve contribuire di più”,&nbsp;allora il principio dovrebbe valere indipendentemente dal fatto che il soggetto in questione sia simpatico o antipatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti rischiamo una cosa piuttosto curiosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che l&#8217;extraprofitto non venga individuato sulla base di criteri economici, ma sulla base della popolarità del contribuente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe una pessima maniera di fare politica fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda italiana del 2023 è, da questo punto di vista, istruttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;agosto di quell&#8217;anno il governo annunciò una tassa sugli extraprofitti delle banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I mercati reagirono immediatamente.&nbsp;Le azioni bancarie crollarono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arrivarono precisazioni, correttivi, un tetto massimo al prelievo e la possibilità per gli istituti di destinare le somme alle riserve patrimoniali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole:&nbsp;prima l&#8217;annuncio, poi la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la realtà, come spesso accade, era un po&#8217; più complicata del comunicato stampa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una Banca non è semplicemente un&#8217;azienda che vende un prodotto ad un prezzo troppo alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un pezzo dell&#8217;infrastruttura finanziaria di un Paese.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ha azionisti italiani e stranieri, raccoglie capitale sui mercati, concede credito a famiglie e imprese, deve rispettare requisiti patrimoniali e compete con istituti di altri Paesi europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando intervieni fiscalmente su una Banca, dunque, non stai semplicemente dicendo al suo amministratore delegato: “Hai guadagnato troppo, tira fuori il portafoglio.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stai intervenendo dentro un sistema finanziario nel quale ogni decisione può avere conseguenze molto più larghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questo che una certa politica italiana continua a non capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La finanza non è il supermercato sotto casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una Banca guadagna un miliardo invece di cinquecento milioni, non significa automaticamente che abbia “rubato” cinquecento milioni ai cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna capire perché li ha guadagnati.&nbsp;Perché se i tassi sono saliti, il margine di interesse cresce.&nbsp;Ma quando i tassi scendono, può succedere esattamente il contrario.&nbsp;Quando arrivano recessioni e insolvenze aumentano le perdite sui crediti.&nbsp;Quando i mercati vanno male diminuiscono alcune commissioni.&nbsp;Quando l&#8217;economia cresce, invece, gli utili possono aumentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il ciclo economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le imprese conoscono le vacche grasse e le vacche magre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pretendere di tassare le prime come una colpa dimenticandosi delle seconde significa avere una concezione piuttosto curiosa del rischio d&#8217;impresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagino che qualcuno di voi starà chiedendosi: Ma allora l&#8217;extraprofitto non esiste?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo che può esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una crisi internazionale produce condizioni eccezionali, e alcuni operatori ne ricavano profitti completamente fuori dalla loro normale dinamica economica, lo Stato può decidere di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo servono criteri oggettivi, durata definita e certezza giuridica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero problema non è tassare.&nbsp;Il vero problema è stabilire che cosa si tassa e perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;impresa può avere un anno straordinariamente redditizio perché ha investito quando gli altri non lo facevano. Può essere più efficiente dei concorrenti. Può avere corso rischi maggiori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure può trovarsi semplicemente nel posto giusto al momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono situazioni equivalenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto guadagnare molto non un illecito, e&nbsp;&nbsp;tanto meno un reato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra una banalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma in tempi nei quali il profitto viene spesso trattato come una colpa morale, forse vale la pena ricordarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi una questione ancora più importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitale ha una caratteristica piuttosto antipatica per la politica: si muove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un investitore internazionale non si chiede se una banca italiana sia simpatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si chiede quanto renda, quanto sia solida, quali siano le regole fiscali del Paese nel quale investe e soprattutto se quelle regole siano prevedibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;impresa può accettare anche una tassazione elevata; quello che difficilmente accetta è non sapere quale sarà la tassazione domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se oggi lo Stato stabilisce che un certo rendimento è normale, e domani decide che è diventato un extraprofitto, il rischio percepito aumenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando aumenta il rischio, aumenta anche il costo del capitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è ideologia.&nbsp;&nbsp;È semplicemente come funzionano i mercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitale non ha passaporto.&nbsp;Ed ha anche una memoria piuttosto lunga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricorda i Paesi nei quali le regole sono stabili.&nbsp;E ricorda soprattutto quelli nei quali le regole cambiano quando cambia il vento politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torniamo alla parola dalla quale siamo partiti: extraprofitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se resta una categoria eccezionale, definita con criteri chiari per affrontare situazioni realmente eccezionali, può avere una sua ragione d&#8217;essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece diventa una categoria politica permanente, il discorso cambia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi sono le Banche.&nbsp;Domani potrebbero essere le Assicurazioni.&nbsp;Dopodomani la Grande Distribuzione.&nbsp;Poi le Aziende Farmaceutiche, le Telecomunicazioni, le piattaforme tecnologiche o qualsiasi altro settore che, per una ragione o per l&#8217;altra, abbia avuto la disgrazia di guadagnare abbastanza da attirare l&#8217;attenzione della politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto l&#8217;extraprofitto rischia di diventare una specie di bancomat fiscale con la giustificazione morale incorporata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo al provincialismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché pensare di poter governare la finanza internazionale con la stessa logica con cui si costruisce uno slogan elettorale significa non aver capito che il mondo economico è ormai molto più grande dei nostri confini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può anche decidere che una banca debba pagare di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma bisogna sapere che quella Banca è inserita in un mercato globale, che ha azionisti internazionali, che compete con gruppi stranieri e che le decisioni prese a Roma vengono osservate molto attentamente anche a Francoforte, Londra, Parigi, New York.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conto di una decisione presa a Roma può essere pagato anche molto lontano da Roma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo recuperare una distinzione che sembra quasi banale in questa nostra Repubblica di Pulcinella:&nbsp;&nbsp;Il profitto è il premio per il capitale e per il rischio d&#8217;impresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;extraprofitto dovrebbe essere invece una categoria eccezionale, definita con criteri altrettanto eccezionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa è chiedere un contributo straordinario a chi beneficia in modo straordinario di una situazione straordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra è scegliere ogni volta il contribuente più impopolare e chiamare “extraprofitto” quello che si decide politicamente di tassare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, prima di pronunciare ancora una volta la parola magica, sarebbe utile che la politica rispondesse ad una domanda molto meno suggestiva e molto più seria:&nbsp;extra rispetto a cosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché nel labirinto degli extraprofitti il vero rischio è perdere di vista non il Minotauro, ma il filo di Arianna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel filo, in un&#8217;economia di mercato, si chiama certezza delle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Scatta, posta e dimentica: la vita che non viviamo più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 10:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[TECNOLOGIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sete di scattidi Alessandro Cammarano L&#8217;umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sete di scatti<br>di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si inquadra, lo si ritaglia, gli si affibbia un filtro che lo rende più arancione di quanto la natura avesse in programma, e solo dopo, spedito l&#8217;algoritmo al giudizio popolare, ci si concede il lusso di chiedersi se valesse davvero la pena guardarlo. È la sete di scatti: patologia democratica, trasversale, che non risparmia età né ceto e che ha reclutato ogni proprietario di smartphone come cronista ossessivo del proprio, quasi sempre modesto, quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo esemplare da catalogare è il fotografo del piatto. Lo si riconosce dal gesto rituale: prima lo smartphone, poi la forchetta, mai il contrario, pena l&#8217;anatema social. Il risotto si raffredda mentre viene ritoccata la luminosità, il commensale di fronte aspetta paziente come si aspetta un sacramento, e il piatto, ormai tiepido, verrà mangiato distrattamente mentre già si controllano i primi like. Il cibo, va detto, non ha mai chiesto di essere immortalato. Lo subisce con la stessa rassegnazione con cui subisce il sale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;esemplare che merita il disprezzo più meditato è il documentarista da concerto, specie particolarmente odiosa per chi scrive di musica da una vita. Si presenta in platea armato di telefono, braccio teso come un&#8217;antenna, e filma trenta secondi di un&#8217;aria che ne dura sette, convinto che quei trenta secondi valgano più dell&#8217;esperienza intera, quando in realtà non varranno mai nulla: non li riguarderà nessuno, nemmeno lui. Il problema non è solo la sua sordità elettiva, la sua incapacità di stare fermo davanti a qualcosa di bello senza doverlo processare in file. Il problema è che si porta dietro tutta la platea. Chi ha pagato il biglietto per ascoltare si ritrova a fissare una selva di rettangoli luminosi che si alza puntuale a ogni acuto, schermi accesi che rubano il buio necessario alla musica, teste che si spostano per inquadrare meglio invece di restare ferme ad ascoltare. Non si gode il concerto, e con perfetta indifferenza verso il prossimo, si assicura che non lo goda nessun altro. È l&#8217;unico crimine, tra quelli qui elencati, che non resta confinato al proprio schermo: si allarga, contagia, rovina la serata a chi aveva solo chiesto silenzio e buio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non manca il cronista della prole, categoria delicata e diffusissima: il bambino che soffia sulla torta, il bambino al primo giorno di scuola, il bambino che dorme, tutto pubblicato con dovizia di dettagli su profili aperti al mondo intero, senza che l&#8217;interessato abbia mai firmato nulla. Chi scrive non si permette lezioni di genitorialità, ma un dubbio, sommesso, resta: forse certe immagini andrebbero custodite in un cassetto, non consegnate a un pubblico che il bambino non ha scelto e che un giorno, cresciuto, potrebbe non ringraziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Merita un capitolo a parte la categoria della cinquantenne in crisi esistenziale che si traveste da Ariana Grande o da Miley Cyrus per un pomeriggio, coda alta, ombretto di scena, labbra rifatte apposta per l&#8217;occasione, e si fotografa in salotto discount con lo sguardo languido rivolto altrove, mentre sullo sfondo, incurante della finzione, la pentola del brodo continua a bollire allegra sul fuoco. È forse l&#8217;esemplare più struggente dell&#8217;intero catalogo: un desiderio di gioventù travestito da estetica pop, immortalato proprio nella cucina che quella gioventù l&#8217;ha consumata giorno dopo giorno, tra una spesa e un compito da controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi il turista da monumento, che raggiunge la meta dei sogni e le volta subito le spalle per un autoscatto, lasciando che il Colosseo o la Torre Eiffel facciano da sfondo a un primo piano di se stesso; il collezionista di tramonti, che ne possiede ormai centinaia, tutti identici, tutti intitolati &#8220;magia&#8221;; il testimone del brindisi, che filma il calzare dei bicchieri invece di alzare il proprio; e infine il paparazzo di se stesso, specie in costante espansione, che documenta ogni istante della propria giornata come se il mondo attendesse con ansia il resoconto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il filo che lega questi esemplari è sempre lo stesso: la convinzione, mai dichiarata ma agita in ogni gesto, che un&#8217;esperienza non vissuta attraverso uno schermo sia un&#8217;esperienza sprecata. Si è passati dal carpe diem al carpe pixel, e la differenza non è solo lessicale. Il primo presuppone che l&#8217;attimo vada afferrato per essere vissuto; il secondo lo afferra solo per depositarlo altrove, rimandandone il godimento a un momento che, puntualmente, non arriva mai. Si scorre, non si guarda. Si archivia, non si ricorda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è nostalgia per un&#8217;epoca priva di telefoni, sarebbe ipocrita fingerlo da chi scrive su uno schermo. È piuttosto la constatazione, un po&#8217; amara e un po&#8217; divertita, che la tecnologia promessa come strumento per condividere la vita finisca spesso per sottrarla a chi dovrebbe viverla per primo. Il piatto si raffredda, la musica sfuma, il tramonto tramonta comunque, con o senza filtro. E chi lo ha vissuto solo attraverso l&#8217;obiettivo, alla fine, non ha in tasca un ricordo, ma soltanto un file.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il velo islamico, le suore e la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 07:43:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo L&#8217;altro giorno ero con un paio di coetanei quando sono passate davanti a noi due donne musulmane con il capo coperto dall&#8217;hijab. Con loro c&#8217;erano le figlie, anch&#8217;esse&#160; velate. Uno&#160;&#160;dei miei amici, mangiapreti da sempre, e quindi persona<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;altro giorno ero con un paio di coetanei quando sono passate davanti a noi due donne musulmane con il capo coperto dall&#8217;hijab. Con loro c&#8217;erano le figlie, anch&#8217;esse&nbsp; velate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno&nbsp;&nbsp;dei miei amici, mangiapreti da sempre, e quindi persona che difficilmente potrebbe essere sospettata di simpatie per il Vaticano, le ha guardate e ha detto: «Ragazzi, ma in fondo cosa fanno di diverso dalle nostre suore?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bella domanda.&nbsp;&nbsp;Perché, a prima vista, la somiglianza c&#8217;è: donne che per motivi religiosi si coprono il capo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che nelle questioni di libertà c&#8217;è una domanda che vale più di tutte le altre; c<strong>he cosa succede quando una donna dice no?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il paragone fra una suora cattolica ed una donna musulmana con l&#8217;hijab comincia a perdere qualche pezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una suora ha scelto una vita religiosa, ha scelto una comunità, ha pronunciato dei voti, ha voluto un abito che renda visibile quella scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domani può cambiare idea; può togliersi il velo, l&#8217;abito, uscire dal convento e tornare alla vita civile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qualche zia particolarmente bigotta potrebbe arrivare a dirle che è un peccato, che era tanto una brava ragazza, che «ai suoi tempi certe cose non succedevano».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma finisce lì.&nbsp;&nbsp;Nessuno la arresta. Nessuno la picchia. Nessuno la insegue per strada. Nessuno stabilisce per legge che, essendo donna, debba coprirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché la sua scelta riguarda lei.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna essere molto chiari anche dall&#8217;altra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una donna musulmana adulta decide liberamente di portare l&#8217;hijab, per me può farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vedo perché lo Stato si arroghi il diritto di decidere come debba vestirsi una donna adulta, purché naturalmente siano rispettate le norme previste dalla legge, per esempio quelle che impongono di rendere possibile l&#8217;identificazione della persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto mi riguarda quindi può mettersi il velo, può toglierselo, può cambiarlo; può anche decidere di non voler più avere nulla a che fare con la religione nella quale è cresciuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La libertà religiosa, se prendiamo sul serio le parole che usiamo, significa anche questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema nasce quando il velo non è più una scelta.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo all&#8217;Iran, all&#8217;Afghanistan e a tutti quei luoghi nei quali una donna non può semplicemente decidere se coprirsi oppure no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lì il pezzo di stoffa non è più soltanto un simbolo religioso. Può diventare uno strumento di potere, e soprattutto di coercizione e sottomissione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando una donna rischia il carcere, la violenza o qualcosa di peggio se si toglie il velo, siamo davanti ad una cosa molto diversa dalla scelta di una suora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui mi permetto una domanda che nel nostro Occidente politicamente corretto sembra diventata quasi una bestemmia:&nbsp;<strong>perché siamo così preoccupati di rispettare le diversità culturali da dimenticarci di rispettare la donna?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando una donna musulmana mette il velo siamo prontissimi a dire che dobbiamo rispettare la sua scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giustissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando vuole toglierselo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Improvvisamente arrivano gli esperti: ”È la sua cultura, per lei è identità, non dobbiamo imporre i nostri valori”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto molto nobile. Ma una scelta imposta in una sola direzione non è una scelta: è un obbligo travestito da libertà, è un ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari un ordine pronunciato con parole gentili. Magari accompagnato da una bella spiegazione antropologica.&nbsp;&nbsp;Ma sempre un ordine rimane.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui, francamente, il nostro multiculturalismo comincia a diventare curioso. Abbiamo passato secoli a costruire l&#8217;idea che una donna occidentale debba essere libera di scegliere come vestirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi abbiamo scoperto che, se a decidere per una donna è una tradizione culturale diversa dalla nostra, dobbiamo improvvisamente diventare molto prudenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, se un padre cattolico dice alla figlia come deve vestirsi, è patriarcato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se lo stesso principio viene praticato in nome della cultura o della religione islamica, invece bisogna capire, contestualizzare, rispettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E così, nel nome del rispetto per una cultura, finiamo per rispettare tutto tranne la libertà di chi quella cultura la deve subire.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E arriviamo alle bambine. Perché qui la questione diventa ancora più delicata.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una donna adulta può scegliere. Ma una bambina di dieci anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ne vedo qualcuna anche qui ad Abano, accompagnata dalla madre anch&#8217;essa velata, mi pongo inevitabilmente la domanda:<strong>&nbsp;&nbsp;quanto c&#8217;è di scelta e quanto c&#8217;è di condizionamento?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È davvero una domanda così scandalosa?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una bambina può certamente essere educata secondo la religione della propria famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Succede da sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma faccio fatica a credere che una bambina di dieci anni abbia già compiuto una libera scelta religiosa capace di stabilire come deve presentarsi al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcosa non torna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non torna nemmeno il paragone con le nostre bambine. Una bambina cattolica può crescere con il crocifisso al collo, andare a catechismo e a Messa. Poi, a vent&#8217;anni, può decidere che non crede più a nulla. Può togliersi il crocifisso. Può non andare più a Messa. Può sposare chi vuole. Può diventare atea. Può persino dire alla nonna che il rosario non fa per lei, anche se la nonna potrebbe avere un mancamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, salvo complicazioni cardiache, non succede altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non esiste una polizia morale cattolica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa, piaccia o non piaccia, è una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Occidente ha costruito la propria idea di libertà proprio mettendo in discussione tradizioni, autorità e dogmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo impiegato secoli per arrivare ad un principio elementare:&nbsp;&nbsp;<strong>una persona non appartiene a nessuno.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non al padre. Non al marito. Non alla Chiesa. Non allo Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appartiene a se stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora non capisco perché questo principio dovrebbe improvvisamente diventare negoziabile quando cambia la religione della persona interessata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cultura merita rispetto, una tradizione merita rispetto, una religione merita rispetto.&nbsp;&nbsp;Senza dubbio!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma nessuna cultura, nessuna tradizione e nessuna religione possiede un diritto di proprietà sulla persona.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo per quanto mi riguarda dovrebbe essere il limite invalicabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una donna vuole mettere il velo, difendiamo la sua libertà.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se vuole toglierlo, difendiamo la sua libertà.&nbsp;&nbsp;Se vuole essere musulmana, difendiamo la sua libertà. Se vuole smettere di esserlo, difendiamo la sua libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Altrimenti non stiamo difendendo una persona. Stiamo difendendo un&#8217;appartenenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questa la cosa che abbiamo dimenticato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo allora al mio amico mangiapreti, ed alla sua domanda: «Ma cosa fanno di diverso dalle nostre suore?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso gli risponderei così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione non è il velo.&nbsp;&nbsp;La questione è&nbsp;<strong>chi decide</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una suora decide per se stessa. Una donna musulmana adulta deve poter decidere per se stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se qualcun altro decide al posto suo, non importa quanto nobile sia la motivazione, quanto antica sia la tradizione, o quanto rispettabile sia la cultura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è più libertà.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora eccola, la domanda che dovrebbe interessarci davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non: «Perché porta il velo?».&nbsp;&nbsp;Ma:&nbsp;<strong>«Può toglierselo?»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la risposta è sì, possiamo parlare di libertà.&nbsp;&nbsp;Se la risposta è no, possiamo parlare di cultura quanto vogliamo; ma chiamarla libertà sarebbe soltanto una presa in giro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché&nbsp;<strong>la libertà non è il diritto di fare ciò che gli altri approvano.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È il diritto di scegliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anche di dire no.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Maldive, tramonti e Dengue. Il nuovo souvenir delle vacanze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 09:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un tempo dalle Maldive si tornava con la pelle color rame, qualche fotografia da far vedere agli amici, il ricordo di un tramonto da cartolina e, per i più intraprendenti, un po&#8217; di sabbia rimasta ostinatamente incastrata nei costumi. Oggi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo dalle Maldive si tornava con la pelle color rame, qualche fotografia da far vedere agli amici, il ricordo di un tramonto da cartolina e, per i più intraprendenti, un po&#8217; di sabbia rimasta ostinatamente incastrata nei costumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi si può tornare con qualcosa di più esotico: la Dengue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il magnifico effetto collaterale della globalizzazione, combinata con il cambiamento climatico: abbiamo finalmente costruito un mondo senza confini e, insieme alle persone, alle merci, agli aerei low cost ed ai container, abbiamo deciso di far viaggiare anche virus, zanzare e malattie tropicali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è che il virus non deve neppure pagare il supplemento bagaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati riportati dall&#8217;Istituto Superiore di Sanità, nel 2026 in Italia sono stati registrati poco meno di 200 casi di Dengue importata.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Circa il 70 per cento riguarda persone rientrate dalle Maldive, dove è stato segnalato un focolaio epidemico significativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lombardia ed Emilia-Romagna hanno superato i trenta casi ciascuna, seguite da Toscana e Lazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui, niente di particolarmente sorprendente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vai alle Maldive, puoi incontrare una zanzara infetta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È uno dei rischi; non esattamente quello che compare nelle brochure delle agenzie di viaggio sotto la voce &#8220;servizi inclusi&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema comincia quando la Maldive non servono più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché a Sanremo, quest&#8217;anno, è stato registrato un caso autoctono di Dengue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Autoctono”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una di quelle parole che fino a qualche tempo fa sembravano appartenere ai libri di medicina tropicale, e che adesso rischiamo di utilizzare parlando della Riviera ligure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa semplicemente che il paziente non era tornato da un viaggio ai tropici, non aveva preso un aereo per l&#8217;Oceano Indiano, non aveva fatto il giro del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era sempre stato in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva la parte interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La zanzara tigre (tipica del Sud Est asiatico&nbsp;&nbsp;e arrivata in Italia nel 1990), quella che abbiamo imparato a conoscere perché ci massacra le caviglie mentre annaffiamo i gerani, non è più soltanto una seccatura estiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un vettore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può trasmettere Dengue, Chikungunya e Zika.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La West Nile, intanto, è ormai presente stabilmente in Italia, con casi autoctoni praticamente in tutto il Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sullo sfondo c&#8217;è anche la possibilità che arrivi e si stabilizzi da noi l’ Aedes aegypti, la zanzara associata alla febbre gialla, già stabilmente presente a Cipro e a Madeira e sulle coste orientali del Mar Nero.&nbsp;&nbsp;Tanto che l’ European Centre for Disease Prevention and Control considera&nbsp;<strong>il trasporto marittimo da Madeira verso l&#8217;Europa occidentale una delle principali vie di possibile introduzione</strong>&nbsp;di&nbsp;<em>Aedes aegypti</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, il catalogo delle malattie tropicali sta diventando sorprendentemente europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo per incontrarle bisognava andare in Africa, in Asia od in America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso potrebbe bastare un balcone di casa nostra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente non significa che ogni zanzara italiana sia diventata improvvisamente un killer tropicale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non significa nemmeno che dobbiamo trascorrere l&#8217;estate vestiti da apicoltori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che il problema della prevenzione sta cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui, inevitabilmente, arriviamo alla politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;Italia è il Paese dei bonus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo avuto il bonus mobili, il bonus frigoriferi, il bonus animali domestici, il bonus tende da sole, ed un&#8217;intera enciclopedia di incentivi, detrazioni, condoni, contributi ed agevolazioni che nel corso degli anni hanno trasformato il bilancio pubblico in una specie di supermercato della generosità politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Manca però un bonus: il&nbsp;<strong>Bonus Zanzariere</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Che, francamente, non sarebbe neppure una cattiva idea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una zanzariera non risolve il problema delle zanzare. Non sostituisce la disinfestazione. Non sostituisce la lotta ai ristagni d&#8217;acqua. Non sostituisce la prevenzione fatta da Comuni e Regioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una zanzariera è una barriera fisica, e soprattutto è una barriera relativamente semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo soprattutto agli anziani, alle persone fragili, ed a quelle famiglie che magari non hanno centinaia di euro da spendere per proteggere tutte le finestre di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potremmo aiutarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stiamo parlando di finanziare una piscina, cambiare il divano o comprare l&#8217;ennesimo elettrodomestico incentivato dalla benevolenza del legislatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stiamo parlando di una retina.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una semplice retina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una di quelle invenzioni dell&#8217;umanità che non richiedono né intelligenza artificiale, né un algoritmo europeo, né una cabina di regia interministeriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure potrebbe contribuire a ridurre il rischio che una zanzara infetta entri in casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che persino chi si occupa di malattie infettive ha indicato proprio gli incentivi alle zanzariere tra le possibili misure di prevenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è difficile capire perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prevenzione sanitaria è fatta di tante piccole cose: disinfestazione, eliminazione dei ristagni d&#8217;acqua, informazione, repellenti, attenzione agli orari di maggiore attività degli insetti e, appunto, protezione delle abitazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che la prevenzione ha un difetto imperdonabile per la politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si vede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ospedale pieno di pazienti si vede.&nbsp;&nbsp;Un&#8217;ambulanza si vede. Una conferenza stampa dell&#8217;assessore alla sanità si vede. Una squadra che arriva con gli atomizzatori dopo che è scoppiato un focolaio si vede benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una zanzariera installata tre mesi prima, invece, non produce fotografie, e quindi non è adatta a produrre “voti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così continuiamo a comportarci secondo l&#8217;antico principio italiano: prima aspettiamo che succeda qualcosa, poi nominiamo una task force.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia della Dengue ci sta dicendo invece che sarebbe meglio cominciare a ragionare prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la globalizzazione ha cancellato molti confini.&nbsp;&nbsp;Ed il cambiamento climatico ne sta spostando altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le zanzare, naturalmente, non leggono i decreti ministeriali e non rispettano le competenze tra Stato, Regioni e Comuni.&nbsp;&nbsp;Non sanno neppure cosa sia una conferenza Stato-Regioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volano.&nbsp;&nbsp;Pungono.&nbsp;&nbsp;E trasmettono quello che possono trasmettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi, invece, continuiamo a discutere su chi debba fare cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chissà, magari il prossimo bonus sarà proprio quello giusto: il Bonus Zanzariere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non farà crescere il PIL, non rilancerà i consumi, e probabilmente non farà vincere nessuna elezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però potrebbe avere un vantaggio enorme; quando arriva la zanzara, almeno la finestra è sbarrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per una volta, sarebbe bello che la politica arrivasse prima dell&#8217;insetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">PS: le zanzare non sono né di destra né di sinistra. E neanche di centro!</p>
