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	<title>EDITORIALE | TViWeb</title>
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	<lastBuildDate>Sat, 27 Jun 2026 14:21:53 +0000</lastBuildDate>
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	In Risalto Srl
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		<title>Caldo infernale è allarme totale: 12 mila morti in Europa secondo l’Economist</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 14:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ondata di calore che sta attraversando l’Europa continua ad avanzare verso est e assume dimensioni sempre più allarmanti. Oggi almeno 193 milioni di persone nel continente, di cui circa 75 milioni soltanto in Germania, sperimenteranno temperature superiori ai 35 gradi.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’ondata di calore che sta attraversando l’Europa continua ad avanzare verso est e assume dimensioni sempre più allarmanti. Oggi almeno 193 milioni di persone nel continente, di cui circa 75 milioni soltanto in Germania, sperimenteranno temperature superiori ai 35 gradi. A indicarlo sono i calcoli dell’agenzia France Presse, basati sulle previsioni del Servizio meteorologico tedesco e sulle proiezioni demografiche 2025 del Centro comune di ricerca. Si tratta di un ulteriore aumento rispetto al 26 giugno, quando la massa d’aria rovente interessava ancora soprattutto l’Europa occidentale, prima di spostarsi progressivamente verso Germania, Polonia e altri Paesi dell’area centro-orientale.&nbsp;</p>



<p>La Germania è ora tra i Paesi più esposti. Nelle scorse ore è stata registrata una temperatura provvisoria di 41,3 gradi nei pressi di Saarbrücken, mentre le autorità hanno diffuso allerte per caldo estremo, invitato la popolazione a ridurre i consumi d’acqua e adottato misure preventive anche sui trasporti. Le alte temperature stanno infatti mettendo sotto pressione non solo la salute pubblica, ma anche infrastrutture, ferrovie, strade, agricoltura e servizi essenziali. Disagi e provvedimenti analoghi sono stati segnalati anche in Italia, Francia, Regno Unito, Svizzera e in altri Paesi europei, dove il caldo ha già provocato chiusure di scuole, cancellazioni di eventi e difficoltà per ospedali e servizi di emergenza.&nbsp;</p>



<p>Il dato più preoccupante riguarda però l’impatto sulla mortalità. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, in soli tre giorni, tra il 24 e il 26 giugno, il caldo estremo potrebbe aver causato circa 12mila decessi in eccesso in Europa. La stima si basa sulle temperature medie previste in 854 città europee e su un modello sviluppato da Pierre Masselot e dalla London School of Hygiene &amp; Tropical Medicine per valutare il rapporto tra temperatura e mortalità. Non si tratta quindi di un bilancio ufficiale già consolidato, ma di una proiezione statistica che misura quante morti potrebbero verificarsi oltre il livello normalmente atteso in assenza di un evento estremo.&nbsp;</p>



<p>Gli esperti sottolineano che il caldo estremo è particolarmente pericoloso per anziani, bambini, persone con malattie croniche e lavoratori esposti all’aperto, ma anche per chi vive in abitazioni poco isolate o in aree urbane dove l’asfalto e il cemento trattengono il calore. A rendere più grave la situazione sono anche le notti tropicali, quando le temperature non scendono abbastanza da permettere all’organismo di recuperare. In diverse città europee le minime notturne hanno raggiunto valori record, aumentando il rischio di stress termico prolungato.</p>



<p>L’Organizzazione meteorologica mondiale ha definito l’ondata di calore di fine giugno un evento intenso e diffuso, con effetti rilevanti su salute, ecosistemi, agricoltura, infrastrutture e produttività del lavoro. Secondo gli scienziati di World Weather Attribution, il riscaldamento globale ha reso le ondate di calore europee molto più severe: un episodio simile, nel giugno del 1976, sarebbe stato circa 3,5 gradi più fresco rispetto a quello attuale.&nbsp;</p>



<p>L’Europa si trova così di fronte a una crisi che non riguarda più soltanto le temperature record, ma la capacità dei sistemi sanitari, urbani e produttivi di adattarsi a un clima che cambia rapidamente. Le raccomandazioni restano quelle di evitare l’esposizione nelle ore più calde, bere frequentemente, controllare le persone fragili e seguire le indicazioni delle autorità locali. Ma l’ondata di questi giorni mostra anche un problema più profondo: senza interventi strutturali su città, case, sanità, lavoro e riduzione delle emissioni, eventi di questo tipo rischiano di diventare sempre più frequenti, estesi e letali.</p>



<p>Anche l’Italia nella morsa del caldo africano, con temperature in ulteriore aumento e afa intensa da Nord a Sud. L’ondata di calore che sta investendo il Paese raggiunge il suo picco nel weekend, con valori che in diverse zone possono arrivare fino a 38-45 gradi e condizioni difficili soprattutto nelle città, dove l’effetto dell’asfalto e del cemento rende l’aria ancora più pesante.</p>



<p>Secondo il bollettino del ministero della Salute, restano numerose le città da bollino rosso, il livello massimo di allerta per il caldo, che indica un rischio per la salute non solo di anziani, bambini e persone fragili, ma anche della popolazione sana. Tra i centri più esposti figurano grandi città del Centro-Nord e del Centro-Sud, con Firenze, Bologna, Roma, Milano, Torino, Venezia, Verona, Perugia, Pescara e Bari tra le aree più sotto pressione.</p>



<p>Le autorità raccomandano di evitare l’esposizione al sole nelle ore centrali della giornata, bere spesso, limitare l’attività fisica all’aperto e prestare attenzione alle persone più vulnerabili. Il caldo sta creando disagi anche sul lavoro, nei trasporti e nei servizi pubblici, mentre in alcune città si moltiplicano gli interventi per fronteggiare l’emergenza. La tregua, al momento, non appare immediata: l’anticiclone continua a mantenere alte le temperature e l’Italia resta stretta in una delle fasi più roventi dell’estate.</p>
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		<title>Calcio SpA: la brama di profitto che ha ucciso il gioco più bello del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 14:04:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ritorno immediatamente sul tema del calcio perché alcuni di voi mi hanno spedito a tamburo battente i loro commenti all’editoriale di oggi; commenti tecnici o meno tecnici, mettendo in campo anche l’aspetto economico che avevo volutamente trascurato.Se la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ritorno immediatamente sul tema del calcio perché alcuni di voi mi hanno spedito a tamburo battente i loro commenti all’editoriale di oggi; commenti tecnici o meno tecnici, mettendo in campo anche l’aspetto economico che avevo volutamente trascurato.<br>Se la prima faccia della medaglia ci mostra un’inevitabile transizione demografica e antropologica impressa sui volti dei calciatori, basta girare il conio per accorgersi che il fenomeno è ancora più profondo.<br>Dietro la facciata romantica delle bandiere e degli inni nazionali si muove infatti una gigantesca macchina economica e geopolitica in cui il calcio ha smesso di essere solo un gioco, per diventare l&#8217;avamposto della finanza globale più spietata.<br>Uno snodo in cui capitali, geopolitica ed algoritmi si fondono, cancellando ogni residua sfumatura locale.<br>Il primo cortocircuito è identitario e riguarda la proprietà del giocattolo.<br>Chi possiede oggi il calcio?<br>A parte qualche eccezione come il Real Madrid, certamente non più le comunità locali, e quasi mai gli storici imprenditori locali legati al territorio.<br>Il risiko delle proprietà dei Club e dei grandi eventi fotografa la mappa del denaro mondiale: da un lato i Fondi di Private Equity americani, che applicano allo sport le rigide metriche della monetizzazione pura e della massimizzazione del valore per gli azionisti; dall&#8217;altro i Fondi Sovrani, in particolare del Golfo Persico, che utilizzano i club e i tornei come formidabili strumenti di soft power e di sportwashing per accreditarsi sullo scacchiere internazionale, anche a livello politico.<br>In questo scenario, il tifoso subisce una metamorfosi irreversibile: cessa di essere un custode della memoria sportiva e viene declassato a mero &#8220;cliente&#8221; di una piattaforma di intrattenimento globale.<br>Ed è qui che scatta un paradosso grottesco: mentre il calcio si trasforma sempre più in un asettico business planetario, una parte della tifoseria, i cosiddetti ultras, continua a mettere in scena spettacoli indegni di violenze e devastazioni nelle nostre città.<br>Lungi dal comprendere di essere ormai solo ingranaggi marginali di un gigantesco gioco globale che li ha già ampiamente superati, questi professionisti del disordine, spesso anche razzisti, si azzuffano per “identità cittadine” che esistono solo nella loro testa, offrendo uno spettacolo tanto anacronistico quanto deplorevole.<br>Ma il denaro non si limita a comprare i Club; ne altera profondamente la natura attraverso una dinamica che, con un termine macroeconomico oggi fin troppo abusato, potremmo definire una vera e propria greedflaction del pallone.<br>È l&#8217;inflazione da avidità: la fame insaziabile di diritti televisivi spinge le istituzioni sportive (Fifa e Uefa in testa) ad una bulimia organizzativa senza precedenti.<br>I calendari si ingolfano, i formati si dilatano, nascono sempre nuove competizioni ed i campionati si allargano a dismisura.<br>Più partite significano più passaggi televisivi, più abbonamenti da vendere, più sponsor.<br>Poco importa se questo stress strutturale logora la salute dei calciatori o prosciuga le tasche degli appassionati, costretti a districarsi tra pay-tv sempre più frammentate e costose.<br>Lo spettacolo deve andare in onda, a ciclo continuo, per un pubblico globale e disattento, preferibilmente seduto davanti ad uno schermo a migliaia di chilometri di distanza dallo stadio.<br>Questa standardizzazione economica ha finito per contagiare inevitabilmente anche il rettangolo di gioco lungo quei famosi centodieci metri.<br>Come ho già scritto, chi ha memoria del calcio del Novecento ricorda che una volta esistevano le &#8220;scuole&#8221; nazionali: il rigore tattico e l&#8217;ermetismo del catenaccio italiano, il fútbol bailado e la fantasia anarchica dei brasiliani, la potenza atletica tedesca, o il ritmo forsennato del kick and rush inglese.<br>Erano proiezioni culturali dei rispettivi popoli.<br>Oggi, la circolazione globale degli allenatori, la centralizzazione dei dati e la dittatura dell&#8217;algoritmo fin dai settori giovanili hanno livellato tutto.<br>Si gioca ovunque nello stesso identico modo, con gli stessi movimenti codificati e la stessa ossessione per la statistica.<br>Il calcio liquido ha globalizzato l&#8217;estetica del gioco, sacrificando il “genius loci” sull&#8217;altare dell&#8217;efficienza standardizzata.<br>Guardare una partita a Londra, a Milano, a Riad o a Miami offre ormai lo stesso identico prodotto, preconfezionato e privo di asperità.<br>Ecco allora che il cerchio della globalizzazione si chiude, perfetto e spietato.<br>Se da una parte il calcio registra l&#8217;ineludibile fluidità delle nostre società civili, dall&#8217;altra si impone come il perfetto manifesto del tardo capitalismo: un mondo senza confini, dominato da capitali apolidi, regolato da algoritmi e guidato da una brama di profitto che non si ferma davanti a nessuna tradizione.<br>Resta da chiedersi se, una volta cancellata l&#8217;ultima sfumatura e l&#8217;ultimo briciolo di poesia, quel campo verde rimarrà capace di emozionarci o se finirà per annoiarci, ridotto ad un gigantesco e ripetitivo spot pubblicitario.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Mondiale. Undici passaporti, una maglia, quando le squadre non rappresentano più nessuno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 07:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Non sono quello che si definisce normalmente un “patito” di calcio”. Ciò non vuol dire che non ami questo sport, il quale, dopotutto, chiunque di noi ragazzi di un tempo ha in qualche modo praticato. Non sono un<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-mondiale-liquido-se-la-globalizzazione-cancella-le-sfumature/">Mondiale. Undici passaporti, una maglia, quando le squadre non rappresentano più nessuno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Non sono quello che si definisce normalmente un “patito” di calcio”.</p>



<p>Ciò non vuol dire che non ami questo sport, il quale, dopotutto, chiunque di noi ragazzi di un tempo ha in qualche modo praticato.</p>



<p>Non sono un tifoso, e a dire la verità ogni Campionato cambio la squadra da sostenere per la vittoria dello scudetto.</p>



<p>Non sono di quelli che guardano qualunque partita venga trasmessa, ma difficilmente perdo i match decisivi sia delle Coppe internazionali che dei Mondiali.</p>



<p>Insomma avrete capito che seguo il calcio con moderazione, e che apprezzo, e come potrebbe essere diversamente, il bel calcio, quello giocato dalle grandi Squadre, al quale a poco a poco sono riuscito ad avvicinare anche mia moglie Ivana.</p>



<p>In questi giorni, proprio assistendo a qualche partita del mondiale americano (nel senso di Continente) non ho potuto non riflettere su come il calcio sia cambiato rispetto ai miei anni giovanili.</p>



<p>Mi sto rendendo conto sempre di più che&nbsp;guardare un Mondiale di calcio, oggi, offre una lezione di sociologia e macroeconomia ben più profonda di qualsiasi trattato accademico.&nbsp;</p>



<p>Se esiste un ambito in cui la globalizzazione ha completato il suo ciclo, abbattendo barriere ed uniformando i paesaggi, è quel campo verde lungo centodieci metri.</p>



<p>Il primo impatto è visivo, quasi antropologico.&nbsp;</p>



<p>Chi è cresciuto con il calcio del Novecento fa fatica a ritrovare i vecchi punti di riferimento cromatici ed anagrafici.&nbsp;</p>



<p>Nelle nazionali scandinave o mitteleuropee, i biondi con gli occhi azzurri sono ormai mosche bianche.</p>



<p>Al posto degli Olav o dei Gunnar, i tabellini dei marcatori oggi registrano gli Ahmed, i Muhamad o gli Ousmane.&nbsp;</p>



<p>Le maglie delle nazionali non rappresentano più un’omogeneità etnica o storica, ma fotografano la realtà delle nostre società civili post-migratorie, anticipando spesso la politica.&nbsp;</p>



<p>È un processo ineludibile ed ormai consolidato di fronte al quale chi ha ancora negli occhi il calcio del secolo scorso può provare un moto di stupore, una fatica ad abituarsi ad una realtà antropologica così radicalmente mutata.&nbsp;</p>



<p>Ma il calcio non inventa nulla: si limita a registrare, con la sua formidabile cassa di risonanza, la demografia della fluidità contemporanea.</p>



<p>Ma questa è solo una faccia della medaglia.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;altra, strettamente connessa, riguarda la geopolitica del pallone e la fine delle gerarchie consolidate.</p>



<p>Un tempo il calcio d’élite era un club esclusivo: c&#8217;era l’Europa, il Sudamerica e poco altro.&nbsp;</p>



<p>Il resto del mondo partecipava ai Mondiali con il ruolo di comparsa.&nbsp;</p>



<p>Erano le cosiddette &#8220;squadre materasso&#8221;, formazioni folkloristiche spedite al macello tattico contro le corazzate storiche, per le quali il semplice fatto di esserci rappresentava il massimo traguardo.&nbsp;</p>



<p>Risultati tennistici e dilettantismo nostalgico erano la norma.</p>



<p>Oggi quel mondo è evaporato.&nbsp;</p>



<p>Il calciatore moderno è&nbsp;un lavoratore altamente specializzato,&nbsp;un&nbsp;globetrotter, un nomade d’élite che risponde alle leggi del mercato transnazionale prima che a quelle della propria bandiera.&nbsp;</p>



<p>L’Europa del calcio è diventata una gigantesca idrovora che importa talenti da ogni angolo del globo, li inserisce nei propri club e li standardizza attraverso accademie ultra-professionali.</p>



<p>Il risultato è un formidabile effetto di ritorno per le Nazioni un tempo considerate periferiche.&nbsp;</p>



<p>In passato, il timore reverenziale verso le grandi Nazionali europee o sudamericane giocava un ruolo enorme.&nbsp;</p>



<p>Oggi, quel timore è svanito perché i giocatori delle &#8220;meno titolate&#8221;, nel quotidiano dei club, sono sempre più spesso compagni di squadra dei campioni che si trovano di fronte come avversari ai Mondiali.</p>



<p>Il calcio è diventato un&#8217;industria globale dove la distanza tecnica tra un giocatore di una nazionale &#8220;minore&#8221; ed uno di una &#8220;maggiore&#8221; è spesso colmata dall&#8217;appartenenza allo stesso ecosistema professionale.</p>



<p>Detta con altre parole, se il difensore di una nazionale africana o asiatica affronta ogni domenica i campioni della Juventus, del Real Madrid o del Manchester City, o ci gioca assieme nei rispettivi club, la consuetudine cancella il mito.&nbsp;</p>



<p>Ai Mondiali non esiste più la sudditanza psicologica, perché la distanza tecnica e metodologica è stata colmata dalla quotidianità.</p>



<p>Il&nbsp;know-how&nbsp;europeo – tattico, atletico, medico – è stato esportato ovunque, livellando i valori verso l&#8217;alto.&nbsp;</p>



<p>Le squadre materasso non esistono più perché tutti giocano, corrono e pensano alla stessa maniera.</p>



<p>Siamo di fronte ad un paradosso affascinante e cinico: il Mondiale non è più un torneo tra culture calcistiche diverse, ma una sfida tra diverse selezioni di calciatori formati nella medesima scuola.&nbsp;</p>



<p>Una volta c&#8217;era il catenaccio italiano, il calcio bailado dei brasiliani, il rigore teutonico o il &#8220;kick and rush&#8221; inglese.&nbsp;</p>



<p>Oggi, con la globalizzazione degli allenatori e delle scuole calcio, tutte le nazionali giocano nello stesso identico modo (fatto di pressing alto, costruzione dal basso e schemi ripetitivi).&nbsp;</p>



<p>La globalizzazione ha tolto &#8220;identità&#8221; anche allo stile di gioco, non solo ai tratti somatici.</p>



<p>C’è poi da sottolineare&nbsp;&nbsp;il &#8220;Risiko&#8221; dei club che svuota le Nazionali<strong>:</strong>&nbsp;il fatto che i calciatori ormai appartengano a club multinazionali (spesso di proprietà di fondi americani o sovrani arabi) fa sì che il Mondiale non sia più uno scontro tra culture calcistiche diverse, ma una gigantesca esibizione di dipendenti della stessa &#8220;grande azienda globale&#8221; dell&#8217;intrattenimento.</p>



<p>Concludendo, la globalizzazione ha democratizzato il talento, regalando equilibrio e dignità alle Nazioni emergenti, ma ha anche preteso un prezzo altissimo: la perdita di quella meravigliosa biodiversità che rendeva affascinante il confronto tra mondi lontani.</p>



<p>Proprio come accade con il turismo di massa, che trasforma ogni centro storico in un franchising identico a se stesso, anche il football globale rischia di diventare un unico, immenso e ripetitivo campionato europeo sia pure giocato in continenti diversi.</p>



<p>Cambiano solo i colori delle maglie.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Veneto fa troppo caldo: niente sesso meglio una doccia fredda!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 20:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Erotico Vicentino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Veneto boccheggia, le tapparelle si arrendono, i ventilatori chiedono il sindacato e nei letti matrimoniali si registra il fenomeno dell’estate 2026: non più “fuoco della passione”, ma “modalità risparmio energetico”. Con temperature che, secondo Arpav, in questi giorni sono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il Veneto boccheggia, le tapparelle si arrendono, i ventilatori chiedono il sindacato e nei letti matrimoniali si registra il fenomeno dell’estate 2026: non più “fuoco della passione”, ma “modalità risparmio energetico”.</p>



<p>Con temperature che, secondo Arpav, in questi giorni sono arrivate a circa&nbsp;<strong>4 gradi sopra la media</strong>, l’ondata di caldo sta trasformando la regione in una grande piastra per polenta abbrustolita. E quando anche il comodino suda, la libido prende ferie anticipate.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Altro che “stasera da me”: il nuovo linguaggio della seduzione è diventato “hai il climatizzatore?”. Il corteggiamento veneto 2.0 non passa più da rose, prosecco e messaggini audaci, ma da una domanda secca: “Classe energetica A+++ o niente”.</p>



<p>Gli esperti lo dicono da tempo: caldo, spossatezza, sudorazione e pressione sotto i tacchi possono raffreddare anche le migliori intenzioni. Il desiderio, poveretto, c’è anche, ma appena vede le lenzuola appiccicose fa dietrofront e va a dormire sul pavimento.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In molte case venete si segnalano scene drammatiche: coppie che si sfiorano per sbaglio e si scusano, partner separati da un cuscino refrigerante, mariti che propongono romanticismo e mogli che rispondono: “Prima fammi vedere il bollettino dell’umidità”.</p>



<p>La vera trasgressione? Una doccia fredda. Non più preliminari, ma prelavaggio. Non più sospiri, ma “passami il bagnoschiuma che sto evaporando”. E se proprio deve esserci intimità, che almeno sia sotto il getto d’acqua, con tempi contingentati: tre minuti a testa, come da emergenza idrica sentimentale.</p>



<p>La Regione ha già previsto stop per alcune attività all’aperto nelle ore più calde; nelle abitazioni, invece, lo stop è spontaneo: dalle 12.30 alle 16.00 sospese anche le attività “ricreative ad alta sudorazione”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Insomma, il Veneto resta terra di passione, ma con buon senso climatico. L’amore non è finito: è solo in pausa, in frigo, accanto all’anguria.</p>



<p>E per chi teme il crollo definitivo del desiderio, niente panico: basterà aspettare un temporale, un abbassamento dell’umidità o, più realisticamente, una camera d’albergo con aria condizionata e telecomando funzionante.</p>
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		<title>Lo shock tropicale dell&#8217;Europa.  Non è più solo meteo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 07:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Con chiunque parliate in questi giorni vi sarete accorti che il caldo domina i pensieri di tutti.&#160; E allora, torno anch’io sul tema del momento! Comincio con il mettere in fila una serie infinita di improperi contro coloro<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Con chiunque parliate in questi giorni vi sarete accorti che il caldo domina i pensieri di tutti.&nbsp;</p>



<p>E allora, torno anch’io sul tema del momento!</p>



<p>Comincio con il mettere in fila una serie infinita di improperi contro coloro che negano il cambiamento climatico.&nbsp;</p>



<p>Quelli che, con la boria tipica dell&#8217;ignoranza, ripetono come un mantra:&nbsp;“Ma è estate, fa sempre caldo!”,&nbsp;“Io con il caldo sto bene”, o l&#8217;intramontabile&nbsp;“Ma faceva un caldo così anche 30-40 anni fa!”.</p>



<p>Un c…o&nbsp;&nbsp;faceva un caldo così qualche decennio fa, un c…o!</p>



<p>C’è una sottile ma pervicace confusione che si riaffaccia ogni volta che le colonnine di mercurio schizzano verso l’alto.&nbsp;</p>



<p>È l’equivoco, spesso alimentato ad arte dai negazionisti, tra «meteo» e «clima».&nbsp;</p>



<p>Il meteo è la fotografia del momento: la pioggia di ieri, il temporale di stasera, la giornata torrida di oggi.&nbsp;</p>



<p>Il clima, invece, è il film intero; è la tendenza di lungo periodo che trasforma l’eccezione in norma statistica.&nbsp;</p>



<p>E il film che stiamo guardando ci dice che il caldo fuori norma di questi giorni non è un semplice episodio meteorologico, ma il futuro del nostro Continente.&nbsp;</p>



<p>Un nuovo clima che sta modificando radicalmente il modo in cui si lavora, si consuma e si organizza la vita economica europea.</p>



<p>Possono dire quello che vogliono, ma siamo di fronte ad un shock tropicale che obbliga a&nbsp;&nbsp;riscrivere i ritmi del nostro Continente.</p>



<p>Questa mutazione sta scardinando certezze geografiche e sociali consolidate da secoli.</p>



<p>E se le latitudini mediterranee hanno storicamente sviluppato una parziale tolleranza alla canicola,&nbsp;l’Europa settentrionale si ritrova oggi del tutto scoperta. E i numeri spiegano il perché: in Europa, in media, appena il 19% delle abitazioni dispone di aria condizionata, contro il 90% degli Stati Uniti.</p>



<p>Una differenza che, nell’era delle estati estreme, smette di essere una semplice curiosità statistica ed assume una dimensione tragica: nelle città del Nord Europa, concepite storicamente per trattenere il calore e non per smaltirlo, le case senza refrigerazione si trasformano in veri e propri forni.&nbsp;</p>



<p>È per questo che lassù, oggi, il caldo uccide di più.</p>



<p>Guardiamo al Regno Unito: in un Paese che per lungo tempo ha considerato l&#8217;aria condizionata una necessità quasi esotica, le vendite di ventilatori sono recentemente aumentate del 3.000% nel giro di pochi giorni, e quelle dei climatizzatori del 330%.</p>



<p>È il panico di chi scopre che le proprie mura domestiche non sono più un rifugio, ma una trappola termica</p>



<p>Ma non si tratta solo di comprare refrigerio nelle case, ma di stravolgere il mondo del lavoro.&nbsp;</p>



<p>Il diritto alla salute del lavoratore non si misura più soltanto sulla sicurezza dei macchinari, ma anche sulla temperatura dell’ambiente.&nbsp;</p>



<p>Il caldo estremo riduce la produttività e, nei casi peggiori, uccide.</p>



<p>I nodi normativi e sindacali legati alle ore di massima insolazione sono ormai prioritari.</p>



<p>In Germania&nbsp;DHL è arrivata a distribuire ai propri addetti alle consegne kit refrigeranti con asciugamani rinfrescanti riutilizzabili e protezioni UV. Nei giganti della siderurgia come Thyssenkrupp Steel Europe, si è dovuta intensificare la distribuzione di acqua e frutta nei reparti dove le temperature percepite superano i 45 gradi.</p>



<p>In Francia il tempo del lavoro si sta letteralmente spostando. Alcune cooperative agricole hanno dovuto organizzare turni notturni nei silos per il conferimento del grano, dopo che le autorità hanno vietato la mietitura pomeridiana per ridurre il rischio di incendi.&nbsp;</p>



<p>I cantieri edili di mezza Europa iniziano ormai prima dell&#8217;alba, e le strade si cerca di asfaltarle nelle ore notturne.&nbsp;</p>



<p>Il bilancio per l&#8217;economia globale rischia di essere devastante. Secondo i dati di Allianz, entro il 2030 l&#8217;Italia potrebbe perdere fino a 128 miliardi di euro di crescita economica a causa del caldo estremo, mentre la Francia rischia perdite fino a 209 miliardi.&nbsp;</p>



<p>Oltre la soglia dei 30 gradi, ogni grado aggiuntivo si traduce in una perdita di produttività di circa tre punti percentuali.</p>



<p>E di fronte a questo scenario, cosa fanno i pianificatori di Bruxelles o i burocrati nei &#8220;Palazzi romani&#8221; (generalmente seduti a 19 gradi costanti di climatizzazione)?&nbsp;</p>



<p>Ci propinano l’“uso intelligente dell’energia”. Un modo molto sofisticato, quasi poetico, per dire:&nbsp;arrangiatevi!</p>



<p>Ma ci sono anche&nbsp;&nbsp;subito i cori dei puri, la sinfonia dei moralisti a gettone: “consumare meno, spegnere di più, essere &#8220;responsabili&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Ma l’Europa reale non è capace di rinunciare a nulla.&nbsp;</p>



