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	<title>EDITORIALE | TViWeb</title>
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		<title>Ferragosto alla brace. Storia, fumo gioie e litigi davanti alla griglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 07:17:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento dell&#8217;anno in cui gli italiani, almeno per qualche ora, riescono in un’impresa che alla politica nazionale sembra proibita: mettersi d’accordo.Succede a Ferragosto.Non importa se uno vota a destra o a sinistra, se è sovranista od europeista, se<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C&#8217;è un momento dell&#8217;anno in cui gli italiani, almeno per qualche ora, riescono in un’impresa che alla politica nazionale sembra proibita: mettersi d’accordo.<br>Succede a Ferragosto.<br>Non importa se uno vota a destra o a sinistra, se è sovranista od europeista, se passa l&#8217;estate al mare od in montagna.<br>Quando arriva il 15 agosto, prima o poi ci ritroviamo tutti davanti ad una griglia.<br>Il sole picchia come se avesse qualcosa di personale contro di noi, il prato è diventato una lastra di cemento, il gazebo offre un&#8217;ombra più psicologica che reale, ma qualcuno ha già acceso il fuoco.<br>E da quel momento comincia la cerimonia.<br>Tavolate con tovaglie spaiate, bottiglie di vino, birra, caraffe di gazzosa e insalatiere di pomodori che nessuno toccherà fino a quando non sarà finita la carne. Bambini che girano intorno alla tavola alla ricerca di un&#8217;oliva, una fetta di salame o qualsiasi cosa sia commestibile, e non ancora sotto il controllo degli adulti.<br>La nonna porta il pane, la zia arriva con i peperoni grigliati, necessario tributo formale alla salute; il cugino provvede alle bevande.<br>E poi c&#8217;è lui, il padrone della griglia.<br>Non importa chi sia nella vita quotidiana.<br>Può essere un impiegato, un pensionato, un avvocato, un idraulico o un professore universitario.<br>Davanti alla brace si trasforma immediatamente in un&#8217;autorità.<br>Con le pinze in mano acquista una competenza che non sapevamo possedesse.<br>Controlla la temperatura con il palmo della mano. Sposta la carbonella. Distribuisce i pezzi. Decide quali costine hanno bisogno di altri tre minuti e quali devono essere immediatamente salvate dal fuoco.<br>Nessuno osa contraddirlo.<br>Perché la griglia, a differenza del Parlamento, ha una maggioranza assoluta: comanda quello che tiene le pinze.<br>È una scena che potrebbe essere stata fotografata ieri oppure cinquant&#8217;anni fa.<br>Cambiano le automobili, le canzoni, le scarpe, i telefoni appoggiati sul tavolo.<br>Una volta c&#8217;era la radiolina, oggi c&#8217;è la cassa Bluetooth. Una volta si telefonava dalla cabina, oggi tutti hanno uno smartphone in tasca.<br>Ma la scena è rimasta sorprendentemente uguale.<br>Il 15 agosto continua ad essere uno dei pochi momenti nei quali gli italiani sentono il bisogno di stare insieme senza che nessuno abbia organizzato un convegno, una manifestazione od una riunione condominiale.<br>E forse non è un caso.<br>Ferragosto ha radici antiche. Le Feriae Augusti furono istituite in epoca romana da Ottaviano Augusto come periodo di riposo dopo i lavori agricoli, e finirono per sovrapporsi alle numerose feste che già celebravano la fine dei lavori nei campi.<br>La nostra grigliata, naturalmente, non arriva direttamente dall&#8217;antica Roma.<br>I romani non ci hanno lasciato il ricettario della «costata alla brace di Ferragosto», anche se qualche storico della gastronomia potrebbe essere tentato di sostenere il contrario.<br>Ma l&#8217;idea di fondo è rimasta; quando il lavoro si ferma, si mangia insieme.<br>Per secoli, però, mangiare carne non è stato affatto normale per la maggioranza degli italiani.<br>Nelle campagne la tavola quotidiana era fatta soprattutto di legumi, cereali, verdure, polenta e minestre.<br>La carne era un alimento prezioso, spesso riservato alle occasioni importanti.<br>Il maiale rappresentava una specie di banca alimentare della famiglia contadina: quando arrivava il momento di sacrificarlo, non si buttava praticamente nulla.<br>La carne bovina, invece, era molto meno presente sulle tavole popolari.<br>Poi è arrivato il Novecento, con il benessere, i frigoriferi, i supermercati, l&#8217;aumento dei consumi e quella straordinaria trasformazione che ha portato la carne da alimento occasionale a presenza quasi ordinaria della dieta italiana.<br>E così la grigliata è diventata democratica, non più il banchetto dei ricchi, ma la festa di tutti.<br>Con una particolarità tutta italiana: anche davanti alla stessa griglia riusciamo a creare diverse correnti di pensiero.<br>C&#8217;è chi vuole la carne ben cotta, c&#8217;è chi sostiene che la carne ben cotta sia un delitto, c&#8217;è quello che vuole la salsiccia appena colorita, quello che la vuole carbonizzata, quello che continua a ripetere «ancora due minuti» anche quando il pezzo di carne potrebbe ormai essere utilizzato come fermacarte.<br>E naturalmente c&#8217;è il vegetariano o il vegano.<br>Che davanti ad una tavolata di costine, salsicce, braciole e pancetta può tranquillamente rivendicare la propria superiorità morale.<br>Poi però qualcuno, per scherzo o per sfida, gli mette davanti una costina grigliata……e per qualche minuto cala il silenzio.<br>Scherzi a parte, la griglia racconta bene anche la varietà dell&#8217;Italia.<br>Al Nord troviamo costate, costine, salsicce e carni marinate.<br>In Abruzzo ci sono gli arrosticini, che hanno trasformato piccoli pezzi di carne infilzati su uno spiedino in una vera istituzione. In molte zone dell&#8217;Appennino e del Mezzogiorno cambiano carni, spezie, erbe e modalità di cottura.<br>Poi sono arrivate le contaminazioni. Le ribs americane, i cevapcici balcanici, le salse, le marinature, le cotture lente.<br>Globalizzazione anche davanti al barbecue.<br>Ma c&#8217;è una cosa che non è cambiata: la discussione.<br>Perché la grigliata italiana non è mai soltanto un pasto.<br>È una piccola assemblea familiare.<br>Uno parla del caldo, argomento quest’anno sicuramente prevalente, uno del governo, uno dei figli, uno dei prezzi della carne, uno racconta che «ai suoi tempi» le cose erano diverse, un altro spiega che il problema è sempre colpa dell&#8217;Europa.<br>Il più giovane guarda il telefono e apparentemente non ascolta nessuno.<br>Il più anziano, invece, ascolta tutti ed alla fine pronuncia la frase che chiude ogni discussione: “Una volta queste cose non succedevano”.<br>Non sappiamo esattamente quali cose, ma sappiamo che una volta era meglio.<br>Nel frattempo il padrone della griglia continua il suo lavoro.<br>Suda più di tutti, mangia meno di tutti e viene interrotto ogni tre minuti da qualcuno che chiede: «È pronta?»<br>La risposta è sempre la stessa: «Ancora cinque minuti.»<br>Quei cinque minuti possono durare mezz&#8217;ora. Ma nessuno protesta davvero.<br>Perché in fondo è questo il rito. Aspettare insieme, mangiare insieme, bere insieme, ridere, discutere, rubare un pezzo di carne dalla griglia prima che venga ufficialmente dichiarato commestibile.<br>E ritrovarsi, per qualche ora, dentro una dimensione nella quale il tempo sembra essersi fermato.<br>Ferragosto può essere il mare, la montagna, una gita, un albergo, un campeggio, una spiaggia affollata od una casa con il giardino.<br>Ma c&#8217;è qualcosa che accomuna molte di queste situazioni: la voglia di stare insieme attorno ad un tavolo.<br>Forse è proprio questo che rende la grigliata qualcosa di più di una semplice modalità di cottura.<br>Non è la carne ad essere importante, e non è nemmeno la brace.<br>È quel piccolo cerchio di persone che si forma intorno al fuoco; un gesto antico, diventato moderno, una tradizione che non ha bisogno di essere dichiarata.<br>E che sopravvive perché, in fondo, noi italiani siamo ancora capaci di riconoscere una verità elementare: nella vita ci sono momenti in cui bisogna semplicemente sedersi, mangiare, bere e stare insieme.<br>Ferragosto è uno di quelli.<br>Poi, naturalmente, il giorno dopo ricominceremo a litigare su tutto.<br>Ma almeno per un giorno, davanti alla griglia, l&#8217;Italia avrà avuto un solo governo: quello di chi tiene le pinze.<br>Buon Ferragosto a tutti.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il turismo corre ma è straniero: italiani a casa senza “schei”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 09:03:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p>Tutti a casa a riempire le sagre paesane o i supermarket in vista del picnic dà Ferragosto. Così in Veneto ma pure nel resto d’Italia.  L’Italia turistica corre, gli italiani molto meno. È questo il grande paradosso dell’estate 2026: alberghi pieni, città d’arte affollate, località balneari prese d’assalto e un settore che continua a macinare numeri importanti, mentre dietro la fotografia scintillante delle presenze si nasconde un’altra Italia, decisamente meno spensierata, quella di chi riduce le ferie, sceglie soggiorni sempre più brevi, resta a casa oppure arriva perfino a chiedere un prestito pur di concedersi qualche giorno di vacanza. Due Italie che convivono sotto lo stesso ombrellone. Secondo le previsioni Isnart-Unioncamere, tra luglio e agosto sono attese 171,8 milioni di presenze turistiche, con una crescita complessiva del 4,6% rispetto al 2025. Ma il dato più significativo è un altro: oltre 89 milioni di presenze, pari al 52% del totale, saranno straniere. E proprio la componente internazionale dovrebbe crescere dell’8,3%, mentre quella italiana è prevista sostanzialmente stabile. Il turismo italiano, insomma, sta bene, ma questo non significa necessariamente che stiano bene anche gli italiani. Già nei primi mesi dell’anno il divario era evidente: nel primo trimestre 2026 le presenze straniere erano aumentate del 23%, superando i 39 milioni, mentre quelle domestiche erano cresciute molto meno. Contemporaneamente continuavano a salire i prezzi dei servizi turistici, con ristorazione e strutture ricettive sensibilmente più care rispetto a tre anni fa. E quando si passa dalle statistiche turistiche ai bilanci familiari, il quadro cambia drasticamente. L’Osservatorio nazionale di Federconsumatori ha stimato che nell’estate 2026 solo il 44% degli italiani si concederà una vacanza e tra coloro che partiranno oltre la metà sceglierà un soggiorno ridotto tra tre e cinque giorni, spesso appoggiandosi ad amici o parenti. Le diverse indagini disponibili utilizzano metodologie differenti, ma la direzione è piuttosto chiara: il prezzo è diventato la variabile decisiva delle vacanze. Non è difficile capire perché. Federconsumatori calcola che una settimana al mare in alta stagione per una famiglia di quattro persone possa arrivare a costare 6.733 euro, mentre una settimana in montagna sfiora i 4.915 euro e una crociera supera i 6.600. Assoutenti, concentrandosi sul soggiorno alberghiero, segnala che una famiglia con due figli deve spendere mediamente oltre 2.000 euro per sette notti in hotel nella settimana centrale di agosto. Poi ci sono benzina, autostrada, ristoranti, lettini, ombrelloni, gelati e aperitivi, quella lunga sequenza di piccoli e grandi costi che trasforma una settimana di ferie in una voce sempre più pesante del bilancio familiare. Ed ecco il dato forse più impressionante di tutti: nei primi cinque mesi del 2026 sono stati erogati circa 170 milioni di euro di prestiti destinati alle vacanze. La richiesta media è stata di circa 5.400 euro, da restituire mediamente in 50 rate da circa 132 euro al mese, mentre dal 2019 le richieste di finanziamenti per le ferie sono aumentate del 42%. Una vacanza che finisce ad agosto, insomma, ma che qualcuno continuerà a pagare per quattro anni. È probabilmente questo il dato che meglio racconta la crisi del potere d’acquisto italiano. Perché andare in vacanza non è certamente un diritto costituzionale e nessuno può pretendere una settimana in Sardegna o in Costa Smeralda a prezzi popolari, ma quando una quota crescente di famiglie deve ridurre drasticamente i giorni di ferie, affidarsi all’ospitalità dei parenti oppure ricorrere al credito per partire, il problema smette di riguardare soltanto il turismo e riguarda direttamente i redditi. Il risultato è una sorta di turismo a due velocità. Da una parte c’è un’Italia che vende benissimo sé stessa al mondo, con americani, britannici, tedeschi, svizzeri e turisti internazionali che continuano a scegliere il nostro Paese, sostenendo alberghi, ristorazione, commercio e servizi. Ed è naturalmente un’ottima notizia per un comparto fondamentale dell’economia nazionale. Dall’altra c’è una parte sempre più consistente della popolazione residente che guarda quelle stesse località come qualcosa di progressivamente meno accessibile. Gli alberghi possono essere pieni e contemporaneamente le famiglie italiane essere più povere. Le due cose non sono affatto in contraddizione. È questa, forse, la fotografia più significativa dell’estate 2026: un Paese pieno di turisti e con tanti italiani che fanno sempre più fatica a permettersi di essere turisti a casa propria. Il tutto mentre la vacanza, per alcuni, smette perfino di essere un piacere pagato con i risparmi e diventa un consumo comprato a rate. Il turismo italiano brinda ai record. Molte famiglie italiane, invece, fanno i conti. E spesso scoprono che per loro, quest’anno, sotto l’ombrellone non c’è più posto.<br></p>
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		<title>L’anticiclone è africano, ma in Africa non fa mica così caldo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni infernali alle sette del mattino l’aria è già compromessa.Alle cinque e mezza, invece, c’è ancora quel piccolo cuscinetto di sopravvivenza che ti permette di uscire senza sentirti immediatamente dentro una serra.L’altra mattina, davanti al bar che cominciava<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>In questi giorni infernali alle sette del mattino l’aria è già compromessa.<br>Alle cinque e mezza, invece, c’è ancora quel piccolo cuscinetto di sopravvivenza che ti permette di uscire senza sentirti immediatamente dentro una serra.<br>L’altra mattina, davanti al bar che cominciava appena a tirare su la serranda, c’erano due ragazzi seduti ai tavolini esterni.<br>Carnagione scura, fare tranquillo di chi ha appena finito o sta per iniziare un turno.<br>Lancio un «ciao» di cortesia, di quelli che a quell’ora si scambiano tra rari superstiti della notte. Parola tira parola, scopro che si chiamano Fatou, originario del Senegal, e Ousman, che viene dal Gambia.<br>Due ragazzi africani, giovani, sorridenti, con quella calma che io, alle cinque e mezza del mattino e con questo caldo, considero già una forma superiore di filosofia.<br>Parliamo del più e del meno.<br>Fatalmente, mentre il primo sole cominciava già a picchiare sui marciapiedi, il discorso è caduto sull’unica ossessione di queste settimane: la morsa del caldo.<br>E io, con la disinvoltura di chi pensa di stare dicendo una cosa ovvia, butto là: Oggi fa un caldo che sembra di stare al Paese vostro!»<br>Fatou mi guarda.<br>Ousman mi guarda.<br>Poi uno dei due risponde: “Ma in Africa non fa mica così caldo!”<br>Ed io rimango lì.<br>Lì per lì ho pensato ad una battuta, a quella nostalgia del Paese natio che ridisegna anche il clima.<br>E invece no, avevano perfettamente ragione loro.<br>Il grande luogo comune dell’ &#8220;Africa&#8221; come un unico, immenso blocco di sabbia arroventata è solo un vizio della nostra pigrizia geografica.<br>E a pensarci bene, la mia osservazione era proprio sbagliata.<br>“L’Africa”. Come se fosse un posto solo. Come se fosse tutta uguale.<br>Come se dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, il termometro avesse deciso di mantenersi stabilmente sui quaranta gradi.<br>Invece l’Africa è enorme. E soprattutto non è un clima.<br>In questi giorni basta guardare qualche città per accorgersene.<br>A Banjul, in Gambia, il 12 agosto si viaggia intorno ai 27-28 gradi, con nuvole, piogge e molta umidità. Dakar, in Senegal, in agosto ha temperature mediamente intorno ai trenta gradi, ma il clima è umido e piovoso.<br>Poi basta scendere verso sud ed il nostro immaginario comincia definitivamente a fare acqua.<br>A Johannesburg in questi giorni è inverno, e le massime si aggirano intorno ai 22 gradi.<br>A Città del Capo siamo addirittura intorno ai 15, con pioggia.<br>Non esattamente il Sahara che avevamo prenotato nella nostra testa.<br>Certo, esiste anche l’Africa dei quaranta gradi.<br>Il Cairo, per esempio, oggi può arrivare intorno ai 39 (comunque gli stessi di molte nostre città “da bollino rosso”)<br>E ci sono vaste aree del Nord Africa dove il caldo estivo è davvero feroce.<br>Ma è proprio questo il punto.<br>L’unico vero &#8220;forno&#8221; resta il Sahara. Ma il Sahara è un deserto di pietra e sabbia, non un Paese abitato.<br>Il paradosso è che noi continuiamo a chiamare &#8220;anticiclone africano&#8221; questa bolla d’aria rovente come se fosse il clima ordinario di un intero continente, quando in realtà è solo un loro scarto meteorologico che ci viene spedito a domicilio.<br>L’Africa non è una temperatura, così come l’Europa non è una temperatura.<br>E’ evidente che il nostro errore nasce da una vecchia abitudine mentale: abbiamo trasformato il Sahara nell’Africa intera, nello stesso modo in cui qualche volta trasformiamo una cartolina in un continente.<br>Poi succede una cosa curiosa.<br>Mentre noi, in questi giorni, guardiamo il termometro e sogniamo il Nord Europa, in molte parti dell’Africa occidentale il problema non sono affatto i quaranta gradi che ci aspetteremmo. E nell’Africa australe è addirittura inverno.<br>E allora penso a Fatou e Ousman.<br>Forse la cosa più interessante della mia battuta non era la loro risposta.<br>Era il fatto che io, nell’osservazione «In Africa fa caldo come qui», avevo dato per scontata un’intera geografia.<br>Una geografia fatta di caldo, sabbia ed un continente tutto uguale.<br>Loro, con una frase di cinque parole, me l’hanno restituita al suo posto: “Ma in Africa non fa mica così caldo!”<br>Già.<br>E forse, per imparare un po’ di geografia del mondo moderno, alle cinque e mezza del mattino non serve nemmeno aprire un atlante.<br>A volte basta fermarsi a parlare sul marciapiede sotto casa.</p>
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		<title>Un vicentino per rivoluzionare il calcio: Orsato ci prova!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 08:31:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il calcio italiano prova a ripartire da un vicentino. E non da uno qualsiasi. Daniele Orsato, recoarese e appartenente alla sezione AIA di Schio, è il nuovo responsabile della CAN di Serie A e Serie B. Una scelta che arriva<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il calcio italiano prova a ripartire da un vicentino. E non da uno qualsiasi. Daniele Orsato, recoarese e appartenente alla sezione AIA di Schio, è il nuovo responsabile della CAN di Serie A e Serie B. Una scelta che arriva in uno dei momenti più delicati per il mondo arbitrale italiano e che affida all’ex direttore di gara internazionale un compito decisamente più complicato della semplice compilazione delle designazioni domenicali.</p>



<p>Orsato prende il posto di Gianluca Rocchi, autosospesosi dopo essere finito nell’inchiesta della Procura di Milano per presunto concorso in frode sportiva. Una vicenda sulla quale, naturalmente, saranno gli organi competenti a fare chiarezza, ma che ha ulteriormente appesantito un clima già segnato da polemiche, sospetti e contestazioni. </p>



<p>Ed è proprio qui che comincia la vera missione di Orsato: restituire dignità agli arbitri.</p>



<p>Non significa partire dal presupposto che tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni sia stato irregolare. Sarebbe sbagliato e ingeneroso. Significa però riconoscere che attorno agli arbitri italiani si è creata una gigantesca zona grigia fatta di interpretazioni differenti, comunicazioni spesso incomprensibili, polemiche sulle designazioni e soprattutto di un utilizzo del VAR che, invece di spegnere le discussioni, troppe volte è riuscito nel miracolo opposto: moltiplicarle.</p>



<p>La tecnologia doveva eliminare gli errori clamorosi. Progressivamente è sembrata trasformarsi in qualcosa di diverso: una sorta di secondo arbitro, nascosto davanti ai monitor, capace talvolta di condizionare il collega sul terreno di gioco. Il risultato è stato paradossale. Abbiamo più telecamere, più replay, più tecnologia e probabilmente anche più precisione, ma non necessariamente più serenità.</p>



<p>Ed è proprio su questo punto che Orsato sembra voler imprimere una svolta. Il nuovo designatore ha spiegato che l’obiettivo sarà aumentare la precisione tecnica dell’arbitro sul terreno di gioco proprio per quasi eliminare il Var. Successivamente ha ribadito il concetto: tecnologia importante, certamente, ma soglia di intervento alta e centralità della decisione presa sul campo. </p>



<p>È probabilmente la strada giusta.</p>



<p>Il VAR deve tornare ad essere ciò per cui era stato immaginato: <strong>una rete di sicurezza contro l’errore evidente</strong>, non la moviola permanente attraverso la quale vivisezionare qualsiasi contatto alla ricerca di un’immagine capace di ribaltare una decisione. Altrimenti si rischia di togliere all’arbitro personalità, autorevolezza e persino la capacità di interpretare una partita.</p>



<p>Un arbitro deve arbitrare. Deve vedere, decidere e assumersi la responsabilità della propria decisione. Il VAR deve intervenire quando qualcosa di importante gli è realmente sfuggito, non trasformare ogni episodio in un procedimento giudiziario da trenta replay.</p>



<p>Orsato, da questo punto di vista, possiede un patrimonio difficilmente discutibile: esperienza internazionale, personalità e conoscenza del campo. Adesso dovrà trasferire queste caratteristiche a una nuova generazione di arbitri. E soprattutto dovrà pretendere uniformità. Perché uno dei problemi più irritanti degli ultimi campionati è stato vedere episodi praticamente identici giudicati in maniera differente a distanza di poche ore.</p>



<p>Rigore qui, niente rigore là. Rosso domenica, giallo lunedì. VAR che interviene in una partita e rimane silenzioso nell’altra.</p>



<p>È questa schizofrenia interpretativa che deve finire.</p>



<p>Ma c’è anche un’altra partita, forse ancora più importante. Quella della <strong>trasparenza</strong>. Dopo mesi nei quali il sistema arbitrale è finito sotto una lente d’ingrandimento enorme, non basta più chiedere fiducia. La fiducia va riconquistata. Con regole comprensibili, designazioni inattaccabili, comunicazioni chiare e la capacità di ammettere gli errori quando vengono commessi.</p>



<p>Orsato ha già detto che pretende rispetto ed educazione nei confronti degli arbitri. Richiesta sacrosanta. Ma il rispetto deve funzionare in entrambe le direzioni: il mondo del calcio deve rispettare gli arbitri e il sistema arbitrale deve rispettare tifosi, società e giocatori garantendo massima chiarezza e indipendenza.</p>



<p>Il vicentino si trova dunque davanti ad una sfida enorme. Non dovrà soltanto scegliere chi arbitrerà Juventus-Inter, Milan-Napoli o Roma-Lazio. Dovrà provare a ricostruire un rapporto di fiducia tra gli arbitri e il calcio italiano.</p>



<p>E magari potrà cominciare proprio dalla cosa più semplice: <strong> </strong>ridare la partita all’arbitro. </p>



<p>La tecnologia deve aiutare l’uomo, non sostituirlo.</p>



<p>Nel calcio, soprattutto, dovrebbe essere ancora il campo ad avere l’ultima parola.</p>
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		<title>Il Mediterraneo ribolle e si è fatto tropicale: mancano solo i pescecani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 08:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non serve più evocare l’Apocalisse con la vecchia storia del «non ci sono più le stagioni».Basta mettere un piede in acqua ad agosto per capire che il Mediterraneo non è più esattamente quello nel quale siamo cresciuti.E’ diventato più caldo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Non serve più evocare l’Apocalisse con la vecchia storia del «non ci sono più le stagioni».<br>Basta mettere un piede in acqua ad agosto per capire che il Mediterraneo non è più esattamente quello nel quale siamo cresciuti.<br>E’ diventato più caldo e, insieme all’acqua, sono cambiati anche gli ospiti.<br>Ma se c’è una cosa che trovo irresistibile in questa torrida estate 2026 è che, mentre continuiamo a discutere se davvero faccia più caldo di una volta, se il cambiamento climatico esista oppure sia la solita invenzione di scienziati, ambientalisti, comunisti e, perché no, anche dei meteorologi, il Mediterraneo, l’Adriatico e il Tirreno hanno deciso di risolvere la questione da soli.<br>Non con un convegno.<br>Con gli “immigrati”.<br>Non quelli umani, tranquilli. Quelli marini.<br>Perché il nostro vecchio Mediterraneo, quello nel quale abbiamo sempre nuotato pensando che la fauna fosse più o meno quella che avevamo imparato a conoscere da bambini, si sta trasformando in una specie di aeroporto internazionale.<br>Arrivano specie dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano, dall’Atlantico.<br>Alcune si ambientano talmente bene che ormai sembrano residenti da sempre.<br>Il problema è che non tutte sono venute qui per fare turismo; e, a differenza di certi turisti, non hanno nemmeno intenzione di ripartire a fine stagione.<br>Prendiamo il granchio blu.<br>È diventato una presenza stabile anche nelle acque venete, ed ha provocato danni pesantissimi agli allevamenti di molluschi. La Regione Veneto ha dovuto addirittura chiedere ed ottenere interventi straordinari per sostenere un settore messo in ginocchio.<br>Insomma, il granchio blu non è esattamente il tipo di ospite che inviti a cena e poi preghi perché si trattenga anche a Natale.<br>Ma lasciamo perdere per un momento i danni all’economia e all’ecosistema.<br>Perché c’è un altro aspetto della faccenda che merita qualche attenzione in più.<br>Ci sono specie arrivate nel nostro mare che possono essere pericolose anche per l’uomo.<br>Una ad esempio è il pesce leone (noto da noi anche come pesce scorpione) originario dell’Oceano Indiano ed ormai stabilmente presente in vaste aree del Mediterraneo orientale.<br>È bellissimo, ed è velenoso. Una combinazione che la natura, evidentemente, considera particolarmente divertente.<br>Le sue spine sono collegate a ghiandole velenifere, ed una puntura può provocare dolore intenso, gonfiore e altri sintomi, fino a reazioni più gravi nei casi più seri.<br>E c’è un particolare che vale la pena ricordare: le spine mantengono la loro pericolosità anche dopo la morte dell’animale.<br>Il pesce leone è ormai presente anche nei mari italiani, sebbene non sia ancora comune come nelle zone orientali del Mediterraneo, Grecia in particolare.<br>Poi c’è il pesce palla maculato, il Lagocephalus sceleratus.<br>Nome scientifico piuttosto elegante per una creatura che può contenere tetrodotossina, una delle tossine naturali più potenti conosciute.<br>E qui il consiglio è piuttosto semplice: se per caso ne pescate uno, non portatelo a casa per preparare una bella cena mediterranea.<br>Non è il caso di sperimentare la cucina fusion con il proprio apparato respiratorio.<br>Il pesce palla è arrivato attraverso il Canale di Suez e si è diffuso soprattutto nel Mediterraneo orientale, dove è diventato un problema serio per gli ecosistemi e per la pesca.<br>E poi ci sono le meduse.<br>Naturalmente non sono tutte specie aliene, e non si può attribuire ogni loro proliferazione al cambiamento climatico. Ma anche qui il quadro sta cambiando.<br>Ed in mezzo a questo cambiamento ci sono creature che sarebbe meglio non incontrare troppo da vicino.<br>Come la caravella portoghese, che medusa non è propriamente, ma alla quale assomiglia abbastanza da poter tranquillamente essere inserita nel nostro nuovo manuale di sopravvivenza balneare; nel senso che forse dovremmo insegnare ai nostri bambini a riconoscerla.<br>Un tempo ai piccoli insegnavamo a riconoscere una stella marina; adesso rischiamo di dover aggiornare il programma di educazione alla balneazione.<br>Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire al cambiamento climatico ogni specie nuova che si affaccia nei nostri mari.<br>Le cause sono diverse: il riscaldamento delle acque, certo, ma anche il traffico marittimo, il Canale di Suez, l’alterazione degli ecosistemi, l’inquinamento e la pressione dell’uomo.<br>Ma una cosa è difficilmente contestabile: un mare che cambia temperatura sta diventando anche un mare nel quale cambiano gli ospiti.<br>L’Unione europea considera ormai il Mediterraneo uno degli hotspot mondiali delle specie marine invasive.<br>Per decenni abbiamo raccontato ai nostri figli ed ai nostri nipoti che il nostro mare era un posto sostanzialmente sicuro.<br>Li lasciavamo giocare sul bagnasciuga, facevano il bagno vicino a riva, si tuffavano, raccoglievano conchiglie.<br>Al massimo c’era qualche medusa, qualche riccio, una vespa sulla spiaggia o il classico genitore che urlava: “Esci dall’acqua che hai le labbra blu!”<br>Il Mediterraneo era casa nostra.<br>Adesso, invece, mentre entri in acqua, oltre a controllare se hai messo la crema solare, forse sarebbe opportuno cominciare a chiedersi chi altro c’è in acqua con te.<br>Naturalmente arriveranno subito quelli che diranno che è tutto normale. Che le specie aliene ci sono sempre state. Che il clima è sempre cambiato. Che faceva caldo anche nel 1963. Che i ghiacciai si sono già sciolti altre volte. Che la Terra ha miliardi di anni.<br>Tutto vero. La Terra ha miliardi di anni.<br>Il problema è che noi ne abbiamo molti meno, e soprattutto abbiamo costruito le nostre società, le nostre città, le nostre economie e le nostre vacanze sulla base di condizioni ambientali che non sono affatto eterne.<br>È un repertorio ormai collaudato.<br>Se domani trovassimo un fenicottero rosa che mangia cocco sulla spiaggia di Jesolo, qualcuno ci spiegherebbe che i fenicotteri sono sempre esistiti e che il cocco, dopotutto, cresce anche in natura.<br>Il problema è che la negazione ha una caratteristica curiosa: non ha mai bisogno di cambiare idea. Cambia semplicemente argomento.<br>E il Mediterraneo, intanto, cambia sotto i nostri occhi.<br>Non c’è bisogno di credere a me. Basta guardare cosa c’è nell’acqua.<br>Il bello è che, probabilmente, fra qualche anno potremo finalmente mettere d’accordo tutti; negazionisti del clima ed ambientalisti, scienziati e complottisti, destra e sinistra, tutti sulla stessa spiaggia.<br>Perché a quel punto la domanda non sarà più: “Ma il Mediterraneo si sta davvero tropicalizzando?”<br>Sarà molto più semplice: “Quello che si muove là sotto ha i denti?”<br>E allora forse rimpiangeremo i tempi in cui il massimo pericolo per un bambino lasciato da solo sul bagnasciuga era ingoiare un po’ d’acqua salata.<br>Quanto ai pescecani, per ora possiamo stare relativamente tranquilli.<br>Ma visto l’andazzo, io eviterei di fare troppo affidamento sulla puntualità delle rassicurazioni.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Salvini, il Capitano che non comanda più: è l’ora di Zaia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui gli avversari smettono improvvisamente di essere il problema. Perché il problema diventano gli amici. Matteo Salvini sembra essere arrivato esattamente lì. Il direttivo della Lega lombarda, con le critiche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui gli avversari smettono improvvisamente di essere il problema. Perché il problema diventano gli amici.</p>



<p>Matteo Salvini sembra essere arrivato esattamente lì.</p>



<p>Il direttivo della Lega lombarda, con le critiche durissime rivolte al segretario e la richiesta di farsi da parte emersa nel confronto interno, racconta qualcosa di molto più profondo dell’ennesima baruffa di partito. Racconta la crisi di un sistema politico costruito per anni attorno a un uomo solo.</p>



<p>E soprattutto certifica la caduta di un tabù: Salvini non è più intoccabile.</p>



<p>È questo il vero fatto politico.</p>



<p>Perché finché a chiederti le dimissioni sono Schlein, Conte o qualche editorialista poco importa. Fa parte del gioco. Quando invece cominciano a farlo quelli che siedono al tuo stesso tavolo, il problema cambia natura.</p>



<p>Il Capitano scopre improvvisamente che l’equipaggio mugugna.</p>



<p>E qualcuno vorrebbe addirittura cambiare comandante.</p>



<p>La parabola salviniana, del resto, è una delle più impressionanti della politica italiana recente. Nel 2019 la Lega superava il 34 per cento alle Europee. Salvini sembrava poter divorare politicamente il centrodestra, oscurare Berlusconi e relegare Fratelli d’Italia a comprimario.</p>



<p>Poi qualcosa si è rotto.</p>



<p>È arrivato il Papeete, sono arrivate scelte politiche discutibili, continui cambi di bersaglio e una comunicazione sempre più onnivora. Un giorno l’immigrazione, quello dopo Bruxelles, poi i vaccini, la Russia, il Ponte sullo Stretto, il Codice della strada. Sempre alla ricerca del titolo, della polemica, del nemico del giorno.</p>



<p>Nel frattempo Giorgia Meloni faceva una cosa molto più semplice: costruiva pazientemente il proprio partito.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti.</p>



<p>La Lega che doveva conquistare l’Italia si ritrova oggi a dover riconquistare casa propria.</p>



<p>Ed è forse questa la più grande contraddizione dell’era Salvini.</p>



<p>Per inseguire il sogno del partito nazionale, la Lega ha progressivamente attenuato proprio quella specificità territoriale che ne aveva determinato la forza. Il Nord produttivo, gli amministratori, le autonomie, le imprese, il federalismo: temi che hanno spesso lasciato spazio alla rincorsa quotidiana dell’agenda nazionale.</p>



<p>Il problema è che nel frattempo quello spazio politico non è rimasto vuoto.</p>



<p>Ed ecco allora governatori, amministratori e dirigenti chiedersi quale sia oggi la funzione della Lega e soprattutto quale sia il futuro di un partito che appare schiacciato tra Fratelli d’Italia e Forza Italia.</p>



<p>Domanda legittima.</p>



<p>Ma ce n’è un’altra, molto più scomoda: Salvini è ancora la soluzione oppure è diventato parte del problema?</p>



<p>È questa la domanda che ormai circola apertamente nel Carroccio.</p>



<p>Attenzione, però, a considerarlo già politicamente finito. Salvini conosce il partito, ne controlla ancora leve importanti e soprattutto possiede quell’istinto di sopravvivenza che in politica conta spesso più delle raffinate strategie.</p>



<p>Ma la leadership vive anche di percezione.</p>



<p>E quando un leader deve continuamente dimostrare di essere ancora il leader significa che qualcosa si è già incrinato.</p>



<p>Pontida, allora, non sarà soltanto la solita liturgia del popolo leghista. Sarà inevitabilmente anche una conta politica e simbolica. Si guarderanno gli applausi, le presenze, i silenzi, le facce dei governatori, le parole pronunciate e soprattutto quelle accuratamente evitate.</p>



<p>Perché il problema di Salvini oggi non sono più soltanto i sondaggi.</p>



<p>È il dubbio.</p>



<p>Il dubbio insinuatosi dentro la Lega che forse il ciclo del Capitano abbia esaurito la propria spinta.</p>



<p>C’è infine una nemesi politica quasi perfetta.</p>



<p>Salvini conquistò la Lega rottamando nei fatti la vecchia stagione bossiana, trasformando radicalmente un movimento che sembrava destinato al declino. Lo fece con coraggio politico e con risultati, almeno inizialmente, straordinari.</p>



<p>Oggi rischia di trovarsi dall’altra parte della barricata.</p>



<p>Quella del leader al quale una nuova generazione di dirigenti comincia a spiegare che il partito deve cambiare per sopravvivere.</p>



<p>In politica non esistono rendite eterne.</p>



<p>E soprattutto non esistono Capitani per diritto divino.</p>



<p>Quando l’equipaggio comincia a discutere apertamente di chi debba stare al timone, la tempesta è già iniziata.</p>



<p><strong>E questa volta Salvini non può dare la colpa né all’Europa, né alla sinistra, né ai giudici. Perché il rumore arriva da casa sua.</strong></p>



<p></p>
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		<title>Dolomiti Superski, arrivano i rimborsi agli sciatori: fino al 30% sugli skipass dal 2022 al 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una notizia destinata a interessare migliaia di appassionati della montagna e dello sci. Chi ha acquistato uno skipass Dolomiti Superski nelle ultime stagioni potrebbe infatti avere diritto a un rimborso o a un voucher. L’Autorità Garante della Concorrenza e del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Una notizia destinata a interessare migliaia di appassionati della montagna e dello sci. Chi ha acquistato uno skipass Dolomiti Superski nelle ultime stagioni potrebbe infatti avere diritto a un rimborso o a un voucher.</p>



<p>L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiuso l’istruttoria che riguardava Dolomiti Superski e gli operatori del sistema con un pacchetto di compensazioni del valore complessivo di circa 30 milioni di euro, tra rimborsi e sconti destinati agli sciatori.</p>



<p>Il provvedimento riguarda chi ha acquistato skipass giornalieri o plurigiornalieri nelle stagioni invernali 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025 e prevede due possibilità: ottenere un voucher pari al 30% della somma spesa, utilizzabile per l’acquisto di un futuro skipass, oppure scegliere un rimborso in denaro pari al 20%.</p>



<p>Per fare un esempio, chi nel periodo interessato ha speso complessivamente 500 euro potrebbe ottenere un voucher da 150 euro oppure scegliere la restituzione di 100 euro. Cifre tutt’altro che irrilevanti, soprattutto per le famiglie che frequentano abitualmente le Dolomiti e che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con il forte aumento dei costi dello sci.</p>



<p>L’intervento dell’Antitrust arriva infatti dopo un’istruttoria che ha riguardato le modalità di determinazione dei prezzi degli skipass all’interno di uno dei sistemi sciistici più grandi e conosciuti d’Europa, con circa 1.200 chilometri di piste distribuiti in dodici comprensori.</p>



<p>Adesso l’attenzione si sposta sulle modalità concrete per ottenere le compensazioni. Dolomiti Superski ha annunciato una campagna informativa e la predisposizione di una piattaforma online attraverso la quale gli aventi diritto potranno presentare la propria richiesta. L’apertura è prevista entro la metà di ottobre.</p>