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		<title>Gaza, la nuova religione dell’Occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 08:58:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io percepisco qualcosa di curioso, e persino di inquietante, nel modo in cui una parte dell’Occidente sta vivendo la tragedia di Gaza. Non basta più considerarla per quello che è: una guerra terribile, una catastrofe umanitaria, l&#8217;ennesimo fallimento della politica<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Io percepisco qualcosa di curioso, e persino di inquietante, nel modo in cui una parte dell’Occidente sta vivendo la tragedia di Gaza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta più considerarla per quello che è: una guerra terribile, una catastrofe umanitaria, l&#8217;ennesimo fallimento della politica in Medio Oriente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">No. Gaza è diventata per molti una sorta di religione civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un metro con cui misurare il bene ed il male del pianeta, un lasciapassare morale, un test di purezza ideologica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E guai ad introdurre una sfumatura: si rischia immediatamente di essere catalogati come &#8220;filoisraeliani&#8221;, &#8220;sionisti&#8221;, “complici del genocidio” o, nella migliore delle ipotesi, “insensibili”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, la geopolitica trasformata in derby calcistico: da una parte i buoni, dall&#8217;altra i cattivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente ognuno ha già scelto la curva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E basta guardarsi intorno per accorgersene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La bandiera palestinese è ormai diventata una sorta di divisa identitaria: appesa ai balconi, esposta nelle piazze, sventolata alle manifestazioni, talvolta esibita perfino in luoghi e contesti nei quali sarebbe difficile capire quale rapporto abbia con ciò che lì si dovrebbe rappresentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una bandiera può naturalmente essere un simbolo di solidarietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando un simbolo politico compare dappertutto, fino a diventare quasi un elemento dell&#8217;arredamento urbano, forse non siamo più soltanto di fronte alla solidarietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo di fronte ad un&#8217;ossessione collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fenomeno non è soltanto italiano.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le proteste nei campus americani, le mobilitazioni europee, le posizioni contrapposte di governi e opinioni pubbliche dimostrano che la questione palestinese è diventata uno dei principali catalizzatori politici dell&#8217;Occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che, in questo gioco, la realtà diventa un fastidio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la realtà è maledettamente complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hamas ha compiuto una strage di civili israeliani ed ha preso ostaggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Israele ha il diritto di difendere i propri cittadini.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I civili palestinesi non sono tutti attivisti di Hamas, e non possono essere considerati responsabili dei suoi crimini.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gaza ha conosciuto una devastazione immensa ed una tragedia umanitaria che non può essere liquidata con una scrollata di spalle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte queste cose possono essere vere contemporaneamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nella nuova religione della tifoseria questa semplice frase sembra quasi blasfema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è però un altro problema, ancora più delicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;antisemitismo sta riemergendo in Europa e in Occidente, e troppo spesso cerca riparo dietro la parola &#8220;sionismo&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia chiaro: criticare il governo israeliano è legittimo. Criticare Netanyahu è legittimo. Contestare le decisioni militari di Israele è legittimo. Anche criticare il sionismo come corrente politica può essere legittimo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma altra cosa è trasformare Israele nella personificazione del male assoluto, attribuire agli ebrei di tutto il mondo la responsabilità delle decisioni di un governo, ripescare vecchi stereotipi sugli ebrei, oppure pretendere che soltanto lo Stato ebraico non abbia il diritto di esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello non è più dibattito politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È antisemitismo con un vocabolario aggiornato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe francamente curioso che proprio l&#8217;Occidente, dopo aver passato decenni a promettere &#8220;mai più&#8221;, scoprisse improvvisamente che basta cambiare qualche parola per rendere presentabile un pregiudizio antico come l&#8217;Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi una domanda che sarebbe utile porsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché Gaza occupa uno spazio morale e mediatico infinitamente superiore rispetto a tante altre guerre e tragedie del pianeta?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dove sono la stessa indignazione, gli stessi cortei, le stesse bandiere, gli stessi striscioni quando a morire sono gli ucraini, i sudanesi, gli yazidi, i cristiani perseguitati in alcune aree del Medio Oriente, o le vittime delle guerre dimenticate dell&#8217;Africa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto: dove sono le Sumud Flotilla?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il criterio è davvero portare aiuti ed attenzione ai civili vittime della guerra, il pianeta è pieno di tragedie che avrebbero disperatamente bisogno di una flottiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, curiosamente, le barche sembrano conoscere molto bene la geografia delle cause politicamente più redditizie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente ogni tragedia merita attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando l&#8217;indignazione diventa selettiva, sarebbe bene interrogarsi sui criteri che la determinano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché a volte sembra che il problema non sia soltanto ciò che Israele fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra che, per una parte del dibattito occidentale, il problema sia l’esistenza di Israele in quanto tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui il confine tra antisionismo e antisemitismo può diventare terribilmente sottile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi italiani abbiamo poi una specialità nazionale: trasformare ogni tragedia internazionale in una guerra civile per procura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non discutiamo di geopolitica; tifiamo. Non analizziamo; etichettiamo. Non cerchiamo di capire; cerchiamo il cattivo da mettere alla gogna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il clima è arrivato ad un punto abbastanza surreale da produrre persino una reazione dentro il Partito Democratico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Graziano Delrio, insieme ad altri senatori riformisti, ha presentato un disegno di legge specificamente dedicato al contrasto dell&#8217;antisemitismo</strong>, richiamando anche la definizione dell&#8217;International Holocaust Remembrance Alliance.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una proposta che ha provocato non poche tensioni dentro il suo stesso partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, siamo arrivati al paradosso per cui bisogna discutere persino&nbsp;<strong>se sia ancora possibile distinguere l&#8217;antisemitismo dall&#8217;antisionismo</strong>&nbsp;senza venire accusati di voler mettere il bavaglio alla solidarietà per la Palestina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse non è proprio un dettaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se persino un esponente del centrosinistra riformista sente il bisogno di mettere nero su bianco che l&#8217;antisemitismo è tornato ad essere un problema specifico, forse qualche campanello d&#8217;allarme sta suonando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che una parte della sinistra sembra ancora convinta che il campanello sia quello di casa del vicino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così Gaza diventa contemporaneamente una tragedia umanitaria, una clava contro Meloni, una clava contro la sinistra moderata, un&#8217;occasione per attaccare l&#8217;Occidente, una condanna del capitalismo, una celebrazione del pacifismo e, per qualcuno, persino una nuova occasione per rispolverare l&#8217;antico odio antiebraico sotto le più rispettabili insegne dell&#8217;antisionismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una vera&nbsp;<strong>fiera delle semplificazioni</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è paradossale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più Gaza diventa simbolo, meno riusciamo a vedere le persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I bambini palestinesi diventano strumenti della propaganda.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli israeliani diventano automaticamente complici del governo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ebrei della diaspora diventano sospetti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hamas scompare dietro la parola &#8220;resistenza&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chi prova a mettere insieme più verità contemporaneamente viene immediatamente spedito in una delle due curve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse sarebbe il caso di uscire dallo stadio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché&nbsp;<strong>la geopolitica non è una partita di calcio</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto perché, quando una tragedia umana diventa una bandiera ideologica, il rischio è che smettiamo di indignarci per i morti e cominciamo semplicemente a&nbsp;<strong>contarli in base alla maglia che indossavano</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il paradosso della difesa: ordini record, ma le Borse frenano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è qualcosa di curioso, persino paradossale, nel grande riarmo europeo (quello che toglie i sonni ai nostri pacifisti da salotto). Abbiamo guerre in corso, la Russia che continua a rappresentare una minaccia per l&#8217;Europa, Governi che aumentano le<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è qualcosa di curioso, persino paradossale, nel grande riarmo europeo (quello che toglie i sonni ai nostri pacifisti da salotto).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo guerre in corso, la Russia che continua a rappresentare una minaccia per l&#8217;Europa, Governi che aumentano le spese militari, la NATO che chiede agli alleati di spendere sempre di più, ed industrie della difesa che non sembrano neppure in grado di accettare ed evadere tutti gli ordini che ricevono.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, se guardiamo alla Borsa, sembrerebbe quasi che tutto questo entusiasmo per le armi non sia poi così convincente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo Rheinmetall, il colosso tedesco diventato negli ultimi anni il simbolo della nuova industria bellica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo un anno fa era arrivato a sfiorare i 2.000 euro, dopo una corsa impressionante. Oggi quota attorno ai 1.000.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui sta il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre l’azione ha perso quasi metà del valore dai massimi, l&#8217;azienda continua a presentare numeri che raccontano tutt&#8217;altra storia: nel primo semestre 2026 i ricavi sono cresciuti del 39%, l&#8217;utile operativo del 74%, ed il portafoglio ordini ha raggiunto la cifra record di 80,5 miliardi di euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, la guerra non ha prodotto una crisi della domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha prodotto, semmai, un problema molto più terra-terra:&nbsp;<strong>come trasformare tutti quegli ordini in produzione, consegne, fatturato, e soprattutto cassa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un contratto da dieci miliardi non è ancora un incasso da dieci miliardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un carro armato ordinato non è un carro armato consegnato. Un milione di proiettili promessi non è un milione di proiettili prodotti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fabbrica, del resto, ha una caratteristica piuttosto fastidiosa: non obbedisce ai comunicati stampa dei Governi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per aumentare la produzione servono stabilimenti, macchinari, materie prime, energia, personale specializzato, e tempo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E servono investimenti enormi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rheinmetall sta infatti investendo pesantemente per aumentare le proprie capacità produttive, con effetti inevitabili anche sulla generazione di cassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è un&#8217;altra cosa che racconta bene quello che sta accadendo all&#8217;industria europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;Europa sta cominciando a riconvertire parte della propria industria civile in industria della difesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso Volkswagen è quasi da manuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stabilimento di Osnabrück, dove la produzione automobilistica terminerà nel 2027, dovrebbe passare ad una nuova proprietà e trasformarsi in un centro per la produzione di componenti destinati alla difesa aerea, in collaborazione con l&#8217;israeliana Rafael.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;operazione dovrebbe salvaguardare circa 1.400 dei 1.800 posti di lavoro dello stabilimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa è molto più significativa di quanto possa sembrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre Rheinmetall deve costruire nuove capacità produttive, l&#8217;Europa possiede già una gigantesca infrastruttura industriale: capannoni, robot, lavoratori qualificati, fornitori, logistica, ingegneria meccanica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che per decenni quella macchina è stata utilizzata per produrre automobili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso la geopolitica (leggi Cina) sta dicendo qualcosa di piuttosto brutale all&#8217;industria europea:&nbsp;<strong>forse ci serviranno meno automobili e più sistemi d&#8217;arma.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una trasformazione industriale che qualche anno fa sarebbe sembrata fantascienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure non basta neppure questa spiegazione a chiarire del tutto il comportamento della Borsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché c&#8217;è un secondo cambiamento, forse ancora più importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La guerra sta cambiando il prodotto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che la guerra del XXI secolo non sarà necessariamente dominata soltanto dalle grandi piattaforme tradizionali: carri armati, artiglieria, aerei e navi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Droni, guerra elettronica, sensori, software, intelligenza artificiale, sistemi anti-drone e difesa aerea stanno diventando altrettanto decisivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo cambia anche il modo in cui gli investitori guardano alle aziende della difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta più dire: &#8220;Questa è un&#8217;industria bellica&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda diventa:&nbsp;<strong>quale industria bellica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che costruisce grandi piattaforme per prodotti che richiedono anni per essere progettati, sviluppati e consegnati?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure quella che sviluppa e consegna in tempi rapidi un drone relativamente economico, un sistema di intercettazione, un sensore, un algoritmo di intelligenza artificiale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta sta&nbsp;&nbsp;anche nel divario profondo che separa l&#8217;illusione della politica dalla realtà della fabbrica. Le aziende della difesa hanno i taccuini stracolmi di ordini per i prossimi dieci anni, ma la Borsa non vive di promesse a lungo termine: vive di flussi di cassa immediati. E la filiera industriale europea sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali nel trasformare questa imponente massa di carte e contratti in armi effettivamente consegnate e fatturate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole il Mercato non sembra ancora aver scelto definitivamente dove puntare le proprie fiches.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe sbagliato raccontare di una fuga generalizzata dei capitali dai grandi produttori verso le piccole società tecnologiche.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche molti titoli legati ai droni hanno recentemente sofferto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il segnale è evidente:&nbsp;<strong>gli investitori stanno diventando molto più selettivi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è finito il boom della difesa; potrebbe essere finito, però,&nbsp;<strong>il boom indiscriminato della difesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco che torniamo a Rheinmetall.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli operatori di Borsa non stanno necessariamente dicendo che non credono nel riarmo europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbero stare dicendo qualcosa di molto più sofisticato:&nbsp;<strong>&#8220;Crediamo nel riarmo. Ma non siamo ancora sicuri quali saranno i cavalli vincenti,&nbsp;</strong>quali aziende, quali tecnologie e quali Paesi ne trarranno davvero vantaggio<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la Borsa non compra le guerre; compra le aspettative sui profitti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando quelle aspettative sono già state incorporate nei prezzi, arriva inevitabilmente il momento in cui gli investitori smettono di chiedersi quanti miliardi spenderanno i Governi, e cominciano a chiedersi quanti miliardi riusciranno davvero a guadagnare le aziende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la vecchia regola dei mercati: “si compra sulle aspettative e si vende quando le aspettative diventano realtà”, o se preferite “si compra sulle voci e si vende sulle notizie&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che stavolta c&#8217;è qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa sta contemporaneamente facendo due cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte sta cercando di trasformare vecchie fabbriche dell&#8217;industria civile, messe in crisi dalla concorrenza internazionale e dalla transizione tecnologica, in nuovi stabilimenti della difesa.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra deve capire quali saranno le tecnologie militari dominanti nei prossimi decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole,&nbsp;<strong>stiamo riconvertendo le fabbriche del Novecento per preparare la guerra del XXI secolo, mentre la Borsa cerca di capire quali saranno le armi del XXI secolo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che si comprende il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda di armi può essere enorme, i Governi possono promettere miliardi, e le commesse acquisite dai produttori possono raggiungere livelli mai visti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tra l&#8217;annuncio politico e l&#8217;utile di bilancio c&#8217;è di mezzo un mondo fatto di fabbriche, investimenti, tecnologia, tempi di consegna e capacità produttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altri termini la guerra può riempire i portafogli ordini; ma n<strong>on necessariamente riempie subito le casse.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E la Borsa, che non ha ideologie, sentimenti patriottici, e nemmeno particolare pietà per i racconti dei Governi, questo lo ha capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, persino nella corsa al riarmo, vale la più antica delle regole capitalistiche:&nbsp;<strong>non basta vendere cannoni. Bisogna anche riuscire a guadagnarci.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>AfD in Sassonia. Per chi suona la campana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 07:43:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo&#160; La domanda, un richiamo chiaramente “hemingwayano”,&#160;mi è venuta in mente guardando le reazioni al voto in Sassonia-Anhalt. Perché una cosa colpisce più del risultato stesso: la cautela, quasi la preoccupazione, con cui la stampa tedesca sta cercando di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, un richiamo chiaramente “hemingwayano”,&nbsp;mi è venuta in mente guardando le reazioni al voto in Sassonia-Anhalt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa colpisce più del risultato stesso: la cautela, quasi la preoccupazione, con cui la stampa tedesca sta cercando di capire che cosa potrebbe accadere adesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AfD ha stravinto; ma non può governare da sola.&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Cdu esclude di collaborare con l’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il BSW, la formazione di&nbsp;&nbsp;estrema sinistra guidata da Sahra Wagenknecht, dice di non voler sostenere un governo guidato dall’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, proprio qui comincia la parte interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché tra le righe dei commenti della stampa teutonica si intravede uno scenario che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato semplicemente impensabile:&nbsp;una qualche forma di convergenza fra AfD e BSW.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ha colpito che Die Welt e Die Zeit ricordino entrambi un dettaglio procedurale del diritto costituzionale del Land: se nei primi due scrutini nessun candidato Ministro Presidente raggiunge la maggioranza assoluta, al terzo voto basta la maggioranza relativa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, qualora il BSW decidesse di astenersi per non votare con i partiti tradizionali, l&#8217;AfD potrebbe far eleggere il proprio candidato anche senza una formale alleanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal caso non uscirebbe necessariamente una coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere una “tolleranza” esterna, il voto su singoli provvedimenti, oppure un governo sostenuto di volta in volta da maggioranze diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, qualcosa che non verrà&nbsp;&nbsp;chiamata alleanza; non ancora, almeno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il problema è che in politica, qualche volta, le cose importanti cominciano proprio evitando di chiamarle con il loro nome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il BSW ha già fatto sapere di essere disponibile a votare insieme all’AfD su singoli progetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le due forze, pur collocate agli estremi opposti della tradizionale geografia politica, hanno parecchi punti di contatto: la contrarietà all’invio di armi all’Ucraina, la richiesta di riaprire il dialogo con Mosca, la critica alle sanzioni contro la Russia ed una linea molto più dura sull’immigrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente le differenze rimangono profonde, soprattutto sulla politica economica, sulla scuola, sulla sanità e sul ruolo dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio questo il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre che due Partiti siano uguali per poter convergere. È sufficiente che, su alcune questioni decisive, abbiano un nemico comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui la storia politica europea dovrebbe insegnarci qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe rassicurante raccontarsi che quasi metà degli elettori della Sassonia-Anhalt sia improvvisamente diventata estremista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a mio avviso sarebbe anche un modo per non capire nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AfD non ha conquistato il 44% dei voti soltanto perché esiste un elettorato radicale di destra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha intercettato un malessere che viene da lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte dell’elettorato si sente impoverita, insicura, culturalmente spaesata e soprattutto non rappresentata dai partiti tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La globalizzazione ha prodotto vincitori e perdenti; le trasformazioni del mercato del lavoro hanno creato nuove opportunità, ma anche nuove insicurezze, l’immigrazione ha aggiunto un ulteriore elemento di competizione e di tensione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre tutto questo accadeva, la politica tradizionale continuava spesso a spiegare ai cittadini che il problema era soprattutto capire meglio le magnifiche opportunità offerte dal cambiamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che chi perde il lavoro, vede diminuire il proprio potere d’acquisto, o vede il proprio quartiere trasformarsi in un “melting pot” non viva esattamente dentro un convegno dell’OCSE.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il disagio economico si è progressivamente trasformato in disagio identitario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una dinamica che l’Europa conosce da almeno vent&#8217;anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il campanello d’allarme suonò già nel 2002, con il ballottaggio presidenziale francese fra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avremmo dovuto ascoltarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece abbiamo preferito pensare che il problema fosse passeggero, che il sistema avrebbe assorbito le tensioni e che, nel lungo periodo, il modello europeo avrebbe continuato a funzionare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che, come ricordava Keynes,&nbsp;nel lungo periodo siamo tutti morti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione diventa ora ancora più interessante se guardiamo a Sahra Wagenknecht.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il BSW non è AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non lo è ideologicamente, non lo è socialmente e non lo è sul terreno dello Stato sociale.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma è una forza nata anch’essa dalla critica radicale al sistema politico tradizionale.&nbsp;E questo ci porta ad una domanda che sarebbe un errore liquidare come una stranezza tedesca; può esistere una convergenza fra estrema destra ed estrema sinistra?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta, piaccia o non piaccia, è sì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché destra e sinistra radicali siano diventate improvvisamente la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché nella storia politica gli estremi possono incontrarsi quando individuano un avversario comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di contatto può essere l’avversione al capitalismo finanziario, alla globalizzazione, alle élite, all’Unione europea, alla NATO, alle sanzioni contro Mosca, alla politica migratoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto può essere&nbsp;l’ostilità verso il sistema liberale e parlamentare, considerato incapace di risolvere i problemi della società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quella che potremmo chiamare, senza troppi giri di parole, una possibile&nbsp;convergenza rosso-bruna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi la Russia osserva (e secondo me sostiene) con evidente interesse la crescita dei movimenti che, da destra e da sinistra, mettono in discussione l&#8217;ordine liberale occidentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui però sarebbe troppo facile fermarsi alla denuncia degli estremismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché i liberali, e più in generale i partiti democratici tradizionali, dovrebbero avere il coraggio di fare anche un po’ di autocritica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se quasi un elettore su due vota AfD, non basta dirgli che ha votato male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna capire&nbsp;perché ha deciso di farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per vent&#8217;anni l’Europa ha pensato che il proprio modello fosse praticamente irreversibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Economia di mercato, società aperta, welfare e democrazia liberale sembravano un equilibrio destinato a durare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi sono arrivati la crisi finanziaria, l’austerità, la globalizzazione, la pandemia, le migrazioni, la guerra in Ucraina, l’inflazione e una crescente percezione di insicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ogni volta il sistema ha chiesto ai cittadini di avere pazienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che la pazienza, in politica, non è una risorsa infinita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando le persone smettono di credere che il sistema possa correggersi da solo, cominciano a cercare qualcuno disposto a promettere di cambiarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è esattamente quello che stanno facendo i partiti antisistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi suona dunque la campana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’AfD?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Certamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non soltanto.&nbsp;&nbsp;Suona anche per il BSW, che ora si trova davanti a una scelta tutt&#8217;altro che semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se aiuterà l’AfD, anche soltanto indirettamente, dovrà spiegare ai propri elettori&nbsp;&nbsp;di estrema sinistra come sia possibile combattere l’estrema destra e contemporaneamente consentirle di governare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece la ostacolerà, dovrà spiegare perché su alcune questioni fondamentali continua a trovarsi più vicina all’AfD che ai partiti tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E suona soprattutto per la CDU e per il sistema politico tedesco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando un partito arriva al 44% e sfiora la maggioranza assoluta dei seggi, continuare semplicemente a ripetere che con quel partito non si governa non risolve il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo rinvia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E i problemi rinviati, in politica, hanno una caratteristica fastidiosa:&nbsp;tendono a tornare più grandi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Sassonia-Anhalt non è ancora governata dall’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qualcosa è già cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero risultato di questa elezione non è soltanto che AfD ha vinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È che&nbsp;una parte enorme dell’elettorato tedesco ha deciso che il vecchio equilibrio politico non è più sufficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando destra radicale e sinistra radicale scoprono di poter marciare, almeno su alcuni terreni, nella stessa direzione, forse la domanda non è più soltanto&nbsp;chi governerà la Sassonia-Anhalt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è molto più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi suona la campana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse&nbsp;per tutti quelli che hanno continuato a pensare che il sistema liberale fosse eterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia, purtroppo, non ha mai firmato questa garanzia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>