<p>Il cittadino europeo medio è un miracolo di equilibrismo mentale: è capace di indignarsi per il destino del pianeta mentre prenota l’ennesimo volo low cost per un weekend lungo, o di difendere l’ambiente a parole mentre lascia il climatizzatore acceso a palla anche quando esce di casa per andare a comprare l’insalata bio.</p>



<p>Una barzelletta.</p>



<p>Il Governo può forse emanare un decreto per impedire all’estate di trasformarsi in una sorta di Sahara a domicilio?&nbsp;</p>



<p>No. E se il caldo non è negoziabile, non lo è nemmeno la difesa da quel caldo.&nbsp;</p>



<p>Il condizionatore smette così di essere il capriccio di una società viziata, per tornare a essere ciò che è: un presidio minimo di sopravvivenza.&nbsp;</p>



<p>Soprattutto in un Continente che invecchia a vista d’occhio, pieno di persone anziane e sole per cui qualche grado in più in casa significa&nbsp;&nbsp;un rischio concreto di morte.&nbsp;</p>



<p>Chiedere di spegnere significa chiedere ai più deboli di cuocersi a fuoco lento per salvare il bilancio energetico di uno Stato che non ha saputo pianificare nulla.</p>



<p>In Italia, fortunatamente, la consapevolezza sta cambiando.&nbsp;</p>



<p>I dati dell&#8217;Osservatorio<a href="http://trovaprezzi.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Trovaprezzi.it&nbsp;</a>mostrano che le ricerche di condizionatori e deumidificatori sono in netta crescita (oltre 349 mila solo a maggio), con una fortissima virata verso modelli smart e wifi ad alta efficienza energetica.</p>



<p>E mi viene spontaneo pensare a questo proposito che la nostra società finora non ha mai onorato come merita mister&nbsp;Willis Haviland Carrier.&nbsp;</p>



<p>Chi era costui?&nbsp;</p>



<p>Ma il padre “padre dell’aria condizionata” ragazzi!</p>



<p>Colui che viene riconosciuto come l’inventore del condizionatore.&nbsp;</p>



<p>Personalmente considero l’invenzione di mister Carrier “un grande passo per l’umanità”.&nbsp;</p>



<p>Un uomo che in questi giorni di calura feroce non esiterei a proporre per una canonizzazione postuma, al grido di:&nbsp;Carrier Santo subito!</p>



<p>Anno dopo anno, anticiclone africano dopo anticiclone africano, io mi trovo schierato: eterno elogio all’aria condizionata!&nbsp;</p>



<p>Immenso giubilo per i climatizzatori!&nbsp;</p>



<p>E non mi si venga a dire che&nbsp;“l’aria condizionata fa male”,&nbsp;“è deleteria per il clima”&nbsp;o, stupidaggine suprema,&nbsp;“toglie l’abbronzatura<em>”</em>.&nbsp;</p>



<p>Tutte fandonie. Se ti metti davanti alle bocchette e ti viene la cervicale, la colpa è solo tua.&nbsp;</p>



<p>Ma provate a stare in un letto di ospedale senza condizionamento con 38 gradi all’esterno!&nbsp;</p>



<p>O in coda in autostrada sotto un sole sahariano senza il “clima!</p>



<p>Mi ribello all’afa asfissiante, alla calura debilitante, alle notti insonni.&nbsp;</p>



<p>Perciò, non avendo alcuna attitudine al masochismo, urlo forte il mio:&nbsp;“Viva sempre e comunque il condizionatore!”.&nbsp;</p>



<p>Gloria imperitura a mister Carrier che questa meraviglia l’ha pensata e realizzata.</p>



<p>E&nbsp;adesso che è arrivato il primo vero caldo cattivo dell’anno, gli europei, ovviamente quelli con casa dotata di climatizzatore, compiono lo stesso gesto silenzioso e definitivo: abbassano il termostato.&nbsp;</p>



<p>Perché la verità è che l’Occidente è pronto a fare la rivoluzione per qualunque diritto, tranne che per quello di sudare.&nbsp;</p>



<p>Buona estate a tutti, burocrati compresi.&nbsp;</p>



<p>Io mi rintano in casa, accendo il miracolo di Mister Carrier e comincio il mio personale, disperato conto alla rovescia per il prossimo Natale.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il dubbio cartesiano ed il &#8220;Patto di Maometto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 07:38:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Prima del celeberrimo “Cogito ego sum” – “Penso, dunque sono”, René Descartes – Cartesio – pose una colonna portante del pensiero moderno: il dubbio metodico.Per arrivare alla verità, spiegava il filosofo, bisogna prima dubitare di tutto, fare tabula<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Prima del celeberrimo “Cogito ego sum” – “Penso, dunque sono”, René Descartes – Cartesio – pose una colonna portante del pensiero moderno: il dubbio metodico.<br>Per arrivare alla verità, spiegava il filosofo, bisogna prima dubitare di tutto, fare tabula rasa delle vecchie certezze e trattenere solo ciò che resiste all’esame più severo della realtà.<br>Se applichiamo il dubbio cartesiano all&#8217;attuale scenario del Medio Oriente, crollano all&#8217;istante anni e anni di retorica diplomatica.<br>Per decenni ci è stato raccontato che la sicurezza della regione dipendeva dall&#8217;ombrello protettivo americano, e che il futuro della pace passava per una serie di accordi bilaterali isolati fra Stati arabi ed Israele.<br>Oggi, i fatti ci costringono a dubitare di quel racconto.<br>Dalle macerie di quelle vecchie illusioni sta nascendo qualcosa di inedito: il Patto di Maometto.<br>Quattro grandi nazioni – Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan – stanno unendo le proprie forze in un blocco che gli analisti chiamano STEP (dalle iniziali inglesi dei quattro Paesi).<br>Non sembra una semplice alleanza passeggera, ma potrebbe essere una svolta storica che nasce proprio da un profondo, metodico dubbio, sull&#8217;affidabilità dell&#8217;Occidente.<br>Cosa ha spinto quattro giganti del mondo sunnita, spesso divisi da storiche rivalità (si pensi alle forti tensioni passate tra Ankara e Riad), a fare squadra?<br>La risposta sta nel crollo di due pilastri che si ritenevano incrollabili:<br>La certezza del garante americano: il dubbio è diventato realtà drammatica il 28 febbraio 2026, durante l’operazione congiunta USA-Israele contro l’Iran (Operation Epic Fury). La dottrina dell&#8217; &#8220;America First&#8221; e le politiche ondivaghe legate alle scadenze elettorali statunitensi hanno dimostrato ai leader locali che non si può delegare la propria sopravvivenza ad un alleato così volatile. Questo vuoto di deterrenza non è solo un cambio di postura politica, ma un trauma strutturale. Quando i droni e i missili balistici hanno preso di mira i terminali petroliferi strategici, la mancata risposta di Washington ha svelato il bluff della dottrina del &#8220;disimpegno calcolato&#8221;.<br>Per Riad, vedere i propri asset energetici vitali esposti senza la copertura dell&#8217;alleato storico ha rievocato lo spettro del 2019 (l&#8217;attacco ad Abqaiq), ma con una aggravante: oggi la frammentazione della politica interna americana rende l&#8217;ombrello nucleare di Washington una scommessa a breve termine, legata ai cicli elettorali e non più a una visione di lungo periodo.<br>La sicurezza non può essere un &#8220;leasing&#8221; soggetto a revoca unilaterale.<br>L&#8217;illusione degli Accordi di Abramo: Battezzati nel 2020 come l&#8217;inizio di una nuova era, questi patti poggiavano sul presupposto che Israele potesse normalizzare i rapporti con il mondo arabo &#8220;Stato per Stato&#8221;, congelando od ignorando la questione palestinese.<br>Quel castello di carte ha iniziato a vacillare già nel settembre 2025 con il raid israeliano in Qatar, e oggi è definitivamente superato.<br>Archiviate le vecchie illusioni, la &#8220;soluzione&#8221; trovata da Riad, Ankara, Il Cairo e Islamabad è puramente pragmatica: se il vecchio garante è inaffidabile, la sicurezza va costruita in casa.<br>Il Patto di Maometto fa leva su una forte identità comune per superare le diffidenze reciproche e mettere sul tavolo un peso geopolitico insostenibile da ignorare.<br>Il &#8220;Quadrilatero Sunnita&#8221; unisce infatti i capitali finanziari sauditi, la potenza militare della Turchia (secondo esercito della NATO), la centralità politica dell&#8217;Egitto che controlla il Canale di Suez, l&#8217;arsenale nucleare del Pakistan.<br>La lezione di questo cambio di rotta è chiara anche per i non esperti: il tempo in cui Israele o gli Stati Uniti potevano dettare le regole del gioco mediorientale trattando con singoli attori isolati è finito.<br>Di fronte al dubbio sulla fedeltà dell&#8217;Occidente, il mondo sunnita ha risposto unendosi in un blocco coeso.<br>Da oggi, chiunque voglia stabilità nella regione dovrà fare i conti con l&#8217;intero Quadrilatero.<br>Da non trascurare inoltre che il Patto di Maometto può fungere da camera di compensazione regionale che prepara il terreno ad un convitato di pietra ben più ingombrante: Pechino.<br>La Cina non ha bisogno di stabilire basi militari ovunque se attori locali strutturati — come le quattro nazioni dello STEP — garantiscono la stabilità delle rotte della Belt and Road.<br>La mediazione saudita-iraniana del 2023 non è stata un episodio isolato, ma il prototipo di una &#8220;pax cinese&#8221; basata sul pragmatismo commerciale anziché sull&#8217;esportazione di modelli ideologici.<br>Lo STEP, offrendo una ridondanza di sicurezza interna, si propone a Pechino non come un insieme di vassalli, ma come un interlocutore unico, solido e contrattualmente forte.<br>Archiviata l&#8217;era dell&#8217;ombrello americano e la stagione degli accordi atomizzati, Il medio Oriente sembra deciso a smettere di essere un palcoscenico per attori stranieri.<br>Il Quadrilatero Sunnita si impone come il nuovo perno gravitazionale della regione, un blocco coeso che trasforma antiche rivalità in un&#8217;unica, invalicabile linea di difesa.<br>Di fronte al tramonto delle certezze occidentali, la risposta mediorientale è profondamente cartesiana.<br>Hanno dubitato di tutto, tranne che di se stessi.<br>E da oggi, il futuro della regione passa solo da qui.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il caldo e l’internazionale degli “esperti per caso”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 09:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Eco, che della natura umana aveva capito tutto ben prima dell&#8217;avvento dei social, ebbe a dire che “I&#160;social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Umberto Eco, che della natura umana aveva capito tutto ben prima dell&#8217;avvento dei social, ebbe a dire che “I&nbsp;social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”.&nbsp;</p>



<p>Oggi, con la canicola che picchia duro, l&#8217;osteria si è trasferita in blocco su Facebook, X e Telegram.&nbsp;</p>



<p>Le tastiere scottano più dell&#8217;asfalto e stiamo assistendo ad un miracolo di massa: l&#8217;improvvisa transustanziazione di milioni di Commissari tecnici della Nazionale in climatologi di chiara fama, tutti laureati con lode&nbsp;all’Università della Vita (mi verrebbe voglia di dire della Baucàra, ma voglio essere educato).</p>



<p>Questa&nbsp;bizzarra specie di &#8220;scienziati della domenica&#8221; ha i suoi dogmi incrollabili.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è il&nbsp;“Nostalgico degli anni Ottanta”, convinto che se nell&#8217;ottobre del 1983 a Bellaria si schiattava dal caldo, allora la fisica dell&#8217;atmosfera sia ufficialmente un&#8217;opinione.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è il&nbsp;“Complottista cromatico”, terrorizzato dalle mappe meteo dei telegiornali e dei social, accusate di usare il rosso scuro ed il viola solo per indurre l&#8217;eco-ansia e controllarci la mente.&nbsp;</p>



<p>E non manca mai il&nbsp;“Negazionista stagionale<em>”</em>, quello che al primo temporale sentenzia:&nbsp;&#8220;E anche oggi il riscaldamento globale lo sconfiggiamo domani!<em>&#8220;</em>, convinto che se lui deve mettersi la felpa a Vicenza, allora i ghiacciai della Groenlandia abbiano smesso di fondere per solidarietà.</p>



<p>La cosa più sublime di questa fauna da tastiera è la loro data di scadenza: sono fenomeni stagionali.&nbsp;</p>



<p>Non appena arriverà la prima sventagliata di aria fresca da nord od il primo temporale di fine estate, questa gloriosa comunità di fisici alternativi evaporerà nel nulla, tornando a occuparsi di calciomercato o di riforme fiscali nei bar dello sport.</p>



<p>Eppure, colto da un dubbio quasi evangelico, ho voluto fare come San Tommaso.&nbsp;</p>



<p>Mi sono detto: vuoi vedere che questo bizzarro fenomeno è solo un tic tutto italiano, figlio del nostro atavico scetticismo verso le Istituzioni?&nbsp;</p>



<p>Così sono andato a sfrugugliare nella stampa e nelle chat estere – francesi, spagnole, inglesi – per vedere cosa si dice oltreconfine di questa morsa di caldo.&nbsp;</p>



<p>Ebbene, la scoperta è rassicurante: tutto il mondo è paese, l&#8217;osteria globale non conosce frontiere, e gli imbecilli evocati da Eco sono ormai una specie diffusa un po&#8217; ovunque.</p>



<p>In&nbsp;Francia, nei&nbsp;bistrot&nbsp;digitali, la psicosi della&nbsp;“Vigilance Rouge”&nbsp;lanciata da Météo-France ha scatenato la solita spaccatura.&nbsp;</p>



<p>Se da un lato c&#8217;è chi evoca lo spettro del catastrofico 2003, dall&#8217;altro i complottisti d&#8217;Oltralpe gridano all'&#8221;infantilizzazione delle masse&#8221; da parte dello Stato.&nbsp;</p>



<p>Il tormentone preferito sotto la Tour Eiffel?&nbsp;&nbsp;&#8220;Ai miei tempi si chiamava semplicemente estate, ora inventano i codici colore per distrarci dalla politica&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Peccato che 42 gradi a Nantes a giugno non si fossero mai visti da quando esistono i termometri.</p>



<p>Se si scende nelle&nbsp;tabernas&nbsp;di&nbsp;Spagna, dove l&#8217;Andalusia viaggia sui 45 gradi, la rassegnazione si mescola alla creatività pura.&nbsp;</p>



<p>La nuova frontiera del negazionismo iberico accusa i meteorologi di posizionare deliberatamente le stazioni di rilevamento vicino ai motori dei condizionatori d&#8217;aria degli aeroporti per gonfiare i dati e giustificare la&nbsp;&#8220;truffa climatica<em>&#8220;</em>. Il dogma locale è incrollabile:&nbsp;<em>&#8220;</em>È solo il vento del Sahara, c&#8217;è sempre stato, vogliono solo tassarci il diesel&#8221;.</p>



<p>Ma il vero capolavoro della commedia umana si consuma nei&nbsp;pub&nbsp;del&nbsp;Regno Unito.&nbsp;</p>



<p>Lì, dove 38 gradi con il 70% di umidità significano l&#8217;apocalisse in case costruite per trattenere il calore, i commentatori dei tabloid sono furiosi.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo delle loro ire è il termine tecnico usato dal Met Office:&nbsp;Heat Dome&nbsp;(cupola di calore). Nei commenti dei sudditi di Carlo III si legge:&nbsp;<em>&#8220;</em>Inventano parole nuove ed altisonanti solo per spaventarci, è solo una bella giornata di sole, andiamo tutti a berci una pinta al parco!&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Salvo poi invocare l&#8217;intervento dell&#8217;esercito se l&#8217;asfalto si scioglie o i binari dei treni si piegano.</p>



<p>Insomma, che si tratti di un bicchiere di Sangria, di una pinta di Guinness o di un&#8217;ombra di vino nostrana, la costante universale resta la stessa.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;esperienza personale del singolo individuo – limitata, distorta e rinfrescata dal condizionatore di casa – batterà sempre, nella mente dello scienziato della domenica, cinquant&#8217;anni di modelli matematici, di rilevazioni satellitari e di evidenze scientifiche.&nbsp;</p>



<p>Ma l&#8217;aspetto più affascinante di questa epidemia di climatologia fai-da-te non è nemmeno l&#8217;ignoranza. Quella è una costante della specie umana e sarebbe ingeneroso scandalizzarsene.</p>



<p><strong>È l&#8217;arroganza.</strong></p>



<p><strong>Mai nella storia dell&#8217;umanità è stato così facile accedere a dati, studi, statistiche, serie storiche, rilevazioni satellitari e pubblicazioni scientifiche.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>E mai come oggi milioni di persone hanno deciso che tutto ciò vale meno della memoria di uno zio che nel 1976 giocava a bocce in canottiera.</strong></p>



<p><strong>Se una mappa climatica mostra anomalie record, ecco spuntare il geofisico del dopolavoro ferroviario che posta la fotografia di una nevicata del 1985.&nbsp;</strong></p>



<p>Se un istituto meteorologico pubblica serie storiche lunghe un secolo, arriva il professore emerito dell&#8217;Università di Facebook che replica con una foto di lui bambino mentre mangia il gelato in spiaggia.</p>



<p>La scienza ragiona sulle tendenze; lo scienziato della domenica ragiona sul proprio album di famiglia. </p>



<p>E naturalmente ritiene che sia più affidabile il secondo.</p>



<p>Perché in fondo, ripeto, il problema non è l&#8217;ignoranza.&nbsp;</p>



<p>È la convinzione che il proprio ricordo di un&#8217;estate a Sottomarina valga quanto una serie storica di cinquant&#8217;anni.&nbsp;</p>



<p>Curiosa forma di democrazia epistemologica: un termometro misura, un satellite rileva, un climatologo studia, ma il cugino di Facebook &#8220;ha la sua opinione&#8221;.&nbsp;</p>



<p>E guai a contraddirlo.&nbsp;</p>



<p>Il caldo passa. L&#8217;opinione infallibile resta.<strong></strong></p>



<p><strong>La verità è che il web ha democratizzato molte cose meravigliose, ma ha anche abolito il pudore dell&#8217;ignoranza.</strong></p>



<p><strong>Un tempo, davanti ad un chirurgo, ad un ingegnere aeronautico o ad un fisico dell&#8217;atmosfera, la maggior parte delle persone manteneva almeno un minimo senso del limite.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Oggi no.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Oggi basta una connessione internet e tre post condivisi da un cugino per trasformarsi in esperti mondiali di climatologia, virologia, geopolitica, economia monetaria e magari, già che ci siamo, anche di fisica quantistica.</strong></p>



<p><strong>È la grande illusione del XXI secolo: non che tutti possano parlare, ma che tutti abbiano qualcosa di intelligente da dire su qualunque argomento.</strong></p>



<p><strong>E così, mentre mezza Europa boccheggia sotto temperature che in molte aree stanno battendo record storici e costringono Francia, Spagna e Regno Unito a misure straordinarie, sui social continua la guerra santa contro il colore rosso delle mappe meteo, accusato di essere parte di una gigantesca cospirazione psicologica.</strong></p>



<p><strong>Del resto, è molto più rassicurante credere che il problema sia il colore della cartina piuttosto che il numero segnato dal termometro.</strong></p>



<p></p>
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		<title>Il grande disincanto di Tokyo e lo specchio italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 09:09:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una notizia che arriva da Tokyo e che sembra lontanissima, ma che in realtà ci riguarda da vicino: la Banca Centrale giapponese ha alzato il tasso d&#8217;interesse di riferimento all&#8217;1%.&#160; Non succedeva da trent&#8217;anni. Detto così, sembra un tecnicismo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>C&#8217;è una notizia che arriva da Tokyo e che sembra lontanissima, ma che in realtà ci riguarda da vicino: la Banca Centrale giapponese ha alzato il tasso d&#8217;interesse di riferimento all&#8217;1%.&nbsp;</p>



<p>Non succedeva da trent&#8217;anni. Detto così, sembra un tecnicismo per addetti ai lavori.&nbsp;</p>



<p>Invece è la fine di un&#8217;illusione: per tre decenni il Giappone ha vissuto sotto anestesia, convinto che per far correre un&#8217;economia stanca bastasse stampare moneta ed azzerare il costo del denaro.&nbsp;</p>



<p>Quel grande esperimento è fallito, ed il ritorno alla normalità ci dice che la festa è finita.</p>



<p>Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna fare un salto indietro nel tempo.&nbsp;</p>



<p>Negli anni Ottanta il Giappone sembrava invincibile: le aziende compravano grattacieli a New York, le borse volavano,&nbsp;gli immobili correvano, il credito era abbondante.&nbsp;e le Banche con gli occhi a mandorla prestavano soldi a chiunque.&nbsp;</p>



<p>Poi la bolla è scoppiata.&nbsp;</p>



<p>Il valore degli immobili e delle azioni crollò, le Banche si ritrovarono piene di crediti deteriorati, i cittadini iniziarono a risparmiare invece di spendere, le aziende smisero di rischiare; così da un giorno all&#8217;altro, famiglie e imprese si sono ritrovate piene di debiti ed hanno smesso di spendere e rischiare.</p>



<p>In realtà non fu un crollo violento, tipo quello del 1929, ma l’inizio di una lunga stagnazione,&nbsp;che per la gente comune significa una cosa sola: stipendi bloccati, consumi al lumicino ed un futuro congelato.</p>



<p>Allora&nbsp;la risposta dello Stato è stata massiccia: fiumi di denaro pubblico pompati nel sistema e tassi azzerati per convincere la gente a spendere,&nbsp;controllo della curva dei rendimenti, ed alla fine addirittura tassi negativi.</p>



<p>Ovviamente poiché nulla si crea dal nulla, tutto ciò comportò un aumento della spesa pubblica, e di conseguenza del debito dello Stato (attualmente al 236% del Pil).</p>



<p>Nonostante tutti questi sforzi il motore non ripartiva.</p>



<p>E siamo quindi arrivati al punto centrale: i soldi facili possono comprare tempo, ma non creano la produttività.</p>



<p>La Banca centrale può darti l&#8217;ossigeno per non farti affogare, ma non può obbligare un&#8217;azienda ad inventare un prodotto nuovo, a modernizzarsi o ad aumentare gli stipendi dei dipendenti.&nbsp;</p>



<p>A peggiorare le cose, in Giappone ci ha pensato la demografia: una popolazione che invecchia a ritmi record ed una forza lavoro che si rimpicciolisce anno dopo anno sono ostacoli che nessuna stampante di banconote può aggirare.&nbsp;</p>



<p>Se mancano i giovani, mancano i consumi, manca la propensione al rischio, ed il futuro si rimpicciolisce.</p>



<p>Se manca la fiducia e la voglia di investire sul futuro, la liquidità resta ferma nei conti correnti come acqua stagnante.</p>



<p>Ecco perché quel costo del denaro all’1%, che il Giappone non vedeva dal 1995, è molto di più di una notizia di economia; è la certificazione che il Paese ha messo la parola “fine” sulla stagnazione eterna.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E la morale che se ne può trarre la seguente: si possono iniettare quantità enormi di denaro nell’economia, ma se la produttività resta debole, la crescita resta debole.</p>



<p>Tutto questo scenario vi ricorda qualcosa?&nbsp;</p>



<p>Anche noi da un quarto di secolo soffriamo della stessa malattia:&nbsp;crescita anemica, salari reali al palo, culle vuote, produttività quasi ferma, debito pubblico elevato, investimenti insufficienti, pubblica amministrazione elefantiaca, imprese spesso troppo piccole per competere davvero sui mercati globali.&nbsp;</p>



<p>Anche da noi, per decennni, una classe politica incapace ed ignorante ha pensato che bastasse sostenere in qualche modo la domanda, aumentando la spesa, iniettando masse di denaro pubblico attraverso la distribuzione di bonus a pioggia, la protezione di certi&nbsp;&nbsp;settori, l’eterno rinvio&nbsp;&nbsp;delle profonde riforme di cui ha bisogno il Paese.</p>



<p>Per di più, per anni i nostri Demostene si sono illusi che i tassi bassi e lo scudo protettivo dell&#8217;Europa (tipo il Quantitative Easing) potessero bastare a tenerci a galla, usandoli come una stampella permanente, lo ripeto, per non fare le riforme e iniettare un po&#8217; di concorrenza nel sistema.</p>



<p>In definitiva, possiamo girarci attorno e raccontarci tutte le balle che vogliamo, ma due sono le parole chiave per poter invertire la rotta e dare un futuro all’Italia: riforme e produttività.</p>



<p>Il caso Giappone ci lascia una lezione brutale ma necessaria: nessun gioco di prestigio della finanza può sostituire il lavoro vero, l&#8217;innovazione ed il coraggio di investire.</p>



<p>Quando l&#8217;anestesia finisce (e parliamo degli “schei” ovviamente), i nodi strutturali tornano inevitabilmente al pettine.&nbsp;</p>



<p>E la realtà, purtroppo, non fa sconti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Body positivity (che palle!) o body permissivity? Cronaca di una bugia in taglia XXL</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 15:01:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Specchio, servo mioBreve necrologio della realtà corporea nell’epoca in cui dire la verità è una forma di violenza. Di Alessandro Cammarano Partiamo da un fatto brutto, quindi lo diciamo subito e poi andiamo avanti: se sei grasso perché mangi troppo,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><strong>Specchio, servo mio</strong><br><em>Breve necrologio della realtà corporea nell’epoca in cui dire la verità è una forma di violenza.</em></p>