<p>Per chi ha sciato sulle Dolomiti nelle tre stagioni interessate diventa quindi importante recuperare e conservare la documentazione relativa agli skipass acquistati, dalle ricevute alle eventuali conferme elettroniche degli acquisti, in attesa delle istruzioni definitive.</p>



<p>Non mancano però le polemiche. Le associazioni dei consumatori hanno sollevato perplessità soprattutto sulla differenza tra il 30% riconosciuto sotto forma di voucher e il 20% restituito in denaro. Una distinzione che, secondo i critici, finirebbe inevitabilmente per premiare chi decide di tornare a sciare nel circuito Dolomiti Superski, mentre chi preferisce riavere semplicemente parte di quanto pagato deve accontentarsi di una percentuale inferiore.</p>



<p>C’è poi la questione delle risorse disponibili, perché le compensazioni sono legate allo stanziamento previsto. Un motivo in più per seguire con attenzione l’apertura della piattaforma e presentare la richiesta senza aspettare troppo.</p>



<p>La vicenda rappresenta comunque una novità significativa per un settore nel quale negli ultimi anni i prezzi sono cresciuti sensibilmente. Lo sci è diventato sempre più costoso e una giornata sulla neve, soprattutto per una famiglia, può ormai trasformarsi in una spesa importante tra skipass, attrezzatura, parcheggio, rifugi e trasporti.</p>



<p>Per migliaia di sciatori italiani, dunque, l’autunno porterà una piccola ma concreta possibilità di recuperare parte di quanto speso nelle ultime stagioni. Meglio controllare fin d’ora vecchie ricevute, email e acquisti online.</p>



<p>Perché questa volta, dopo anni nei quali sulle Dolomiti a salire vertiginosamente non sono state soltanto le funivie ma anche le tariffe, qualcosa potrebbe finalmente tornare indietro. E non soltanto a valle.</p>
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		<title>Tutti al mare? Sì però al Mare del Nord: Adriatico addio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:12:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una frase che ogni estate continuiamo a ripeterci, quasi fosse una formula magica capace di sconfiggere il termometro: “ma in spiaggia c’è sempre vento. Basta fare un bagno e passa tutto”.Peccato che il clima, a differenza delle nostre illusioni,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/tutti-al-mare-si-pero-al-mare-del-nord-adriatico-addio/">Tutti al mare? Sì però al Mare del Nord: Adriatico addio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>C&#8217;è una frase che ogni estate continuiamo a ripeterci, quasi fosse una formula magica capace di sconfiggere il termometro: “ma in spiaggia c’è sempre vento. Basta fare un bagno e passa tutto”.<br>Peccato che il clima, a differenza delle nostre illusioni, non legga le brochure degli stabilimenti balneari.<br>Chi ha trascorso gli ultimi luglio e agosto sulle spiagge dell&#8217;Alto Adriatico sa bene che, quando arriva l&#8217;anticiclone africano, il vento spesso sparisce proprio quando servirebbe di più.<br>L&#8217;aria si ferma, diventa pesante, immobile, quasi solida.<br>Il sole picchia senza tregua e quella che un tempo chiamavamo &#8220;sabbia dorata&#8221; assume le caratteristiche di una gigantesca piastra riscaldante.<br>Altro che refrigerio.<br>La spiaggia, con certe temperature, non è poi così diversa dall&#8217;asfalto di una città.<br>Cambia soltanto il colore: invece del grigio abbiamo il rassicurante giallo delle cartoline.<br>Ma il principio fisico è lo stesso: accumulare calore e restituirlo lentamente, possibilmente proprio quando il turista cerca di dormire.<br>Anche il mare non è più sempre quell&#8217;immensa vasca rinfrescante che ricordiamo.<br>Quando l&#8217;acqua raggiunge temperature quasi tropicali, il bagno non è necessariamente una fuga dal caldo.<br>A volte è semplicemente un trasferimento del caldo dalla spiaggia al mare.<br>E così può accadere il paradosso dell&#8217;estate moderna: pagare una vacanza al mare magari per trascorrere molte ore chiusi in camera o nel bungalow con il condizionatore acceso, aspettando che il sole tramonti.<br>Una vacanza vista mare, ma vissuta al riparo dal mare!<br>Non è soltanto una sensazione di chi vive e frequenta le coste italiane.<br>Del fenomeno cominciano ad occuparsi anche fonti internazionali autorevoli. Euronews parla della crescita della coolcation, l&#8217;OCSE segnala come gli eventi climatici estremi stiano modificando geografia e stagionalità del turismo, nel senso che i viaggiatori cercano sempre più destinazioni con temperature più moderate, comprese quelle del Nord Europa, mentre Tagesschau , in un articolo interessante proprio perché arriva dalla Germania, cioè da uno dei principali bacini turistici per Italia, Croazia e Spagna, si chiede se questa nuova ricerca del fresco sia ormai una tendenza strutturale.<br>Si può quindi sostenere che del problema se ne stanno accorgendo anche i turisti che per decenni hanno alimentato il nostro turismo balneare: tedeschi, olandesi, belgi, scandinavi.<br>Sono loro che hanno iniziato a guardare verso nord.<br>Come accennato, la parola di moda è coolcation: una vacanza fresca, una scelta che qualche anno fa sembrava quasi una curiosità da rivista di costume, e che oggi sta diventando una tendenza sempre più evidente.<br>Perché anche il turista del Nord Europa, quello che per generazioni ha inseguito il sole mediterraneo, ha fatto un semplice ragionamento: se devo affrontare mille chilometri di viaggio per arrivare in una località dove rischio di passare le giornate boccheggiando, forse posso trovare un&#8217;alternativa.<br>E le alternative esistono.<br>I litorali dei Paesi Bassi e del Belgio, un tempo considerati mete meno affascinanti rispetto al Mediterraneo, stanno acquistando un nuovo appeal.<br>Così come le coste francesi dell&#8217;Atlantico, dalla Normandia alla Bretagna.<br>Quest&#8217;ultima, per chi scrive, resta una delle regioni più belle d&#8217;Europa.<br>Un luogo dove il mare non viene addomesticato, ma vissuto nella sua natura più autentica: scogliere, fari, vento, grandi maree, cieli che cambiano nel giro di mezz&#8217;ora. La Bretagna non è solo una destinazione fresca. È il simbolo di un altro modo di vivere il mare: non il mare come consumo (&#8220;quanto costa l&#8217;ombrellone? quanto è calda l&#8217;acqua?&#8221;), ma come paesaggio. È un passaggio culturale interessante.<br>Certo, da quelle parti può capitare di dover indossare una giacca anche in estate.<br>L&#8217;acqua dell&#8217;oceano non ha certo le temperature di una piscina termale. Il vento può essere impetuoso.<br>Ma c&#8217;è una differenza fondamentale: lì si respira.<br>E forse questo sta diventando il nuovo lusso.<br>Per molto tempo abbiamo pensato che il privilegio fosse avere il sole garantito per quindici giorni consecutivi.<br>Oggi sempre più persone potrebbero scoprire che il vero privilegio è una sera d&#8217;agosto in cui si dorme con la finestra aperta.<br>Il cambiamento non significa che l&#8217;Italia perderà il suo fascino.<br>Sarebbe assurdo pensarlo. Il nostro patrimonio storico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico, resta qualcosa che il mondo continua a invidiarci.<br>Ma potrebbe cambiare il calendario.<br>Forse il Mediterraneo del futuro non sarà più il regno assoluto di luglio e agosto, ma quello delle stagioni intermedie: maggio, giugno, settembre, ottobre.<br>I mesi in cui il mare torna ad essere un piacere e non una prova di sopravvivenza.<br>Ed è qui che arriva a mio avviso la vera sfida per il turismo italiano.<br>Per anni abbiamo costruito un modello basato sull&#8217;idea che l&#8217;estate fosse un blocco immutabile: quindici giorni di agosto, spiaggia piena, prezzi alti, tutto esaurito.<br>Ma il clima non firma contratti con le tradizioni.<br>Se luglio e agosto diventano progressivamente mesi troppo caldi per essere piacevoli, il turismo dovrà reinventarsi.<br>Dovrà offrire esperienze diverse, distribuire le presenze nell&#8217;arco dell&#8217;anno, valorizzare territori e stagioni finora considerate secondarie.<br>Perché alla fine il turista non compra il caldo, compra il piacere di stare bene.<br>E se un giorno il vero simbolo della vacanza perfetta sarà un maglione leggero indossato la sera davanti al mare, forse dovremo accettare una piccola rivoluzione: l&#8217;estate europea potrebbe non finire più sulle spiagge del Mediterraneo, ma cominciare sulle coste dove ancora si può respirare.<br>Anche questa, in fondo, è una conseguenza del cambiamento climatico: non ci sta soltanto spostando le temperature.<br>Ci sta spostando i desideri.<br>Per secoli il Nord Europa ha invidiato il nostro sole; forse per la prima volta siamo noi a dover invidiare il loro vento.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>E dio creò Brigitte Bardot che creò l’Estate!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 08:43:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento preciso, nella memoria del Novecento, in cui l’estate smette di essere soltanto una stagione sul calendario, e diventa uno stato dell’anima.Un istante fatto del profumo acuto del pino marittimo, dell’asfalto arroventato che incontra la salsedine, del canto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è un momento preciso, nella memoria del Novecento, in cui l’estate smette di essere soltanto una stagione sul calendario, e diventa uno stato dell’anima.<br>Un istante fatto del profumo acuto del pino marittimo, dell’asfalto arroventato che incontra la salsedine, del canto metallico delle cicale che riempie il pomeriggio.<br>Ha il colore del sole sulla pelle ed il rumore delle onde in lontananza.<br>E, soprattutto, ha un volto: quello di Brigitte Bardot.<br>A Cannes nel 1953, una giovanissima Bardot si presenta in bikini sulla spiaggia del Carlton durante il Festival.<br>In quegli anni è ancora un costume capace di suscitare curiosità e scandalo, ma addosso a lei sembra perdere ogni traccia di trasgressione per diventare qualcosa di diverso: naturale, solare, quasi inevitabile.<br>Non è soltanto il corpo di una ragazza a entrare nell&#8217;immaginario collettivo; è una nuova idea di estate.<br>Fino ad allora la bellezza cinematografica aveva spesso avuto il rigore della posa: acconciature impeccabili, abiti costruiti, gesti misurati, una sensualità che arrivava al pubblico attraverso la perfezione.<br>Bardot porta invece sullo schermo e sulle spiagge qualcosa di apparentemente opposto: il disordine, la spontaneità, la pelle nuda al sole, i capelli spettinati dal vento.<br>La sua bellezza non sembra chiedere il permesso.<br>È questo, forse, il segreto della “rivoluzione Bardot”.<br>Non tanto aver sdoganato il bikini, né aver scoperto la sensualità — il bikini esisteva già, ed il cinema conosceva da tempo le sue dive — quanto aver trasformato la libertà del corpo in un gesto quotidiano; un modo di stare al mondo.<br>Il punto di non ritorno arriva nel 1956 con “Et Dieu… créa la femme”, il film di Roger Vadim che consacra Bardot e cambia per sempre il destino di Saint-Tropez.<br>Il piccolo porto provenzale, fino ad allora lontano dai grandi circuiti mondani, diventa improvvisamente uno dei luoghi mitologici del Mediterraneo.<br>La Ponche, le barche tirate a riva, le stradine bianche, la spiaggia di Pampelonne: tutto entra in un nuovo immaginario, quello di un lusso che non ha più bisogno di mostrarsi.<br>La leggenda nasce anche dai luoghi.<br>La mensa utilizzata dalla troupe sulla spiaggia di Pampelonne diventerà il celebre Club 55.<br>Bardot sceglierà Saint-Tropez come una delle sue dimore elettive e la sua presenza finirà per trasformare il borgo in una capitale internazionale dell&#8217;estate.<br>È qui che il Mediterraneo comincia a parlare una lingua nuova: quella del sole, della giovinezza, dell&#8217;abbronzatura, delle giornate senza orologio.<br>Bardot non inventa quello stile: lo incarna.<br>Il gingham, le ballerine, i jeans, le magliette semplici, il trucco degli occhi, i capelli biondi lasciati liberi di muoversi.<br>Tutto sembra dire la stessa cosa: non occorre essere impeccabili per essere desiderabili.<br>Anzi, è proprio una certa imperfezione a diventare seducente.<br>Il corpo non è più soltanto qualcosa da esibire con eleganza; è qualcosa da vivere.<br>E mentre Saint-Tropez diventa la nuova capitale della Côte d’Azur, dall’altra parte del Mediterraneo l’Italia costruisce il proprio sogno.<br>Capri, Ischia, la Costiera, Portofino.<br>Le Vespe attraversano le strade, i motoscafi Riva tagliano il blu, i sandali vengono fatti su misura ed i grandi alberghi diventano palcoscenici di una mondanità ancora giovane, prima che il turismo di massa trasformi questi luoghi in cartoline.<br>È la stagione della Dolce Vita, ma anche qualcosa di più vasto.<br>Un Mediterraneo senza confini netti, dove Saint-Tropez e Capri, Cannes e Portofino sembrano appartenere allo stesso film.<br>Cambiano le lingue, cambiano le rive, cambiano le celebrità, ma il rito è lo stesso: il bagno al mattino, il pranzo lungo, la barca, il sole che cala, un aperitivo al tramonto e la notte che sembra non dover finire mai.<br>Brigitte Bardot è il volto più riconoscibile di questa nuova stagione perché ne interpreta perfettamente la contraddizione: è una diva che sembra non voler essere una diva.<br>È celebre, ma vuole apparire libera.<br>È fotografata ovunque, ma sembra vivere come se nessuno la guardasse.<br>La sua sensualità non ha la rigidità delle vecchie icone: ha il passo scalzo di una ragazza che corre verso il mare.<br>Per questo il fenomeno Bardot va oltre la moda.<br>Non riguarda soltanto il bikini, la gonna a quadretti, il top, i capelli cotonati o le ballerine di Repetto.<br>Riguarda un&#8217;attitudine.<br>La convinzione, allora nuova e potentissima, che la giovinezza potesse appartenere a se stessa; che il desiderio non dovesse essere sempre nascosto dietro le convenzioni; che il lusso più autentico potesse consistere, semplicemente, nel non avere fretta.<br>È anche per questo che oggi ricordiamo quelle estati con una nostalgia che va oltre la moda.<br>Non rimpiangiamo davvero un bikini, una Vespa, un motoscafo o una fotografia in bianco e nero.<br>Rimpiangiamo l&#8217;idea di un&#8217;estate ancora capace di promettere qualcosa.<br>Un&#8217;estate in cui il viaggio sembrava avventura, il mare una scoperta e la giovinezza una terra sconfinata.<br>Brigitte Bardot non creò il Mediterraneo. Ma gli diede un volto.<br>E quel volto, biondo, spettinato, abbronzato, con gli occhi segnati di nero e i piedi nudi sulla sabbia, finì per diventare il volto stesso dell&#8217;estate.<br>Forse è per questo che, a distanza di settant&#8217;anni, basta un&#8217;immagine di B.B. su una spiaggia per farci tornare addosso quella luce.<br>Il sole di mezzogiorno.<br>Il profumo del mare.<br>Le cicale.<br>Una strada bianca che scende verso la costa.<br>E la sensazione, ormai perduta, che l&#8217;estate non dovesse mai finire.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>San Lorenzo ed il cielo dei desideri! Stasera tutti a guardare le stelle cadenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 07:28:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>stelle cadenti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>«San Lorenzo, io lo so perché tanto<br>di stelle per l’aria tranquilla<br>arde e cade, perché sì gran pianto<br>nel concavo cielo sfavilla…»</p>



<p>Ci sono versi che attraversano il tempo e finiscono per appartenere un po’ a tutti. Quelli di Giovanni Pascoli, nella notte di San Lorenzo, tornano inevitabilmente alla memoria mentre alziamo gli occhi verso il cielo aspettando che una scia luminosa lo attraversi per pochi, meravigliosi istanti.</p>



<p>È la notte dei desideri. O, forse, è semplicemente la notte in cui ci ricordiamo di avere ancora il tempo per desiderare.</p>



<p>Perché nella frenesia delle nostre giornate, tra telefoni che squillano, notifiche, appuntamenti, traffico, scadenze e pensieri che sembrano non concederci tregua, accade qualcosa di quasi rivoluzionario: ci fermiamo. Spegniamo per qualche minuto uno schermo e ne cerchiamo uno infinitamente più grande sopra di noi.</p>



<p>Il cielo.</p>



<p>La notte di San Lorenzo conserva proprio questo fascino antico. Non importa quanti anni abbiamo, quante volte abbiamo già visto una stella cadente o quanto razionalmente sappiamo spiegare il fenomeno delle Perseidi. Quando quella piccola luce attraversa improvvisamente il buio, torniamo per un attimo bambini.</p>



<p>E quasi sempre esprimiamo un desiderio.</p>



<p>Magari senza dirlo a nessuno.</p>



<p>Ci si ritrova su una spiaggia, in montagna, in un prato, nel giardino di casa o semplicemente affacciati a un balcone. Si cerca il punto più buio possibile, lontano dalle luci delle città, e si aspetta. Qualcuno parla, qualcuno ride, qualcuno indica continuamente il cielo gridando «eccola!» quando ormai gli altri non fanno più in tempo a vederla.</p>



<p>Ed è proprio l’attesa, forse, la parte più bella.</p>



<p>Perché San Lorenzo è anche una straordinaria occasione per stare insieme senza dover necessariamente fare qualcosa. Basta esserci. Una coperta sull’erba, qualche amico, una persona amata, magari un bicchiere di vino, il silenzio della notte e quello spettacolo immenso che continua da miliardi di anni sopra le nostre teste.</p>



<p>In un’epoca nella quale fotografiamo qualsiasi cosa, le stelle cadenti hanno inoltre la meravigliosa abitudine di sfuggire ai nostri smartphone. Durano pochissimo. Spesso non facciamo in tempo a immortalarle.</p>



<p>E allora dobbiamo semplicemente <strong>guardarle</strong>.</p>



<p>Con gli occhi.</p>



<p>Forse è anche per questo che ci emozionano ancora tanto.</p>



<p>Pascoli vedeva nelle stelle di San Lorenzo il pianto del cielo, legandolo al dolore più profondo della propria vita. Noi, più modestamente, possiamo continuare a vedere in quelle scie luminose qualcosa di diverso per ciascuno: un ricordo, una speranza, una persona che non c’è più, un amore, un progetto, il desiderio che qualcosa finalmente cambi.</p>



<p>E per una notte possiamo persino permetterci di credere che affidare un desiderio a una stella abbia un senso.</p>



<p>Non sarà scientifico, naturalmente.</p>



<p>Ma non tutto ciò che rende bella la vita deve necessariamente esserlo.</p>



<p>Questa sera, allora, proviamo a lasciare per qualche minuto il telefono in tasca. Cerchiamo un angolo di cielo abbastanza scuro, sediamoci accanto alle persone che amiamo e alziamo gli occhi.</p>



<p>Magari una stella cadrà proprio in quel momento.</p>



<p>E se accadrà, esprimiamo pure quel desiderio.</p>



<p>Senza vergogna.</p>



<p>Perché abbiamo bisogno anche di questo: di stupirci ancora davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi.</p>



<p><strong>Buona notte di San Lorenzo. E buoni desideri a tutti.</strong></p>
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		<title>Creme solari, il tormentone dell&#8217;estate 2026. Quando l&#8217;algoritmo sfida la scienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 07:20:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se avete trascorso gli ultimi giorni lontano dai social, congratulazioni. Avete inconsapevolmente protetto anche la vostra salute mentale.Nel frattempo, però, sappiate che in Italia è scoppiata una nuova emergenza nazionale.Non il caldo, non il costo dell&#8217;energia, on il debito pubblico:<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/creme-solari-il-tormentone-dellestate-2026-quando-lalgoritmo-sfida-la-scienza/">Creme solari, il tormentone dell&#8217;estate 2026. Quando l&#8217;algoritmo sfida la scienza</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Se avete trascorso gli ultimi giorni lontano dai social, congratulazioni. Avete inconsapevolmente protetto anche la vostra salute mentale.<br>Nel frattempo, però, sappiate che in Italia è scoppiata una nuova emergenza nazionale.<br>Non il caldo, non il costo dell&#8217;energia, on il debito pubblico: le creme solari.<br>Quelle che fino a ieri servivano ad evitare di trasformarsi in crostacei sulla spiaggia, quelle che le nostre nonne e mamme pretendevano di spalmarci ovunque prima di portarci sul bagnasciuga.<br>Secondo una nuova corrente di pensiero, sarebbero il vero nemico della pelle.<br>Ogni estate italiana produce il suo tormentone, come le cicale producono rumore.<br>Un anno gli squali, un anno le meduse, poi il caldo, poi il caldo eccezionale, poi il caldo eccezionalmente eccezionale.<br>Quest&#8217;anno, finalmente, abbiamo trovato anche un colpevole diverso dal Sole: la crema contro il Sole.<br>L&#8217;estate 2026 ci regala proprio questa novità culturale: le creme solari non proteggono dal melanoma, anzi secondo alcuni sarebbero loro il problema.<br>Tutto nasce da una curiosa teoria che in queste settimane impazza sui social. Secondo alcuni influencer, quella nuova categoria di esperti universali che al mattino spiegano la geopolitica, a pranzo la nutrizione, nel pomeriggio la fisica quantistica e prima di cena risolvono definitivamente l&#8217;oncologia, qualche personaggio famoso, e perfino qualche medico &#8220;fuori dal coro&#8221;, il Sole sarebbe stato ingiustamente demonizzato: il melanoma non dipenderebbe dai raggi ultravioletti, e le creme solari non solo non proteggerebbero, ma potrebbero addirittura favorire i tumori della pelle.<br>A sostegno vengono sventolati studi scientifici letti in modo creativo, aneddoti personali elevati a prova definitiva, e l&#8217;immancabile sospetto che dietro tutto ci sia il solito complotto delle multinazionali della cosmetica.<br>Ma a ben pensarci, questa non è davvero solo una storia di creme.<br>Le creme sono soltanto l&#8217;ultimo bersaglio.<br>Il tema è molto più grosso e, francamente, più preoccupante: l&#8217;idea che qualsiasi conoscenza scientifica possa essere ribaltata da un video di novanta secondi, da un influencer particolarmente ispirato o da uno studio letto a metà, e raccontato peggio.<br>Il copione, ormai, è sempre lo stesso. Cambia solo il protagonista.<br>Prima il cambiamento climatico era un&#8217;invenzione delle élite.<br>Poi sono arrivati i vaccini, le scie chimiche, la Terra piatta.<br>Adesso tocca all&#8217;SPF 50. Domani chissà.<br>L&#8217;obiettivo, ripeto, non è la crema solare.<br>È il principio stesso che esista una conoscenza costruita con metodo, verifiche, errori corretti, esperimenti ripetuti e migliaia di ricercatori che, invece di cercare visualizzazioni, cercano di capire come stanno davvero le cose.<br>Sui social, invece, il metodo scientifico ha un difetto imperdonabile: è lento, pretende verifiche, chiede conferme indipendenti, ammette persino di potersi sbagliare.<br>Insomma, è costruito esattamente al contrario dei social.<br>Vale a dire non urla, non promette rivelazioni sconvolgenti, non comincia mai con &#8220;Quello che nessuno vi dice…&#8221;.<br>Di solito conclude con frasi poco adatte a TikTok, tipo: &#8220;servono ulteriori studi&#8221;, &#8220;i dati disponibili suggeriscono&#8221;, &#8220;la correlazione non implica causalità&#8221;.<br>Che è un modo elegante per dire: prima di parlare, vediamo se abbiamo capito.<br>Ma questo non genera milioni di visualizzazioni.<br>Molto meglio prendere uno studio, estrarre una riga dal contesto, ignorare le altre venti pagine di limiti e cautele, e proclamare che finalmente è stato smascherato il complotto mondiale delle creme solari.<br>È un meccanismo ormai collaudato.<br>Se chi usa la crema si ammala più spesso di tumori della pelle, non ci si domanda se magari sia proprio chi passa dieci ore sotto il sole a usare più crema degli altri.<br>No. Si conclude che è la crema a provocare il tumore.<br>Con la stessa logica si potrebbe sostenere che le cinture di sicurezza causano gli incidenti, visto che le indossano quasi tutti quelli coinvolti nei sinistri.<br>Oppure che gli ospedali fanno ammalare la gente, dato che sono pieni di malati.<br>Nel frattempo proliferano le alternative &#8220;naturali&#8221;.<br>Olio di cocco, olio d&#8217;oliva, cera d&#8217;api, sego bovino.<br>Abbiamo impiegato secoli per sviluppare filtri solari testati sempre più efficaci, regolamentati e continuamente migliorati, e adesso qualcuno propone di affrontare il sole di Ferragosto impanati nel grasso di bue, come fossimo costate marinate.<br>Più che protezione solare, una preparazione alla cottura lenta.<br>Naturalmente tutto questo viene presentato come un ritorno alla natura.<br>Curioso. Perché il melanoma, quello sì, è naturalissimo.<br>Non ha mai avuto bisogno dell&#8217;industria farmaceutica per esistere.<br>La cosa davvero interessante, però, è un&#8217;altra.<br>Ogni volta il bersaglio cambia, ma il metodo resta identico.<br>Non si mette in discussione una teoria portando prove migliori.<br>Si mette in discussione l&#8217;esistenza stessa dell&#8217;autorevolezza scientifica.<br>L&#8217;esperienza personale diventa più importante dei dati; un aneddoto vale quanto una revisione sistematica; un video girato in cucina pesa più del lavoro di migliaia di ricercatori.<br>Il &#8220;l&#8217;ho visto su TikTok&#8221; sostituisce il &#8220;l&#8217;ho verificato&#8221;.<br>È il trionfo del dottor Google promosso primario di tutto lo scibile umano.<br>E allora prepariamoci, perché le creme solari sono solo una tappa del viaggio.<br>Dopo aver riscoperto che la Terra è piatta, potremmo serenamente rivalutare Tolomeo e archiviare Copernico come un astronomo venduto alla lobby dell&#8217;eliocentrismo.<br>Newton? Chiaramente finanziato dalla potente industria della gravità.<br>Pasteur? Un antesignano di Big Pharma.<br>Galileo? Un influencer mancato che, diciamolo, senza un profilo social oggi avrebbe avuto molta meno fortuna.<br>Il paradosso è che la scienza, quella vera, è sempre stata disposta a cambiare idea.<br>Lo fa da secoli. Ma cambia idea quando arrivano prove migliori.<br>Oggi, invece, sembra che bastino molti follower.<br>Il problema non è che esistano idee stravaganti; quelle sono sempre esistite<br>Il problema è che oggi l&#8217;algoritmo premia proprio quelle più estreme.<br>Se dici che la crema protegge dal sole, sei uno dei tanti, se dici che provoca il melanoma, diventi virale.<br>Nell&#8217;economia dell&#8217;attenzione, l&#8217;assurdo rende molto più della prudenza.<br>La scienza non ha mai chiesto di essere creduta sulla parola.<br>Ha sempre chiesto di essere messa alla prova.<br>È così che è andata avanti per secoli: dubitando, verificando, correggendosi.<br>Il problema non è farsi domande, il problema è smettere di cercare le risposte e sostituirle con il primo video che conferma quello che avevamo già deciso di credere.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>L’Italia frigge, la politica tace. Tanto, che volete che sia?</title>
		<link>https://www.tviweb.it/litalia-frigge-la-politica-tace-tanto-che-volete-che-sia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 06:29:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scriveva ieri Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma vale la pena ripeterlo. Anzi, bisognerebbe ripeterlo ogni giorno, magari insieme al bollettino delle temperature: l’Italia frigge e la politica tace. Tace con una disciplina quasi commovente. Destra, sinistra,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/litalia-frigge-la-politica-tace-tanto-che-volete-che-sia/">L’Italia frigge, la politica tace. Tanto, che volete che sia?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Lo scriveva ieri Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma vale la pena ripeterlo. Anzi, bisognerebbe ripeterlo ogni giorno, magari insieme al bollettino delle temperature: l’Italia frigge e la politica tace.</p>



<p>Tace con una disciplina quasi commovente. Destra, sinistra, centro, sopra, sotto: sul caldo estremo, sulle conseguenze economiche, sociali e ambientali di temperature che stanno trasformando le nostre estati in una prova di sopravvivenza, il dibattito politico sembra improvvisamente evaporato. Probabilmente per il caldo.</p>



<p>Siamo diventati le rane nella pentola. L’acqua si scalda lentamente, noi restiamo dentro e qualcuno continua a rassicurarci: tranquilli, è agosto. Ha sempre fatto caldo. Bevete molto, non uscite nelle ore centrali e possibilmente non disturbate il Palazzo.</p>



<p>Poi c’è Ignazio La Russa, che riesce sempre a regalare quel tocco di surreale leggerezza che mancava. Il presidente del Senato nei giorni scorsi ha sostanzialmente ridimensionato l’allarme sul caldo, osservando che le temperature sono aumentate, sì, ma non poi così drammaticamente. Insomma: fa un po’ più caldo. Che volete che sia?</p>



<p>Che volete che sia.</p>



<p>Agricoltura sotto pressione? Che volete che sia. Siccità, grandinate devastanti, bombe d’acqua e fenomeni estremi sempre più frequenti? Pazienza. Città trasformate in forni, anziani e persone fragili costretti a barricarsi in casa davanti al condizionatore, quando possono permetterselo? Dettagli. Consumi energetici alle stelle, ghiacciai che arretrano, mari sempre più caldi, ecosistemi che cambiano? Robetta da ambientalisti con troppo tempo libero.</p>



<p>Il problema è che il cambiamento climatico se ne infischia delle battute, delle appartenenze politiche e perfino dei talk show. Non vota, non fa alleanze, non aspetta il congresso di partito. Presenta semplicemente il conto.</p>



<p>E quel conto rischia di essere gigantesco.</p>



<p>Perché non stiamo parlando soltanto di qualche grado in più mentre andiamo in spiaggia. Stiamo parlando di salute pubblica, disponibilità d’acqua, produzione agricola, turismo, energia, dissesto idrogeologico, condizioni di lavoro e miliardi di euro che nei prossimi anni potrebbero essere necessari per rincorrere emergenze che oggi fingiamo di non vedere.</p>



<p>Eppure dalla politica italiana arriva soprattutto silenzio.</p>



<p>Forse perché il clima è un argomento terribilmente scomodo: richiede programmazione, investimenti, rinunce, scelte impopolari e soprattutto una prospettiva che vada oltre il prossimo sondaggio. Tutte attività che nella politica contemporanea sembrano appartenere ormai all’archeologia istituzionale.</p>



<p>È molto più semplice discutere per tre giorni di una frase pronunciata sui social, organizzare l’ennesima rissa televisiva o inventarsi una polemica estiva. Il termometro, purtroppo, non partecipa al teatrino. Sale.</p>



<p>E mentre sale continuiamo a comportarci come se nulla fosse.</p>



<p>La rana nella pentola almeno ha un’attenuante: non capisce che l’acqua sta diventando bollente.</p>



<p>Noi abbiamo satelliti, scienziati, statistiche, serie storiche, previsioni, studi e immagini davanti agli occhi.</p>



<p>E continuiamo a stare nella pentola.</p>



<p>Magari aspettando che qualcuno, dal fresco di un palazzo istituzionale, ci tranquillizzi ancora una volta: suvvia, fa soltanto un po’ più caldo.</p>



<p>Già.</p>



<p>Che volete che sia?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/litalia-frigge-la-politica-tace-tanto-che-volete-che-sia/">L’Italia frigge, la politica tace. Tanto, che volete che sia?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>La limonata dell’anno: in faccia alle beghine capaci di segnalare 3 ragazzini volonterosi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 06:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa potrebbe essere la favola a lieto fine di questa estate 2026.Non ci sono principesse da salvare, draghi da sconfiggere o principi azzurri a cavallo.Ci sono invece tre ragazzini friulani, due gemelli e il loro amico Raul, tutti tra i<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Questa potrebbe essere la favola a lieto fine di questa estate 2026.<br>Non ci sono principesse da salvare, draghi da sconfiggere o principi azzurri a cavallo.<br>Ci sono invece tre ragazzini friulani, due gemelli e il loro amico Raul, tutti tra i 13 e i 14 anni, che avevano un sogno molto semplice: un vecchio motorino Piaggio Ciao da rimettere a nuovo e da guidare quando avessero compiuto quattordici anni.<br>Avrebbero potuto fare quello che fanno normalmente i ragazzi della loro età quando desiderano qualcosa; chiederlo a mamma e papà.<br>Oppure a nonni, agli zii, magari al nonno più tenero, quello che davanti agli occhi dei nipoti perde immediatamente ogni capacità di dire di no.<br>Loro hanno scelto un&#8217;altra strada.<br>Hanno pensato che quel motorino potevano provare a guadagnarselo.<br>E così, prendendo probabilmente ispirazione da quelle vecchie vignette americane alla Charlie Brown che raccontavano di bambini alle prese con piccoli banchetti improvvisati, hanno messo in piedi la loro attività commerciale.<br>Un tavolino nel cortile di casa, a due passi dalla piazza di Pradamano, piccolo comune di 3.500 abitanti alle porte di Udine.<br>Limonata fresca, caffè, qualche dolcetto.<br>Tutto a offerta libera.<br>Non stavano chiedendo soldi ai grandi; stavano cercando di guadagnarseli.<br>Ed è qui che la nostra favola incontra la realtà.<br>Perché qualcuno ha segnalato la cosa alla Polizia Locale.<br>A quel punto sono comparsi gli articoli, i commenti sui social, le polemiche.<br>C&#8217;è stato chi ha parlato di concorrenza sleale nei confronti dei bar, chi di problemi igienico-sanitari, chi si è scandalizzato perché non veniva emesso lo scontrino.<br>Insomma, mancava soltanto il commercialista.<br>La Polizia Locale della Comunità del Friuli Orientale ha fatto quello che doveva fare.<br>Nessuna multa, nessuna denuncia, nessuna persecuzione dei tre ragazzini.<br>Il 4 agosto gli agenti sono intervenuti a seguito di una segnalazione per una presunta somministrazione di alimenti priva dei requisiti previsti e hanno parlato con il padre di uno dei ragazzi, spiegando le norme che regolano queste attività.<br>Punto.<br>E, a dire il vero, è giusto così.<br>I vigili non possono applicare la legge a sentimento; non possono decidere che una norma vale per gli adulti e non per tre ragazzini che vendono limonata perché hanno un sogno.<br>Le leggi esistono e vanno rispettate.<br>Ma proprio qui la storia diventa interessante.<br>Perché una società non si misura soltanto dalle regole che riesce ad applicare.<br>Si misura anche dalla capacità di capire quando, dietro una piccola trasgressione burocratica, c&#8217;è qualcosa che merita di essere salvato.<br>E questa volta, per fortuna, il mondo adulto ha saputo fare anche questo.<br>La vicenda è diventata virale e l&#8217;indignazione si è trasformata rapidamente in solidarietà.<br>Il presidente di Confcommercio Udine, Giovanni Da Pozzo, ha difeso pubblicamente l&#8217;iniziativa dei ragazzi, sottolineando come quello spirito di intraprendenza, di voglia di fare e di capacità di rimboccarsi le maniche sia esattamente ciò che dovremmo cercare di trasmettere alle nuove generazioni.<br>Poi sono arrivati gli aiuti veri.<br>Il Moto Club Morena di Udine ha deciso di donare due Piaggio Ciao.<br>Per il terzo è partita una raccolta fondi promossa dal Ciao Club Italia, che ha già superato i 3.000 euro.<br>E persino il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha annunciato di voler ricevere i ragazzi a Palazzo della Regione per ascoltare direttamente da loro questa storia e premiarne l&#8217;intraprendenza.<br>Così il piccolo sogno di tre ragazzini, nato dietro un tavolino con una brocca di limonata, è diventato qualcosa di molto più grande.<br>Alla fine arriveranno tre Ciao, uno per ciascuno.<br>Ma credo che il vero regalo sia un altro.<br>Questi tre ragazzi hanno imparato una cosa che nessun genitore, nessun insegnante, e nessun manuale di educazione civica potrebbe spiegare altrettanto bene.<br>Hanno imparato che qualche volta nella vita le regole possono metterti un ostacolo davanti, che gli adulti possono anche dirti di no.<br>E noi cosa abbiamo imparato?<br>Che non sempre il mondo è quel posto cinico e cattivo che ci raccontiamo.<br>Qualcuno può vedere una limonata abusiva, qualcun altro tre ragazzi che cercano di conquistarsi un sogno.<br>E quando prevale il secondo sguardo, può succedere qualcosa di bello.<br>Forse è questa la parte della storia che dovremmo ricordare.<br>Perché continuiamo a lamentarci dei giovani.<br>Li accusiamo di non avere voglia di lavorare, di volere tutto e subito, di vivere incollati agli smartphone, di non conoscere il sacrificio.<br>Poi, quando tre ragazzi decidono di fare esattamente il contrario, ci accorgiamo che anche noi adulti abbiamo qualcosa da imparare.<br>La morale della favola, allora, non è che le regole siano sbagliate.<br>È che le regole, da sole, non bastano a costruire una società.<br>In altre parole servono le regole, ma serve anche qualcuno capace di guardare oltre il verbale.<br>Serve qualcuno che, davanti a tre ragazzini con una brocca di limonata, non veda soltanto ciò che non possono fare.<br>E sappia vedere ciò che potrebbero diventare.<br>Alla fine, quei tre Ciao saranno soltanto tre vecchi motorini.<br>Magari rumorosi, magari pieni di ruggine, magari bisognosi di qualche intervento prima di tornare a correre.<br>Ma per quei tre ragazzi avranno un valore enorme.<br>Perché potranno dire di averli ottenuti grazie ad una limonata.<br>E, soprattutto, grazie a un piccolo esercito di adulti che, per una volta, invece di spegnere un sogno hanno deciso di aiutarlo a partire.<br>Questa sì che è una bella storia d&#8217;estate.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Salvini e il nuovo Codice della Strada: treni in ritardo, autostrade da incubo e la priorità sono i diciassettenni al volante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 14:17:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un’Italia nella quale prendere un treno significa spesso affidarsi alla sorte, percorrere un’autostrada può trasformarsi in una gimkana tra cantieri, code e restringimenti e spostarsi da una città all’altra richiede ormai una buona dose di pazienza, ottimismo e magari<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è un’Italia nella quale prendere un treno significa spesso affidarsi alla sorte, percorrere un’autostrada può trasformarsi in una gimkana tra cantieri, code e restringimenti e spostarsi da una città all’altra richiede ormai una buona dose di pazienza, ottimismo e magari anche qualche santo protettore dei viaggiatori.</p>