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		<title>Il vero risiko non è quello delle Banche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 08:36:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[attualit]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[risiko]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da qualche mese seguo con grande interesse il risiko bancario italiano: offerte, controfferte, partecipazioni, alleanze, rilanci. Mps&#160;guarda a Banco Bpm e Banca Generali, Intesa dopo l’Opas muove le proprie pedine, UniCredit osserva il campo, Mediobanca è finita dentro una partita<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qualche mese seguo con grande interesse il risiko bancario italiano: offerte, controfferte, partecipazioni, alleanze, rilanci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mps&nbsp;guarda a Banco Bpm e Banca Generali, Intesa dopo l’Opas muove le proprie pedine, UniCredit osserva il campo, Mediobanca è finita dentro una partita più grande e, sullo sfondo, c&#8217;è sempre il Leone di Trieste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi una partita complicata, che i giornali finanziari raccontano giorno per giorno come una specie di campionato di calcio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi compra chi. Chi rilancia. Chi resiste. Chi entra nel capitale. Chi potrebbe uscire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ho la sensazione che, continuando a guardare soltanto le Banche, rischiamo di perderci la partita vera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse&nbsp;<strong>il grande premio del risiko non sono le Banche; bensì il risparmio che passa attraverso le Banche.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Vi sembra la stessa cosa?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è così, perché questo cambia parecchio la prospettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Banca, infatti, non è soltanto un bilancio fatto di crediti, obbligazioni e capitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È soprattutto&nbsp;<strong>una Rete di distribuzione</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È il luogo nel quale milioni di italiani decidono che cosa fare dei propri soldi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Depositi, fondi, obbligazioni, previdenza, polizze vita, prodotti di investimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cliente entra in Banca per parlare del mutuo e magari esce con una polizza vita; entra per rinnovare un investimento e gli viene proposto un fondo; entra per cambiare un conto e scopre che qualcuno ha pensato anche alla sua pensione integrativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il gioco diventa interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché chi controlla la Rete non controlla necessariamente il prodotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;<strong>chi riesce a mettere insieme Rete e Prodotto si trova in una posizione straordinariamente forte.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È il modello della bancassurance, ormai maturo in Paesi come Francia e Germania, ma ancora poco definito nel BelPaese delle contrade e dei borghi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse dovremmo smettere per un momento di chiederci soltanto quale Banca finirà nelle mani di quale azionista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera potrebbe essere un&#8217;altra:&nbsp;<strong>chi avrà accesso privilegiato al risparmio degli italiani nei prossimi vent&#8217;anni?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto alcune cose che oggi sembrano scollegate cominciano ad apparire sotto una luce diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Crédit Agricole, per esempio, non è soltanto l’azionista più importante di Banco Bpm.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche uno dei grandi protagonisti europei dell&#8217;integrazione fra Banca, Assicurazione e Gestione del risparmio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è una differenza sostanziale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché per entrare in una Banca non è sempre necessario comprarla (magari rischiando un Golden Power).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte è sufficiente&nbsp;<strong>entrare nella sua Rete</strong>, diventare azionista, diventare partner, costruire accordi commerciali di lungo periodo, presidiare i rapporti con il management, e lasciare che sia la Rete a fare, ogni giorno, il lavoro più importante: incontrare il cliente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una strategia molto meno rumorosa di un&#8217;Opa, e che soprattutto allarma meno una politica come quella nostrana da sempre abituata a guardare il dito e mai la luna.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio per questo può essere molto più efficace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli americani invece mi sembra tendano a guardare queste vicende con una lente diversa dalla nostra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un grande investitore internazionale il problema non è tanto se una Banca si chiami Banco Bpm, Mps, Intesa o UniCredit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’unica cosa che conta è capire&nbsp;quanto capitale assorbe, quanto rendimento produce, quale&nbsp;la capacità di estrarre sinergie e tagliare costi, e quale massa di risparmio possa contribuire a gestire, favorendo il consolidamento senza guardare le bandiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le frontiere nazionali, nei bilanci dei grandi investitori, sono molto meno importanti di quanto lo siano nei nostri talk show.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capite bene che per i componenti di un Cda di un grande Fondo di investimento internazionale il concetto di “senesità” è letteralmente incomprensibile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva il paradosso italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio possono avere tutte le ragioni industriali del mondo per giocare le loro partite. Ma il risultato delle loro mosse rischia comunque di essere un altro: rafforzare Crédit Agricole ed aprire quello che potrebbe diventare il più formidabile corridoio d&#8217;influenza francese sulla finanza italiana.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario immaginare complotti, né attribuire ai protagonisti intenzioni che probabilmente non hanno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In finanza conta anche l&#8217;effetto oggettivo delle operazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se alla fine una parte crescente delle nostre Reti bancarie, assicurative e distributive finisse collegata, direttamente o indirettamente, a grandi gruppi francesi, allora il problema non sarebbe più soltanto chi ha vinto l&#8217;ultima Opa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe capire&nbsp;<strong>chi ha conquistato una posizione privilegiata per orientare il risparmio italiano.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, noi continuiamo a discutere di &#8220;Banche italiane&#8221;, &#8220;interessi francesi&#8221;, &#8220;interessi americani&#8221;, &#8220;campioni nazionali&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il denaro, ormai, non ragiona più così.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il denaro cerca rendimento, scala ed accesso ai clienti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E il nostro Paese ha una caratteristica che lo rende particolarmente interessante: una ricchezza finanziaria privata enorme, concentrata nelle mani di famiglie che per decenni hanno accumulato risparmio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella ricchezza rappresenta una straordinaria opportunità commerciale; ma anche una questione strategica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché, secondo una certa visione, un Paese con un enorme debito pubblico, ma con una ricchezza privata straordinaria, non può permettersi di considerare la gestione del risparmio come una semplice faccenda tra azionisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che entrano in gioco le Assicurazioni Generali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è per questo che la partita che ruota attorno al Leone di Trieste non può essere considerata soltanto una questione di governance societaria, o di poltrone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si parla di Assicurazioni, Banche, Risparmio gestito e Reti distributive, in realtà si sta parlando di&nbsp;<strong>chi orienterà una parte enorme dei flussi finanziari italiani ed europei</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse anche la presenza francese va letta con maggiore attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non necessariamente come una conquista, e nemmeno come una cospirazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più semplicemente come una strategia industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I francesi hanno costruito alcuni dei più importanti Gruppi europei nei settori bancario e assicurativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hanno imparato che non occorre necessariamente possedere ogni pezzo della filiera; può essere sufficiente presidiare i nodi decisivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Banca qui, una partecipazione là, un accordo di bancassurance, una società di gestione, una Rete distributiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando tutti questi elementi cominciano a stare sulla stessa mappa, quello che sembrava un insieme di operazioni separate diventa un disegno industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che esista un&#8217;unica cabina di regia francese, americana o italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La finanza non funziona così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono interessi diversi, Fondi che entrano ed escono, manager che perseguono strategie proprie, azionisti con obiettivi differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo bisogna guardare alle strutture, non soltanto alle mosse quotidiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre noi ci appassioniamo alla domanda &#8220;chi vincerà il risiko bancario?&#8221;, qualcun altro potrebbe farsi una domanda molto più concreta:&nbsp;&nbsp;<strong>chi controllerà i canali attraverso i quali passerà il risparmio europeo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed allora il vero risiko potrebbe non essere quello che vediamo sulle prime pagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere molto più silenzioso; perché non si combatte soltanto per gli sportelli. Si combatte per la relazione con il cliente; non soltanto per gli asset bancari, ma per gli asset che quei clienti affideranno domani a qualcuno; non soltanto per le Banche, ma per le Assicurazioni,&nbsp;&nbsp;il Risparmio gestito, la Previdenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole,&nbsp;<strong>non è detto che il vincitore sia quello che possiede più Banche.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Potrebbe essere quello che controlla meglio il flusso che dalle Banche arriva al Risparmio gestito.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché il Leone di Trieste non è soltanto una compagnia assicurativa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È uno dei grandi snodi attraverso i quali passa il risparmio europeo; con una massa di attività gestite ormai prossima al trilione di euro.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E con una massa del genere non si amministra soltanto una società.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Si influenza un Paese.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia sensazione, insomma, è che mentre sul nostro campo da gioco continuiamo a disputare un Palio locale tra rivalità di contrada, difese della poltrona e campanilismi, la vera finale si stia giocando su un altro tavolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed a quel tavolo il premio per chi vince ha un valore ben preciso:&nbsp;<strong>il controllo di una parte dei flussi finanziari dei prossimi vent&#8217;anni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È forse questa, più di tutte le Opa e le controfferte che riempiono le pagine dei giornali,&nbsp;<strong>la vera partita che dovremmo cominciare a guardare.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>AfD, la destra non è più un’onda. È la marea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 08:35:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è ancora qualcuno che ha dei dubbi sul fatto che le destre politiche stiano vincendo in Europa? La mia domanda, oggi, non è affatto retorica. Perché dalla Germania arriva un risultato che ha tutte le caratteristiche di uno di quei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è ancora qualcuno che ha dei dubbi sul fatto che le destre politiche stiano vincendo in Europa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia domanda, oggi, non è affatto retorica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dalla Germania arriva un risultato che ha tutte le caratteristiche di uno di quei terremoti politici destinati a provocare scosse di assestamento per molto tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sassonia-Anhalt il Partito Alternative für Deutschland, AfD, ha ottenuto il&nbsp;<strong>43,8% dei voti</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2021 aveva preso il 20,8%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La CDU, il partito del Cancelliere Merz, è precipitata al&nbsp;<strong>17,2%</strong><strong>,</strong>&nbsp;contro il 37,1% di cinque anni fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è più una proiezione.&nbsp;&nbsp;&nbsp;È il risultato della notte.&nbsp;&nbsp;Ed è il miglior risultato mai ottenuto dall&#8217;AfD in una elezione regionale tedesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è un altro numero che, a mio avviso, merita ancora più attenzione; l<strong>&#8216;affluenza è arrivata al 77,8%.&nbsp;&nbsp;</strong>Nel 2021 si era fermata al&nbsp;<strong>60,3%</strong><strong>;&nbsp;</strong>quasi diciotto punti in meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo significa che non siamo davanti semplicemente ad una protesta di una minoranza particolarmente motivata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa volta sono andati a votare molti più cittadini; ed una parte consistente di quel voto aggiuntivo è finita proprio all&#8217;AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un particolare che sarebbe un errore sottovalutare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero serbatoio delle forze che contestano il sistema politico europeo non è costituito soltanto da chi già le vota.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È costituito anche da chi per anni&nbsp;<strong>non ha votato più nessuno</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Da chi si è disilluso.&nbsp;&nbsp;Da chi ha smesso di credere che cambiare Partito significasse cambiare politica. Da chi considera le vecchie forze politiche sostanzialmente intercambiabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando queste persone tornano alle urne, possono cambiare radicalmente gli equilibri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente non significa che tutti i non votanti siano elettori dell&#8217;AfD in sonno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe una conclusione che i dati non consentono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma significa qualcosa di altrettanto importante:&nbsp;<strong>l&#8217;area del dissenso politico può essere molto più grande di quella che emerge dai risultati elettorali quando una parte significativa degli elettori resta a casa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare maggiormente i partiti tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;AfD non ha soltanto conquistato il primo posto; ha ottenuto&nbsp;<strong>39 degli 83 seggi</strong>&nbsp;del Landtag.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la maggioranza assoluta ne servivano 42.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre seggi.&nbsp;&nbsp;Soltanto tre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli altri partiti hanno ottenuto:&nbsp;<strong>CDU 15 seggi, SPD 8, Verdi 8, Linke 8, BSW 5.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il secondo capitolo della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">CDU, SPD e Verdi insieme arrivano a 31 seggi.&nbsp;&nbsp;Anche aggiungendo il BSW arrivano soltanto a 36.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;unica combinazione numericamente maggioritaria che coinvolga AfD è quella con il&nbsp;<strong>BSW, il partito di Sahra Wagenknecht, formazione di sinistra populista e fortemente critica verso l&#8217;establishment</strong>; insieme arriverebbero a&nbsp;<strong>44 seggi</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un&#8217;alleanza che, in altri tempi, sarebbe sembrata semplicemente impensabile. Ma questi non sono più tempi normali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Va rimarcato che, f</strong>inora, tutti gli altri partiti hanno escluso una collaborazione con l&#8217;AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così potrebbe verificarsi l&#8217;ennesimo paradosso della politica contemporanea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il partito che ha preso quasi il&nbsp;<strong>44% dei voti</strong>&nbsp;e quasi la metà dei seggi potrebbe essere escluso dal governo attraverso una maggioranza costruita mettendo insieme partiti che, elettoralmente, valgono complessivamente molto meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È perfettamente legittimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In democrazia le maggioranze parlamentari si costruiscono così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma prima o poi arriva la domanda politica; q<strong>uanto può durare una democrazia nella quale il primo partito viene sistematicamente considerato impresentabile da tutti gli altri?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto: cosa succede se, elezione dopo elezione, quel primo partito continua a crescere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché questo è il punto che a me interessa maggiormente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non l&#8217;AfD in sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non la possibilità che governi domani la Sassonia-Anhalt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;<strong>la tendenza</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardiamo alla Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marine Le Pen continua a essere una protagonista centrale della corsa verso le presidenziali del 2027 e Jordan Bardella ha ormai assunto un ruolo centrale nella strategia del Rassemblement National.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardiamo alla Spagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pedro Sanchez, dopo anni di abilissima sopravvivenza politica, appare sempre più logorato dalle difficoltà del suo governo e dalle vicende giudiziarie che coinvolgono il suo partito e persone a lui vicine. E nelle diverse tornate regionali la destra, con il PP e spesso con Vox, continua a rafforzarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E guardiamo, infine, a casa nostra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui non abbiamo bisogno di andare lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Vannacci ha costruito in pochi mesi Futuro Nazionale, trasformandolo in una forza che i sondaggi hanno già portato davanti a Forza Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ultima rilevazione YouTrend lo dà al 7,9%, contro il 7,1% di Forza Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente Vannacci non è l&#8217;AfD.&nbsp;&nbsp;Meloni non è Le Pen.&nbsp;&nbsp;Vox non è Fratelli d&#8217;Italia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le storie nazionali sono diverse e sarebbe semplicistico mettere tutto nello stesso calderone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma esiste una tendenza comune che sarebbe davvero imprudente ignorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una parte crescente degli elettori europei sta spostando il proprio consenso verso forze di destra estrema che contestano il vecchio equilibrio politico.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E non lo sta facendo soltanto per protesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta votando su immigrazione, sicurezza, identità nazionale, costo della vita, rapporto con Bruxelles, difesa dei confini e sfiducia nei confronti delle vecchie classi dirigenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto sta votando contro qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contro un establishment politico che spesso sembra parlare un linguaggio completamente diverso da quello della vita quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il punto che le sinistre europee, ma non soltanto loro, sembrano ancora faticare a comprendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Continuano troppo spesso a studiare l&#8217;elettore di destra come se fosse un fenomeno patologico, invece di chiedersi perché una parte dei loro vecchi elettori abbia cambiato medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leader come Elly Schliein continuano spesso a considerare il fenomeno come una parentesi, una specie di febbre populista destinata a passare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una febbre che dura anni, attraversa Paesi diversi e conquista elettori di generazioni differenti comincia a somigliare a qualcosa di più strutturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&nbsp;&nbsp;poi c&#8217;è un&#8217;altra cosa che dovrebbero capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è sufficiente demonizzare chi vota AfD, Le Pen, Vox o altre forze sovraniste.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché puoi anche convincere qualcuno che il partito che ha scelto è impresentabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se non gli dai una ragione per tornare a votare te, quello continuerà a votare qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure, ed è forse ancora più pericoloso, continuerà a stare a casa fino a quando non troverà qualcuno capace di riportarlo alle urne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sassonia-Anhalt quel qualcuno è stato l&#8217;AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quasi diciotto punti di affluenza in più rispetto al 2021 ci dicono che&nbsp;<strong>il bacino elettorale mobilitabile è molto più grande di quello che i vecchi partiti avevano forse immaginato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo non credo che la storia finisca qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potremmo vedere altre sorprese in Europa. E potremmo vederne anche in Italia. Dove l’area del “non voto” si aggira sul 30%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando milioni di persone che per anni hanno disertato le urne ricominciano a votare, gli equilibri politici possono cambiare molto più rapidamente di quanto raccontino i sondaggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse la domanda da porsi non è più:&nbsp;&nbsp;<strong>“Come fermiamo le destre neo naziste o neo fasciste?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda seria sarebbe:&nbsp;<strong>“Perché sempre più europei scelgono di votarla?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se non si risponde a questa domanda, il rischio è quello di scoprire, una elezione dopo l&#8217;altra, che il problema non è l&#8217;onda nera che arriva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È che il mare europeo sta cambiando</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse, a questo punto, quella che sembrava un&#8217;onda non è più un&#8217;onda.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È la marea.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Quando la tv “finiva” davvero: le cose che i nativi digitali non capiranno mai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 10:14:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo Di Alessandro Cammarano C&#8217;è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la linea tra chi ha dovuto imparare il digitale e chi ci è semplicemente nato dentro, come si nasce con gli occhi di un certo colore. Da una parte ci sono i boomer e, sorpresa per molti di loro, anche i millennial: gente che ha visto il mondo passare dall&#8217;analogico al digitale sotto i propri occhi, spesso con la sensazione di essere stata scaraventata a bordo di un treno in corsa senza biglietto né istruzioni; dall&#8217;altra ci sono la generazione Z e, ancora più marcatamente, la generazione Alpha, nativi digitali nel senso più letterale del termine, per i quali il touchscreen non è una tecnologia ma una legge di natura, al pari della gravità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza che non riguarda solo gli strumenti, ma il modo stesso di stare al mondo: e come ogni buona differenza generazionale, è una miniera inesauribile di equivoci comici, di incomprensioni tenere e, va detto, anche di una malinconia sottile che vale la pena raccontare prima che la memoria stessa dell&#8217;analogico si affievolisca del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo dalla televisione, perché è lì che il salto si vede meglio. La televisione analogica non era un elettrodomestico, era un rito domestico con le sue liturgie precise: c&#8217;erano solo poche reti, la sera si negoziava in famiglia chi decidesse il programma, e cambiare canale significava alzarsi dal divano, avvicinarsi a quella manopola pesante che scattava con un rumore secco e soddisfacente, girarla fino a trovare il segnale giusto, magari con un po&#8217; di neve elettronica di sottofondo se l&#8217;antenna non era orientata a dovere. Il telecomando, quando arrivò, sembrava quasi un oggetto magico; i più anziani ricordano ancora la diffidenza iniziale, il sospetto che fosse un capriccio inutile rispetto al gesto concreto di alzarsi e girare la manopola con le proprie mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;era l&#8217;attesa, che oggi appare quasi archeologica: la programmazione televisiva era un evento collettivo scandito da orari fissi, e se ti perdevi un episodio, te lo perdevi, punto e basta. Non esisteva il recupero, non esisteva l&#8217;on demand; esisteva solo la sigla di chiusura che annunciava la fine delle trasmissioni, seguita dal fischio prolungato della linea che tornava muta e da quella scacchiera colorata che restava sullo schermo fino a notte fonda, come un piccolo monumento al silenzio elettronico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi un ragazzino della generazione Alpha, messo davanti a un vecchio televisore a tubo catodico con manopole meccaniche, si comporta più o meno come un archeologo di fronte a un reperto sumero: gira la testa, cerca uno schermo touch che non c&#8217;è, prova a &#8220;strisciare&#8221; con il dito sul vetro convesso sperando che qualcosa si muova, e alla fine chiede, con genuino sconcerto, dove sia il telecomando vocale. Quando gli si spiega che bisognava alzarsi fisicamente, ti guarda come se gli avessi appena raccontato che un tempo l&#8217;acqua calda si portava su dal pozzo con un secchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La radio analogica era, se possibile, ancora più capricciosa: trovare una stazione significava girare lentamente una manopola, avanti e indietro, tra fruscii e voci spezzate, finché la frequenza non si &#8220;agganciava&#8221; con un piccolo scatto di soddisfazione. C&#8217;era chi la sintonizzava di sera, sotto le coperte, per ascoltare programmi che a scuola l&#8217;indomani non avrebbe mai ammesso di aver seguito; e c&#8217;era, soprattutto, un&#8217;intimità fisica con l&#8217;apparecchio, perché si conosceva a memoria il punto esatto della manopola in cui compariva l&#8217;emittente preferita, un po&#8217; come si conosce il gradino scricchiolante di una scala di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai ragazzi di oggi, abituati a dire &#8220;metti la playlist&#8221; a un assistente vocale che riconosce persino gli accenti dialettali più improbabili, il concetto di cercare fisicamente un segnale radiofonico risulta semplicemente incomprensibile: perché cercare, quando tutto è già lì, pronto, indicizzato, richiamabile con un comando vocale o due tocchi sullo schermo? La radio a transistor con l&#8217;antenna telescopica che si tirava fuori e si orientava come un rabdomante è, per loro, un oggetto tanto misterioso quanto un sestante lo sarebbe per un ragazzino cresciuto con il GPS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il cinema ha vissuto questa frattura silenziosa. Andare al cinema, un tempo, significava affidarsi a una pellicola fisica che scorreva in un proiettore rumoroso, con tutte le sue imperfezioni: i graffi, gli sbalzi di colore, quel caratteristico sfarfallio che oggi chiameremmo &#8220;estetica vintage&#8221; ma che allora era semplicemente il cinema, senza aggettivi. Se la pellicola si spezzava, la sala restava al buio tra i fischi del pubblico, e il proiezionista, figura quasi sacerdotale nascosta nella sua cabina, doveva intervenire fisicamente per far ripartire lo spettacolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cinema digitale, con la sua nitidezza perfetta e la sua immunità dai guasti meccanici, ha reso tutto questo un ricordo da raccontare ai nipoti con l&#8217;aria di chi ha vissuto un&#8217;epoca eroica; e infatti c&#8217;è qualcosa di irresistibilmente comico nel vedere un adulto di una certa età, davanti a un proiettore casalingo moderno, cercare istintivamente una fessura per inserire una bobina che non esiste più, oppure chiedersi dove sia il pulsante fisico dello zoom mentre tutto, ormai, si gestisce con un&#8217;app sullo smartphone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se c&#8217;è un campo di battaglia quotidiano tra analogici e digitali, però, è proprio quello degli elettrodomestici. La lavatrice di una volta aveva una manopola con scritte chiare, &#8220;cotone&#8221;, &#8220;lana&#8221;, &#8220;centrifuga forte&#8221;: bastava girarla, premere un tasto, e via. La lavatrice di oggi ha invece un display touch con dodici programmi identificati da icone criptiche che sembrano geroglifici, un&#8217;app da scaricare per il controllo remoto e la capacità di inviare notifiche sul telefono quando il bucato è pronto; cosa che a molti analogici pare tanto superflua quanto inquietante, perché mai un elettrodomestico dovrebbe scrivere messaggi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per il forno, per il frigorifero &#8220;intelligente&#8221; che segnala quando il latte sta per scadere, per la caffettiera che si collega al Wi-Fi di casa: c&#8217;è un tipo particolare di rassegnazione negli sguardi di chi, cresciuto con manopole meccaniche affidabili, si trova davanti a un pannello touch che non risponde bene alle dita bagnate e che richiede, per essere spento del tutto, una combinazione di tocchi prolungati che sembra più adatta a disinnescare un ordigno che a interrompere la cottura della pasta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è forse nell&#8217;automobile che il divario si manifesta con più drammaticità comica. L&#8217;auto di un tempo era un oggetto meccanico e comprensibile: chiave che gira, motore che si accende, manopole per la radio, leve per gli indicatori, e uno specchietto che si regolava con la mano, fisicamente, sporgendosi dal finestrino se necessario. Oggi l&#8217;abitacolo di un&#8217;auto moderna assomiglia più alla plancia di un&#8217;astronave che a un mezzo di trasporto: schermi touch multipli, assistenti vocali che accendono i fari o regolano il clima, sensori che frenano al posto tuo, telecamere che parcheggiano al posto tuo, aggiornamenti software che arrivano via etere come se l&#8217;automobile fosse, in fondo, uno smartphone con le ruote.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è raro vedere un guidatore di una certa generazione cercare disperatamente una manopola fisica per il volume della radio, trovare solo superfici lisce e touch-sensitive, e finire per alzare involontariamente il riscaldamento dei sedili mentre tenta soltanto di abbassare la musica: è una piccola commedia degli equivoci che si ripete ogni giorno in migliaia di parcheggi italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la comicità, va detto per equità, funziona benissimo anche al contrario. Mettete un bambino della generazione Alpha davanti a un vecchio telefono a disco, di quelli con la rotella da girare per comporre il numero, e osservate la scena: il bambino guarda l&#8217;oggetto, lo gira tra le mani, cerca uno schermo che non c&#8217;è, prova a premere sui numeri come fossero tasti e, alla fine, sconsolato, chiede come si accenda. Quando gli si spiega che bisognava infilare un dito nel foro corrispondente alla cifra e far girare la rotella fino al fermo, aspettando che tornasse indietro da sola prima di comporre la cifra successiva, la reazione tipica è un misto di incredulità e ammirazione, come se gli si stesse raccontando un&#8217;impresa alpinistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per i libri illustrati privi di animazioni: capita che un bambino cresciuto con i tablet, davanti a un albo illustrato tradizionale, dia una &#8220;strisciata&#8221; con il dito sulla pagina aspettandosi che l&#8217;immagine si muova o cambi, restando poi perplesso di fronte all&#8217;immobilità ostinata della carta stampata. O ancora, di fronte a un orologio analogico con le lancette, molti ragazzi della generazione Z faticano genuinamente a leggere l&#8217;ora, abituati come sono ai numeri digitali che non richiedono alcuna interpretazione geometrica del quadrante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la macchina fotografica a pellicola, oggetto oggi quasi esotico: niente schermo per vedere subito lo scatto, bisogna aspettare lo sviluppo, e ogni fotografia costa qualcosa, quindi va scelta con cura. Per chi è cresciuto scattando centinaia di foto al giorno, cancellabili all&#8217;istante e senza alcun costo percepito, l&#8217;idea di dover aspettare per sapere se una foto sia venuta bene suona come una forma di tortura raffinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è però qualcosa di più profondo, sotto tutta questa comicità di superficie. Gli analogici non rimpiangono davvero la fatica di sintonizzare la radio o l&#8217;incertezza della pellicola che si spezza: rimpiangono, semmai, la lentezza che quegli strumenti imponevano, il tempo dell&#8217;attesa, la scarsità che rendeva ogni cosa più preziosa. Un film visto una sola volta al cinema restava impresso proprio perché non lo si poteva rivedere a comando; una canzone sentita per caso alla radio, senza sapere il titolo, si cercava per settimane, e quando finalmente la si ritrovava era una piccola vittoria personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nativi digitali, dal canto loro, non hanno nulla da rimpiangere di un mondo che non hanno mai conosciuto: per loro tutto è sempre stato immediato, disponibile, interattivo. Non è pigrizia, è semplicemente la loro normalità, così come per gli analogici la manopola e l&#8217;attesa erano la normalità di allora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse la verità, sotto l&#8217;ironia, è che ogni generazione costruisce i propri riti attorno agli strumenti che trova, e che tra qualche decennio anche gli attuali nativi digitali racconteranno ai loro nipoti, con la stessa aria stupita e leggermente nostalgica, di quando bisognava ancora toccare uno schermo con le dita invece di limitarsi a pensare un comando, o di quando le automobili avevano ancora bisogno, ogni tanto, di un essere umano al volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, tra chi cerca ancora la manopola del volume e chi striscia il dito su un libro di carta sperando che si animi, resta una certezza consolatoria: nessuna delle due generazioni ha davvero capito l&#8217;altra, e probabilmente va benissimo così.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Scuola e caldo: il problema non è settembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Vi disturba se anche oggi parlo del caldo anomalo? Capisco che è un tema ormai abusato, ma cosa volete, poco male; vi basta chiudere il post e passare oltre. Ma poiché di questi tempi è difficile trovare qualcuno<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi disturba se anche oggi parlo del caldo anomalo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capisco che è un tema ormai abusato, ma cosa volete, poco male; vi basta chiudere il post e passare oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma poiché di questi tempi è difficile trovare qualcuno che inizi il discorso senza un bel “Non ce la faccio più, sono esausto!”, non posso non osservare che ormai il calendario non fa più testo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo settembre era il mese delle prime felpe la sera, dei quaderni nuovi con l&#8217;odore di carta fresca, e dell&#8217;estate ormai consegnata ai ricordi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi settembre è semplicemente la quinta puntata di un lungo luglio iniziato a maggio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, incrociando lo sguardo del vicino di casa in ascensore mentre il termometro segna ancora temperature da sauna, ci si sente dire con incrollabile serenità: “Beh ma d’estate fa caldo, è sempre stato così”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ una&nbsp;forma di ottimismo metafisico ammirevole.