<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>Partiamo da un fatto brutto, quindi lo diciamo subito e poi andiamo avanti: se sei grasso perché mangi troppo, non sei una vittima del sistema. Sei grasso perché mangi troppo. Questa frase, in questo preciso momento storico, equivale a pronunciare un’eresia in una cattedrale affollata. Ci sarà qualcuno che si offende. Ci sarà qualcuno che la chiama <em>violenza</em>. Ci sarà qualcuno che scrive un thread. Pazienza.<br>La <em>body positivity</em> – nata negli anni Sessanta come forma di resistenza politica alla discriminazione, roba seria, roba dura, con dentro l’odore del conflitto autentico – ha impiegato mezzo secolo esatto a trasformarsi nella cosa più utile che il capitalismo avesse prodotto dagli anni Ottanta in poi: un movimento di liberazione che libera i consumatori dall’obbligo di stare bene. Che vendeva, all’inizio, saponette. Adesso vende tutto: abbigliamento, integratori, psicoterapia, app di meditazione, corsi online di “self-love”, e naturalmente cibo. Soprattutto cibo. L’industria alimentare non ha mai avuto un alleato così prezioso: un’ideologia che rende moralmente sospetto il suggerimento di mangiare meno schifezze.<br>È un capolavoro. Bisogna riconoscerlo.<br>Il meccanismo è semplice e perciò infallibile. Prendi un’istanza legittima – nessuno deve essere discriminato per come è fatto, nessuno deve essere insultato per il proprio corpo, la dignità non dipende dalla taglia – e la esporti fino al punto di rottura. Fino a quando quella stessa istanza non diventa il paravento di qualsiasi comportamento, compresi quelli che ammazzano le persone.<br>Poi chiami <em>shaming</em> qualunque osservazione sulla correlazione tra sovrappeso e mortalità precoce, e il gioco è fatto. Hai costruito una fortezza ideologica dentro cui è possibile mangiare patatine fritte alle undici di sera guardando TikTok, e chiunque faccia notare che forse non è ottimale è un fascista del corpo.<br>In Italia, tanto per restare sul concreto, quasi la metà della popolazione adulta – il 46,9% –è in sovrappeso o obesa. Erano il 42% vent’anni fa. Tra i ventenni nati nei primi anni Duemila il sovrappeso è quasi il doppio rispetto ai loro nonni alla stessa età. I costi sanitari diretti e indiretti di questo andamento superano i tredici miliardi di euro l’anno. Nel frattempo, il consumo quotidiano di frutta e verdura è calato di sedici punti percentuali in trent’anni. Non è la genetica. Non è l’ambiente. È che abbiamo smesso di mangiare come si mangia e abbiamo cominciato a mangiare come si mangia adesso, e adesso si mangia malissimo, e nessuno lo dice perché dirlo offende qualcuno.<br>Qui arriva il punto che fa davvero incazzare, quindi arriviamoci senza giri di parole.<br>C’è una distinzione fondamentale che la <em>body positivity</em> versione social ha cancellato con cura certosina: quella tra le condizioni che non dipendono da noi e quelle che dipendono, almeno in parte, da noi. Esistono persone obese per ragioni metaboliche, genetiche, farmacologiche, psicologiche profonde. Esistono patologie che producono aumento di peso indipendentemente da qualsiasi scelta alimentare. Queste persone meritano rispetto, cure adeguate, e soprattutto il diritto di non essere trattate come colpevoli.<br>Ma esistono anche –e sono la maggioranza, statistica alla mano – persone che pesano quello che pesano perché mangiano quello che mangiano e si muovono come si muovono. E anche queste persone meritano rispetto. Il problema è che il rispetto, nell’accezione corrente, significa non dire mai niente. Significa che il medico di base guarda da un’altra parte. Significa che l’amico cambia discorso. Significa che chiunque abbia qualcosa di utile da dire si autocensura per paura di essere accusato di <em>fat shaming</em>, che è diventata la categoria onnicomprensiva dentro cui finisce qualsiasi osservazione scomoda sul rapporto tra comportamenti e salute.<br>Il risultato è che abbiamo sostituito la crudeltà gratuita – che era sbagliata – con il silenzio complice, che è altrettanto sbagliato, solo più elegante. Abbiamo confuso il non giudicare con il non dire. E siccome il non dire è comodo per tutti, ci siamo adattati volentieri.<br>C’è poi la questione estetica, che è ancora più scomoda perché ci avviciniamo al territorio del politicamente incorreggibile.<br>La <em>body positivity</em> ha prodotto, come corollario, l’idea che curarsi dell’aspetto fisico sia una capitolazione agli standard imposti dal patriarcato, dal capitalismo, dalla cultura eteronormativa, e da varie altre entità che hanno tutte il vantaggio di essere abbastanza astratte da non poter rispondere. Lavarsi i capelli bene, vestirsi con un minimo di coerenza, fare movimento, dormire abbastanza, non mangiare spazzatura; tutto questo, in certi ambienti, è diventato sospettabile di conformismo. L’“autenticità” è il nome nuovo della trascuratezza. Il “rifiuto dei canoni” è spesso il nome nuovo della resa.<br>Non c’è niente di rivoluzionario nell’avere un aspetto trasandato. C’è solo, nella stragrande maggioranza dei casi, una certa fatica. E la fatica è legittima – la vita stanca, il lavoro stanca, i figli stancano, tutto stanca – ma non va confusa con una posizione politica. Essere malmessi non è un atto di resistenza. È essere malmessi.<br>Qualcuno obietterà che la bellezza è soggettiva. Certamente. Ma la salute non lo è. E la cura di sé – intesa come attenzione minima al proprio corpo, non come ossessione estetica – è una pratica che ha effetti misurabili sul benessere fisico e psicologico, indipendentemente da qualsiasi canone culturale. Le ricerche sul sonno, sull’attività fisica, sull’alimentazione non sono opinioni: sono dati. Il fatto che presentarli come tali venga considerato irrispettoso dice qualcosa di inquietante sulla direzione che stiamo prendendo.<br>Il capitolo social media merita un paragrafo a parte, perché è lì che la <em>body positivity</em> ha trovato la sua forma più pura e più devastante.<br>TikTok e Instagram hanno trasformato l’“amarsi” in un genere narrativo con le sue convenzioni, i suoi codici, i suoi eroi. Esistono account seguiti da milioni di persone il cui contenuto è, sostanzialmente, mangiare in modo spettacolare e proclamare che va benissimo così. Non è un giudizio morale: è una descrizione. Alcune di queste persone sono morte giovani – a trentadue anni per arresto cardiaco, a ventotto con il diabete di tipo 2 già avanzato –e prima di morire avevano il tempo di pubblicare un ultimo video in cui ammettevano, con una sincerità che faceva male, di aver fatto scelte sbagliate. I follower le applaudivano anche allora. L’applauso è sempre disponibile, sui social. Costa zero e non impegna a niente.<br>Il paradosso finale è quello che chiude il cerchio e lo rende grottesco: nel 2025, le passerelle di moda sono tornate alle taglie trentasei e trentotto con una determinazione che fa impressione. Nelle ultime sfilate primavera-estate, meno dell’uno per cento dei look era indossato da modelle plus size. Il restante 97% stava su corpi che con la <em>body positivity</em> non hanno mai avuto niente a che fare. Quello stesso sistema di moda che per un decennio ha usato la <em>body positivity</em> come argomento di marketing l’ha abbandonata senza cerimonie non appena non serviva più. Le aziende che avevano costruito campagne intere sull’“inclusività” hanno cambiato rotta senza nemmeno un comunicato stampa di scuse.<br>Le consumatrici che avevano creduto al messaggio sono rimaste lì. Con i loro corpi, i loro problemi di salute non affrontati, e la sensazione vaga di essere state usate. Il che, a ben pensarci, è esattamente quello che è successo.</p>



<p>Il punto non è che bisogna tornare alla cultura della magrezza ossessiva, degli anni Novanta con le modelle anoressiche e i commenti sul peso come forma di saluto. Quella roba faceva schifo e produceva danni seri, soprattutto nelle adolescenti. Il punto è che all’eccesso in una direzione abbiamo risposto con un eccesso nell’altra, e nel mezzo – dove sta la cosa ovvia, semplice, noiosa che nessuno vuole dire – non ci abita più nessuno.<br>La cosa ovvia è questa: i corpi non sono tutti uguali, ma la salute ha dei criteri oggettivi. Essere in forma non è un’imposizione culturale, è una condizione fisica misurabile. Mangiare male fa male, muoversi poco fa male, dormire poco fa male, e queste cose continuano a fare male anche quando le chiamiamo con nomi diversi. La realtà è piuttosto indifferente alle nostre categorie ideologiche. I chili di troppo non scompaiono perché abbiamo deciso di non chiamarli più con quel nome.<br>Curarsi di sé – il proprio corpo, il proprio aspetto, la propria salute – non è una forma di sottomissione al sistema. È una forma di rispetto verso se stessi. Il tipo di rispetto che non si posta su Instagram, non produce engagement, non vende niente. Il tipo di rispetto che richiede uno sforzo quotidiano, piccolo e invisibile, senza applausi e senza follower.<br>È per questo che nessuno ne parla.</p>
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		<title>Il mondo brucia, ma i coglioni continuano a negare il cambiamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 14:31:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo brucia, ma c’è ancora chi preferisce discutere del fiammifero. C’è chi guarda le città soffocare nel caldo, i campi spaccarsi per la siccità, le alluvioni spazzare via case e lavoro, i mari salire centimetro dopo centimetro, e trova<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il mondo brucia, ma c’è ancora chi preferisce discutere del fiammifero. C’è chi guarda le città soffocare nel caldo, i campi spaccarsi per la siccità, le alluvioni spazzare via case e lavoro, i mari salire centimetro dopo centimetro, e trova comunque il modo di dire che è sempre successo, che il clima è sempre cambiato, che non bisogna esagerare, che l’economia viene prima. Come se l’economia potesse respirare sott’acqua. Come se un raccolto bruciato producesse Pil. Come se un territorio devastato fosse solo un fastidio meteorologico.</p>



<p>La verità è che negare il cambiamento climatico non è più ignoranza: è spesso convenienza. È la comodità di non dover cambiare nulla. È la paura di ammettere che il modello su cui abbiamo costruito consumi, trasporti, produzione, energia e politica ha un conto da pagare. Ed è un conto salato, perché il clima non contratta, non aspetta i tempi dei talk show, non si lascia convincere da uno slogan. La fisica non ha bisogno del consenso degli opinionisti.</p>



<p>Dire che serve cambiare dà fastidio perché significa toccare abitudini, interessi, profitti, rendite, privilegi. Significa dire che non tutto ciò che conviene oggi può essere permesso domani. Significa pretendere città meno dipendenti dalle auto, case più efficienti, industrie più pulite, agricoltura meno fragile, energia meno legata ai combustibili fossili, consumi meno compulsivi. Significa anche chiedere alla politica di smettere di usare l’ambiente come decorazione elettorale e trattarlo per quello che è: la base materiale della nostra sopravvivenza.</p>



<p>E qui nasce il fastidio. Perché il cambiamento climatico non chiede solo pannelli solari e raccolta differenziata. Chiede responsabilità. Chiede di guardare in faccia il fatto che alcune conseguenze sono già irreversibili su scale umane: ghiacciai perduti, ecosistemi danneggiati, specie cancellate, coste sempre più vulnerabili, oceani più caldi e più acidi. Non tutto si potrà riparare. Non tutto tornerà come prima. Questa è la parte che molti non vogliono sentire: non siamo davanti a un allarme teorico, ma a una trasformazione in corso.</p>



<p>Chi nega, spesso, non difende la verità. Difende la propria tranquillità. Difende il diritto immaginario di continuare come prima senza sentirsi chiamato in causa. Per questo ogni proposta concreta diventa “ideologia verde”, ogni limite diventa “dittatura”, ogni dato diventa “terrorismo climatico”. È un riflesso infantile: se la realtà disturba, si insulta chi la descrive. Se il termometro segna febbre, si accusa il medico di essere catastrofista.</p>



<p>Ma il catastrofismo non è dire che la casa sta bruciando mentre il fumo entra dalle finestre. Il catastrofismo vero è restare seduti sul divano spiegando che aprire l’acqua sarebbe troppo costoso. Il fanatismo non è chiedere di ridurre le emissioni, proteggere il suolo, ripensare trasporti ed energia. Il fanatismo è credere che un pianeta finito possa reggere all’infinito un’economia che consuma come se avesse scorte infinite.</p>



<p>Il problema, allora, non è solo climatico. È culturale. È morale. È politico. Abbiamo una parte di società che ha trasformato il rifiuto del cambiamento in identità. Non discutono più dei dati: discutono del loro fastidio. Non contestano le soluzioni perché inefficaci: le contestano perché chiedono maturità. E la maturità, in tempi di propaganda facile, è merce rara.</p>



<p>Cambiare non significa tornare alle candele, come ripetono i caricaturisti del nulla. Significa evitare di consegnare ai figli un mondo più povero, più caldo, più instabile e più ingiusto. Significa scegliere innovazione invece di nostalgia fossile. Significa capire che la transizione non è una punizione, ma l’unica manutenzione seria della casa comune. Certo, costa. Ma costa molto di più non farla. Costa in vite, in salute, in raccolti, in infrastrutture distrutte, in migrazioni forzate, in territori resi invivibili.</p>



<p>Il mondo brucia e i negazionisti si offendono perché qualcuno propone di spegnere l’incendio cambiando anche il modo in cui lo abbiamo acceso. Gli sta sulle scatole ammettere che serve cambiare perché significherebbe riconoscere una responsabilità. E allora preferiscono il sarcasmo, la minimizzazione, la battuta da bar, la guerra contro gli ambientalisti, come se screditare chi avverte del pericolo potesse abbassare la temperatura.</p>



<p>Ma il clima non si cura delle nostre scuse. La storia, probabilmente, sarà meno indulgente di quanto lo siamo stati noi. Perché arriverà un momento in cui non si chiederà più chi aveva ragione nei dibattiti televisivi, ma chi ha perso tempo mentre c’era ancora tempo. E allora la domanda non sarà perché gli ambientalisti insistevano tanto. Sarà perché tanti altri, davanti all’evidenza, hanno scelto di negare.</p>
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		<title>L&#8217;ultimo inverno di Major Oak, la quercia millenaria di Robin Hood</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 08:03:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[leggenda]]></category>
		<category><![CDATA[quercia]]></category>
		<category><![CDATA[robin hood]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La primavera del 2026 si è consumata senza che una sola gemma verde spuntasse dai rami contorti del Major Oak.&#160; La maestosa quercia millenaria, cuore pulsante della foresta di Sherwood nel Nottinghamshire, è stata dichiarata biologicamente morta dagli esperti della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>La primavera del 2026 si è consumata senza che una sola gemma verde spuntasse dai rami contorti del Major Oak.&nbsp;</p>



<p>La maestosa quercia millenaria, cuore pulsante della foresta di Sherwood nel Nottinghamshire, è stata dichiarata biologicamente morta dagli esperti della Royal Society for the Protection of Birds.&nbsp;</p>



<p>Con lei non si spegne soltanto un monumento vegetale di dodici secoli, ma sbiadisce l&#8217;ultimo ancoraggio fisico di una delle leggende più romantiche e persistenti dell’Occidente.</p>



<p>C’è&nbsp;&nbsp;un&#8217;immagine che ha popolato la fantasia di generazioni di ragazzi, un archetipo letterario e sociale fissato indelebilmente nella cultura di massa dal genio romantico di Alexandre Dumas: l&#8217;eroe senza macchia e senza paura, l&#8217;arciere fiero che si oppone alla crudeltà dei potenti e all&#8217;ingordigia dei ricchi, rubando a questi ultimi per donare ai poveri: Robin Hood.&nbsp;</p>



<p>Un fuorilegge per il potere costituito, un paladino di giustizia per gli oppressi.&nbsp;</p>



<p>Questo eroe, in gran parte frutto della fantasia e della stratificazione di antiche ballate medievali prive di stringenti prove storiche, aveva un palcoscenico naturale insostituibile: la foresta di Sherwood.&nbsp;</p>



<p>E in quel palcoscenico, il Major Oak non era un semplice albero, ma il suo rifugio, il quartier generale della sua &#8220;allegra brigata&#8221;, il simbolo tangibile di una resistenza contro l&#8217;ingiustizia.</p>



<p>Nel corso del tempo, quel personaggio romantico è persino straripato dalla letteratura per farsi metafora politica, un vessillo ideologico sventolato ogni qualvolta si sia voluto criticare l&#8217;accentramento della ricchezza od invocare una giustizia sociale più equa.&nbsp;</p>



<p>E la quercia ne ha riflesso la popolarità, attirando milioni di visitatori da ogni angolo del pianeta, desiderosi di sfiorare la corteccia che si presumeva avesse protetto il mitico fuorilegge.</p>



<p>Oggi, in un mondo cinico, iper-tecnologico e profondamente materializzato, la morte biologica del Major Oak risuona quasi come la fine inevitabile di quel mito.&nbsp;</p>



<p>Come se la realtà più cruda avesse deciso di sfrattare l&#8217;illusione.&nbsp;</p>



<p>Ma a ben guardare la cronaca giornalistica britannica, a partire dai resoconti della BBC, la fine di questo gigante di legno porta con sé una lezione fin troppo moderna, che spoglia la tragedia di ogni misticismo per consegnarla alle nostre precise responsabilità.</p>



<p>Gli scienziati ed esperti del suolo spiegano che a stroncare l&#8217;albero non è stato un fulmine.&nbsp;</p>



<p>La Major Oak è morta per una complessa e paradossale combinazione di fattori antropici e climatici.&nbsp;</p>



<p>Da un lato, il riscaldamento globale (a proposito dei negazionisti); il Regno Unito ha inanellato negli ultimi anni stagioni consecutive di siccità estrema e ondate di calore che hanno stroncato le ultime resistenze di un apparato radicale già debole.&nbsp;</p>



<p>Dall&#8217;altro, il paradosso più amaro: lo &#8220;stupidturism&#8221; o, più elegantemente, gli effetti del turismo di massa.&nbsp;</p>



<p>Quegli stessi milioni di pellegrini giunti a Sherwood per celebrare il mito hanno, nei decenni, calpestato e compattato il terreno sabbioso attorno al tronco, rendendolo duro come cemento e impedendo l&#8217;assorbimento di acqua, ossigeno e nutrienti essenziali.&nbsp;</p>



<p>Persino i benintenzionati sforzi di conservazione strutturale del secolo scorso — l&#8217;uso di pesanti puntelli metallici, tiranti e colate di cemento per sorreggere le immense fronde — hanno finito per alterare l&#8217;invecchiamento naturale della pianta, creandole ulteriori ostacoli.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;icona del re dei boschi è stata, insomma, soffocata dal troppo amore e dall&#8217;inaridimento del nostro tempo.</p>



<p>Ed è qui, forse, che la vicenda si fa parabola. La fine del Major Oak ci sbatte in faccia, con la forza silenziosa della natura, la caducità di tutte le cose del mondo.&nbsp;</p>



<p>Persino ciò che consideriamo eterno, persino un gigante che ha visto sfilare imperi, guerre e secoli di storia, è destinato a cedere al flusso del tempo e alle miserie del presente.&nbsp;</p>



<p>Tutto passa, tutto si consuma, tutto si sgretola sotto la morsa della materia.</p>



<p>Eppure, se la biologia risponde alle leggi inflessibili del decadimento, lo spirito umano possiede una grammatica diversa.&nbsp;</p>



<p>Perché se le cose del mondo sono caduche, i miti mostrano una pervicace e misteriosa resistenza.&nbsp;</p>



<p>L’albero biologico muore, ma il simbolo gli sopravvive, quasi a dimostrare che non esiste siccità capace di inaridire un’idea di libertà e di giustizia.</p>



<p>Tuttavia, la cronaca ci dice anche che l&#8217;albero non verrà rimosso.&nbsp;</p>



<p>Resterà in piedi, spoglio e monumentale, trasformandosi lentamente in un ecosistema prezioso per insetti, uccelli e funghi, continuando a servire la causa della biodiversità.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, la sua eredità genetica sopravvive: da anni le sue talee e le sue ghiande sono state piantate in tutto il mondo per dare vita ad una progenie che manterrà intatto il suo lignaggio.</p>



<p>Al di là delle tutele ambientali e della genetica forestale, però, la vera sopravvivenza del Major Oak risiederà altrove.&nbsp;</p>



<p>Un albero monumentale può cedere alla siccità ed al calpestio degli uomini, ma il legame che ha saputo stringere con l&#8217;animo umano resterà intangibile.&nbsp;</p>



<p>Questa grande quercia continuerà a vivere, immortale e rigogliosa, ogni volta che un ragazzo, in futuro, aprirà le pagine di “Robin Hood” e si immergerà nei sentieri d&#8217;ombra di Sherwood.&nbsp;</p>



<p>Finché esisterà qualcuno capace di sognare una freccia scagliata nel folto della foresta contro l&#8217;avidità del mondo, le foglie del Major Oak non appassiranno mai.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/lultimo-inverno-di-major-oak-la-quercia-millenaria-di-robin-hood/">L&#8217;ultimo inverno di Major Oak, la quercia millenaria di Robin Hood</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il male oscuro che paralizza l’Inghilterra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 08:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[primo ministro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le dimissioni del Premier Keir Starmer rappresentano la prova provata che c&#8217;è qualcosa di profondamente enigmatico nella crisi politica britannica degli ultimi anni. A prima vista potrebbe sembrare una normale alternanza di governi in difficoltà, Primi Ministri che si succedono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Le dimissioni del Premier Keir Starmer rappresentano la prova provata che c&#8217;è qualcosa di profondamente enigmatico nella crisi politica britannica degli ultimi anni.</p>



<p>A prima vista potrebbe sembrare una normale alternanza di governi in difficoltà, Primi Ministri che si succedono a ritmo quasi italiano, Partiti che si lacerano al proprio interno, ed un elettorato sempre più volatile.&nbsp;</p>



<p>Ma fermarsi alle apparenze sarebbe un errore.</p>



<p>Per capire cosa sta accadendo davvero nel Regno Unito, secondo me bisogna andare &#8220;allo strucco&#8221;, come si dice dalle nostre parti.&nbsp;</p>



<p>Bisogna cioè arrivare al nocciolo della questione.</p>



<p>Ed il nocciolo della questione per me non è la Brexit; e non è nemmeno il collasso del National Health Service (Servizio Sanitario Pubblico), la crisi abitativa, od il sistema elettorale.</p>



<p>Questi sono sintomi; perché la malattia è più profonda.</p>



<p>L&#8217;Inghilterra soffre di una sorta di nostalgia istituzionale che le impedisce di guardare con lucidità alla propria condizione reale.</p>



<p>Per oltre due secoli il Regno Unito è stato letteralmente il “centro del mondo”.&nbsp;</p>



<p>Ha costruito il più vasto impero della storia moderna, ha dominato il commercio globale, la finanza internazionale e la politica mondiale.&nbsp;</p>



<p>Ha accumulato un patrimonio immenso di prestigio, competenze, istituzioni, ed influenza.</p>



<p>Ancora oggi Londra rimane una delle grandi capitali del pianeta, e l’inglese è diventato la “lingua del mondo”.</p>



<p>Ma il problema è che nessuna Nazione perde una simile posizione senza conseguenze psicologiche e culturali.</p>



<p>Da anni la politica britannica sembra oscillare tra ciò che il Paese pensa di essere, e ciò che realmente è diventato.</p>



<p>La Francia vive ancora nel mito napoleonico, la Russia in quello imperiale, e la Gran Bretagna continua a confrontarsi inconsciamente con l&#8217;ombra del proprio Impero.</p>



<p>Molti britannici continuano a percepire il loro Paese come una grande potenza globale autonoma, mentre la realtà economica e geopolitica li colloca ormai tra le medie potenze avanzate.&nbsp;</p>



<p>Non è un declino drammatico, è semplicemente la normalità; ma accettarlo è difficile.</p>



<p>La Brexit è stata forse l&#8217;espressione più evidente di questa contraddizione.</p>



<p>La promessa della &#8220;Global Britain&#8221; evocava un ritorno ad una sovranità piena, ad una capacità autonoma di orientare il proprio destino nel mondo.&nbsp;</p>



<p>Una narrazione potente, capace di mobilitare milioni di elettori; in fondo&nbsp;non molto diversa da quel &#8220;Make America Great Again&#8221; che ha ridefinito oltreoceano la politica di Donald Trump.</p>



<p>Ma una narrazione, per quanto suggestiva, non basta a creare crescita economica, investimenti, infrastrutture moderne o maggiore produttività.</p>



<p>E qui emerge il primo grande problema.</p>



<p>Dal 2008 la produttività britannica cresce a ritmi anemici, gli investimenti pubblici e privati sono insufficienti, le infrastrutture mostrano segni di invecchiamento, intere aree del Paese vivono una condizione di stagnazione economica che contrasta violentemente con il dinamismo della Capitale.</p>



<p>La sensazione è quella che coesistano due Inghilterre.</p>



<p>Da una parte la Londra, globale, cosmopolita e finanziaria che compete con New York e Singapore, dall&#8217;altra parte le Midlands, il Nord industriale e molte città costiere che faticano a ritrovare una propria identità economica dopo decenni di trasformazioni, e persino a competere con molte regioni dell&#8217;Europa continentale.</p>



<p>La Brexit, in fondo, è stata anche una rivolta della seconda Inghilterra contro la prima.</p>



<p>Ma la politica non è purtroppo riuscita a trasformare quella protesta in un progetto credibile di rilancio.</p>



<p>Anzi.</p>



<p>Negli ultimi anni ha progressivamente sostituito il tradizionale pragmatismo britannico con una continua guerra culturale fatta di slogan identitari, polemiche simboliche e battaglie ideologiche.</p>



<p>L&#8217;Inghilterra che inventò il metodo empirico sembra aver smesso di chiedersi una domanda fondamentale: &#8220;Funziona oppure no?&#8221;.</p>



<p>Nel frattempo il deterioramento dei servizi pubblici è diventato sempre più evidente.</p>



<p>Il National Health Service, considerato per generazioni quasi una religione civile nazionale, appare oggi sotto una pressione enorme; le liste d&#8217;attesa si allungano, il personale scarseggia, ed il sistema fatica a rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia.</p>



<p>La crisi della casa rende sempre più difficile per molti giovani costruire un futuro.</p>



<p>I trasporti pubblici e numerosi servizi locali mostrano problemi cronici.</p>



<p>Perfino alcune amministrazioni comunali hanno dovuto dichiarare sostanzialmente bancarotta.</p>



<p>Quando i cittadini vedono peggiorare la qualità della loro vita quotidiana, inevitabilmente cresce la sfiducia verso le istituzioni.</p>



<p>Ed è qui che si inserisce il terzo elemento della crisi.</p>



<p>Il sistema elettorale maggioritario britannico era stato progettato per garantire stabilità, governi forti ed alternanza chiara.</p>



<p>Oggi produce spesso l&#8217;effetto contrario.</p>



<p>Milioni di elettori si ritrovano sottorappresentati, mentre i grandi Partiti vengono spinti a inseguire le proprie componenti più radicali nel tentativo di preservare i collegi marginali.&nbsp;</p>



<p>La distanza tra il voto popolare e la composizione del Parlamento alimenta un crescente sentimento di estraneità e cinismo.</p>



<p>Cambiano i leader, cambiano gli slogan, cambiano le coalizioni interne ai Partiti, ma i problemi strutturali restano lì.</p>



<p>Forse, allora, il vero male oscuro dell&#8217;Inghilterra contemporanea è la crisi della sua classe dirigente.</p>



<p>Per secoli la forza britannica è stata la capacità di adattarsi ai cambiamenti della storia senza traumi rivoluzionari.&nbsp;</p>



<p>Era il Paese del pragmatismo, del compromesso intelligente, delle riforme graduali.</p>



<p>Oggi, invece, sembra prevalere una politica che preferisce raccontare il Paese piuttosto che governarlo, o forse raccontare un Paese che non esiste più.</p>



<p>Eppure la realtà è ostinata.</p>



<p>L&#8217;Inghilterra non è più la Nazione che governava mezzo mondo; ma non è nemmeno un Paese in declino irreversibile.</p>



<p>Rimane una grande democrazia, una potenza economica di primo piano, una società ricca di energie e talenti.</p>



<p>La sfida consiste nell&#8217;accettare ciò che è diventata, invece di inseguire ciò che era.</p>



<p>Riassumendo, secondo me il vero problema britannico non è la mancanza di risorse, né di competenze; è la difficoltà di guardarsi allo specchio senza vedere ancora riflessa l&#8217;ombra dell&#8217;Impero.</p>



<p>E forse il primo passo verso la guarigione consiste proprio in questo: smettere di rimpiangere il passato e tornare a costruire il futuro.&nbsp;</p>



<p>Perché le Nazioni, come gli individui, non possono vivere all&#8217;infinito dei ricordi dei tempi migliori.&nbsp;</p>