<p>E poi c’è l’Italia del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Un Paese apparentemente diverso, nel quale tra le questioni da mettere sul tavolo spuntano la patente a 17 anni e persino nuove regole sulla circolazione e sul superamento a destra.</p>



<p>Perché evidentemente il problema della mobilità italiana era questo.</p>



<p>Non i treni che accumulano ritardi. Non una rete ferroviaria sottoposta alla pressione di lavori, guasti e disservizi. Non le autostrade dove tra cantieri, deviazioni e traffico basta sbagliare giornata per trasformare cento chilometri in una piccola Odissea contemporanea.</p>



<p>No. Mancavano i diciassettenni al volante.</p>



<p>D’altra parte, se sulle nostre strade il traffico sembra insufficiente, perché non aggiungere qualche automobilista? Magari ancora minorenne. È il principio della medicina omeopatica applicato alla mobilità: hai troppe automobili? Aggiungine altre.</p>



<p>Tra le ipotesi di revisione del Codice della Strada figurano anche obbligo di casco e contrassegno per determinati mezzi a due ruote, maggiore severità contro chi circola senza assicurazione e una revisione delle sanzioni affinché siano più ponderate e meno vessatorie. Alcuni interventi possono certamente avere una loro logica. Ma è l’ordine delle priorità a lasciare perplessi.</p>



<p>Perché mentre si ragiona di nuove regole, l’utente italiano vorrebbe innanzitutto una cosa rivoluzionaria: riuscire a spostarsi decentemente.</p>



<p>Prendere un treno e arrivare più o meno all’ora indicata sul biglietto. Entrare in autostrada senza preparare viveri per tre giorni. Percorrere una grande arteria senza incontrare una successione di cantieri capace di far sembrare il viaggio una puntata di <em>Giochi senza frontiere</em>.</p>



<p>E poi arriva il tema del superamento a destra.</p>



<p>Già oggi sulle autostrade italiane assistiamo alla meravigliosa fauna dell’automobilista nazionale: quello inchiodato eternamente sulla corsia centrale, quello che occupa la terza corsia convinto di averla acquistata insieme alla macchina, quello che cambia corsia senza freccia perché evidentemente gli indicatori di direzione erano un optional troppo costoso.</p>



<p>In questo quadro idilliaco vogliamo rendere tutto ancora più creativo?</p>



<p>Potremmo completare l’opera introducendo il sorpasso a zig-zag, la corsia freestyle e magari un bonus per chi riesce a fare Milano-Roma senza imprecare.</p>



<p>Naturalmente la sicurezza stradale è una cosa serissima e proprio per questo meriterebbe interventi altrettanto seri: controlli, manutenzione, infrastrutture efficienti, educazione alla guida, trasporto pubblico affidabile e alternative concrete all’automobile.</p>



<p>Invece la sensazione è quella dell’ennesima gigantesca discussione normativa mentre il sistema reale continua a mostrare crepe evidenti.</p>



<p>Salvini è ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel titolo della carica c’è una parola particolarmente interessante: <strong>infrastrutture</strong>.</p>



<p>Ecco, magari partire da quelle non sarebbe male.</p>



<p>Poi, una volta ottenuti treni puntuali, autostrade efficienti, cantieri organizzati e collegamenti degni di un grande Paese europeo, potremo dedicarci serenamente alla grande emergenza nazionale del diciassettenne che non vede l’ora di mettersi in coda sulla A4.</p>



<p>Fino ad allora una domanda resta inevitabile: Ministro, siamo proprio sicuri che le priorità siano queste?</p>



<p>Perché se questa è la risposta ai problemi della mobilità italiana, più che un nuovo Codice della Strada servirebbe forse un nuovo navigatore. Uno che, alla voce “destinazione”, indichi finalmente la realtà.</p>



<p>E se dopo anni al Ministero non si riesce ancora a trovarla, resta sempre disponibile un’uscita.</p>



<p>Quella delle dimissioni.</p>



<p>Possibilmente a destra. Visto che ormai pare si possa passare anche da lì.</p>
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		<title>E adesso, Francesco, tienici un tavolo ed un’ombra di vino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 10:37:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che, nonostante questo, finiscono per abitare parte della nostra vita.Non entrano dalla porta di casa. Non conoscono il nostro nome, non sanno delle nostre giornate, dei nostri amori, delle nostre paure.Eppure<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/e-adesso-francesco-tienici-un-tavolo-ed-unombra-di-vino/">E adesso, Francesco, tienici un tavolo ed un’ombra di vino</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che, nonostante questo, finiscono per abitare parte della nostra vita.<br>Non entrano dalla porta di casa. Non conoscono il nostro nome, non sanno delle nostre giornate, dei nostri amori, delle nostre paure.<br>Eppure ci sono. Da qualche parte, dentro di noi.<br>Sedute in un angolo della memoria, come vecchi amici che non hanno bisogno di essere chiamati per farsi riconoscere.<br>Francesco Guccini per me era una di queste persone.<br>Per questo, quando se n’è andato, ho scritto d’impulso (https://www.tviweb.it/non-e-morto-solo-guccini-e-un-pezzo-di-noi-che-se-ne-va/); poche ore dopo la notizia.<br>Ho scritto quello che sentivo in quel momento: che con lui se ne andava un pezzo di noi, della nostra giovinezza, delle nostre illusioni, perfino di quel modo un po’ ingenuo e bellissimo che avevamo di pensare che le parole potessero ancora cambiare il mondo.<br>Pensavo fosse sufficiente.<br>Non lo era.<br>Perché qualche giorno dopo mi sono accorto che avevo ancora bisogno di salutarlo.<br>Non so se sia successo perché quando muore qualcuno che abbiamo amato, attraverso le sue parole la notizia ha bisogno di tempo per diventare vera.<br>O perché certe morti non arrivano tutte insieme: si depositano lentamente, come la nebbia sulle cose, e soltanto dopo qualche giorno ci accorgiamo che qualcosa nel paesaggio è cambiato per sempre.<br>So soltanto che l’altra mattina, alle sei, mentre uscivo come al solito per andare a prendere i giornali, ho sentito il bisogno quasi fisico di tornare da lui.<br>Le sei in agosto sono quell’ora sospesa in cui la notte non ha ancora deciso di arrendersi ed il giorno non ha ancora trovato il coraggio di cominciare.<br>Ho infilato gli auricolari, ed invece delle solite discussioni su temi storici, ho chiamato Francesco.<br>La tecnologia, a volte, ha qualcosa di miracoloso. Con un dito puoi spalancare una porta sul passato.<br>Puoi ritrovare una voce che credevi lontanissima, e improvvisamente quella voce è lì, accanto a te, nel buio dell’alba, come se il tempo non fosse passato.<br>Ho cominciato con La canzone del bambino nel vento. Auschwitz.<br>Quelle parole che da ragazzi cantavamo forse senza comprendere fino in fondo la tragedia che contenevano.<br>Ma la pietà e lo sdegno, quelli sì, li capivamo, li sentivamo.<br>Ci entravano dentro prima ancora che avessimo gli strumenti per spiegarli.<br>Poi sono arrivate Le Stagioni, L’Avvelenata, Autogrill. E poi Cyrano, con quella sua orgogliosa, disperata, bellissima sfida al mondo.<br>Una canzone dopo l’altra. E mentre camminavo, mi sembrava che non stessi ascoltando un disco. Stavo attraversando la mia vita.<br>Perché è questo il prodigio dei grandi artisti: arriva un momento in cui le loro opere smettono di appartenere soltanto a loro.<br>Diventano nostre. Si attaccano ai luoghi, alle persone, alle stagioni, ad un amore finito, ad un amico che non c’è più, ad una macchina piena di ragazzi, ad una stanza con le finestre aperte, ad un&#8217;estate lontana.<br>Una canzone non è più una canzone.<br>È una porta. La apri e dall’altra parte ritrovi qualcuno che avevi dimenticato.<br>Un volto, una voce, un&#8217;età, te stesso.<br>E allora ho pensato a quel grande, enorme, burbero e tenero «omone» che avrebbe potuto essere una star, se soltanto avesse avuto voglia di esserlo.<br>Avrebbe potuto vivere di riflettori, di stadi, di televisioni, di passerelle.<br>Avrebbe potuto accomodarsi nell’Olimpo dello spettacolo e guardare dall’alto il mondo che lo aveva consacrato.<br>Non lo ha mai fatto.<br>Guccini è rimasto Guccini.<br>La barba, la voce, il bicchiere, le parole, le osterie, i libri, i boschi.<br>La sua “Emilia in odor di Toscana”, la sua montagna, quella Pàvana che non è mai stata semplicemente un luogo, ma una specie di patria dell’anima.<br>Forse non è un caso che abbia scelto proprio lì di andarsene.<br>Tra quegli alberi, quelle pietre, quelle case che conoscevano la sua infanzia.<br>In mezzo a quella terra che non ha mai avuto bisogno di essere raccontata perché gli era entrata nel sangue.<br>Ci sono uomini che passano tutta la vita a cercare un posto dove sentirsi a casa.<br>Guccini, quel posto, lo aveva trovato da bambino. E alla fine è lì che è tornato.<br>Mi ha colpito anche il suo ultimo saluto.<br>Avrebbero potuto esserci migliaia di persone. Bologna avrebbe potuto stringersi attorno a lui, riempire la piazza di San Petronio, trasformare la morte di Francesco in una grande celebrazione pubblica.<br>E invece no.<br>Poche persone.<br>La sua casa di Pavana. L’aia. I familiari, gli amici più cari.<br>E sul feretro non l’ennesima corona spettacolare, ma quasi un pezzo di quel bosco: rami, fiori, bacche raccolte intorno alla casa. Un libro. Una fotografia. Le immagini di una vita.<br>Mi è sembrato il funerale più gucciniano possibile.<br>Sobrio, terragno, persino un po’ ruvido.<br>Come lui.<br>E poi c’era Matteo Zuppi, il cardinale, suo amico, a benedire quel feretro.<br>Anche questo mi ha colpito.<br>Perché dentro quella scena apparentemente semplice c’era un’intera storia.<br>C’era il Guccini che aveva cantato Dio è morto, la canzone che nel 1967 la RAI bacchettona, democristiana e prona al potere, aveva censurato e che invece Radio Vaticana, forse su impulso di Papa Paolo VI aveva trasmesso, riconoscendone la forza spirituale prima ancora che molti altri ne cogliessero il senso.<br>Forse, alla fine, le strade degli uomini sono meno dritte di quanto immaginiamo.<br>E forse anche la fede, quando è autentica, sa riconoscere una domanda anche quando quella domanda arriva dalla bocca di un eretico.<br>Perché Guccini è stato soprattutto questo: un uomo che non ha mai smesso di fare domande.<br>E qui arrivano le parole di sua figlia Teresa.<br>Le ho rilette più volte.<br>Perché dentro quel ricordo fatto di cose piccolissime — un panino con la mortadella al bar Roberto, i giornali letti insieme, le conversazioni, le attenzioni rubate alla quotidianità — c’è forse il ritratto più vero di Francesco.<br>Non il mito, non il cantautore, non il personaggio.<br>Ma il padre, l’uomo.<br>Quello che lascia in eredità non le risposte, ma la voglia di continuare a cercarle.<br>E forse è proprio qui che sta la grandezza di Guccini.<br>Non nelle canzoni che conosciamo a memoria, non nei dischi, non nei concerti, non nei riconoscimenti.<br>Ma in quello che ci ha insegnato senza mai mettersi in cattedra.<br>A dubitare, ad indignarci, a non fidarci delle verità confezionate, a riconoscere la stupidità quando si nasconde dietro la retorica, a stare dalla parte degli ultimi senza bisogno di proclami, a conservare la tenerezza anche quando la vita ci insegna la disillusione.<br>E, soprattutto, a non vergognarci della nostalgia.<br>Perché la nostalgia, in fondo, è una forma d’amore.<br>È il modo che abbiamo per dire che qualcosa è stato così importante da continuare a vivere anche dopo che è finito.<br>E allora forse ho capito perché quella mattina avevo bisogno di ascoltarlo.<br>Non volevo semplicemente ricordare Francesco.<br>Volevo tornare, per un&#8217;ora, nel mondo in cui Francesco c’era ancora.<br>E mentre camminavo nella luce che lentamente arrivava, con la sua voce nelle orecchie, è successo qualcosa di strano.<br>Per un attimo non ero più io quello che camminava.<br>C’erano i ragazzi che siamo stati. C’erano quelli che non ci sono più.<br>C’erano gli amici perduti lungo la strada, gli amori finiti, le notti interminabili, le discussioni fino all’alba, le chitarre, le osterie, i libri, le piazze, le illusioni.<br>C’eravamo noi. E c’era lui.<br>Come se il tempo, per una volta, avesse avuto pietà di noi e avesse deciso di tornare indietro.<br>Solo per qualche minuto, solo per lasciarci rivedere quello che eravamo.<br>Poi la musica è finita, è tornato il rumore del mondo, la strada, le macchine, il giornale sotto il braccio, il giorno ormai fatto.<br>E Francesco non c’era più.<br>Ma forse è proprio questa la cosa che gli artisti grandi riescono a fare: andarsene senza andarsene davvero.<br>Perché da qualche parte, ogni volta che partiranno le prime note di Auschwitz, quando qualcuno si ritroverà solo in macchina con Autogrill nelle orecchie, quando una chitarra accompagnerà Cyrano in una notte d’estate, quando qualcuno avrà ancora voglia di arrabbiarsi con il mondo ascoltando L’Avvelenata, Francesco tornerà a sedersi al nostro tavolo.<br>Con quella barba, quel sorriso appena accennato, quell’aria da uomo che aveva visto abbastanza del mondo da non pretendere più di aggiustarlo, ma non abbastanza da smettere di interrogarlo.<br>E forse sarà ancora lì anche quando noi avremo dimenticato quasi tutto.<br>Perché ci sono voci che non muoiono.<br>Si allontanano, si fanno più basse, diventano memoria.<br>Poi, una sera qualsiasi, tornano a bussare.<br>E noi apriamo. E sono ancora loro. Sono ancora le nostre canzoni. Sono ancora i nostri anni. Siamo ancora noi.<br>Buon viaggio, Francesco.<br>Vai piano, però.<br>Che noi, qui, abbiamo ancora bisogno di qualche tua canzone per ricordarci da che parte guardare la vita.<br>E, se da qualche parte esiste davvero un’ultima osteria, una di quelle fumose e un po’ storte che hai raccontato tante volte, tienici un tavolo.<br>Prima o poi arriviamo.<br>Con tutti quelli che abbiamo perso lungo la strada.<br>E magari, finalmente, avremo ancora qualcosa da discutere.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Dalla frontiera di Trump alla spiaggia di Riccione: quando l’incubo diventa propaganda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 05:57:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica della paura ha una caratteristica curiosa: non ha bisogno necessariamente di grandi numeri, bensì di grandi immagini.Un esercito alle porte. Un Paese assediato. Una spiaggia trasformata in simbolo di un futuro da incubo.La comunicazione politica, da sempre, conosce<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La politica della paura ha una caratteristica curiosa: non ha bisogno necessariamente di grandi numeri, bensì di grandi immagini.<br>Un esercito alle porte. Un Paese assediato. Una spiaggia trasformata in simbolo di un futuro da incubo.<br>La comunicazione politica, da sempre, conosce il potere delle metafore.<br>Ma nell’epoca dei social le metafore diventano immagini surreali, spesso costruite con l’intelligenza artificiale, capaci di arrivare in pochi minuti a centinaia di migliaia di persone.<br>Perché, evidentemente, l’essere umano davanti ad una fotografia falsa reagisce più velocemente che davanti ad un rapporto statistico.<br>La razionalità, povera lei, non ha mai avuto lo stesso budget pubblicitario della paura.<br>Ne abbiamo avuto un esempio nelle parole di Donald Trump dopo i fatti di Ceuta, dove migliaia di migranti hanno tentato di entrare nell’enclave spagnola.<br>“Ho visto la Spagna ed ho assistito alla catastrofe che è accaduta”, ha dichiarato Trump, descrivendo la situazione come una sorta di invasione di un Paese da parte di centinaia di migliaia di persone, e sostenendo che “qualcosa di simile potrebbe accadere agli Stati Uniti se i Repubblicani non dovessero vincere”.<br>Al di là del giudizio politico, colpisce soprattutto il linguaggio utilizzato.<br>Non si parla più di immigrazione illegale, di controllo delle frontiere, di accordi internazionali, di integrazione o di sicurezza.<br>Temi reali, complessi, sui quali i Governi hanno il dovere di intervenire.<br>Si parla invece di “invasione”.<br>Una parola che appartiene al vocabolario delle guerre, non a quello delle politiche migratorie.<br>Ed una volta che si trasforma un fenomeno sociale in una guerra immaginaria, il passo successivo è semplice: chi arriva da fuori non è più una persona da identificare, valutare, eventualmente accogliere o respingere secondo le leggi.<br>Diventa il nemico.<br>Un meccanismo simile, anche se in un contesto diverso, emerge dal caso del video apparso qualche giorno fa su TikTok su una pagina denominata “Legaofficial”.<br>Un filmato costruito come scenario distopico mostra una spiaggia immaginaria spacciata per Riccione, popolata esclusivamente da persone dalla pelle nera, accompagnata da un messaggio politico che collega quella rappresentazione “al fatto che Matteo Salvini non è Ministro dell’Interno”.<br>Non sappiamo chi abbia realizzato quel contenuto, né se ci sia, e quale sia, il rapporto effettivo tra quella pagina ed il Partito della Lega.<br>Saranno gli eventuali chiarimenti a stabilirlo.<br>Ma un dato rimane: un canale con spunta blu, oltre 200 mila follower, grafiche e denominazione apparentemente sovrapponibili a quelle ufficiali, e pare seguito anche dal profilo ufficiale di Matteo Salvini, ha diffuso un contenuto che ha raggiunto oltre trecentomila visualizzazioni.<br>Ed è proprio questo il problema.<br>Perché una cosa è discutere seriamente di immigrazione.<br>Un’altra è costruire un futuro immaginario nel quale il colore della pelle diventa automaticamente il simbolo del degrado.<br>La sindaca di Riccione Daniela Angelini ha parlato di “razzismo estremo che infanga la nostra città” e di un’offesa ai valori costituzionali, che stabiliscono l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione alcuna. Chiedendo ovviamente che il Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini prenda subito le distanze da quel contenuto, si scusi ufficialmente con la città di Riccione, e ne ordini l’immediata rimozione.<br>Ma al di là delle valutazioni giuridiche, resta una domanda politica: quale idea di società viene trasmessa?<br>Perché una democrazia può discutere anche animatamente di sicurezza, confini ed accoglienza. Deve farlo.<br>Ma c’è una linea che non dovrebbe mai essere superata: quella che separa la critica ad un fenomeno dalla disumanizzazione delle persone coinvolte.<br>La storia insegna che le società entrano in territori pericolosi quando iniziano a rappresentare interi gruppi umani come una minaccia indistinta.<br>Il migrante diventa allora non più un individuo con una storia, ma un elemento di una scenografia dell’angoscia.<br>Una spiaggia piena di persone nere può diventare così, nell’immaginario costruito dalla propaganda, la fotografia di un futuro da evitare.<br>Poco importa che quella spiaggia non esista, che quel futuro sia inventato, e che la realtà sia infinitamente più complessa.<br>La paura non chiede prove. Chiede solo immagini.<br>E proprio qui sta la responsabilità della politica: governare le paure dei cittadini, non alimentarle.<br>Badate bene che qui non si tratta di essere favorevoli alla politica delle “porte aperte”, ed io non lo sono, ma di capire che un Paese serio non si difende creando nemici immaginari.<br>Si difende affrontando problemi reali con strumenti reali.<br>Anche perché, alla fine, le invasioni più pericolose non sempre arrivano dai confini.<br>A volte entrano dagli schermi dei nostri telefoni.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>LA RUSSA, IL PRESIDENTE-TIFOSO E QUELL’INTER CHE SEMBRA SEMPRE INTOCCABILE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 15:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento in cui anche il tifo dovrebbe conoscere un confine. E quel confine diventa ancora più importante quando il tifoso in questione non è un frequentatore qualsiasi della curva, ma Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è un momento in cui anche il tifo dovrebbe conoscere un confine. E quel confine diventa ancora più importante quando il tifoso in questione non è un frequentatore qualsiasi della curva, ma Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, seconda carica dello Stato.</p>



<p>La fenomenologia politica di La Russa rischia infatti di consegnarci un curioso paradosso: un uomo che, quando un giorno verrà raccontato nei libri dedicati a questa stagione della Repubblica, potrebbe essere ricordato dal grande pubblico più per le sue continue incursioni nel mondo del calcio e per la sua dichiaratissima passione interista che per qualche memorabile iniziativa istituzionale.</p>



<p>Ancora il 13 luglio La Russa interveniva pubblicamente per parlare dell’Inter, della squadra, di Bastoni, di Stankovic e del futuro nerazzurro. Pochi giorni dopo eccolo nuovamente entrare nel dibattito calcistico, questa volta sulla possibile nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale, definendola sostanzialmente un salto nel buio. Non chiacchiere da bar dello sport, dunque, ma dichiarazioni della seconda carica dello Stato che inevitabilmente finiscono sulle agenzie di stampa e diventano notizia nazionale. (<a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2026/07/13/la-russa-inter-per-ora-simile-alla-precedente-vedo-bene-mancini_a9857283-03f3-4748-94bf-0b28e11c1b54.html?utm_source=chatgpt.com">ANSA.it</a>⁠)</p>



<p>Naturalmente La Russa ha tutto il diritto di tifare Inter. Può esultare, soffrire, discutere di mercato e considerare Lautaro il più forte del mondo, se vuole. Ma esiste anche una questione di opportunità.</p>



<p>Perché quando una delle più alte cariche della Repubblica interviene continuamente sulle vicende del calcio, la sua voce non pesa come quella di un normale tifoso. Ha un’amplificazione politica, mediatica e istituzionale enormemente superiore. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito.</p>



<p>Il problema, del resto, non è soltanto La Russa. È il clima complessivo che una parte sempre più consistente del pubblico calcistico italiano percepisce intorno all’Inter.</p>



<p>Percepisce, appunto: ed è importante sottolinearlo, perché trasformare una sensazione diffusa in una verità giudiziaria sarebbe scorretto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che quella sensazione non esista.</p>



<p>Da tempo sui social si moltiplicano contestazioni, accuse di disparità di trattamento, discussioni su vicende societarie, arbitrali e federali. Il linguaggio è spesso eccessivo, qualche volta persino grottesco, ma dietro quell’insofferenza esiste una domanda che il sistema del calcio e dell’informazione farebbero bene almeno ad ascoltare: <strong>le regole vengono raccontate e giudicate nello stesso modo per tutti?</strong></p>



<p>È questa la questione.</p>



<p>Non serve sostenere l’esistenza di complotti, cupole o centrali operative clandestine. Basta osservare come il calcio italiano continui ad alimentare un problema enorme di credibilità. E quando la credibilità viene meno, ogni silenzio diventa sospetto, ogni differenza di trattamento diventa un caso, ogni titolo di giornale viene passato al microscopio.</p>



<p>In questo contesto anche una testata prestigiosa come la <em>Gazzetta dello Sport</em> dovrebbe interrogarsi sulla percezione che sta producendo presso una parte dei propri lettori.</p>



<p>La Rosea è stata per generazioni il quotidiano sportivo nazionale per definizione, non il giornale di una tifoseria. Proprio per questo ogni volta che viene accusata di essere indulgente verso una società e inflessibile verso un’altra non dovrebbe liquidare la questione come semplice isteria da social. Dovrebbe chiedersi perché quella convinzione sia diventata tanto radicata.</p>



<p>Il giornalismo non deve accontentare juventini, interisti, milanisti o napoletani. Deve essere credibile soprattutto agli occhi di chi tifa contro la squadra di cui sta scrivendo.</p>



<p>Altrimenti diventa comunicazione di parte.</p>



<p>E proprio mentre il calcio italiano avrebbe disperatamente bisogno di istituzioni autorevoli, dirigenti indipendenti e giornali capaci di mettere tutti sullo stesso piano, assistiamo invece alla trasformazione permanente del dibattito pubblico in una gigantesca curva da stadio.</p>



<p>La Russa ne rappresenta forse l’esempio più appariscente.</p>



<p>È presidente del Senato, ma quando si parla di pallone sembra irresistibilmente attratto dal terreno di gioco. Commenta allenatori, giocatori, mercato e naturalmente la sua Inter. Persino la recente vicenda Pirlo-Nazionale ha visto intervenire direttamente il presidente del Senato, all’interno di una polemica che Reuters ha descritto come ormai entrata pienamente anche nel terreno politico. (<a href="https://www.reuters.com/sports/soccer/russian-betting-company-ties-spark-resistance-appointing-pirlo-italy-coach-2026-07-26/?utm_source=chatgpt.com">Reuters</a>⁠)</p>



<p>Ed allora forse una domanda è legittima: <strong>non sarebbe arrivato il momento di lasciare il calcio al calcio?</strong></p>



<p>Perché il tifoso Ignazio La Russa è libero di parlare quanto vuole.</p>



<p>Il presidente del Senato Ignazio La Russa dovrebbe invece ricordarsi ogni tanto che rappresenta anche milioni di italiani che dell’Inter non sono tifosi affatto.</p>



<p>E molti di questi italiani sono stanchi.</p>



<p>Stanchi della sensazione che nel calcio italiano esistano figli e figliastri,  delle narrazioni a senso unico, delle polemiche che esplodono per alcuni e vengono rapidamente archiviate per altri. Stanchi soprattutto di vedere politica, calcio e informazione intrecciarsi fino a rendere difficilissimo capire dove finisca una cosa e cominci l’altra.</p>



<p>Non sappiamo se esista davvero quel “sistema di protezione” dell’Inter che molti tifosi denunciano: senza prove sarebbe irresponsabile sostenerlo.</p>



<p>Sappiamo però che <strong>esiste un gigantesco problema di percezione</strong>, e in democrazia come nello sport anche la fiducia conta.</p>



<p>Quando milioni di appassionati iniziano a pensare che il campo non sia perfettamente livellato, non basta rispondere che sono tutti complottisti.</p>



<p>Bisogna rendere il campo trasparente.</p>



<p>E magari chiedere alla politica di tornare in tribuna.</p>



<p>Possibilmente senza sciarpa</p>
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		<title>Veneto, ormai è clima tropicale: bombe d’acqua, vento e danni. E continuiamo a chiamarlo “maltempo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 09:04:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre cinquanta interventi dei vigili del fuoco in poche ore, decine di richieste di soccorso ancora in attesa, strade e abitazioni allagate, alberi abbattuti, tetti scoperchiati, una linea ferroviaria interrotta da una pianta caduta sui binari. È il bilancio dell’ennesima<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Oltre cinquanta interventi dei vigili del fuoco in poche ore, decine di richieste di soccorso ancora in attesa, strade e abitazioni allagate, alberi abbattuti, tetti scoperchiati, una linea ferroviaria interrotta da una pianta caduta sui binari. È il bilancio dell’ennesima notte di violento maltempo che ha colpito il Veneto. Ma forse è arrivato il momento di smettere di considerare tutto questo semplicemente “maltempo”.</p>



<p>Perché ciò che stiamo vivendo assomiglia sempre di più a una tropicalizzazione del nostro clima: lunghi periodi di caldo intenso e siccità interrotti improvvisamente da precipitazioni violente, temporali concentrati, raffiche di vento e quantità enormi di acqua scaricate sul territorio in pochissimo tempo.</p>



<p>Questa volta le criticità maggiori si sono registrate nel Veronese, soprattutto nella Bassa e a Bovolone. Ventotto gli interventi effettuati nella provincia, con dieci squadre dei vigili del fuoco, 54 operatori e venti automezzi impegnati. E mentre le squadre lavoravano, altre 72 richieste di soccorso restavano in coda.</p>



<p>Allagamenti, alberi pericolanti, due tetti scoperchiati, un furgone rimasto bloccato nell’acqua con due persone a bordo. Una pianta è precipitata sulla linea ferroviaria Legnago-Nogara. Sul Garda è stato necessario anche intervenire per soccorrere un surfista in difficoltà. Problemi e danni anche nel Trevigiano e nel Padovano, con infiltrazioni, alberi e rami sulle strade e conseguenze delle forti piogge accompagnate dal vento.</p>



<p>La fotografia è quella di un territorio sottoposto sempre più spesso a fenomeni estremi. E il problema non riguarda soltanto l’emergenza delle ore successive al temporale. Riguarda le famiglie che si ritrovano l’acqua in casa, gli agricoltori che in pochi minuti possono perdere mesi di lavoro, le imprese costrette a fare i conti con strutture danneggiate e attività interrotte, i Comuni chiamati continuamente a riparare strade, argini, reti e infrastrutture.</p>



<p>Ogni evento estremo presenta un conto. E quel conto, alla fine, lo paghiamo tutti.</p>



<p>Il Veneto, per la sua conformazione e per l’altissimo livello di urbanizzazione, è particolarmente vulnerabile. Il terreno impermeabilizzato assorbe meno acqua, mentre precipitazioni sempre più concentrate mettono sotto pressione reti di scolo e corsi d’acqua. A questo si aggiungono temperature elevate che trasformano l’atmosfera in un gigantesco serbatoio di energia e umidità, aumentando le condizioni favorevoli a fenomeni temporaleschi molto intensi.</p>



<p>Non significa che ogni singolo temporale possa essere attribuito automaticamente al cambiamento climatico. Significa però che il contesto nel quale questi fenomeni si sviluppano sta cambiando e che gli eventi estremi rappresentano una minaccia crescente con la quale dovremo fare i conti.</p>



<p>La questione, quindi, non è più stabilire se il cambiamento climatico esista. La domanda concreta è quanto ci costerà continuare ad affrontarlo come se fosse soltanto una sequenza di emergenze imprevedibili.</p>



<p>Servono manutenzione del territorio, reti idrauliche adeguate, maggiore attenzione al consumo di suolo, prevenzione, protezione delle aree agricole e investimenti per rendere città e infrastrutture capaci di resistere a un clima diverso da quello sul quale sono state progettate.</p>



<p>Perché dopo ogni nubifragio arrivano le immagini degli alberi abbattuti, delle cantine allagate e dei vigili del fuoco al lavoro. Poi torna il sole e sembra che tutto sia finito.</p>



<p>Ma non è finito affatto.</p>



<p>Il rischio più grande è abituarsi all’eccezionale fino a considerarlo normale. Un’estate soffocante, poi la grandine. Settimane senza acqua, poi un nubifragio. Campi aridi e qualche giorno dopo strade trasformate in torrenti.</p>



<p>Se questo è il clima del futuro, quel futuro è già cominciato. E continuare a chiamarlo semplicemente “maltempo” rischia di diventare il nostro modo più comodo per non guardare in faccia il problema.</p>
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		<title>&#8220;Rimpiangeremo questa estate&#8221;: l’incubo di un futuro a cinquanta gradi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, sfogliando il sito web di uno dei principali quotidiani italiani, mi sono imbattuto in un titolo che sembrava uscito più da un film dell&#8217;orrore che da una pagina di cronaca: “Rimpiangeremo questa estate».L&#8217;ho riletto due volte. Pensavo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Qualche giorno fa, sfogliando il sito web di uno dei principali quotidiani italiani, mi sono imbattuto in un titolo che sembrava uscito più da un film dell&#8217;orrore che da una pagina di cronaca: “Rimpiangeremo questa estate».<br>L&#8217;ho riletto due volte. Pensavo di aver capito male. Invece era proprio scritto così.<br>Confesso che mi è venuto quasi un mancamento.<br>Come sarebbe a dire? Rimpiangere questa fornace? Peggio di così? Ancora più caldo?<br>È un po&#8217; come andare dal medico con quaranta di febbre e sentirsi dire: «Si prepari psicologicamente, perché questo è il periodo in cui sta meglio».<br>Purtroppo non era una provocazione giornalistica.<br>Era la sintesi delle analisi dei climatologi più accreditati.<br>Quello che stiamo vivendo potrebbe essere soltanto un assaggio di ciò che ci aspetta nei prossimi decenni.<br>Insomma, tra qualche anno potremmo guardarci indietro con nostalgia e dire: «Ti ricordi il 2026? Che estate meravigliosa… c&#8217;erano appena quaranta gradi.»<br>È una frase che fa sorridere. Poi, però, smette di far ridere.<br>Il bollettino di questi giorni racconta una realtà ormai familiare: città in bollino rosso praticamente ovunque, ondate africane che si rincorrono da maggio, notti tropicali, termometri che sembrano aver dimenticato come si scende sotto i trenta gradi.<br>E il famoso &#8220;refrigerio&#8221;, parola che ormai andrebbe pronunciata con lo stesso rispetto con cui si parla dello Yeti o del mostro di Loch Ness, continua a essere rinviato di settimana in settimana.<br>Ma il cambiamento più grande non riguarda il termometro.<br>Riguarda noi.<br>Noi che abbiamo superato i sessant&#8217;anni ricordiamo perfettamente come funzionavano le stagioni.<br>Marzo aveva ancora il sapore dell&#8217;inverno. Aprile portava i primi tepori. Maggio spalancava le finestre. Giugno profumava di vacanze. Luglio e agosto erano il culmine dell&#8217;estate mediterranea.<br>Calda. Talvolta anche molto calda. Ma mediterranea.<br>Oggi i mesi del calendario continuano a chiamarsi allo stesso modo, ma le stagioni sembrano aver cambiato mestiere.<br>La primavera appare per qualche giorno, quasi fosse una comparsa pagata a gettone, poi lascia il posto ad un&#8217;estate che assomiglia sempre più ad un lungo soggiorno nel Sahara.<br>Il risultato è che abbiamo completamente cambiato il nostro rapporto con il tempo.<br>Da ragazzi aspettavamo con impazienza l&#8217;estate.<br>Oggi aspettiamo settembre, se non ottobre.<br>Una volta contavamo i giorni che mancavano alle vacanze.<br>Adesso contiamo quelli che ci separano dalla prima perturbazione atlantica.<br>È una rivoluzione silenziosa, ma enorme.<br>Anche il simbolo del benessere è cambiato. Per i nostri genitori era l&#8217;automobile. Per i nostri figli e nipoti è stato lo smartphone.<br>Per noi “diversamente giovani” è diventato un condizionatore che continua ostinatamente a funzionare.<br>L&#8217;incubo dell&#8217;estate non è più la coda in autostrada. È sentire un rumore strano provenire dall&#8217;unità esterna del climatizzatore.<br>In quel preciso istante tutta la famiglia smette di respirare. Perché una cosa è vivere con quaranta gradi; un&#8217;altra è viverli senza aria condizionata.<br>La casa si trasforma in un forno, il divano in una piastra, il letto in una sauna finlandese. Dormire diventa un&#8217;attività estrema. Ci si gira nel letto come polli allo spiedo sperando che, prima o poi, arrivi una folata d&#8217;aria.<br>Naturalmente, in questo panorama non possono mancare gli irriducibili del &#8220;è sempre stato così&#8221;.<br>Sono una categoria affascinante.<br>Riescono a negare perfino il termometro.<br>Secondo loro non è cambiato nulla. Le estati sono identiche a quelle di cinquant&#8217;anni fa. Evidentemente Giulio Cesare conquistò la Gallia con quarantadue gradi all&#8217;ombra, Garibaldi sbarcò a Marsala durante una bolla africana ed i dinosauri si estinsero perché avevano dimenticato di fare la manutenzione al climatizzatore.<br>Con loro discutere è inutile.<br>È più facile convincere un cubetto di ghiaccio a non sciogliersi.<br>Poi basta sedersi su una panchina accanto a qualche anziano ed ascoltare.<br>Provate a trovare una sola persona che abbia superato i sessant&#8217;anni e vi dica sinceramente che il clima è rimasto quello della sua giovinezza.<br>Una sola. Non la troverete.<br>La verità è che stiamo vivendo un cambiamento che non consiste soltanto nell&#8217;aumento delle temperature.<br>Sta cambiando il nostro modo di abitare le case, di uscire, di dormire, di passeggiare, perfino di desiderare le stagioni.<br>Un tempo l&#8217;estate era la stagione della libertà.<br>Oggi rischia di diventare quella della reclusione domestica, con le finestre chiuse, il climatizzatore acceso, e lo sguardo rivolto fuori come si guarda un temporale che non finisce mai.<br>La cosa più inquietante, però, non è immaginare un futuro con cinquanta gradi. È pensare che ci arriveremo lentamente.<br>Un grado alla volta. Così lentamente da abituarci.<br>Esattamente come ci siamo già abituati a considerare quasi normale un&#8217;estate che, quando eravamo ragazzi, sarebbe finita sui giornali come un evento eccezionale.<br>Forse è proprio questo il significato nascosto di quel titolo.<br>Non rimpiangeremo questa estate perché è stata bella.<br>La rimpiangeremo perché, se gli scienziati hanno ragione, sarà stata una delle ultime che ci sembreranno ancora sopportabili.<br>Ed è difficile immaginare una frase più ironica.<br>O più spaventosa.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>L’estate degli invisibili: per gli anziani il caldo è come il Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 06:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p></p>