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il negazionista climatico da pianerottolo possiede una memoria storica selettiva che meriterebbe uno studio neuroscientifico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua ricostruzione dei fatti, negli anni Settanta la gente asfaltava le strade a metà agosto in maniche di camicia senza versare una goccia di sudore, e l’anticiclone africano era solo un simpatico turista di passaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte all&#8217;evidenza di cinque mesi ininterrotti di afa e canicola, la mente umana mette in campo risorse logiche straordinarie per difendere la propria tranquillità.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se piove tre minuti a luglio, diventa la prova provata che il riscaldamento globale è una finzione inventata dai fabbricanti di condizionatori.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se le zanzare ormai chiedono la residenza permanente e festeggiano l&#8217;Ognissanti in maniche corte, si tratta chiaramente di una bizzarria della natura senza troppa importanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sarebbe quasi da invidiarli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vivere con la certezza che sia tutto assolutamente normale permette di dormire sonni tranquilli — calura permettendo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema sorge quando dalla teoria si passa alla vita pratica, per esempio arrivando al fatidico tema della scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come c’era da aspettarsi in questi giorni si è aperto un dibattito sul tema, e da più parti si leva la proposta: &#8220;Posterghiamo l&#8217;inizio delle lezioni a ottobre, adesso fa troppo caldo!&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proposta ragionevole sia chiaro, se non fosse che ci ostiniamo a trattare il clima attuale come un&#8217;improvvisa quanto passeggera emergenza, anziché come una nuova realtà strutturale con cui dovremo nostro malgrado confrontarci per gli anni a venire.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui la matematica del calendario scolastico si fa spietata, perché i giorni di lezione previsti per legge devono essere almeno 200.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si comincia a ottobre, da qualche parte bisognerà pur recuperarli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prolunghiamo a giugno?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Geniale; peccato che negli ultimi anni l&#8217;anticiclone africano si sia presentato puntuale già a metà maggio, trasformando le aule in veri e propri forni ventilati ad inizio estate esattamente come ad inizio settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora che si fa?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tagliamo le vacanze di Natale, di Pasqua, di Carnevale, per far studiare i ragazzi nei mesi più freschi?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;idea avrebbe una sua logica climatica, ma provate a proporlo al settore turistico o alle famiglie abituate a quelle pause.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo ragionando delle vacanze di Natale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Idea sacrilega. Lo so.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pronunciare le parole «ridurre le vacanze natalizie» in Italia può provocare effetti più devastanti di un&#8217;ondata di calore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il Natale non si tocca.&nbsp;&nbsp;Ci sono i cenoni, i pranzi, le famiglie, le tradizioni, le settimane bianche, gli alberghi, le montagne, il turismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto c&#8217;è quella straordinaria capacità nazionale di considerare intoccabile qualsiasi consuetudine che ci riguardi personalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo discutere per mesi di cambiamento climatico, possiamo preoccuparci del benessere degli studenti, possiamo denunciare le aule troppo calde.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma appena qualcuno dice: «Bene, allora recuperiamo qualche giorno in inverno», improvvisamente scopriamo che&nbsp;<strong>il calendario scolastico è patrimonio immateriale dell&#8217;umanità</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Resterebbe a mio avviso anche un’altra ipotesi da alchimisti del tempo: distribuire le ore di lezione su 6 giorni, se necessario allungando l&#8217;orario giornaliero nei mesi a clima mite; cancellando così il sabato libero e stringendo i ritmi al massimo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;opzione affascinante sulla carta, che però avrebbe il solo risultato di far svenire studenti e famiglie per il presunto sovraccarico prima ancora che per il caldo.&nbsp;&nbsp;Tralasciando le proteste dei sindacati degli insegnanti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo avere il coraggio di affrontare una discussione in modo molto più serio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il calendario scolastico che abbiamo ereditato appartiene ad un clima, ad un&#8217;organizzazione sociale e ad un&#8217;economia che non sono più esattamente quelli di oggi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora perché non discuterne senza tabù?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non ragionare davvero su come distribuire diversamente i giorni di scuola durante l&#8217;anno?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;la verità è che resta comunque il rischio di continuare a spostare le pedine sulla scacchiera del calendario per non guardare in faccia il vero elefante nella stanza: la qualità dell&#8217;edilizia scolastica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ho già avuto modo di scrivere, finché le nostre scuole resteranno strutture poco isolate e prive di impianti di climatizzazione adeguati, fare lezione a fine settembre o a fine giugno cambierà solo il modo in cui studenti e insegnanti faranno i conti con la ricerca disperata di un soffio d&#8217;aria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarci che «quando eravamo bambini noi, si andava a scuola anche con 30 gradi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente è vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come è vero che una volta si fumava negli uffici, si viaggiava senza cinture di sicurezza, i bambini stavano in piedi sul sedile posteriore dell&#8217;auto, ma soprattutto le estati non duravano cinque mesi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutto ciò che facevamo da giovani è necessariamente un modello da conservare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto,&nbsp;<strong>non possiamo usare i ricordi personali come stazione meteorologica nazionale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto che una volta facesse caldo non dimostra che oggi il clima sia uguale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dimostra soltanto che anche una volta faceva caldo, ma non come adesso, credetemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione vera è molto più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se il clima sta cambiando, dobbiamo cambiare anche noi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non soltanto le date sul calendario, non soltanto le vacanze, non soltanto gli orari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo cambiare le scuole, gli edifici, l&#8217;organizzazione, e sicuramente anche qualche nostra abitudine consolidata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti continueremo ogni anno a fare la stessa discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A settembre diremo che fa troppo caldo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;A ottobre ci congratuleremo con noi stessi per aver risolto il problema.&nbsp;&nbsp;A maggio scopriremo che fa già troppo caldo.&nbsp;&nbsp;A giugno proporremo di sospendere le lezioni per il caldo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a settembre ricominceremo tutto da capo, come nel gioco dell’Oca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa, almeno, in Italia non cambia mai: quando la realtà diventa scomoda, proviamo a spostare il calendario invece di cambiare la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto BaldoRispondi a tutti</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Dal rito malinconico al nuovo picco: settembre non è più bassa stagione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:42:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’era una volta un rito. Ferragosto passava e, nel giro di una decina di giorni, sulle spiagge italiane cominciava il lento smontaggio dell’estate. I balneari tiravano in secco le attrezzature, si cominciavano a togliere ombrelloni e sdraio, si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta un rito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ferragosto passava e, nel giro di una decina di giorni, sulle spiagge italiane cominciava il lento smontaggio dell’estate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I balneari tiravano in secco le attrezzature, si cominciavano a togliere ombrelloni e sdraio, si preparavano le strutture alle prime mareggiate autunnali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era come se il Paese avesse un calendario incorporato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ferragosto era la boa.&nbsp;&nbsp;Dopo, l’estate era praticamente finita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, rimaneva settembre. Ma quello era il mese degli “intenditori” del mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poca gente, prezzi più abbordabili, spiagge finalmente respirabili, giornate ancora calde ma senza l’afa di agosto, e quella luce particolare, quasi dorata, che rende settembre diverso da qualsiasi altro mese dell’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era l’estate per chi poteva permettersi di scegliere quando andare in vacanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma erano relativamente pochi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivato il cambiamento climatico, e con lui è saltato anche il vecchio calendario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se ai primi di settembre puoi trovarti tranquillamente con 34 o 35 gradi anche nelle località del Nord Italia, qualcuno dovrebbe cortesemente spiegarmi per quale motivo dovremmo continuare a comportarci come se il 15 agosto fosse l’ultimo giorno dell’estate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il calendario dice settembre, ma il termometro, evidentemente, non è stato avvertito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe un errore pensare che sia soltanto una questione di temperatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre noi continuiamo a ragionare con il vecchio calendario delle vacanze, i turisti hanno già cambiato calendario da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati dell’Hotel Booking Trends 2026 di SiteMinder raccontano infatti qualcosa di piuttosto interessante.&nbsp;&nbsp;Per settembre viene registrata una crescita delle prenotazioni del 15,8%, mentre la tariffa media giornaliera si avvicina ai 332 euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c’è un altro dato che dovrebbe far drizzare le antenne agli operatori: in alcuni casi i soggiorni di settembre vengono prenotati con oltre sette mesi di anticipo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capito?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non stiamo parlando più del signore che, alla fine di agosto, guarda fuori dalla finestra e pensa: “Quasi quasi vado al mare”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui c’è gente che a febbraio o marzo ha già deciso dove passerà qualche giorno di settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro che bassa stagione.&nbsp;&nbsp;Ed infatti arrivano altri numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le stime dell’Osservatorio Confturismo-Confcommercio/SWG riportate dall’ANSA, saranno circa 10 milioni gli italiani in viaggio a settembre.&nbsp;&nbsp;Il 71% resterà in Italia, ed il 42% dei viaggiatori sarà over 55.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest’ultimo dato è forse il più interessante di tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il turismo degli over 55 non è necessariamente quello della vacanza mordi e fuggi di agosto. È un turismo che dispone generalmente di maggiore libertà nella scelta delle date, che può viaggiare quando gli altri sono tornati al lavoro, e che può essere interessato a soggiorni più lunghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, proprio quella categoria di turisti che può trasformare settembre da semplice appendice dell’estate in un vero pezzo della stagione turistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse anche ottobre comincia a bussare alla porta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da decenni parliamo di destagionalizzazione.&nbsp;&nbsp;È una delle parole più utilizzate dall’industria turistica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pronunciano gli assessori, la scrivono nei documenti strategici, la inseriscono nei programmi elettorali, la usano nei convegni. E adesso, mentre continuiamo a discuterne, la destagionalizzazione sta arrivando senza chiedere il permesso a nessuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono i clienti a spostarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il clima li aiuta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;La ricerca di prezzi meno folli li incoraggia.&nbsp;&nbsp;Il desiderio di trovare meno traffico e meno folla completa l’opera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Settembre offre infatti una combinazione che agosto difficilmente può garantire: temperature ancora estive, meno affollamento, maggiore tranquillità e, almeno in molte destinazioni, prezzi più equilibrati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed io, da persona avanti con gli anni, credo fermamente che i meno giovani come me abbiano realizzato che a luglio e agosto in spiaggia si rischia la pelle, per cui si sta a casa e si parte quando la maggioranza deve rientrare per il lavoro o le scuole.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che rischiamo di avere una domanda nuova con un’offerta ancora vecchia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non basta lasciare aperto qualche albergo in più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il turista arriva il 20 settembre e trova il ristorante chiuso perché “ormai la stagione è finita”, il museo che comincia con l’orario invernale, il negozio chiuso, il trasporto ridotto e l’escursione cancellata perché non ci sono abbastanza persone, la destagionalizzazione rischia di diventare semplicemente un modo elegante per dire che abbiamo lasciato acceso il registratore di cassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una destinazione turistica deve essere viva, non semplicemente aperta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente gli operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se settembre sta diventando un mese di domanda forte, continuare automaticamente a considerarlo “bassa stagione” significa rischiare di guardare lo specchietto retrovisore anziché il parabrezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il prezzo non può più essere deciso sulla base dell’abitudine.&nbsp;La domanda va osservata.&nbsp;Le prenotazioni vanno analizzate.&nbsp;Le tariffe devono poter cambiare in funzione del mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui entrano in gioco anche tecnologia e dati, perché PMS, sistemi di revenue management e strumenti di analisi non sono più giocattoli solo per le grandi catene alberghiere.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il mercato cambia rapidamente, anche chi vende camere deve essere in grado di accorgersene rapidamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, se un cliente è disposto a prenotare sette mesi prima un soggiorno di settembre, forse non sarebbe una cattiva idea smettere di trattarlo come quello che arriva quando ormai non è rimasto più niente da vendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trasformazione potrebbe essere ancora più interessante per le località che non hanno mai potuto vivere soltanto di turismo balneare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Borghi, città d’arte, colline, aree interne, montagne.&nbsp;&nbsp;Per loro settembre può essere molto più di una semplice appendice dell’estate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il turismo degli over 55, in particolare, può diventare un mercato importante: persone che possono viaggiare fuori dai periodi di punta, interessate alla cultura, all’enogastronomia, alle passeggiate, ai paesaggi, ai piccoli centri.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E magari a restare qualche giorno in più.&nbsp;È quello che una volta si chiamava semplicemente andare in vacanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi abbiamo inventato l’espressione silver tourism, perché evidentemente anche l’andare in vacanza, quando si è un po’ più avanti con gli anni, aveva bisogno di un nome inglese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la sostanza è quella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, la cosa più interessante è forse proprio questa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni abbiamo pensato alla stagione turistica come a qualcosa di naturale e immutabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giugno.&nbsp;Luglio.&nbsp;Agosto.&nbsp;Ferragosto.&nbsp;Fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso quel meccanismo non funziona più.&nbsp;&nbsp;Il clima ha spostato in avanti l’estate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I turisti hanno spostato in avanti le vacanze.&nbsp;Il mercato sta spostando in avanti la stagione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E noi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi rischiamo di continuare a mettere i cartelli “fine stagione” quando la stagione, semplicemente, non è più finita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è arrivato il momento di prendere atto che Ferragosto non è più la fine dell’estate. È soltanto il vecchio spartiacque di un&#8217;epoca che non esiste più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E Settembre non è più la coda; è&nbsp;diventato un pezzo della stagione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se il clima continuerà a fare quello che sta facendo, domani potrebbe esserlo anche ottobre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera sfida, allora, non sarà più convincere i turisti a villeggiare in Italia fuori stagione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella parte, pare, la stiano facendo benissimo da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida sarà convincere noi&nbsp;che continuiamo a pensare alla bassa stagione mentre la realtà ha già cambiato calendario</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il grande trucco delle tasse. Pagare senza accorgersene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 07:40:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Sapreste rispondere con esattezza a questa domanda: quante tasse versate allo Stato ogni anno?La risposta più probabile è “non ne ho idea”. Ed è già un piccolo capolavoro del nostro sistema fiscale. C’è qualcosa di straordinariamente intelligente nel<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sapreste rispondere con esattezza a questa domanda: quante tasse versate allo Stato ogni anno?<br>La risposta più probabile è “non ne ho idea”. Ed è già un piccolo capolavoro del nostro sistema fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è qualcosa di straordinariamente intelligente nel modo in cui lo Stato moderno prende i nostri soldi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ce li strappa di mano.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non viene un esattore a bussare alla porta.&nbsp;&nbsp;Non dobbiamo nemmeno, nella maggior parte dei casi, aprire il portafoglio e consegnarglieli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ce li prende senza quasi farcelo vedere.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La CGIA ha calcolato che, per una famiglia di lavoratori dipendenti presa come riferimento, il&nbsp;<strong>95,7% del carico fiscale viene pagato senza un versamento diretto e consapevole</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccolo, il piccolo prodigio dell’architettura fiscale moderna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Stato ha capito che c’è un&#8217;enorme differenza fra dire ad un cittadino: &#8220;Dammi 10.000 euro di tasse&#8221; e dirgli: &#8220;Il tuo stipendio è questo&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel primo caso il cittadino vede il prelievo; nel secondo vede soltanto quello che gli rimane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la differenza fra una rapina davanti alla quale ti accorgi di essere stato derubato, ed una rapina nella quale qualcuno ha avuto l&#8217;accortezza di toglierti il portafoglio mentre guardavi da un&#8217;altra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente il termine &#8220;rapina&#8221; è una provocazione</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le tasse sono il prezzo che paghiamo per vivere in una società organizzata; avere strade, ospedali, scuole, pensioni, sicurezza, tribunali, infrastrutture e tutto ciò che chiamiamo Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, quindi, non è che lo Stato ci faccia pagare le tasse.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema è quando la tassazione diventa così pesante e così pervasiva da dover essere resa invisibile per essere politicamente sopportabile.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui che a mio avviso comincia la parte interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoratore dipendente non vede gran parte dell&#8217;Irpef che paga; gli viene trattenuta prima ancora che lo stipendio arrivi sul conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il consumatore vede il prezzo sullo scontrino, non l&#8217;Iva incorporata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;automobilista vede il prezzo della benzina, non tutte le imposte che ci sono dentro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cittadino paga continuamente, ma quasi mai riceve davanti agli occhi&nbsp;<strong>il conto complessivo</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È un po&#8217; come andare al ristorante per tutta la vita e ricevere ogni sera soltanto lo scontrino del dessert.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi un giorno qualcuno ti dice quanto hai speso complessivamente, e tu scopri che hai praticamente comprato il ristorante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa invisibilità non è un dettaglio psicologico.&nbsp;&nbsp;&nbsp;È politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una democrazia funziona anche sulla percezione che i cittadini hanno del rapporto fra ciò che danno e ciò che ricevono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il cittadino vede il sacrificio, può giudicarlo; può considerarlo necessario, può considerarlo eccessivo, può protestare, può cambiare Governo, può chiedere una diversa politica fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se il sacrificio viene frammentato, nascosto dentro la busta paga, incorporato nei prezzi, distribuito in mille balzelli e prelievi, diventa molto più difficile persino&nbsp;<strong>rendersi conto della sua dimensione</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il contribuente finisce per conoscere perfettamente il proprio stipendio netto, e molto meno il costo fiscale del proprio lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una forma di anestesia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo Stato preleva, il datore di lavoro trattiene, il commerciante incassa e riversa, il consumatore paga.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E il cittadino?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cittadino, spesso, guarda il conto e si domanda perché alla fine del mese non gli rimanga mai abbastanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi naturalmente c&#8217;è l&#8217;altro grande problema.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quello della distribuzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una tassazione elevata può essere sopportata se tutti hanno la ragionevole sensazione di partecipare ad uno sforzo comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando comincia a diffondersi la convinzione che&nbsp;<strong>una parte della popolazione finanzi stabilmente il sistema, mentre un&#8217;altra (complice la burla dell’Isee) ne beneficia stabilmente versando poco o nulla</strong>, il problema non è più soltanto fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diventa morale, diventa politico, diventa una questione di consenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché nessun sistema può spremere indefinitamente “sempre gli stessi cittadini” per finanziare un meccanismo nel quale il rapporto fra chi contribuisce e chi riceve diventa sempre più squilibrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario essere liberisti sfrenati per capirlo.&nbsp;&nbsp;Basta un minimo di buon senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una società può redistribuire, ma deve redistribuire quando è necessario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può aiutare chi è povero, malato, anziano, disoccupato, fragile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;<strong>redistribuire non significa rendere strutturale il principio secondo cui qualcuno paga e qualcun altro ha semplicemente diritto a ricevere</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché ad un certo punto quello che era solidarietà comincia a sembrare una tassa sulla responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora arriva la domanda che in Italia è quasi proibita:&nbsp;<strong>quanto può essere tassato un cittadino prima che smetta di sentirsi un cittadino e cominci a sentirsi soltanto un contribuente vessato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Pe me n</strong>on è una domanda banale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il nostro ordinamento ha persino previsto che sulle leggi tributarie non si possa ricorrere al Referendum. L&#8217;articolo 75 della Costituzione esclude infatti le leggi tributarie e di bilancio dalle materie sottoponibili a referendum abrogativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono naturalmente ragioni tecniche ed istituzionali per questa scelta, ma il risultato politico rimane; s<strong>ulle tasse il cittadino non può dire direttamente sì o no.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Può scegliere chi governa, può scegliere chi (furbescamente) promette di abbassarle, può scegliere chi promette di aumentarle, può protestare, può scrivere editoriali come faccio io, che è probabilmente la forma più innocua di ribellione che l&#8217;umanità abbia mai inventato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sulla fiscalità non può mettere una croce su una scheda e dire: &#8220;Questa tassa no.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui, inevitabilmente, torna alla mente una vecchia vicenda americana, passata alla storia come&nbsp;<strong>Boston Tea Party</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella rivolta, che diede inizio alla Rivoluzione americana, se vogliamo tradurla nel linguaggio brutale della questione fiscale suonerebbe così:&nbsp;<strong>se mi chiedi una parte del frutto del mio lavoro, devo avere voce nel decidere come e quanto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono passati più di due secoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo computer, intelligenza artificiale, satelliti, pagamenti elettronici e frigoriferi che ordinano da soli il latte quando sta finendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sulla questione fondamentale siamo rimasti sorprendentemente simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cittadino continua a lavorare, lo Stato continua a prelevare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è che oggi non abbiamo più bisogno di buttare il tè nel porto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hanno inventato qualcosa di molto più efficiente;&nbsp;<strong>il sostituto d&#8217;imposta.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E così la rivoluzione fiscale è stata sostituita dall&#8217;addebito automatico; il contribuente non scende in piazza, semplicemente non vede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è probabilmente questa la vera genialità del sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una tassa che senti è una tassa che puoi contestare.</strong><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Una tassa che non vedi è soltanto un pezzo di stipendio che non hai mai avuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il punto, allora, non è soltanto quanto lo Stato debba incassare, ma quanto il cittadino debba essere consapevole di pagare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la trasparenza fiscale, per me, non è un lusso: è una condizione della democrazia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando il cittadino non sa più quanto paga, chi paga per lui e chi paga per gli altri, il problema non è più soltanto quanto costa lo Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema è che cosa resta, alla fine, del cittadino.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong>Rispondi a tutti</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Fine vita, la “legge Zaia”: quando la coscienza vale più della tessera di partito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 07:38:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ogni tanto arriva una buona notizia. E&#160;&#160;siccome siamo in Italia, conviene quasi festeggiarla: non capita tutti i giorni. Ieri il Veneto ha approvato la legge sul fine vita. Trentadue voti favorevoli, quattordici contrari e cinque astenuti. Ma il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni tanto arriva una buona notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&nbsp;&nbsp;siccome siamo in Italia, conviene quasi festeggiarla: non capita tutti i giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri il Veneto ha approvato la legge sul fine vita. Trentadue voti favorevoli, quattordici contrari e cinque astenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il dato politicamente più interessante non è il risultato numerico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È che questa legge è stata approvata in una Regione governata da una maggioranza di centrodestra, nonostante le barricate di Fratelli d’Italia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, per una volta, possiamo anche dirlo senza troppi giri di parole:&nbsp;<strong>questa è la legge di Luca Zaia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché l&#8217;abbia scritta lui, non perché tutti quelli che l&#8217;hanno votata la pensino come lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché senza la sua determinazione, la sua coerenza e la sua idea che sui temi etici la politica debba lasciare spazio alla coscienza individuale, probabilmente oggi non saremmo qui a parlarne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zaia questa battaglia la porta avanti da anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non l&#8217;ha fatto con le urla, con le piazze contrapposte, con le accuse di tradimento, o con la solita gara a chi si appropria meglio di Dio, della Patria, della Famiglia o della Morale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha semplicemente detto una cosa piuttosto elementare:&nbsp;<strong>su questioni come il fine vita non dovrebbe esistere una disciplina di partito.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A destra ci sono favorevoli e contrari, a sinistra ci sono favorevoli e contrari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, guarda un po&#8217;,&nbsp;<strong>la coscienza non ha la tessera di partito.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra una banalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E invece, osservando la politica italiana, scopriamo che è quasi una rivoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge veneta, va ricordato, non inventa il diritto al fine vita medicalmente assistito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si muove nell&#8217;ambito già delineato dalla Corte costituzionale, e disciplina il percorso sanitario regionale per quei casi che rientrano nei requisiti stabiliti dalla Consulta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è dunque una fuga in avanti del Veneto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È, semmai, il tentativo di dare una risposta concreta ad una situazione giuridica già esistente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il vero significato della giornata è politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché ieri in Veneto abbiamo visto una cosa che ultimamente sembra diventata rara:&nbsp;<strong>una maggioranza politica che non ha votato tutta con un&#8217;unica voce su una questione di coscienza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo, a mio parere, è un segnale di salute democratica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dico da liberale; anzi, lo dico proprio perché sono liberale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché c&#8217;è una cosa che continuo a non capire della politica contemporanea:&nbsp;<strong>perché mai qualcuno dovrebbe arrogarsi il diritto di decidere quale sia la morale obbligatoria per tutti gli altri?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui non parlo soltanto dei Partiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlo anche di quelle forze sociali, culturali e confessionali che, legittimamente, possono avere una propria idea del bene e del male, della vita e della morte, della famiglia e della persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Legittimamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il passaggio successivo non è affatto legittimo: pretendere che quella propria visione morale diventi automaticamente la morale dello Stato, e quindi la morale obbligatoria di tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello è un altro discorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in una democrazia liberale dovrebbe valere un discorso molto semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tu puoi pensare che una determinata scelta sia moralmente sbagliata. Puoi cercare di convincermi. Puoi pregare perché io cambi idea. Puoi fare campagne, manifestazioni, dibattiti, libri, prediche</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che non puoi pretendere è che lo Stato trasformi la tua convinzione personale in un obbligo per chi quella convinzione non la condivide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché lo Stato liberale non deve stabilire come dobbiamo vivere, e soprattutto, non dovrebbe stabilire come dobbiamo morire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta, secondo me, la differenza tra una politica adulta ed una politica infantile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica adulta riconosce che esistono questioni sulle quali&nbsp;<strong>la propria verità non può diventare automaticamente la verità di tutti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica infantile, invece, prende la propria convinzione, la infila in una legge e poi pretende che tutti gli altri la rispettino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È esattamente quello che dovrebbe essere evitato sui grandi temi etici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché il comportamento di Zaia merita rispetto anche da parte di chi non appartiene al suo campo politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché Zaia, su questa materia, ha fatto una cosa che oggi sembra quasi sovversiva:&nbsp;<strong>ha messo la libertà di coscienza davanti alla disciplina politica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è la prima volta che lo fa.