<p>Possono soltanto decidere cosa fare del tempo che resta loro davanti.</p>



<p></p>
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		<title>Il club negazionista del &#8220;ma si è sempre sudato&#8221;: cronaca dall’Europa “temperata”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:40:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è una categoria di connazionali che resiste eroicamente a qualsiasi evidenza, granitica come un ghiacciaio alpino, di quelli che c&#8217;erano una volta, s&#8217;intende.&#160; Sono i custodi del&#160;&#8220;ma il caldo c’è sempre stato!”. Loro, mentre il termometro segna 42<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è una categoria di connazionali che resiste eroicamente a qualsiasi evidenza, granitica come un ghiacciaio alpino, di quelli che c&#8217;erano una volta, s&#8217;intende.&nbsp;</p>



<p>Sono i custodi del&nbsp;<em>&#8220;</em>ma il caldo c’è sempre stato!”.</p>



<p>Loro, mentre il termometro segna 42 gradi all’ombra, e le zanzare tigre organizzano rave party in salotto, rimangono impassibili.</p>



<p>Se gli fai notare che l&#8217;asfalto si sta liquefacendo, e che i pinguini stanno chiedendo asilo politico in Islanda, ti guardano con condiscendenza e sfoderano l&#8217;arma definitiva:&nbsp;&#8220;Eh, ma ti ricordi nel luglio del ’73? Lì sì che si schiattava!&#8221;.</p>



<p>Ecco, di fronte a questa incrollabile certezza sorge spontaneo un dubbio: o abbiamo vissuto in due pianeti diversi, o la memoria a breve termine è evaporata insieme ai fiumi.<em></em></p>



<p>Chi&nbsp;&nbsp;come me ha superato la boa di tanti decenni – e dunque possiede un archivio storico biologico, non basato sui reel di TikTok – si ricorda perfettamente com&#8217;era l&#8217;estate nell’ Europa “temperata” (alle elementari tanti anni fa si insegnava che l’Europa si trova nella zona temperata della terra)</p>



<p>Era l&#8217;epoca d&#8217;oro dell&#8217;Anticiclone delle Azzorre.&nbsp;</p>



<p>Un signore d’altri tempi, che arrivava dall’Oceano Atlantico con discrezione; portava quelle tre settimane di saggio e moderato calore (30-32 gradi al massimo, mica la fusione del nocciolo), e poi toglieva il disturbo dopo Ferragosto con il classico temporale che rinfrescava l&#8217;aria.&nbsp;</p>



<p>Si dormiva con il lenzuolino, e la parola &#8220;aria condizionata&#8221; era un lusso da uffici bancari o da cinema di prima visione.<em></em></p>



<p>Oggi, quel rassicurante inquilino oceanico è stato sfrattato.&nbsp;</p>



<p>Al suo posto si è insediato stabilmente l’Anticiclone Africano,</p>



<p>E non si tratta di un&#8217;impressione da bar: i dati delle serie storiche climatologiche parlano chiaro.&nbsp;</p>



<p>La transizione è iniziata in modo visibile e sistematico tra la fine degli anni &#8217;80 e l&#8217;inizio degli anni &#8217;90, per poi diventare la norma assoluta dal famigerato e rovente&nbsp;2003. Fino ad allora, le invasioni di aria subtropicale continentale (leggi: Sahara) erano anomalie della durata di pochi giorni.&nbsp;</p>



<p>Da trent&#8217;anni a questa parte, i modelli meteorologici mostrano che l&#8217;Anticiclone delle Azzorre si è ritirato e sgonfiato sull&#8217;Atlantico, lasciando aperta una vera e propria autostrada per il promontorio africano,&nbsp;che non è un fenomeno meteorologico, è una punizione biblica.&nbsp;</p>



<p>Arriva direttamente dal Sahara, si piazza sulle nostre città a fine maggio, e decide di andarsene – forse – a ottobre inoltrato.<em></em></p>



<p>Ma usciamo un attimo dall&#8217;Italia, perché per il negazionista medio il mondo finisce a Chioggia o a Rimini.&nbsp;</p>



<p>Mi piacerebbe chiedere a questi storici del climatizzatore da bar che “dottoreggino” sui social: come spiegate il fatto che oggi persino l’Inghilterra, la Germania e i Paesi Scandinavi siano&nbsp;&nbsp;ormai regolarmente investiti da feroci vampate sahariane?<em></em></p>



<p>Lassù, dove una volta l&#8217;estate consisteva in tre giorni a 22 gradi con pioggerellina alternata, oggi si sfiorano e si superano i 40 gradi.&nbsp;</p>



<p>E non è una barzelletta, è un dramma umanitario ed edilizio.&nbsp;</p>



<p>Quelle case, concepite per secoli con un unico sacro obiettivo – tenere fuori il freddo ed intrappolare dentro il calore – con queste temperature si trasformano istantaneamente in forni crematori domestici o saune svedesi senza interruttore di spegnimento.&nbsp;</p>



<p>Tant&#8217;è che i decessi per il caldo record lassù sono molti più che nei Paesi Mediterranei.&nbsp;</p>



<p>Ma certo, scommetto che anche ad Oslo i vecchi del paese dicono che&nbsp;&#8220;nel 1954 si sudava uguale sotto la pelliccia&#8221;.</p>



<p>Se poi il Nord Europa sembra troppo lontano, basta guardare appena al di là delle Alpi.&nbsp;</p>



<p>In Francia, nei giorni scorsi, il Ministero dell&#8217;Educazione ha dovuto fare una mossa senza precedenti: le prove degli esami di maturità sono state concentrate tassativamente al mattino, con stop categorico entro le ore 12.&nbsp;</p>



<p>Perché dopo mezzogiorno, nelle aule, la temperatura sale a livelli tali che più che un esame di Stato sembra una prova di sopravvivenza nella Legione Straniera.&nbsp;</p>



<p>Immaginiamo i poveri ragazzi&nbsp;&nbsp;tradurre od a fare equazioni mentre il cervello frigge come una cotoletta.<em></em></p>



<p>Chissà cosa ne pensano i nostri lucidi analisti da ombrellone.&nbsp;</p>



<p>Probabilmente che i francesi sono i soliti &#8220;rammolliti&#8221;, e che ai loro tempi la versione di latino si traduceva sotto il sole a picco nei campi di grano, senza battere ciglio.<em></em></p>



<p>Oggi non siamo più nella &#8220;temperata Europa&#8221;, siamo in un prolungamento della Tunisia settentrionale.&nbsp;</p>



<p>Abbiamo i monsoni padani, i cactus sui balconi, e fiumi che sembrano piste da motocross.&nbsp;</p>



<p>Eppure il negazionista nostrano non cede neanche di fronte all’evidenza di quella che sta diventando la nuova normalità climatica.&nbsp;</p>



<p>Se gli mostri i dati scientifici, scrolla le spalle.&nbsp;</p>



<p>Se gli dici che l&#8217;aria è così umida che si potrebbe tagliare con il coltello e servire come antipasto, ti risponde che&nbsp;&#8220;basta non uscire nelle ore di punta e bere molta acqua&#8221;. Un consiglio di un&#8217;originalità quasi commovente.<em></em></p>



<p>Forse hanno ragione loro. Non è cambiato nulla.&nbsp;</p>



<p>È solo che una volta, d&#8217;estate, andavamo al mare a rinfrescarci; oggi ci andiamo per sperimentare la cottura a bagnomaria.&nbsp;</p>



<p>Ma l&#8217;importante è non dirlo ad alta voce, altrimenti si rovina la narrazione del&nbsp;&#8220;si è sempre sudato…&#8221;.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>PS: Tanto per dire, ecco le minime e le massime registrate ieri 21 giugno&nbsp;&nbsp;in Pianura Padana e nel Nord Africa</p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><td><strong>Città</strong></td><td><strong>Minima</strong></td><td><strong>Massima</strong></td></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Algeri</strong></td><td>22°C</td><td>36°C</td></tr><tr><td><strong>Il Cairo</strong></td><td>23°C</td><td>34°C</td></tr><tr><td><strong>Tunisi</strong></td><td>22°C</td><td>35°C</td></tr><tr><td><strong>Padova</strong></td><td>24°C</td><td>36°C</td></tr><tr><td><strong>Bologna</strong></td><td>24°C</td><td>35°C</td></tr><tr><td><strong>Milano</strong></td><td>24°C</td><td>36°C</td></tr></tbody></table></figure>



<p>Tutto normale per i negazionisti del climat change?</p>



<p></p>
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		<title>Tra la &#8220;bomba&#8221; Vannacci e la Repubblica di Pulcinella. La via del ritorno al passato?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:36:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Nelle mie riflessioni di venerdì scorso ho cercato di scattare, per quanto possibile, una fotografia della situazione politica del nostro Paese&#160;(https://www.tviweb.it/lestremizzazione-dei-poli-apre-una-prateria-per-il-centro-e-i-liberaldemocratici/). Un’analisi che cercava di mettere in luce come l&#8217;estremizzazione dei poli potrebbe aprire una vera e propria<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Nelle mie riflessioni di venerdì scorso ho cercato di scattare, per quanto possibile, una fotografia della situazione politica del nostro Paese&nbsp;(<a href="https://www.tviweb.it/lestremizzazione-dei-poli-apre-una-prateria-per-il-centro-e-i-liberaldemocratici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/lestremizzazione-dei-poli-apre-una-prateria-per-il-centro-e-i-liberaldemocratici/</a>).</p>



<p>Un’analisi che cercava di mettere in luce come l&#8217;estremizzazione dei poli potrebbe aprire una vera e propria prateria per le forze di centro e per l’area liberaldemocratica.&nbsp;</p>



<p>Oggi, quelle problematiche si intrecciano inevitabilmente con due fattori dirompenti: il tentativo in atto di riscrivere la legge elettorale, e l’irrompere sulla scena del generale Roberto Vannacci.&nbsp;</p>



<p>Un ingresso, quest&#8217;ultimo, che fin dalle prime avvisaglie lascia sorgere un serio dubbio: il bello deve ancora venire?&nbsp;</p>



<p>Proviamo allora a sviluppare qualche ulteriore ragionamento.&nbsp;</p>



<p>Considerazioni che forse lasceranno il tempo che trovano, ma che possono contribuire a chiarirci un po&#8217; le idee sul futuro che ci attende.</p>



<p>Partiamo dalle regole del gioco.&nbsp;</p>



<p>Cambiarle a partita in corso è un vizio tutto italiano, una consuetudine alquanto scorretta che ci conferma, ancora una volta, nei panni della &#8220;Repubblica di Pulcinella&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Viene alla mente l’immortale aforisma di Ennio Flaiano:&nbsp;<em>“In Italia la situazione è grave ma non è seria”</em>.</p>



<p>Le modifiche attualmente ipotizzate paiono spingere con decisione verso un aumento della polarizzazione, prevedendo un consistente premio di maggioranza alla coalizione capace di raggiungere una soglia attorno al 42% dei voti (sebbene i dettagli tecnici siano ancora oggetto di mercanteggio).&nbsp;</p>



<p>La finalità sbandierata è sempre la stessa: garantire la stabilità degli Esecutivi.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, la realtà ci mostra un quadro ben diverso.&nbsp;</p>



<p>Se è vero che il Governo di Giorgia Meloni si avvia a battere il record di durata nella storia repubblicana, è altrettanto evidente che le profonde distanze ideologiche, ed i costanti disallineamenti tra le forze della sua maggioranza, non hanno affatto garantito una navigazione tranquilla, e men che meno risultati significativi per il Paese.</p>



<p>A complicare questo scenario già precario è arrivata la &#8220;bomba nucleare&#8221; del Generale Vannacci.&nbsp;</p>



<p>Con le sue posizioni palesemente radicate nell&#8217;estrema destra, ed un&#8217;alleanza convinta con l&#8217;AfD tedesca e il Rassemblement National di Marine Le Pen, Vannacci mette la Premier di fronte ad un bivio drammatico.</p>



<p>Se Meloni decidesse di lasciare il Generale come battitore libero al di fuori del perimetro del Centrodestra, rischierebbe quasi certamente di consegnare la vittoria alla Schlein ed alla sua &#8220;compagnia di giro&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Se, al contrario, decidesse di imbarcarlo stabilmente nella coalizione, sposterebbe fatalmente l’asse politico verso gli estremi.&nbsp;</p>



<p>Il rischio concreto è quello di trasformare il Generale nel vero leader&nbsp;de facto&nbsp;dell&#8217;alleanza, o comunque in colui che distribuisce le carte e detta i tempi dell&#8217;agenda politica.&nbsp;</p>



<p>Fossi nei panni della Premier, la notte non ci dormirei: perché su questa scelta, volente o nolente, si gioca l&#8217;intero suo futuro politico.</p>



<p>La storia insegna, fin dalla notte dei tempi, che non esistono sistemi politici ideali o perfetti.&nbsp;</p>



<p>Se così non fosse, saremmo probabilmente ancora fermi alla Democrazia ateniese, al Principato augusteo, all’assolutismo di Luigi XIV o, per converso, alle tragiche derive del comunismo sovietico, cambogiano o cubano.&nbsp;</p>



<p>Ogni epoca storica tenta semplicemente di darsi l’ordinamento &#8220;meno peggio&#8221;, ovvero quello che, in un dato contesto, permette un minimo di governabilità e coesione sociale.</p>



<p>In questa fase che si preannuncia prospetticamente convulsa, perché allora non guardare al nostro passato, nello specifico ai primi decenni della Repubblica?&nbsp;</p>



<p>Se le coalizioni forzate portano con sé l&#8217;indubbio svantaggio di amplificare a dismisura il peso ed il potere di ricatto delle componenti più radicali, perché non accarezzare l’idea di un ritorno al sistema proporzionale con il voto di preferenza?</p>



<p>Bene o male, questo meccanismo ha regolato la vita democratica del Paese dal 1948 al 1992: quasi mezzo secolo.&nbsp;</p>



<p>Non era neanche quello il sistema ideale – sia chiaro – ma oggi avrebbe un merito straordinario: svelenire il clima politico, ridimensionando drasticamente il peso specifico ed i condizionamenti dei partiti posizionati all&#8217;estrema destra o all&#8217;estrema sinistra.</p>



<p>È vero, con il proporzionale non conosceremmo il nome del Premier la sera stessa delle elezioni.&nbsp;</p>



<p>Ma, dopotutto, anche nella Prima Repubblica l’incarico veniva tradizionalmente affidato al leader del partito numericamente più forte, il quale aveva poi l’onere di cercare in Parlamento le forze disposte a convergere su un programma ed a partecipare al governo.</p>



<p>È proprio in questo passaggio che io vedo l&#8217;aspetto più rivoluzionario ed interessante della questione.&nbsp;</p>



<p>Con un sistema proporzionale, il Premier incaricato non sarebbe più un ostaggio politico, costretto a reclutare alleati e Ministri (spesso solo quello che passa il convento) esclusivamente nel recinto blindato di coalizioni pre-elettorali eterogenee e litigiose.&nbsp;</p>



<p>Potrebbe, al contrario, presentarsi alle Camere con un programma innovativo, moderno e coraggioso, cercando alleanze &#8220;con chi ci crede e ci sta&#8221;.&nbsp;</p>



<p>In parole povere: anziché essere costretti ad imbarcare un Vannacci od un Di Battista per fare numero, si potrebbe guardare all&#8217;area centrista, liberale ed europea.</p>



<p>Certamente, una simile prospettiva solleverebbe un coro di feroci critiche.&nbsp;</p>



<p>In prima fila ci sarebbero quei Partiti abituati a pretendere rendite di posizione, e Parlamentari nominati dall&#8217;alto dai capibastone di turno.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;accusa più prevedibile sarebbe quella di voler restaurare la stagione degli &#8220;inciuci&#8221; e del trasformismo tipici della Prima Repubblica.</p>



<p>Tuttavia, dovremmo chiederci cosa intendiamo davvero per &#8220;inciucio&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Se per tale si intendono i metodi democratici utilizzati in Germania, in Francia o nei Paesi del Nord Europa – dove ci si impegna in estenuanti e trasparenti trattative post-elettorali per dare vita a maggioranze talvolta multicolori ma basate su precisi contratti di governo – allora ben vengano gli inciuci.&nbsp;</p>



<p>Sarebbe un passaggio di maturità: sostituirebbe il ricatto ideologico delle ali estreme con la cultura del compromesso programmatico e della responsabilità repubblicana.&nbsp;</p>



<p>Una soluzione imperfetta, forse, ma drammaticamente necessaria per evitare che il Paese rimanga schiacciato nella morsa degli estremismi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Fratelli d’Italia, l’Italia (del pallone) s’è rotta: da Infantino alla Figc tutte le colpe mentre arriva Mancini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 12:46:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Mondiale senza l’Italia ormai non è più una notizia: è diventato un’abitudine. E forse proprio questa è la cosa più grave. Perché quando una Nazionale quattro volte campione del mondo resta fuori da tre edizioni consecutive, non siamo più<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Un Mondiale senza l’Italia ormai non è più una notizia: è diventato un’abitudine. E forse proprio questa è la cosa più grave. Perché quando una Nazionale quattro volte campione del mondo resta fuori da tre edizioni consecutive, non siamo più davanti a un incidente, a una serata storta, a un rigore sbagliato o a un sorteggio sfortunato. Siamo davanti a un crollo di sistema. Un crollo che nessuno, però, sembra voler chiamare davvero con il suo nome.</p>



<p>Da quando la FIFA è presieduta dallo svizzero Gianni Infantino, l’Italia ai Mondiali non si è più vista. Russia 2018: assente. Qatar 2022: assente. Stati Uniti, Canada e Messico 2026: ancora assente. Tre Mondiali, zero Italia. Una coincidenza? Può darsi. Ma nel calcio, si sa, le coincidenze fanno sempre comodo a chi non vuole farsi domande.</p>



<p>E allora chiediamo: com’è possibile che il Paese che ha vinto quattro Coppe del Mondo, che ha prodotto generazioni di fuoriclasse, difensori leggendari, portieri monumentali, allenatori esportati ovunque, oggi debba guardare il Mondiale dal divano? Com’è possibile che gli altri vadano avanti e noi restiamo impantanati sempre nello stesso pantano, tra federazioni in crisi, presidenti dimissionari, commissari tecnici bruciati, playoff trasformati in incubi e promesse di “rifondazione” che durano il tempo di una conferenza stampa?</p>



<p>Il problema, certo, non è solo Infantino. Sarebbe troppo facile, e forse anche troppo comodo, scaricare tutto sulla FIFA e sul suo presidente. L’Italia si è eliminata anche da sola: con scelte sbagliate, vivai impoveriti, club pieni di stranieri mediocri, giovani italiani trattati come soprammobili, dirigenti incapaci di guardare oltre il prossimo bilancio e una cultura calcistica che vive ancora di nostalgia. Ma resta il dato politico e simbolico: nell’era Infantino, il Mondiale si allarga, si gonfia, si moltiplica, diventa un prodotto globale sempre più enorme, e l’Italia non riesce nemmeno a trovare una porta d’ingresso. Un paradosso quasi grottesco.</p>



<p>Il calcio italiano oggi è questo: esporta allenatori, ma non porta la Nazionale al Mondiale. Vede Ancelotti, Cannavaro, Montella e tanti altri protagonisti in giro per il mondo, mentre gli Azzurri restano fuori dalla festa. Abbiamo tecnici che fanno scuola, ma una Nazionale senza scuola. Abbiamo storia, maglie, coppe, musei, retorica e inni. Ma non abbiamo più una squadra capace di qualificarsi.</p>



<p>Dopo l’ennesima figuraccia, è ricominciato il solito giro di nomi. Gattuso se n’è andato, Silvio Baldini ha fatto da traghettatore, la FIGC deve ricostruire un’immagine prima ancora che una squadra. E il nome che torna con più forza è quello di Roberto Mancini. Proprio lui: l’uomo dell’Europeo vinto, ma anche l’uomo del Mondiale 2022 mancato. L’uomo del trionfo di Wembley e della notte nera con la Macedonia del Nord. Il tecnico che ha restituito orgoglio all’Italia e poi se n’è andato lasciando dietro di sé macerie, polemiche e rimpianti.</p>



<p>Mancini oggi è libero dopo l’addio all’Al Sadd e tutto lascia pensare che possa essere lui il prossimo commissario tecnico dell’Italia. Una scelta che sa di ritorno al passato, ma anche di ammissione: non abbiamo trovato di meglio, non abbiamo costruito un progetto, non abbiamo preparato un futuro. Torniamo da chi almeno una volta ci aveva fatto sentire vivi.</p>



<p>Ma il punto è proprio questo: Mancini può anche tornare, può anche rimettere ordine, può anche ridare un’identità alla Nazionale. Però nessun allenatore, da solo, può guarire un movimento malato. Nessun ct può inventarsi centravanti che non giocano, centrocampisti che non crescono, difensori che non vengono responsabilizzati, dirigenti che non programmano. La panchina azzurra è diventata un parafulmine: arriva uno, promette entusiasmo, perde due partite, viene processato, se ne va. Poi ne arriva un altro e si ricomincia.</p>



<p>Intanto il Mondiale va avanti senza di noi. Le altre Nazionali giocano, i tifosi cantano, gli stadi si riempiono, il mondo guarda. L’Italia osserva. Commenta. Rimpiange. Polemizza. E aspetta il prossimo salvatore.</p>



<p>Chissà come mai, verrebbe da dire. Chissà come mai una delle grandi capitali del calcio mondiale è diventata una comparsa assente. Chissà come mai ogni fallimento viene spiegato come un caso isolato, quando ormai i casi isolati sono diventati una catena. Chissà come mai nessuno paga davvero, nessuno cambia davvero, nessuno ha il coraggio di dire che il problema non è l’ultimo rigore sbagliato, ma tutto quello che viene prima.</p>



<p>Il prossimo allenatore dell’Italia, salvo sorprese, sarà Roberto Mancini. Ma la vera domanda non è chi siederà in panchina. La vera domanda è chi avrà finalmente il coraggio di rifare il calcio italiano da capo. Perché altrimenti possiamo cambiare ct, presidente, modulo, maglia e slogan. Ma il risultato sarà sempre lo stesso: Mondiale in televisione, Italia a casa.</p>
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		<title>Addio Doddo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 14:49:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa mattina, sfogliando i giornali, la notizia mi ha colpito dritto al cuore con la forza discreta ma inesorabile del tempo che passa: Adolfo Battaglia ci ha lasciato. Aveva 96 anni. Sarebbe fin troppo facile, e forse persino scontato, indulgere<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Questa mattina, sfogliando i giornali, la notizia mi ha colpito dritto al cuore con la forza discreta ma inesorabile del tempo che passa: Adolfo Battaglia ci ha lasciato. Aveva 96 anni.</p>



<p>Sarebbe fin troppo facile, e forse persino scontato, indulgere nel classico epitaffio untuoso, formale e lacrimoso.&nbsp;</p>



<p>Sappiamo fin troppo bene che, una volta che ce ne siamo andati, il mondo tende a dipingerci tutti come anime buone ed impeccabili.&nbsp;</p>



<p>Ma Adolfo non amava le ipocrisie, e io non voglio celebrarlo con la retorica del cordoglio pubblico. Non occorre che rimarchi che fu una&nbsp;delle più importanti figure di spicco del panorama politico e giornalistico italiano.</p>



<p>Desidero invece raccontarvi, in punta di piedi, chi era e chi è stato l&#8217;uomo, prima ancora del leader: il &#8220;Doddo&#8221; che ho avuto il privilegio di conoscere e di chiamare amico.</p>



<p>Il nostro primo vero incontro risale alla fine del 1978.&nbsp;</p>



<p>Fino ad allora per me era stato solo una figura autorevole e distante, ammirata dalle tribune dei congressi del Partito Repubblicano Italiano.&nbsp;</p>



<p>Era l&#8217;uomo di punta, l&#8217;intellettuale brillante che tutti vedevano come il naturale successore del grande Ugo La Malfa.&nbsp;</p>



<p>Poi, come spesso accade, la storia ha preso strade impreviste.&nbsp;</p>



<p>Quando Giorgio La Malfa rivendicò la leadership, ne scaturì un confronto serrato tra due forti personalità che si risolse con una saggia e pragmatica divisione dei ruoli: a Giorgio andò la guida del partito, a Battaglia la guida delle delegazioni repubblicane al governo.</p>



<p>Ma quel giorno del 1978, ben lontano dai palazzi romani, Doddo mi chiese un incontro strettamente riservato.&nbsp;</p>



<p>Mi guardò dritto negli occhi e, con la sua consueta capacità di sintesi, mi disse:&nbsp;«Il partito ha deciso di provare a radicarsi anche in Veneto. Devo essere eletto deputato nella circoscrizione di Padova, Verona, Vicenza e Rovigo. Per vincere questa sfida mi servono persone come te, che conoscano profondamente il territorio. Sei disposto a darmi una mano?»</p>



<p>Non era una scommessa facile. La dirigenza padovana del PRI non lo vedeva di buon occhio; per molti era il classico leader &#8220;calato dall&#8217;alto, da Roma&#8221;, mentre l&#8217;apparato locale avrebbe preferito un candidato del posto.&nbsp;</p>



<p>Eppure, l&#8217;uomo mi conquistò all&#8217;istante per stile e intelligenza.&nbsp;</p>



<p>Dopo qualche giorno di riflessione, accettai.&nbsp;</p>



<p>Fu una scelta che per certi versi cambiò la mia vita: mi misi in temporanea aspettativa dalla Banca in cui lavoravo, trascorsi un breve periodo a Roma al Ministero degli Esteri dove Doddo era Sottosegretario, per coordinare i flussi informativi, e tornai in Veneto per organizzare pancia a terra una campagna elettorale che si rivelò vincente.</p>



<p>Da quella vittoria nacque un sodalizio profondo, durato decenni, cementato da un rispetto reciproco così solido che credo di essere stato uno dei pochissimi a potergli dire sempre, senza peli sulla lingua, esattamente ciò che pensavo, anche le cose che non gli piacevano.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Doddo non mi fece mai mancare il suo appoggio nei dieci anni in cui guidai la Segreteria Provinciale di Padova, tanto che un giornalista in un articolo del settimanale&nbsp;<em>L&#8217;Espresso</em>&nbsp;arrivò a definirmi, con una formula colorita, il «proconsole di Battaglia nel Veneto».</p>



<p>Ma al di là della politica dei palazzi e delle correnti, è l&#8217;Adolfo vero, intimo, quello che mi preme consegnare alla memoria.</p>



<p>Doddo era un intellettuale raffinatissimo, di una cultura sterminata e cosmopolita.&nbsp;</p>



<p>Era cresciuto in un ambiente eccezionale: la madre era la contessa Annie Cancani Montani e il padre, Achille Battaglia, un illustre giurista che era stato tra le guide della Resistenza romana nelle file di Giustizia e Libertà.</p>



<p>Ricordo l&#8217;emozione delle rare volte in cui venni ospitato nella sua splendida casa quattrocentesca in Piazza Teatro di Pompeo a Roma.&nbsp;</p>



<p>Tra quelle mura intrise di storia, mi raccontava, si erano decisi i destini del Paese, con personaggi del calibro di Ferruccio Parri, Giorgio Amendola, Mario Berlinguer, Arturo Carlo Jemolo, Giuliano Vassalli e altri.</p>



<p>Eppure, nonostante le origini nobiliari e l&#8217;altissimo lignaggio culturale, Adolfo detestava le esteriorità ed i fasti del potere.&nbsp;</p>



<p>Quando viaggiava in Veneto per curare il suo collegio elettorale, pretendeva una cosa sola: che andassi a prenderlo io, da solo, all&#8217;aeroporto di Tessera.</p>