<p>Il caldo torrido dell’estate ed il Covid hanno un tratto comune che non compare nei bollettino sanitari: entrambi trasformano la solitudine in un rischio concreto.<br>Per milioni di anziani il termometro che supera i 35 gradi non è soltanto un dato meteorologico.<br>È una barriera invisibile che restringe il mondo.<br>Non serve un decreto per imporre un lockdown: basta l’afa che rende impossibile uscire di casa, fare la spesa, andare al bar, scambiare due parole con qualcuno.<br>La porta rimane chiusa. Le tapparelle si abbassano fin dal mattino per difendersi dal sole. La casa, che dovrebbe essere il luogo dei ricordi e della sicurezza, lentamente può trasformarsi in una prigione silenziosa.<br>E fuori cosa succede?<br>La città si svuota. Arrivano le ferie, chiudono i negozi di quartiere, il bar dove il pensionato prendeva il caffè, la farmacia dove il farmacista conosceva nome e abitudini dei clienti. Anche il vicino di pianerottolo parte per qualche giorno.<br>E così scompare quel tessuto invisibile fatto di piccoli gesti: un saluto, una domanda, un &#8220;come va?&#8221;.<br>Cose apparentemente insignificanti, ma che per una persona sola rappresentano spesso l’unico filo che la tiene collegata al mondo.<br>Abbiamo costruito una società capace di comunicare in tempo reale con persone dall’altra parte del pianeta, ma possiamo non accorgerci che nella porta accanto qualcuno non sta bene.<br>Abbiamo smartphone sempre più intelligenti e relazioni umane sempre più distratte. Una curiosa forma di progresso: siamo connessi ovunque, tranne dove servirebbe davvero.<br>Il caldo, poi, fa il resto. La stanchezza non è soltanto fisica. È psicologica. Si perde energia, diminuisce la voglia di cucinare, di muoversi, persino di chiedere aiuto.<br>Ma molti anziani hanno un riflesso quasi automatico: minimizzare.<br>&#8220;È solo un po&#8217; di stanchezza&#8221;. &#8220;Passerà&#8221;. &#8220;Non voglio disturbare&#8221;.<br>La stessa frase che tanti pronunciavano durante la pandemia per non preoccupare figli e parenti.<br>Come se chiedere aiuto fosse una colpa. Come se diventare fragili fosse qualcosa di cui vergognarsi.<br>Il vero problema, allora, non è soltanto il caldo.<br>È una società che invecchia ma che spesso continua ad organizzarsi come se tutti fossero giovani, autonomi e circondati da una famiglia sempre disponibile.<br>La vecchiaia è diventata una condizione privata. Un fatto quasi nascosto. Finché non accade qualcosa.<br>Poi arrivano i numeri, i servizi televisivi, gli appelli alla prudenza e le raccomandazioni degli esperti.<br>Ma la prevenzione più importante resta quella che non finisce sui giornali: una telefonata, una visita, una domanda semplice: &#8220;Come stai davvero?&#8221;<br>Perché contro il caldo si può usare un condizionatore, sempre che uno ce l’abbia, e non abbia problemi di denaro.<br>Contro la solitudine no.<br>E una società non si giudica soltanto da quanta tecnologia riesce a produrre, ma da quanta attenzione riesce ancora a dedicare alle persone più fragili.<br>Il vero dramma dell’estate non è il caldo che entra dalle finestre.<br>È il silenzio che rimane dietro quelle finestre chiuse.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Ceuta non è una serie tv: ecco perché in Europa abbiamo un problema serio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 13:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci siamo scelti i peggiori, e forse la cosa più intelligente che possiamo fare oggi è smettere di fingere sorpresa. Se il governo dei meno competenti, la kakistocrazia appunto, fosse soltanto una teoria politologica da manuale, basterebbe osservare come viene<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Ci siamo scelti i peggiori, e forse la cosa più intelligente che possiamo fare oggi è smettere di fingere sorpresa.</p>



<p>Se il governo dei meno competenti, la kakistocrazia appunto, fosse soltanto una teoria politologica da manuale, basterebbe osservare come viene affrontato il tema migratorio per vederla materializzarsi: non in astratti concetti accademici, ma in dichiarazioni roboanti, slogan contraddittori ed improvvise conversioni sulla via della convenienza politica.</p>



<p>Perché l&#8217;immigrazione, come da anni vado predicando, è un problema complesso, destinato a segnare il futuro dell&#8217;Europa.&nbsp;</p>



<p>Ma noi abbiamo deciso di affrontarlo nel modo più semplice possibile: trasformandolo in un gigantesco talk show permanente, dove ogni problema deve produrre prima una battuta e solo dopo, forse, una soluzione.</p>



<p>L&#8217;ultima rappresentazione teatrale è andata in scena con la crisi di Ceuta, una specie di laboratorio concentrato delle contraddizioni della politica europea.</p>



<p>Da una parte Giorgia Meloni, partita come sempre alla carica con la retorica del pugno sul tavolo: accuse alla Spagna, minacce di blocchi, fino all’affrettata sospensione del Trattato di Schengen.&nbsp;</p>



<p>Un attacco frontale degno di una dichiarazione di guerra.</p>



<p>Peccato che poi sia arrivato il piccolo dettaglio fastidioso della realtà: i Trattati europei, la Diplomazia ed il fatto che in Politica internazionale anche i muscoli devono fare i conti con la carta bollata.</p>



<p>Così, dopo il ruggito iniziale, ieri è arrivata la ritirata strategica.&nbsp;</p>



<p>Con tanto di firma su un documento europeo che riconosce, apprezzandola, proprio la gestione spagnola della crisi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il copione è ormai collaudato: la mattina si parla alla pancia dell&#8217;elettorato, la sera si firma il compromesso.&nbsp;</p>



<p>Una tecnica raffinata, fondata sulla speranza che il cittadino abbia la memoria di un pesce rosso e l&#8217;attenzione di una notifica sullo smartphone.</p>



<p>Ma se a destra il problema è l&#8217;eccesso di muscoli da palestra politica, a sinistra siamo davanti ad un piccolo capolavoro di acrobazia.</p>



<p>Elly Schlein, paladina dell&#8217;accoglienza senza se e senza ma, per attaccare il Governo italiano si è trovata a celebrare Pedro Sánchez perché in 48 ore avrebbe effettuato a Ceuta più rimpatri di quanti ne abbia fatti l&#8217;Italia in quattro anni (sic!).</p>



<p>Una scena quasi surreale.</p>



<p>La leader di un Partito progressista che ha costruito una parte importante della propria identità politica sulla difesa dei diritti dei migranti, sulle “porte aperte a tutti”, e sulla critica dei respingimenti, finisce per applaudire i rimpatri rapidi (ancora sic!)&nbsp;</p>



<p>Ma tranquilli: non sono gli stessi rimpatri.&nbsp;</p>



<p>Quelli degli altri, specie se di un governo di sinistra, evidentemente hanno un certificato di “qualità ideologica”.</p>



<p>Perché nella politica contemporanea la coerenza è diventata un optional. Conta meno il principio e molto di più chi compie l&#8217;azione.</p>



<p>Se lo fa l&#8217;avversario è disumano. Se lo fa un alleato diventa realismo.</p>



<p>È il trionfo della politica come partita di calcio: non importa cosa succede in campo, l&#8217;importante è che segni la propria squadra.</p>



<p>Nel frattempo resta il problema vero: un&#8217; Europa senza una strategia comune sui flussi migratori, Paesi senza una seria programmazione del lavoro, società alle prese con un declino demografico che nessuno vuole affrontare perché non produce consenso immediato.</p>



<p>Ma la verità più amara è un&#8217;altra.</p>



<p>Questa classe dirigente non è caduta dal cielo. Non ce l&#8217;ha mandata una misteriosa forza superiore. L&#8217;abbiamo scelta noi.</p>



<p>Per anni abbiamo premiato chi urlava più forte invece di chi spiegava meglio, chi prometteva miracoli invece di chi proponeva soluzioni per quanto amare, chi trasformava problemi enormi in slogan da trenta secondi.</p>



<p>Ci siamo scelti i peggiori.</p>



<p>E finché continueremo a comprare il biglietto per questo spettacolo, la kakistocrazia continuerà ad andare in scena.&nbsp;</p>



<p>Con nuovi attori, vecchi copioni ed il pubblico sempre pronto a lamentarsi del finale.</p>
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		<title>Attenzione, gli occhiali ti spiano! Altro che riconoscimento facciale!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 06:47:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un mio amico qualche giorno fa mi ha mostrato i suoi nuovi occhiali intelligenti.Una meraviglia tecnologica, non c&#8217;è che dire.Guardi una persona, un oggetto, una scena qualsiasi (anche dall’auto o dalla moto) e quella immagine viene catturata, trasferita ad altissima<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Un mio amico qualche giorno fa mi ha mostrato i suoi nuovi occhiali intelligenti.<br>Una meraviglia tecnologica, non c&#8217;è che dire.<br>Guardi una persona, un oggetto, una scena qualsiasi (anche dall’auto o dalla moto) e quella immagine viene catturata, trasferita ad altissima definizione sullo smartphone, magari accompagnata anche da una bella musichetta di sottofondo.<br>La tecnologia ha fatto un altro balzo in avanti.<br>E la prima reazione, inevitabilmente, è quella dello stupore. Poi, però, arriva una domanda.<br>Una domanda meno entusiasta e forse più scomoda.<br>Come mai passiamo anni a discutere dei rischi del riconoscimento facciale utilizzato dallo Stato, invochiamo controlli rigidissimi sulla privacy, temiamo scenari da &#8220;Grande Fratello&#8221;, e poi accogliamo senza particolare inquietudine dispositivi che trasformano ogni individuo in una potenziale telecamera ambulante?<br>La questione non è tecnologica; è culturale.<br>Per decenni abbiamo immaginato la sorveglianza secondo un modello verticale: il potere che osserva il cittadino.<br>Era il mondo raccontato da George Orwell in 1984: un&#8217;Autorità superiore che controlla, registra, conosce ogni movimento.<br>La nostra paura era quella di essere guardati dall&#8217;alto.<br>Ma la tecnologia contemporanea sta creando qualcosa di diverso.<br>Non più soltanto il Grande Fratello; ma milioni di “Piccoli fratelli”.<br>Quindi la vera rivoluzione non è che il Potere ci osserva. È che siamo diventati volontari del Potere, fornendogli gratuitamente immagini, dati ed identità gli uni degli altri.<br>Una sorveglianza diffusa, orizzontale, nella quale non è più soltanto il Potere ad osservare noi, ma siamo noi cittadini che osserviamo, fotografiamo e registriamo continuamente gli altri.<br>È il fenomeno che gli studiosi chiamano &#8220;sousveillance&#8221;: il controllo dal basso, lo sguardo reciproco tra individui.<br>Una trasformazione enorme.<br>Perché per secoli lo spazio pubblico ha garantito una cosa fondamentale: l&#8217;anonimato.<br>Uscire di casa, camminare in una piazza, sedersi al bar significava entrare nella folla. Potevamo essere osservati, naturalmente, ma quella osservazione finiva lì.<br>Un volto visto per pochi secondi spariva dalla memoria.<br>Oggi non è più così.<br>Un gesto, una frase, un&#8217;espressione, un momento di debolezza possono essere catturati, archiviati, diffusi e potenzialmente diventare permanenti.<br>La memoria digitale non dimentica; e spesso non perdona.<br>Il problema degli occhiali intelligenti, degli smartphone e dei dispositivi indossabili non è soltanto il fatto che possano registrare.<br>È che rendono normale la registrazione; trasformano un atto eccezionale in un comportamento quotidiano.<br>La domanda fondamentale diventa allora: abbiamo ancora diritto a non essere ripresi?<br>Perché il paradosso è evidente.<br>Un Comune o un’Azienda che installa una telecamera in una strada deve rispettare regole, procedure, cartelli informativi, limiti e controlli.<br>Un privato cittadino che passa davanti a noi con una videocamera incorporata negli occhiali può potenzialmente raccogliere immagini senza che noi ne sappiamo nulla.<br>Proprio in questi giorni il Governo ha aggiornato le regole sul riconoscimento facciale recependo quanto previsto dall&#8217;AI Act europeo.<br>Sembra deciso che per utilizzare questi sistemi in tempo reale servirà l&#8217;autorizzazione del Pubblico Ministero; anche i riconoscimenti effettuati successivamente dovranno ottenere il suo via libera entro ventiquattr&#8217;ore, altrimenti tutto dovrà essere cancellato.<br>È una disciplina comprensibile.<br>Ma colpisce una cosa: la politica continua a discutere di come regolare il riconoscimento facciale dello Stato, mentre il riconoscimento facciale sta già entrando nelle tasche e, soprattutto, sul naso dei cittadini.<br>Come spesso accade, il legislatore combatte la guerra precedente, discute il semaforo mentre l&#8217;autostrada è già aperta al traffico, arriva con il taccuino in mano per annotare le regole, mentre la tecnologia ha già cambiato le abitudini di milioni di persone.<br>Nessuno nega che debbano esserci normative sulla Privacy.<br>Ma la difficoltà sta proprio qui: un conto è controllare un&#8217;Amministrazione Pubblica od un&#8217;Azienda, un altro è gestire milioni di persone che ogni giorno possono trasformarsi in produttori e distributori di immagini.<br>Il problema non è soltanto giuridico, è sociale.<br>Perché la tutela della privacy non sta fallendo soltanto per una mancanza di regole.<br>Sta fallendo perché abbiamo accettato un gigantesco scambio.<br>Abbiamo ceduto una parte della nostra riservatezza in cambio di comodità, divertimento e visibilità.<br>Abbiamo paura dell&#8217;occhio dello Stato perché associamo il controllo al potere e alla punizione.<br>Ma accettiamo volentieri l&#8217;occhio del prossimo perché lo percepiamo come un gioco, un gadget, una possibilità in più di condividere.<br>È la stessa società che protesta contro l&#8217;eccesso di esposizione e contemporaneamente pubblica ogni momento della propria vita sui social.<br>Una contraddizione tipica del nostro tempo.<br>Vogliamo essere protetti dallo sguardo degli altri, ma desideriamo essere visti. Vogliamo privacy, ma cerchiamo attenzione. Vogliamo libertà, ma cediamo continuamente pezzi di noi in cambio di servizi gratuiti.<br>Il futuro, probabilmente, non sarà soltanto quello immaginato da Orwell, con un&#8217;Autorità che obbliga tutti ad essere osservati.<br>Potrebbe essere qualcosa di più sottile.<br>Una società nella quale nessuno ci obbliga a mostrare tutto, perché siamo noi stessi a farlo spontaneamente.<br>Il vero problema non sarà soltanto chi controllerà le telecamere.<br>Sarà chi avrà ancora il diritto di dire: quella telecamera non doveva guardarmi.<br>La tecnologia non è il nemico. Il progresso non è il nemico.<br>Ma ogni progresso porta con sé una domanda che non possiamo evitare: ciò che possiamo fare tecnicamente significa necessariamente che dobbiamo farlo?<br>Perché il Grande Fratello di Orwell aveva bisogno di imporre il proprio sguardo.<br>Il nostro tempo ha trovato forse un metodo ancora più efficace.<br>Renderlo desiderabile.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Vengo anch’io? No, tu no! Il valzer del campo largo e l&#8217;ultimatum di Conte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 07:55:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ci sono canzoni che attraversano le generazioni e mantengono una straordinaria capacità di descrivere la realtà. Prendete il capolavoro del rimpianto Enzo Jannacci:&#160;«Vengo anch’io? No, tu no!».&#160; Un ritornello surreale, amaro e divertente, che oggi sembra scritto appositamente<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ci sono canzoni che attraversano le generazioni e mantengono una straordinaria capacità di descrivere la realtà.</p>



<p>Prendete il capolavoro del rimpianto Enzo Jannacci:&nbsp;<em>«Vengo anch’io? No, tu no!»</em>.&nbsp;</p>



<p>Un ritornello surreale, amaro e divertente, che oggi sembra scritto appositamente per sintetizzare l&#8217;eterna, logorante telenovela della politica italiana, ed in particolare del cosiddetto “campo largo”, o comunque lo si voglia chiamare.</p>



<p>Provate per un attimo ad immaginarvi la scena.</p>



<p>Da una parte c&#8217;è Elly Schlein che, con la chitarra in spalla e l’entusiasmo delle Feste dell&#8217;Unità, bussando alla porta della sedicente &#8220;coalizione progressista&#8221;, canta speranzosa:&nbsp;<em>«Vengo anch’io?»</em>.&nbsp;</p>



<p>Dall’altra c’è Giuseppe Conte, l&#8217;Avvocato del Popolo in impeccabile abito con pochette, che la guarda dall&#8217;alto in basso, corregge il nodo della cravatta e risponde gelido:&nbsp;<em>«No, tu no»</em>.</p>



<p>Le cronache dei giornali di questi giorni non parlano d&#8217;altro: lo scontro per la&nbsp;<em>leadership</em>dell’opposizione è tornato a livelli di guardia.&nbsp;</p>



<p>Ma, fuor di metafora musicale, come si stanno mettendo davvero le cose sul tavolo delle trattative?</p>



<p>A rendere la partita particolarmente frizzante è la nuova trovata di Giuseppe Conte.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;ex Premier ha infatti lanciato una proposta che, a prima vista, potrebbe sembrare un omaggio alla democrazia interna, ma che ad uno sguardo più attento somiglia molto a un&#8217;imposizione in pieno stile &#8220;prendere o lasciare&#8221;.</p>



<p>La tesi di Conte è semplice: facciamo le primarie, ma le primarie non serviranno solo a scegliere il candidato premier, bensì a delineare d&#8217;imperio la linea politica della coalizione.</p>



<p>Tradotto dal politichese: se alle primarie vinco io, la linea del campo largo diventa la mia. Punto.&nbsp;</p>



<p>Un esempio su tutti? Il dossier Ucraina. Conte lo dice quasi senza nascondersi: &#8220;Se vinco io, il sostegno militare a Kiev finisce il giorno dopo&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Un modo decisamente garibaldino — per non dire spregiudicato — di usare la conta dei voti per polverizzare la linea atlantista del PD ed imporre l&#8217;agenda grillina a tutta l&#8217;alleanza.&nbsp;</p>



<p>Della serie: non mi limito a guidare il treno, decido io dove posare i binari e chi far scendere dalle carrozze.</p>



<p>Al Nazareno, com&#8217;è facile immaginare, la pillola non è andata giù benissimo.&nbsp;</p>



<p>Ed anzi, sottotraccia, tra i corridoi del PD sembra si stia facendo strada una convinzione sempre più solida e amara: Giuseppe Conte sosterrà l&#8217;alleanza a una sola condizione, ovvero che a guidarla sia lui in persona. Il tutto accompagnato dal timore che alle primarie Conte potrebbe veramente prevalere.&nbsp;</p>



<p>Badate bene che non si tratta solo di ambizione personale, ma di pura sopravvivenza politica.&nbsp;</p>



<p>Conte sa benissimo che se il M5S dovesse accodarsi ad una coalizione a trazione PD guidata da Elly Schlein, finirebbe per schiacciarsi inevitabilmente sui democratici.&nbsp;</p>



<p>E finendo schiacciato, perderebbe anche quel poco (ed ormai ammettiamolo: è rimasto davvero poco) di identità e di &#8220;caratteristica&#8221; che ancora distingue il Movimento 5 Stelle dal resto del panorama politico.&nbsp;</p>



<p>Per Conte, insomma, fare il “secondo” è un lusso che il M5S non può permettersi, pena l&#8217;estinzione.</p>



<p>Ecco allora che la dinamica del&nbsp;<em>«Vengo anch&#8217;io? No, tu no»</em>&nbsp;diventa l&#8217;unica vera regola del gioco.&nbsp;</p>



<p>Se Elly prova ad allargare ai moderati per fare numeri, Conte erige un muro.&nbsp;</p>



<p>Se il PD cerca di far valere il proprio peso elettorale (che resta nettamente superiore a quello dei grillini), il Movimento risponde alzando l&#8217;asticella delle ideologie e sventolando la minaccia dei veti.</p>



<p>La sensazione, per chi osserva il teatrino dall&#8217;esterno, è che i due alleati-rivali siano più occupati a rubarsi i voti a vicenda che a costruire un&#8217;alternativa di governo credibile per il Paese.&nbsp;</p>



<p>Un gioco a somma zero in cui la Maggioranza ringrazia e si gode lo spettacolo senza nemmeno dover fare troppi sforzi.</p>



<p>Alla fine, all&#8217;elettore di Centrosinistra non resta che consolarsi con l&#8217;ironia.</p>



<p>Chissà se alla fine Elly riuscirà a salire su quel famoso autobus o se Giuseppe continuerà a lasciarla a terra alla fermata, pretendo di salire solo a patto di stare al volante.&nbsp;</p>



<p>Nel dubbio, conviene tenere a portata di mano il disco di Jannacci: in attesa di capire se questo &#8220;campo&#8221; sarà mai davvero &#8220;largo&#8221;, almeno la colonna sonora è garantita.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il mezzo litro d’acqua a 2,90 euro e la morale perduta del mercato</title>
		<link>https://www.tviweb.it/il-mezzo-litro-dacqua-a-290-euro-e-la-morale-perduta-del-mercato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 07:53:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo “Chiare, fresche et dolci acque”&#160;cantava il Petrarca.&#160;“Laudato si&#8217;, mi&#8217; Signore, per sor&#8217; Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”&#160;invocava San Francesco d&#8217;Assisi nel suo Cantico.&#160; Per secoli, la nostra cultura e la nostra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p><em>“Chiare, fresche et dolci acque”</em>&nbsp;cantava il Petrarca.&nbsp;<em>“Laudato si&#8217;, mi&#8217; Signore, per sor&#8217; Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”</em>&nbsp;invocava San Francesco d&#8217;Assisi nel suo Cantico.&nbsp;</p>



<p>Per secoli, la nostra cultura e la nostra sensibilità hanno riconosciuto all&#8217;acqua un valore quasi sacro: elemento naturale primario, fonte di vita, simbolo stesso dell&#8217;accoglienza e del ristoro per chiunque si trovi in cammino.</p>



<p>Poi arriva il viaggiatore contemporaneo.</p>



<p>Varca i controlli di sicurezza di un aeroporto, si ferma in un&#8217;area di servizio autostradale, entra in una stazione ferroviaria.&nbsp;</p>



<p>La poesia finisce davanti allo scaffale di un bar e lascia spazio allo scontrino.&nbsp;</p>



<p>La &#8220;sora acqua&#8221; perde improvvisamente la sua umiltà francescana e si trasforma in un piccolo bene di lusso: 2,90 euro per una bottiglietta da mezzo litro.</p>



<p>Quasi tre euro per mezzo litro d&#8217;acqua.&nbsp;</p>



<p>Un prezzo che arriva a superare quello di molte bibite zuccherate o gassate., e di molto quello dei carburanti.</p>



<p>Ed il paradosso è evidente: in un&#8217;epoca nella quale tutti ci ricordano quanto sia importante idratarsi, il semplice atto di bere diventa una spesa da valutare.</p>



<p>A sollevare il caso è stato nei giorni scorsi l&#8217;infettivologo Matteo Bassetti, denunciando sui social il prezzo pagato all&#8217;aeroporto di Milano Malpensa.&nbsp;</p>



<p>Ma la sua protesta va oltre il singolo episodio.&nbsp;</p>



<p>Ha dato voce ad una sensazione diffusa: quella di milioni di cittadini che, ogni giorno, si trovano davanti a prezzi fuori misura nei luoghi dove la scelta è praticamente azzerata.</p>



<p>Perché il problema non è soltanto il costo dell&#8217;acqua.&nbsp;</p>



<p>Il problema è la libertà del consumatore.</p>



<p>In una situazione normale il cittadino può scegliere.&nbsp;</p>



<p>Se una bottiglia costa troppo, cambia esercizio, percorre cento metri, cerca un&#8217;alternativa.&nbsp;</p>



<p>In aeroporto o in autostrada, invece, la situazione è diversa.&nbsp;</p>



<p>Chi ha sete, chi viaggia con bambini, chi aspetta un volo o affronta un lungo viaggio, spesso non ha alternative reali.&nbsp;</p>



<p>Non è un cliente libero: è un cliente obbligato.</p>



<p>Ed è qui che la questione smette di essere una semplice lamentela sul caro prezzi e diventa un tema di equilibrio tra mercato ed interesse pubblico.</p>



<p>Sia chiaro: nessuno mette in discussione il diritto di un&#8217;impresa a guadagnare.&nbsp;</p>



<p>Gli aeroporti hanno costi elevati, le concessioni commerciali hanno prezzi importanti, la gestione di un punto vendita in un&#8217;infrastruttura complessa non è paragonabile a quella di un supermercato sotto casa.</p>



<p>Ma c&#8217;è un dettaglio che non può essere ignorato: aeroporti, autostrade e stazioni non sono semplici centri commerciali.&nbsp;</p>



<p>Sono luoghi strategici, infrastrutture nate per garantire servizi ai cittadini e funzionanti grazie a concessioni pubbliche.</p>



<p>Quando lo Stato affida ad un privato la gestione di uno spazio pubblico, non deve limitarsi ad incassare il canone.&nbsp;</p>



<p>A mio avviso deve anche stabilire alcune regole di civiltà.</p>



<p>Non sarebbe uno scandalo prevedere nei contratti di concessione l&#8217;obbligo di garantire acqua potabile gratuita, o almeno un formato essenziale ad un prezzo ragionevole, tipo mezzo euro per mezzo litro.&nbsp;</p>



<p>Non sarebbe il ritorno dello Stato padrone, ma il riconoscimento di un principio semplice: esistono beni e servizi che, pur restando dentro il mercato, non possono essere trattati come una qualsiasi merce.</p>



<p>Perché una società moderna non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, ma anche dal modo in cui protegge i bisogni elementari delle persone.</p>



<p>Il profitto è legittimo.&nbsp;</p>



<p>Anzi, è il motore che permette alle economie di crescere.&nbsp;</p>



<p>Ma quando la posizione di forza permette di trasformare la necessità in una rendita, allora qualcosa si rompe, e si salta alla speculazione pura.&nbsp;</p>



<p>La bottiglietta a 2,90 euro non è soltanto una bottiglietta.&nbsp;</p>



<p>È il simbolo di un mercato che qualche volta dimentica che dall&#8217;altra parte dello scontrino non c&#8217;è soltanto un cliente, ma una persona.</p>



<p>Ed una società che mette un prezzo sproporzionato persino alla sete rischia di perdere qualcosa di più importante di qualche centesimo: rischia di perdere il senso della misura.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il bel tempo è morto.  Ma le previsioni non se ne sono ancora accorte</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 07:23:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;era un tempo, che ormai i libri di storia collocano da qualche parte verso la fine del Novecento, in cui le previsioni del tempo erano un rito rassicurante.&#160;&#160; Ricordate Bernacca? Il meteorologo impeccabile in giacca e cravatta, indicava<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;era un tempo, che ormai i libri di storia collocano da qualche parte verso la fine del Novecento, in cui le previsioni del tempo erano un rito rassicurante.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ricordate Bernacca?</p>



<p>Il meteorologo impeccabile in giacca e cravatta, indicava la cartina dell&#8217;Italia con una bacchetta e annunciava sorridendo: «Domani bel tempo su tutta la Penisola».</p>



<p>Traduzione: sole, cielo azzurro e qualche nuvoletta decorativa. La gente esultava, preparava la borsa frigo, caricava l&#8217;ombrellone in macchina e progettava una gita.</p>



<p>L&#8217;equazione era semplicissima.</p>



<p>Sole uguale bel tempo.</p>



<p>Pioggia uguale brutto tempo.</p>



<p>Per secoli nessuno si è sognato di metterla in discussione.</p>



<p>Poi, una ventina d&#8217;anni fa, qualcosa ha cominciato a cambiare. Non tanto nelle previsioni, quanto fuori dalla finestra.</p>



<p>Il clima si è messo a fare il clima del Sahara ed il nostro vocabolario è rimasto fermo agli anni Settanta.</p>



<p>Oggi fuori ci sono quarantuno gradi all&#8217;ombra, l&#8217;asfalto sembra una fonduta, le cicale hanno dichiarato sciopero per sfinimento, il gatto osserva il frigorifero con lo stesso trasporto con cui un pellegrino guarda Lourdes, e tu vivi barricato in casa con tapparelle abbassate, finestre sigillate e condizionatore acceso.&nbsp;</p>



<p>Più che una domenica d&#8217;agosto ricorda una replica del lockdown.</p>



<p>Accendi la televisione.</p>



<p>Compare il meteorologo; sorride come se stesse annunciando una vincita alla lotteria e proclama:&nbsp;&nbsp;«Continua il bel tempo su tutta Italia. Sole pieno e cieli completamente sereni.»</p>



<p>Bel tempo?</p>



<p>Viene spontaneo chiedersi: per chi?</p>



<p>Per i cammelli? Per i cactus? Per le lucertole?</p>



<p>Perché, se per uscire di casa devi scegliere fra un&#8217;insolazione e una scottatura di secondo grado, forse il concetto di &#8220;bella giornata&#8221; meriterebbe un piccolo aggiornamento.</p>



<p>Naturalmente, appena osi formulare questo dubbio, arrivano loro.</p>



<p>I Negazionisti del Termometro.</p>



<p>Sono una categoria umana affascinante. Li riconosci subito perché ripetono ogni estate le stesse frasi con la serenità di chi è convinto che la realtà debba adeguarsi ai ricordi</p>



<p>«Ad agosto ha sempre fatto caldo.»&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Verissimo. Come dire che il Monte Bianco è sempre stato alto. Il dettaglio è che quarant&#8217;anni fa il &#8220;gran caldo&#8221; significava trentuno o trentadue gradi. Oggi quei valori vengono salutati come una piacevole rinfrescata.</p>



<p>Poi arriva il secondo argomento.&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Finalmente un po&#8217; d&#8217;estate!»&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Detto mentre cercano disperatamente un metro quadrato d&#8217;ombra, consumano litri d&#8217;acqua e trasformano il condizionatore nell&#8217;elettrodomestico più importante della famiglia.</p>



<p>Infine c&#8217;è il capolavoro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;«È tutta un&#8217;esagerazione dei media.»</p>



<p>Probabilmente. Del resto anche il termometro, il ghiacciaio che arretra e il gatto che tenta di trasferirsi nel congelatore devono essere stati arruolati dalla propaganda.</p>



<p>La verità è che non è cambiata soltanto la temperatura.</p>



<p>È rimasto indietro il linguaggio.</p>



<p>Abbiamo satelliti capaci di prevedere un temporale con giorni di anticipo, supercomputer che elaborano miliardi di dati e modelli matematici di una precisione impressionante.</p>



<p>Ma continuiamo ostinatamente a chiamare &#8220;bel tempo&#8221; una situazione nella quale milioni di persone passano il pomeriggio barricati in casa per evitare un colpo di calore.</p>



<p>Forse dovremmo avere il coraggio di aggiornare il vocabolario.</p>



<p>Perché, se i climatologi hanno ragione nel dire che gli anni più freschi rischiano di essere quelli che stiamo vivendo oggi, è probabile che i nostri figli trovino assurdo il linguaggio con cui raccontiamo il meteo.</p>



<p>Immagino già un telegiornale del 2045.</p>



<p>«Ed ora le previsioni del tempo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Purtroppo anche domani avremo una vasta area di&nbsp;<strong>BRUTTO TEMPO</strong>&nbsp;su tutta la Penisola. L&#8217;anticiclone africano garantirà cielo perfettamente sereno, assenza di vento e temperature comprese fra i 43 e i 45 gradi. Si raccomanda di uscire solo in caso di assoluta necessità.»</p>



<p>Pausa.&nbsp;&nbsp;Il meteorologo cambia espressione.</p>



<p>«Finalmente, però, da giovedì tornerà il&nbsp;<strong>BEL TEMPO.</strong>&nbsp;Una perturbazione atlantica porterà piogge diffuse, temporali, neve sulle Alpi oltre i duemila metri e un deciso calo delle temperature. Gli esperti consigliano di approfittarne per passeggiare all&#8217;aperto.»</p>



<p>Quel giorno nessuno troverà la cosa strana.</p>



<p>Anzi, c&#8217;è da scommettere che qualcuno spalancherà la finestra, si prenderà una bella secchiata d&#8217;acqua in faccia e dirà con soddisfazione:</p>



<p>«Che meraviglia.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco, quello sarà il giorno in cui avremo finalmente il coraggio di dirlo: oggi c&#8217;è un diluvio universale, che giornata meravigliosa.</p>



<p>Dimenticavo:&nbsp;E i vacanzieri?</p>



<p>Quelli che aspettano il sole a tutti i costi?</p>



<p>Con tutto il rispetto, vadano pure a prenderselo, magari direttamente in Africa.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Per la sinistra italica la fede in Sánchez resiste ai fatti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 07:08:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è un fenomeno curioso nella politica italiana. Ogni volta che il centrosinistra vuole dimostrare che esiste un modo migliore di governare, guarda oltre le Alpi.&#160; Non a Berlino, non a Parigi, non a Varsavia. Adesso guarda a Madrid.&#160;<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è un fenomeno curioso nella politica italiana.</p>



<p>Ogni volta che il centrosinistra vuole dimostrare che esiste un modo migliore di governare, guarda oltre le Alpi.&nbsp;</p>



<p>Non a Berlino, non a Parigi, non a Varsavia. Adesso guarda a Madrid.&nbsp;</p>



<p>E puntualmente compare Pedro Sánchez, elevato al rango di modello europeo, di progressista illuminato, di statista da imitare.</p>



<p>Ho già avuto modo di scrivervi che per la sinistra italiana, Sánchez è diventato una specie di santo laico (<a href="https://www.tviweb.it/san-pedro-de-madrid-il-nuovo-santo-straniero-della-sinistra-italiana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/san-pedro-de-madrid-il-nuovo-santo-straniero-della-sinistra-italiana/</a>).</p>



<p>Se in Spagna il carburante costa meno, è merito suo. Se l&#8217;economia cresce, è merito suo. Se vengono approvate riforme sociali, è merito suo.&nbsp;</p>



<p>E quando qualcosa non funziona, il problema diventa improvvisamente l&#8217;Europa, la congiuntura internazionale o l&#8217;opposizione di destra e “fascisti”.</p>



<p>Il culto di San Pedro, insomma, resiste a qualsiasi evidenza.</p>



<p>Sapete che amo molto la Spagna ed apprezzo&nbsp;&nbsp;la qualità della vita&nbsp;&nbsp;e l’efficienza della burocrazia iberica, ma questo non mi impedisce di&nbsp;&nbsp;osservare la realtà spagnola con un minimo di distacco, per scoprire un quadro assai meno edificante.</p>



<p>Pedro Sánchez governa senza riuscire ad approvare una legge di Bilancio da tre anni. Un&#8217;anomalia che, in qualunque democrazia parlamentare europea, verrebbe considerata il sintomo di una maggioranza ormai esaurita.</p>



<p>Non solo.</p>



<p>In tutte le ultime consultazioni amministrative il Partito Socialista ha perso il controllo di buona parte delle Comunità autonome e di molte grandi città.&nbsp;</p>



<p>Alle ultime elezioni politiche il Partito Popolare è risultato la prima forza del Paese.&nbsp;</p>



<p>Sánchez è rimasto alla Moncloa non perché abbia vinto, ma perché è riuscito a costruire, dopo il voto, una maggioranza parlamentare estremamente eterogenea.</p>



<p>È qui che entra in gioco la particolarità della Costituzione spagnola.</p>



<p>La cosiddetta “<em>sfiducia costruttiva”</em>&nbsp;impedisce di far cadere un Governo se non esiste contemporaneamente una maggioranza pronta a sostituirlo.&nbsp;</p>



<p>È una norma concepita per garantire stabilità istituzionale dopo il franchismo, che ha impedito crisi al buio, svolgendo così un ruolo importante nel consolidamento della democrazia spagnola.</p>



<p>Ma oggi produce anche un effetto politico evidente: un Capo di Governo può restare in carica pur non disponendo della forza necessaria per governare con continuità.</p>



<p>Ed è esattamente ciò che accade a Sánchez.</p>



<p>Ogni provvedimento diventa una trattativa. Ogni voto richiede una negoziazione.&nbsp;</p>



<p>Ogni legge dipende dall&#8217;umore dei partiti regionalisti baschi e catalani, alcuni dei quali hanno posizioni ideologiche di destra, ed hanno come obiettivo dichiarato un progressivo distacco dallo Stato spagnolo.</p>



<p>Per mantenere quella maggioranza Sánchez è arrivato perfino a concedere l&#8217;amnistia ai dirigenti del processo indipendentista catalano del 2017, una scelta che fino a pochi mesi prima lui stesso giudicava incostituzionale.&nbsp;</p>



<p>Non è un giudizio morale. È la dimostrazione del prezzo politico richiesto dalla sopravvivenza parlamentare.</p>



<p>Quindi quella di Sanchez non è una maggioranza politica.</p>



<p>È un equilibrio precario costruito sulla convenienza reciproca.</p>



<p>L&#8217;esempio delle accise racconta perfettamente questa situazione.</p>



<p>In questi giorni il centrosinistra italiano indica la Spagna come esempio virtuoso, accusando il Governo Meloni di non aver seguito la strada di Sánchez.</p>



<p>Peccato che la realtà sia diversa.</p>



<p>Madrid avrebbe dovuto equiparare l&#8217;accisa sul gasolio a quella della benzina, come previsto dagli impegni assunti con Bruxelles nel Piano di Ripresa. Non lo ha fatto. Non perché non lo ritenesse opportuno, ma perché il Governo sa di non avere i voti necessari per approvare una misura impopolare.</p>



<p>La Commissione europea ha persino congelato una parte dei fondi del PNRR destinati alla Spagna proprio a causa del mancato rispetto di quell&#8217;impegno.</p>



<p>Eppure nessuno, in Italia, cita questo particolare.</p>



<p>Lo stesso Pedro Sánchez, indicato come punto di riferimento della sinistra pacifista europea, ha autorizzato un incremento della spesa per la difesa di ben 10,471 miliardi di euro in un solo anno, portando gli stanziamenti dal 1,4% al 2% del PIL e realizzando uno degli aumenti più consistenti dell&#8217;intera NATO.&nbsp;&nbsp;<strong>La decisione è stata adottata dal Consiglio dei ministri senza una preventiva approvazione di una nuova legge di bilancio da parte del Parlamento</strong><strong>,</strong>proprio perché il Governo non dispone di una maggioranza stabile.&nbsp;</p>



<p>La scelta ha provocato forti tensioni anche all&#8217;interno della stessa maggioranza, in particolare con gli alleati di&nbsp;<strong>Sumar</strong>, contrari all&#8217;aumento delle spese militari (immaginatevi cosa farebbero Elly Schlein e Company se il Governo Meloni decidesse di comprare armi bypassando il Parlamento)</p>



<p>Pochi ricordano anche che la Spagna socialista è costretta periodicamente a fronteggiare crisi migratorie drammatiche come quella di Ceuta. Quando migliaia di persone tentano di entrare dal Marocco, il Governo Sánchez non risponde con gli slogan dell&#8217;accoglienza illimitata che una parte della sinistra italiana ama predicare.&nbsp;</p>



<p>Rafforza i controlli, negozia con Rabat, effettua rimpatri&nbsp;&nbsp;massivi e difende le frontiere.</p>