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Questo significa avere le palle.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è facile essere coraggiosi quando la propria posizione coincide perfettamente con quella della propria parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero coraggio politico comincia quando devi sostenere qualcosa sapendo che una parte dei tuoi non sarà d&#8217;accordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è precisamente quello che è accaduto ieri in Veneto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte, infatti, c&#8217;erano i consiglieri di Fratelli d&#8217;Italia e gli esponenti della destra più conservatrice, contrari al provvedimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra c&#8217;erano consiglieri del Centrosinistra e della Liga Veneta che hanno contribuito all&#8217;approvazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una contraddizione,&nbsp;<strong>è la democrazia quando funziona.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo a un altro punto che meriterebbe una riflessione nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dove era il Parlamento?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora una volta, una questione eticamente delicatissima viene affrontata dalle Regioni mentre il Parlamento nazionale rimane sostanzialmente spettatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Veneto diventa così la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a intervenire sulla materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Personalmente trovo abbastanza surreale che su una questione che riguarda diritti fondamentali e libertà individuali si debba avere una “geografia” del fine vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A seconda di dove vivi, cambia il modo in cui le istituzioni organizzano una procedura che nasce comunque da un quadro definito più volte dalla Corte costituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questa è un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi mi interessa soprattutto un&#8217;altra cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ogni tanto scopriamo che persino a destra esiste qualcosa di più civile dei vannacciani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E persino di una certa destra che sembra avere un bisogno patologico di stabilire cosa devono pensare, credere e fare gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una destra moderna dovrebbe sapere che la libertà non consiste soltanto nel poter fare ciò che piace alla maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consiste anche nel lasciare in pace chi ha una concezione diversa della propria vita, purché non danneggi gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E dovrebbe sapere che lo Stato non è un prete, non è un vescovo, non è un direttore spirituale e nemmeno un tribunale della morale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo Stato deve garantire diritti, regole e libertà. Non distribuire patenti di buona condotta morale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una distinzione fondamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ieri, nel Veneto governato dal centrodestra, questa distinzione è stata affermata con un voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, se proprio dobbiamo darle un nome, io questa legge la chiamerei&nbsp;<strong>“legge Zaia”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non per adulazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché, al di là del testo normativo, questa vicenda porta la sua impronta politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed in tempi nei quali molti politici sembrano avere una bussola che indica soltanto i sondaggi, non è proprio una cosa da poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ogni tanto, dunque, una buona notizia.&nbsp;</strong>Oggi arriva dal Veneto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, per una volta, possiamo persino scoprire che una parte della destra italiana sa essere liberale, moderna e rispettosa delle coscienze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non chiediamole troppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma almeno riconosciamoglielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/fine-vita-la-legge-zaia-quando-la-coscienza-vale-piu-della-tessera-di-partito/">Fine vita, la “legge Zaia”: quando la coscienza vale più della tessera di partito</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Lanerossi Vicenza. Quando il gatto non c&#8217;è&#8230; i lupi ballano!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 15:18:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Lanerossi VICENZA]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Giaretta Titolo che può sembrare impietoso e non curante della buona volontà messa in campo dai nostri beniamini, ma questo ha raccontato lo scontro di sabato scorso sul verdissimo &#8220;prato&#8221; dello Stadio Partenio. Per i miscredenti vedere il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Di Alessandro Giaretta</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Titolo che può sembrare impietoso e non curante della buona volontà messa in campo dai nostri beniamini, ma questo ha raccontato lo scontro di sabato scorso sul verdissimo &#8220;prato&#8221; dello Stadio Partenio. Per i miscredenti vedere il volto di Mr. Gallo in conferenza stampa alla fine del match. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è stato sufficiente il cambio di approccio alla gara rispetto rispetto al timido inizio con il Catanzaro, piglio arrembante e spirito garibaldino mostrato nei primi minuti non consentono ai biancorossi di mascherare la notevole differenza nella consistenza e nei valori tecnici in campo. Infatti al quarto d&#8217;ora di gioco il doppio svantaggio sul tabellone, frutto sicuramente di un signor Favilli particolarmente in serata, ma anche di una certa leggerezza di Leverbe prima e Marchizza poi nel contrastare il marcantonio irpino, racconta una partita che si fa subito in salitissima, favorendo la prudenza e consapevolezza dei padroni di casa che dimostrano di gestire alla grande i tentativi di arrembaggio di un Vicenza, che nonostante la mole di gioco creata non trova sbocchi per combinazioni centrali, e percorrendo quasi esclusivamente la via dei cross dalla trequarti agevola ampiamente la respinta delle torri biancoverdi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Vana anche la speranza del nostro condottiero che nell&#8217;intervallo ne cambia tre… Nemmeno il tempo di sedersi in panchina e il Favillone regala il terzo assist con una volè di esterno a Moruzzi, palla all&#8217;incrocio e ciaone a tutti. Largo alla disperazione con cambio di modulo e nuovi interpreti a cercare di raddrizzare una partita ormai completamente compromessa, con Nesta che si gode la rotonda vittoria dopo lo spauracchio Arezzo e l&#8217;espressione di un Gallo, che ancora ignaro di ciò che sarebbe successo da li alla fine del calciomercato, si faceva sempre più scura e turbata. Yes Sir, perchè l&#8217;accelerata impressa dal nostro Giorgio nelle ultime ore di trattative è probabilmente figlia anche di ciò che abbiamo visto in Irpinia dopo l&#8217; illusione casalinga della prima giornata. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppi dubbi non chiariti sul valore tecnico reale della squadra quindi… et voila, quasi neanche il tempo di reclamare i famosi &#8220;schei&#8221; di Renzo che arrivano a Bassano Papetti Bellemo e niente popodimeno che il signor Silvio Merkaj. Tris di acquisti assolutamente di categoria a distendere, almeno per il momento, le rughe dalla fronte dell&#8217;allenatore biancorosso che ora in completa assenza di alibi ha praticamente a disposizione tutto o quasi tutto il materiale richiesto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo darà le sue risposte, intanto iniziamo a guardarci intorno, perchè se noi ci siamo appena asciugati le lacrime con il fazzoletto di Zamuner, in giro c&#8217;è chi non ride, i mastini infatti acciuffano per i capelli anzi per le penne le galline in un &#8220;derby veneto&#8221; che evidenzia un certo ritardo di Baroni nel trovare la quadra di un Hellas che solo grazie al penalty di Sarr pareggia i conti all&#8217;Euganeo contro il Padova che non ride a crepapelle ma sicuramente sorride sornione tenendo in saccoccia i suoi quattro punti raccolti con due neoretrocesse dalla massima serie. Per il resto abbastanza prematuro analizzare una classifica che deve ancora sgranarsi, lasciamo Modena Mantova e Palermo a godersi un punteggio pieno ancora ricco di incognite. Siamo solo all&#8217;inizio cari lettori, ma probabilmente sarà il caso di allacciarsi le famose cinture.</p>
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		<title>La Siora Maria, 500 brioche ed il grande problema della Cina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 09:17:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una cosa che persino la Siora Maria, senza aver mai frequentato un corso di Economia, sa benissimo:&#160;se produci 500 brioche e nel paese ci sono clienti soltanto per 200, prima o poi hai un problema. Adesso prendiamo questa semplice<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è una cosa che persino la Siora Maria, senza aver mai frequentato un corso di Economia, sa benissimo:&nbsp;<strong>se produci 500 brioche e nel paese ci sono clienti soltanto per 200, prima o poi hai un problema.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso prendiamo questa semplice situazione ed ampliamola a dismisura.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avremo la fotografia dell’economia cinese.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cina oggi produce una quantità enorme di automobili, batterie, pannelli solari, telefonini, macchinari, e praticamente qualsiasi cosa possa essere prodotta in una fabbrica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che i cinesi&nbsp;<strong>non riescono a comprare tutto quello che le loro fabbriche producono</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora Pechino fa una cosa apparentemente geniale: aiuta le imprese con sussidi pubblici (il 30% delle compagnie cinesi opera in perdita; prima del Covid era il 20%)&nbsp;e dice loro, in sostanza: continuate a produrre, quello che non vendete in casa proviamo a venderlo fuori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed infatti la Cina esporta, esporta tantissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppo, secondo il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che alla vigilia del G20 Finanze ha messo il dito nella piaga: un surplus commerciale cinese di&nbsp;<strong>1.200 miliardi di dollari</strong>non è più soltanto un successo commerciale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può diventare un problema per l&#8217;intera economia mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire perché basta tornare alla Siora Maria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo che abbia una panetteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni mattina prepara 500 brioche, ma nel suo paese ne vengono comprate 200.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le altre 300 potrebbe smettere di produrle; oppure potrebbe venderle sottocosto, oppure potrebbe chiedere al Comune di pagarle le brioche invendute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza soluzione è naturalmente la più bella per il panettiere, un po&#8217; meno per il Comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma alla fine anche per il panettiere, perché prima o poi qualcuno dovrà pagare il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, la Cina è diventata una gigantesca panetteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che al posto delle brioche produce automobili, batterie, elettronica, acciaio, pannelli solari ed un&#8217;infinità di altri prodotti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo le automobili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 la Cina ha esportato auto per circa 142 miliardi di dollari.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma soprattutto produce una quantità di veicoli elettrici ed ibridi enormemente superiore alla domanda interna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cina produce 25 milioni di auto elettriche o ibride plug-in, mentre la domanda interna si ferma a 12 milioni. Ma la Cina oggi ha la capacità di produrre fino al 60% del mercato globale di auto elettriche (90 milioni all’anno in totale).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché la domanda interna cinese non basta più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora bisogna trovare clienti nel resto del mondo, magari mettendo fuori mercato l’industria automobilistica tedesca, e di conseguenza europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che&nbsp;<strong>anche il resto del mondo ha una domanda limitata</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima o poi qualcuno può dire ai cinesi: grazie, ma basta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il miracolo cinese rischia di trasformarsi in un problema cinese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se non riesci più ad esportare tutto quello che produci, devi fare una cosa terribile per un regime che ha costruito gran parte della propria forza sull&#8217;espansione industriale:&nbsp;<strong>produrre meno</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E produrre meno significa chiudere fabbriche. Chiudere fabbriche significa licenziare lavoratori. E licenziare lavoratori significa ridurre i consumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, quello che oggi sembra un magnifico circolo virtuoso può trasformarsi&nbsp;&nbsp;domani in un circolo vizioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È già successo, in altra forma, con il gigantesco boom immobiliare cinese, culminato nel disastro di Evergrande (è di poche settimane fa la condanna all’ergastolo del fondatore di Evergrande Xu Jiayin, dopo il più grande crac immobiliare dell’Asia).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso il problema potrebbe essere più grande, perché non riguarda soltanto il mattone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riguarda&nbsp;<strong>l&#8217;intero modello di sviluppo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni la Cina ha seguito una formula semplice e potentissima:&nbsp;<strong>produrre, esportare, incassare, investire e produrre ancora di più.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha funzionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, ha funzionato talmente bene che oggi la Cina rappresenta circa il 30% della produzione industriale mondiale, e con questo ritmo&nbsp;nel 2030 raggiungerà il 45%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio qui sta il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Cina potrebbe essere diventata troppo grande per continuare a crescere nello stesso modo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo non può assorbire all&#8217;infinito quantità crescenti di prodotti cinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se Pechino continua a sostenere con denaro pubblico aziende che ovunque il mercato non sarebbe in grado di tenere in vita, il problema non scompare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene semplicemente “esportato”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è precisamente ciò che preoccupa americani ed europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se la Cina produce troppo e vende a prezzi sempre più bassi, i consumatori occidentali possono anche essere contenti, ma le industrie occidentali rischiano di essere spazzate via.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se invece Stati Uniti ed Europa reagiscono con dazi e barriere commerciali, la Cina rischia di perdere proprio quei mercati dei quali ha bisogno come l’aria per smaltire la propria sovrapproduzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un bel pasticcio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Xi Jinping si trova quindi davanti ad una scelta tutt&#8217;altro che semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovrebbe spostare il motore della crescita dall&#8217;export ai consumi interni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole dovrebbe convincere i cinesi a comprare di più ed a risparmiare di meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Facile a dirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno facile in un Paese nel quale il risparmio delle famiglie è anche una forma di assicurazione contro un sistema sociale non particolarmente generoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi ci sono i sussidi alle imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ridurre gli aiuti pubblici significa accettare che molte imprese falliscano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed in Cina il fallimento di imprese significa anche problemi occupazionali e soprattutto sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo l&#8217;ipotesi di una &#8220;implosione&#8221; cinese va presa con cautela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cina non è una normale economia di mercato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Partito comunista dispone di strumenti di intervento che nessun governo occidentale potrebbe nemmeno sognarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa è certa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non esiste un mercato infinito.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è una legge economica molto più antica di Xi Jinping, Donald Trump, e persino del G20.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Puoi produrre le automobili migliori, più economiche e più tecnologiche del mondo, ma alla fine devi trovare qualcuno disposto a comprarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se quel qualcuno non c&#8217;è, il problema non è più quanto sei bravo a produrre; è che&nbsp;<strong>stai producendo troppo</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Siora Maria, con la sua panetteria, probabilmente lo aveva già capito da tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli economisti ci hanno messo qualche decennio in più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, per capire che 500 brioche non si possono vendere in un paese dove ne mangiano 200 non serve un master ad Harvard; serve soltanto una buona dose di buon senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio quello che oggi manca a chi comanda nella seconda economia del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto BaldoRispondi a tuttiInoltra</p>
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		<title>Il caro-vita arriva alle urne: la trappola del bonus-ismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 09:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una cosa che la politica farebbe bene a ricordare quando si avvicinano le elezioni:l&#8217;inflazione si misura in percentuale, il caro-vita si misura nel portafoglio. Sembra&#160;una differenza da poco. Non lo è affatto. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto con<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che la politica farebbe bene a ricordare quando si avvicinano le elezioni:<strong>l&#8217;inflazione si misura in percentuale, il caro-vita si misura nel portafoglio</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sembra</strong><strong>&nbsp;</strong>una differenza da poco. Non lo è affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti lo abbiamo visto con particolare evidenza. Donald Trump ha saputo intercettare una sensazione che le statistiche economiche non riuscivano a cancellare: anche quando l&#8217;inflazione aveva cominciato a rallentare, gli americani continuavano a pagare molto più di prima per fare la spesa, riempire il serbatoio, pagare l&#8217;affitto o mandare avanti una famiglia.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché ormai abbiamo capito tutti che l&#8217;inflazione può scendere, ma i prezzi, una volta saliti, normalmente non tornano indietro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è una lezione che anche la politica italiana dovrebbe tenere bene a mente, visto che ci avviciniamo ad una nuova stagione elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il rischio, ma direi che è quasi una certezza, è che anche da noi il caro-vita diventi una questione elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora qualcuno dovrà spiegare agli italiani perché, davanti ad ogni difficoltà, la risposta della politica continui ad essere sostanzialmente la stessa: il bonus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni ne abbiamo conosciuti di tutti i tipi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bonus per questo, bonus per quello, contributi, sconti, detrazioni, crediti d&#8217;imposta, carte, una tantum, incentivi e agevolazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cambiano i Governi, cambiano le Maggioranze, cambiano le emergenze, ma il metodo rimane sorprendentemente stabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando c&#8217;è un problema, invece di affrontarne le cause, si cerca una somma da distribuire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il governo Meloni, pur avendo promesso una discontinuità rispetto a certe pratiche della politica italiana, non è riuscito a liberarsi dalla tentazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto il bonus ha una caratteristica irresistibile per qualsiasi Governo: si vede subito, mentre il conto arriva dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una riforma strutturale è complicata, richiede tempo, produce inevitabilmente vincitori e scontenti e raramente consente di organizzare una conferenza stampa con tanto di fotografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bonus invece si annuncia, si comunica, si mette in evidenza, e possibilmente si rinnova alla scadenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che un bonus può tamponare un problema, ma difficilmente può risolverlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto, quando diventa generalizzato, comincia a produrre effetti perversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo un esempio di questi giorni: la riduzione dell&#8217;Iva sui carburanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una fase di forte aumento dei prezzi energetici è comprensibile che un Governo voglia evitare che famiglie e imprese vengano travolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è una domanda semplice che andrebbe sempre fatta: chi beneficia davvero di uno sconto generalizzato?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è: tutti.&nbsp;Il lavoratore che usa la vecchia utilitaria per andare in fabbrica e il professionista che gira con un SUV di grossa cilindrata.&nbsp;&nbsp;La famiglia con un reddito modesto e quella con un reddito elevato.&nbsp;Il pensionato che deve fare venti chilometri per andare dal medico e quello che usa l&#8217;automobile per andare ogni fine settimana nella seconda casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la logica dell&#8217;intervento erga omnes: non si distingue tra chi ha bisogno e chi non ne ha.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così una parte delle risorse pubbliche finisce necessariamente anche a chi non avrebbe alcun bisogno di essere aiutato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per non parlare dell&#8217;efficacia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte a uno shock internazionale dell&#8217;energia, un intervento di questo genere rischia di essere poco più che un pannicello caldo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si spendono miliardi, si dà l&#8217;impressione di aver fatto qualcosa, e qualche settimana dopo il problema si ripresenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo quei miliardi non sono più disponibili per interventi strutturali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per esempio per ridurre stabilmente il carico fiscale sul lavoro, aumentare la produttività o sostenere la competitività di un sistema economico che da anni cresce meno dei suoi concorrenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui compare la grande contraddizione del&nbsp;<strong>bonus-ismo.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Più si distribuiscono sussidi generalizzati, meno risorse rimangono per cambiare davvero le cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un&#8217;altra caratteristica dei sussidi che la politica conosce benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta concessi, sono quasi impossibili da togliere.&nbsp;Provate a dire a una categoria che il bonus finisce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non importa che fosse nato come misura temporanea. Non importa che l&#8217;emergenza sia terminata. Non importa che i conti pubblici non consentano di mantenerlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giorno dopo qualcuno spiegherà che togliere quel beneficio significa &#8220;colpire le famiglie&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco comparire una nuova proroga.&nbsp;&nbsp;Magari con una nuova soglia.&nbsp;Poi una nuova platea.Poi una nuova modalità.&nbsp;Poi una nuova eccezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino a trasformare una misura nata per affrontare un&#8217;emergenza in una componente permanente della spesa pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bonus nasce temporaneo e muore soltanto quando nessuno si ricorda più chi l&#8217;aveva inventato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se il bonus generalizzato è il primo problema, l&#8217;<strong>Isee</strong>&nbsp;è l&#8217;altro grande equivoco del nostro sistema di welfare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui bisogna essere chiari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è in discussione la necessità di aiutare chi è realmente in difficoltà.&nbsp;&nbsp;&nbsp;È in discussione il modo con cui decidiamo chi sia davvero in difficoltà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Isee nasce con una funzione ragionevole: cercare di misurare la situazione economica effettiva di una famiglia, tenendo conto non soltanto del reddito, ma anche del patrimonio e della composizione del nucleo familiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è quello che è diventato nel tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un indicatore che avrebbe dovuto aiutare ad individuare il bisogno è stato progressivamente trasformato in una sorta di chiave universale per aprire le porte del welfare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prezzi agevolati, tariffe ridotte, bonus, servizi sociali, mense, trasporti, prestazioni varie, una quantità crescente di benefici viene legata ad una soglia Isee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui nasce il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se davvero oltre trenta milioni di italiani risultano nel 2025 beneficiari di prezzi, tariffe o prestazioni agevolate grazie all&#8217;Isee, forse qualche domanda sarebbe il caso di porsela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possibile che più della metà del Paese sia diventata economicamente bisognosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure siamo davanti a un sistema che, nel tentativo di individuare i poveri, ha finito per costruire una platea gigantesca di presunti bisognosi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La definizione di &#8220;<strong>falso di massa</strong>&#8220;, utilizzata da osservatori come Alberto Brambilla e Giuliano Cazzola, può sembrare brutale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proviamo a capire che cosa c&#8217;è dietro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema fondamentale è che nessun indicatore può essere più affidabile delle informazioni sulle quali viene costruito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se tutto il reddito di una persona è regolarmente dichiarato, ogni euro entra nel calcolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una famiglia ha una situazione patrimoniale perfettamente tracciata, il patrimonio viene considerato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che cosa succede quando una parte della ricchezza reale non emerge, per evasione, elusione ecc.?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Succede una cosa semplicissima.&nbsp;&nbsp;L&#8217;Isee fotografa perfettamente ciò che vede. Il problema è tutto quello che non vede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui l&#8217;Italia presenta un problema che non può essere ignorato: evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, redditi non dichiarati e patrimonio non adeguatamente rappresentato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato può essere paradossale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dipendente che dichiara tutto fino all&#8217;ultimo centesimo può superare una soglia e perdere un&#8217;agevolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pensionato con una pensione interamente tracciata può risultare &#8220;troppo ricco&#8221; per qualche beneficio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una famiglia che ha risparmi accumulati legalmente può essere penalizzata perché quel patrimonio compare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chi riesce invece a nascondere una parte della propria situazione economica può risultare, sulla carta, molto più povero di quanto sia realmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la redistribuzione al contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi è trasparente rischia di essere penalizzato proprio perché è trasparente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi riesce a risultare povero sulla carta può essere premiato proprio perché il sistema non è in grado di vedere tutto.&nbsp;E allora il problema non è soltanto l&#8217;evasore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è un sistema che rischia di premiare indirettamente l&#8217;opacità e penalizzare la fedeltà fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo alla domanda più imbarazzante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se utilizziamo l&#8217;Isee per distribuire una quantità crescente di benefici e contemporaneamente allarghiamo sempre di più le platee degli aventi diritto, stiamo ancora utilizzando uno strumento per individuare la povertà?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure stiamo trasformando il welfare in una gigantesca macchina di redistribuzione basata su soglie?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando una soglia diventa decisiva per ottenere un beneficio, la tentazione di stare sotto quella soglia diventa inevitabilmente fortissima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando i benefici diventano tanti, l&#8217;Isee smette di essere soltanto uno strumento di misurazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diventa un obiettivo da raggiungere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il sistema comincia a produrre comportamenti distorti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna necessariamente essere poveri, bisogna risultare abbastanza poveri secondo il parametro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza non è affatto secondaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo c&#8217;è una categoria che rischia di diventare la grande dimenticata: il ceto medio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che lavora, paga le tasse, dichiara tutto, possiede magari una casa acquistata dopo decenni di sacrifici, ha qualche risparmio da parte e non rientra nelle soglie dei benefici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è abbastanza povero per ricevere; non è abbastanza ricco per stare tranquillo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando aumentano contemporaneamente spesa alimentare, energia, assicurazioni, servizi e mutui, scopre una cosa molto semplice: il suo reddito è rimasto reale, mentre il suo potere d&#8217;acquisto è diventato virtuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente questo il terreno sul quale il caro-vita può trasformarsi in una questione elettorale anche in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché gli elettori non votano l&#8217;indice dei prezzi al consumo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Votano la propria vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, allora, non è decidere se aiutare oppure no chi è in difficoltà.&nbsp;Una società civile deve farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è come farlo senza trasformare ogni emergenza in un bonus, ogni bonus in un diritto acquisito, ed ogni diritto acquisito in una nuova spesa permanente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto senza costruire il welfare su strumenti che possono rappresentare in modo distorto la reale condizione economica delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il caro-vita non si combatte distribuendo eternamente cerotti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si combatte creando le condizioni perché salari e pensioni possano recuperare potere d&#8217;acquisto, perché il lavoro venga tassato meno, perché l&#8217;economia produca di più, perché l&#8217;energia costi meno, perché la concorrenza funzioni, e perché il sistema fiscale sia davvero capace di distinguere chi ha bisogno da chi semplicemente sa apparire bisognoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha dimostrato che l&#8217;inflazione può diventare una questione politica devastante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia farebbe bene a non aspettare le urne per scoprirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché alla fine il cittadino può anche dimenticare il nome dell&#8217;ultimo bonus,&nbsp;può ignorare CPI, deflatore del Pil e tasso d&#8217;inflazione core.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;<strong>il prezzo della pasta lo conosce benissimo, e</strong>&nbsp;difficilmente dimentica quanto ha pagato il giorno prima al Supermercato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto difficilmente perdona una politica che gli dice che l&#8217;inflazione è sotto controllo mentre il suo portafoglio continua a raccontargli un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto BaldoRispondi a tuttiInoltra</p>