<p>Ma la politica ha le sue liturgie e, quando divenne Ministro, la cosa si fece complicata.&nbsp;</p>



<p>Devo ancora sorridere se ripenso alle telefonate accorate e alle lamentele del Viceprefetto di Padova, il quale, quasi disperato, mi ripeteva che lo mettevo in grave difficoltà perché la legge gli imponeva di garantire la scorta a un membro del governo.&nbsp;</p>



<p>La mia risposta era sempre la stessa, un ritornello immutabile: «Caro dottore, io la capisco, ma il Ministro non vuole scorte, non vuole auto della Polizia o dei Carabinieri. Vuole solo la mia 127 blu. e io che caspita posso farci?»</p>



<p>Così, per anni, quella modesta Fiat 127 blu divenne, suo malgrado, una bizzarra &#8220;auto ministeriale&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Tra un trasferimento e l&#8217;altro, lungo le strade del Veneto, abbiamo condiviso ore di riflessioni, confidenze e lunghissime conversazioni che custodirò sempre tra i ricordi più cari.</p>



<p>C&#8217;è un ultimo frammento, profondamente privato, che mi legherà a lui per sempre.&nbsp;</p>



<p>Nel 1984 gli chiesi di farmi da testimone di nozze.&nbsp;</p>



<p>Accettò con una gioia autentica ed entusiasta, specialmente quando gli spiegai lo spirito intimo della cerimonia.&nbsp;</p>



<p>Eravamo solo in quattro: io e mia moglie Ivana, lui e l&#8217;altro testimone, oltre al celebrante, l&#8217;allora sindaco di Padova Settimo Gottardo. Nessun formalismo, solo affetto puro.</p>



<p>Mi fermo qui.&nbsp;</p>



<p>Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere, ma ci sono dettagli e sfumature che è giusto non dare in pasto alla pubblica piazza e continuare a custodire gelosamente nel cuore.</p>



<p>Buon viaggio Doddo, e grazie di tutto.&nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>Trump perché “sputtani” la Meloni? Quanto costa all’Italia il mancato asservimento agli USA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 14:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché Trump umilia Meloni? La risposta più semplice — “la odia” — è anche la meno utile. Trump non ragiona quasi mai in termini di alleanze stabili, gratitudine politica o coerenza ideologica. Ragiona in termini di forza, dominio, visibilità e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Perché Trump umilia Meloni? La risposta più semplice — “la odia” — è anche la meno utile. Trump non ragiona quasi mai in termini di alleanze stabili, gratitudine politica o coerenza ideologica. Ragiona in termini di forza, dominio, visibilità e convenienza immediata. Per questo l’attacco a Giorgia Meloni non va letto soltanto come una volgarità personale, ma come un messaggio politico: il presidente americano sta dicendo che nessun alleato europeo, neppure quello che più aveva cercato di costruire un rapporto privilegiato con lui, può sentirsi al riparo dalla sua logica di subordinazione.</p>



<p>La premier italiana aveva investito molto sul rapporto con Trump. Non solo per affinità politica con una parte del mondo conservatore americano, ma per una ragione strategica: presentarsi come il ponte più affidabile tra Washington e l’Europa. Meloni voleva essere la leader europea capace di parlare con la Casa Bianca trumpiana senza rompere con Bruxelles, con la Nato, con l’Ucraina e con l’establishment atlantico. Era un equilibrio difficile, ma finché Trump la trattava come interlocutrice speciale poteva funzionare. Ora quel capitale politico viene colpito nel punto più sensibile: l’immagine di una premier forte all’estero, rispettata dai grandi, capace di ottenere ascolto dove altri europei vengono respinti.</p>



<p>Trump, però, non riconosce rendite di posizione. Anzi, spesso colpisce proprio chi ha più da perdere dal rapporto con lui. Umiliare Meloni serve a ricordare che il legame con gli Stati Uniti, nella sua visione, non è un’alleanza tra pari ma un rapporto gerarchico. Il messaggio implicito è brutale: se vuoi accesso alla Casa Bianca, devi accettare anche il prezzo dell’umiliazione pubblica. È la stessa tecnica usata più volte con partner, collaboratori e avversari: prima l’investitura, poi lo schiaffo, infine la richiesta di lealtà. Chi incassa resta nel gioco; chi reagisce viene accusato di non capire il nuovo ordine.</p>



<p>Non c’è bisogno di immaginare un odio personale verso Meloni. C’è qualcosa di più freddo: Trump sembra non tollerare che un alleato rivendichi autonomia quando gli Stati Uniti chiedono allineamento pieno. La premier italiana, pur essendo politicamente più vicina a lui di molti leader europei, non può trasformare l’Italia in un satellite americano. Deve fare i conti con l’Unione europea, con il Quirinale, con la Nato, con l’interesse nazionale, con le imprese esportatrici, con l’opinione pubblica italiana e con dossier esplosivi come Ucraina, Medio Oriente, dazi, energia e difesa. Quando Meloni non coincide perfettamente con la linea di Trump, agli occhi del presidente americano smette di essere “l’amica italiana” e diventa una qualunque leader europea da piegare.</p>



<p>L’attacco è tanto più pesante perché arriva dopo mesi in cui Palazzo Chigi aveva provato a evitare lo scontro frontale. Meloni aveva scelto la via della prudenza: non rompere con Trump, non consegnarsi completamente a lui, non farsi trascinare nelle fratture più estreme tra Washington e Bruxelles. Ma questa posizione intermedia, che in Europa poteva apparire come realismo, per Trump può sembrare ambiguità. Il presidente americano preferisce i rapporti binari: o si è con lui, o si è contro di lui. E quando qualcuno tenta di restare nel mezzo, lui spesso forza la scena con una provocazione pubblica.</p>



<p>Per Meloni il danno è doppio. Sul piano internazionale viene colpita la narrazione della premier autorevole, quella che sa sedersi al tavolo dei potenti senza complessi. Sul piano interno viene messa in difficoltà la linea atlantista della destra di governo: se l’alleato americano si comporta da bullo, diventa più difficile spiegare agli italiani che Washington resta il punto di riferimento naturale e indiscutibile. Non a caso la reazione della premier è stata immediata e patriottica: “io e l’Italia non imploriamo mai”. In quella frase c’è la necessità di separare la dignità nazionale dal rapporto personale con Trump.</p>



<p>Quanto può pesare per l’Italia questo conflitto? Molto, se lo scontro smette di essere una sceneggiata verbale e diventa linea politica. Gli Stati Uniti non sono un partner qualsiasi: pesano sulla sicurezza europea, sulla Nato, sull’Ucraina, sull’intelligence, sulla stabilità del Mediterraneo, sull’energia, sui mercati finanziari e sull’export italiano. Un raffreddamento vero con Washington potrebbe complicare i dossier militari, indebolire la capacità italiana di incidere nei negoziati occidentali e aumentare l’esposizione delle imprese a ritorsioni commerciali o nuove incertezze tariffarie. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, che vende molto negli Stati Uniti e vive di credibilità internazionale, il costo di una crisi prolungata non sarebbe simbolico.</p>



<p>Ma c’è anche un limite al potere di Trump. L’Italia non è sola: è dentro l’Unione europea, dentro la Nato, dentro una rete di interessi economici e strategici che nessun presidente americano può cancellare con una battuta. Se Meloni saprà trasformare l’offesa personale in una posizione istituzionale ferma, il danno potrà persino essere contenuto. La solidarietà di Mattarella va letta proprio in questa chiave: non è solo sostegno alla presidente del Consiglio, ma difesa della dignità dello Stato italiano. Quando un leader straniero umilia il capo del governo, il problema non riguarda una leader o un partito, riguarda il rango del Paese.</p>



<p>Il punto vero, quindi, non è se Trump odi Meloni. Il punto è che Trump non rispetta l’idea tradizionale di alleanza. Per lui gli alleati sono utili finché si mostrano docili, riconoscenti, spendibili nella sua narrazione di forza. Meloni aveva provato a essere l’interprete europea del trumpismo senza diventarne prigioniera. Oggi scopre che quel rapporto non garantisce protezione, ma espone a un rischio particolare: essere usata come esempio pubblico per intimidire gli altri.</p>



<p>La premier italiana ha davanti una scelta delicata. Se minimizza troppo, apparirà debole. Se rompe troppo, rischia di compromettere dossier strategici per l’Italia. La via più utile è una fermezza senza isteria: difendere la dignità nazionale, evitare l’escalation personale, ricostruire canali istituzionali con Washington e, soprattutto, smettere di fondare la politica estera su rapporti individuali con leader imprevedibili. Perché questa vicenda dimostra una cosa: con Trump non basta essere politicamente affini. Bisogna essere pronti al fatto che, da un giorno all’altro, l’amico diventi il bersaglio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/trump-perche-sputtani-la-meloni-quanto-costa-allitalia-il-mancato-asservimento-agli-usa/">Trump perché “sputtani” la Meloni? Quanto costa all’Italia il mancato asservimento agli USA</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>L&#8217;estremizzazione dei poli apre una prateria per il Centro e i liberaldemocratici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:39:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano appariva, soltanto due anni fa, come un esercizio velleitario.&#160; Oggi, la prospettiva sta diventando una necessità dettata dalla realtà dei fatti.&#160; Le due grandi coalizioni, destra e sinistra, hanno fallito la prova<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano appariva, soltanto due anni fa, come un esercizio velleitario.&nbsp;</p>



<p>Oggi, la prospettiva sta diventando una necessità dettata dalla realtà dei fatti.&nbsp;</p>



<p>Le due grandi coalizioni, destra e sinistra, hanno fallito la prova della responsabilità: invece di offrire un&#8217;alternanza coerente e governativa, si sono avvitate su se stesse, inseguendo il consenso attraverso una radicalizzazione costante.&nbsp;</p>



<p>Non è un’opinione, ma l&#8217;evidenza di un sistema che, per sopravvivere a se stesso, cerca disperatamente di correggere la rotta verso modelli ancora più maggioritari, blindando un bipolarismo che non rappresenta più il Paese.&nbsp;</p>



<p>Eppure, proprio mentre i poli si estremizzano nel tentativo di nascondere le proprie linee di frattura, si apre una finestra di opportunità per chi ha ancora il coraggio di proporre una visione autenticamente liberaldemocratica ed europeista.</p>



<p>In altre parole, la tesi&nbsp;secondo cui l&#8217;unica democrazia possibile sia quella bloccata tra due coalizioni forzate, incapaci di governare ma abilissime nel demonizzarsi a vicenda, sta crollando sotto il peso della sua stessa inadeguatezza.&nbsp;</p>



<p>E paradossalmente, proprio mentre Giorgia Meloni ed Elly Schlein studiano correzioni iper-maggioritarie alla legge elettorale per blindare lo status quo, la realtà sembra stia&nbsp;&nbsp;spingendo il sistema verso una radicale scomposizione.&nbsp;</p>



<p>Una forza centrifuga che sposta i baricentri dei due poli verso gli estremi e che, per la prima volta dopo anni, rischia di spalancare vere e proprie praterie politiche per un&#8217;offerta liberaldemocratica.</p>



<p>Per comprendere la natura di questo sbriciolamento basta guardare ai programmi che i due schieramenti dovranno mettere sul tavolo da qui al 2027.&nbsp;</p>



<p>Non sono più le componenti moderate a dettare la linea, ma le pulsioni più radicali ed esterne.</p>



<p>A destra, l’irrompere sulla scena del Generale Roberto Vannacci ha sdoganato un armamentario identitario ed autarchico che flirta apertamente con il modello civile della Russia di Putin.&nbsp;</p>



<p>Una deriva che toglie il respiro all’area sedicente liberale del centrodestra – da Forza Italia all&#8217;orbita Moratti – costretta all&#8217;eterno e rassegnato traino agli estremisti di coalizione.</p>



<p>A sinistra la situazione è speculare, se non più marcata.&nbsp;</p>



<p>Sotto la guida di Elly Schlein, il Partito Democratico sta completando una progressiva metamorfosi nel suo perfetto anagramma:&nbsp;DP, ovvero Democrazia Proletaria.&nbsp;</p>



<p>Più che un partito a vocazione maggioritaria, il Nazareno somiglia oggi a un&#8217;assemblea d&#8217;istituto che rimpiange i fasti della sinistra radicale di Nichi Vendola o, peggio, che si fa dettare l&#8217;agenda sociale ed economica da Maurizio Landini e quella sullo sviluppo da Angelo Bonelli.&nbsp;</p>



<p>In uno scenario ipotetico di governo del &#8220;Campo largo&#8221;, i Ministeri chiave potrebbero essere guidati da figure pronte a varare patrimoniali e blocchi alla crescita, il tutto condito dall&#8217;ambiguità strutturale sulla politica estera, sul sostegno all&#8217;Ucraina e sul riarmo europeo imposta dal veto di Giuseppe Conte.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le posizioni di Matteo Salvini sulla Russia sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte; l&#8217;antiamericanismo di Vannacci si specchia in quello di Alessandro Di Battista.</p>



<p>Gli estremi si toccano, i programmi diventano acrobazie ed i riformisti rimasti nel PD assistono sbalorditi ed inerti alla negazione dei principi fondanti del 2007, preferendo per pavidità girarsi dall&#8217;altra parte.</p>



<p>C’è molta vita dentro quella piccola fessura che divide il centrodestra dal centrosinistra, anche se il paradosso attuale è evidente: i poli maggiori, dove tutti la pensano in modo diverso, stanno insieme per fame di potere; al centro, dove tutti convengono sui medesimi valori e principi, si tende ancora a combattersi gli uni contro gli altri.</p>



<p>Lo abbiamo purtroppo visto qualche anno fa nelle “baruffe chiozzotte” fra Renzi e Calenda.</p>



<p>Eppure, qualcosa si muove. I</p>



<p>l recente successo di pubblico al Teatro Franco Parenti di Milano per l&#8217;iniziativa di<a href="http://europeisti.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Europeisti.eu&nbsp;</a>dimostra che la domanda politica per un&#8217;alternativa di mercato, pro-Ucraina, e seriamente federalista, esiste ed è trasversale.&nbsp;</p>



<p>Ma la vera novità geopolitica del centro è il movimento tellurico generato da alcune figure femminili della sinistra riformista che hanno rifiutato la sottomissione al bipopulismo.</p>



<p>L&#8217;uscita dal PD di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha impresso una scossa salutare.&nbsp;</p>



<p>Il suo&nbsp;Spazio Pubblico&nbsp;– esplicito richiamo alla&nbsp;Place Publique&nbsp;con cui Raphaël Glucksmann sta sfidando in Francia sia il lepenismo sia il populismo della gauche di Mélenchon – si candida ad essere la miccia per una nuova aggregazione.&nbsp;</p>



<p>Attorno a quel palco si incrociano destini e strade diverse: Picierno con la sua nuova creatura, Marianna Madia (approdata da indipendente nell&#8217;alveo riformista), Elisabetta Gualmini (approdata in Azione), fino a Lia Quartapelle e Simona Malpezzi che resistono nel PD esprimendo un malessere non più occultabile.</p>



<p>È la dimostrazione plastica che il recinto del centrosinistra Schlein-Conte non è più inclusivo.&nbsp;</p>



<p>Chi crede nell&#8217;Occidente e nell&#8217;integrazione europea non può convivere con l&#8217;ambiguità morale di fronte alle autocrazie.</p>



<p>In questo schema in pieno movimento, la posizione di Matteo Renzi resta l&#8217;incognita più fluida. Dopo il fallimento del Terzo Polo alle Europee, il leader di Italia Viva ha scelto la strada del &#8220;gregario fedele&#8221; nel centrosinistra per pura tattica di sopravvivenza.&nbsp;</p>



<p>Una scelta legittima, che lo ha costretto però a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista del Campo largo, senza riuscire a farsi accettare né dai grillini (che continuano a porre veti) né dal PD.&nbsp;</p>



<p>Ma la fluidità politica di Renzi è nota: difficilmente si farà contenere e ridimensionare da Schlein e Bettini da qui alle prossime elezioni politiche.</p>



<p>Il vero nodo, semmai, riguarda la capacità delle forze autenticamente terze, a cominciare da Azione di Carlo Calenda, dal neonato Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, e dalle reti liberal-socialiste,&nbsp;&nbsp;di superare una volta per tutte i personalismi e gli egoismi di vertice,&nbsp;</p>



<p>lavorando per un centro forte che provi ad intercettare quel&nbsp;10% di elettorato&nbsp;moderato orfano e spaventato.</p>



<p>Perché vedete, a differenza del Centro destra e del Campo Largo, costretti a nascondere sotto il tappeto le proprie contraddizioni su tasse, giustizia e soprattutto collocazione internazionale, le forze liberaldemocratiche ed europeiste non devono fare sacrifici programmatici drammatici.&nbsp;</p>



<p>Un programma comune tra Calenda, Marattin, Picierno ed i radicali a mio avviso si potrebbe scrivere in un pomeriggio, senza&nbsp;&nbsp;dover propinare agli elettori &#8220;balle spaziali&#8221; frutto di mediazioni all’ultima virgola.</p>



<p>Certo non è ancora tutto rose e fiori, il quadro è forse&nbsp;&nbsp;ancora confuso, frammentato e appesantito da vecchi rancori ed ego smisurati.</p>



<p>Ma se si pensa che il destino di questo Paese non possa essere ridotto al ballottaggio perpetuo tra il sovranismo di Vannacci e il massimalismo della nuova &#8220;Democrazia Proletaria&#8221;, allora l&#8217;uscita di sicurezza dal Dio bipopulista va aperta adesso.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è ancora tempo per costruire una vera alternativa, e da qualche parte bisogna pure cominciare.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Messina, Orcel, e l’ “articolo quinto”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:37:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è una domanda, apparentemente fuori contesto, ma in realtà cruciale, che&#160;&#160;mi ronza in testa osservando l&#8217;attuale frenetico risiko bancario italiano:&#160;ma alla fin fine, c’è poi così tanta differenza fra la politica e gli affari?&#160; O, per dirla meglio:<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è una domanda, apparentemente fuori contesto, ma in realtà cruciale, che&nbsp;&nbsp;mi ronza in testa osservando l&#8217;attuale frenetico risiko bancario italiano:&nbsp;ma alla fin fine, c’è poi così tanta differenza fra la politica e gli affari?&nbsp;</p>



<p>O, per dirla meglio: le caratteristiche di un grande politico&nbsp;sono le stesse&nbsp;di un grande banchiere?</p>



<p>Di&nbsp;primo acchito potrebbe sembrare una provocazione retorica.&nbsp;</p>



<p>Eppure, proviamo a grattare la superficie.&nbsp;</p>



<p>Cosa differenzia un “politico di razza” da un banale “politicante”, buono solo per alzare la mano a comando in Parlamento?&nbsp;</p>



<p>La risposta è semplice: la&nbsp;visione.&nbsp;</p>



<p>Un politico vero è colui che riesce a guardare ed a vedere il domani; il politicante ha lo sguardo mestamente ripiegato sulle prossime elezioni.&nbsp;</p>



<p>È la differenza che passava tra Winston Churchill – che sotto le bombe naziste vedeva già la vittoria – e coloro che, terrorizzati dal presente, imploravano un umiliante accordo con Hitler.</p>



<p>Per come la vedo io, nel mondo degli affari e dell’alta finanza&nbsp;&nbsp;la genetica del comando è identica.&nbsp;</p>



<p>Senza le visioni profetiche di Steve Jobs, oggi non avremmo in tasca uno smartphone.&nbsp;</p>



<p>Allo stesso modo, i grandi Banchieri non sono semplici contabili con la cravatta buona: sono figure capaci di vedere equilibri geopolitici e finanziari ancora di là da venire.</p>



<p>Prendiamo il caso di cui di dibatte in questi giorni: quello del Monte dei Paschi di Siena.&nbsp;</p>



<p>Non serve&nbsp;&nbsp;che mi soffermi troppo sui dettagli dell’Opas da 30 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo ed Unipol.&nbsp;</p>



<p>Quella partita, piaccia o meno ai senesi o all&#8217;Amministratore delegato Lovaglio, a mio modesto avviso, è virtualmente chiusa.&nbsp;</p>



<p>Il motivo è brutale ma pragmatico: quando un gigante ti mette sul tavolo oltre 30 miliardi&nbsp;<em>cash</em>, o hai la forza di rilanciare a 35, oppure abbozzi.&nbsp;</p>



<p>Ci si può incazzare, ci si può appellare alla storia, alle radici senesi ed alle tradizioni secolari, ma più in là non si va.&nbsp;</p>



<p>È il famoso&nbsp;“articolo quinto” di Cucciana memoria: chi ha i soldi in mano ha vinto.</p>



<p>Ma la vera politica-finanziaria di razza – quella che cambia i destini economici di una nazione – adesso&nbsp;&nbsp;la si vede muovendo lo sguardo oltre Siena, verso Trieste.&nbsp;</p>



<p>La notizia bomba lanciata dal principale quotidiano economico italiano, e rilanciata dalle Agenzie, è di quelle che ridisegnano le mappe<strong>:&nbsp;</strong>Andrea Orcel, il timoniere di Unicredit, avrebbe tentato la mossa del cavallo su Assicurazioni Generali, offrendo alla holding Delfin (la cassaforte dei Del Vecchio) uno scambio azionario per rilevare il loro 10% del Leone.</p>



<p>L’operazione sulla carta sarebbe dirompente; ai valori di mercato attuali si&nbsp;&nbsp;tradurrebbe in circa il 5% del capitale di Unicredit in cambio del pacchetto Generali.</p>



<p>Per Andrea Orcel il risultato sarebbe rilevante: la partecipazione di Unicredit in Generali si assesterebbe a ridosso della soglia del 20%, trasformandola in uno degli azionisti dominanti della compagnia triestina.</p>



<p>Delfin, invece, diventerebbe il primo azionista della stessa Unicredit con una quota vicina all’8%.</p>



<p>Certo, pare che Delfin per ora avrebbe risposto &#8220;no grazie&#8221; (i Del Vecchio sarebbero al momento interessati più alla liquidità che ad ulteriori pacchetti azionari), ma il segnale politico-finanziario è stato lanciato.&nbsp;</p>



<p>Ed è un segnale di una lungimiranza straordinaria.</p>



<p>Perché sappiamo tutti che Generali non è una semplice compagnia di assicurazioni.&nbsp;</p>



<p>Con oltre 40 miliardi di Btp in portafoglio ed il controllo del risparmio degli italiani,&nbsp;Generali è il cuore pulsante del capitalismo tricolore<strong>.</strong></p>



<p>In altre parole chi controlla Generali, controlla la stabilità finanziaria del Paese.</p>



<p>Spero vi siate resi conto che a questo livello la finanza diventa alta politica.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;attivismo di Orcel su Trieste non è un semplice dispetto a Carlo Messina (Intesa).&nbsp;</p>



<p>Al contrario, nel gergo romano dei corridoi finanziari, sta prendendo corpo il cosiddetto&nbsp;&#8220;patto della cacio e pepe&#8221;, prendendo spunto dal fatto che sia Carlo Messina che Andrea Orcel sono “romani de Roma”.</p>



<p>E qual’ è la grande idea della “cacio e pepe”?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Una strategia in cui nessuno comanda da solo, tutti sono presenti, ed i pesi si bilanciano reciprocamente.&nbsp;</p>



<p>Una Generali presidiata da due soci forti (Intesa ed Unicredit a specchio), con la benedizione di Delfin, toglierebbe le castagne dal fuoco a tutti.&nbsp;</p>



<p>Darebbe vita ad una fortezza inattaccabile dagli appetiti stranieri, senza che nessuno debba consolidare il rischio nei propri bilanci.</p>



<p>In fondo, una parte del mercato ritiene da tempo possibile questa forma di coabitazione tra i due grandi gruppi bancari attorno a Generali.&nbsp;</p>



<p>Lo confermano le stesse dichiarazioni di Carlo Messina: ciò che interessa a Intesa non è una faticosa e politicamente complessa scalata assicurativa, ma il solido contributo economico e patrimoniale che il Leone può garantire.&nbsp;</p>



<p>È la realpolitik finanziaria al suo meglio: massima resa col minimo rischio di rigetto da parte delle Authority.</p>



<p>A ben rifletterci questo scenario di coabitazione conviene a tutti, in primis a mio avviso ad Intesa Sanpaolo.&nbsp;</p>



<p>Ecco perché:</p>



<p><strong>Il bando dell&#8217;Ivass:</strong>&nbsp;L&#8217;autorità di vigilanza sulle Assicurazioni, per bocca del presidente Paolo Angelini, ha già avvertito che i presupposti prudenziali verranno esaminati col lentino.</p>



<p><strong>Il nodo della concorrenza:</strong>&nbsp;Intesa, tramite l&#8217;operazione Mps, si troverà a controllare Mediobanca (e quindi il 13,2% di Generali). Ma Intesa ha già la sua&nbsp;Intesa Vita. Diventare il padrone assoluto del suo principale concorrente (Generali) aprirebbe un caso gigantesco di Antitrust e Vigilanza.</p>



<p>E la politica romana, quella dei palazzi governativi?&nbsp;</p>



<p>Giorgia Meloni si schermisce, dichiara a margine del G7 che il governo&nbsp;&#8220;non ha alcun ruolo<em>&#8220;</em>&nbsp;e guarda con distacco le dinamiche di mercato.</p>



<p>Ma credetemi che si tratta di un “finto disinteresse diplomatico”.&nbsp;</p>



<p>Il dossier Assicurazioni Generali era, è, e resterà eminentemente politico.</p>



<p>Da un lato c’è la necessità di blindare l’&#8221;italianità&#8221; degli asset rispetto alle mire straniere (si veda il Banco BPM spinto dall&#8217;Agricole), dall&#8217;altro c&#8217;è la scaltrezza geopolitica di Orcel.&nbsp;</p>



<p>Il Ceo di Unicredit sta giocando una partita difficilissima in Germania su Commerzbank, scontrandosi con i nazionalismi di Berlino.&nbsp;</p>



<p>Comprare pezzi di Generali e stringere patti di ferro in Italia serve ad Orcel per&nbsp;diversificare il rischio politico tedesco: se la partita a Francoforte si fa troppo dura, Unicredit riafferma la sua centralità indiscussa nel sistema Italia.</p>



<p>E credetemi che, qualora Messina ed Orcel trovassero la quadra sulle Generali (Delfin permettendo) a quel punto a Roma riscoprirebbero l’”italianità” di Unicredit, negata al tempo della Golden Power sull’operazione Banco Bpm.</p>



<p>Torniamo allora alla domanda iniziale: c&#8217;è differenza tra politica e affari?&nbsp;</p>



<p>No, quando si parla di livelli così alti.</p>



<p>Il politicante aspetta il voto di domani, il banchiere mediocre guarda il bilancio del trimestre.&nbsp;</p>



<p>Ma il politico di razza ed il grande banchiere guardano lo scacchiere a dieci anni.&nbsp;</p>



<p>La mossa di Unicredit su Generali, incastrata perfettamente nell&#8217;asse Intesa-Mps, dimostra che la finanza italiana sta provando a scrivere il proprio futuro prima che qualcuno da fuori decida di scriverlo al posto suo.&nbsp;</p>