<p>Perché il confine, quando si governa, smette di essere un concetto ideologico e torna ad essere un problema concreto.</p>



<p>Ma secondo la nostra gauche quando governa la destra ogni scelta viene descritta come un tradimento; quando la stessa scelta viene compiuta da Sánchez, diventa improvvisamente pragmatismo.</p>



<p>È il miracolo della doppia morale (che sorvola ad esempio sul fatto che in Spagna l’energia costa meno che da noi perché gli spagnoli si sono tenute ben strette le centrali nucleari).&nbsp;</p>



<p>Naturalmente tutto questo non significa che Pedro Sánchez sia un cattivo politico.</p>



<p>Al contrario.</p>



<p>Pur avendo il Partito squassato dagli scandali, che hanno coinvolto anche i suoi familiari, ha dimostrato una straordinaria abilità tattica, una notevole capacità negoziale ed un istinto di sopravvivenza che molti leader europei gli invidiano.</p>



<p>Ma un conto è riconoscerne il talento tattico, un altro è trasformarlo nel modello universale della buona politica.</p>



<p>Perché un Governo incapace di approvare il proprio bilancio, costretto a trattare ogni settimana con una costellazione di partiti territoriali, e sopravvissuto soprattutto grazie all&#8217;assenza di un&#8217;alternativa parlamentare, non rappresenta necessariamente un esempio da esportare.</p>



<p>Forse rappresenta soltanto un sistema istituzionale che consente di restare al potere molto più a lungo di quanto il consenso politico suggerirebbe.</p>



<p>Il vero miracolo di San Pedro, allora, non è quello di aver risolto i problemi della Spagna.</p>



<p>È quello di essere riuscito a convincere una parte della sinistra italiana che, qualunque cosa accada a Madrid, la risposta giusta è sempre la stessa.</p>



<p>E la cosa curiosa è quella che più la realtà smentisce il mito, più il mito diventa necessario.</p>



<p>Amen.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Franco Baresi, l&#8217;ultimo baluardo di un calcio che non tornerà più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 07:50:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ci sono uomini che non salutano semplicemente il mondo. Lo lasciano un po&#8217; più vuoto. La morte di Franco Baresi, a soli 66 anni, non è soltanto la scomparsa di un grande campione.&#160; È la fine di un&#8217;epoca.&#160;<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ci sono uomini che non salutano semplicemente il mondo.</p>



<p>Lo lasciano un po&#8217; più vuoto.</p>



<p>La morte di Franco Baresi, a soli 66 anni, non è soltanto la scomparsa di un grande campione.&nbsp;</p>



<p>È la fine di un&#8217;epoca.&nbsp;</p>



<p>È come se in uno stadio immenso si fosse spento improvvisamente un riflettore, uno di quelli che illuminavano il campo non soltanto per mostrare una partita, ma per raccontare una storia.&nbsp;</p>



<p>Perché Franco Baresi non è stato soltanto un difensore.</p>



<p>È stato “il difensore”.</p>



<p>L&#8217;uomo che ha trasformato un ruolo spesso considerato oscuro, fatto di contrasti, sacrifici e palloni spazzati via, in una forma di arte.&nbsp;</p>



<p>Prima di lui molti pensavano che difendere significasse soprattutto distruggere.&nbsp;</p>



<p>Lui dimostrò che si poteva difendere pensando, anticipando, comandando.</p>



<p>Un libero con il cervello di un regista e l&#8217;anima di un capitano.</p>



<p>Quel braccio alzato verso il cielo per chiamare il fuorigioco è diventato una delle immagini più iconiche della storia del calcio.&nbsp;</p>



<p>Non era un semplice gesto tecnico.&nbsp;</p>



<p>Era un ordine. Una dichiarazione di superiorità tattica. Era il segnale di un uomo che aveva già visto quello che sarebbe successo un secondo dopo.</p>



<p>Nel calcio un secondo è spesso la differenza tra un campione ed un giocatore normale.</p>



<p>Baresi viveva sempre un secondo avanti.</p>



<p>Nato a Travagliato, nella provincia bresciana, arrivò al Milan da ragazzino.&nbsp;</p>



<p>La leggenda racconta che l&#8217;Inter lo scartò perché troppo piccolo e gracile.&nbsp;</p>



<p>Il calcio, qualche volta, regala anche queste ironie: chi viene giudicato troppo fragile diventa poi un gigante.</p>



<p>E quel ragazzino magro sarebbe diventato il simbolo della squadra rossonera per vent&#8217;anni.</p>



<p>Vent&#8217;anni.</p>



<p>Una parola quasi rivoluzionaria nel calcio di oggi, dove le bandiere sembrano specie protette in via di estinzione.</p>



<p>Baresi rimase sempre lì.&nbsp;</p>



<p>Nei momenti gloriosi e in quelli difficili.&nbsp;</p>



<p>Quando il Milan vinceva tutto e quando precipitava in Serie B.&nbsp;</p>



<p>Non cercò scorciatoie.&nbsp;</p>



<p>Non abbandonò la nave quando il mare era agitato.</p>



<p>Fu capitano perché aveva la fascia; ma soprattutto ebbe la fascia perché era “un capitano”.</p>



<p>Con il Milan collezionò oltre 700 presenze ufficiali, sei scudetti e tre Coppe dei Campioni, guidando una delle squadre più forti della storia del calcio, quella costruita da Arrigo Sacchi e poi consacrata negli anni di Fabio Capello.&nbsp;</p>



<p>Accanto a lui giocavano Maldini, Costacurta e Tassotti.</p>



<p>Una difesa che ancora oggi sembra una frase scritta da un poeta.</p>



<p>Ma il momento in cui Franco Baresi entrò definitivamente nella leggenda fu forse una sconfitta.</p>



<p>La finale del Mondiale americano del 1994.</p>



<p>Pasadena.&nbsp;&nbsp;Italia-Brasile.</p>



<p>Baresi aveva subito un grave infortunio al ginocchio durante il torneo. Molti avrebbero detto basta. Lui no.</p>



<p>Tornò in campo dopo appena 25 giorni dall&#8217;operazione.</p>



<p>Novanta minuti. Centoventi minuti.&nbsp;&nbsp;Una partita monumentale.</p>



<p>Poi arrivarono i rigori.</p>



<p>Il suo errore dal dischetto rimane una delle immagini più dolorose della storia azzurra.&nbsp;</p>



<p>Ma proprio lì si vede la differenza tra un campione e una leggenda.</p>



<p>Un campione viene ricordato per le vittorie.</p>



<p>Una leggenda anche per le lacrime.</p>



<p>Quelle lacrime non erano quelle di un perdente. Erano quelle di un uomo che aveva dato tutto quello che aveva dentro.</p>



<p>Anche troppo.</p>



<p>La maglia numero 6 del Milan è stata ritirata nel 1997. Un gesto raro, quasi impensabile in un calcio che oggi ritira più facilmente i sentimenti che le maglie.&nbsp;</p>



<p>Ma quella maglia non è mai stata davvero tolta dal campo.</p>



<p>È rimasta addosso a milioni di ragazzi che hanno giocato nei cortili, nelle strade, nei campetti di periferia.</p>



<p>Ragazzi che magari non avevano il talento di Maradona, la velocità di Ronaldo o il tiro di Van Basten.</p>



<p>Ma che guardando Baresi hanno capito una cosa semplice: nel calcio, come nella vita, non conta soltanto segnare.</p>



<p>Conta anche impedire che gli altri segnino.</p>



<p>Conta esserci.&nbsp;Conta guidare.&nbsp;Conta essere un punto fermo.</p>



<p>Oggi San Siro perde una delle sue voci più autorevoli.</p>



<p>Il Milan perde il suo capitano eterno.</p>



<p>Il calcio italiano perde un pezzo della propria memoria.</p>



<p>Ma Franco Baresi non se ne va davvero.</p>



<p>Resterà in quel braccio alzato verso il cielo.&nbsp;&nbsp;Resterà in quel numero 6 custodito dalla storia.Resterà negli occhi di chi lo ha visto giocare e nel cuore di chi ha imparato, grazie a lui, che anche difendere può essere una poesia.</p>



<p>Una poesia con gli scarpini infangati.</p>



<p>Una poesia senza bisogno di urlare.</p>



<p>Come Franco Baresi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Infantino vende il calcio. La UEFA scopre improvvisamente di avere un&#8217;anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 07:31:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è un momento in cui anche il più spregiudicato dei mercanti dovrebbe fermarsi.&#160; Un momento in cui chi gestisce un patrimonio costruito da generazioni di tifosi dovrebbe ricordarsi che non tutto ciò che muove milioni di persone può<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è un momento in cui anche il più spregiudicato dei mercanti dovrebbe fermarsi.&nbsp;</p>



<p>Un momento in cui chi gestisce un patrimonio costruito da generazioni di tifosi dovrebbe ricordarsi che non tutto ciò che muove milioni di persone può essere trasformato automaticamente in una voce di bilancio.</p>



<p>Quel momento, per Gianni Infantino, sembra essere arrivato.</p>



<p>La bomba è esplosa nel mondo del calcio: la FIFA ha aperto la strada a un modello nel quale le sue competizioni, a partire dalla Coppa del Mondo, possono diventare sempre più appetibili per investitori privati e capitali esterni.&nbsp;</p>



<p>La risposta della UEFA e delle sue 55 federazioni è stata durissima: il Mondiale non è in vendita.</p>



<p>E qui non siamo di fronte alla solita guerra di potere tra dirigenti sportivi.&nbsp;</p>



<p>Perché, dietro lo scontro tra Zurigo e Nyon, c&#8217;è una domanda molto più profonda: il calcio è ancora uno sport, oppure è ormai soltanto un prodotto finanziario?</p>



<p>Il progetto di Infantino sembra rappresentare l&#8217;ultima frontiera di una trasformazione iniziata da anni.&nbsp;</p>



<p>Prima sono arrivati calendari sempre più affollati, competizioni allargate fino alla saturazione, tornei inventati per aumentare gli incassi, partite giocate in ogni angolo del pianeta alla ricerca del mercato più redditizio.</p>



<p>Perché fermarsi davanti alla passione dei tifosi quando si può spremere ancora qualche miliardo?</p>



<p>È la logica del calcio moderno: se una cosa emoziona milioni di persone, allora deve necessariamente essere monetizzata.&nbsp;</p>



<p>Una maglia della Nazionale non è più una maglia, è un&#8217;opportunità commerciale.&nbsp;</p>



<p>Una Coppa del Mondo non è più soltanto una competizione sportiva, è un marchio globale.&nbsp;</p>



<p>Un giocatore non è più soltanto un atleta, è un asset.</p>



<p>Manca solo che qualcuno proponga di mettere le emozioni in Borsa.</p>



<p>La filosofia sembra essere quella di Wall Street applicata al pallone: trasformare la storia in capitale, la tradizione in rendimento, la passione in dividendo.</p>



<p>Il problema non è che nel calcio girino soldi.&nbsp;</p>



<p>Sarebbe ridicolo fare le “vergini violate”,&nbsp;&nbsp;fingendo nostalgia per un&#8217;epoca romantica che non è mai esistita completamente.&nbsp;</p>



<p>Anche il calcio degli anni passati aveva presidenti potenti, interessi economici, televisioni e sponsor.</p>



<p>Il problema nasce quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa il padrone.</p>



<p>Quando non si chiede più: &#8220;Come possiamo proteggere il gioco?&#8221;, ma soltanto: &#8220;Quanto possiamo ancora ricavarne?&#8221;</p>



<p>Ed è qui che la gestione Infantino mostra il suo lato più inquietante.</p>



<p>La FIFA non sembra più accontentarsi di amministrare il calcio mondiale.&nbsp;</p>



<p>Sembra volerlo trasformare in una gigantesca piattaforma commerciale, dove ogni spazio disponibile deve produrre ricavi. Più partite, più mercati, più diritti televisivi, più sponsor.</p>



<p>l tifoso, in questo schema, rischia di diventare soltanto il consumatore finale di un prodotto confezionato da altri.</p>



<p>Un tempo il calcio vendeva sogni. Oggi rischia di vendere pacchetti finanziari.</p>



<p>La contestazione della UEFA nasce proprio da questo timore: quando entrano capitali privati con aspettative di rendimento, il rischio è che le decisioni future non vengano più prese pensando alla salute dei giocatori, alla qualità dello spettacolo od alla storia delle competizioni, ma alla necessità di garantire profitti agli investitori.</p>



<p>Il calendario è già un esempio evidente. I calciatori vengono spremuti fino al limite fisico, perché ogni partita aggiuntiva significa nuovi diritti televisivi e nuovi introiti.&nbsp;</p>



<p>Ma anche il corpo umano, per fortuna, non è ancora quotato in borsa.</p>



<p>Forse è questo il punto che qualcuno negli uffici della FIFA ha dimenticato: il calcio non è nato nei Consigli di amministrazione.</p>



<p>È nato nei campetti di periferia, negli oratori, nelle strade polverose, negli stadi dove migliaia di persone hanno passato una vita intera a sostenere una maglia.</p>



<p>La Coppa del Mondo non è soltanto un evento televisivo; è un pezzo della memoria collettiva di intere generazioni.</p>



<p>Chiunque abbia visto un bambino giocare con una palla consumata sa che lì dentro c&#8217;è qualcosa che va oltre il mercato.</p>



<p>Detto questo, sarebbe ipocrita trasformare la UEFA in una paladina disinteressata dei valori sportivi.&nbsp;</p>



<p>Anche il calcio europeo ha costruito negli anni un impero economico nel quale spesso il denaro ha contato più del gioco.&nbsp;</p>



<p>La differenza è che questa volta sembra essere stato superato un confine.</p>



<p>Non si tratta più soltanto di fare business con il calcio.</p>



<p>Si tratta di pensare che tutto il calcio sia disponibile per essere venduto.</p>



<p>E questo è il vero punto dello scontro.</p>



<p>Infantino rischia di passare alla storia come l&#8217;uomo che ha portato il calcio dove tutto il nostro tempo sembra voler portare ogni cosa: trasformare ciò che amiamo in qualcosa che può essere comprato, venduto e rivenduto.</p>



<p>Ma ci sono cose che hanno valore proprio perché non hanno un prezzo.</p>



<p>Una Coppa del Mondo è una di queste.</p>



<p>Il pallone può rotolare ovunque, ma non è un titolo azionario.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Clima, la vendemmia smentisce i negazionisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 07:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;era una volta il mese di settembre. Per generazioni di italiani non era soltanto l&#8217;inizio della scuola o il momento di riporre i costumi da bagno nell&#8217;armadio.&#160; Era il tempo naturale della vendemmia.&#160; Tra la fine di settembre<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;era una volta il mese di settembre.</p>



<p>Per generazioni di italiani non era soltanto l&#8217;inizio della scuola o il momento di riporre i costumi da bagno nell&#8217;armadio.&nbsp;</p>



<p>Era il tempo naturale della vendemmia.&nbsp;</p>



<p>Tra la fine di settembre ed i primi di ottobre le campagne si riempivano di cassette, forbici, trattori e di quel profumo inconfondibile di mosto fresco che annunciava l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno.</p>



<p>Poi qualcosa è cambiato.</p>



<p>O meglio, qualcosa si è scaldato.&nbsp;</p>



<p>Mettiamo subito le cose in chiaro: vendemmiare a luglio non è un&#8217;eccentrica trovata di marketing, né l&#8217;ultima moda di qualche produttore anticonformista.&nbsp;</p>



<p>È un atto di sopravvivenza agricola.&nbsp;</p>



<p>È la corsa affannosa di chi vede il termometro trasformarsi in una piastra per panini e capisce che, aspettando settembre, invece dell&#8217;uva raccoglierebbe uvetta passita direttamente sulla pianta.</p>



<p>Oggi siamo alla fine di luglio ed in diverse regioni italiane, dalla Sicilia all&#8217;Oltrepò Pavese, fino al Piemonte, la vendemmia è già iniziata.&nbsp;</p>



<p>Si raccolgono Chardonnay e Pinot Nero con quasi due settimane di anticipo rispetto a pochi anni fa.&nbsp;</p>



<p>Ma la vera notizia non è che quest&#8217;anno si raccolga dieci o quindici giorni prima dell&#8217;anno scorso.&nbsp;</p>



<p>La vera notizia è che, rispetto ad una generazione fa, il calendario della vendemmia ha subito un anticipo di cinque-sei settimane abbondanti.&nbsp;</p>



<p>È come se i mesi di&nbsp;&nbsp;agosto e buona parte di settembre fossero stati cancellati dal vigneto, e dal calendario agricolo.</p>



<p>In alcune aziende si lavora perfino di notte, perché sotto il sole di mezzogiorno i grappoli rischiano di arrivare in cantina già troppo caldi, alterando il delicato equilibrio degli aromi e dell&#8217;acidità.</p>



<p>La cosa più interessante, però, è un&#8217;altra.</p>



<p>Mentre nei talk show e sui social si continua a discutere se il cambiamento climatico esista davvero, nelle vigne nessuno perde tempo in dispute ideologiche.&nbsp;</p>



<p>I viticoltori si stanno adattando.&nbsp;</p>



<p>Lasciano crescere l&#8217;erba sotto i filari per abbassare la temperatura del terreno, modificano la gestione della chioma, sperimentano sistemi di coltivazione più protetti, raccolgono nelle ore notturne e ripensano perfino l&#8217;esposizione dei vigneti.</p>



<p>Chi vive di agricoltura non vota il clima.</p>



<p>Ci lavora.</p>



<p>E proprio per questo colpisce vedere come, davanti ad un&#8217;evidenza così concreta, ci sia ancora chi riesce a trasformare perfino la vendemmia in una questione ideologica.</p>



<p>Per alcuni il clima non cambia mai. Per altri ogni temporale diventa l&#8217;Apocalisse.&nbsp;</p>



<p>Gli uni e gli altri sembrano più interessati a difendere la propria fede che ad osservare la realtà.</p>



<p>Nel frattempo gli agricoltori fanno i conti con l&#8217;acido malico che crolla in pochi giorni, con le gradazioni zuccherine che aumentano rapidamente, con la siccità e con lo stress idrico delle piante.&nbsp;</p>



<p>Non stanno partecipando ad un convegno universitario, né a un dibattito televisivo.</p>



<p>Stanno semplicemente cercando di produrre buon vino, e di non mandare in fumo un anno di lavoro.</p>



<p>C&#8217;è un dettaglio, poi, che meriterebbe di essere ricordato.</p>



<p>Le date della vendemmia rappresentano uno dei più antichi archivi climatici d&#8217;Europa.&nbsp;</p>



<p>Monasteri, Comuni e proprietari terrieri le annotavano secoli prima che esistessero satelliti, centraline meteorologiche o modelli climatici.&nbsp;</p>



<p>Gli studiosi utilizzano anche quelle registrazioni per ricostruire l&#8217;evoluzione del clima negli ultimi cinque o sei secoli.</p>



<p>Per questo vedere la vendemmia scivolare sempre più verso luglio non significa inseguire una suggestione od una moda del momento.&nbsp;</p>



<p>Significa osservare una delle serie storiche più solide che la climatologia abbia a disposizione.</p>



<p>Naturalmente qualcuno continuerà a sostenere che si è sempre vendemmiato così.&nbsp;</p>



<p>Magari salterà fuori una pergamena medievale od un papiro romano per dimostrare che in un certo anno del Signore qualcuno raccolse l&#8217;uva prima di San Giacomo.&nbsp;</p>



<p>Succede sempre quando i fatti diventano troppo ostinati: invece di guardarli, si cerca l&#8217;eccezione.</p>



<p>Ma la realtà ha il brutto vizio di non leggere i post su Facebook.</p>



<p>Continua semplicemente ad andare avanti.</p>



<p>E così ci ritroveremo a brindare a Ferragosto con uno spumante ottenuto da uve raccolte mentre molti italiani erano ancora al mare.&nbsp;</p>



<p>Qualcuno alzerà il calice e dirà che è tutto perfettamente normale.</p>



<p>Il vino, almeno lui, non gli darà ragione.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Vicenza, il sondaggio fantasma (e chi paga il conto)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 13:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una nuova specialità della casa nella politica vicentina, ed è il sondaggio orfano.Nei giorni scorsi in città è spuntata un’indagine demoscopica firmata dall’istituto Demetra opinioni.net: ottocento interviste, domande minuziose sul gradimento del sindaco Giacomo Possamai, pagelle sulla sicurezza, persino<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>C’è una nuova specialità della casa nella politica vicentina, ed è il sondaggio orfano.<br>Nei giorni scorsi in città è spuntata un’indagine demoscopica firmata dall’istituto Demetra opinioni.net: ottocento interviste, domande minuziose sul gradimento del sindaco Giacomo Possamai, pagelle sulla sicurezza, persino i test sugli sfidanti per la campagna elettorale del… 2028. Praticamente un’enciclopedia del consenso nostrano.<br>Il problema? Nessuno lo ha commissionato. O meglio: nessuno ammette di averlo fatto.<br>Appena i dati sono emersi sui media locali, è scattato il fuggi fuggi generale. Il centrosinistra che beneficia dei risultati ottenuti, ha spalancato le braccia sostenendo di non saperne nulla; il centrodestra ovviamente tanto meno; i civici hanno guardato altrove fischiettando. In un colpo solo assistiamo a un miracolo della demoscopia moderna: la rilevazione spontanea. Un sondaggio che nasce per partenogenesi, spinto dall’irresistibile desiderio scientifico di Demetra di sapere cosa pensano i vicentini alle tre del pomeriggio? <br>Certo, la spiegazione ufficiale degli &#8220;studi interni self-financed&#8221; regge sempre bene nei comunicati stampa. Fa molto laboratorio d&#8217;analisi e spirito di servizio. Ma in una politica abituata a contare anche i centesimi della farina per la festa di partito, credere che un istituto regali centinaia di telefonate alla causa del dibattito vicentino richiede un atto di fede che neanche in Vescovado.<br>La realtà — che poi è il vero capolavoro di questo piccolo giallo di provincia — è che ci troviamo di fronte a un soggetto ignoto che commissiona, paga, incassa le risposte e poi si nasconde dietro la siepe per vedere l&#8217;effetto che fa. Un committente timido, o forse spaventato dai risultati che lui stesso ha ordinato.<br>A questo punto non resta che attendere i prossimi sviluppi. Magari scopriremo che a Vicenza i sondaggi non si ordinano più: arrivano da soli, come la pioggia d&#8217;autunno. E mentre la politica si accapiglia sui decimali e si chiede da dove arrivi la fattura, ai cittadini resta una sola certezza: in città le cose cambiano, ma il conto — da qualche parte e in qualche modo — alla fine lo paga sempre qualcun altro.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>MPS. Il mercato non ascolta i discorsi. Fa i conti.</title>
		<link>https://www.tviweb.it/mps-il-mercato-non-ascolta-i-discorsi-fa-i-conti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 07:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per decenni il Monte dei Paschi di Siena è stato il simbolo della Banca più politica d&#8217;Italia.&#160; Più che nei Consigli di Amministrazione le sue sorti si decidevano nei palazzi del potere, nelle Segreterie dei partiti, nelle Fondazioni, nei Consigli<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Per decenni il Monte dei Paschi di Siena è stato il simbolo della Banca più politica d&#8217;Italia.&nbsp;</p>



<p>Più che nei Consigli di Amministrazione le sue sorti si decidevano nei palazzi del potere, nelle Segreterie dei partiti, nelle Fondazioni, nei Consigli comunali e Regionali.</p>



<p>Era il regno del famoso &#8220;groviglio armonioso&#8221;, dove finanza e politica finivano spesso per coincidere.</p>



<p>Oggi la storia si è ribaltata.</p>



<p>Ed è forse il cambiamento più importante che il risiko bancario ci sta consegnando.</p>



<p>Da settimane si rincorrono indiscrezioni sul possibile piano alternativo che Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna starebbero preparando per contrastare l&#8217;Opas lanciata da Intesa Sanpaolo.&nbsp;</p>



<p>Fusione? Offerta concorrente? Merger tra eguali? Dividendo straordinario? Tutte ipotesi legittime.</p>



<p>Ma c&#8217;è un dettaglio che molti continuano a sottovalutare.</p>



<p>Il vero interlocutore di Lovaglio non è Carlo Messina, non è il Governo, non è il Ministero dell&#8217;Economia, non è nemmeno Siena.</p>



<p>Si chiama Mercato.</p>



<p>Ed il Mercato, oggi, vale circa il 60% del capitale del Monte dei Paschi.</p>



<p>Dentro quel flottante ci sono alcuni dei più grandi Fondi internazionali (BlackRock per fare un solo esempio).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Gestiscono patrimoni da migliaia di miliardi di euro, investono contemporaneamente a New York, Londra, Singapore e Francoforte e, con ogni probabilità, ignorano perfino quale contrada abbia vinto l&#8217;ultimo Palio.</p>



<p>Non è una battuta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;È il punto centrale della vicenda.</p>



<p>Quegli investitori non sono interessati alla “senesità” del Monte, alla tutela di un marchio storico, alla difesa di un simbolo identitario, od alla costruzione del fantomatico &#8220;terzo polo italiano&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Tutti argomenti che possono appassionare politici, amministratori locali ed opinione pubblica.</p>



<p>I Fondi ragionano diversamente.</p>



<p>Guardano i numeri. Fanno due conti. E si pongono una sola domanda: quanto guadagno?</p>



<p>Se l&#8217;Opas di Intesa offre più valore, aderiranno all&#8217;Opas.</p>



<p>Se il progetto Lovaglio-Castagna offrirà un rendimento superiore, sceglieranno quello.</p>



<p>Fine della discussione.</p>



<p>È questa la grande rivoluzione.</p>



<p>Per la prima volta nella storia del Monte dei Paschi il giudice non siede a Palazzo Chigi.&nbsp;</p>



<p>Siede nei Comitati investimenti di questi grandi Fondi internazionali.</p>



<p>E quel giudice non si lascia convincere né dai comunicati stampa né dai Consigli Comunali o Regionali.</p>



<p>Si convince soltanto con i soldi.</p>



<p>È la differenza tra la Politica ed il Mercato: la prima può essere convinta da un buon discorso; il secondo pretende un&#8217;offerta migliore.</p>



<p>Ecco perché, al netto delle indiscrezioni, il problema vero è uno solo.</p>



<p>Per costruire una proposta realmente competitiva servono miliardi, non dichiarazioni, non interviste, non suggestioni.</p>



<p>Miliardi veri.</p>



<p>Secondo le ricostruzioni circolate in questi giorni, una parte potrebbe arrivare distribuendo agli azionisti il capitale in eccesso accumulato dal Monte.&nbsp;</p>



<p>Ma potrebbe non bastare.</p>



<p>Ed ecco comparire il vero nodo della partita; la partecipazione di circa il 13% detenuta da MPS in Generali. È probabilmente l&#8217;asset più prezioso che il Monte possiede.</p>



<p>Ed è anche quello che potrebbe liberare le risorse necessarie per rendere davvero competitiva una controfferta.</p>



<p>Peccato che proprio qui il Mercato torni improvvisamente a incrociare la Politica.</p>



<p>Perché quella quota in Generali non rappresenta soltanto un investimento finanziario; è uno degli snodi fondamentali del futuro equilibrio del Leone di Trieste.&nbsp;&nbsp;<strong>E potrebbe alterare perfino quello attuale qualora quella partecipazione fosse immessa di colpo sul mercato</strong><strong>.</strong></p>



<p>Da tempo Palazzo Chigi lascia intendere di preferire che Generali resti una vera public company, senza un azionista dominante, e con un equilibrio tra Intesa, Delfin, Unicredit, Caltagirone e gli altri grandi soci.</p>



<p>Se MPS fosse costretta a vendere quel 13% per raccogliere le risorse necessarie a convincere i propri soci, l&#8217;intero equilibrio rischierebbe di saltare.</p>



<p>Ed allora il paradosso diventerebbe perfetto: più Lovaglio costruisce un&#8217;offerta capace di piacere ai Mercati, più rischia di scontentare la Politica.</p>



<p>È il cortocircuito del nuovo capitalismo italiano.</p>



<p>Per anni abbiamo raccontato una Politica che pretendeva di guidare il Mercato.</p>



<p>Oggi scopriamo che, quando arrivano i grandi investitori internazionali, è il Mercato a dettare le condizioni.</p>



<p>Alla fine, che la spunti l&#8217;Opas di Messina od il piano di resistenza senese, questa partita del risiko bancario ci lascia in eredità una grande lezione di salute democratica ed economica:&nbsp;quando le regole sono quelle della concorrenza e della matematica finanziaria, le scorciatoie della cachistocrazia romana&nbsp;&nbsp;non funzionano.&nbsp;</p>



<p>E “cachisticrazia”, tenetelo a mente, è una parola che userò sempre più spesso.</p>



<p>La politica può tifare, può auspicare, può sperare, può strillare, può far finta di contare ancora, può perfino provare a rallentare qualche operazione.</p>



<p>Ma non può costringere migliaia di gestori ed investitori sparsi nel mondo a rinunciare ad un&#8217;offerta economicamente più conveniente.</p>



<p>Il loro patriottismo si misura in rendimento, non in bandiere.</p>



<p>Alla fine, dunque, tutta la partita si riduce a una domanda semplicissima:</p>



<p>Lovaglio e Castagna riusciranno a mettere sul tavolo abbastanza soldi da convincere quel 60% di capitale flottante che la loro proposta vale più dell&#8217;Opas di Intesa?</p>



<p>Perché se la risposta è sì, il mercato li seguirà.</p>



<p>Se invece la risposta è no, tutto il resto diventerà irrilevante.</p>



<p>Il Palio continuerà a corrersi in Piazza del Campo.</p>



<p>Ma i grandi Fondi internazionali continueranno a correre dietro a un&#8217;altra cosa; il rendimento.</p>



<p>So che questa conclusione farà storcere il naso ai nostalgici dello statalismo e dell&#8217;economia guidata dalla Politica.&nbsp;</p>



<p>Ma da liberale continuo a pensare che, vinca Messina o Lovaglio non importa, quando il Mercato costringe tutti a misurarsi con i numeri invece che con le appartenenze, il Paese faccia un piccolo passo avanti.&nbsp;</p>



<p>Non sempre il Mercato ha ragione. Ma quasi sempre obbliga tutti a dire la verità</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-il-mercato-non-ascolta-i-discorsi-fa-i-conti/">MPS. Il mercato non ascolta i discorsi. Fa i conti.</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>San Nimby, patrono d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 07:41:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La transizione ecologica è probabilmente l&#8217;unica religione della storia in cui tutti sono credenti, purché il tempio venga costruito nel Comune accanto. Si chiama&#160;transizione ecologica. Ci credono il Governo, l&#8217;opposizione, gli ambientalisti, gli industriali, Bruxelles, le televisioni e persino i<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>La transizione ecologica è probabilmente l&#8217;unica religione della storia in cui tutti sono credenti, purché il tempio venga costruito nel Comune accanto.</p>



<p>Si chiama&nbsp;<strong>transizione ecologica</strong><strong>.</strong></p>



<p>Ci credono il Governo, l&#8217;opposizione, gli ambientalisti, gli industriali, Bruxelles, le televisioni e persino i social, che normalmente riescono a litigare perfino sul colore del cielo.</p>



<p>Poi, però, qualcuno propone di costruire davvero qualcosa.</p>



<p>Una pala eolica, un parco fotovoltaico, un rigassificatore, un termovalorizzatore, una linea elettrica.</p>



<p>Ed ecco il miracolo.</p>



<p>L&#8217;ecologista diventa paesaggista.</p>



<p>Il paesaggista scopre di avere una profonda vocazione archeologica.</p>



<p>L&#8217;archeologo si trasforma in zoologo.</p>



<p>Lo zoologo individua un rarissimo pipistrello che, guarda caso, vive proprio dove dovrebbe sorgere l&#8217;impianto.</p>



<p>Infine arriva il sindaco, che dichiara di essere sempre stato dalla parte dei cittadini.</p>



<p>Darwin avrebbe avuto materiale sufficiente per scrivere un secondo libro.</p>



<p>Prendiamo Elly Schlein.</p>



<p>In tutte le recenti interviste ha rilanciato con convinzione il suo programma energetico: più rinnovabili, autorizzazioni rapide, ed il famoso &#8220;modello Spagna&#8221;.</p>



<p>Detta così sembra quasi che basti importare qualche regolamento da Madrid perché le bollette italiane si dimezzino per magia.</p>



<p>Peccato che la realtà continui ad essere scandalosamente poco collaborativa.</p>



<p>Nel giugno 2026 le fonti rinnovabili hanno prodotto il 54,5% dell&#8217;energia elettrica italiana; in Spagna il 58,4%.</p>



<p>Praticamente la stessa percentuale.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Eppure gli spagnoli hanno pagato l&#8217;energia circa la metà di noi (69,6 euro al megawattora, contro i mostruosi 132,5 euro del mercato italiano)</p>



<p>Miracolo?</p>



<p>No.</p>



<p>Nucleare.</p>



<p>Quel piccolo particolare che nel dibattito della sinistra compare con la stessa frequenza con cui Dracula cita le virtù dell&#8217;aglio.</p>



<p>In Spagna quasi un quinto dell&#8217;elettricità arriva dalle centrali nucleari, che riducono drasticamente il ricorso al gas.&nbsp;</p>



<p>Se poi aggiungiamo una morfologia molto più favorevole ai grandi impianti fotovoltaici, ed una ventosità che l&#8217;Italia semplicemente non possiede, il &#8220;modello Spagna&#8221; assomiglia sempre più a quei dépliant turistici dove splende sempre il sole e non compare mai la pioggia.&nbsp;</p>



<p>Fin qui siamo ancora alla teoria. La commedia comincia quando si passa ai cantieri.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Perché tutti vogliono le rinnovabili; purché vengano costruite nel collegio elettorale del vicino.</p>



<p>In Sardegna, la giunta guidata dalla 5Stelle Alessandra Todde ha escluso oltre il 99% del territorio dalle aree considerate idonee agli impianti.</p>



<p>Novantanove per cento.</p>



<p>Una percentuale talmente elevata che viene spontaneo chiedersi dove immaginassero di installare pale e pannelli.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Probabilmente in Corsica.</p>



<p>La Corte costituzionale ha già bocciato quella legge tre volte.</p>



<p>Tre.</p>



<p>Quando un giudice ti dice tre volte che hai torto, forse il problema non è il giudice.</p>



<p>Ma il capolavoro appartiene all&#8217;Umbria.</p>



<p>Qui, per fermare sette pale eoliche, si è formato uno schieramento degno di una superproduzione cinematografica.</p>



<p>Vip, proprietari di castelli, Associazioni, ricorsi, appelli.</p>



<p>Ed infine&#8230; gli Etruschi.</p>



<p>Sì, proprio loro.</p>



<p>Dopo duemilacinquecento anni di meritato riposo sono stati richiamati in servizio per fermare il progresso.</p>



<p>La presidente della Regione Stefania Proietti, di area progressista, ha scritto a Giorgia Meloni chiedendole di difendere &#8220;il paesaggio dei nostri antenati etruschi&#8221;.</p>



<p>A questo punto mancava soltanto una diffida firmata da Giulio Cesare.</p>



<p>Anzi, no.&nbsp;&nbsp;&nbsp;È stato evocato perfino San Francesco.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il santo che nel&nbsp;<em>Cantico delle Creature</em>lodava &#8220;Frate Vento&#8221; è stato trasformato, suo malgrado, nel patrono della resistenza contro le pale mosse proprio dal vento.</p>



<p>Se questa non è ironia della storia, poco ci manca.&nbsp;</p>



<p>Naturalmente sarebbe troppo facile ridere soltanto della sinistra; anche la destra conosce benissimo il catechismo del NIMBY.</p>



<p>Quando il Governo Draghi decise di collocare il rigassificatore Golar Tundra nel porto di Piombino, fu proprio il sindaco di Fratelli d&#8217;Italia a guidare la rivolta cittadina.</p>



<p>Per mesi sembrò che nel porto non dovesse attraccare una nave energetica, ma la flotta del Barbarossa.&nbsp;</p>



<p>Cambiano i partiti.&nbsp;&nbsp;Cambiano gli slogan.&nbsp;&nbsp;Cambiano i colori.&nbsp;&nbsp;Non cambia mai il cortile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ed è proprio questa la vera malattia italiana. Non abbiamo un problema di idee. Abbiamo un problema di geografia.</p>



<p>Tutti sono favorevoli alle infrastrutture, purché vengano costruite qualche chilometro più in là. È la dittatura del&nbsp;<strong>NIMBY</strong>&nbsp;(<em>&#8220;Not In My Back Yard&#8221; &#8211;&nbsp;</em>Non nel mio giardino</p>



<p>Forse dovremmo aggiornare l&#8217;acronimo.&nbsp;&nbsp;In Italia ormai significa:&nbsp;<strong>&#8220;Not In My Ballot Yard&#8221;</strong><strong>&nbsp;–&nbsp;</strong><strong>(</strong>Non nel cortile dove prendo i voti).</p>



<p>E così continuiamo a celebrare ogni convegno sulla transizione ecologica come se fosse una nuova Pentecoste.&nbsp;</p>



<p>Poi arriva il momento di piantare una pala.&nbsp;&nbsp;Ed ecco apparire comitati, ricorsi, vincoli paesaggistici, pipistrelli, castelli medievali, antichi Romani, Etruschi, santi e perfino il cugino che &#8220;conosce un geologo&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Alla fine l&#8217;unica energia davvero rinnovabile che produciamo senza limiti è quella impiegata per bloccare gli impianti. Poi ci domandiamo perché in Spagna le bollette siano più leggere.</p>



<p>La risposta è semplice. Loro producono elettricità.&nbsp;&nbsp;Noi produciamo comitati.</p>