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		<title>Il mistero del cappotto fantasma </title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 07:42:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’era una volta un rito consolatorio e&#160;immutabile. Fine agosto.&#160;Rientro dalle vacanze. Le giornate si accorciano. La sera, magari, arriva quella brezza che fa pensare che prima o poi tornerà il fresco. E tua moglie, davanti all’armadio spalancato, pronuncia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta un rito consolatorio e&nbsp;immutabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fine agosto.&nbsp;Rientro dalle vacanze. Le giornate si accorciano. La sera, magari, arriva quella brezza che fa pensare che prima o poi tornerà il fresco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tua moglie, davanti all’armadio spalancato, pronuncia la frase rituale:&nbsp;<em>«Non ho assolutamente niente da mettermi per l’autunno».</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scena che, chiunque abbia una moglie, ha vissuto sicuramente più volte nella vita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E che si ripeteva puntualmente ogni anno, perché l’armadio femminile, per una misteriosa legge della fisica, riesce a contenere centinaia di capi e contemporaneamente essere sempre drammaticamente vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che oggi c’è un piccolo problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 1 settembre ci sono 35 gradi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando tua moglie apre l’armadio chiedendosi cosa mettere per l’autunno, la prima cosa che pensi non è al cambio di stagione; è al Pronto Soccorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero problema non è più dentro l’armadio, è fuori, nelle vetrine dei negozi di abbigliamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginate il povero commerciante che deve allestire la vetrina di fine agosto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni il meccanismo era semplice: via costumi e sandali, dentro maglioni, giacche, trench, stivali e cappotti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Settembre annunciava l’autunno, l’autunno annunciava il fresco, ed il fresco annunciava che era arrivato il momento di comprare qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un sistema perfetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivato il cambiamento climatico e, come spesso accade, nessuno ha pensato di avvertire il commerciante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi siamo ai primi di settembre, fuori ci sono più di 30 gradi, l’asfalto frigge ed il poveretto dovrebbe mettere in vetrina un cappotto di cashmere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è surreale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il passante guarda il manichino con il cappotto, poi guarda il termometro, poi guarda di nuovo il manichino.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E pensa che probabilmente qualcuno, nel negozio, abbia bisogno di un buon medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la moda può anticipare la stagione, ma non può ancora anticipare la temperatura ambientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco il problema vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’industria dell’abbigliamento lavora da sempre con mesi di anticipo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I capi vengono disegnati, ordinati e prodotti quando nessuno sa ancora che tempo farà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il negoziante ha ordinato i maglioni a febbraio, li riceve ad agosto, dovrebbe venderli a settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che a settembre&nbsp;&nbsp;come quest’anno, magari ci sono ancora 32 gradi e più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriva ottobre e magari ce ne sono 28.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A novembre finalmente si abbassa la temperatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a quel punto il cliente ha già imparato a vivere in maniche corte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il maglione resta lì, piegato, imperturbabile, come un monumento alla vecchia meteorologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il problema non è soltanto il maglione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le giacche, i cappotti, gli stivali, i piumini, tutta quella merce che una volta aveva davanti a sé una stagione precisa nella quale essere venduta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensare che fino a qualche anno si vendevano ancora le pellicce!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi quella stagione è diventata una specie di leggenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La famosa “mezza stagione”, per esempio, appartiene ormai alla stessa categoria del telefono a gettoni e della liretta dimenticata nel portafoglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne parliamo ancora, ma non sappiamo più dove trovarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così anche le vetrine sono diventate una specie di compromesso meteorologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il manichino può avere un abito leggero, perché fuori ci sono 35 gradi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma magari è marrone, verde bosco o color ruggine, perché il calendario dice che siamo a settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure compare il bermuda con lo stivaletto (magari “estivo”, categoria che mi ha sempre fatto scompisciare dalle risa).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La camicia estiva con sopra lo spolverino, il vestito leggero accompagnato da una borsa invernale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sorta di moda schizofrenica nella quale il guardaroba sembra non sapere più in quale emisfero si trovi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il povero commerciante deve fare quello che può, perché se espone i costumi, sembra ancora luglio; se espone i cappotti, sembra completamente impazzito; se espone le mezze stagioni, rischia di dover ricevere la visita della Usl-Reparto Neurodeliri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che abbiamo costruito un enorme settore economico sulla prevedibilità delle stagioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Primavera. Estate. Autunno. Inverno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quattro stagioni, quattro guardaroba, quattro occasioni per rifare il fatturato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso invece abbiamo estate, estate, estate…. e qualche giorno di inverno infilato a tradimento nel calendario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora il mistero del cappotto fantasma diventa anche un problema economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il cappotto esiste, è stato prodotto, è stato trasportato, è arrivato nel negozio, è stato esposto, e dovrà essere pagato, magato mettendolo in svendita alla prima scadenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il cliente non lo compra perché, semplicemente, non gli serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando finalmente gli servirà, magari sarà già fuori stagione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, anche l’armadio di casa sta cominciando a somigliare all’economia mondiale: pieno di roba comprata in anticipo, ma con qualche problema nel capire quando sia il momento giusto per usarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta però una certezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle poche che il cambiamento climatico non è ancora riuscito a distruggere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fine agosto tua moglie continuerà ad aprire l’armadio e a dire:&nbsp;&nbsp;<em>«Non ho niente da mettermi per l’autunno».</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che ormai potresti risponderle:&nbsp;&nbsp;<em>«Hai ragione. Non esiste più».&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’autunno, naturalmente.&nbsp;&nbsp;Non la moglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella, per fortuna, è una certezza climatica permanente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto BaldoRispondi a tutti</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il grande inganno della montagna vetrina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 07:33:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Dopo aver dedicato un paio di editoriali alle performances delle cafonerie organizzate, dei bomboloni ad alta quota, e degli scalatori domenicali in infradito, credo possa essere utile concentrarsi un attimo su quelli che sono i problemi “veri” conseguenti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo aver dedicato un paio di editoriali alle performances delle cafonerie organizzate, dei bomboloni ad alta quota, e degli scalatori domenicali in infradito, credo possa essere utile concentrarsi un attimo su quelli che sono i problemi “veri” conseguenti al boom delle “terre alte” cui stiamo assistendo, ponendoci una&nbsp;domanda molto semplice: è tutto oro quel che luccica?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parto&nbsp;dall’osservazione più banale: c’era una volta la montagna della fatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella dei pascoli, delle baite, dei boschi, delle mani spaccate dal lavoro, e dei paesi dove ci si conosceva tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non a caso parlo di fatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché chi, come me, ha frequentato le Dolomiti negli anni ’60 ricorda bene i volti dei montanari bruciati dal sole ed invecchiati precocemente, le schiene ingobbite dalla fatica, la fienagione fatta con le falci, la transumanza con le vacche verso le malghe in altitudine nei mesi estivi, le levatacce alle tre di notte per mungere, il trasporto manuale del fieno sulle spalle (perché la montagna, prima di tutto, è salita), le case con il fienile e la stalla annessi, e talvolta anche i servizi all’aperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una montagna non particolarmente glamour, diciamolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivato il turismo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E la montagna si è rifatta il trucco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi abbiamo la montagna da copertina: code interminabili sulle strade dei passi alpini e dolomitici, rifugi trasformati in ristoranti da guida gastronomica, sfilate di SUV nei parcheggi a duemila metri, aperitivi con vista sulle cime e bilanci del turismo che macinano record su record.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’estate, poi, la montagna è diventata anche il rifugio climatico della pianura arroventata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sale per trovare il fresco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si trova, insieme al fresco, tutto quello da cui si era fuggiti: traffico, parcheggi pieni, code, prezzi da località balneare e folle che fotografano il paesaggio nel disperato tentativo di dimostrare di essere ancora immerse nella natura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A guardare i dati delle presenze e dei fatturati verrebbe quasi da gridare al miracolo economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il turismo, del resto, conta eccome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Uncem, nel 2023 il turismo rappresentava circa il&nbsp;<strong>6,7% del PIL delle montagne italiane</strong><strong>.</strong>&nbsp;E nelle Alpi e negli Appennini si contavano&nbsp;<strong>19,3 posti letto alberghieri ed extralberghieri ogni 100 abitanti</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, sarebbe francamente difficile sostenere che il turismo non produca ricchezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E infatti non è questa la mia tesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è un’altra, e nei tavoli della politica, nelle conferenze sul turismo e nei comunicati degli enti di promozione territoriale compare assai meno volentieri:&nbsp;<strong>questo boom arricchisce davvero chi in montagna ci vive 365 giorni all’anno?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è questo il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non se la montagna faccia soldi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Li fa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è se quei soldi stiano trasformando la vita delle comunità montane, oppure se stiano semplicemente trasformando la montagna in un prodotto turistico sempre più redditizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui la faccenda si fa molto meno pittoresca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo le seconde case.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La montagna piace.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Piace così tanto che in alcune località possedere qualche metro quadrato con vista sulle Dolomiti è diventato un investimento molto più interessante che possedere qualche metro quadrato dove abitano i comuni mortali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La casa, che dovrebbe essere il luogo nel quale una famiglia vive, può così diventare un bene patrimoniale da mettere a reddito, una seconda casa da utilizzare qualche settimana all’anno, oppure un appartamento destinato agli affitti turistici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è abbastanza paradossale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un paese può essere pieno di gente e contemporaneamente povero di residenti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le finestre si illuminano durante le vacanze e tornano buie quando i turisti se ne vanno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la nuova montagna “vetrina”: bellissima da vedere, molto meno facile da abitare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il giovane del posto?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vuole restare, può trovarsi a dover competere sul mercato degli affitti con chi arriva dalla città con un reddito cittadino e vuole il proprio piccolo angolo di paradiso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un insegnante, un infermiere, un medico, un dipendente comunale possono così trovarsi davanti ad un curioso problema:&nbsp;&nbsp;<strong>lavorare in montagna sì, viverci molto meno.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è esattamente quello che chiamerei sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è il lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche qui, naturalmente, nessuno vuole mettere in discussione che il turismo crei occupazione.&nbsp;&nbsp;&nbsp;La crea.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma bisogna vedere quale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un’economia troppo dipendente dal turismo rischia di produrre una montagna che lavora moltissimo nei mesi di punta e molto meno negli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lavori stagionali, contratti temporanei, personale che arriva da fuori, difficoltà a trovare lavoratori e difficoltà ancora maggiori a trattenerli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è facile costruire una famiglia, comprare casa e mettere radici con un’economia che vive di picchi stagionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora comincia il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per riempire gli alberghi servono lavoratori, perché i lavoratori restino servono case, perché abbiano figli servono scuole, perché una famiglia possa vivere servono medici, negozi, trasporti, servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per mantenere tutto questo serve una popolazione residente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Abbiamo quindi inventato un modello turistico che ha bisogno dei residenti, ma rischia di non riuscire più a permetterseli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un piccolo dettaglio.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È il cuore del problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo al punto che forse dovrebbe interessare più di tutti: la demografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché possiamo discutere per ore di presenze turistiche, fatturati, impianti di risalita, alberghi e seconde case.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma alla fine c’è una domanda semplicissima:&nbsp;&nbsp;<strong>quanta gente continua a vivere lassù?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Uncem ha messo nero su bianco un dato che dovrebbe far riflettere molto più dei record delle presenze turistiche:&nbsp;<strong>nelle Alpi e negli Appennini la popolazione è diminuita dell’8% dal 2013.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E la stessa Uncem ha aggiunto una frase che, secondo me, dovrebbe stare al centro di qualsiasi discussione sul futuro delle terre alte:&nbsp;<strong>“La popolazione che diminuisce non può essere sostituita dal turismo.”&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco.&nbsp;&nbsp;Forse possiamo partire da qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché significa che possiamo avere più turisti, più alberghi, più ristoranti, più impianti, più seconde case e più fatturato, senza per questo avere una montagna più abitata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è soltanto una questione di quantità. È anche una questione di età.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una comunità non muore quando arrivano pochi turisti; muore quando non ci sono più abbastanza giovani per sostituire chi invecchia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora c’è un’altra questione che dovrebbe far riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non tutta la montagna sta vivendo il boom</strong><strong>.&nbsp;</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cortina, Alta Badia, Courmayeur, Madonna di Campiglio, Livigno e poche altre località sono diventate vere e proprie enclave del turismo internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma basta allontanarsi dalle località più celebrate per ritrovare un’altra montagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella dei paesi che perdono abitanti, delle scuole che rischiano di chiudere, degli ambulatori che scompaiono, dei negozi che abbassano la serranda, dei giovani che se ne vanno, delle connessioni insufficienti, del progressivo invecchiamento della popolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che bisogna stare attenti a non confondere due cose diverse:&nbsp;<strong>turismo della montagna e sviluppo della montagna.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo può produrre fatturato; il secondo dovrebbe produrre anche condizioni per vivere, lavorare, mettere su famiglia e restare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono due cose che possono coincidere, ma non necessariamente. La dinamica che vediamo in alcune delle località più fortunate assomiglia piuttosto a una forma di&nbsp;“<strong>estrazione di valore”</strong><strong>.</strong>&nbsp;Il territorio mette a disposizione paesaggio, ambiente, identità, infrastrutture e attrattività. Il turismo monetizza tutto questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la domanda è: quanto di quel valore torna effettivamente a rafforzare la comunità residente?&nbsp;&nbsp;Quanto serve per rendere disponibili case a prezzi compatibili con i redditi locali? Quanto per mantenere aperte scuole e ambulatori? Quanto per garantire trasporti? Quanto per creare lavoro stabile? Quanto, soprattutto, per consentire a un giovane del posto di immaginare il proprio futuro senza essere costretto a trasferirsi a valle?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è questo il punto che rischiamo di perdere di vista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il turista arriva quando la montagna è bella;&nbsp;<strong>i</strong><strong>l residente deve viverci anche quando la montagna non è bella per Instagram.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Deve viverci a novembre, a marzo, durante una settimana di pioggia, quando gli alberghi sono vuoti e le piste da sci aspettano la neve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questa la differenza tra&nbsp;<strong>una località turistica ed una comunità; e</strong>&nbsp;non è una distinzione teorica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso Uncem, parlando di turismo montano, sottolinea che non possono esserci servizi per i turisti senza servizi per le comunità che vivono in montagna 365 giorni l’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una frase quasi ovvia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio per questo sorprende che dobbiamo ancora ripeterla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il turista può anche accettare di pagare un prezzo elevato per una settimana in un luogo da sogno; Ii residente deve poterci vivere per tutta la vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse dovremmo smettere di misurare il successo della montagna soltanto attraverso le presenze turistiche.&nbsp;&nbsp;Perché le presenze sono importanti; i fatturati sono importanti, il lavoro è importante, ma non sono sufficienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una montagna può diventare economicamente più ricca e contemporaneamente socialmente più povera</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una comunità ha bisogno di abitanti.&nbsp;</strong>Ed il turista può essere sostituito da un altro turista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un abitante che se ne va, invece, lascia dietro di sé una casa, una famiglia, una storia, una competenza, una relazione sociale.&nbsp;&nbsp;E spesso non viene sostituito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio, se continuiamo su questa strada, è che la montagna finisca per diventare una gigantesca vetrina: bellissima, lucidissima, perfettamente organizzata e sempre meno abitata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un enorme Luna Park ad alta quota nel quale si sale per qualche giorno, si mangia, si cammina, si scia, si fotografa il tramonto, si compra qualche prodotto “tipico” e poi si torna a valle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La montagna come esperienza, la montagna come prodotto, la montagna come set fotografico, ma non più necessariamente come comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questa la domanda che dovremmo cominciare a farci.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una montagna piena di turisti ma povera di residenti è davvero una montagna che rinasce?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Può essere che, come già accaduto per Venezia, stiamo semplicemente assistendo alla sua trasformazione in una vetrina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le vetrine, per quanto belle, hanno una caratteristica piuttosto triste:&nbsp;&nbsp;<strong>si guardano da fuori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>I due record della politica italiana: durano le leader, ma il Paese non si muove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 07:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus Giorgia Meloni ed Elly Schlein hanno poco in comune. Una guida il governo, l&#8217;altra guida l&#8217;opposizione.&#160; Una viene dalla destra post-missina, l&#8217;altra dalla sinistra progressista, non lontana dall’area dei Centri Sociali.&#160;&#160; Una ha costruito la propria fortuna politica sulla<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Machiavellus</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giorgia Meloni ed Elly Schlein hanno poco in comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una guida il governo, l&#8217;altra guida l&#8217;opposizione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una viene dalla destra post-missina, l&#8217;altra dalla sinistra progressista, non lontana dall’area dei Centri Sociali.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una ha costruito la propria fortuna politica sulla promessa di cambiare radicalmente il Paese, l&#8217;altra sulla necessità di ricostruire una sinistra che sembrava aver smarrito perfino la strada di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, curiosamente, hanno qualcosa che le accomuna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrambe sono detentrici di un record.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 4 settembre Giorgia Meloni raggiungerà il primato del governo più longevo della storia repubblicana, superando il precedente record di Silvio Berlusconi e, guardando indietro fino all&#8217;Italia liberale, anche quello dei governi precedenti all&#8217;avvento del fascismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elly Schlein, dal canto suo, ha già conquistato un altro record: è diventata la Segretaria più longeva del Partito democratico dalla sua nascita, nel 2007.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due record apparentemente molto diversi.&nbsp;&nbsp;Ma forse raccontano la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E cioè che nella politica italiana durare è diventato più facile che cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comincio dalla premier.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando Giorgia Meloni entrò a Palazzo Chigi nell&#8217;ottobre del 2022, pochi avrebbero scommesso che sarebbe arrivata a festeggiare il quarto compleanno del suo governo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia della Repubblica ci aveva insegnato altro: maggioranze litigiose, governi ballerini, crisi parlamentari, cambi di presidente del Consiglio, partiti che passavano dalla maggioranza all&#8217;opposizione con la stessa disinvoltura con cui un italiano cambia fila al supermercato quando vede che quella accanto scorre più velocemente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni ha invece costruito una maggioranza sorprendentemente stabile, e questo è un suo merito, non c&#8217;è ragione di negarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fratelli d&#8217;Italia, Lega e Forza Italia hanno litigato parecchio, e continuano a farlo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma hanno imparato una regola fondamentale della politica: si può litigare su tutto, purché non si litighi sul Governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni, inoltre, ha esercitato sulla coalizione una leadership che Berlusconi, per quanto potente, non aveva mai esercitato nello stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un altro elemento che sarebbe intellettualmente scorretto ignorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul terreno internazionale il governo Meloni ha compiuto una scelta molto più pragmatica di quella che molti, alla vigilia delle elezioni, temevano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia è rimasta saldamente ancorata all&#8217;Unione europea e alla NATO, ha mantenuto una linea sostanzialmente atlantista, ed ha garantito un sostegno politico all&#8217;Ucraina. Anche sul piano dei conti pubblici il governo può rivendicare una certa affidabilità, che in un Paese con il nostro debito non è esattamente un dettaglio ornamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Meloni di governo, insomma, si è dimostrata molto più realista della Meloni di opposizione; il che, in politica, non è necessariamente un difetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente uno dei motivi per cui il suo governo ha rassicurato una parte significativa dell&#8217;establishment italiano ed europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema arriva quando si passa dalla stabilità al cambiamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un governo può essere longevo, può essere stabile, può essere affidabile sui mercati ed apprezzato nelle Cancellerie europee; ma prima o poi qualcuno dovrebbe ricordarsi che governare significa anche riformare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui il bilancio diventa assai più controverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il premierato è rimasto nel territorio delle promesse, il presidenzialismo è scomparso dal radar, la riforma della giustizia ha incontrato ostacoli e conflitti, l&#8217;autonomia differenziata è avanzata tra mille difficoltà. Sul terreno economico e sociale non si è prodotta quella trasformazione strutturale che avrebbe dovuto accompagnare il cambio di maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La grande promessa del centrodestra era quella di imprimere una svolta. Dopo quasi quattro anni, la svolta appare assai più modesta della propaganda che l&#8217;aveva annunciata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse il segreto della longevità è proprio questo; non toccare troppo gli equilibri consolidati; non fare troppe riforme capaci di creare troppi nemici; tenere i conti sotto controllo; stare saldamente dentro l&#8217;Europa e l&#8217;Alleanza atlantica; governare senza scossoni e lasciare che il Paese continui lentamente a navigare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una strategia priva di razionalità; è semplicemente molto diversa dalla rivoluzione promessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui Berlusconi aveva forse intuito qualcosa che la sua ex alleata ha imparato molto bene: in Italia è più facile governare a lungo quando si promette di cambiare tutto e poi si cambia con grande prudenza quasi niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci ad Elly Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui bisogna evitare un&#8217;altra tentazione: raccontare la segretaria del PD come una specie di versione femminile dell&#8217;Anticristo politico, soltanto perché siede dall&#8217;altra parte. Non funzionerebbe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche Schlein ha ottenuto un risultato che non era affatto scontato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando arrivò alla guida del Partito democratico, il PD era un partito stanco, diviso in correnti, prigioniero di una interminabile guerra interna tra gruppi dirigenti e personalità che sembravano capaci di trovare un accordo soltanto quando si trattava di non trovare un accordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein ha cambiato questo equilibrio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata scelta attraverso primarie realmente aperte, rompendo la tradizionale dinamica per cui gli apparati decidevano il candidato e gli iscritti dovevano limitarsi a ratificare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha spostato il PD più decisamente a sinistra, restituendogli una identità ideologica più riconoscibile dopo gli anni della cosiddetta Terza Via, quando il partito sembrava spesso impegnato a spiegare agli elettori di sinistra perché fosse necessario non sembrare troppo di sinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto ha ricompattato il partito.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non è poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Pd sotto Schlein è tornato a crescere rispetto alla fase precedente ed ha recuperato una parte del proprio elettorato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque anche qui il record di longevità non è casuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio qui che compare il limite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein è riuscita a rendere il PD più compatto e più riconoscibile, ma non è ancora riuscita a trasformarlo in una macchina elettorale capace di conquistare la maggioranza del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è una differenza fondamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un partito di opposizione può vivere benissimo di identità e di ideologie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma un Partito che vuole governare deve costruire anche una proposta capace di parlare a chi non vota già per lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema di Schlein è che il PD ha recuperato una parte del proprio elettorato, ma continua ad avere difficoltà ad allargarsi verso il centro, e verso quella parte di Paese che non si riconosce nella sinistra progressista e movimentista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui il problema non riguarda soltanto Schlein; riguarda il cosiddetto Campo Largo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un&#8217;alleanza elettorale non nasce semplicemente mettendo insieme PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e qualche altra sigla disponibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una somma di partiti non è automaticamente una maggioranza di governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soprattutto quando sulla politica estera, sulla difesa, sull&#8217;Ucraina, sull&#8217;Europa e su molti dossier economici le differenze sono ancora evidenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sostenere che il centrosinistra non offra garanzie sufficienti su questi temi non significa essere meloniani; significa semplicemente prendere atto che un&#8217;alternativa di governo deve essere credibile anche quando il mondo non collabora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il mondo, ultimamente, sembra aver preso l&#8217;abitudine di non collaborare affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torniamo ai due record.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giorgia Meloni ha dimostrato che un Governo italiano può durare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elly Schlein ha dimostrato che un Segretario del PD può durare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima ha garantito stabilità alla maggioranza e continuità alla collocazione internazionale dell&#8217;Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda ha restituito identità e maggiore compattezza al principale partito di opposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono risultati reali, ma entrambi hanno anche un rovescio della medaglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stabilità di Meloni non si è ancora tradotta nella grande stagione riformatrice promessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stabilità di Schlein non si è ancora tradotta in una alternativa di governo sufficientemente larga e convincente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che i due record, apparentemente così lontani, finiscono per assomigliarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni governa da quasi quattro anni senza che il sistema italiano sia stato radicalmente trasformato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein guida il PD da un periodo ormai significativo senza che il Centrosinistra sia riuscito a trasformarsi in una coalizione realmente competitiva per Palazzo Chigi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, durano le leadership, ma il Paese resta sostanzialmente fermo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è questa la vera stranezza italiana.&nbsp;&nbsp;Abbiamo finalmente trovato la stabilità politica che per decenni abbiamo invocato.&nbsp;&nbsp;Solo che, arrivata la stabilità, ci siamo accorti che non basta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Perché la stabilità è uno strumento, non è un risultato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Governo può durare mille giorni e non cambiare il Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Partito può avere un Segretario per mille giorni e non diventare maggioranza di Governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse il vero record italiano non sarà quello di Meloni né quello di Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà quello di una politica capace di cambiare governi, leader e slogan senza riuscire a cambiare davvero il Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che, per un Paese che avrebbe bisogno di correre, non è esattamente una medaglia d&#8217;oro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È più una medaglia alla partecipazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Machiavellus</p>