<p>E lo fa applicando l&#8217;unica vera legge che la politica e gli affari condividono da sempre:&nbsp;creare un equilibrio di potere così solido da rendersi indispensabili.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Se lo avesse fatto la destra, apriti cielo. Ma lo Sceriffo è rosso e nessuno fiata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 10:16:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è un vecchio adagio della politica italiana, mai passato di moda, secondo cui un provvedimento non si giudica quasi mai per la sua sostanza, ma quasi sempre dal colore politico di chi lo firma.L’ultimo, clamoroso esempio di questa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è un vecchio adagio della politica italiana, mai passato di moda, secondo cui un provvedimento non si giudica quasi mai per la sua sostanza, ma quasi sempre dal colore politico di chi lo firma.<br>L’ultimo, clamoroso esempio di questa perenne asimmetria arriva da Salerno, dove Vincenzo De Luca, appena rieletto Sindaco per la quinta volta — e per di più senza il sostegno esplicito di alcun partito ufficiale —, ha rimesso piede a Palazzo di Città dettando immediatamente la sua agenda.<br>Niente pacche sulle spalle, niente melina istituzionale: al primo giorno utile, la sua giunta ha varato il NOS, il Nucleo Operativo di Sicurezza.<br>Una ventina di &#8220;super vigili&#8221; urbani, pronti a operare anche in abiti civili, flessibili negli orari e, soprattutto, coordinati direttamente dal Sindaco.<br>L’obiettivo dichiarato del NOS tocca tutti i tasti più sensibili della percezione di sicurezza dei cittadini: contrasto al degrado urbano ed alla microcriminalità, ai parcheggiatori abusivi, allo spaccio, all&#8217;accattonaggio molesto, fino al monitoraggio degli irregolari per facilitarne l&#8217;espulsione e all&#8217;applicazione dei Daspo urbani.<br>Ora, proviamo per un attimo a fare un esercizio di fanta-politica.<br>Immaginiamo che un sindaco di centrodestra, magari in una città del Nord, si fosse presentato al primo consiglio comunale istituendo un corpo speciale di polizia locale ai suoi ordini diretti, parlando di &#8220;blitz&#8221;, di caccia ai parcheggiatori abusivi e di espulsioni dei clandestini.<br>Con ogni probabilità, a quest&#8217;ora le piazze sarebbero piene di cortei, i talk-show griderebbero alla &#8220;svolta autoritaria&#8221;, allo &#8220;stato di polizia locale&#8221;, all’ICE di Salerno, e alla militarizzazione del territorio.<br>Si sprecherebbero i fiumi d&#8217;inchiostro per denunciare una deriva populista e securitaria.<br>Ma a Salerno governa Vincenzo De Luca.<br>Un progressista, certo, ma decisamente sui generis, eretico per definizione e da sempre allergico ai canoni del politicamente corretto ed alle liturgie del Nazareno (le sue frizioni con la segreteria Schlein sul terzo mandato regionale ne sono state la prova lampante).<br>E così, il provvedimento passa quasi sotto silenzio nel dibattito nazionale, o viene derubricato a folklore meridionale, a espressione di quel &#8220;modello De Luca&#8221; che fa della concretezza muscolare il suo tratto identitario.<br>La verità che questo episodio sbatte in faccia alla sinistra dogmatica è che la richiesta di sicurezza, di decoro e di contrasto alla microcriminalità non è né di destra né di sinistra: è semplicemente un bisogno primario delle comunità.<br>Quando i cittadini lamentano i cantieri infiniti, le corse notturne in moto che disturbano il sonno, o gli episodi di degrado nei giardini pubblici, gli scippi o le violenze alle persone, non stanno chiedendo un manifesto ideologico; chiedono che qualcuno intervenga.<br>E De Luca, piaccia o meno, ha costruito il suo ultra-trentennale consenso (ripeto è al suo quinto mandato di Sindaco di Salerno) proprio sulla capacità di intercettare questa domanda con il linguaggio della perentorietà e dell&#8217;ordine.<br>Resta da chiedersi se la personalizzazione estrema del controllo del territorio e l&#8217;istituzione di &#8220;reparti speciali&#8221; alle dirette dipendenze del Primo Cittadino siano la risposta strutturale corretta, o se non rischino di scavalcare i normali canali istituzionali.<br>Ma nel frattempo, mentre la politica romana si avvita in discussioni teoriche, lo &#8220;Sceriffo&#8221; è tornato in strada, tra i cantieri e i lungomari di Salerno.<br>E i suoi concittadini, a quanto pare, continuano a dargli ragione.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il declino dei Mullah ed il doppio tradimento del popolo iraniano</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 07:26:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Mentre le diplomazie internazionali si apprestano a celebrare un cessate il fuoco nel Golfo, un&#8217;illusione ottica rischia di sviare lo sguardo dell&#8217;Occidente.&#160; Si tende a guardare alla firma dei trattati come ad un punto di ripristino, o ad<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Mentre le diplomazie internazionali si apprestano a celebrare un cessate il fuoco nel Golfo, un&#8217;illusione ottica rischia di sviare lo sguardo dell&#8217;Occidente.&nbsp;</p>



<p>Si tende a guardare alla firma dei trattati come ad un punto di ripristino, o ad una stabilizzazione dello status quo.&nbsp;</p>



<p>Ma la realtà geopolitica interna all’Iran&nbsp;&nbsp;racconta una storia drammaticamente diversa.&nbsp;</p>



<p>C’è un elemento che nessun accordo di Lucerna potrà cancellare, e che rappresenta, paradossalmente, la sola eredità palpabile di questi mesi tragici: la Repubblica Islamica dell’Iran non esiste più nella forma in cui è sopravvissuta per quasi mezzo secolo.&nbsp;</p>



<p>In altri termini, chi oggi governa a Teheran ha completato una mutazione genetica irreversibile.&nbsp;</p>



<p>Non siamo più di fronte ad una teocrazia classica, fondata sull’alleanza organica e simmetrica tra il clero sciita e l’apparato militare.&nbsp;</p>



<p>Quella formula, inaugurata nel 1979 da Khomeini, è tramontata sotto il peso dei recenti e sanguinosi sommovimenti, e infine della guerra.&nbsp;</p>



<p>Come evidenziato anche da recenti analisi dell&#8217; Economist, siamo di fronte ad uno smottamento epocale che sta neutralizzando il ruolo dei Mullah in favore dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione).&nbsp;</p>



<p>In altre parole, con la morte di Alì Khamenei, a cui è succeduto il figlio Mojtaba, il regime appare ora meno dipendente da un&#8217;unica figura, e più affidato ad una rete di attori interconnessi, e con interessi comuni; in quello che gli addetti ai lavori&nbsp;&nbsp;vedono come un passaggio da un sistema dominato dai chierici ad una struttura di potere più incentrata appunto&nbsp;&nbsp;sul Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC)&nbsp;</p>



<p>Oggi l&#8217;Iran è una dittatura militare che si nasconde dietro una finzione religiosa: i militari comandano, il clero legittima.</p>



<p>Badate che non è solo una distinzione teorica.&nbsp;</p>



<p>Un regime che ha ucciso decine di migliaia dei propri cittadini in quarantotto ore, che ha spento internet, che ha deciso di sparare sulla folla in tutti e 31 i vilayat simultaneamente, è un regime che non governa per consenso e non può più fingere di farlo.&nbsp;</p>



<p>La base di consenso che i preti della Repubblica Islamica avevano cercato di coltivare – il nazionalismo religioso, la narrativa antiimperialista, la rete di welfare dei Pasdaran – è stata erosa dall’inflazione, dalla corruzione, ed infine dal sangue di piazza.</p>



<p>Un regime che ha l’ostilità attiva di parte della propria popolazione prima o poi finisce.&nbsp;</p>



<p>La storia non offre eccezioni a questa regola: non la offriva all’Urss, non la offriva alla Romania di Ceaușescu, non la offrirà all’Iran dei Pasdaran.&nbsp;</p>



<p>Ma quella fine non sarà merito di Trump, che ha abbandonato il processo di cambio di regime interno quando era più vicino che mai, e ha poi di fatto consolidato il blocco militare contrattando con esso un accordo internazionale che ne certifica la sopravvivenza.</p>



<p>I segnali di questa frattura interna al Paese arrivano proprio dalla città santa di Qom, dove i grandi ayatollah assistono impotenti all’inaccessibilità di Mojtaba Khamenei.&nbsp;</p>



<p>Un isolamento, quello della Guida Suprema, tanto più doloroso in considerazione del fatto che, nel frattempo, egli parrebbe mantenere un filo diretto esclusivo proprio con i Pasdaran.&nbsp;</p>



<p>La lunga cavalcata dei Guardiani della Rivoluzione, iniziata nelle trincee della guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta, sembra aver infine espugnato il cuore del sistema khomeinista.</p>



<p>Eppure, se la transizione da teocrazia a giunta militare è ormai evidente, resta da capire da chi a chi passerà lo scettro.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi anni di conflitto, infatti, l’élite dei Pasdaran è stata squassata dalla guerra.&nbsp;</p>



<p>I veterani, amici e compagni d’armi del famigerato Qassem Suleimani, sono caduti come birilli.&nbsp;</p>



<p>Uomini chiave come Hossein Salami, Amir Ali Hajizadeh e Hossein Bagheri — rivoluzionari della prima ora, nati a ridosso degli anni Sessanta, forgiati dall’ideologia e dai campi di battaglia — sono stati eliminati da attacchi mirati degli israeliani.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Senza queste figure storiche che sono partite dal nulla per costruire l&#8217;impero economico e militare del regime, è difficile immaginare come si strutturerà la leadership alternativa del Paese.</p>



<p>In questo momento, la calma generale che sembra respirarsi in superficie può essere fuorviante.&nbsp;</p>



<p>La storia insegna che nei Paesi che hanno vissuto la Primavera araba ci sono voluti decenni perché l’ampio divario tra il popolo e la leadership si trasformasse in un grande incendio; ma quando è scoppiato, si è esteso ovunque in un istante.&nbsp;</p>



<p>Consapevoli di questa fragilità sotterranea, in assenza di disordini diffusi (dopo veri e propri massacri), gli intellettuali riformisti iraniani si stanno concentrando sul tentativo di influenzare il &#8220;giorno dopo&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Nelle ultime settimane, specialmente sui media legati all&#8217;area riformista, si è delineato un dibattito attorno ad una domanda essenziale: cos’è l’Iran oggi e cosa dovrebbe diventare dopo la guerra?</p>



<p>La risposta immediata è purtroppo amara.&nbsp;</p>



<p>Alla fine della guerra voluta dal duo Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il regime teocratico-militare iraniano non solo non è crollato, ma per molti versi si è rafforzato, potendo sventolare la bandiera della resistenza contro il &#8220;Grande e Piccolo Satana&#8221;.&nbsp;</p>



<p>A pagarne il prezzo più alto sarà il popolo iraniano ed, in particolare, la sua parte più progredita ed aperta: quella straordinaria società civile, protagonista di movimenti oceanici come “Donna, Vita, Libertà”, che ha posto al centro del proprio agire i diritti sociali, politici e civili, nella sfera pubblica come in quella privata.</p>



<p>Queste donne e questi uomini sono stati doppiamente traditi dal cosiddetto &#8220;mondo libero&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Il primo tradimento è avvenuto ieri, quando le democrazie occidentali hanno evitato di sostenere con forza la loro battaglia di libertà, sacrificandola sull&#8217;altare di interessi economici, petroliferi e geopolitici, calpestando i principi universali di cui l&#8217;Onda Verde iraniana si era fatta interprete a rischio della vita.&nbsp;</p>



<p>Il secondo tradimento si consuma oggi, con una guerra che ha finito per regalare al regime la narrativa perfetta per rinsaldare il proprio potere interno.</p>



<p>Del rispetto dei diritti umani non vi è traccia nelle bozze di memorandum che circolano in queste ore.</p>



<p>Non è un caso, è la conferma di una lezione ricorrente nella storia del Medio Oriente: i falchi si possono fare una guerra spietata, ma la guerra stessa li legittima reciprocamente, li tiene assieme e li mantiene al centro della scena.&nbsp;</p>



<p>I falchi volano sempre in coppia nei cieli imbarbariti della regione.&nbsp;</p>



<p>Un intero popolo è stato sacrificato sull&#8217;altare di una cinica mossa geopolitica, con la piena soddisfazione dei teocrati di Teheran e di una nuova casta di generali arricchitasi sulla pelle dei cittadini.&nbsp;</p>



<p>Ma sotto la cenere dell&#8217;accordo, il fuoco della faglia insanabile tra la società civile e la dittatura militare mi auguro continui a covare.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>L’Europa scopre l’acqua calda, e le sinistre cadono dal pero</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 07:24:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ce l&#8217;hanno fatta. Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alla nuova normativa sui rimpatri: centri di detenzione extra-UE e perquisizioni domiciliari.&nbsp;</p>



<p>Il tutto approvato grazie all&#8217;asse tra conservatori ed estrema destra, con l’aggiunta di qualche voto sparso di eurodeputati di sinistra che,&nbsp;evidentemente, hanno preferito la realtà al catechismo di partito.</p>



<p>A&nbsp;Palazzo Chigi stappano lo spumante: il Governo Meloni rivendica orgogliosamente di aver &#8220;cambiato l&#8217;Europa&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Ma, ad essere onesto, dei dettagli tecnici della legge o dei balletti propagandistici della maggioranza, in questa sede, me ne importa assai poco.</p>



<p>Il vero punto è un altro. È quella sottile, impagabile ed un po&#8217; amara soddisfazione di poter dire, per l&#8217;ennesima volta:&nbsp;avevo ragione.</p>



<p>Da anni, su queste colonne, vado ripetendo un concetto che persino un bambino delle elementari avrebbe compreso; vale a dire che l&#8217;immigrazione è&nbsp;<em>“IL”</em>&nbsp;tema su cui si gioca il destino e l&#8217;egemonia culturale dell&#8217;Europa.&nbsp;</p>



<p>Volenti o nolenti.</p>



<p>Quante volte ho scritto, consumando i polpastrelli sulla tastiera, che la politica delle &#8220;porte aperte&#8221; — propugnata dalle sinistre progressiste, dalle anime belle, dai professionisti del buonismo e dalle gerarchie ecclesiali — avrebbe fatalmente spinto gli elettorati europei nelle braccia delle destre?&nbsp;</p>



<p>Anche di quelle più retrive e impresentabili. Non lo ricordo più nemmeno io.</p>



<p>Ho perso il conto delle volte in cui ho avvertito che le ONG non erano la soluzione, ma il sintomo di una clamorosa abdicazione dello Stato.&nbsp;</p>



<p>I progressisti avrebbero dovuto abbandonare da tempo i dogmi dell&#8217;accoglienza indiscriminata per confrontarsi con una realtà banale: i cittadini rifiutano la presenza dei clandestini ed il degrado nelle nostre città.</p>



<p>Invece no. Chiunque osasse sollevare il problema veniva liquidato con l&#8217;infame bollino di &#8220;razzista&#8221;.&nbsp;</p>



<p>E oggi, qual è il risultato?&nbsp;</p>



<p>Francia, Germania, Danimarca, Inghilterra,&nbsp;&nbsp;i Paesi del Nord e dell’ Est Europa si stanno fatalmente spostando a destra.&nbsp;</p>



<p>Se l&#8217;obiettivo politico delle anime belle era portare ad essere primi partiti formazioni come l&#8217;AfD in Germania od il Rassemblement National in Francia, beh, allora complimenti e figli maschi.&nbsp;</p>



<p>Hanno fatto un capolavoro.</p>



<p>Oggi le elezioni in Europa le vince chi egemonizza le emozioni popolari.&nbsp;</p>



<p>E l&#8217;emozione più forte, piaccia o meno ai salotti radical-chic, è la paura di perdere la propria sicurezza e la propria identità.&nbsp;</p>



<p>Negarlo significa lasciare praterie al populismo più becero.</p>



<p>La narrazione della destra ha gioco facile perché si nutre di fatti che la sinistra si ostina a cancellare dall&#8217;inquadratura:</p>



<p><strong>La violenza nelle strade:</strong>&nbsp;Le recenti rivolte di Belfast non nascono dal nulla, ma dall&#8217;accoltellamento crudo di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese. A Londra i &#8220;crimini da taglio&#8221; superano i 15.000 casi all&#8217;anno e oltre un terzo degli omicidi è legato alle gang.</p>



<p><strong>Il terremoto demografico:</strong>&nbsp;A Bruxelles il 74,3% della popolazione ha origini straniere (l&#8217;88% se consideriamo gli under 18). Ad Amsterdam i giovani nati da famiglie native olandesi sono ormai una minoranza.</p>



<p>Avere una popolazione in maggioranza non nativa non è una catastrofe in sé, sia chiaro.&nbsp;</p>



<p>Ma ignorare la dimensione epocale di questo fenomeno, mentre la natalità &#8220;indigena&#8221; crolla verticalmente, non è coerenza: è rimozione psichiatrica.</p>



<p>Siamo lontani anni luce dai tempi dei primi sbarchi degli albanesi in Puglia, quando Brindisi accoglieva le navi con le bande musicali ed i fiori.&nbsp;</p>



<p>Quel sentimento popolare è finito.&nbsp;</p>



<p>È evaporato sotto i colpi della realtà.&nbsp;</p>



<p>E desiderare che una città od un paese conservino i propri tratti distintivi e la propria continuità culturale&nbsp;non è un atto di razzismo; è un legittimo sentimento umano.</p>



<p>Sia l&#8217;Illuminismo liberale che il Marxismo ci hanno abituati a pensare che tutto si riduca all&#8217;economia ed alla razionalità.&nbsp;</p>



<p>Ma l&#8217;identità sociale — quel grumo invisibile di appartenenze, fedi, tradizioni e paure — è molto più potente del portafoglio.&nbsp;</p>



<p>E se la sinistra non capisce questo, ha perso la partita in partenza.</p>



<p>Io sono convinto che sia necessario fissare alcuni principi fermi.&nbsp;</p>



<p>Il punto di partenza, non negoziabile, è l&#8217;umanità: prima di qualsiasi legge o burocrazia, se c&#8217;è una vita in pericolo in mare, la si salva. Punto. Questo è il nostro certificato di civiltà occidentale.</p>



<p>Subito dopo, però, scatta il realismo con la&nbsp;programmazione: basta sbarchi casuali gestiti dal caos. Dobbiamo fare come l&#8217;Australia, applicando un sistema a punti che favorisca l&#8217;ingresso regolare di chi serve davvero al Paese (medici, infermieri, operai specializzati), e privilegiando, per puro pragmatismo, flussi da culture più affini e integrabili, come fa la Spagna con l’America Latina.</p>



<p>Il terzo pilastro è la&nbsp;sicurezza, senza inutili giri di parole: se entri in casa d&#8217;altri e commetti reati gravi, perdi immediatamente il diritto di restarci e te ne vai. Uno Stato non può essere ostaggio di chi ne calpesta le leggi.</p>



<p>Infine, c&#8217;è la&nbsp;coesistenza delle regole: va benissimo la libertà di culto per tutti, ma i nostri valori non si toccano. Questo significa stop alle autocensure infantili (come nascondere il Natale per non &#8220;offendere&#8221; i bimbi musulmani) e tolleranza zero verso chi usa la religione per creare comunità separate che predicano l&#8217;odio contro l&#8217;Occidente.</p>



<p>In poche parole: accogliere chi serve e rispetta le regole, respingere chi delinque (se si preferisce il termine remigrare non mi scandalizzo). e pretendere che la nostra identità culturale venga rispettata.</p>



<p>In conclusione,&nbsp;sul fenomeno migratorio la sinistra deve ritrovare una connessione sentimentale con il sentire popolare.&nbsp;</p>



<p>Bisogna dare risposte più civili, più alte, mobilitando i migliori angeli della nostra natura, non i demoni della paura.</p>



<p>Se i progressisti continueranno a nascondere la testa sotto la sabbia per non spettinare i propri dogmi ideologici, l&#8217;onda populista diventerà uno tsunami.&nbsp;</p>



<p>Bisogna avere il coraggio di governare il fenomeno con realismo e fermezza.&nbsp;</p>



<p>Solo così si potrà salvare il bambino dell&#8217;integrazione utile, gettando via l&#8217;acqua sporca del buonismo ipocrita che ci sta consegnando ai peggiori demagoghi sulla piazza.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il dogma anti-occidentale ed il sangue di chi canta &#8220;Bella Ciao&#8221; in farsi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 07:49:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste una linea rossa oltre la quale l’analisi geopolitica cessa di essere pensiero critico e si trasforma in pura complicità morale.&#160; Per chiunque in Occidente si professi progressista o si riconosca nei valori della sinistra storica, quel limite è oggi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Esiste una linea rossa oltre la quale l’analisi geopolitica cessa di essere pensiero critico e si trasforma in pura complicità morale.&nbsp;</p>



<p>Per chiunque in Occidente si professi progressista o si riconosca nei valori della sinistra storica, quel limite è oggi drammaticamente rappresentato dall&#8217;atteggiamento verso la Repubblica Islamica dell&#8217;Iran.&nbsp;</p>



<p>Assistere al tentativo di giustificare, comprendere o relativizzare la ferocia del regime teocratico di Teheran costituisce un’acrobazia intellettuale che fa accapponare la pelle.</p>



<p>Eppure a quell&#8217;acrobazia assistiamo ormai quotidianamente nelle piazze, nei talk show e nei posizionamenti politici di certa sinistra, sia nostrana che europea.&nbsp;</p>



<p>Una sinistra che un tempo si batteva per i diritti civili, per l&#8217;emancipazione delle donne, per la libertà di espressione e di stampa, e che oggi, per una sorta di strabismo ideologico imperdonabile, si ritrova a balbettare di fronte a una delle teocrazie più oscurantiste e sanguinarie del pianeta.</p>



<p>E non sono io dirlo perché&nbsp;&nbsp;la natura oppressiva e criminale dei pasdaran e delle milizie&nbsp;<em>Basij</em>&nbsp;è documentata dall&#8217;ONU, da Amnesty e da Human Rights Watch. I manifestanti vengono colpiti deliberatamente alla testa e al collo; ex prigionieri descrivono torture e stupri sistematici; i Tribunali Rivoluzionari emettono condanne a morte basate sull&#8217;accusa teologica di&nbsp;<em>moharebeh</em>&nbsp;(inimicizia verso Dio).&nbsp;</p>



<p>Quando la violenza raggiunge il picco, il regime spegne Internet: il blackout digitale è l&#8217;ammissione stessa del massacro.</p>



<p>Questa ferocia non si ferma ai confini nazionali: foraggia il terrorismo di Hezbollah e Hamas e, sin dalla&nbsp;<em>fatwa</em>&nbsp;contro Salman Rushdie, processa i libri e condanna a morte i romanzieri.</p>



<p>Ma la doppia morale si consuma tutta qui, in questo cortocircuito logico: si è pronti a scendere in piazza – legittimamente – per denunciare ogni minima stortura, vera o presunta, delle democrazie occidentali, ma si diventa improvvisamente afoni, se non addirittura &#8220;comprensivi&#8221;, quando i diritti umani vengono calpestati dai nemici dell&#8217;Occidente.</p>



<p>L&#8217;Iran dei pasdaran, che impicca i dissidenti alle gru, che acceca i giovani che manifestano per la libertà,&nbsp;&nbsp;che perseguita ed uccide i gay, che reprime nel sangue il grido &#8220;Donna, Vita, Libertà&#8221;, viene quasi riabilitato in chiave anti-imperialista.&nbsp;</p>



<p>Come se il fatto di opporsi agli Stati Uniti e ad Israele potesse in qualche modo mondare i peccati di un regime che fa del terrore la propria unica ragione di sopravvivenza.</p>



<p>L&#8217;origine di questo abbaglio è un riflesso condizionato che viene dalla “guerra fredda”: l&#8217;antiamericanismo viscerale.&nbsp;</p>



<p>Secondo questa logica distorta, il nemico del mio nemico deve essere un mio alleato.&nbsp;</p>



<p>Siccome Teheran sfida Trump e Netanyahu, il regime viene arruolato d&#8217;ufficio nella &#8220;resistenza globale&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Ma questo non è pensiero critico; questo è&nbsp;cinismo geopolitico sulla pelle dei popoli.</p>



<p>Ed è qui che l&#8217;ipocrisia diventa intollerabile.&nbsp;</p>



<p>Perché mentre i giovani iraniani, le ragazze senza velo ed i ragazzi che sfidano i proiettili del regime nelle strade di Teheran, da anni intonano&nbsp;<strong><em>Bella Ciao</em></strong>&nbsp;in farsi come inno universale di liberazione dall&#8217;oppressore,la sinistra nostrana, che di quel canto ha fatto un monopolio identitario ed un feticcio da esibire ad ogni anniversario, gira la testa dall&#8217;altra parte.</p>



<p>Quei ragazzi rischiano la vita cantando il simbolo della Resistenza, mentre chi qui si professa &#8220;partigiano&#8221; della domenica preferisce non disturbare il manovratore teocratico, pur di non incrinare il dogma dell&#8217;anti-occidentalismo.</p>



<p>È il tramonto definitivo dell’illusione morale europea.&nbsp;</p>



<p>Quella retorica dei &#8220;puri&#8221;, dei proclami solenni nelle piazze indignate, crolla miseramente di fronte alla Realpolitik del pregiudizio.&nbsp;</p>



<p>Si assiste così al paradosso di un progressismo che, pur di non riconoscere le ragioni di Israele o del blocco occidentale, preferisce farsi compagno di strada, o utile idiota, dei regimi più retrivi.</p>



<p>Un&#8217;indulgenza che non è solo un errore di analisi geopolitica; è un vero e proprio fallimento morale.&nbsp;</p>



<p>Perché quando la difesa dei diritti diventa strabica e si applica a giorni alterni a seconda della convenienza ideologica, cessa di essere un valore universale e si trasforma in pura ipocrisia.</p>



<p>Sono certo che prima o poi&nbsp;la storia ci chiederà da che parte stavamo mentre in Iran venivano uccisi quei ragazzi che intonavano Bella Ciao.&nbsp;</p>



<p>E qualcuno avrà davvero il coraggio di rispondere che era troppo occupato a fare geopolitica da salotto contro Trump e Netanyahu per accorgerci del loro sangue?</p>



<p></p>
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		<title>Guerra del Golfo: l’illusione di Washington ed il nuovo ordine di Teheran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 07:47:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fare previsioni in geopolitica è un esercizio che ricorda da vicino l&#8217;antica arte degli auguri: scrutare il volo degli uccelli e trarne auspici, sapendo che ogni analisi resta valida solo fino al momento in cui non viene clamorosamente smentita dai<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Fare previsioni in geopolitica è un esercizio che ricorda da vicino l&#8217;antica arte degli auguri: scrutare il volo degli uccelli e trarne auspici, sapendo che ogni analisi resta valida solo fino al momento in cui non viene clamorosamente smentita dai fatti. Oggi, mentre i venti di guerra nel Golfo sembrano placarsi, la prudenza mi impone di non parlare di &#8220;pace&#8221;, bensì di una semplice, provvisoria &#8220;fine delle ostilità&#8221;.&nbsp;</p>



<p>I termini della tregua cambiano radicalmente a seconda che la narrazione provenga da Teheran o da Washington, ed è tutt&#8217;altro che difficile prevedere l&#8217;inizio di lunghe, estenuanti trattative, destinate forse a sfociare in un esito di tipo &#8220;coreano&#8221;: un conflitto congelato, una linea di demarcazione&nbsp;armata e nessuna reale risoluzione.</p>