<p></p>
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		<title>Spiagge libere: la lezione di Bacoli al Paese. Il coraggio che manca allo Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 10:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A volte le grandi rivoluzioni non esplodono con il fragore dei grandi fuochi. A volte basta una candela, accesa in un posto che i più considerano periferico o marginale, ma tenuta saldamente in pugno da un Amministratore determinato, per innescare<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p> A volte le grandi rivoluzioni non esplodono con il fragore dei grandi fuochi. A volte basta una candela, accesa in un posto che i più considerano periferico o marginale, ma tenuta saldamente in pugno da un Amministratore determinato, per innescare quel cambiamento che su queste colone vado invocando ormai con cadenza quasi ossessiva.Chi mi legge sa bene quante volte io abbia denunciato l’anomalia tutta italiana delle concessioni balneari: un meccanismo surreale per cui beni che appartengono a me, a voi, alla collettività intera, vengono di fatto sottratti ai cittadini e trasformati in patrimoni privati perpetui, sulla base di concessioni rilasciate a canoni ridicoli, e rinnovate all’infinito. Una privatizzazione di fatto del demanio pubblico, una rendita perpetua costruita su un bene che non appartiene ai concessionari, protetta dalla politica e tollerata da uno Stato debole.Poi, lontano dai palazzi romani, succede qualcosa.Succede a Bacoli, comune di trentamila anime adagiato nei Campi Flegrei. Lì c&#8217;è un giovanissimo Sindaco, Josi Gerardo Della Ragione, salito per la prima volta al Municipio, e privo dei soliti condizionamenti di partito.In campagna elettorale aveva fatto una promessa chiara e all&#8217;apparenza utopica: restituire ai cittadini l’80% del litorale sotto forma di spiagge libere e fruibili.Ebbene, quella promessa non è rimasta cartastraccia da comizio. Il Consiglio Comunale di Bacoli ha approvato un nuovo Regolamento Demaniale che rappresenta una vera e propria scossa sismica per il settore. Non si tratta di annunci di maniera né di sparate sui social: la solidità dell&#8217;azione di Bacoli ha superato anche il primo, cruciale scoglio giudiziario. Il TAR Campania (fine luglio 2026) si è espresso respingendo i ricorsi degli ex concessionari e confermando la piena legittimità delle ordinanze di sgombero per gli arenili e gli specchi d&#8217;acqua occupati indebitamente, che diventeranno esecutive dal 1° ottobre.Ma oltre alle demolizioni degli abusi ed ai nuovi bandi di gara, il Regolamento introduce un principio giuridico rivoluzionario: il divieto tassativo di subentro, di cessione o di trasferimento della concessione per qualsiasi causa.È la picconata decisiva al &#8220;diritto di rendita&#8221;. Per cinquant&#8217;anni le concessioni balneari sono state vendute a peso d&#8217;oro insieme alle aziende, oppure tramandate di padre in figlio come un feudo di famiglia. A Bacoli no: la concessione dovrebbe diventare un titolo strettamente personale (intuitus personae), a tempo determinato, rilasciato per gara. Se il gestore muore, decide di cambiare mestiere o fallisce, il bene pubblico torna al Comune per essere rimesso a bando. Niente passaggi di mano, niente compravendite di quote, niente dinastie dei lettini.Spero vi sia chiaro che finché una concessione potrà essere ceduta, venduta, conferita in società, ereditata od utilizzata come componente del valore di un&#8217;azienda, continuerà ad avere un prezzo di mercato. E se ha un prezzo di mercato, inevitabilmente qualcuno pretenderà di esserne proprietario. Il giorno in cui la concessione diventa incedibile, torna automaticamente a essere ciò che dovrebbe sempre essere stata: un semplice titolo amministrativo temporaneo.Questa battaglia di civiltà amministrativa ha bisogno del sostegno netto e incondizionato di tutti i cittadini liberi. Perché è fin troppo facile prevedere cosa accadrà ora: c&#8217;è da attendersi una reazione all&#8217;ultimo sangue da parte di tutta la corporazione dei balneari e di chi ha enormi interessi diretti a fare in modo che le concessioni rimangano esattamente nel pantano in cui sono affogate finora. Il Sindaco di Bacoli si troverà di fronte un muro di ricorsi, pressioni e attacchi ad personam da parte di chi vede minacciato un privilegio storico che considerava un diritto acquisito per sempre.È la dimostrazione pratica che per applicare le direttive europee come la Balkestein non servono rinvii o normative farraginose: basta la volontà politica. Ora la palla spetterebbe alla Politica nazionale. Che sia di destra o di sinistra poco importa perché tutti i Partiti, con rarissime eccezioni, hanno protetto questo sistema per decenni .Sarebbe sufficiente un intervento legislativo minimo, un articolo di legge semplice e lineare di appena due righe:  “È vietato qualsiasi subentro in una concessione del demanio marittimo. È altresì vietata qualsiasi forma di cessione della concessione, sia per atto tra vivi sia mortis causa.”Finché il Parlamento non troverà il coraggio di scrivere queste poche parole, dobbiamo sostenere senza esitazione la trincea di Bacoli. Sperando che quella candela accesa nel Golfo di Pozzuoli non venga spenta dalle raffiche d&#8217;interesse corporativo, ma riesca finalmente ad appiccare il fuoco del buon senso a tutto il Paese.Concludendo, per anni ci hanno raccontato che il problema era l&#8217;Europa, la Bolkestein, Bruxelles, i giudici e la burocrazia. Bacoli dimostra che il problema era molto più semplice: mancava il coraggio&#8221;.</p>



<p></p>
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		<title>Hormuz. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra. L&#8217;Iran la pace.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 07:57:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;era un tempo in cui la sola presenza della Flotta degli Stati Uniti nel Golfo Persico bastava a garantire la libertà di navigazione e, con essa, una parte decisiva dell&#8217;ordine economico mondiale.&#160; Bastava una portaerei americana all&#8217;orizzonte perché il messaggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>C&#8217;era un tempo in cui la sola presenza della Flotta degli Stati Uniti nel Golfo Persico bastava a garantire la libertà di navigazione e, con essa, una parte decisiva dell&#8217;ordine economico mondiale.&nbsp;</p>



<p>Bastava una portaerei americana all&#8217;orizzonte perché il messaggio fosse chiaro: le rotte del petrolio non si toccano.</p>



<p>Oggi, dopo settimane di bombardamenti, centinaia di missili lanciati, infrastrutture distrutte e un doloroso bilancio di vite umane, la domanda s&#8217;impone con brutale semplicità: se il punto di arrivo è quello che si sta delineando, valeva davvero la pena combattere questa guerra?</p>



<p>A giudicare dall&#8217;assetto strategico che sembra prendere forma nello Stretto di Hormuz, la risposta è tutt&#8217;altro che scontata.</p>



<p>Nelle prossime settimane assisteremo probabilmente alla consueta celebrazione della vittoria.&nbsp;</p>



<p>La Casa Bianca parlerà di deterrenza ristabilita, di missione compiuta, di libertà di navigazione finalmente garantita.&nbsp;</p>



<p>Ogni guerra moderna ha bisogno del proprio racconto, e anche questa non farà eccezione.</p>



<p>Ma i rapporti di forza non si misurano nelle conferenze stampa.&nbsp;</p>



<p>Si misurano sulle carte nautiche.</p>



<p>E su quelle carte compare una realtà molto diversa dalla narrazione ufficiale.</p>



<p>Lo Stretto di Hormuz non torna sotto la piena tutela del diritto internazionale, né sotto il controllo esclusivo delle flotte occidentali.&nbsp;</p>



<p>Si profila invece una sorta di condominio strategico tra Iran e Sultanato dell&#8217;Oman: un corridoio meridionale lungo le acque omanite ed uno settentrionale che attraversa le acque territoriali iraniane, inevitabilmente sorvegliato dai Pasdaran.</p>



<p>In altre parole, Teheran non viene esclusa dalla partita; ne diventa uno degli arbitri.</p>



<p>È un risultato che, fino a poche settimane fa, sarebbe sembrato paradossale.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo dichiarato era contenere l&#8217;influenza iraniana.&nbsp;</p>



<p>Il risultato rischia di essere invece il suo riconoscimento, sia pure implicito.</p>



<p>Naturalmente c&#8217;è chi sostiene che l&#8217;obiettivo americano non fosse quello di abbattere il regime degli Ayatollah, bensì quello molto più limitato di riaprire le rotte commerciali e ristabilire la capacità di deterrenza.&nbsp;</p>



<p>È una lettura rispettabile.&nbsp;</p>



<p>Ma se per garantire il traffico marittimo occorre riconoscere all&#8217;Iran un ruolo permanente nella gestione dello Stretto, allora è difficile parlare di una vittoria politica senza qualche imbarazzo.</p>



<p>Il paradosso appare ancora più evidente osservando il quadro regionale.</p>



<p>Le monarchie sunnite del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, stavano pensando di investire miliardi per ridurre la propria dipendenza da Hormuz attraverso nuovi oleodotti e terminali affacciati sul Mar Rosso.&nbsp;</p>



<p>Era una strategia intelligente: aggirare il collo di bottiglia controllato dall&#8217;Iran.</p>



<p>Ma Teheran ha dimostrato ancora una volta di saper giocare una partita lunga.</p>



<p>Gli attacchi degli Houthi contro la navigazione nel Golfo di Bab el-Mandeb hanno ricordato a tutti che anche la via alternativa può essere resa vulnerabile.&nbsp;</p>



<p>Quando un avversario riesce a mettere sotto pressione contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb, il messaggio è inequivocabile: nessuna via energetica del Golfo può considerarsi completamente al sicuro senza fare i conti con l&#8217;Iran e con la sua rete di alleati.</p>



<p>Eppure la vera domanda è un&#8217;altra.</p>



<p>Perché Washington sembra disposta ad accettare un compromesso che, almeno sul piano geopolitico, appare così poco favorevole?</p>



<p>La risposta potrebbe non trovarsi nel Medio Oriente ma a migliaia di chilometri di distanza, tra Wall Street e Washington.</p>



<p>Le guerre costano. E costano ancora di più quando si avvicinano appuntamenti elettorali decisivi.</p>



<p>Con il prezzo della benzina americana tornato sopra la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone, con rendimenti dei Treasury elevati, e con un&#8217;economia che mostra crescenti segnali di rallentamento, il vero nemico della Casa Bianca rischia di non essere il missile iraniano, ma il malcontento dell&#8217;elettore americano.</p>



<p>Trump è arrivato alla Casa Bianca promettendo due cose: mettere al primo posto gli interessi degli Stati Uniti, e non trascinare il Paese in nuove guerre infinite.</p>



<p>Se il conflitto può essere congelato con un compromesso, anche imperfetto, egli potrà rivendicare di aver mantenuto quella promessa.&nbsp;</p>



<p>Non importa se il risultato geopolitico appare meno brillante del previsto.&nbsp;</p>



<p>Per l&#8217;elettore medio americano il prezzo della benzina pesa spesso più degli equilibri strategici del Golfo Persico.</p>



<p>Da qui nasce quella che qualcuno ha già definito, con una punta di ironia, una&nbsp;<strong>Trumpian Tactical Retreat</strong>: un arretramento tattico presentato come una vittoria diplomatica.</p>



<p>In questo scenario emerge anche una divergenza che probabilmente esisteva fin dall&#8217;inizio.</p>



<p>Washington e Tel Aviv combattevano la stessa guerra, ma non necessariamente perseguivano lo stesso obiettivo.</p>



<p>Per Israele questa rappresentava forse l&#8217;occasione storica per ridimensionare in modo permanente il potenziale strategico iraniano.</p>



<p>Per gli Stati Uniti era soprattutto una crisi da chiudere prima che il conto economico e finanziario diventasse insostenibile.</p>



<p>È una differenza enorme.</p>



<p>Israele puntava a cambiare gli equilibri regionali; Washington sembra invece essersi accontentata di congelarli.</p>



<p>Per questo, a Gerusalemme, il compromesso rischia di lasciare un retrogusto amaro: un Iran certamente indebolito, ma ancora perfettamente capace di esercitare influenza attraverso i propri alleati regionali e, soprattutto, ancora centrale nella sicurezza delle rotte energetiche.</p>



<p>Nemmeno le monarchie sunnite possono guardare con serenità a questo scenario.</p>



<p>Se gli Stati Uniti finiscono per riconoscere, anche indirettamente, un ruolo iraniano nella gestione di Hormuz, la credibilità della tradizionale garanzia di sicurezza americana inevitabilmente si affievolisce.&nbsp;</p>



<p>Non perché Washington scompaia dal Golfo, ma perché dimostra di non essere più disposta a sostenere qualsiasi costo pur di conservarne il monopolio strategico.</p>



<p>C&#8217;è poi un grande convitato di pietra che molti commentatori occidentali sembrano dimenticare: la Cina.</p>



<p>Pechino importa dal Golfo una quota essenziale del proprio fabbisogno energetico.&nbsp;</p>



<p>Più che vincere una guerra, ha interesse a che il petrolio continui semplicemente a scorrere. Non è un caso che negli ultimi anni abbia rafforzato i rapporti con l&#8217;Iran senza rompere quelli con l&#8217;Arabia Saudita, arrivando perfino a favorire il riavvicinamento diplomatico tra i due Paesi.&nbsp;</p>



<p>Ogni arretramento dell&#8217;influenza americana amplia inevitabilmente lo spazio diplomatico cinese.</p>



<p>Anche la Russia osserva gli eventi con un certo distacco. Un Medio Oriente più instabile mantiene elevati i prezzi dell&#8217;energia e costringe Washington a disperdere uomini, mezzi ed attenzione strategica su più fronti contemporaneamente. Per il Cremlino non è certo una cattiva notizia.</p>



<p>Quanto all&#8217;Europa, continua a oscillare tra dichiarazioni di principio, ipotesi di missioni navali ed appelli alla de-escalation.&nbsp;</p>



<p>Ancora una volta conferma la propria irrilevanza geopolitica quando le grandi potenze ridisegnano gli equilibri del mondo.</p>



<p>La storia insegna che una guerra si vince quando modifica a proprio favore i rapporti di forza.</p>



<p>Qui, invece, i rapporti di forza sembrano essere rimasti sorprendentemente simili a quelli precedenti al conflitto.</p>



<p>Con una differenza, però, non trascurabile.</p>



<p>L&#8217;Iran entra nella fase successiva non come il Paese isolato che si voleva marginalizzare, ma come un interlocutore inevitabile nella gestione del principale check point energetico del pianeta.</p>



<p>Se davvero questo sarà il punto di approdo della crisi, allora la domanda iniziale torna con ancora maggiore forza.</p>



<p>Forse gli Stati Uniti hanno vinto la guerra militare.</p>



<p>Ma è molto meno evidente che abbiano vinto quella politica.</p>



<p>E, nella storia, è quasi sempre la seconda a decidere chi abbia davvero prevalso.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/hormuz-gli-stati-uniti-hanno-vinto-la-guerra-liran-la-pace/">Hormuz. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra. L&#8217;Iran la pace.</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>L’Ilva ed il feticcio di un acciaio che non c’è più: e se spargessimo il sale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 09:22:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ci sono agonie industriali che sfidano le leggi della fisica, della finanza e del buon senso.L’ex Ilva di Taranto non è più nemmeno una storia industriale o una soap opera di serie B; è diventata un rito pagano,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ci sono agonie industriali che sfidano le leggi della fisica, della finanza e del buon senso.<br>L’ex Ilva di Taranto non è più nemmeno una storia industriale o una soap opera di serie B; è diventata un rito pagano, un feticcio ideologico a cui la politica italiana continua a sacrificare miliardi di euro dei contribuenti.<br>Il tutto per mantenere in vita un cadavere d’acciaio che non produce più nulla se non debiti, illusione e cassa integrazione.<br>Guardiamo la realtà al di là dei tecnicismi e dei numeri che cambiano a seconda del Ministro di turno.<br>La logica economica e la storia recente ci dicono una cosa chiarissima: l’Ilva è invendibile.<br>I tentativi di privatizzazione o di cessione a partner stranieri si susseguono ed abortiscono con regolarità svizzera.<br>Ogniqualvolta si apre un bando o si intavola una trattativa, gli ipotetici acquirenti si rendono conto della voragine e sfilano via veloci, lasciando lo Stato con il cerino in mano.<br>E lo Stato cosa fa?<br>Riapre il portafoglio.<br>Inietta prestiti ponte che diventano a fondo perduto, stanzia risorse d’emergenza, inventa finzioni contabili al solo scopo di coprire le perdite correnti e pagare gli stipendi del mese successivo.<br>Siamo di fronte ad un accanimento terapeutico — o meglio, ad un accanimento politico — che ha dell&#8217;incredibile.<br>Nessun Governo ha il coraggio di pronunciare la parola &#8220;fine&#8221;, terrorizzato dal costo elettorale che, si crede a mio avviso erroneamente, un gesto di realtà comporterebbe.<br>E così ci si arrampica sui vetri con piani industriali fantasma, promesse di &#8220;acciaio verde&#8221; che somigliano sempre più a favole della buonanotte, e cordate d&#8217;emergenza che sconfinano nel surreale.<br>Il tutto soggetto alla spada di Damocle della Magistratura, attenta a fare rispettare le regole, anche a costo di chiudere la produzione.<br>Ma a mio avviso la verità vera, quella che tutti vedono ma pochissimi hanno l&#8217;onestà di dire ad alta voce, riguarda il territorio stesso: Taranto, come comunità e come città, quel centro siderurgico non lo vuole più.<br>Dopo decenni di ricatti incrociati tra lavoro e salute, tra fumi velenosi e occupazione, il legame viscerale tra la città e la sua fabbrica si è spezzato.<br>Non c&#8217;è più orgoglio industriale, non c&#8217;è più fiducia nel futuro dell&#8217;acciaio tarantino.<br>E persino sul fronte delle maestranze si è consolidata un&#8217;amara assuefazione: anni ed anni di Cassa Integrazione hanno trasformato la fabbrica da sito produttivo ad ammortizzatore sociale permanente.<br>Per molti lavoratori, comprensibilmente logorati da decenni di incertezza e promesse da marinaio, l&#8217;unica speranza residua è che la collettività continui a sprecare denaro pubblico per mantenerli in bolla fino all’ agognato raggiungimento della pensione.<br>Una situazione umanamente comprensibile, ma socialmente ed economicamente insostenibile.<br>A questo punto la domanda sorge spontanea e provocatoria, ma sacrosanta: vale davvero la pena continuare questo strazio?<br>Non costerebbe decisamente meno — a noi contribuenti ed alla dignità di questo Paese — chiudere tutto e spargere il sale sulle macerie?<br>Se mettessimo a confronto quello che abbiamo speso finora (e che continueremo inevitabilmente a spendere a fondo perduto per i prossimi dieci o vent’anni) con il costo di una chiusura definitiva, bonifica seria del territorio ed accompagnamento garantito dei lavoratori alla pensione od alla riconversione, scopriremmo che spargere il sale ci costerebbe infinitamente meno.<br>Meno soldi pubblici inceneriti, meno finzione di Stato, meno ipocrisia.<br>Continuare a buttare risorse in un immenso forno spento non è difesa dell&#8217;industria nazionale; è solo una truffa politica per non ammettere che il Re è nudo, e che il modello Ilva è fallito da un pezzo.<br>È ora di staccare la spina alla farsa<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Le pietre e gli alibi. Chi difende chi ci difende?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 07:11:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è qualcosa che non torna nel rapporto che lo Stato ha con se stesso. Quando un insegnante viene aggredito, si invocano pene esemplari.&#160; Quando un medico viene picchiato al Pronto Soccorso, si parla di emergenza nazionale.&#160; Quando una<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è qualcosa che non torna nel rapporto che lo Stato ha con se stesso.</p>



<p>Quando un insegnante viene aggredito, si invocano pene esemplari.&nbsp;</p>



<p>Quando un medico viene picchiato al Pronto Soccorso, si parla di emergenza nazionale.&nbsp;</p>



<p>Quando una donna viene perseguitata da uno stalker, si chiedono leggi più severe.&nbsp;</p>



<p>Tutto giusto.</p>



<p>Ma quando, come è accaduto ancora una volta a Bologna ed in Val di Susa, uomini e donne delle Forze dell&#8217;Ordine vengono investiti da una pioggia di pietre, bombe carta, bulloni, aste metalliche e fumogeni, improvvisamente il dibattito cambia.&nbsp;</p>



<p>Non si parla più di aggressori e di aggrediti.&nbsp;</p>



<p>Si cercano le attenuanti, si analizzano i contesti, si apre il consueto processo mediatico sulla &#8220;proporzionalità&#8221; della reazione della Polizia.</p>



<p>Eppure la realtà è ormai da anni sotto gli occhi di tutti.</p>



<p>Da una parte ci sono gruppi organizzati che nulla hanno a che vedere con il diritto costituzionale di manifestare.&nbsp;</p>



<p>Si presentano travisati, equipaggiati con caschi, protezioni, scudi improvvisati, radiotrasmittenti, sampietrini, bombe carta e strumenti d&#8217;offesa preparati in anticipo.&nbsp;</p>



<p>Non improvvisano lo scontro: lo pianificano. Conoscono le tecniche della guerriglia urbana e sanno perfettamente come provocare la reazione delle Forze dell&#8217;Ordine.</p>



<p>Dall&#8217;altra parte ci sono poliziotti, carabinieri e finanzieri.&nbsp;</p>



<p>Persone normalissime.&nbsp;</p>



<p>Padri e madri di famiglia che, con stipendi certamente non proporzionati ai rischi che corrono, vengono mandati a fare da argine alla violenza con un compito quasi impossibile: ristabilire l&#8217;ordine senza mai oltrepassare un confine che nessuno ha davvero definito con chiarezza.</p>



<p>Da tempo i Sindacati di Polizia e le rappresentanze dell&#8217;Arma ripetono lo stesso appello.&nbsp;</p>



<p>Non chiedono licenza di colpire. Non chiedono impunità.&nbsp;</p>



<p>Chiedono regole d&#8217;ingaggio chiare, tutele giuridiche certe, e strumenti normativi adeguati ad una violenza che è profondamente cambiata rispetto a quella di trent&#8217;anni fa.</p>



<p>Perché oggi gli scontri di piazza non si combattono soltanto sull&#8217;asfalto.</p>



<p>Si combattono anche davanti alle telecamere e sui social.</p>



<p>Le frange più violente conoscono perfettamente le regole del gioco.&nbsp;</p>



<p>Sanno che basta provocare una reazione, isolare dieci secondi di un filmato, postarlo in rete, così trasformando gli aggressori nelle vittime del giorno dopo.&nbsp;</p>



<p>I dieci minuti precedenti, le pietre, le bombe carta, gli assalti ai cordoni di sicurezza ed i feriti tra le Forze dell&#8217;Ordine spariscono dal racconto.</p>



<p>Eppure c&#8217;è un&#8217;altra domanda che continuiamo a evitare.</p>



<p>Perché, dopo quarant&#8217;anni, assistiamo sempre allo stesso copione?</p>



<p>Perché a Bologna, come in Val di Susa, spuntano ogni volta gruppi perfettamente organizzati, capaci di mettere in difficoltà perfino reparti addestrati a gestire disordini?</p>



<p>La risposta non può essere soltanto di ordine pubblico.</p>



<p>Dietro questi gruppi non esiste soltanto un&#8217;organizzazione.&nbsp;</p>



<p>Esiste anche un clima culturale che, negli anni, ha finito per considerarli quasi una componente fisiologica del conflitto sociale.</p>



<p>Lucia Musti, Procuratrice Generale presso la Corte d&#8217;Appello di Torino, ha parlato di una&nbsp;<strong>&#8220;</strong><strong>area grigia&#8221;</strong><strong>,</strong>&nbsp;anche colta e borghese, che guarda con una certa indulgenza a questi antagonisti, fino a trasformarli, nell&#8217;immaginario collettivo, nei nuovi partigiani.</p>



<p>È probabilmente l&#8217;osservazione più inquietante di tutta questa vicenda.</p>



<p>Perché i partigiani combattevano contro una dittatura ed un esercito di occupazione.</p>



<p>Qui, invece, si assaltano cantieri, si incendiano macchinari, si lanciano pietre e bombe carta contro poliziotti e carabinieri che stanno semplicemente svolgendo il proprio lavoro al servizio di uno Stato democratico.</p>



<p>Mettere sullo stesso piano le due cose non è un&#8217;opinione; è una caricatura della storia.</p>



<p>Negli ultimi vent&#8217;anni non sono mancati scrittori, artisti, intellettuali e amministratori pubblici che hanno espresso solidarietà al movimento No Tav.&nbsp;</p>



<p>Nulla di scandaloso, naturalmente, se quella solidarietà fosse rimasta confinata alle ragioni della protesta.</p>



<p>Il problema è che troppo spesso non si è voluto tracciare una linea netta tra il dissenso e la violenza.</p>



<p>Come se quest&#8217;ultima fosse una spiacevole ma inevitabile appendice della mobilitazione.</p>



<p>Come se, in fondo, un centinaio di agenti feriti fosse il prezzo inevitabile di una causa ritenuta giusta.</p>



<p>Ed è qui che una parte della sinistra italiana non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia.</p>



<p>Ha quasi sempre condannato le violenze, ma spesso con un linguaggio burocratico, accompagnato dall&#8217;immancabile &#8220;però&#8221;.</p>



<p>“Però bisogna capire il disagio, però non bisogna criminalizzare il Movimento, però attenzione a non comprimere il diritto di manifestare”.</p>



<p>Argomenti tutti condivisibili, fino al momento in cui quel &#8220;però&#8221; finisce per attenuare la gravità di chi trasforma una manifestazione in una battaglia campale.</p>



<p>La differenza tra una condanna politica ed una presa di distanza culturale è enorme.</p>



<p>La prima consiste in un comunicato stampa.</p>



<p>La seconda significa affermare senza ambiguità che chi organizza la guerriglia urbana non appartiene più alla sinistra democratica, non rappresenta il mondo del lavoro, non difende l&#8217;ambiente, e non esercita un diritto costituzionale.</p>



<p>È soltanto un violento, un criminale.&nbsp;</p>



<p>Nel frattempo resta irrisolta anche una gigantesca contraddizione.</p>



<p>In tutto il mondo gli ambientalisti chiedono di trasferire il traffico dalla gomma al ferro.</p>



<p>In Italia, invece, la battaglia ambientalista più radicale, più ostinata e spesso più violenta, è stata combattuta proprio contro una linea ferroviaria.</p>



<p>Al contrario, la seconda canna del traforo autostradale del Fréjus, inaugurata nel luglio dello scorso anno, ha suscitato contestazioni incomparabilmente più deboli.</p>



<p>Una domanda, dopo vent&#8217;anni, sarebbe lecita.</p>



<p>Perché tutta questa guerra contro un treno?</p>



<p>Anche questa è una domanda alla quale il movimento No Tav ed i suoi numerosi fiancheggiatori culturali non hanno mai dato una risposta davvero convincente.</p>



<p>Resta poi il problema delle regole.</p>



<p>Il principio della proporzionalità nell&#8217;uso della forza è sacrosanto.</p>



<p>Ma chi stabilisce, concretamente, che cosa sia &#8220;proporzionato&#8221;?</p>



<p>L&#8217;agente che, in mezzo al fumo, con decine di persone che gli lanciano addosso pietre e bombe carta, ha pochi secondi per decidere?</p>



<p>Oppure il Magistrato che magari cinque anni dopo rivede i filmati al rallentatore in un&#8217;aula di Tribunale?</p>



<p>Se il legislatore non definisce con maggiore precisione i limiti dell&#8217;uso della forza, la proporzionalità rischia di diventare un concetto elastico, affidato ogni volta all&#8217;interpretazione del singolo Giudice.</p>



<p>E l&#8217;agente lo sa.</p>



<p>Sa che molti dei responsabili delle devastazioni torneranno rapidamente a casa impuniti (magari con l’aureola degli “eroi”).</p>



<p>Ma sa anche che lui rischia anni di processi, spese legali, tensioni familiari, ed una carriera compromessa per una decisione presa in pochi secondi.</p>



<p>Questo è il vero scaricabarile della politica.</p>



<p>Da almeno trent&#8217;anni tutti promettono più sicurezza; poi, quando la piazza esplode, tutti fanno un passo indietro.</p>



<p>Se la città viene devastata, si accusa la Polizia di essere rimasta a guardare.</p>



<p>Se la Polizia interviene con decisione, si grida immediatamente allo &#8220;Stato di polizia&#8221;.</p>



<p>È un doppio binario insostenibile.</p>



<p>C&#8217;è infine un confronto che dovrebbe far riflettere.</p>



<p>Chi abbia visto operare le forze di polizia in Francia, Germania o Regno Unito sa bene che, in situazioni analoghe, gli interventi sono spesso molto più energici di quelli italiani.&nbsp;</p>



<p>Da noi, invece, ogni manganellata diventa un caso politico nazionale, mentre troppo spesso ci si dimentica di chiedersi chi abbia lanciato la prima pietra.</p>



<p>È una simmetria artificiale che finisce per mettere sullo stesso piano chi aggredisce e chi è chiamato, per legge, a difendere l&#8217;ordine pubblico.</p>



<p>Una democrazia ha certamente il dovere di garantire il diritto di manifestare, ma ha anche il dovere di impedire che quel diritto venga sequestrato da minoranze organizzate che trasformano ogni corteo in un campo di battaglia.</p>



<p>La violenza politica vive di due cose; dei bastoni e di chi la pratica.</p>



<p>Ma anche delle ambiguità di chi, pur non praticandola, continua a considerarla meno grave di quanto sia realmente.</p>



<p>I primi lanciano le pietre; i secondi costruiscono l&#8217;alibi morale.</p>



<p>Ed è proprio questo alibi, coltivato per troppi anni da una parte della cultura e della politica italiana, ad aver trasformato la guerriglia della Val di Susa in una sorta di rito periodico, quasi inevitabile.</p>



<p>Uno Stato serio non può limitarsi a pretendere che i propri servitori mantengano l&#8217;ordine.</p>



<p>Deve anche avere il coraggio di difenderli, politicamente e giuridicamente, quando fanno il proprio dovere.</p>



<p>Perché uno Stato che manda i propri uomini a fronteggiare la guerriglia urbana senza offrire loro un quadro normativo chiaro, e senza una piena legittimazione politica, non è uno Stato più garantista.</p>



<p>È semplicemente uno Stato che scarica le proprie responsabilità su chi porta una divisa</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>L’uomo è l’animale che scrive poesie dopo l&#8217;accoppiamento. Il sesso, la poesia e il cavallo.Umberto Baldo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:33:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardando un film ambientato in un allevamento di cavalli, mi ha colpito la reazione di una Signora che inorridiva davanti alla monta di uno stallone.Da lì mi è nata una domanda apparentemente banale.Di quelle che, proprio perché sembrano banali, finiscono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/luomo-e-lanimale-che-scrive-poesie-dopo-laccoppiamento-il-sesso-la-poesia-e-il-cavallo-umberto-baldo/">L’uomo è l’animale che scrive poesie dopo l&#8217;accoppiamento. Il sesso, la poesia e il cavallo.Umberto Baldo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Guardando un film ambientato in un allevamento di cavalli, mi ha colpito la reazione di una Signora che inorridiva davanti alla monta di uno stallone.<br>Da lì mi è nata una domanda apparentemente banale.<br>Di quelle che, proprio perché sembrano banali, finiscono per essere le più difficili.<br>Perché osservare un toro che monta una mucca, un cavallo una cavalla o un montone una pecora ci appare quasi sempre una scena &#8220;bestiale&#8221;, qualcosa che un regista evita accuratamente di mostrare in un film destinato al grande pubblico?<br>Eppure, se la stessa dinamica coinvolge due esseri umani, tutto cambia.<br>Diventa amore, eros, poesia, intimità, perfino Sacramento.<br>Ma, dal punto di vista strettamente anatomico, cosa c ‘è di davvero diverso?<br>La risposta più onesta è quasi imbarazzante. Molto meno di quanto siamo disposti ad ammettere.<br>Tolta la colonna sonora, tolte le candele, tolti gli sguardi, le promesse, i sospiri e le metafore dei poeti, rimane sempre un maschio che introduce il proprio pene nella vagina di una femmina.<br>Una descrizione zoologica essenziale userebbe categorie sorprendentemente simili.<br>Noi invece no, ed è qui che comincia la parte interessante.<br>L&#8217;uomo è probabilmente l&#8217;unico animale incapace di lasciare in pace la realtà.<br>Ogni cosa deve diventare qualcos&#8217;altro.<br>Mangiare diventa gastronomia. Dormire diventa rito. Morire diventa religione.<br>E fare sesso diventa amore, peccato, fedeltà, tradimento, matrimonio, pornografia, letteratura, diritto, morale e, in alcune culture, perfino un atto sacro.<br>In quella stessa costruzione simbolica sono nate anche regole, divieti e gerarchie. Per secoli (e purtroppo in certe parti del mondo non è cambiato nulla) la sessualità femminile è stata sorvegliata, disciplinata e spesso controllata in nome dell&#8217;onore, della morale, della religione o della certezza della discendenza.<br>Abbiamo costruito sopra l’atto sessuale, in sé un gesto biologico finalizzato alla riproduzione, una delle più imponenti cattedrali simboliche della storia dell&#8217;umanità, con tanto di codici, tribunali e rapporti di potere.<br>Ma non perché fossimo ipocriti.<br>Per necessità.<br>A differenza della maggior parte dei mammiferi, l&#8217;essere umano non vive la sessualità soltanto quando la biologia glielo ordina (quando la femmina va in calore).<br>L&#8217;evoluzione ha separato il desiderio dalla mera riproduzione.<br>Possiamo desiderare di accoppiarci in ogni stagione dell&#8217;anno, indipendentemente dalla fertilità.<br>Questo ha trasformato il sesso in qualcosa che coinvolge memoria, immaginazione, linguaggio, gelosia, progetto, paura dell&#8217;abbandono, desiderio di esclusività.<br>Non è più soltanto un comportamento; diventa una relazione.<br>Ma attenzione.<br>Che il significato sia immenso non significa che la biologia sia scomparsa. Significa soltanto che le abbiamo costruito sopra un edificio gigantesco.<br>Anzi, forse la più grande operazione di marketing della storia l&#8217;ha compiuta proprio l&#8217;umanità nei confronti del sesso.<br>Gli animali non costruiscono l&#8217;erotismo come costruzione culturale.<br>Non conoscono il romanticismo, il peccato od il pudore così come li intendiamo noi.<br>Soprattutto, non raccontano storie.<br>Noi sì.<br>E raccontando storie abbiamo finito per dimenticare il punto di partenza.<br>Pensiamo di essere completamente diversi dagli altri mammiferi, quando in realtà siamo gli unici mammiferi che hanno assunto poeti, filosofi, psicologi, sacerdoti e registi per spiegare ciò che stanno facendo.<br>Un toro non scrive un sonetto dopo l&#8217;accoppiamento.<br>Da millenni la letteratura canta l&#8217;amore: dal Cantico dei Cantici a Dante, da Petrarca a Shakespeare, fino a Proust ed a migliaia di romanzi.<br>La grammatica biologica dell&#8217;atto sessuale è rimasta pressoché la stessa.<br>Sono cambiati i significati.<br>Forse è proprio per questo che il sesso degli animali ci mette a disagio.<br>Perché ci mostra la versione spogliata di tutto ciò che noi abbiamo aggiunto.<br>Niente promesse. Niente simboli. Niente “anelli”. Niente “abiti bianchi”. Niente &#8220;per sempre&#8221;. Nessuna musica in sottofondo.<br>Solo la natura, senza i racconti che noi le costruiamo attorno.<br>Ed è quella nudità, più ancora dei corpi, a risultarci imbarazzante.<br>Ci ricorda che, nonostante migliaia di anni di civiltà, in noi continua a battere un cuore animale.<br>Forse la domanda, allora, non è perché consideriamo “bestiale” il sesso degli animali.<br>La domanda è un&#8217;altra.<br>Perché sentiamo un bisogno quasi disperato di convincerci che il nostro non lo sia?<br>Forse la risposta è semplice ed, allo stesso tempo, profondamente umana.<br>L&#8217;uomo non è l&#8217;unico animale che fa sesso.<br>È l&#8217;unico animale che, mentre lo fa, cerca disperatamente un significato che vada oltre il sesso stesso.<br>Ed è questa ricerca di significato, più che l&#8217;atto in sé, a renderci davvero umani.<br>Tornando alla domanda iniziale, in fondo non è il cavallo che ci scandalizza. Il cavallo fa semplicemente il cavallo.<br>Siamo noi a scandalizzarci, perché in quel gesto riconosciamo qualcosa che ci appartiene e che preferiremmo dimenticare.<br>Per migliaia di anni abbiamo ammantato il sesso di poesia, religione, filosofia, morale, psicologia, diritto e romanticismo.<br>Tutte cose bellissime, sia chiaro. Ma anche tutte costruzioni umane.<br>La natura, invece, continua ad ignorarle con olimpica indifferenza.<br>Il cavallo non sa di essere &#8220;bestiale&#8221;. Siamo noi ad aver inventato questa parola.<br>E forse l&#8217;abbiamo inventata proprio per prendere le distanze da ciò che continuiamo ostinatamente a rifiutare di essere.<br>Concludendo nessun cervo, dopo l&#8217;accoppiamento, si domanda se la relazione abbia un futuro.<br>Nessun gorilla consulta uno psicoterapeuta per elaborare un tradimento. Nessun delfino scrive poesie d&#8217;amore.<br>Solo l&#8217;uomo è riuscito a trasformare un riflesso biologico in una biblioteca di milioni di libri, e probabilmente, continuerà a scriverne altri milioni, pur di non ammettere che tutto è cominciato esattamente come per il cavallo nel prato accanto.<br>Forse è proprio questa la nostra vera differenza dagli altri animali: non il sesso, ma il bisogno irresistibile di raccontarcelo.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>MPS-BPM-INTESA  Fantabanca all’italiana: e se la pioggia fosse in francese?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:31:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sia chiaro, prima che qualcuno telefoni agli avvocati: siamo nel campo della pura “fantabanca”. Ipotesi giornalistiche, indiscrezioni, suggestioni da ombrellone, chiacchiere e retroscena da corridoio finanziario.&#160; Però i temporali hanno una brutta abitudine: quando senti tuonare per giorni, prima o<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Sia chiaro, prima che qualcuno telefoni agli avvocati: siamo nel campo della pura “fantabanca”.</p>



<p>Ipotesi giornalistiche, indiscrezioni, suggestioni da ombrellone, chiacchiere e retroscena da corridoio finanziario.&nbsp;</p>



<p>Però i temporali hanno una brutta abitudine: quando senti tuonare per giorni, prima o poi qualche goccia cade davvero.&nbsp;</p>



<p>E le nuvole&nbsp;&nbsp;che sembra&nbsp;&nbsp;si stiano addensano sopra il risiko bancario italiano paiono avere un curioso profumo di lavanda e baguette.&nbsp;</p>



<p>Ricostruiamo la scena con la fantasia.&nbsp;</p>



<p>L’ultima voce che circola con insistenza nei salotti milanesi e senesi parla&nbsp;&nbsp;di un imminente, clamoroso matrimonio tra Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>Non più un’Opa o un’Ops ostile, ma una fusione d’amore e d’interesse tra Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna, pronti a creare il famigerato &#8220;Terzo Polo&#8221; bancario italiano.&nbsp;</p>