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		<title>Politica al Rientro: ricomincia la gara fra illusionisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 07:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Lentamente, forse troppo lentamente visto che in buona parte del Paese si continua a boccheggiare, ma inesorabilmente,&#160;&#160;l’estate si avvia alla conclusione.&#160; Gli ombrelloni cominciano a chiudersi, le autostrade si riempiono di auto e milioni di italiani si preparano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lentamente, forse troppo lentamente visto che in buona parte del Paese si continua a boccheggiare, ma inesorabilmente,&nbsp;&nbsp;l’estate si avvia alla conclusione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ombrelloni cominciano a chiudersi, le autostrade si riempiono di auto e milioni di italiani si preparano a riprendere la solita routine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che, per nostra sfortuna, comprende anche la politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non che durante l’estate i nostri Demostene siano davvero andati in vacanza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’epoca dei social la politica non chiude più per ferie: si mette semplicemente il costume da bagno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma settembre segna comunque il ritorno della politica nella sua versione più seria, almeno sulla carta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ricomincia a parlare di conti pubblici, di bilancio, di Finanziaria, di tasse e di spesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quest’anno c’è una ragione in più per prestare attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà l’ultima Finanziaria prima dell’anno elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E siccome l’essenza della politica, almeno da che mondo è mondo, consiste nel decidere come e a chi distribuire gli “schei”, è facile immaginare che nei prossimi mesi assisteremo ad un’intensa attività di corteggiamento di questo o quel gruppo sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ceto medio, pensionati, famiglie, imprese, lavoratori, ognuno avrà diritto alla propria dose di attenzione, possibilmente accompagnata da qualche promessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di Finanziaria avremo comunque modo di parlare a lungo nei prossimi mesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è però una questione che viene prima dei soldi e dovrebbe essere propedeutica a qualsiasi campagna elettorale:&nbsp;<strong>il programma</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che cominciano i problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in Italia il programma elettorale sembra ormai appartenere ad un particolare genere letterario: il&nbsp;<strong>fantasy politico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti ne parlano.&nbsp;&nbsp;&#8220;Prima i programmi, poi vediamo chi ci sta&#8221;. &#8220;Prima bisogna trovare una sintesi&#8221;.&nbsp;&nbsp;&#8220;Prima bisogna definire una visione comune&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Discorsi assolutamente ragionevoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che, alla fine, i programmi siano spesso poco più che una raccolta di desideri, o se preferite un “libro dei sogni”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ragione è semplice: abbiamo progressivamente accettato una convinzione piuttosto deprimente, e cioè che durante una campagna elettorale i Partiti possano promettere praticamente qualsiasi cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo cioè sostituito una vecchia regola elementare dell&#8217;amministrazione con una nuova regola della politica moderna:&nbsp;<strong>prima si promette, poi si vedrà</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che quel &#8220;poi si vedrà&#8221; arriva sempre dopo il voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando arriva, allora scopriamo che i soldi non bastano, i vincoli europei esistono, il debito pubblico non è un&#8217;opinione e che, sorpresa delle sorprese, anche le promesse hanno un costo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente non è una specialità di una sola parte politica; lo abbiamo visto con Governi di ogni colore e con maggioranze di ogni genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il che ha trasformato la politica italiana in una gara fra illusionisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E gli illusionisti non vengono giudicati per quello che realizzano, ma per la capacità di stupire il pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che adesso stiamo arrivando alla fase successiva:&nbsp;<strong>l&#8217;ultimo miglio</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È la strategia che, almeno a quanto sembra, stanno adottando entrambe le coalizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimandare le questioni più divisive, evitare di affrontare fino in fondo le contraddizioni interne, lasciare aperte tutte le porte ed arrivare il più vicino possibile alle elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, quando non ci sarà più tempo per discutere, arriverà il momento della grande chiamata alle armi: &#8220;Adesso dobbiamo essere uniti&#8221;, &#8220;Non è il momento delle divisioni&#8221;, &#8220;Bisogna fermare gli altri&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole:&nbsp;<strong>turatevi il naso e votateci</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A sinistra il problema è evidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pd e Movimento 5 Stelle, a parte il&nbsp;&nbsp;non banale problema della leadership, continuano ad avere posizioni diverse su questioni tutt&#8217;altro che secondarie: dalla politica estera all&#8217;Ucraina, dalla difesa europea al rapporto con gli Stati Uniti, fino al ruolo dell&#8217;Italia nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per non parlare della linea di AVS; dalla patrimoniale ad Ilaria Salis.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma affrontare seriamente queste divergenze significherebbe rischiare di perdere pezzi di elettorato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto più semplice rimandare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriverà appunto l&#8217;ultimo miglio, e qualcuno spiegherà agli elettori che, tutto sommato, le differenze possono aspettare perché &#8220;se no vincono le destre&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A destra non va poi molto diversamente, e molte questioni vengono semplicemente spostate più avanti, a causa delle pulsioni sovraniste e, più in generale, di quella destra identitaria che continua a fare capolino nella coalizione.&nbsp;&nbsp;Con in più l’incognita Vannacci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto può aspettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche qui, quando arriverà l&#8217;ultimo miglio, si potrà sempre ricordare agli elettori che dall&#8217;altra parte ci sono &#8220;i comunisti&#8221;, gli &#8220;immigrazionisti&#8221;, o chiunque altro serva in quel momento a trasformare una coalizione elettorale in una necessità nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così la politica italiana rischia di ridursi ad una partita nella quale nessuno vuole scoprire le proprie carte fino all&#8217;ultimo secondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché esista una strategia comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché tutti sperano che la paura dell&#8217;avversario sia sufficiente a tenere insieme ciò che la politica non è riuscita a tenere insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questa la vera occasione perduta di questa legislatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La lunga stabilità del governo Meloni avrebbe potuto consentire al centrodestra di consolidare e modernizzare la propria proposta politica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso tempo, il centrosinistra avrebbe potuto utilizzare questi anni per costruire un&#8217;alternativa credibile, non semplicemente una coalizione che sembra un’armata Brancaleone, accomunata dall&#8217;idea che l&#8217;importante sia impedire agli altri di governare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte e dall&#8217;altra vediamo coalizioni che sembrano costruite più “<strong>contro” qualcuno</strong>che “<strong>per” qualcosa</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui sta il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una democrazia seria dovrebbe offrire agli elettori la possibilità di scegliere fra programmi diversi, visioni diverse, idee diverse del futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è infine un altro elemento sul quale la politica italiana sembra poter contare con una certa tranquillità:&nbsp;<strong>la memoria degli elettori</strong><strong>,&nbsp;</strong>o meglio, la proverbiale volatilità della stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché per promettere oggi ciò che si sa già non si potrà mantenere domani, bisogna avere una ragionevole certezza che, quando arriverà il momento di presentare il conto, nessuno ricorderà più chi aveva firmato quell&#8217;assegno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica sembra insomma comportarsi come se gli italiani fossero tutti&nbsp;<strong>gonzi smemorati</strong><strong>:</strong>abbastanza gonzi da credere alle promesse ed abbastanza smemorati da non ricordarsele quattro anni dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma i nostri politici dovrebbero fare mente locale sul fatto che gli assegni scoperti arrivano sempre allo sportello, ed a</strong>nche i gonzi, prima o poi, imparano a leggere gli estratti conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>
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		<title>Ho scritto “Campo Largo” sulla sabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 07:21:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus “Ho scritto “Campo Largo” sulla sabbia, e il vento a poco a poco se l’è portato via con sé….”. Questo richiamo al vecchio tormentone dell’estate 1968 di Franco IV e Franco I non è una metafora.&#160; È praticamente il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Machiavellus</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Ho scritto “Campo Largo” sulla sabbia, e il vento a poco a poco se l’è portato via con sé….”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo richiamo al vecchio tormentone dell’estate 1968 di Franco IV e Franco I non è una metafora.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È praticamente il programma politico del centrosinistra italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da anni ci raccontano del Campo Largo come se fosse lo sbarco sulla Luna: l’unione delle forze progressiste, riformiste, ecologiste, sociali, movimentiste, cattoliche, laiche, pacifiste, radicali e, probabilmente, anche di qualche specie animale ancora da individuare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un grande abbraccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che, appena provano ad abbracciarsi, qualcuno controlla se l’altro ha ancora le mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il Campo Largo ha una caratteristica straordinaria: più si allarga, più si divide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein non può stare con Conte. Conte non può stare con Schlein. Bonelli teme le primarie perché potrebbero essere divisive.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tutti sanno che l’elettore del Pd non voterebbe Conte, così come quello dei 5 Stelle non voterebbe Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Franceschini, almeno in una sua versione apocrifa che gira in queste ore, avrebbe sintetizzato il capolavoro con una frase che meriterebbe di essere scolpita nel marmo: “Le primarie rischiano di determinare due sconfitti. Uno perderà le primarie e l’altro le elezioni”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile migliorare una diagnosi così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il centrosinistra italiano è riuscito nell’impresa di trasformare le primarie, che una volta erano una festa democratica, in una procedura di pronto soccorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si discute più di chi debba guidare la coalizione. Si discute di chi debba essere medicato per primo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così siamo arrivati al punto surreale in cui per evitare le primarie si guarda con speranza alla legge elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sinistra che spera in una parte della destra, che paradossalmente potrebbe diventare involontariamente il miglior alleato del centrosinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non servirebbero più programmi, coalizioni, leadership.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basterebbe che il Parlamento non approvasse la nuova legge elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una strategia politica geniale nella sua semplicità: se non si può costruire il Campo Largo, basta impedire che si debba indicare il candidato Premier alla guida della coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di democrazia preventiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora eccolo, il grande progetto progressista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non più il Campo Largo: il Campo Minato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché ogni volta che qualcuno fa un passo avanti, salta qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse la vera immagine del Centrosinistra italiano non è quella di una grande coalizione che si prepara a governare il Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quella di cinque persone che cercano di entrare nello stesso taxi, discutendo per mezz’ora su chi debba sedersi davanti, finché il taxi se ne va.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Resta la sabbia. Resta il vento.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E resta quella scritta che avevano propagandato con tanta fiducia: “Campo Largo”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Peccato che il vento, questa volta, sembra non abbia&nbsp;&nbsp;bisogno di aspettare le urne</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Machiavellus</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Nievo, Fermi, Tito Livio di Padova: meno studenti, ma nessuno vuole cambiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SCUOLA - UNIVERSITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo In Italia c’è una cosa che non cambia mai:&#160;la contrarietà al cambiamento Possiamo cambiare Governi, Presidenti della Repubblica, moneta, tecnologie, abitudini, perfino il modo di comunicare.&#160; Ma quando qualcuno propone di cambiare qualcosa che esiste già, scatta immediatamente<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a>In Italia c’è una cosa che non cambia mai:&nbsp;<strong>la contrarietà al cambiamento</strong></a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Possiamo cambiare Governi</strong>, Presidenti della Repubblica, moneta, tecnologie, abitudini, perfino il modo di comunicare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando qualcuno propone di cambiare qualcosa che esiste già, scatta immediatamente il riflesso condizionato nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“No”.<strong>&nbsp;</strong>“Eh, però…”<strong>&nbsp;</strong>“Bisogna pensarci”. Non è così semplice”.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E alla fine, possibilmente, non si cambia niente.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Succede con l’albero pericolante che nessuno vuole tagliare perché “è lì da sempre”, con le strade che devono rimanere esattamente com’erano quando passavamo in motorino, con gli uffici pubblici che continuano ad esistere anche quando non si capisce più bene a cosa servano.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E adesso succede anche con le scuole.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che, nel caso della scuola, c’è un piccolo particolare che rende il dibattito assai più surreale: gli studenti stanno diminuendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un&#8217;opinione politica. Non è una teoria di qualche economista neoliberista. Non è un complotto della Provincia contro il liceo della nostra adolescenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È demografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la demografia, diversamente dalle assemblee, dalle dichiarazioni sindacali e dalle conferenze stampa, ha il pessimo vizio di non negoziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso padovano è per me emblematico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Piano di sviluppo strategico degli edifici scolastici provinciali ha messo sotto osservazione il futuro della rete scolastica, prendendo in considerazione i 36 istituti provinciali, l&#8217;andamento della popolazione scolastica, l&#8217;offerta formativa, i trasporti e le condizioni degli edifici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tra gli scenari che potrebbero essere valutati c’è anche quello dell’accorpamento amministrativo di alcuni Licei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tito Livio, Ippolito Nievo ed Enrico Fermi, insieme a Modigliani e Selvatico, risultano infatti sotto la soglia dei 900 studenti indicata come riferimento per gli accorpamenti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione: il piano non decide alcun accorpamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le eventuali decisioni spettano agli Organismi regionali competenti, ed il quadro potrà essere ridiscusso negli anni a venire sulla base dell&#8217;evoluzione delle iscrizioni e della popolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, non è ancora arrivato il becchino con la vanga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È arrivato, più semplicemente, qualcuno che ha avuto l’idea piuttosto rivoluzionaria per l’Italia di guardare avanti di qualche anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è bastato questo per riaccendere la discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui entra in scena il sottoscritto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io al Liceo Scientifico Ippolito Nievo ci sono stato davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevo quindici anni e frequentavo il secondo anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era un altro mondo, e non soltanto perché avevamo i capelli più scuri e le prospettive di vita meno catastrofiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Padova esistevano solo due Licei: il classico Tito Livio e lo scientifico Ippolito Nievo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora il problema non era trovare studenti; era trovare posto per tutti gli studenti figli del boom demografico del dopoguerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Nievo era strapieno e gli studenti venivano distribuiti in succursali e locali di fortuna sparsi per la città, finché ad un certo punto diventò evidente che serviva un altro Liceo scientifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, nel 1969, nacque l’Enrico Fermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio dal Nievo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Fermi, insomma, è in un certo senso figlio del Nievo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, 57 anni dopo, ci troviamo davanti ad un curioso scherzo della storia: quello che nacque perché il Nievo era diventato troppo grande potrebbe essere ricondotto amministrativamente al Nievo perché gli studenti sono diventati troppo pochi.&nbsp;&nbsp;Ed a questi si aggiunge anche il Tito Livio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia, quando vuole, sa essere molto più ironica di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, come da copione italico, davanti a questa prospettiva è subito comparsa la parola magica: identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Fermi ha il suo brand.&nbsp;Il Nievo ha il suo brand.&nbsp;&nbsp;Il Tito Livio ha il suo brand.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono tradizioni, rivalità, esperienze, affetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed io quella rivalità, che sicuramente ha contribuito alla qualità dell&#8217;offerta didattica ed educativa, la capisco benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ancora oggi mi capita di passare davanti alla storica sede del Nievo di via San Gregorio Barbarigo provo un sentimento che non ha nulla di razionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È nostalgia.&nbsp;&nbsp;È affectio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la memoria di un&#8217;età nella quale il futuro sembrava infinito, e non avevamo ancora scoperto che, prima o poi, qualcuno avrebbe inventato le riunioni condominiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio perché conosco quel sentimento, mi permetto di dire una cosa:&nbsp;la memoria è una cosa, l&#8217;amministrazione scolastica è un&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli argomenti utilizzati per difendere l&#8217;autonomia dei licei è comparso anche quello della memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui siamo arrivati ad un livello quasi metafisico; il Tito Livio, infatti, è la scuola nella quale studiò Giorgio Napolitano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo un ex assessore provinciale ridimensionare un Istituto nel quale fu allievo l&#8217;ex presidente della Repubblica sarebbe addirittura uno “schiaffo alla memoria”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, con tutto il rispetto per Giorgio Napolitano, che naturalmente appartiene alla storia della Repubblica italiana, non credo che il suo curriculum scolastico possa diventare un parametro per decidere quante Segreterie d’Istituto debbano avere i Licei di Padova nel 2035.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti rischiamo di aprire una nuova frontiera della Pubblica Amministrazione: il dimensionamento scolastico per illustri ex alunni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Ministero dovrebbe allora predisporre una graduatoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima gli istituti frequentati da Presidenti della Repubblica, poi quelli frequentati da Ministri, poi quelli frequentati da Premi Nobel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E infine, se avanzano risorse, quelli frequentati da noi comuni mortali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il dibattito dovrebbe tornare con i piedi per terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sembra chiaro che nessuno sta dicendo che bisogna cancellare la storia del Fermi, del Nievo o del Tito Livio; nessuno sta dicendo che bisogna chiudere i Licei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ipotesi riguarda soprattutto Presidi e Segreterie.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è capire se, con meno studenti, abbia senso mantenere strutture amministrative separate quando le norme prevedono determinati parametri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda.&nbsp;&nbsp;Non una sentenza di morte.&nbsp;&nbsp;E soprattutto non è una guerra contro la scuola pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, andrebbe spiegato perché i fondi risparmiati eliminando i doppioni tra Presidenze e Segreterie debbano per forza essere visti come un taglio all&#8217;istruzione, e non come un&#8217;opportunità per reinvestirli dove ce n&#8217;è davvero bisogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché qui entra in scena un&#8217;altra straordinaria caratteristica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando aumentano gli studenti, chiediamo più scuole.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando diminuiscono gli studenti, chiediamo classi meno numerose.&nbsp;&nbsp;Quando diminuiscono ancora, chiediamo più personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E contemporaneamente diciamo che non bisogna accorpare le strutture amministrative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole: meno studenti, ma possibilmente lo stesso numero di tutto il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una concezione dell&#8217;efficienza amministrativa che potrebbe essere studiata dagli economisti come fenomeno antropologico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La diminuzione degli studenti non deve necessariamente significare una scuola peggiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe significare esattamente il contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Classi meno affollate, più attenzione individuale, più spazi, più possibilità di seguire gli studenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tutto questo ha un costo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qualcuno prima o poi dovrà spiegare dove si trovano le risorse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la demografia ha un&#8217;altra caratteristica poco simpatica: non produce automaticamente più soldi quando produce meno persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Sindacati e le Rappresentanze studentesche sostengono che il calo demografico dovrebbe essere utilizzato per ridurre il numero degli alunni per classe e potenziare il personale, anziché per ridurre le autonomie scolastiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un&#8217;opinione legittima.&nbsp;&nbsp;Ma non basta pronunciare la formula “classi meno numerose” perché compaiano magicamente insegnanti, bidelli, segretari e risorse finanziarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fosse così semplice, avremmo risolto da tempo anche il problema del debito pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è esattamente questo il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Programmare il futuro quando le cose vanno ancora bene non significa ammettere che oggi vadano male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa semplicemente evitare di arrivare domani con il problema già esploso.&nbsp;&nbsp;Ma noi italiani abbiamo una particolare predilezione per il contrario.&nbsp;Aspettiamo che il problema diventi drammatico.&nbsp;Poi nominiamo una commissione.&nbsp;Poi facciamo un tavolo.&nbsp;Poi convochiamo le parti sociali.&nbsp;Poi ascoltiamo il territorio.&nbsp;Poi elaboriamo un documento.&nbsp;Poi apriamo un confronto.&nbsp;Poi scopriamo che sono passati dieci anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E finalmente decidiamo di non decidere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci al punto che va oltre Padova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo continuare a progettare il futuro usando come modello il mondo nel quale siamo cresciuti noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io sono affezionato al Nievo, ed alla Sezione “A” che ho frequentato per 5 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sarò sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio perché appartengo a quella generazione, so che il mondo nel quale ho studiato non esiste più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1969 nasceva il Fermi perché c&#8217;erano troppi ragazzi.&nbsp;&nbsp;Oggi si ragiona sul futuro dei Licei perché ci sono sempre meno ragazzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è colpa del Fermi.&nbsp;Non è colpa del Nievo.&nbsp;Non è colpa del Tito Livio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto non è colpa della Provincia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la realtà.&nbsp;&nbsp;Ed alla realtà, prima o poi, bisogna rispondere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo anche continuare a discutere se sia più bello il Fermi, più prestigioso il Nievo, o più storico il Tito Livio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo organizzare convegni, assemblee, raccolte di firme ed appelli alla memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo perfino evocare Giorgio Napolitano, Tito Livio, Enrico Fermi ed Ippolito Nievo tutti insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ci sarà sempre chi non parteciperà ad alcuna assemblea:&nbsp;il bambino che non è nato<strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel bambino, fra quindici anni, non entrerà in nessuna aula.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è la realtà che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché conservare la memoria è un dovere; pretendere che il mondo rimanga uguale per rispettarla è semplicemente un&#8217;altra cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è arrivato il momento di capirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche a Padova.&nbsp;Anche a scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche noi, ogni tanto, dovremmo avere il coraggio di dire sì al cambiamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima che sia il cambiamento, come sempre, a decidere per noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Miracolo a Palermo: prima il complotto, poi la fila per il vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 07:44:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo “Ma poscia, più che ’l dogma, poté il vaccino”.Potremmo quasi metterla così, parafrasando Dante, per raccontare una delle più fulminanti conversioni collettive di questi giorni.Perché c&#8217;è una cosa che riesce ancora a fare la realtà, quando si decide<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Ma poscia, più che ’l dogma, poté il vaccino”.<br>Potremmo quasi metterla così, parafrasando Dante, per raccontare una delle più fulminanti conversioni collettive di questi giorni.<br>Perché c&#8217;è una cosa che riesce ancora a fare la realtà, quando si decide a presentarsi senza preavviso: mettere in fila le persone.<br>A Palermo, dopo la morte di Anna Rosa, quattro anni, colpita da una sospetta difterite, è scattata infatti la corsa al vaccino.<br>Nei centri vaccinali si sono presentati genitori con bambini che non avevano la copertura contro la malattia. Alcuni senza neppure prenotazione, pronti ad aspettare il proprio turno.<br>E improvvisamente il vaccino, quello stesso vaccino che fino a ieri veniva guardato con diffidenza, è diventato una cosa piuttosto urgente.<br>Non una dittatura sanitaria, non un complotto delle multinazionali, non uno strumento di controllo delle masse.<br>Una puntura, da fare possibilmente subito.<br>La notizia, naturalmente, sarebbe soltanto drammatica se non contenesse anche una di quelle formidabili contraddizioni con cui gli esseri umani riescono periodicamente a deliziare gli osservatori esterni.<br>Per anni ci hanno rotto i coglioni con il mantra della «libera scelta».<br>«Mio figlio è mio e decido io.» «Il corpo è mio.» «Nessuno può impormi niente.» «Prima voglio informarmi.» «Non mi fido della scienza.» «I vaccini sono pericolosi.»<br>E giù discussioni infinite, video sui social, sedicenti esperti, professoroni improvvisati, influencer con il camice virtuale e naturalmente l&#8217;immancabile «me l&#8217;ha detto un medico».<br>Poi arriva una bambina di quattro anni che muore di una malattia che in Italia sembrava ormai confinata ai libri di storia.<br>E succede il miracolo.<br>La fede vacilla, il dogma si incrina, il microchip può aspettare, il grafene pure, la dittatura sanitaria viene momentaneamente archiviata.<br>E la domanda diventa molto più concreta: «Scusi, per il vaccino dove devo mettermi in fila?»<br>Ecco la grande vittoria della realtà. Non della scienza, perché la scienza aveva già parlato. Non dei medici, perché i medici lo ripetono da anni.<br>Non del Ministero della Salute, che continuerà naturalmente a produrre circolari che qualcuno leggerà con la stessa attenzione riservata ai libretti delle istruzioni.<br>Ha vinto la paura.<br>Quella sì che è una comunicatrice formidabile.<br>Basta una tragedia e improvvisamente quello che sembrava un problema teorico diventa terribilmente concreto.<br>Il professor Giovanni Corsello ha riferito che nelle 48 ore successive al decesso le richieste ai pediatri sono aumentate del 10 per cento, soprattutto da parte di genitori che non avevano vaccinato i figli, di persone esitanti o semplicemente dubbiose.<br>E allora viene da chiedersi: possibile che la stessa informazione, quando arriva da un pediatra, da un epidemiologo o dall&#8217;Istituto superiore di sanità, abbia bisogno di anni per entrare nella testa di qualcuno, mentre quando arriva dalla morte di una bambina riesce a raggiungere il cervello in meno di quarantotto ore?<br>Evidentemente sì.<br>La scienza parla. La realtà urla. E noi, curiosa specie, sembriamo avere un udito selettivo.<br>Il problema è che la realtà non discute, non partecipa ai talk show, non apre un canale Telegram, non scrive post indignati su Facebook, non si presenta in televisione con un cartello «Io non ci casco».<br>La realtà semplicemente arriva. E quando arriva, spesso presenta il conto.<br>La vicenda di Palermo dovrebbe far riflettere anche su un&#8217;altra cosa.<br>Il parroco dello Zen ha detto di essere rimasto stupito nel constatare quanti bambini non fossero coperti dalle vaccinazioni obbligatorie.<br>E qui il discorso diventa molto meno divertente.<br>Perché dietro le percentuali ci sono bambini. In Sicilia, per i nati nel 2022, la copertura per il ciclo completo dell&#8217;esavalente risultava all&#8217;85,13%, contro il 94,46% della media nazionale.<br>Sono numeri. Ma ogni numero che manca all&#8217;appello rappresenta una persona.<br>Ed è proprio questo che spesso sfugge nella discussione sui vaccini: la vaccinazione non riguarda soltanto il rapporto fra il singolo individuo e il proprio rischio.<br>Riguarda anche gli altri, i più piccoli, i più fragili, quelli che non possono essere protetti semplicemente dicendo «io ho scelto».<br>Perché la libertà di scelta è una cosa seria. Ma lo è anche la responsabilità delle proprie scelte.<br>E soprattutto bisogna ricordare che nel caso di Anna Rosa non siamo davanti a una sentenza.<br>I genitori sono indagati per omicidio colposo e hanno a loro volta denunciato tre ospedali palermitani. Sarà la magistratura a stabilire che cosa sia realmente accaduto e quali responsabilità, se ce ne sono, debbano essere attribuite.<br>Su questo non c&#8217;è spazio per le sentenze da bar.<br>C&#8217;è un&#8217;inchiesta e va rispettata.<br>Ma c&#8217;è anche una bambina morta.<br>E c&#8217;è una domanda che riguarda tutti noi.<br>Come è possibile che una malattia contro la quale esiste da decenni una vaccinazione efficace possa tornare a fare paura proprio perché qualcuno ha deciso che vaccinarsi era diventato un atto ideologico?<br>Qui arriviamo al capolavoro.<br>Perché il movimento No-Vax ha costruito per anni una narrazione nella quale vaccinarsi era una prova di sottomissione e rifiutare il vaccino una dimostrazione di indipendenza.<br>Poi, improvvisamente, la fila, tutti insieme, in ordinata attesa, possibilmente prima degli altri.<br>Non c&#8217;è nulla di più umano. E forse proprio per questo c&#8217;è qualcosa di profondamente malinconico. Perché sarebbe bastato ascoltare prima. Non serviva aspettare una tragedia. Non serviva che una bambina morisse. Non serviva che una malattia considerata sconfitta tornasse a ricordarci della propria esistenza. Bastava prendere sul serio ciò che la medicina dice da decenni.<br>Ma noi siamo fatti così.<br>Abbiamo bisogno di vedere il precipizio prima di convincerci che esiste.<br>E allora permettetemi di chiudere tornando al Sommo Poeta.<br>Dante aveva immaginato un viaggio nell&#8217;Inferno, fra peccatori di ogni genere.<br>Non avrebbe probabilmente previsto una categoria moderna: i convertiti dell&#8217;ultima ora.<br>Quelli che ieri spiegavano al mondo perché il vaccino fosse una pericolosa imposizione e oggi fanno la fila per farselo somministrare.<br>Non è necessariamente un male cambiare idea. Anzi.<br>Cambiare idea davanti a nuove informazioni è una delle cose più intelligenti che un essere umano possa fare.<br>Il problema è quando per cambiare idea bisogna aspettare che la realtà ci presenti una bambina senza vita.<br>E allora sì.<br>Ma poscia, più che ’l dogma, poté il vaccino.<br>Per anni hanno chiesto prove. La scienza gliele ha date.<br>Hanno chiesto studi. Ne sono stati fatti a migliaia.<br>Hanno chiesto certezze. La medicina ha spiegato tutto quello che poteva spiegare.<br>Poi è arrivata la realtà.<br>E la realtà, questa volta, aveva già aperto lo sportello delle prenotazioni.<br>Così, dopo tanto peregrinare fra complotti, microchip, grafene, dittature sanitarie e libertà individuali, eccoli finalmente tutti in fila davanti a un centro vaccinale.<br>Non sappiamo se sia una conversione. Non sappiamo se sia paura. Non sappiamo nemmeno se domani torneranno a scrivere che i vaccini fanno male.<br>Ma almeno, per una volta, la realtà ha avuto l&#8217;ultima parola.<br>E Dante, probabilmente, avrebbe sorriso.<br>Perché dopo essere scesi fino all&#8217;ultimo girone del dogma, della diffidenza e della pseudoscienza, possiamo finalmente permetterci una piccola variazione sul verso più famoso della Commedia: «E quindi uscimmo a riveder le stelle.”<br>Possibilmente dopo aver fatto il vaccino. Umberto Baldo</p>