<p>Eppure,&nbsp;al di là delle nebbie della propaganda, quello che oggi si riesce chiaramente a percepire, tra le pieghe della realtà, è il profilo di un profondo, irreversibile shock geopolitico.&nbsp;</p>



<p>Quella che si intravvede non è una&nbsp;<em>pax americana</em>, ma il trionfo politico della Repubblica Islamica, che si avvia a diventare il vero arbitro degli equilibri mediorientali dopo aver resistito a trentasette giorni di bombardamenti ed a&nbsp;&nbsp;quattro mesi di ostilità.&nbsp;</p>



<p>Quando una potenza dominante come gli Usa decide di battere in ritirata sotto la pressione di un conflitto logorante, il vuoto che si lascia alle spalle viene istantaneamente riempito da chi ha dimostrato di saper resistere.</p>



<p>C’è un vizio di fondo che accomuna le grandi potenze contemporanee quando cedono alla tentazione della protervia militare: la totale incapacità di ascoltare i propri consiglieri, soprattutto quelli in uniforme, e l&#8217;illusione che la superiorità tecnologica si traduca automaticamente in capitolazione politica dell’avversario.&nbsp;</p>



<p>Lo abbiamo visto in Europa con l’avventura di Vladimir Putin in Ucraina, finita in un ginepraio strategico.&nbsp;</p>



<p>Lo stiamo vedendo oggi in Medio Oriente, dove la guerra di Donald Trump contro l’Iran, nata sotto i vessilli dell’annientamento e della &#8220;massima pressione&#8221;, si sta spegnendo nel modo più paradossale: con una ritirata americana mascherata da accordo (una “calata di braghe” si sarebbe detto in altri tempi).</p>



<p>Al di là della retorica roboante della Casa Bianca, che cercherà di vendere l’imminente &#8220;lettera d’intenti&#8221; (ma conviene aspettare venerdì)&nbsp;&nbsp;ed i successivi 60 giorni di tregua e di trattative come un capolavoro negoziale, la nuda realtà dei fatti dice che Washington ed il suo alleato israeliano questa guerra l’hanno persa.</p>



<p>L’Iran ha subito danni pesanti, ma la sua dirigenza siede oggi al tavolo delle trattative consapevole di aver logorato la leva più importante degli Stati Uniti: la credibilità dell’uso della forza.&nbsp;</p>



<p>Non è un caso che il dossier su cui Teheran mostra più retinenza a cedere, persino più del nucleare (relativamente al quale&nbsp;sembra che l’America sia disposta a concedere che l’arricchimento dell’uranio resti in Iran”- Sic!),&nbsp;&nbsp;sia proprio la formalizzazione del suo nuovo status nello Stretto di Hormuz.&nbsp;</p>



<p>Attraverso la neonata Autorità dello Stretto (PGSA), l&#8217;Iran ha pubblicato una mappa in cui rivendica il controllo regolatorio su un tratto di mare che si estende in profondità nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti e dell&#8217;Oman, spingendosi fino a sud di Fujairah (Fujairah è fuori da Hormuz!)&nbsp;</p>



<p>Una mossa eversiva per l&#8217;ordine internazionale, che ha già spinto cinque Paesi del Golfo ad avvertire formalmente, tramite l&#8217;Organizzazione marittima internazionale (IMO), le compagnie di navigazione di non ottemperare a tali richieste.</p>



<p>Il nodo del controllo del Golfo non è un dettaglio geografico, né sarebbe una semplice tassa di passaggio.&nbsp;</p>



<p>Sarebbe la trasformazione di un bene comune globale, regolato dal diritto internazionale, in una dogana geopolitica privata e selettiva.&nbsp;</p>



<p>Se questo principio dovesse in qualche modo passare — consentendo all&#8217;Iran di decidere chi transita e chi paga, favorendo la flotta ombra cinese o i partner russo-asiatici, ed escludendo gli occidentali — crollerebbe il pilastro della libertà di navigazione su cui si regge il commercio mondiale.</p>



<p>Quindi non è un caso se il&nbsp;<strong>Ministro degli Esteri iraniano</strong>&nbsp;ha detto che l’intesa provvisoria includerebbe la riapertura dello Stretto, ma ha anche precisato che “il passaggio sicuro avverrà sotto&nbsp;<strong>sovranità iraniano-omanita”</strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cosa questo voglia dire lo vedremo presto, credetemi.&nbsp;</p>



<p>Capite bene a questo punto che, nonostante i bombardamenti, Teheran si ritroverebbe in mano uno strumento di coercizione strutturale che finora&nbsp;&nbsp;non aveva mai avuto.</p>



<p>Le indiscrezioni sulla rabbia e sul panico di Benjamin Netanyahu al termine di ogni recente colloquio telefonico con Donald Trump sono il sintomo plastico di questo cambio di paradigma.&nbsp;</p>



<p>Israele si ritrova davanti allo scenario più cupo della sua storia recente: un Iran con il regime intatto, e con le mani saldamente appoggiate sulla valvola di sfogo dell&#8217;economia mondiale.</p>



<p>Per lo Stato ebraico, questo congelamento rappresenta una sconfitta strategica esistenziale. Un Iran più ricco, legittimato forse dal nuovo &#8220;sistema dei pedaggi&#8221;, e protetto dall&#8217;ombrello politico e tecnologico di Mosca e Pechino, significa linfa vitale ininterrotta per l&#8217;intero &#8220;asse della resistenza&#8221;, da Hezbollah ad Hamas.&nbsp;</p>



<p>Significa, soprattutto, che Israele oggi è drammaticamente più solo.</p>



<p>Ma l&#8217;effetto più dirompente del passo indietro americano a mio avviso si consumerà sul piano delle alleanze arabe.&nbsp;</p>



<p>Gli Accordi di Abramo, l&#8217;ambizioso progetto diplomatico che avrebbe dovuto unire Israele e le Monarchie sunnite del Golfo in un unico fronte di contenimento anti-iraniano sotto l&#8217;egida statunitense, per me sono di fatto morti nelle acque di Hormuz.&nbsp;</p>



<p>La politica estera si fonda sulla credibilità della protezione: se la Superpotenza non è disposta a combattere per garantire la libertà di navigazione in un corridoio vitale, quell&#8217;ombrello cessa di esistere.&nbsp;</p>



<p>Di conseguenza i leader di Abu Dhabi, Ryad e Mascate dovranno trarre l&#8217;unica conclusione logica possibile: non ci si può più fidare di Washington.</p>



<p>Di fronte a un Iran che controlla i flussi e ridisegna i confini marittimi, la scelta per le capitali del Golfo non sarebbe più tra la resistenza e la resa, ma tra il pragmatismo ed il collasso economico.&nbsp;</p>



<p>Non deve sorprendere, allora, che Paesi come la Turchia, l’Iraq o la Corea del Sud stiano già negoziando intese temporanee con la PGSA, e che lo stesso Oman si trovi a discutere con Teheran formule di gestione dei servizi marittimi per istituzionalizzare il nuovo corso (di fatto per spartirsi i pedaggi pagati dalle navi).&nbsp;</p>



<p>Se questi saranno gli scenari, le monarchie del Golfo saranno costrette, una dopo l&#8217;altra, a cercare un accomodamento diplomatico con la Repubblica Islamica per mettere in sicurezza i propri oleodotti, i propri impianti industriali, e le proprie città.&nbsp;</p>



<p>Il fronte anti-iraniano si sta sfaldando sotto il peso della convenienza e della paura.</p>



<p>La storia è un&#8217;insegnante severa e ci ricorda che le paci frettolose, figlie della stanchezza o del calcolo elettorale, spesso gettano le basi per guerre ancora più feroci.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;errore che Trump si appresta a commettere evoca i fantasmi del 1919.&nbsp;</p>



<p>La pace di Versailles, che impose condizioni umilianti alla Germania senza smantellarne il potenziale revisionista, non fu una vera pace, ma, come disse il generale Foch, «un armistizio per vent&#8217;anni».&nbsp;</p>



<p>Il congelamento del conflitto che si profila oggi a Hormuz ha la stessa identica tara genetica: rimanda solo la crisi, forse consentendo a Teheran di utilizzare i miliardi dei pedaggi, ed il tempo del cessate il fuoco per ricostruire, con l&#8217;assistenza di Pechino e Mosca, i suoi arsenali di droni e missili balistici.</p>



<p>Per essere più chiaro: la credibilità non è un asset strategico astratto: è la valuta con cui si compra l’influenza globale. E The President l’ha spesa – per non comprare nulla.</p>



<p>Donald Trump probabilmente scommette sulla memoria corta dell&#8217;elettorato americano, e sulla tenuta di Wall Street nel breve periodo, convinto che una sconfitta geopolitica possa essere nascosta spostando l&#8217;attenzione mediatica su altri fronti, come Cuba, e che una tregua cinica basti a far scendere temporaneamente il prezzo del petrolio.&nbsp;</p>



<p>Ma la realtà che si profila all&#8217;orizzonte non si lascia addomesticare dalla propaganda.&nbsp;</p>



<p>Il Medio Oriente del dopo guerra probabilmente sarà un&#8217;arena permanentemente instabile, dove l&#8217;Iran detterà le regole e dove gli ex alleati dell&#8217;America si muoveranno in ordine sparso alla ricerca di garanzie che Washington non è più in grado di offrire.&nbsp;</p>



<p>Più che una ritirata, quella di Trump ha tutta l&#8217;aria di essere la firma sulla fine del secolo americano nella regione.</p>



<p></p>
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		<title>Israele dacci le armi. Il tramonto dell’illusione morale europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 07:24:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’era una volta l’Europa dei &#8220;puri&#8221;, quella delle piazze indignate, dei proclami solenni e delle lezioni magistrali di etica applicata alle relazioni internazionali. Un’Europa convinta, o forse illusa, che per neutralizzare le minacce del nuovo disordine globale bastasse<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’era una volta l’Europa dei &#8220;puri&#8221;, quella delle piazze indignate, dei proclami solenni e delle lezioni magistrali di etica applicata alle relazioni internazionali. Un’Europa convinta, o forse illusa, che per neutralizzare le minacce del nuovo disordine globale bastasse firmare un bando di embargo, voltare le spalle al partner scomodo di turno e lavarsi le mani in nome della superiore virtù continentale.&nbsp;</p>



<p>Ma la geopolitica, da che mondo è mondo, risponde a leggi decisamente meno celestiali e molto più ciniche.&nbsp;</p>



<p><em>«Poscia più che l’onor potè il digiuno»</em>, mi permetto di dire forzando un po&#8217; il Sommo Poeta; ed oggi, nel teatro di guerra globale del 2026, più che l’onore dei proclami può il digiuno di munizioni, tecnologia e sistemi di&nbsp;difesa aerea.</p>



<p>La retorica&nbsp;umanitaria, pur mossa dalle intenzioni più nobili e dal desiderio sincero di raccontare le complessità delle piazze europee, finisce inevitabilmente per infrangersi contro il muro d&#8217;acciaio della realtà militare.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;ultimo e più clamoroso esempio di questo brusco risveglio arriva dalla Slovenia.&nbsp;</p>



<p>Appena un anno fa, Lubiana veniva acclamata dai movimenti pacifisti e dalle sinistre europee ed italiche come il faro morale del Continente, primo ed unico Paese europeo ad aver decretato un embargo militare totale – sia in import che in export – nei confronti di Israele.&nbsp;</p>



<p>Dodici mesi dopo, con il cambio di Governo il dietrofront è totale: il messaggio recapitato a Gerusalemme, spogliato del linguaggio diplomatico, suona come un grottesco&nbsp;<em>«scusate, abbiamo scherzato»</em>.&nbsp;</p>



<p>Il bando è stato cancellato e le forze slovene sono tornate a bussare alla porta delle aziende israeliane per acquistare le armi necessarie alla propria sopravvivenza strategica.</p>



<p>Ma se la Slovenia ha dovuto cedere pubblicamente, c’è chi come la Spagna ha scelto la via, decisamente più ipocrita, del purismo di facciata e degli affari sotterranei.&nbsp;</p>



<p>Il governo di Pedro Sánchez ha messo in scena un imponente teatro dei princìpi: ha stracciato contratti milionari con la israeliana Rafael per i missili anticarro Spike LR2 e per i pod di targeting Litening 5, ed ha persino cancellato un accordo da oltre 800 milioni con Elbit per i lanciarazzi Puls.&nbsp;</p>



<p>Un trionfo politico ad uso e consumo delle piazze interne, se non fosse per un piccolo, decisivo dettaglio: la Spagna non si è affatto disconnessa dalla tecnologia israeliana.&nbsp;</p>



<p>Ha semplicemente scelto di aggirare l&#8217;embargo tramite la triangolazione.&nbsp;</p>



<p>Ha prima salvato la filiera Airbus, poiché i componenti di Gerusalemme sono letteralmente insostituibili per l&#8217;aviazione ed i droni di Madrid, e poi ha ordinato gli stessi identici missili Spike ad Eurospike, un consorzio italo-tedesco controllato al venti per cento proprio dalla Rafael.&nbsp;</p>



<p>Risultato? La Spagna si difende con la tecnologia israeliana, pagandola però molto di più pur di averla sotto un rassicurante brand tedesco.&nbsp;</p>



<p>I proclami restano al popolo, gli affari e la sicurezza viaggiano sottotraccia.</p>



<p>La verità che l’Europa fatica ad accettare è che il Vecchio Continente, da solo, è strategicamente nudo.&nbsp;</p>



<p>La guerra moderna è mutata radicalmente, e per combatterla servono software, sistemi di intelligence ed armamenti d’avanguardia che l’industria europea, soffocata da anni di tagli e burocrazia, non è in grado di produrre.&nbsp;</p>



<p>Mentre il Pentagono valuta di ridurre il numero di caccia stanziati in Europa, la difesa dei cieli europei si poggia interamente su un mosaico composto dai Patriot americani e dai sistemi israeliani.&nbsp;</p>



<p>Dai sistemi di protezione attiva Trophy montati sui carri armati Leopard tedeschi e Challenger britannici, fino ai sistemi anti-drone e ai pod di targeting che guidano i jet di mezza Europa, la firma tecnologica dello Stato ebraico è ovunque.&nbsp;</p>



<p>Non si tratta di una scelta politica, ma di una necessità tecnica: Israele combatte simultaneamente su sette fronti contro droni iraniani, missili cinesi e sistemi di difesa russi.&nbsp;</p>



<p>Ha dovuto innovare per non soccombere, accumulando un vantaggio tecnologico che oggi la rende indispensabile.</p>



<p>In questo scenario di realismo geopolitico si inserisce anche la complessa evoluzione dell’industria bellica ucraina.&nbsp;</p>



<p>Nata dalle ceneri della necessità, e forgiata da anni di conflitto ad alta intensità contro la Russia, l&#8217;industria di Kyiv è diventata per forza di cose la più moderna ed efficiente sul mercato.&nbsp;</p>



<p>Non è più soltanto un recettore di aiuti occidentali, ma un attore globale capace di esportare sistemi di difesa avanzati, e di inviare addestratori militari nei paesi del Golfo Persico, ridisegnando gli equilibri di un mercato storicamente dominato dalle superpotenze.</p>



<p>Il tempo delle illusioni e della superiorità morale europea esibita nei talk show è scaduto.&nbsp;</p>



<p>Di fronte alle minacce simmetriche ed asimmetriche del nostro secolo, l&#8217;Europa si trova davanti ad un bivio esistenziale: continuare a cullarsi nei propri sogni di purezza, esternalizzando l&#8217;ipocrisia tramite triangolazioni commerciali, od ammettere la propria dipendenza strategica e investire seriamente nella propria difesa.&nbsp;</p>



<p>Israele, sotto la costante minaccia di distruzione, non può permettersi il lusso della debolezza.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Europa ritiene davvero di poterlo fare?</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Colletti alzati, lambada, pareo leopardato e sogni abbronzati: l’ultima resistenza dei boomer da spiaggia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 09:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano Archeologia balneare in sedici tempi, con colonna sonora C’è un momento preciso, ogni estate, in cui capisci che il Mediterraneo è perduto. Non è quando arrivano i turisti nordici color aragosta. Non è quando il gelato al<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>Archeologia balneare in sedici tempi, con colonna sonora</p>



<p>C’è un momento preciso, ogni estate, in cui capisci che il Mediterraneo è perduto. Non è quando arrivano i turisti nordici color aragosta. Non è quando il gelato al pistacchio costa sette euro. È quando, verso le undici del mattino, mentre il sole comincia a picchiare con quella determinazione che solo luglio sa avere, appaiono loro: i boomer da spiaggia.</p>



<p>Li senti prima di vederli. Un rumore sordo, ritmico, a metà tra il cigolio di una sdraio e il lamento di chi non ha dormito bene perché «il materasso dell’appartamento era troppo morbido». Poi li vedi: escono dal lungomare con la sicurezza di chi ha prenotato quell’ombrellone nel 1987 e da allora considera quella striscia di sabbia una proprietà personale, trasmissibile per via ereditaria.</p>



<p>Lui è davanti. Ovviamente.</p>



<p>Il Maschio Balneare Maturo — così lo chiameremo, tutto in maiuscole, per rispetto e per non essere denunciati — indossa un polo. Non un polo qualsiasi: un polo con il colletto alzato. Il colletto alzato nel 2026 è un segnale preciso, come le piume del pavone o il rigonfiamento del gorilla: sta a indicare un’appartenenza, una fedeltà, una resistenza al cambiamento che rasenta l’eroismo. Il colletto alzato dice: io c’ero quando questa cosa era cool, e ho deciso unilateralmente che lo è ancora.<br>Il colore del polo è quello che i pantoni anni Ottanta avrebbero chiamato «rosa acceso» o «verde acido» o «giallo Chernobyl». Un colore che non esiste in natura, che la natura ha rifiutato come errore evolutivo, ma che lui ha recuperato in fondo all’armadio con la cura con cui un paleografo medievalista recupera un codice miniato. Lo abbina a pantaloni colorati — non chino, non bermuda: pantaloni interi, in cotone leggero, color albicocca o color celadon — che terminano stretti alla caviglia con quella grazia architettonica che solo chi ha attraversato il decennio reaganiano senza farsi domande può padroneggiare.</p>



<p>Ai piedi: le scarpe da barca color miele, consumate nei punti giusti, perché le consumiamo noi che andiamo in barca — anche se l’ultima volta che è salito su una barca era il 1994, un pedalò a Rapallo, e ha quasi rovesciato tutto perché il rum al bar aveva avuto la meglio sulle previsioni del moto ondoso.</p>



<p>L’insieme trasmette un messaggio chiaro: sono un uomo che ha avuto successo, che frequenta ambienti nautici, che appartiene a un certo mondo. Il fatto che si trovi a Rosolina Mare — l’elegante perla del Delta del Po, dove il mare è piatto come l’autostima di chi ci passa agosto — non turba minimamente questa narrazione. L’autoconvinzione è un muscolo: lui lo allena da decenni.</p>



<p>Cammina verso l’ombrellone con quella falcata leggermente oscillante che i maschi della specie adottano quando vogliono trasmettere disinvoltura e trasmettono invece un’anca destra problematica. Saluta il bagnino con familiarità eccessiva, chiama qualcuno per nome a voce alta dall’altra parte dello stabilimento, scuote la testa verso il mare come a valutare condizioni meteo che non cambieranno e che lui non potrebbe valutare comunque.<br>Si sistema l’ombrellone. Lo regola. Lo regola di nuovo. Controlla la direzione del vento. Consulta l’app meteo. Guarda il cielo. Guarda il mare. Guarda l’app meteo di nuovo. L’app e il cielo non sono d’accordo: lui si fida dell’app. Il cielo ha torto.<br>Poi tira fuori il libro — rigorosamente un thriller americano degli anni Novanta, Tom Clancy o Grisham, o al massimo un Follett comprato in aeroporto nel 2003 e mai finito — lo apre alla stessa pagina di sempre e non lo legge. Perché il libro non è per leggere: è per comunicare che è il tipo di persona che legge. Diversamente dal vicino di ombrellone che guarda il telefono tutto il giorno — barbaro, incivile — lui porta i libri in spiaggia. Che poi non li legga è un dettaglio biografico, non un dato culturale.</p>



<p>Lei arriva qualche passo dopo, con la postura di chi porta un fardello invisible ma pesante: quello di essere sempre, in ogni circostanza, appena un po’ meglio di quello che il contesto richiederebbe.</p>



<p>È abbronzata. Molto abbronzata. Abbronzata come lo erano le persone negli anni in cui l’abbronzatura era ancora un segno di salute e non un argomento di dermatologo. L’abbronzatura è stata curata, costruita, stratificata nel corso di settimane con la dedizione con cui un pittore prepara la superficie per la tempera: prima la base, poi le sedute progressive, poi l’autoabbronzante nei punti che il sole non raggiunge, poi il confronto con l’abbronzatura dell’anno scorso per stabilire se si è in linea con gli obiettivi stagionali. È abbronzata anche nei posti in cui non dovrebbe esserlo. È abbronzata in modo che, in certi momenti, alla luce laterale del tardo pomeriggio, ha la tonalità cromatica di un baccalà sotto sale portato al limite estremo della sua esperienza sensoriale.<br>Sul viso, il trucco. Il trucco in spiaggia. Fondotinta, mascara, rossetto — non vistoso, intendiamoci: sofisticato. Sfumato con cura prima di scendere in spiaggia, perché non si sa mai chi si incontra, perché lei non è il tipo che «lascia andare», perché c’è una reputazione da mantenere anche a Rosolina Mare di fronte al chiosco dei granchi fritti. Il sole, nel corso della mattina, scioglie tutto quanto con quella democrazia implacabile che solo l’astro solare sa esercitare, creando effetti che i pittori espressionisti avrebbero trovato interessanti. Lei lo sa, ha uno specchietto nella borsa, interviene periodicamente, non si arrende.<br>Il botox ha fatto il suo lavoro diligente. La fronte è ferma come un comunicato governativo. Le sopracciglia, un tempo mobili e espressive, hanno raggiunto una posizione che sembra definitiva, come certi trattati internazionali: non si modificano, si prendono atto. Sorride, e il sorriso parte correttamente dalla bocca, si propaga verso gli zigomi, poi si ferma — come un’ondata che arriva a riva e non ha più energia per salire oltre. È un sorriso sincero intrappolato in un’architettura che ha sviluppato un’autonomia propria. Kafkiano, in un certo senso. Sicuramente costoso.</p>



<p>Veste animalier. Pareo leopardato, top zebrato, cappello con stampa pitone. Non uno di questi: tutti e tre insieme, sovrapposti con quella logica interna che sfugge all’occhio esterno ma che lei vive come un sistema coerente. L’animalier per lei non è una moda: è una filosofia, una dichiarazione di carattere, un modo di dire al mondo — e in particolare alle cinquantenni dello stabilimento vicino — io non mi sono arresa, sono ancora qui, sono ancora una pantera. Il fatto che le pantere non frequentino Rosolina Mare, e che le poche che ci passino non indossino il pareo, è una dissonanza che non la turba.</p>



<p>Verso le dodici e mezza, lo stabilimento balneare accende il DJ set.</p>



<p>Questo è il momento cruciale. Questo è il momento in cui l’archeologia balneare si trasforma in antropologia del lutto — non il lutto funereo, tetro, ma quel lutto festivo e vagamente allucinato che prende chi capisce che il mondo è andato avanti senza aspettarlo, e ha deciso che il problema è del mondo.<br>Il DJ — diciotto anni, cuffie, la serietà di chi opera su questioni di vita o di morte — attacca con qualcosa di contemporaneo. Qualcosa che batte, pulsa, si muove in modi che le neuroscienze del ritmo balneare ancora non hanno catalogato completamente.<br>Lui alza la testa dal Grisham che non sta leggendo; «Questo non è male», dice, con l’autorevolezza di chi ha acquistato dischi in vinile con cognizione di causa. «Ricorda un po’ gli Spandau Ballet.» Non ricorda gli Spandau Ballet. Non ricorda nulla degli Spandau Ballet. Ma lui lo ha detto, e quindi è diventato vero nel microclima dell’ombrellone.</p>



<p>Lei intanto tamburella sul lettino. Il ritmo non è esattamente quello della canzone, ma è un ritmo, e questo conta.</p>



<p>Poi succede. Il DJ, forse per scelta artistica, forse per pietà umana, forse perché ha trovato una playlist chiamata «Discoteca anni 80 per stabilimenti balneari», mette Lambada. O Vamos a la Playa. O qualcosa che appartiene a quella famiglia sonora che, per i presenti sopra i sessant’anni, funziona come un segnale di raduno tribale.</p>



<p>Si alzano tutti e due, contemporaneamente, con quella sincronia che solo l’abitudine coniugale trentennale produce: non si sono guardati, non si sono detti niente, si sono semplicemente alzati perché era l’ora di alzarsi. Vengono verso la riva. Lui si sistema il polo — il colletto è ancora su — lei aggiusta il pareo leopardato. Si posizionano sulla battigia con la sicurezza di chi ha ballato davvero, di chi ha frequentato le discoteche quando le discoteche erano ancora una cosa seria.</p>



<p>E ballano. Ballano come si ballava allora: lui con quel movimento del busto che nei decenni ha perso progressivamente l’articolazione originale e si è cristallizzato in qualcosa di simile a un derrick che estrae petrolio in condizioni di vento moderato; lei con le braccia che descrivono traiettorie nell’aria con la sicurezza dell’autodidatta convinta. C’è tutto il catalogo: il passo laterale, il punto fisso e la rotazione del bacino come se lo stessero avvitando con una chiave inglese, la mano offerta, il mezzo giro, il tentativo di qualcosa che negli anni Ottanta si sarebbe chiamato «latino» e che oggi ha la credibilità coreografica di un segnale stradale.</p>



<p>Il bello — e questa è la cosa che rende tutto commovente nel modo sbagliato — è che lo fanno con gioia. Non si vergognano. Non hanno dubbi. Ballano male, con quella baldanza che solo chi ha ballato tanto può avere: la baldanza di chi ha sbagliato in pubblico così tante volte da aver deciso che l’orrore è uno stile.</p>



<p>Ma il vero momento teologico arriva quando qualcuno nomina Ligabue.</p>



<p>Non la canzone giusta, non il pezzo di Ligabue che si conosce effettivamente fino alla fine: basta la parola. Basta che qualcuno, a un ombrellone vicino, dica «Ligabue» in un contesto qualsiasi — anche «ho comprato il prosciutto al Ligabue della Coop» — perché si accenda qualcosa. Uno sguardo, una luce negli occhi, un recupero di memoria muscolare che il presente non è riuscito a spegnere del tutto.<br>«Ah, il Liga», dice lui. E in quelle tre parole c’è tutto: la giovinezza, la Emilia, il magnum da un litro e duecento, i concerti in piazza con ventimila persone e quella sensazione fisica, bruciante, che la vita stesse per cominciare davvero e che cominciasse lì, esattamente lì, con quella canzone. «Urlando contro il cielo», dice lei, e non è più soltanto una canzone: è un’autobiografia.</p>



<p>Rimpiangono Ligabue come si rimpiange qualcosa che non è morto, che anzi fa ancora tournée, ma che appartiene ormai a un’altra versione di sé stessi che non abita più questo corpo e non abita più questo momento. Il Liga che rimpiangono non è Luciano Ligabue del 2026: è quello del 1993, quello del 1995, quello di quando loro avevano trent’anni e tutto era ancora davanti.</p>