<p>Una grande operazione di sistema, si dirà.&nbsp;</p>



<p>Un baluardo a tutela dell&#8217;italianità del credito.</p>



<p>Tutto bellissimo.&nbsp;</p>



<p>Se non fosse per un piccolo, veniale dettaglio: l’elefante nella stanza (o meglio, il&nbsp;<em>coq gaulois</em>nel pollaio).</p>



<p>Il dettaglio si chiama Crédit Agricole.&nbsp;</p>



<p>La Banque Verte controlla già circa il 30% di Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>Ora, la prima domanda che qualsiasi osservatore minimamente provvisto di buon senso dovrebbe porsi è: ma quale interesse avrebbero mai i francesi a farsi diluire in questo nuovo maxipolo Mps-BPM?</p>



<p>La risposta potrebbe trovarsi in quella raffinata arte della diplomazia finanziaria in cui i transalpini sono maestri da secoli: la diluizione calcolata.&nbsp;</p>



<p>Anche vedendo ridotta la propria quota percentuale all&#8217;interno di un&#8217;entità molto più grande, Crédit Agricole rimarrebbe comunque, numeri alla mano, il primo azionista relativo del nuovo colosso.&nbsp;</p>



<p>Con il vantaggio non trascurabile di non doversi caricare l&#8217;onere ed i costi di un’integrazione diretta, ma mantenendo un peso specifico determinante su tutte le decisioni strategiche.&nbsp;</p>



<p>In pratica: comandare (o quantomeno contare più di tutti gli altri) spendendo meno e rimanendo elegantemente dietro le quinte.</p>



<p>Ed è qui che la vicenda assume contorni kafkiani.</p>



<p>Tutti ricordiamo la levata di scudi, i proclami infuocati ed il gran polverone sollevato dal Governo per ostacolare le mire di UniCredit su Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>In quell&#8217;occasione abbiamo assistito a vette di retorica sovrana da spingere qualche analista al limite del neurodelirio: si è arrivati quasi a teorizzare che UniCredit — Banca storicamente radicata a Milano — non fosse abbastanza &#8220;italiana&#8221; (sic”!).</p>



<p>Ed è qui che il ragionamento rischia di trasformarsi in una commedia dell&#8217;assurdo.&nbsp;</p>



<p>Se UniCredit, Gruppo con sede a Milano, milioni di clienti italiani, Vigilanza Europea, ed una storia profondamente intrecciata con il sistema economico nazionale, poteva essere descritta come un corpo quasi estraneo, allora diventa difficile spiegare perché un Gruppo nel quale il primo azionista potrebbe essere Crédit Agricole dovrebbe incarnare meglio l&#8217;italianità.&nbsp;</p>



<p>Evidentemente la nazionalità, nel risiko bancario, non è un dato anagrafico: è una categoria elastica.&nbsp;</p>



<p>Forse dipende da chi compra chi.</p>



<p>Ora, la domanda sorge spontanea e maliziosa: che senso avrebbe avuto tutto quel blaterare sulla difesa della &#8220;patria bancaria&#8221; se poi il fantomatico Terzo Polo nascesse sotto la costante, benevola tutela dei cugini d&#8217;Oltralpe?</p>



<p>La contraddizione diventa ancora più vistosa se si sposta lo sguardo sul vero convitato di pietra di tutta la partita: Assicurazioni Generali.&nbsp;</p>



<p>Per mesi ci siamo sentiti ripetere che la priorità assoluta dell&#8217;Esecutivo fosse mettere “patriotticamente” al riparo il Leone di Trieste (il vero tesoro degli italiani!) dalle grinfie degli &#8220;stranieri&#8221;.&nbsp;</p>



<p>E siccome Mps custodisce in pancia, tramite Mediobanca, una quota chiave del 13% del colosso triestino, logica vorrebbe che Mps rimanesse blindatissima sotto l&#8217;insegna del tricolore.</p>



<p>Ma se Mps dovesse fondersi con BPM, e BPM ha come primo socio Crédit Agricole (affiancato magari nell&#8217;azionariato da altri soci con solidi legami francesi, quali ad esempio la Delfin dei Del Vecchio, legata al Governo transalpino in Essilor-Luxottica), dove finisce lo scudo anti-straniero?&nbsp;</p>



<p>Alla fine della fiera, il chiavistello di Trieste e della finanza italiana rischierebbe di ritrovarsi comodamente appeso nei salotti di Parigi.</p>



<p>Magari resterà tutto nel cassetto delle ipotesi estive.&nbsp;</p>



<p>Magari fra una settimana scopriremo che era soltanto l&#8217;ennesimo ballon d&#8217;essai fatto filtrare per vedere l&#8217;effetto che fa.</p>



<p><strong>Ma se davvero il Terzo Polo dovesse nascere con i francesi nel ruolo di primo azionista&nbsp;</strong>più che un ombrello tricolore, ci servirà un&nbsp;<em>parapluie</em>.</p>



<p><strong>Ma se invece questo fosse l’epilogo, qualcuno dovrebbe spiegarci che cosa significavano tutti quei richiami all&#8217;italianità, alla sovranità finanziaria ed alla difesa degli asset strategici (persino con un uso&nbsp;&nbsp;discutibile del Golden Power).&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Perché a quel punto non sarebbe cambiata la Banca.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Sarebbe cambiato soltanto il metro con cui si misura il patriottismo economico.</strong></p>



<p><strong>E forse scopriremmo che il nazionalismo bancario funziona come certi ombrelli da spiaggia: si apre quando fa comodo e si richiude appena cambia il vento.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Anche se il vento soffia da Parigi.</strong></p>



<p>Come dicevo all’inizio, magari questi sono solo incubi estivi e la “fantabanca” rimarrà il “sogno di una notte di mezza estate”.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>MPS, l’ultima trincea. Quando la storia diventa uno scudo contro il mercato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.<br>E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie, normalmente significa che il conto economico ha lasciato il posto alla liturgia.<br>È quello che sta accadendo attorno al Monte dei Paschi di Siena, la Banca più antica del mondo, e forse anche una delle più raccontate.<br>Il Ministero dell&#8217;Economia si prepara a vendere l&#8217;ultimo 4,86% detenuto nel capitale.<br>Una quota ormai simbolica per qualsiasi analista finanziario, ma diventata improvvisamente per la Politica Toscana l&#8217;ultimo baluardo della sovranità nazionale, quasi una versione bancaria della Linea Maginot.<br>Perché, si sa, in Italia abbiamo una particolare passione: quando una fortezza cade, anziché chiedersi perché sia successo, ci affezioniamo alle mura.<br>In prima fila nella difesa dell&#8217;indipendenza senese troviamo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che richiama il valore storico della Banca come presidio strategico per l&#8217;economia italiana e per l&#8217;identità regionale.<br>Ora, con tutto il dovuto rispetto per il Rinascimento e le contrade, viene spontaneo chiedersi: fondamentale per l&#8217;economia italiana?<br>Davvero il PIL del Paese e la stabilità del sistema creditizio nazionale possono dipendere dal destino di un Istituto che per oltre un decennio è sopravvissuto a suon di ricapitalizzazioni pubbliche, salvataggi di Stato e riassetti dolorosi?<br>C’è qualcosa di quasi poetico nel considerare questo 4,86% residuo non come una quota oramai simbolica, ma come l&#8217;ultimo scudo della sovranità economica nazionale.<br>Ora, nessuno vuole negare la straordinaria storia del Monte dei Paschi. Cinquecento anni di vicende economiche e sociali sono un patrimonio che merita rispetto.<br>Ma una domanda resta inevitabile: la storia può diventare una categoria del bilancio?<br>Perché il mercato, nella sua brutale semplicità, ragiona con criteri leggermente meno romantici: capitale, redditività, rischi, crediti deteriorati, capacità di generare utili.<br>Un investitore non compra una banca per custodire un capitolo di storia medievale. Compra una banca per farla funzionare.<br>Altrimenti tanto varrebbe trasformare MPS in un museo del credito con biglietto d&#8217;ingresso, visite guidate e magari una riproduzione del vecchio consiglio di amministrazione in cera.<br>Il vero capolavoro retorico arriva quando entra in scena il cosiddetto &#8220;valore immateriale&#8221;.<br>Un concetto sicuramente importante, ma che rischia di diventare una sorta di passe-partout universale: serve per difendere il marchio, la sede, il management, l&#8217;occupazione, l&#8217;autonomia.<br>In pratica tutto deve rimanere uguale.<br>Ed è qui che emerge il paradosso italiano nella sua forma più pura: si cerca un compratore privato, ma gli si chiede di comportarsi come se fosse ancora lo Stato.<br>Bisogna comprare la banca, ma non cambiarla.<br>Integrare, ma senza integrare.<br>Creare efficienza, ma senza tagliare nulla.<br>Fare mercato, ma rispettando una sceneggiatura già scritta dalla politica.<br>Per me è il trionfo perfetto del Gattopardismo italico: trovare un compratore di mercato affinché nulla cambi.<br>Nessun taglio, nessuna riorganizzazione, comandi sempre Siena, ed il nuovo azionista si limiti a fare da generoso sponsor della continuità storica.<br>E pretendere poi che il Governo intervenga per &#8220;blindare&#8221; queste pretese, dopo che già in passato l&#8217;Europa ci ha giustamente censurato per le troppe ingerenze pubbliche, non è politica industriale: è pura fantascienza..<br>La vicenda ricorda molto da vicino anche quella di Commerzbank in Germania. Anche lì, quando UniCredit ha manifestato interesse, si sono levate barricate politiche in nome della sovranità economica nazionale.<br>Berlino ha parlato di interesse strategico, di banca tedesca da proteggere, di rischio di perdita dell&#8217;identità.<br>Poi è arrivata la realtà.<br>E la realtà, in economia, ha spesso il pessimo vizio di non leggere i comunicati stampa della politica.<br>Quando un azionista arriva vicino al 50% di una società, prima o poi bisogna fare i conti con i numeri. Anche la Germania, patria dell&#8217;ordine e della disciplina finanziaria, ha dovuto prendere atto che le regole del mercato europeo valgono per tutti.<br>Persino per chi vorrebbe essere più uguale degli altri.<br>A Siena, invece, resiste l&#8217;idea che esista una sorta di eccezione geografica alle leggi della finanza.<br>La richiesta è chiara: mantenere il Management nella città, lasciare la Direzione Generale tute le funzioni di vertice a Siena, garantire occupazione e indotto.<br>Obiettivi comprensibili, soprattutto per una comunità che ha legato la propria identità alla Banca, e per una politica abituata a vendere ai cittadini i “libri dei sogni”.<br>Ma c&#8217;è una domanda che dovrebbe essere posta con altrettanta chiarezza: se chi compra deve lasciare tutto com&#8217;è, perché dovrebbe comprare?<br>Nessun imprenditore serio acquisisce una società per congelarla nel tempo.<br>Le fusioni servono a creare valore, eliminare duplicazioni, aumentare competitività. Non sono cerimonie commemorative.<br>Il Monte dei Paschi non deve essere cancellato dalla sua storia. Sarebbe un errore.<br>Ma neppure può essere prigioniero della propria storia.<br>Perché una banca non vive soltanto del passato, per quanto glorioso. Vive del futuro.<br>E il futuro, piaccia o meno, non si costruisce con le contrade, le bandiere e la nostalgia.<br>Si costruisce con capitale, capacità manageriale e regole uguali per tutti.<br>Un&#8217;altra considerazione riguarda proprio il ruolo del mercato.<br>Difendere le regole non significa sostenere necessariamente l&#8217;operazione di Intesa Sanpaolo.<br>Significa accettare che siano gli azionisti, e non la politica, a decidere.<br>Oggi l&#8217;OPAS attribuisce a ciascuna azione MPS un valore di 10,09 euro, mentre ieri il titolo ha chiuso in Borsa a 11,624 euro. Dovranno essere dunque i proprietari della Panca, cioè gli azionisti, a valutare se il prezzo offerto sia adeguato oppure no.<br>Se il mercato riterrà l&#8217;offerta insufficiente, la risposta è altrettanto semplice: chi vuole acquisire dovrà migliorare la proposta, oppure prendere atto che l&#8217;operazione non è conveniente e lasciare spazio ad altre soluzioni.<br>È questa la logica del capitalismo: non esistono offerte sacre né acquirenti predestinati.<br>Esistono valori, aspettative e decisioni degli investitori. Il mercato può dare torto a Intesa, ma non può essere sostituito da una conferenza stampa della politica locale.<br>La vera domanda non è quindi se MPS debba conservare la propria anima.<br>La domanda è se qualcuno abbia ancora il coraggio di spiegare che anche le anime, nel mondo della finanza, devono avere un corpo sano che le sorregga.<br>Altrimenti il rischio è che il Monte dei Paschi rimanga davvero un monumento.<br>Solo che i monumenti, generalmente, non fanno credito alle imprese.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Tra diritto e strada: il dilemma della norma &#8220;anti-maranza&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:43:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Nel dibattito pubblico l&#8217;etichetta è ormai entrata nel linguaggio comune — &#8220;norma anti-maranza&#8221; — ma l&#8217;impatto della modifica annunciata dal Governo Meloni al codice penale va ben oltre lo slogan politico. La riforma punta a stravolgere un perno<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Nel dibattito pubblico l&#8217;etichetta è ormai entrata nel linguaggio comune — &#8220;norma anti-maranza&#8221; — ma l&#8217;impatto della modifica annunciata dal Governo Meloni al codice penale va ben oltre lo slogan politico. La riforma punta a stravolgere un perno fondamentale del nostro ordinamento: la valutazione dell&#8217;imputabilità per la fascia d&#8217;età tra i 14 e i 18 anni.&nbsp;</p>



<p>Fino a oggi la capacità di intendere e di volere dei minori andava dimostrata caso per caso, valutando la maturità psicofisica del singolo ragazzo.&nbsp;</p>



<p>Con il nuovo orientamento, la responsabilità penale SI PRESUME D’UFFICIO; spetterà invece alla difesa l’onere di dimostrare un’eventuale incapacità.</p>



<p>Sul piano strettamente dottrinale e comparato, la misura segna una netta discontinuità con la tradizione europea.&nbsp;</p>



<p>In Germania, Francia o Spagna, la risposta sanzionatoria nei confronti degli adolescenti non cancella mai l&#8217;accertamento individuale del discernimento, considerando l&#8217;adolescenza una fase di sviluppo in cui la pena deve conservare un&#8217;impronta pedagogica.&nbsp;</p>



<p>Le scienze cognitive e la giurisprudenza sovranazionale ci ricordano che un automatismo legale rischia di trattare come adulti soggetti neurologicamente non ancora maturi.</p>



<p>Tuttavia, il diritto non vive soltanto nelle aule di tribunale o nei manuali di giurisprudenza.&nbsp;</p>



<p>Vive soprattutto nelle strade, dove le norme incontrano la vita reale delle persone.</p>



<p>Da chi come me possiede una formazione giuridica è doveroso cogliere la delicatezza tecnica ed i rischi di un&#8217;inversione dell&#8217;onere della prova.&nbsp;</p>



<p>Eppure, proviamo per un istante a spogliare la questione dell&#8217;abito accademico e ad immedesimarci in una scena purtroppo non più così ipotetica: una passeggiata serale con la propria moglie, l&#8217;improvviso accerchiamento da parte di una baby gang tra spintoni, insulti e la richiesta perentoria di portafoglio e gioielli.&nbsp;</p>



<p>In quel preciso istante, davanti alla violenza della strada e al terrore nei fatti, ha ancora senso porsi il problema dell&#8217;adeguatezza pedagogica della pena?&nbsp;</p>



<p>Ha davvero senso filosofeggiare sull&#8217;imputabilità, dicendosi che &#8220;in fondo sono solo ragazzi&#8221;?&nbsp;</p>



<p>O prevale, in modo del tutto umano e legittimo, il desiderio di potersi difendere, e di vedere puniti quegli aggressori senza sconti o attenuanti di comodo?</p>



<p>C&#8217;è poi un altro elemento da non sottovalutare: l&#8217;effetto deterrente sulle famiglie.&nbsp;</p>



<p>SAPERE che un figlio di quindici anni rischia una responsabilità penale piena e non più attenuata da automatismi garantisti potrebbe costringere molti genitori ad un salutare cambio di passo, spingendoli a esercitare quel controllo sul dove, con chi e come, i propri ragazzi trascorrono le serate, che oggi spesso viene del tutto omesso o trascurato.</p>



<p>Il dilemma, dunque, rimane aperto.&nbsp;</p>



<p>È preferibile arroccarsi nella difesa di un modello garantista che rischia però di apparire del tutto disarmato e teorico di fronte al degrado urbano ed al nuovo fenomeno dei maranza?</p>



<p>E’ accettabile vedere la sfrontatezza di questi ragazzi, e ragazze, che, forti della propria non punibilità, sfidano ogni norma del vivere civile?</p>



<p>Oppure è arrivato il momento di accettare una stretta punitiva che, pur con tutte le sue rigidità dottrinali, prova a restituire sicurezza ai cittadini e responsabilità alle famiglie?&nbsp;</p>



<p>Una risposta definitiva, forse, non c&#8217;è.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>O almeno io non ce l’ho.</p>



<p>Ma di certo, quando la sicurezza percepita crolla, le sottigliezze del diritto rischiano di sembrare un lusso che la realtà di tutti i giorni non si può più permettere.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Tra la piazza e lo Stato. L&#8217;ambiguità che la sinistra non può più permettersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:38:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus L&#8217;ultimo capitolo, in ordine di tempo, si è consumato pochi giorni fa a Bologna: immagini di scontri, arredi urbani distrutti,&#160;&#160;auto in fiamme usate come barricate, vetrine infrante e forze dell&#8217;ordine bersagliate.&#160; Una fotocopia di un film già visto troppe<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><strong>Machiavellus</strong><strong></strong></p>



<p>L&#8217;ultimo capitolo, in ordine di tempo, si è consumato pochi giorni fa a Bologna: immagini di scontri, arredi urbani distrutti,&nbsp;&nbsp;auto in fiamme usate come barricate, vetrine infrante e forze dell&#8217;ordine bersagliate.&nbsp;</p>



<p>Una fotocopia di un film già visto troppe volte.</p>



<p>Dopo ogni devastazione e dopo ogni poliziotto ferito, la reazione della politica, e in particolare della sinistra e del Partito Democratico, segue ormai un copione quasi liturgico.</p>



<p>Arriva la dichiarazione di rito:&nbsp;<em>&#8220;Condanniamo con fermezza ogni forma di violenza.&#8221;</em></p>



<p>Ci mancherebbe altro!</p>



<p>Il problema è che quella frase si ferma sempre un metro prima del punto decisivo.</p>



<p>Manca sempre la capacità, o forse la volontà, di pronunciare la parola che la realtà impone:&nbsp;<strong>DELINQUENTI</strong><strong>.</strong></p>



<p>Non &#8220;manifestanti esasperati&#8221;. Non &#8220;frange del disagio&#8221;. Non &#8220;pezzi di corteo che hanno deviato&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Chi arriva in piazza con il volto coperto, armato di spranghe, pietre e bombe carta, con l&#8217;unico obiettivo di devastare una città ed aggredire le forze dell’ordine, è un delinquente.&nbsp;</p>



<p>E come tale dovrebbe essere definito, senza perifrasi, senza attenuanti semantiche, senza il consueto vocabolario anestetizzante.</p>



<p>Questa reticenza linguistica richiama un riflesso che l&#8217;Italia forse si augurava&nbsp;&nbsp;di avere archiviato insieme agli anni di piombo.&nbsp;</p>



<p>Quando una parte della sinistra parlava dei terroristi come di &#8220;compagni che sbagliano&#8221;, incapace di recidere fino in fondo il filo culturale che la legava a quella violenza.</p>



<p>Ci vollero uomini come Luciano Lama ed Enrico Berlinguer per rompere definitivamente quell&#8217;ambiguità, schierandosi senza esitazioni dalla parte dello Stato democratico.</p>



<p>Perché oggi quella chiarezza sembra essersi nuovamente appannata?</p>



<p>Le ragioni sono intuibili.&nbsp;</p>



<p>La paura di alienarsi il consenso delle componenti più radicali.&nbsp;</p>



<p>Il timore di &#8220;criminalizzare la piazza&#8221;.&nbsp;</p>



<p>La tentazione di ricondurre ogni atto criminale ad un generico disagio sociale, quasi che una vetrina distrutta fosse una forma di terapia collettiva.</p>



<p>Il consolidarsi dell’idea&nbsp;che chi veste una divisa sia un repressore in servizio permanente effettivo (mi riferisco in particolare al PD, perché Alleanza Verdi e Sinistra sembra aver scelto di non occuparsi del tema, arrivando sostanzialmente a negarlo).</p>



<p>Ma chi ambisce a governare un Paese non può vivere di ambiguità.</p>



<p>Così, come non si può chiedere agli italiani fiducia sulle proprie politiche migratorie senza spiegare con chiarezza come si intenda distinguere fra immigrazione regolare e clandestina, allo stesso modo non si può pretendere credibilità sul terreno della sicurezza limitandosi a condanne burocratiche della violenza.</p>



<p>Serve qualcosa di più.</p>



<p>Serve il coraggio di dire che i Black Bloc, gli antagonisti violenti, e tutti coloro che trasformano le manifestazioni in guerriglia urbana non hanno nulla a che vedere con il diritto costituzionale di manifestare.&nbsp;</p>



<p>Non sono &#8220;compagni irrequieti&#8221;, non sono &#8220;giovani arrabbiati&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Sono CRIMINALI.</p>



<p>E se davvero il Partito Democratico considera questi gruppi estranei alla propria cultura politica, allora dovrebbe dimostrarlo con la stessa nettezza con cui condanna il fascismo.</p>



<p>Non basta prendere le distanze dopo ogni devastazione.&nbsp;</p>



<p>Bisogna smettere di tollerare, anche solo culturalmente, gli striscioni con scritto&nbsp;<strong>&#8220;</strong><strong>Polizia assassina&#8221;</strong><strong>,</strong>&nbsp;gli insulti sistematici alle forze dell&#8217;ordine, e quella narrazione per cui l&#8217;agente in divisa è sempre il sospetto, e chi lancia sampietrini è quasi sempre una vittima del sistema.</p>



<p>Perché è da quel clima che nasce la legittimazione morale della violenza.</p>



<p>Un grande partito democratico dovrebbe difendere per primo chi garantisce ogni giorno l&#8217;ordine pubblico, senza però esimerlo dal rispondere individualmente di eventuali errori.</p>



<p>Colpevolizzare un&#8217;intera Istituzione è un esercizio tanto ingiusto quanto pericoloso.&nbsp;</p>



<p>Nessuno accetterebbe lo slogan &#8220;Magistrati assassini&#8221; o &#8220;Giornalisti assassini&#8221; come normale dialettica politica.&nbsp;</p>



<p>Non si capisce perché dovrebbe esserlo quando il bersaglio è la Polizia.</p>



<p>Per non dire che delegittimare sistematicamente chi rappresenta lo Stato significa preparare il terreno culturale sul quale la violenza finisce poi per sentirsi giustificata.</p>



<p>Alla fine il punto è tutto qui.</p>



<p>La legalità non è un valore né di destra né di sinistra.&nbsp;</p>



<p>È il fondamento stesso della democrazia.</p>



<p>Chi vuole governare un Paese dovrebbe ricordarselo prima che le città vengano devastate, non limitarsi a ripeterlo davanti ai microfoni quando i cassonetti stanno ancora fumando.</p>



<p>Machiavellus</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/tra-la-piazza-e-lo-stato-lambiguita-che-la-sinistra-non-puo-piu-permettersi/">Tra la piazza e lo Stato. L&#8217;ambiguità che la sinistra non può più permettersi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Unicredit-CommerzBank.  Il &#8220;fattore 50%&#8221; che piega le rigidità teutoniche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare la dura Realpolitik che piega le rigidità teutoniche al sole del libero mercato.&#160; Per mesi, la narrazione ufficiale attorno alla scalata di UniCredit su Commerzbank ha cavalcato i toni dell&#8217;epica wagneriana:<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare la dura Realpolitik che piega le rigidità teutoniche al sole del libero mercato.&nbsp;</p>



<p>Per mesi, la narrazione ufficiale attorno alla scalata di UniCredit su Commerzbank ha cavalcato i toni dell&#8217;epica wagneriana: un&#8217;apocalisse finanziaria imminente, l&#8217;assalto dei barbari italiani alle porte di Francoforte, la difesa disperata della fortezza economica nazionale.&nbsp;</p>



<p>Mancavano solo i corni da guerra.&nbsp;</p>



<p>Poi, si sa, le regole eterne della politica – che non guardano in faccia a nessun passaporto e rispondono al brutale pragmatismo della matematica – hanno fatto il loro ingresso virtuale.</p>



<p>La realtà ha bussato alla porta della Cancelleria con le sembianze di un rotondo, inequivocabile 50%.&nbsp;</p>



<p>Di fronte ad un Andrea Orcel che, con il passo felpato ma implacabile del negoziatore di razza, ha blindato la metà dei diritti di voto di Commerzbank sul mercato, le barricate ideologiche di Berlino sembrano sciogliersi come neve al sole.&nbsp;</p>



<p>E così, dopo i proclami di fuoco ed i giuramenti di resistenza ad oltranza, ecco il miracolo: la politica tedesca ha improvvisamente riscoperto che l&#8217;arte del compromesso è pur sempre l&#8217;arte del possibile.&nbsp;</p>



<p>Quando non puoi più fermare il carro del vincitore, la strategia più saggia (e decisamente più comoda) è salirci a bordo, provando a dettare la fermata.&nbsp;</p>



<p>Tradotto dal politichese: se opporsi non serve più a nulla, meglio portare a casa quel che si può.</p>



<p>Naturalmente, nel tentativo di salvare la faccia, la ritirata strategica deve essere accompagnata dal solito spartito diplomatico.&nbsp;</p>



<p>E qui si entra nel terreno del puro intrattenimento per chiunque mastichi un minimo di dinamiche finanziarie.&nbsp;</p>



<p>Gli sherpa governativi sono già al lavoro per preparare la &#8220;lista della spesa&#8221; da sottoporre a Piazza Gae Aulenti, ed in cima a tutte le preoccupazioni svetterebbe il grande classico di ogni fusione che si rispetti: il terrore per la sorte delle “Mittelstand”, le celeberrime piccole e medie imprese a guida familiare che costituiscono l&#8217;ossatura economica del Paese.</p>



<p>Il timore paventato da Berlino – e puntualmente rilanciato dai vertici di Commerzbank in versione &#8220;resistenza&#8221; – è che l&#8217;arrivo del predatore italiano possa tradursi in un improvviso calo di attenzioni (e di crediti) verso la clientela di riferimento.&nbsp;</p>



<p>Un copione che si ripete identico ad ogni latitudine (pensate alle operazioni&nbsp;&nbsp;“domestiche” in corso in Italia), una recita a soggetto che fa quasi sorridere per la sua totale assenza di logica.&nbsp;</p>



<p>Bisognerebbe chiedere agli strateghi di Berlino quale perversa strategia di business dovrebbe spingere Andrea Orcel a sborsare miliardi di euro sul mercato al solo scopo di alienarsi, un minuto dopo il closing, proprio la clientela più ricca e profittevole della banca acquistata.&nbsp;</p>



<p>Distruggere quote di mercato e buttare al vento i guadagni futuri per il puro gusto del dispetto transalpino?&nbsp;</p>



<p>Eppure, la commedia degli equivoci richiede che si finga di credere a questo spettro, pur di poter sbandierare domani un &#8220;accordo blindato a tutela del territorio&#8221;.</p>



<p>Riti propiziatori a parte, la trattativa vera e propria si giocherà su binari molto pragmatici, dove la CEO di Commerzbank, Bettina Orlopp, proverà a portare a casa impegni formali su due fronti specifici:</p>



<p>Il feticcio delle Mittelstand: la richiesta di garanzie scritte sul mantenimento dei flussi di finanziamento alle imprese, utile più a placare l&#8217;opinione pubblica interna che a correggere reali piani industriali.</p>



<p>Il presidio territoriale e di Borsa: la richiesta cioè che la Banca rimanga quotata in Germania, e che la storica sede di Francoforte mantenga la sua centralità operativa, rinunciando tuttavia a pretendere un improbabile trasloco sul Meno del quartier generale dell&#8217;intero gruppo, che resterà saldamente ancorato a Milano.</p>



<p>Mentre la Germania si interroga su come “confezionare” politicamente questo arretramento strategico, l&#8217;Esecutivo guidato da Friedrich Merz ha dovuto incassare anche il &#8220;fuoco amico&#8221; di Bruxelles e della BCE, che continuano a spingere per un consolidamento bancario transfrontaliero (cross-border) per superare l&#8217;anacronistica frammentazione dei mercati nazionali.</p>



<p>In questo scenario, UniCredit si trova in una posizione di assoluto vantaggio negoziale.&nbsp;</p>



<p>Forte delle autorizzazioni normative che a settembre avrà in mano, e di una maggioranza di fatto già blindata per la prossima assemblea di primavera, la Banca italiana – che in Germania è già di casa da anni con&nbsp;<strong>HypoVereinsbank</strong><strong>&nbsp;</strong>HVB – si dichiara aperta al dialogo.&nbsp;</p>



<p>La fortezza di Francoforte alla fine non cadrà sotto i colpi di un assedio, ma semplicemente si arrenderà, con molto pragmatismo ed un pizzico di ipocrisia, alle regole del mercato globale.</p>



<p>La morale è semplice.&nbsp;</p>



<p>La politica può rallentare il mercato, complicarlo, perfino ostacolarlo.&nbsp;</p>



<p>Ma quando un investitore arriva a controllare metà dei diritti di voto, la sovranità economica lascia il posto all&#8217;aritmetica.&nbsp;</p>



<p>E l&#8217;aritmetica, a differenza della propaganda, non va mai in televisione a spiegarsi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Vietnam ieri, Gaza oggi. La storia non si ripete. Ma fa rima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 07:13:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo La storia, si sa, non si ripete mai identica.&#160; Certe idee non tornano mai con lo stesso nome. Cambiano bandiera, slogan, colori e perfino Continente; ma il meccanismo mentale resta sorprendentemente identico. Detta in estrema sintesi;&#160;le mode cambiano,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>La storia, si sa, non si ripete mai identica.&nbsp;</p>



<p>Certe idee non tornano mai con lo stesso nome. Cambiano bandiera, slogan, colori e perfino Continente; ma il meccanismo mentale resta sorprendentemente identico.</p>



<p>Detta in estrema sintesi;&nbsp;le mode cambiano, le illusioni molto meno.</p>



<p>Chi come me, per questioni anagrafiche,&nbsp;ha memoria degli anni Sessanta e Settanta ricorda bene quale fosse il grande magnete etico e politico attorno a cui ruotava l’intero dibattito occidentale: il&nbsp;Vietnam.&nbsp;</p>



<p>Il Vietnam fu molto più di una guerra: diventò la religione civile del Sessantotto occidentale.</p>



<p>Non c’era manifestazione, assemblea studentesca, concerto o volantino che non risuonasse dei soliti slogan ritmati — da&nbsp;&#8220;USA assassini<em>&#8220;</em>&nbsp;fino al celebre&nbsp;<em>&#8220;</em>Ce n’est qu’un début, continuons le combat<em>&#8220;</em>.&nbsp;</p>



<p>Era una lente d&#8217;ingrandimento attraverso la quale un&#8217;intera generazione giudicava il mondo, dividendo la realtà con il pennello grosso: l&#8217;imperialismo americano da un lato, l&#8217;eroismo dei Vietcong dall&#8217;altro.</p>



<p>Ma c&#8217;era di più.&nbsp;</p>



<p>Per sostenere quella narrazione, le piazze d&#8217;Europa e d’America avevano bisogno di altri simboli e miti da altare.</p>



<p>Fu così che la gioventù occidentale finì per glorificare Fidel Castro, Che Guevara e persino il &#8220;Grande Timoniere&#8221; Mao Tse-tung,&nbsp;trasformando dittatori sanguinari in icone da maglietta, e rivoluzioni fallimentari in favole romantiche.</p>



<p>La narrazione era oramai scolpita nell&#8217;emotività collettiva, e poco importava la realtà.</p>



<p>Oggi, guardando alle nostre piazze, alle Università occupate ed ai cortei europei, uno come me prova una forte sensazione di&nbsp;déjà-vu.&nbsp;</p>



<p>Un nuovo uragano emotivo sta attraversando le società occidentali, ed il suo epicentro si chiama&nbsp;Gaza.</p>



<p>Con una differenza sostanziale però;&nbsp;se allora la mobilitazione passava attraverso assemblee, giornali militanti e università, oggi viaggia alla velocità di TikTok, Instagram e X.&nbsp;</p>



<p>Le emozioni non hanno più bisogno di settimane per sedimentarsi: bastano pochi secondi ed un algoritmo.</p>



<p>Ma il meccanismo di attrazione e polarizzazione è pressoché identico.&nbsp;</p>



<p>La tragedia della Striscia è diventata il nuovo grande catalizzatore etico della modernità.&nbsp;</p>



<p>Non è più soltanto un conflitto. È diventata una chiave interpretativa universale: qualunque discussione, dalla politica estera all&#8217;identità occidentale, finisce inevitabilmente per passare da lì.</p>



<p>Come per il Vietnam, ci troviamo di fronte ad un fenomeno prevalentemente&nbsp;emozionale, capace di scavalcare la complessità dei fatti con una narrazione binaria e rassicurante per chi la abbraccia.</p>



<p>Nell&#8217;universo di questa nuova protesta, lo schema si replica rigido: da una parte c&#8217;è l&#8217;Occidente — rappresentato dagli Stati Uniti e da Israele, marchiato con la formula definitoria di &#8220;Stato genocida&#8221; — e dall&#8217;altra la causa palestinese.&nbsp;</p>



<p>Un&#8217;impostazione che, per alimentare il proprio fuoco, tende a cancellare deliberatamente i contorni più scomodi della realtà.</p>



<p>Il Pantheon e gli altarini sono cambiati, ma il cortocircuito ideologico è lo stesso.&nbsp;</p>



<p>Se cinquant&#8217;anni fa si mitizzavano i dittatori comunisti in nome della &#8220;liberazione dei popoli&#8221;, oggi si preferisce ignorare la realtà quotidiana di Gaza: una popolazione tenuta in ostaggio prima di tutto da&nbsp;Hamas, un movimento fondamentalista i cui valori guida — in materia di diritti umani, libertà individuali, condizione femminile e minoranze — sono l&#8217;esatto opposto di quei valori liberali ed europei in nome dei quali i manifestanti dicono di scendere in piazza.&nbsp;</p>



<p>Che Israele abbia commesso errori gravissimi è materia di discussione politica e storica.&nbsp;</p>



<p>Ma trasformare Hamas in un dettaglio irrilevante significa mutilare deliberatamente la realtà.</p>



<p>Così ogni stagione ideologica sceglie accuratamente le proprie vittime, i propri carnefici e, soprattutto, i fatti che preferisce non vedere.</p>



<p>Ieri Mao ed il Che, oggi — in un paradosso ancora più grottesco per la sinistra occidentale — il corteggiamento intollerabile verso l&#8217;islamismo radicale e la teocrazia iraniana.</p>



<p>Ma nella tempesta emotiva la coerenza logica è la prima a naufragare.&nbsp;</p>



<p>La causa palestinese è diventata un&nbsp;contenitore ideologico, un simbolo globale di &#8220;resistenza&#8221; contro l&#8217;Occidente, esattamente come la bandiera del Fronte di Liberazione Nazionale Vietnamita cinquant&#8217;anni fa.</p>



<p>Accorgersi di questa analogia non significa negare la sofferenza delle vittime civili di Gaza, né assolvere gli errori e le responsabilità dei governi coinvolti.&nbsp;</p>



<p>Significa semplicemente prendere atto che l&#8217;Occidente soffre di periodici&nbsp;sussulti di auto sfregio e colpevolizzazione, in cui la ricerca della complessità cede il passo al fascino del dogma.&nbsp;</p>



<p>Allora fu il Sud-est asiatico, oggi è il Medio Oriente.&nbsp;</p>



<p>I nomi cambiano, la geografia pure, ma la tentazione di usare un conflitto lontano per regolare i conti con la nostra civiltà rimane tristemente la stessa.</p>



<p>Concludendo,&nbsp;negli anni Sessanta la protesta era, almeno in parte, alimentata dall&#8217;antiamericanismo.&nbsp;</p>



<p>Oggi la rivolta contro Israele è spesso diventata il veicolo di qualcosa di più ampio: una critica radicale all&#8217;intera civiltà occidentale.&nbsp;</p>



<p>Non è più soltanto una posizione su una guerra. È una visione del mondo, nella quale l&#8217;Occidente è considerato il colpevole per definizione, ed ogni suo avversario tende a beneficiare di una sorta di presunzione morale favorevole.</p>



<p>Morale della favola: le guerre finiscono, le illusioni ideologiche molto meno.&nbsp;</p>



<p>Cambiano le bandiere, cambiano gli slogan, cambiano i volti dei rivoluzionari.&nbsp;</p>



<p>Ma ogni generazione sembra aver bisogno del proprio conflitto lontano da trasformare in una religione civile, nella convinzione che il “Bene” abiti sempre da una parte soltanto.&nbsp;</p>



<p>La storia non si ripete.&nbsp;</p>



<p>Rima.&nbsp;</p>



<p>E, quando smettiamo di ascoltarne la metrica, rischiamo di commettere sempre gli stessi errori.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>La fine dell&#8217;era Netanyahu nasce dentro Israele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 07:51:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un cortocircuito logico e culturale che domina gran parte del dibattito occidentale su Israele. Chi dipinge lo Stato ebraico come una monocultura autoritaria, o peggio immagina gli israeliani come un popolo monolitico e genocida, non solo deforma la realtà,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>C’è un cortocircuito logico e culturale che domina gran parte del dibattito occidentale su Israele. Chi dipinge lo Stato ebraico come una monocultura autoritaria, o peggio immagina gli israeliani come un popolo monolitico e genocida, non solo deforma la realtà, ma dimostra di essere completamente fuori strada.&nbsp;</p>



<p>Israele resta, pur nelle sue drammatiche contraddizioni e nella morsa di un conflitto logorante, l’unica democrazia liberale del Medio Oriente.&nbsp;</p>