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		<title>La scuola-forno. Le stagioni cambiate e le aule di ieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 07:25:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è un luogo nel quale il cambiamento climatico rischia di diventare molto presto qualcosa di più concreto di una discussione fra climatologi, ambientalisti,&#160;negazionisti&#160;&#160;e politici. Quel&#160;luogo è la scuola. Perché mentre continuiamo a discutere se il pianeta si stia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un luogo nel quale il cambiamento climatico rischia di diventare molto presto qualcosa di più concreto di una discussione fra climatologi, ambientalisti,&nbsp;negazionisti&nbsp;&nbsp;e politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel&nbsp;luogo è la scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre continuiamo a discutere se il pianeta si stia scaldando troppo, poco, o nella misura prevista dall&#8217;ultimo rapporto dell&#8217;ONU, migliaia di bambini e ragazzi rischiano semplicemente di trovarsi seduti in aule dove, a giugno o a settembre, fa un caldo infernale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva la prima sorpresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo una recente analisi di&nbsp;Tuttoscuola, ricavata dai dati dell&#8217;Anagrafe dell&#8217;edilizia scolastica, nel 2024-25 soltanto il 7,2% degli edifici scolastici italiani risultava dotato di condizionatori.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa, in termini molto semplici, che oltre nove edifici su dieci ne erano privi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non prenderei questo numero come una fotografia perfetta delle singole scuole, perché non lo è: il dato riguarda gli edifici e non le aule, e non è detto che, dove c’è, la climatizzazione non riguardi solo le Presidenze e gli Uffici di Segreteria.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;ordine di grandezza è quello, ed è abbastanza impressionante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna, tanto per non farci mancare il confronto con il nostro naturale termine di paragone mediterraneo, sembra messa ancora peggio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo una stima riportata dalla stampa spagnola, soltanto una piccola frazione, attorno all&#8217;1%, delle scuole “pubbliche”, sarebbe climatizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, possiamo consolarci: non siamo i soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni nessuno, o quasi, ha considerato prioritario climatizzare le scuole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non era necessariamente una follia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le scuole italiane sono state progettate quando il problema principale era il freddo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisognava riscaldare le aule durante l&#8217;inverno, non trasformarle in frigoriferi durante l&#8217;estate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il calendario scolastico, poi, sembrava risolvere il problema alla radice: a luglio ed agosto le scuole erano chiuse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che il clima non abbia letto il calendario ministeriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caldo, anno dopo anno, arriva prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Maggio può ormai sembrare luglio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giugno può diventare una prova di resistenza proprio quando gli studenti affrontano verifiche, esami e maturità.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E settembre, quello che una volta era il mese del ritorno a scuola con temperature ragionevoli, può ormai presentarsi con caratteristiche pienamente estive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la tendenza climatica continuerà, la domanda non sarà più soltanto se le scuole debbano essere climatizzate a giugno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà:&nbsp;quanto ci vorrà prima che il problema riguardi anche settembre, ottobre e magari altri mesi che oggi consideriamo &#8220;freschi&#8221;?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché questa è la parte della storia che continuiamo a rimuovere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi ragioniamo ancora con le stagioni che abbiamo conosciuto da bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il clima, evidentemente, no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni abbiamo avuto a disposizione una quantità di denaro pubblico che, sulla carta, avrebbe potuto permetterci di affrontare anche il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PNRR ha messo sul piatto miliardi per la scuola e per l&#8217;edilizia scolastica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stati finanziati nuovi edifici, mense, palestre, interventi di sicurezza ed efficientamento energetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piano per la sostituzione di vecchi edifici scolastici, per esempio, ha previsto 800 milioni di euro per costruire 195 nuove scuole, con l&#8217;obiettivo di ridurre drasticamente i consumi energetici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma viene spontanea una domanda:&nbsp;quando abbiamo progettato la scuola del futuro, abbiamo progettato anche una scuola capace di sopportare il clima del futuro?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una scuola energeticamente efficiente non dovrebbe essere soltanto una scuola che consuma poco per essere riscaldata in inverno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovrebbe essere anche una scuola che non diventa un forno quando fuori ci sono 35 gradi e passa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui il sospetto che qualcosa sia sfuggito alla programmazione viene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è l&#8217;altra grande stagione della politica energetica italiana: il Superbonus 110%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo spinto con una forza finanziaria senza precedenti la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio privato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cappotti termici, infissi, pompe di calore, pannelli fotovoltaici, interventi sulle parti comuni dei condomini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una montagna di denaro pubblico destinata a migliorare l&#8217;efficienza energetica degli edifici residenziali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sto dicendo che quelle case non dovessero essere efficientate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sto dicendo un&#8217;altra cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre ci preoccupavamo di aumentare la classe energetica delle abitazioni private,&nbsp;persino seconde case e immobili che certo non appartenevano all&#8217;edilizia popolare, la scuola pubblica continuava spesso a funzionare dentro edifici costruiti per un&#8217;altra epoca climatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse questa è una delle fotografie più efficaci delle nostre priorità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cittadino poteva comunque trovare il modo di rendere più efficiente la propria abitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragazzo, invece, continuerà a studiare dentro un&#8217;aula dove il termometro sale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sarebbe troppo facile cadere nell&#8217;altra semplificazione.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non credo che la soluzione sia trasformare ogni aula italiana in un supermercato americano con l&#8217;aria condizionata sparata a 18 gradi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima vengono l&#8217;architettura, l&#8217;ombreggiamento, gli alberi, le schermature solari, l&#8217;isolamento, la ventilazione naturale e meccanica, il ricambio dell&#8217;aria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi, dove serve, anche il condizionamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il problema non è soltanto quanto consumiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È&nbsp;come progettiamo gli edifici nei quali passeranno gran parte della loro vita le generazioni future.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che la scuola diventa il simbolo di una contraddizione più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto arriva sempre la stessa obiezione:&nbsp;non ci sono i soldi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Davvero?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le valutazioni che circolano, elaborate da&nbsp;Tuttoscuola&nbsp;e da altre testate specializzate, parlano, come prima stima, di un investimento nell&#8217;ordine del&nbsp;miliardo di euro &nbsp;per portare la climatizzazione nelle aule italiane, cifra che può crescere se si interviene anche sulle reti elettriche e sulla riqualificazione complessiva degli edifici.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono dati ufficiali, ma danno un ordine di grandezza credibile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un miliardo non è una mancia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è nemmeno una cifra fuori dalla portata di un Paese che convive serenamente con un debito pubblico di&nbsp;2.947 miliardi di euro,&nbsp;e che negli ultimi anni ha trovato decine di miliardi per bonus di ogni genere, incentivi edilizi, condoni e rottamazioni, monopattini, banchi a rotelle, facciate, e qualunque altra invenzione della fantasia politica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui, però, non stiamo parlando di aumentare il valore di una seconda casa o di migliorare la classe energetica di una villetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stiamo parlando della salute di milioni di studenti e di centinaia di migliaia di insegnanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando in un&#8217;aula si superano stabilmente i 34 o 35 gradi non è più una questione di comfort.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche un problema di salute: il caldo eccessivo peggiora le condizioni di lavoro e di apprendimento, riduce la capacità di concentrazione e può aumentare il rischio di malesseri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Continuiamo a trattare il caldo come un fastidio stagionale, quando ormai è diventato uno stabile fattore di&nbsp;rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riassumendo, parliamo continuamente di transizione ecologica, adattamento climatico, resilienza, decarbonizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi basta entrare in una scuola a giugno per scoprire che il futuro, almeno quello degli studenti, ha ancora le finestre aperte ed un ventilatore appoggiato sul pavimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, allora, non è stabilire se il cambiamento climatico sia diventato abbastanza evidente da meritare un condizionatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è molto più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se, nonostante i negazionisti del clima, sappiamo che le temperature medie stanno aumentando, perché continuiamo a progettare gli edifici pubblici come se fra vent&#8217;anni il clima fosse quello di vent&#8217;anni fa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una scuola dura decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;aula costruita oggi sarà utilizzata dai nostri figli, dai nostri nipoti e probabilmente anche dai loro figli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nessuno può sapere con precisione quale sarà la temperatura di un giorno di settembre del 2045.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa la sappiamo già.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarà stato saggio costruire oggi una scuola pensando che il problema principale continuerà ad essere soltanto quello di accendere il riscaldamento quando arriva l&#8217;inverno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché magari tra qualche anno saremo costretti a spiegare ai ragazzi che una volta esisteva una cosa chiamata &#8220;mezza stagione&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E loro ci guarderanno come noi guardiamo oggi chi racconta di quando per telefonare doveva cercare una cabina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è che la cabina telefonica è sparita perché è arrivata una tecnologia migliore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scuola-forno rischia invece di restare perché la politica non avrà saputo immaginare per tempo il mondo nel quale quei ragazzi dovranno vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Elly Schlein, tre passaporti e la moglie di Cesare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 07:31:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Si dice che i vecchi siano fissati su certe cose.&#160;&#160;Io lo so di essere ormai attempato, e quindi ho anch’io le mie fisse.&#160; Una devo ammetterlo, riguarda Elly Schlein ed i suoi tre passaporti. Lo so, lo so.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dice che i vecchi siano fissati su certe cose.&nbsp;&nbsp;Io lo so di essere ormai attempato, e quindi ho anch’io le mie fisse.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una devo ammetterlo, riguarda Elly Schlein ed i suoi tre passaporti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo so, lo so. Ci sono problemi ben più seri nel mondo. Guerre, debito pubblico, salari, sanità, energia, intelligenza artificiale che avanza mentre noi discutiamo ancora di balneari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure questa storia continua a tornarmi in mente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E siccome ne avevo già scritto un anno fa, evidentemente non sono riuscito a farmene una ragione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi ci torno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia chiaro fin dall&#8217;inizio:&nbsp;<strong>non c&#8217;è nulla di illegale</strong><strong>.&nbsp;</strong>Elly Schlein, per quanto risulta, possiede la cittadinanza italiana, quella statunitense e quella svizzera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge lo consente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessun reato, nessuna irregolarità, nessun misterioso passaggio notturno di documenti alla frontiera.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tutto perfettamente legittimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora qual è il problema?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, almeno secondo la mia visione, è che&nbsp;<strong>la legalità non esaurisce la politica</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono cose che un cittadino può legittimamente fare e che un politico, soprattutto quando aspira a ricoprire le più alte cariche dello Stato, dovrebbe forse valutare anche sotto il profilo dell&#8217;opportunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un concetto antico, quasi preistorico: quello secondo cui, in politica, non conta soltanto ciò che è consentito, ma anche ciò che è appropriato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta si usava dire: &#8220;la moglie di Cesare non deve solo essere onesta, deve anche sembrare onesta&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi forse dovremmo chiamarla &#8220;la moglie di Cesare con tre passaporti&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché qui arriviamo al punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elly Schlein non è semplicemente una cittadina con una storia familiare internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la segretaria del Partito Democratico e aspira, legittimamente, a poter guidare un giorno il Governo italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora una domanda, che sarà pure da vecchio fissato, me la pongo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È possibile che non avverta lei stessa un minimo di stridore nel conservare, accanto a quello italiano, anche il passaporto americano e quello svizzero?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sto dicendo che sia meno patriottica.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non sto dicendo che domani mattina telefonerebbe a Washington o a Berna prima di prendere una decisione.&nbsp;&nbsp;E non sto neppure dicendo che un cittadino americano o svizzero non possa essere un ottimo Presidente del Consiglio italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sto dicendo un&#8217;altra cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando chiedi agli italiani di affidarti la guida del loro Paese, forse è ragionevole chiedersi se tu per prima non senta il bisogno di eliminare ogni possibile ambiguità.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la politica vive anche di simboli. E vive soprattutto di percezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo allora un piccolo esperimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Supponiamo che un importante esponente politico italiano, magari candidato a Palazzo Chigi, possieda anche la cittadinanza russa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente di illegale, naturalmente.&nbsp;&nbsp;La Russia consente la doppia cittadinanza? Bene.&nbsp;&nbsp;Il nostro ordinamento la consente? Bene.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il nostro politico non ha mai preso un rublo da Putin? Benissimo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non ha mai parlato con il Cremlino? Ancora meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sarebbero tutti tranquilli?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>O a</strong>vremmo giornali pieni di titoli sulla &#8220;zona d&#8217;ombra&#8221;.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Avremmo talk show con geo politologi spuntati come funghi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Avremmo richieste di chiarimenti, interrogazioni parlamentari, dichiarazioni indignate e probabilmente qualche seduta straordinaria del Parlamento per discutere del destino della Repubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nessuno direbbe: &#8220;Ma che volete? È perfettamente legale.&#8221;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giustamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in quel caso tutti capirebbero immediatamente che&nbsp;<strong>legalità e opportunità politica sono due cose diverse</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora la domanda diventa inevitabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quello che quasi sicuramente considereremmo un problema politico con un passaporto russo dovrebbe smettere di esserlo quando i passaporti sono americano e svizzero?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione: non sto mettendo sullo stesso piano Stati Uniti, Svizzera e Russia. Sarebbe una sciocchezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti sono un alleato dell&#8217;Italia e la Svizzera è un Paese amico con cui abbiamo rapporti strettissimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma restano&nbsp;<strong>Stati stranieri</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E se un domani il Presidente del Consiglio italiano dovesse sedersi al tavolo con Washington per discutere di commercio, dazi, difesa, energia o politica estera, sarebbe davvero così assurdo pensare che qualcuno poterebbe osservare che quel Presidente del Consiglio è anche cittadino americano?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che sarebbe condizionato.&nbsp;&nbsp;Significa che&nbsp;<strong>potrebbe essere percepito come tale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E in politica, piaccia o non piaccia, la percezione conta.&nbsp;&nbsp;Anzi, spesso conta più della realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il motivo per cui i politici passano settimane a spiegare che non hanno mai conosciuto Tizio, che non hanno mai telefonato a Caio, che quella cena era assolutamente casuale, e che quel volo sull&#8217;aereo dell&#8217;amico era soltanto una coincidenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in politica non basta essere innocenti.&nbsp;&nbsp;Bisogna anche cercare di&nbsp;<strong>non apparire inutilmente esposti al sospetto</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora io torno alla mia vecchia fissa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Elly Schlein vuole diventare Presidente del Consiglio italiano, perché non fare un gesto semplicissimo?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rinunciare alle altre due cittadinanze.&nbsp;&nbsp;Non per dimostrare di essere italiana. Non perché qualcuno possa dubitare delle sue origini. Non perché glielo imponga la legge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma per dire agli italiani:&nbsp;<strong>&#8220;Quando chiedo di guidare questo Paese, scelgo questo Paese. Senza riserve.&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe un gesto simbolico.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma la politica è fatta anche di gesti simbolici.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo, francamente, lo percepisco come molto italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo bravissimi a pretendere trasparenza dagli avversari e comprensione per gli amici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La moralità pubblica, da noi, ha spesso la curiosa caratteristica di cambiare colore a seconda di chi occupa la poltrona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo alla mia fissa. Forse sono davvero soltanto un vecchio che si attacca ai dettagli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può darsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma continuo a pensare che&nbsp;<strong>quando si aspira a sedere a Palazzo Chigi, su tre passaporti&nbsp;&nbsp;forse due sono di troppo</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché gli altri due siano illegali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché Elly Schlein debba dimostrare qualcosa sulle proprie origini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché chi vuole rappresentare un Paese dovrebbe essere il primo a chiedersi se ogni suo legame formale con altri Stati sia compatibile con quella rappresentanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto perché vorrei che la risposta fosse la stessa per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Amici e nemici. Destra e sinistra.&nbsp;&nbsp;Schlein e chiunque altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti non stiamo difendendo un principio.&nbsp;&nbsp;<strong>Stiamo soltanto scegliendo a chi applicarlo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa, più che una questione di passaporti, sarebbe una questione di coerenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che, in politica, è già merce abbastanza rara da meritare un documento d&#8217;identità tutto suo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La benzina come bancomat. In Spagna il pieno, in Italia il salasso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 07:27:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Varcare il confine spagnolo o fermarsi in una qualsiasi stazione di servizio tra la Catalogna e l&#8217;Andalusia provoca, nell’automobilista italiano, un istintivo senso di smarrimento. Perché il confronto con la Spagna,&#160;proprio per la sua somiglianza apparente con il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Varcare il confine spagnolo o fermarsi in una qualsiasi stazione di servizio tra la Catalogna e l&#8217;Andalusia provoca, nell’automobilista italiano, un istintivo senso di smarrimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il confronto con la Spagna,&nbsp;proprio per la sua somiglianza apparente con il nostro Paese, è particolarmente impietoso.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stessa appartenenza all&#8217;Unione europea, stessa moneta, economie mediterranee, milioni di automobilisti, una forte componente turistica, ed una lunga dipendenza dal trasporto su gomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure alla pompa il conto può essere sensibilmente diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa interessante è che oggi non dobbiamo nemmeno fidarci del racconto di qualche automobilista italiano in vacanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I prezzi dei carburanti sono disponibili praticamente in tempo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tanto per dire, ieri in un distributore a Madrid la verde a 95 ottani era a&nbsp;1,655 euro il litro, quella a 98 ottani a 1,775; il diesel normale a 1,784 euro/litro, ed il diesel “optima” a 1,821 euro/litro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma un amico a Siviglia mi segnalava la verde 95 a 1,508 euro/litro, il diesel a 1,597 euro litro, ed il diesel “optima” a 1,695.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va tenuto conto che i prezzi dei carburanti in Spagna variano a seconda delle Comunidad autonomas (di fatto le nostre Regioni), alle quali viene assegnato una parte del prezzo per sostenere la sanità pubblica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vi riporto quelli dello stesso giorno in Italia per non farvi alzare la pressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanto lo sappiamo che&nbsp;in Italia, superare i due euro/litro è ormai la norma quotidiana, una consuetudine rassegnata cui ci siamo assuefatti con colpevole pigrizia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su un pieno da cinquanta litri, il delta sfiora i quindici-venti euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la vera notizia — quella che dovrebbe far indignare chiunque produca, viaggi o semplicemente lavori — è che la materia prima la paghiamo esattamente allo stesso prezzo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il greggio sulle piazze internazionali è il medesimo, i costi di raffinazione differiscono di decimali irrilevanti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La voragine che separa l&#8217;Italia dalla Spagna non ha nulla a che vedere con il mercato globale: è una scelta interamente&nbsp;&#8220;Made in Rome&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui, però, bisogna evitare una scorciatoia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna non è diventata improvvisamente il paradiso fiscale dell&#8217;automobilista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2026 Madrid ha adottato misure straordinarie proprio per contenere l&#8217;impatto della crisi energetica.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il Governo spagnolo ha ridotto temporaneamente&nbsp;&nbsp;l&#8217;imposta sugli idrocarburi ed ha portato l&#8217;IVA sui carburanti dal 21% al 10% (da marzo a fine giugno).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fine giugno è stata inoltre approvata una nuova riduzione dell&#8217;imposta, pari a 10 centesimi al litro per agosto, con ulteriori interventi previsti per settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo è precisamente il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte a uno shock energetico,&nbsp;<strong>Madrid ha scelto di usare anche la leva fiscale per attenuare il prezzo alla pompa</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessariamente una politica da imitare sempre e comunque.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tagliare le imposte significa rinunciare ad entrate pubbliche che qualcuno dovrà recuperare altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è una scelta politica, che per quanto riguarda l’Italia non può prescindere dal macigno del nostro debito pubblico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio perché è una scelta politica, non è corretto raccontare il prezzo della benzina come se fosse una calamità naturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il petrolio è una calamità naturale soltanto fino ad un certo punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il resto lo decidono i Governi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è un’altra grande differenza.&nbsp;&nbsp;L&#8217;Italia possiede una rete distributiva enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fine 2024 gli impianti italiani erano circa 21.750; in Spagna circa 12.631.&nbsp;&nbsp;La differenza è impressionante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia ha una rete di distribuzione molto più estesa e frammentata, con moltissimi impianti che vendono relativamente poco carburante.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una rete sovradimensionata significa inevitabilmente maggiori costi fissi da sostenere.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna ha spalancato da tempo la rete distributiva alla grande distribuzione organizzata ed alle stazioni&nbsp;unbrandedcompletamente automatizzate, creando una concorrenza spietata che ha tagliato i margini di intermediazione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La competizione sui prezzi, insomma, non è un dettaglio, e sappiamo che nel Belpaese non abbiamo in generale un bel rapporto con la “concorrenza” (un esempio classico i taxi).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto sui numeri scoperchia un cortocircuito culturale prima ancora che contabile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Spagna l’Impuesto sobre Hidrocarburos&nbsp;è stato storicamente calibrato vicino ai livelli minimi consentiti dalle direttive europee.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte alle fiammate inflazionistiche, il Governo spagnolo non ha esitato ad intervenire sul fiscale, tagliando l&#8217;imposta speciale e riducendo l’IVA al 10%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia, al contrario, detiene una delle pressioni fiscali sul carburante più feroci dell&#8217;intero Continente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le accise italiane — un sedimento geologico di balzelli stratificati nei decenni per finanziare di tutto, dalle guerre del secolo scorso alle emergenze dimenticate — rappresentano un pilastro rigido da cui lo Stato non sa e non vuole affrancarsi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge l&#8217;autentica perversione giuridico-economica che prevede che&nbsp;l&#8217;IVA al 22% sui carburanti si applica sul “prezzo totale della materia prima maggiorato dell&#8217;accisa”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta a tutti gli effetti di un meccanismo di &#8220;tassa su un&#8217;altra tassa&#8221;;&nbsp;una tassa applicata su un&#8217;altra tassa, che trasforma ogni aumento del petrolio in un doppio incasso automatico per l&#8217;Erario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Concludendo,&nbsp;ci si riempie la bocca, ad ogni campagna elettorale, di difesa del potere d&#8217;acquisto, tutela del ceto medio, e rilancio della competitività delle imprese.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ci si volta dall&#8217;altra parte di fronte al fatto che la benzina è il bene intermedio per eccellenza: tassare la benzina significa tassare la spesa che arriva sui banchi del supermercato, il campionario del rappresentante, lo spostamento del pendolare che non ha l&#8217;alternativa di un treno ad alta velocità sotto casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna dimostra che si può scegliere di non soffocare la crescita economica per far cassa immediata sul carburante.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia continua a fare l&#8217;opposto: punisce chi si muove per mantenere in vita un apparato statale che non sa e non vuole fare spending review.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché la politica italiana continuerà a considerare la pompa di benzina come la propria cassa di riserva inesauribile, ogni discorso sulla crescita e sulla giustizia fiscale rimarrà pura demagogia da spogliatoio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse c&#8217;è qualcosa di profondamente paradossale nel fatto che lo Stato, da una parte, dica agli italiani di consumare, lavorare, produrre, viaggiare e far crescere il PIL e, dall&#8217;altra, continui a trattare uno dei principali strumenti attraverso cui tutto questo avviene come un gigantesco bancomat fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine della strada c&#8217;è sempre una pompa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E alla pompa, molto democraticamente, paghiamo tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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