<p>E la prova più evidente di questa vitalità democratica non arriva dalle dichiarazioni ufficiali dei diplomatici, ma dalle piazze, dalle aule universitarie e, soprattutto, dai sondaggi che stanno ridisegnando il futuro politico del Paese.</p>



<p>La società israeliana è attraversata da un dibattito interno ferocissimo, sintomo di un corpo sociale tutt&#8217;altro che anestetizzato.&nbsp;</p>



<p>La vera scommessa, che molti osservatori internazionali preferiscono ignorare, è che&nbsp;i sondaggi indicano per la prima volta una concreta possibilità che le prossime elezioni possano&nbsp;sancire la fine dell&#8217;era di Benjamin Netanyahu.&nbsp;</p>



<p>Una sconfitta che non sarà imposta dall&#8217;esterno, ma decretata dagli stessi cittadini israeliani, stanchi di un leader disposto a sacrificare la coesione sociale ed i valori civili sull&#8217;altare della propria sopravvivenza politica.</p>



<p>I numeri dell’ultimo sondaggio condotto a metà luglio dal quotidiano Maariv (tramite il Lazar Research Institute) parlano chiaro e fotografano un Paese pronto a cambiare rotta.&nbsp;</p>



<p>Secondo questa rilevazione se si votasse oggi, l’attuale maggioranza di governo crollerebbe a 48 seggi, ben lontana dalla soglia minima di 61 necessaria per governare.&nbsp;</p>



<p>Al contrario, il blocco delle opposizioni balzerebbe a quota 62 seggi, una maggioranza solida ed alternativa.</p>



<p>Il dato politico più dirompente è l&#8217;irruzione sulla scena di Yashar! (&#8220;Onesto/Diritto&#8221;), il neonato partito centrista guidato dal generale Gadi Eisenkot.&nbsp;</p>



<p>Ex capo di stato maggiore dell&#8217;IDF (<strong>Israel Defense Forces)</strong>, uomo che ha pagato il prezzo più alto al conflitto perdendo sul campo un figlio ed un nipote, Eisenkot incarna per l&#8217;elettorato il rigore morale ed il senso dello Stato che Netanyahu ha smarrito.&nbsp;</p>



<p>Nei sondaggi, Yashar! compie un vero e proprio exploit appaiando il Likud di &#8220;Bibi&#8221; a quota 22 seggi.&nbsp;</p>



<p>Ma mentre la parabola del premier è in costante discesa, quella del generale è in netta crescita.</p>



<p>Il vero nervo scoperto del Paese riguarda però il prezzo che Netanyahu sta facendo pagare a Israele pur di mantenere in vita la sua coalizione, assecondando ogni richiesta dei partiti religiosi ultraortodossi (Haredi), che più volte hanno minacciato di far cadere l&#8217;esecutivo.&nbsp;</p>



<p>I sondaggi mostrano che ben l&#8217;83% degli israeliani si oppone fermamente all&#8217;inclusione delle forze ultraortodosse nel prossimo governo.&nbsp;</p>



<p>Un dato bulgaro, tanto che&nbsp;&nbsp;persino il partito religioso Shas sembra stia fiutando il cambio di vento, tentando timidi approcci e lodi verso Eisenkot, il quale tuttavia non cede alle lusinghe.</p>



<p>Il risentimento della popolazione non è ideologico, ma concreto.&nbsp;</p>



<p>In un Paese in guerra da tre anni, la maggioranza ha vissuto come un insulto imperdonabile la &#8220;legge sulla coscrizione&#8221; voluta da Netanyahu, che di fatto blinda l&#8217;impunità penale e l&#8217;esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot (le scuole religiose).&nbsp;</p>



<p>In un momento in cui le famiglie dei soldati e dei riservisti continuano a pagare il prezzo della guerra, anche piangendo i propri morti, quella legge è stata percepita da una larga parte dell&#8217;opinione pubblica israeliana come un messaggio devastante: l&#8217;onere della difesa nazionale grava solo su una parte della società, mentre un&#8217;altra continua ad esserne sostanzialmente esentata.</p>



<p>A questo strappo si è poi aggiunta una delle ultime contestatissime proposte di legge approvate dalla Knesset con 52 voti favorevoli e 43 contrari: la legalizzazione della “segregazione di genere” (classi separate tra uomini e donne) nei corsi di laurea magistrale e nei dottorati di ricerca.</p>



<p>Una misura spacciata per inclusione, ma vissuta dalla parte più moderna del Paese e dal mondo accademico come un baratto intollerabile con gli Haredim (ultraortodossi) sulla pelle dei diritti civili e delle donne.</p>



<p>Tutti questi &#8220;regali&#8221;, che Netanyahu ha elargito per sopravvivere alla guida del governo, probabilmente si riveleranno, alla prova delle urne, un suicidio politico.&nbsp;</p>



<p>Storicamente, i partiti ultraortodossi sono stati l’ago della bilancia della politica israeliana, e c&#8217;è sempre il rischio che, pur di formare una maggioranza, qualcuno in futuro possa essere tentato di tirarli nuovamente dentro.&nbsp;</p>



<p>Ma lo scenario oggi pare radicalmente mutato.&nbsp;</p>



<p>Israele è una democrazia ferita, stanca e sotto attacco, ma, ripeto, è una democrazia viva.&nbsp;</p>



<p>E la determinazione con cui i suoi cittadini si appresterebbero a punire nelle urne la deriva populista di Netanyahu è la risposta più forte a chi, da fuori, preferisce liquidare questo Paese con slogan superficiali.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>MPS contesa. C&#8217;è chi porta un assegno. E chi una serenata sotto il balcone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 09:50:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Siamo nel pieno dell&#8217;estate. I giornali discutono se il caldo durerà fino a Ferragosto, i social litigano sul prezzo degli ombrelloni, ed il risiko bancario è stato confinato nelle pagine che leggono soltanto gli operatori di Borsa e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Siamo nel pieno dell&#8217;estate. I giornali discutono se il caldo durerà fino a Ferragosto, i social litigano sul prezzo degli ombrelloni, ed il risiko bancario è stato confinato nelle pagine che leggono soltanto gli operatori di Borsa e qualche insonne con la passione dei prospetti informativi.<br>Peccato.<br>Perché la commedia è una delle migliori degli ultimi anni.<br>Nella partita per conquistare Monte dei Paschi di Siena, Intesa Sanpaolo e Banco BPM sembrano infatti convinte di partecipare allo stesso torneo.<br>Il problema è che stanno praticando due sport completamente diversi.<br>Intesa si è presentata con il trolley già chiuso. Ha depositato un&#8217;OPAS vera: numeri, concambio, calendario, condizioni, autorizzazioni, documentazione.<br>Tradotto dal &#8220;banchese&#8221; all&#8217;italiano corrente: &#8220;Questo è il prezzo. Questo è il contratto. Se vi va, firmiamo.&#8221;<br>Banco BPM, invece, si è presentata con una chitarra sotto il balcone. Più che un&#8217;offerta, una serenata. Più che un progetto industriale, una seduta di terapia di coppia: &#8220;Sediamoci, parliamone, immaginiamo insieme il nostro futuro.&#8221;<br>In pratica, Intesa arriva dal notaio con il rogito già pronto.<br>Banco BPM con un mazzo di rose ed una playlist di Eros Ramazzotti.<br>Entrambi parlano d&#8217;amore; ma soltanto uno ha già fissato la data del matrimonio.<br>Il problema è che le fusioni bancarie, contrariamente agli amori estivi, prima o poi devono fare i conti con una fastidiosa invenzione chiamata matematica.<br>Perché il famoso &#8220;matrimonio tra pari&#8221; suona bellissimo nei convegni, nelle presentazioni PowerPoint, e nelle interviste ai giornali economici; è una di quelle formule che fanno impazzire consulenti e Banchieri d&#8217;affari.<br>Suona bene. Rassicura tutti. Fa sentire ciascuno importante.<br>È una di quelle espressioni che appartengono alla stessa famiglia di &#8220;spending review&#8221;, &#8220;sviluppo sostenibile&#8221;, &#8220;pace fiscale&#8221; o &#8220;cabina di regia&#8221;: locuzioni elegantissime che sembrano risolvere ogni problema semplicemente pronunciandole.<br>Peccato che, qualche settimana dopo, qualcuno debba pur decidere chi comanda.<br>E lì la poesia lascia spazio al codice civile.<br>Banco BPM continua infatti a promettere marchi salvaguardati, sedi storiche e senesità rispettate, governance condivisa, continuità territoriale e sinergie.<br>Le sinergie, le creature mitologiche della finanza; tutti giurano di averle viste; ma nessuno riesce mai a fotografarle prima della fusione.<br>È un po&#8217; come quei cataloghi immobiliari dove ogni appartamento è &#8220;luminoso&#8221;, &#8220;accogliente&#8221; e &#8220;vicino ai servizi&#8221;.<br>Poi vai a visitarlo e scopri che il soggiorno coincide con il pianerottolo e la &#8220;vista panoramica&#8221; dà direttamente sul cassonetto dell&#8217;umido.<br>Il dettaglio curioso è che, mentre Intesa ha già messo i soldi sul tavolo, Banco BPM continua a vendere il plastico della casa che forse costruirà un giorno.<br>Perché c&#8217;è un piccolo particolare che continua ostinatamente a mancare.<br>Il rapporto di cambio, cioè il prezzo che, curiosamente, è proprio l&#8217;unica cosa che interessa agli azionisti, che saranno anche avidi capitalisti, ma inevitabilmente curano i propri interessi.<br>È come entrare in un concessionario d&#8217;auto dove il venditore ti descrive magnificamente il motore, il design, il comfort, la sicurezza, la filosofia del marchio ed i valori aziendali.<br>Poi chiedi quanto costa, e lui ti risponde: &#8220;Parliamone. L&#8217;importante è il viaggio.&#8221;<br>Luigi Lovaglio, amministratore delegato di MPS, naturalmente non è nato ieri. Ascolta tutti, sorride, ringrazia, invita ad approfondire.<br>Che, nel raffinato linguaggio della finanza, significa: &#8220;Continuate pure a corteggiarmi. Più litigate voi, più salgo di prezzo.&#8221;<br>Ed è esattamente quello che farebbe chiunque abbia due pretendenti sufficientemente facoltosi.<br>Se Banco BPM trasformerà finalmente il romanticismo in una proposta vincolante, tanto meglio.<br>Se invece resterà nel mondo delle dichiarazioni d&#8217;intenti, avrà comunque svolto un prezioso servizio; far capire ad Intesa che Montepaschi non è una preda scontata.<br>In fondo è una strategia brillante, persino una proposta ancora immaginaria può produrre effetti molto reali.<br>Resta però la domanda che aleggia sulla vicenda come un condizionatore guasto in pieno agosto.<br>Banco BPM vuole davvero comprare MPS?<br>Oppure vuole soprattutto impedire che lo faccia qualcun altro?<br>Perché sono due mestieri completamente diversi.<br>Nel primo servono miliardi.<br>Nel secondo bastano comunicati stampa ben scritti, qualche intervista strategica e la ripetizione ossessiva dell&#8217;espressione &#8220;fusione tra pari&#8221;, che nel lessico bancario ricorre con la stessa frequenza con cui nei concorsi di bellezza ricorre la frase: &#8220;La cosa più importante è la pace nel mondo.&#8221;<br>Prima o poi, però, arriverà il giorno della verità.<br>Le favole hanno un difetto terribile. Funzionano magnificamente finché nessuno tira fuori la calcolatrice.<br>Perché nel capitalismo, proprio come nell&#8217;amore, promettere costa pochissimo.<br>Il momento davvero imbarazzante arriva quando il notaio appoggia il contratto sul tavolo e chiede gli assegni.<br>È lì che, improvvisamente, i poeti si dividono dai compratori.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Caso Roggero. Quando l&#8217;ideologia perde contatto con la realtà</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 07:08:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Non pensavo di tornare sul caso Roggero. Eppure era inevitabile.&#160; Una vicenda così simbolica non poteva esaurirsi nelle sentenze dei Tribunali.&#160; Troppo forte il suo impatto sull&#8217;opinione pubblica, e troppo prevedibili le sue ricadute politiche. Ma oggi la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Non pensavo di tornare sul caso Roggero. Eppure era inevitabile.&nbsp;</p>



<p>Una vicenda così simbolica non poteva esaurirsi nelle sentenze dei Tribunali.&nbsp;</p>



<p>Troppo forte il suo impatto sull&#8217;opinione pubblica, e troppo prevedibili le sue ricadute politiche. Ma oggi la cronaca interessa meno dei numeri, perché questi raccontano molto meglio dove sta andando il Paese.</p>



<p>Quindi, per comprendere davvero la direzione in cui si sta muovendo il Paese, è necessario superare la barriera delle tifoserie e guardare ai dati concreti sul sentimento dei cittadini.&nbsp;</p>



<p>In questo senso, la recente rilevazione demoscopica condotta dall&#8217;istituto demoscopico Noto offre una fotografia nitida e, per certi versi, dirompente del sentire comune.</p>



<p>Il punto di partenza è il consenso quasi plebiscitario attorno ad una delle misure più discusse del nuovo pacchetto sicurezza: lo stop ai risarcimenti economici per i criminali che rimangono feriti o uccisi dalla reazione delle loro vittime durante la commissione di gravi reati.&nbsp;</p>



<p>Questa norma incassa il favore di ben tre italiani su quattro (il 75%).&nbsp;</p>



<p>Se il dato sfiora l&#8217;unanimità tra le fila del centrodestra (oltre il 90%), la vera sorpresa arriva dall&#8217;elettorato progressista.&nbsp;</p>



<p>A dispetto delle solite incertezze dalle opposizioni, la base elettorale si muove in direzione ostinata e contraria: il 50% di chi vota il Partito Democratico si dice favorevole al provvedimento, quota che sale addirittura al 54% tra i sostenitori del Movimento 5 Stelle.</p>



<p>Questa convergenza trasversale si riflette inevitabilmente anche sul giudizio umano e giudiziario del caso Roggero.&nbsp;</p>



<p>La condanna in primo grado a 14 anni e 9 mesi viene percepita come una sanzione eccessivamente punitiva dalla maggioranza assoluta del Paese (il 56%).&nbsp;</p>



<p>Una percentuale che scende al 23% tra chi la ritiene equa, e ad appena il 13% tra chi avrebbe voluto una pena ancora più dura.</p>



<p>Anche in questo caso, le sfumature politiche raccontano di un elettorato di sinistra tutt&#8217;altro che compatto: sebbene tra i Dem prevalga la linea della fermezza giudiziaria, un significativo 34% dei loro elettori reputa la condanna troppo severa, percentuale che schizza al 48% — quasi la metà — all&#8217;interno del M5S.&nbsp;</p>



<p>Più sfumato e divisivo è invece il tema di un eventuale provvedimento di grazia (favorevole il 48% contro il 44% di contrari), una polarizzazione legata al fatto che la grazia rimane una misura&nbsp;ad personam, laddove i cittadini chiedono risposte strutturali e leggi ordinarie valide per tutti.&nbsp;</p>



<p>Se a destra l&#8217;idea della grazia raccoglie l&#8217;80% dei consensi, non va sottovalutato quel 25% di elettori PD e quel 33% di grillini che si dicono comunque a favore.</p>



<p>Ovviamente, la Giustizia non può e non deve essere amministrata a furia di sondaggi, né i Tribunali possono farsi guidare dall&#8217;emotività collettiva.&nbsp;</p>



<p>Ciononostante, ignorare la profonda domanda di tutela e di certezza del diritto che emerge da queste percentuali sarebbe un errore politico imperdonabile.&nbsp;</p>



<p>La vicinanza emotiva al gioielliere, e l&#8217;approvazione delle nuove norme governative, non sono il frutto di una generica sete di vendetta, ma il sintomo di una crisi ben più profonda che investe il patto sociale tra il cittadino e lo Stato.</p>



<p>Il vero limite strategico dei leader del cosiddetto &#8220;Campo largo&#8221; risiede proprio nell&#8217;incapacità di decodificare questo malessere.&nbsp;</p>



<p>La risposta tradizionale della sinistra si limita da sempre ad invocare stancamente il potenziamento dei presidi delle forze dell&#8217;ordine e maggiori investimenti economici nella sicurezza.&nbsp;</p>



<p>Una ricetta burocratica che ormai&nbsp;non sembra più convincere nemmeno una parte consistente del suo stesso elettorato.</p>



<p>L&#8217;irritazione profonda della collettività, infatti, non scaturisce semplicemente dalla quantità numerica dei reati quotidiani, quanto piuttosto dall&#8217;insopportabile percezione dell&#8217;impunità: la frustrazione di vedere i criminali catturati ritornare in totale libertà nel giro di poche ore (i borseggiatori di Venezia ne sono l’esempio più palese).</p>



<p>Ma dietro l&#8217;errore politico si nasconde a mio avviso un&#8217;incomprensione sociologica ancora più grave, alimentata dalle storiche scorie ideologiche di una certa sinistra radicale.&nbsp;</p>



<p>Esiste infatti un legame mai risolto, una diffidenza atavica, che unisce i settori dell&#8217;antagonismo militante e dei centri sociali in un&#8217;ostilità preconcetta verso le forze dell&#8217;ordine.&nbsp;</p>



<p>Una distorsione prospettica che riemerge ciclicamente nelle cronache e sulle piattaforme social: basti pensare a come, in questi giorni, si sia assistito in Rete ad una proliferazione di messaggi volti quasi a santificare la figura di Carlo Giuliani, dipinto come un martire eroico della &#8220;repressione di Stato&#8221;, anziché come un ragazzo con il passamontagna colto nell&#8217;atto di scagliare un estintore contro un&#8217;autovettura dei Carabinieri.&nbsp;</p>



<p>Fino a quando una parte della sinistra continuerà a confondere gli aggressori con le vittime, ed a guardare le divise con sospetto ideologico, non sarà mai in grado di sintonizzarsi con le richieste reali del Paese.&nbsp;</p>



<p>Si continua a tarare il discorso pubblico sulla categoria astratta della &#8220;paura del crimine&#8221;, senza accorgersi che il vero motore del risentimento popolare è l&#8217;indignazione di fronte all&#8217;ingiustizia, all&#8217;impunità ed alla difesa a oltranza di chi vìola le regole.&nbsp;</p>



<p>È questa rabbia silenziosa che rischia di rendere l&#8217;intera opinione pubblica sensibile a pulsioni radicali, o a narrazioni basate sull&#8217;idea di un &#8220;mondo al contrario&#8221;.</p>



<p>La quotidianità dei cittadini è costellata da paradossi in cui la prepotenza sembra avere la meglio sulla legalità e sul buon senso, lasciando l&#8217;individuo in una condizione di totale isolamento ed impotenza.</p>



<p>È’ lo scenario deformato di chi delinque ed assurge allo status di vittima meritevole di indennizzo, ma è anche la realtà delle occupazioni abusive di case popolari, dei parchi cittadini ceduti al controllo del narcotraffico, delle violenze subite dagli insegnanti nelle aule, o dal personale sanitario nei pronto soccorso.&nbsp;</p>



<p>Per non parlare dei ricorsi giudiziari contro i verdetti scolastici, della burocrazia opprimente e di una giustizia civile e penale esasperatamente lenta.</p>



<p>In sostanza, le Istituzioni avanzano una richiesta legittima — &#8220;rinunciate alla forza, alla sicurezza ci pensiamo noi&#8221; — ma poi si rivelano incapaci di tradurre questo monopolio nel rispetto effettivo delle regole ed in una reale protezione dei cittadini.&nbsp;</p>



<p>È’ questo il punto di massima fragilità delle posizioni progressiste e garantiste: si finisce per disarmare i soggetti più vulnerabili in nome della tutela dei diritti, senza avere la benché minima soluzione per evitare che il tessuto sociale si trasformi in una terra di nessuno dominata dai più forti.</p>



<p>Il dibattito sul caso Roggero e sulle riforme penali tocca dunque una corda scoperta che va ben oltre la contesa di parte.&nbsp;</p>



<p>Una democrazia liberale vive di equilibrio tra diritti e doveri, tra garanzie e sicurezza.&nbsp;</p>



<p>Ma questo equilibrio diventa impossibile quando lo Stato dimentica la distinzione più elementare: quella tra chi viola la legge e chi ne è vittima.&nbsp;</p>



<p>È da questa percezione, prima ancora che dalla paura del crimine, che nasce oggi la sfiducia di milioni di cittadini.</p>



<p>In conclusione, il problema non è che gli italiani chiedano più severità.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che non credono più che lo Stato sappia proteggerli.</p>



<p>E quando perfino gli elettori progressisti smettono di fidarsi delle ricette progressiste sulla sicurezza, il problema non è più elettorale: è culturale.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>L&#8217;ultimo ballo del numero 10. Il giorno in cui il tempo sconfisse Messi</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 08:16:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Umberto Baldo La finale è spesso la più malinconica delle partite di un Campionato del Mondo.Non è mai una partita normale.Se l’atto conclusivo del Mondiale 2026 fosse stato una normale sfida di calcio, per la Spagna avrebbe dovuto essere<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>di Umberto Baldo</p>



<p>La finale è spesso la più malinconica delle partite di un Campionato del Mondo.<br>Non è mai una partita normale.<br>Se l’atto conclusivo del Mondiale 2026 fosse stato una normale sfida di calcio, per la Spagna avrebbe dovuto essere il naturale compimento della sua superiorità.<br>Parliamo dei campioni d&#8217;Europa in carica. Della squadra che aveva eliminato la favoritissima Francia (e non dite di no!). Di un centrocampo probabilmente senza eguali nel calcio contemporaneo, capace di cambiare interpreti senza perdere un grammo di qualità.<br>Ma di fronte la Roja non aveva una squadra comune.<br>Aveva quella che il CT Lionel Scaloni ha definito una «banda di indios»: non certo un riferimento etnico, ma il ritratto di quei ragazzacci di strada pronti a morire sul campo prima ancora che a perdere una partita.<br>Ne è uscita una partita più nervosa che bella, segnata dal netto predominio geometrico della Spagna e dalla pura feroce sofferenza dell&#8217;Argentina.<br>Una resistenza spinta spesso oltre il limite del regolamento, e culminata in un post-partita tesissimo, macchiato da accenni di rissa in campo.<br>Inutile nasconderlo: con il passare dei minuti la partita ha smesso di essere una finale, trasformandosi in un assedio.<br>Ogni possesso palla spagnolo scavava una crepa nella lucidità argentina.<br>Alla fine sono rimasti solo falli, proteste, sette ammonizioni e l&#8217;espulsione di Enzo Fernández: il referto arbitrale racconta meglio di qualsiasi commento il naufragio nervoso dell&#8217;Albiceleste.<br>Tuttavia, a far discutere i critici ed i commentatori di tutto il mondo — in particolare l&#8217;acida e puntualissima stampa inglese — non è stata tanto la contesa tattica, non il calcio giocato, ma il modo in cui l&#8217;Argentina ha scelto di perdere, valicando il confine che separa la sana “garra” agonistica dalla pura antisportività.<br>Ma l&#8217;istantanea che farà discutere la stampa internazionale per i prossimi mesi, una foto destinata a spiegare il Mondiale più di qualsiasi tabellino, è andata in scena sul podio della premiazione, regalando un vero e proprio caso diplomatico sportivo.<br>Subito dopo aver ricevuto la medaglia d&#8217;argento, i calciatori dell&#8217;Albiceleste si sono compattati a centrocampo. Nell&#8217;istante esatto in cui il capitano spagnolo Rodri alzava al cielo la Coppa del Mondo, l&#8217;intera squadra argentina si è voltata verso la curva dei propri tifosi, dando di fatto le spalle alla festa della Roja<br>Per i media globali e la critica (specie quella inglese) si è trattato di una clamorosa e imperdonabile mancanza di rispetto e di fair play.<br>Dall&#8217;ambiente argentino si getta acqua sul fuoco: nessun intento di snobbare i vincitori, solo il desiderio di omaggiare e ringraziare i tantissimi tifosi rimasti sugli spalti a sostenerli dopo la sconfitta.<br>Resta il fatto che la scelta del tempismo è stata quantomeno infelice, lasciando ai posteri una delle immagini più controverse della storia dei Mondiali.<br>In mezzo a questa trincea di nervi e orgoglio, si è consumato il dramma più grande: quello di Lionel Messi.<br>Immagine speculare della malinconia di questa finale; ha fatto stringere il cuore vederlo camminare impotente per lunghi tratti del match.<br>Il genio di Rosario si è acceso solo a sprazzi, con qualche lampo nel finale disperato, ma il peso degli anni e dell&#8217;usura si è fatto sentire tutto.<br>Faceva quasi male guardarlo. Perché per la prima volta sembrava un uomo costretto a rincorrere il tempo invece del pallone.<br>Eppure, è servito il secondo tempo supplementare e la zampata di Ferrán Torres al 106&#8242; perché la Spagna potesse finalmente averne ragione.<br>Il sipario cala con Leo Messi seduto in panchina, gli occhi pieni di lacrime.<br>Per una volta il tempo ha vinto lui.<br>È l&#8217;unico avversario che nemmeno il più grande calciatore della storia abbia potuto dribblare.<br>Ma quella lacrima non segna la fine di un mito.<br>Ne certifica soltanto l&#8217;eternità. Perché gli eroi smettono di vincere. Le leggende, invece, continuano a vivere molto dopo l&#8217;ultimo fischio dell&#8217;arbitro.<br>Gli dei del calcio concedono il talento, non l&#8217;immortalità.<br>Anche Achille aveva un tallone. Anche Messi aveva un calendario.<br>Il tempo gli ha tolto le gambe, ma non potrà mai sottrargli la leggenda.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il colpo di spugna sui No-Vax: se il perdono diventa complicità</title>
		<link>https://www.tviweb.it/il-colpo-di-spugna-sui-no-vax-se-il-perdono-diventa-complicita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:26:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è un tratto quasi antropologico che definisce il nostro Paese: una memoria cortissima, che scivola con troppa facilità in un perdono indistinto, generoso con chi ha sbagliato e profondamente insensibile verso chi ha pagato il prezzo più alto.&#160;<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è un tratto quasi antropologico che definisce il nostro Paese: una memoria cortissima, che scivola con troppa facilità in un perdono indistinto, generoso con chi ha sbagliato e profondamente insensibile verso chi ha pagato il prezzo più alto.&nbsp;</p>



<p>Non siamo necessariamente più buoni degli altri; siamo, molto più banalmente, più cialtroni.&nbsp;</p>



<p>E l’ultimo emendamento approvato in Commissione Affari Sociali alla Camera — che punta a riammettere nell&#8217;albo i medici radiati per le loro posizioni e condotte ultra-no-Vax durante la pandemia da Covid — ne è la&nbsp;dimostrazione plastica.&nbsp;</p>



<p>Nel&nbsp;teatro della politica italiana, pensare male è quasi sempre un dovere di cronaca.&nbsp;</p>



<p>È su questo tema è difficile, se non impossibile, scindere questa proposta dall&#8217;identità della forza politica che la promuove, Fratelli d’Italia.&nbsp;</p>



<p>Un Partito che, durante i mesi più bui della crisi sanitaria, ha sistematicamente lisciato il pelo alla galassia no-Vax, cavalcando il dissenso contro i vaccini e le restrizioni del Green Pass.&nbsp;</p>



<p>Oggi, quella che viene contrabbandata come un’operazione di pacificazione nazionale somiglia maledettamente ad una riga tirata a favore di ambienti elettorali vicini a quel mondo.&nbsp;</p>



<p>Un favore postumo, una sanatoria ideologica.</p>



<p>Ma la politica non può cancellare l’etica, né può riscrivere la storia a colpi di emendamenti.&nbsp;</p>



<p>Perché la radiazione dall&#8217;Ordine non è stata una punizione burocratica per non aver timbrato un cartellino; è stata la massima sanzione comminata a chi ha tradito la scienza, diffuso tesi complottiste, prescritto intrugli miracolosi, ed ingannato i pazienti.&nbsp;</p>



<p>Ha riguardato chi ha calpestato il Giuramento di Ippocrate ed i doveri deontologici nel momento in cui la comunità ne aveva più bisogno.</p>



<p>Se questa sanatoria dovesse passare, l’effetto sarebbe devastante: significherebbe mettere sullo stesso piano chi ha&nbsp;alimentato il complottismo e la disinformazione, magari&nbsp;cercando la ribalta ideologica,&nbsp;e chi, invece, ha onorato la professione fino all&#8217;estremo sacrificio.</p>



<p>La nostra memoria non può e non deve essere così corta da dimenticare il tributo di sangue pagato dalla sanità italiana.&nbsp;</p>



<p>Limitarlo ai soli medici sarebbe riduttivo.</p>



<p>Il sacrificio ha riguardato l&#8217;intero comparto: sono 383 i medici e gli odontoiatri caduti per il Covid, ma accanto a loro ci sono circa 90 infermieri e decine di operatori sociosanitari, tecnici ed autisti di ambulanza<strong>.</strong>&nbsp;</p>



<p>Centinaia di nomi che non si sono tirati indietro quando gli ospedali erano trincee e le tute di protezione scarseggiavano.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;emblema di quei mesi per quanto mi riguarda resta impresso nella fotografia di quell&#8217;infermiera crollata per la fatica sulla scrivania: il simbolo di una dedizione assoluta che ha accomunato ogni singolo camice e divisa in prima linea.&nbsp;</p>



<p>Donne e uomini che hanno guardato in faccia il virus e sono rimasti al loro posto per fedeltà alla Repubblica ed ai propri pazienti.&nbsp;</p>



<p>Il loro sacrificio è la pietra angolare su cui si regge la dignità del nostro sistema sanitario.</p>



<p>Ha perfettamente ragione il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, nel dichiararsi sconcertato.&nbsp;</p>



<p>Sanare d’ufficio le violazioni deontologiche non è un atto di clemenza: è uno schiaffo alla memoria di chi ha perso la vita in corsia, ed un insulto ai milioni di cittadini che hanno creduto nella scienza.</p>



<p>Se il principio del merito e della responsabilità personale ha ancora un valore in questo Paese, chi ha tradito la propria missione non può rientrare dalla finestra principale grazie ad un colpo di spugna politico.&nbsp;</p>



<p>C’è un limite oltre il quale il perdono diventa complicità, e la politica cialtrona diventa offesa alla memoria.&nbsp;</p>



<p>E quel limite a mio avviso lo abbiamo appena superato.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Cialtrònia, il welfare della rapina. Quando il crimine rende anche dopo la morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 10:28:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p>Se avessi qualche decennio in meno, lo confesso con assoluta e disarmante franchezza, non perderei un solo secondo: preparerei le valigie, saluterei i confini della gloriosa Repubblica di Cialtrònia e mi trasferirei in un qualunque Paese civile.<br>Un luogo, per intenderci, dove il vocabolario conserva ancora un legame logico con la realtà, e dove la giustizia non è stata surclassata da una sceneggiatura degna del teatro dell&#8217;assurdo.<br>Ma poiché l&#8217;anagrafe non fa sconti, sono costretto a rimanere qui, a guardare, e soprattutto a non stare zitto davanti alle cronache surreali che stanno imperversando in questi giorni.<br>Sia chiaro non ho alcuna intenzione di intrattenervi oggi sui tecnicismi penali o sulle complesse architetture giuridiche del caso del gioielliere di Cuneo; ne abbiamo già discusso non più di qualche giorno fa denunciando il paradosso sistemico di uno Stato che si adopera a risarcire il rapinatore a spese della vittima (https://www.tviweb.it/fiat-iustitia-sed-victimis-il-paradosso-italiano-risarcire-il-rapinatore/).<br>Ma le ultime notizie superano ogni più ardita fantasia satirica.<br>Ci troviamo ufficialmente di fronte alla consacrazione definitiva di Cialtrònia quale autentico &#8220;Paese dei Balocchi&#8221; per la criminalità.<br>Una terra promessa dove delinquere non è più un rischio calcolato, bensì un lucroso e garantito investimento a lungo termine per l&#8217;intero nucleo familiare.<br>Il caso Roggero è diventato il paradigma assoluto di questa stortura.<br>Riflettiamoci un istante, ovviamente con la dovuta gelida paradossale ironia: stando alla narrazione imperante, se una famiglia numerosa si trovasse in gravi difficoltà economiche, oggi potrebbe anche pensare di non ricorrere a faticosi prestiti bancari, o di sperare nella lotteria.<br>Le basterebbe avviare saggiamente un figlio alla carriera della delinquenza a mano armata, con la vibrante speranza che quest&#8217;ultimo incroci sulla sua strada una vittima esasperata e terrorizzata, pronta a reagire.<br>Se il ragazzo venisse ferito o ucciso nell&#8217;esercizio delle sue funzioni criminali, il miracolo economico sarebbe compiuto: l&#8217;intera dinastia si sistemerebbe per la vita.<br>A leggere con attenzione le cifre che circolano sui media, si comprende quanto siamo arrivati al culmine dell’ingiustizia e del ridicolo.<br>A quanto si apprende parliamo di ben quindici persone che oggi si presentano all&#8217;incasso, pronte a pignorare le proprietà e la stessa casa dove il gioielliere viveva con la moglie Mariangela fino a venerdì scorso, giorno del suo ingresso in carcere.<br>A quale titolo affettivo o morale addirittura un patrigno debba essere economicamente ristorato per la morte di un figliastro colto in flagrante rapina a mano armata resta uno dei misteri della nostra logica cialtronesca.<br>E non dimentichiamo il terzo complice, Alessandro Modica: rimasto felicemente ferito, già tornato in totale libertà, ma titolare del sacrosanto diritto di pretendere denaro dal rapinato perché catalogato come vittima di «tentato omicidio».<br>Sullo sfondo si agita la scure finale: una richiesta complessiva da 3 milioni e 200.000 euro.<br>Viene spontanea una domanda: quei milioni sono stati quantificati sul danno morale o sul fatturato potenziale di rapine future?<br>Una cifra che, come giustamente rilevato dalla difesa guidata dal professor Sergio Novani e dall&#8217;avvocato Stefano Marcolini, mette sotto scacco mortale una famiglia che ha gestito una bottega per cinquant&#8217;anni tra mille crisi, ignorando totalmente l&#8217;articolo 1227 che, secondo la difesa, avrebbe dovuto comportare una consistente riduzione del risarcimento.<br>Ma a Cialtronia le sfumature non piacciono.<br>Dopotutto, nel Paese dei Balocchi, manifestare empatia per le vittime, ed esasperazione per l&#8217;impunità dei criminali, è ormai considerato un intollerabile atto di rozzezza culturale.<br>Tra pochi giorni le chiacchiere finiranno.<br>In Parlamento non conteranno più i comunicati stampa, ma i pulsanti verdi e rossi.<br>Sapremo finalmente quali forze politiche considerano una rapina a mano armata un reato, e quali invece continuano a trattarla come un “infortunio professionale.&#8221;<br>Sarà un eccellente indicatore per capire chi preferisce tutelare i cittadini onesti e chi, al contrario, vuole mantenere inalterato questo fantastico e redditizio welfare della rapina.<br>Nel frattempo, teniamoci stretta la nostra Cialtronia: l&#8217;unico posto al mondo dove il crimine non solo paga, ma garantisce anche una sontuosa liquidazione ai parenti della ditta.</p>
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		<title>Lottizzazioni: Durigon sta alla pallavolo femminile come io sto a Messi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 09:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo? La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo?</p>



<p>La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra con Lionel Messi. Eppure oggi, nell’Italia del merito tanto evocato dalla politica, un esponente di primo piano della Lega viene catapultato alla guida di uno dei movimenti sportivi più importanti del Paese.</p>



<p>Non è una questione personale. È una questione di sistema.</p>



<p>Il problema non è Durigon. Il problema è l’idea che ogni spazio di potere debba essere occupato dalla politica. Che ogni istituzione, ogni ente, ogni federazione, ogni società partecipata debba finire sotto il controllo di qualcuno che abbia il “bollino” del partito giusto.</p>



<p>È una logica antica, che pensavamo appartenesse ai manuali della Prima Repubblica. Invece è tornata più viva che mai. Cambiano i partiti, cambiano i simboli, cambiano gli slogan, ma il metodo è sempre lo stesso: spartirsi le poltrone.</p>



<p>La destra aveva promesso una rivoluzione contro il sistema delle nomine, contro le élite, contro le rendite di posizione. Aveva promesso meritocrazia. Ma quando arriva il momento di scegliere chi guida un’istituzione, il curriculum sembra passare in secondo piano rispetto all’appartenenza politica.</p>



<p>Lo sport, poi, dovrebbe essere il luogo in cui il merito è l’unico criterio possibile. Un atleta non gioca perché è amico del presidente. Un allenatore non vince perché ha la tessera di un partito. Un dirigente dovrebbe essere scelto perché conosce quel mondo, ne comprende le dinamiche, ha dimostrato capacità manageriali e visione.</p>



<p>Invece assistiamo alla colonizzazione della politica anche nello sport.</p>



<p>Il rischio è enorme. Perché quando tutto diventa terreno di conquista, nulla rimane realmente autonomo. La politica smette di governare e comincia a occupare. È una differenza sostanziale. Governare significa creare regole; occupare significa distribuire incarichi.</p>



<p>Qualcuno obietterà che anche in passato è sempre successo. Ed è vero. Ma proprio perché è sempre successo bisognerebbe smettere di considerarlo normale. La lottizzazione non diventa una buona pratica solo perché è bipartisan. Resta un vizio della politica italiana, uno dei principali fattori che hanno alimentato sfiducia nelle istituzioni e mediocrità nella classe dirigente.</p>



<p>Chi oggi difende queste nomine con il classico “lo facevano anche gli altri” rinuncia a qualsiasi pretesa di cambiamento. È la certificazione che nulla è cambiato.</p>



<p>Il punto non è sapere se Durigon sarà un buon presidente. Glielo si può anche augurare. Il punto è che quella poltrona dovrebbe essere assegnata al migliore, non al più vicino al potere.</p>



<p>Perché quando la politica entra ovunque, lo sport perde autonomia, le istituzioni perdono credibilità e il merito diventa soltanto uno slogan da campagna elettorale.</p>



<p>E così, un incarico dopo l’altro, una nomina dopo l’altra, l’Italia torna lentamente a ciò che aveva giurato di lasciarsi alle spalle: la Repubblica delle spartizioni, dove le competenze contano meno delle appartenenze e le poltrone sono il premio di una fedeltà politica, non il riconoscimento di un merito.</p>



<p>Altro che Terza Repubblica. Sembra di essere tornati alla Prima</p>
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