<p>E mentre rimpiangono, ballano, male, sul DJ set che mette qualcosa di contemporaneo. Male, sulla battigia di Rosolina Mare. Male, con i pantaloni color albicocca e il pareo leopardato e le boat shoes e il Botox e il colletto alzato. Con una fedeltà commovente e irragionevole a una versione di sé stessi che il tempo ha reso mitologica.</p>



<p>La sera, mentre l’ombrellone viene chiuso con i riti consuetudinari — la sdraio ripiegata nel modo preciso che solo lui conosce, la borsa frigo contata, il controllo che non si sia dimenticato nulla anche se non si dimentica mai nulla — lui guarda il tramonto.</p>



<p>Lo guarda con quella soddisfazione silenziosa di chi ha trascorso una giornata come si deve. Mare, sole, musica, un po’ di ballo, qualche chiacchiera.<br>«Non è male, Rosolina», dice.<br>Lei annuisce. Sistema le cinghie della borsa. Aggiusta il cappello pitone.<br>«L’anno prossimo però andiamo in Liguria», aggiunge lei.<br>Lui sorride. «Hai ragione.»<br>Lo dicono ogni anno dal 2004.</p>



<p>Vanno al parcheggio. L’auto è una berlina di medio-alta gamma con il navigatore aggiornato a tre anni fa. Lui guida. Lei mette la musica: una playlist chiamata Classici Evergreen che inizia con A far l’amore comincia tu. Cantano insieme, senza vergogna, con tutta la voce che hanno.</p>



<p>È la cosa più autentica della giornata.</p>



<p>È, forse, l’unica.</p>



<p></p>
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		<title>Lanerossi in B: chi meno spende… meglio spende?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:09:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Lanerossi VICENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandro Giaretta In Viale del Mercato Nuovo 32 qualche volta va così&#8230; È andata proprio così, invece, in Largo Paolo Rossi 9 esattamente un anno fa: Giorgio Zamuner, con un bel traversone logato &#8220;spending review&#8221;, ha infatti condotto il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p><strong><em>di Alessandro Giaretta</em></strong></p>



<p>In Viale del Mercato Nuovo 32 qualche volta va così&#8230;</p>



<p>È andata proprio così, invece, in Largo Paolo Rossi 9 esattamente un anno fa: Giorgio Zamuner, con un bel traversone logato &#8220;spending review&#8221;, ha infatti condotto il Lane alla storica e ormai quasi inflazionata vittoria del girone A con venti punti di vantaggio, come da vecchia profezia (ndr RR)&#8230;</p>



<p>Ed è in questo modo che sembra il DS biancorosso stia impostando anche la prossima campagna acquisti: nessun nome altisonante al momento risulta annotato nel taccuino, ma varie voci filtrano riguardo profili interessanti, prevalentemente provenienti dalla terza serie appena lasciata alle spalle.</p>



<p>Motivazione, fame e voglia di emergere saranno dunque le parole d&#8217;ordine per la costruzione del nuovo Lane?</p>



<p>Le dichiarazioni di dirigenza e proprietà sembrano andare in questa direzione: a prevalere sarà la chiara intenzione di mantenere intatti gli equilibri di un gruppo senza prime donne né &#8220;stars di Hollywood&#8221;.</p>



<p>Al netto dei solenni rinnovi che iniziano a fioccare, scoppiettando carichi di buoni propositi&#8230; potranno dunque due giovanotti da Bologna, lo <em>juventinino next generato</em> e altri simpatici protagonisti della scorsa Serie C rappresentare lo slancio necessario per affrontare il grande salto in cadetteria?</p>



<p>Considerato il largo anticipo con cui il corsaro diesse berico ha potuto iniziare le manovre di abbordaggio per l&#8217;impostazione delle trattative (siamo in B da marzo), onestamente sarebbe legittimo aspettarsi qualche incursione più ambiziosa, soprattutto nelle stive delle compagini neo promosse in massima serie o almeno in quelle di chi c&#8217;ha provato fino alla fine partecipando ai playoff&#8230;</p>



<p>Venezia, Frosinone e Monza dovranno necessariamente rinunciare ad alcuni protagonisti delle loro rispettive scalate per far posto a più o meno scafati personaggi da Serie A&#8230; Le prime due, maggiormente predestinate alla risalita, avrebbero potuto essere avvicinate già in aprile per sondare le acque.</p>



<p>In alternativa rimane sempre anche lo &#8220;sciacallaggio sportivo&#8221;, perché infatti non mettere il becco nelle carcasse di chi lo scorso anno partì per lana&#8230; e tornò tosato&#8230;? Bari e Spezia ne sanno qualcosa, e qualcosa di buono sarà sicuramente disponibile in queste rose che verranno inevitabilmente ridimensionate dopo il tonfo all&#8217;indietro.</p>



<p>D&#8217;altro canto, guardandoci a est&#8230; e soprattutto a ovest, nemmeno Biancoscudo ed Hellas stanno sbocciando per colpi di mercato da billionaire. In generale la situazione pare fisiologicamente in stallo; appena inizieranno a muoversi le prime pedine si creeranno gli spazi per vedere chi rimarrà veramente in sella nel grande rodeo del calciomercato estivo 2026.</p>



<p>Luglio, col bene che ti voglio, sarai tu infatti il mese che permetterà ad osservatori, appassionati e ossessionati vari di iniziare a scorgere le reali possibilità dei colori più amati&#8230; E chi lo sa se anche noi, nel grande polverone, riusciremo a individuare qualche gran bel cavallo proprio al lazzo di John Zamuner Wayne.</p>



<p>Un vecchio cowboy del nostro ranch, con il numero 9 tatuato sulle spalle e tanti, tanti, tantissimi gol proprio nel vecchio West della Serie B (Schwoch ndr), ha dichiarato che potremmo essere noi la vera sorpresa del campionato&#8230;</p>



<p>Ora toccate pure tutti i ferri di cavallo che volete, dritti, rovesci e obliqui: cavalcare sulle ali dell&#8217;entusiasmo è stato bellissimo e continueremo a farlo, carichi di positività e piacevolmente in attesa di essere stupiti ancora&#8230; Però iniziamo tutti insieme a pronunciare una parola che da qualche anno era uscita dal nostro vocabolario e che sarà il caso di reintrodurre a livello precauzionale, perché da essa inevitabilmente passa tutto il resto di buono che deve arrivare e arriverà:</p>



<p><strong>SALVEZZA</strong>.</p>



<p></p>
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		<title>Dal PD alla Dp: la mutazione genetica di Elly Schlein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 07:41:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo A volte la lingua italiana offre cortocircuiti semantici che superano la fantasia dei politologi. Prendete il&#160;PD:&#160;Partito Democratico. Basta un semplice anagramma,&#160;&#160;invertire l&#8217;ordine delle lettere per ottenere&#160;DP:&#160;Democrazia Proletaria.&#160; Per i più giovani si tratta di una sigla oscura; per<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>A volte la lingua italiana offre cortocircuiti semantici che superano la fantasia dei politologi.</p>



<p>Prendete il&nbsp;<strong>PD</strong>:&nbsp;<strong>Partito Democratico.</strong></p>



<p>Basta un semplice anagramma,&nbsp;&nbsp;invertire l&#8217;ordine delle lettere per ottenere&nbsp;<strong>DP</strong>:&nbsp;<strong>Democrazia Proletaria</strong>.&nbsp;</p>



<p>Per i più giovani si tratta di una sigla oscura; per chi ha qualche capello bianco, era il partito della sinistra radicale degli anni &#8217;70 e &#8217;80 guidato da Mario Capanna.&nbsp;</p>



<p>Uno schieramento massimalista, perennemente con la kefiah al collo, arroccato sul dogma dell&#8217;antimperialismo, antisionista per vocazione e, non a caso,&nbsp;destinato all’irrilevanza governativa.</p>



<p>Ebbene,&nbsp;quello che può sembrare solo un mio divertissement linguistico si sta trasformando, sotto la gestione di Elly Schlein, in una clamorosa e preoccupante realtà politica.&nbsp;</p>



<p>Il Partito Democratico nato a vocazione maggioritaria, riformista e plurale,&nbsp;&nbsp;atlantico ed europeista, a mio avviso sta completando la sua mutazione genetica:&nbsp;il PD sta&nbsp;&nbsp;diventando una nuova “Democrazia Proletaria”.</p>



<p>L&#8217;addio dell&#8217;eurodeputata Pina Picierno (<a href="https://www.tviweb.it/laddio-di-pina-picierno-ed-il-paradosso-del-pd-a-trazione-schlein/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/laddio-di-pina-picierno-ed-il-paradosso-del-pd-a-trazione-schlein/</a>)&nbsp;&nbsp;è l&#8217;epitaffio di un&#8217;epoca.&nbsp;</p>



<p>Le sue parole –&nbsp;<em>“la casa dei riformisti non c’è più”</em>&nbsp;– certificano il definitivo seppellimento di quella stagione che, piaccia o meno, aveva portato il partito ai suoi massimi storici, varando riforme concrete come il Jobs Act, il &#8220;Dopo di noi&#8221; e le unioni civili.</p>



<p>Oggi, chi difende l&#8217;atlantismo senza tentennamenti, chi sostiene l&#8217;Ucraina aggredita (contro le tesi di Conte e Vannacci) e chi rifiuta la demonizzazione di Israele&nbsp;&nbsp;è diventato un ingombro.&nbsp;</p>



<p>Meglio accompagnarlo alla porta.&nbsp;</p>



<p>Schlein liquida i dissensi interni (da Picierno a Madia e Gualmini) con la consueta gelida indifferenza, parlando di una linea &#8220;chiara e progressista&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Traduzione: il nuovo corso esige l&#8217;omologazione ideologica.&nbsp;</p>



<p>Il pluralismo è morto, sostituito dal richiamo della foresta populista, in totale rincorsa al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.</p>



<p>Ma è sui diritti civili e sulla politica estera che il nuovo corso tocca il fondo del cinismo e della selettiva empatia.&nbsp;</p>



<p>Il silenzio della leadership dem davanti a quanto sta accadendo in vista del Roma Pride 2026, che si terrà il 20 giugno, è assordante, per non dire complice.</p>



<p>L&#8217;esclusione di Keshet Italia, l&#8217;unica associazione LGBTQ+ ebraica italiana, dal Pride di Roma è una vergogna senza giustificazioni.&nbsp;</p>



<p>Questi cittadini sono stati cacciati dall&#8217;evento dei &#8220;diritti per tutti&#8221; semplicemente perché non si sono piegati alla parola d&#8217;ordine della piazza, rifiutandosi di bollare le azioni israeliane a Gaza come &#8220;genocidio&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Una purga ideologica in piena regola.</p>



<p>Da sempre non sono un estimatore dei Gay Pride, che ritengo inutili e provocatori, ma nella specie la penso come&nbsp;&nbsp;&nbsp;Paola Concia, storica attivista e un tempo esponente di spicco proprio del PD,&nbsp;&nbsp;che ha denunciato questa&nbsp;<em>“contraddizione gigantesca”</em>&nbsp;come un atto discriminatorio che tradisce l&#8217;anima della sinistra.&nbsp;</p>



<p>Eppure Schlein tace.&nbsp;</p>



<p>Tace sul Pride e tace davanti ai dati agghiaccianti del Cdec, che registrano un&#8217;impennata di quasi mille episodi di antisemitismo in Italia, comprese aggressioni fisiche.</p>



<p><strong>Nella logica del Campo largo la comunità ebraica e gli elettori atlantisti, numericamente piccoli ma politicamente scomodi, di fatto vengono trattati come una minoranza sacrificabile.</strong></p>



<p>Meglio perdere qualche voto riformista e liberale piuttosto che disturbare la narrazione delle piazze pro-Hamas, animate da masse social-media dipendenti che ignorano i drammi dei cristiani nigeriani o dei giovani iraniani, ma si mobilitano chirurgicamente quando la macchina della propaganda di Teheran e Mosca decide dove orientare l&#8217;indignazione.</p>



<p>Il risultato di questa deriva è sotto gli occhi di tutti.&nbsp;</p>



<p>Il PD di oggi, sui temi geopolitici, assomiglia spaventosamente ai deputati&nbsp;&nbsp;DemoProletari della Prima Repubblica che sventolavano slogan contro l&#8217;Occidente, pronti a stare dalla parte degli &#8220;oppressi&#8221; anche quando questi assumono le sembianze di mostri assassini e teocratici.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è un&#8217;amara ironia nel vedere Schlein corteggiare quegli stessi ambienti filorussi e massimalisti da cui provengono le minacce che costringono Pina Picierno a vivere sotto scorta da oltre un anno.</p>



<p>Racchiuso nella sua purezza ideologica, temo che il PD si avvii a percorrere lo stesso identico binario morto di Democrazia Proletaria: un partito forse identitario per i militanti più radicali, ma totalmente incapace di parlare al Paese produttivo e del tutto irrilevante per governare.</p>



<p>Fortunatamente, l&#8217;area riformista e atlantista non sembra intenzionata a firmare la propria resa.&nbsp;</p>



<p>La nascita di&nbsp;<em>Spazio Pubblico</em>, lanciato da Picierno con il sostegno di figure come Paola Concia e l&#8217;area radicale di Marco Taradash, dimostra che c&#8217;è vita fuori dal massimalismo.&nbsp;</p>



<p>Mentre Schlein rincorre il populismo e si rifugia nell&#8217;archeologia del secolo scorso, i riformisti veri si riorganizzano……… altrove.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il credito fuori dalle regole: così il sistema &#8220;ombra&#8221; minaccia i nostri risparmi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 07:50:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Usando un’immagine forse abusata, la&#160;Banca normale&#160;è come una mamma molto severa.&#160; Se un bambino vuole un prestito (ad esempio, dei soldini per comprare un giocattolo), va da lei.&#160; La mamma Banca, però, prima di dare i soldi fa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Usando un’immagine forse abusata, la&nbsp;Banca normale&nbsp;è come una mamma molto severa.&nbsp;</p>



<p>Se un bambino vuole un prestito (ad esempio, dei soldini per comprare un giocattolo), va da lei.&nbsp;</p>



<p>La mamma Banca, però, prima di dare i soldi fa tantissime domande:&nbsp;<em>&#8220;Sei stato bravo? Hai i voti alti a scuola? Me li potrai restituire?&#8221;</em>.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, lo Stato controlla sempre questa mamma con regole rigidissime, per&nbsp;essere sicura che non finisca i soldi, e che i risparmi di tutti siano al sicuro.&nbsp;</p>



<p>Dato che&nbsp;mamma Banca è così severa e dice spesso di no, alcuni bambini hanno deciso di creare un mercato tutto loro, dietro l&#8217;angolo, dove le mamme non guardano.&nbsp;</p>



<p>Questo è lo&nbsp;Shadow Banking: un insieme di soggetti che prestano soldi o fanno girare la finanza, ma&nbsp;non sono Banche,&nbsp;e quindi non sono soggette a&nbsp;&nbsp;regole severe ed a&nbsp;&nbsp;controlli così stretti.</p>



<p>Oggi questo mercato &#8220;ombra&#8221; è diventato gigantesco: è cresciuto il doppio rispetto alle Banche normali, e nel mondo gestisce addirittura più della metà di tutti i soldi (il 51% contro il 38% delle banche tradizionali!).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il Financial Stability Board, in un rapporto del 2024, indica un volume di 67 trilioni di dollari.&nbsp;</p>



<p>La sua crescita riflette tre dinamiche convergenti: il ridimensionamento dell’attività creditizia tradizionale, la pressione internazionale alla ricerca di rendimento, e l’emergere di strutture finanziarie capaci di aggirare confini fiscali e normativi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Una quota significativa di questo sistema ha assunto la forma di una vera e propria “area di protezione fiscale permanente”, dove capitali mobili e opachi trovano riparo da tassazione, obblighi di dichiarazione e controlli incrociati.</p>



<p>E’ un pozzo dove ci trovi dentro di tutto: dalle società che ti fanno i prestiti per comprare la macchina a rate, fino a grandi Fondi d&#8217;investimento, Hedge Fund, e persino mercati di monete digitali (le criptovalute).</p>



<p>Ma come fanno a far finta che i rischi non esistano?&nbsp;</p>



<p>Usano il&nbsp;trucco delle scatole cinesi. Facciamo un esempio:</p>



<p><em>Il primo debito</em>:&nbsp;Un signore chiede un prestito per comprare una casa.</p>



<p><em>La prima scatola (I pacchetti</em>):&nbsp;Questo prestito è un rischio (il signore potrebbe non restituire i soldi). Allora, un operatore prende questo prestito, lo mette dentro una scatola insieme a migliaia di altri prestiti di altre persone e crea un &#8220;super-giocattolo&#8221; finanziario (chiamato in modo difficile&nbsp;Abs&nbsp;<strong>&#8211;</strong><strong>Asset-Backed Security</strong>.). L&#8217;idea è: se qualcuno non paga, gli altri pagheranno, quindi il rischio si nasconde nel mucchio.</p>



<p><em>Le scatole dentro le scatole</em><strong>:</strong>&nbsp;Non basta! Un altro operatore prende tante di queste scatole, le mette dentro una scatola ancora più grande (chiamata&nbsp;Cdo) e crea un altro debito garantito dal debito precedente.</p>



<p>Alla fine della catena, queste mega-scatole vengono vendute nei mercati a grandi investitori che, a causa di tutti questi passaggi,&nbsp;non hanno la minima idea di cosa ci sia davvero dentro. È come vendere una scatola regalo sigillata sperando che dentro ci sia un tesoro, mentre sul fondo potrebbe esserci solo un giocattolo rotto.</p>



<p>Immagino vi starete chiedendo: ma non è lo stesso meccanismo che è stato alla base della crisi dei subprime del 2008,&nbsp;quando il valore degli immobili crollò&nbsp;&nbsp;e l&#8217;intero sistema rimase senza liquidità, provocando fallimenti a catena?</p>



<p>Certo che sì, ma quella crisi qualcosa ha insegnato;&nbsp;oggi il settore è molto più grande di allora e fortemente interconnesso con le Banche tradizionali.&nbsp;</p>



<p>Ma ciò non toglie che la crescita inarrestabile dello Shadow Banking, con i suoi volumi sellari, induce gli&nbsp;&nbsp;Istituti di vigilanza come la Banca d&#8217;Italia a lanciare l&#8217;allarme sui rischi legati all&#8217;opacità di questo credito alternativo e all&#8217;alto livello di indebitamento</p>



<p>Ma perché la Siora Maria ed il Sior Bepi dovrebbero stare attenti?&nbsp;</p>



<p>Anche se questo sistema del “credito fuori dalle regole” aiuta l&#8217;economia a muoversi ed a finanziare le imprese, nasconde tre grandi &#8220;mostri&#8221;:</p>



<p><em>L&#8217;effetto domino (Il contagio)</em><strong>:</strong>&nbsp;Poiché queste società &#8220;ombra&#8221; e le Banche normali si prestano continuamente soldi a vicenda, se una di queste grandi scatole segrete dovesse rompersi, il danno colpirebbe rapidamente anche le Banche normali, quelle dove la Siora Maria e il Sior Bepi tengono i loro risparmi della vita.</p>



<p><em>L&#8217;assenza di un &#8220;Pronto Soccorso&#8221;</em><strong>:</strong>&nbsp;Se una Banca normale finisce nei guai, lo Stato o la Banca Centrale intervengono come un&#8217;ambulanza per salvarla e proteggere i cittadini. Nel mercato ombra&nbsp;non esiste il 118: se una società fallisce, i soldi spariscono e nessuno ti rimborsa.</p>



<p><em>Il nascondiglio per i furbi</em><strong>:</strong>&nbsp;Essendo un mondo opaco e senza confini (specialmente online), è il luogo perfetto dove i furbi, gli evasori o persino i cartelli criminali nascondono i capitali per non pagare le tasse o riciclare denaro sporco.</p>



<p>Ma non possiamo nasconderci che c&#8217;è un problema ancora più grande.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi tempi, alcuni Stati (specialmente fra le economie emergenti) hanno capito che questo mercato &#8220;ombra&#8221; è comodissimo.&nbsp;</p>



<p>Perché? Perché permette di fare affari, comprare merci e spostare miliardi saltando i controlli dei Paesi occidentali e le regole del dollaro.</p>



<p>È come se nel nostro quartiere, oltre al mercato regolare ed a quello dietro l&#8217;angolo, aprisse una fiera permanente gestita da Paesi stranieri che dicono:&nbsp;&#8220;Venite da noi, facciamo le nostre regole e nessuno vi chiederà i documenti&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Questa frammentazione rende le Istituzioni tradizionali molto più deboli e incapaci di garantire la stabilità di tutti.</p>



<p>Volendo riassumere in parole semplicissime, lo Shadow Banking è come un&nbsp;castello di carte altissimo costruito senza usare la colla delle regole.&nbsp;</p>



<p>Finché c&#8217;è il sole e non c&#8217;è vento (cioè l&#8217;economia va bene), il castello resta in piedi e sembra bellissimo; ma se arriva una folata di vento (una crisi o un rallentamento dell&#8217;economia), rischia di cadere e di far crollare anche il tavolo su cui è appoggiato.</p>



<p>Il &#8220;sistema ombra&#8221; non è solo un modo diverso di fare finanza: è la nascita di un mondo parallelo dove gli Stati non comandano più e dil grande capitale si muove senza responsabilità pubblica.&nbsp;</p>



<p>Per questo le Autorità mondiali devono accendere sempre più i fari per illuminare questa stanza buia.&nbsp;</p>



<p>Perché se non ricostruiamo un recinto di regole valido per tutti, vecchi e nuovi operatori, rischiamo che una parte enorme della ricchezza mondiale rimanga fuori controllo, minando alla radice la sicurezza dei risparmi di ognuno di noi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-credito-fuori-dalle-regole-cosi-il-sistema-ombra-minaccia-i-nostri-risparmi/">Il credito fuori dalle regole: così il sistema &#8220;ombra&#8221; minaccia i nostri risparmi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il Terzo Polo che non c&#8217;è: Marina Berlusconi, Calenda, (Zaia?), parte del PD potrebbero ribaltare il voto nel 2027</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:58:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un editoriale sui numeri che quasi nessuno guarda, sul centro che continua a non nascere e su Marina Berlusconi, che potrebbe diventare molto più importante di quanto lei stessa continui a sostenere. C&#8217;è un dato che dovrebbe terrorizzare qualunque leader<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><em>Un editoriale sui numeri che quasi nessuno guarda, sul centro che continua a non nascere e su Marina Berlusconi, che potrebbe diventare molto più importante di quanto lei stessa continui a sostenere.</em></p>



<p>C&#8217;è un dato che dovrebbe terrorizzare qualunque leader politico italiano. E invece viene trattato come una nota a margine. Circa il 25% degli elettori dichiara di votare esclusivamente per impedire la vittoria di qualcuno, non perché si riconosca realmente in un progetto politico. A questo si aggiunge un altro numero ancora più significativo: indecisi e astensionisti sfiorano il 40%.</p>



<p>Tradotto in termini concreti, significa che quasi metà del Paese non trova un&#8217;offerta politica capace di rappresentarlo davvero. Una parte vota contro qualcuno, un&#8217;altra non vota affatto. È il più grande bacino elettorale italiano e, paradossalmente, è anche quello meno considerato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Due blocchi, un Paese insoddisfatto</h2>



<p>Guardando alle proiezioni attuali in vista delle elezioni politiche del 2027, il quadro appare apparentemente stabile: Fratelli d&#8217;Italia resta il primo partito attorno al 28%, il Partito Democratico oscilla poco sopra il 22%, il Movimento 5 Stelle si colloca intorno al 13%, Forza Italia all&#8217;8%, Lega poco sotto il 7% e Alleanza Verdi-Sinistra sopra il 6%.</p>



<p>Sulla carta esistono due grandi schieramenti. Nella realtà, entrambi mostrano crepe evidenti.</p>



<p>Nel centrodestra cresce il peso delle componenti più identitarie e radicali. La figura di Roberto Vannacci continua ad attrarre una parte dell&#8217;elettorato sovranista e MAGA all&#8217;italiana, soprattutto a scapito della Lega. Ma proprio questa evoluzione rischia di allontanare quella fascia moderata, europeista e liberale che per decenni ha rappresentato il cuore dell&#8217;elettorato berlusconiano.</p>



<p>Nel centrosinistra, invece, la convivenza tra Schlein, Conte e la sinistra radicale continua a sembrare più una necessità matematica che una sintesi politica. Le difficoltà emerse in diverse competizioni amministrative e la crescente forza delle liste civiche suggeriscono che una parte consistente dell&#8217;elettorato progressista fatichi a riconoscersi nel cosiddetto &#8220;campo largo&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il centro che esiste ma non si vede</h2>



<p>Qui emerge la vera questione.</p>



<p>Azione, Italia Viva, +Europa e Noi Moderati sommano oggi circa l&#8217;8-9% dei consensi. Separati valgono poco. Uniti potrebbero diventare la terza forza politica nazionale.</p>



<p>Ma il dato più interessante è un altro: se a questo blocco si aggiungesse una parte significativa dei moderati di Forza Italia, alcuni riformisti del Partito Democratico (anche eletti) e segmenti dell&#8217;elettorato cattolico e liberale oggi rifugiati nell&#8217;astensione, il potenziale cambierebbe radicalmente.</p>



<p>Le stime più realistiche parlano di una base iniziale compresa tra il 12 e il 15%. In uno scenario favorevole, con una leadership forte e riconoscibile, il nuovo polo potrebbe spingersi tra il 18 e il 22%, diventando l&#8217;ago della bilancia della politica italiana.</p>



<p>Numeri che oggi sembrano ambiziosi, ma che non sono affatto impossibili in un Paese dove quasi quattro elettori su dieci restano a casa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ipotesi Silvia Salis</h2>



<p>L&#8217;elezione di Silvia Salis a sindaca di Genova ha mostrato qualcosa che i partiti tradizionali tendono a sottovalutare: gli elettori rispondono ancora positivamente a figure percepite come competenti, credibili e non consumate dalle logiche della politica professionale.</p>



<p>La sua crescita di popolarità dimostra che esiste uno spazio per leadership nuove, capaci di parlare a mondi diversi senza alimentare continuamente lo scontro ideologico.</p>



<p>Il problema è che profili di questo tipo rischiano di essere soffocati all&#8217;interno delle coalizioni tradizionali, dove ogni scelta viene filtrata dagli equilibri tra partiti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Marina Berlusconi: l&#8217;ipotesi che continua a tornare</h2>



<p>Ed è qui che entra in scena Marina Berlusconi.</p>



<p>Ogni volta che si parla di una sua possibile discesa in campo, arriva puntualmente una smentita. Ma ogni smentita produce l&#8217;effetto opposto: alimenta il dibattito e rafforza la percezione di una leadership potenziale.</p>



<p>Da anni Marina Berlusconi rappresenta uno dei pochi riferimenti riconoscibili in Forza Italia. Imprenditrice, presidente di Fininvest, europeista, atlantista, distante tanto dal populismo quanto dalla sinistra massimalista, incarna esattamente quel profilo che oggi manca nel panorama politico nazionale.</p>



<p>I sondaggi mostrano già un interesse significativo verso una sua eventuale leadership. Ma il punto non è se possa rafforzare Forza Italia. La domanda vera è un&#8217;altra: potrebbe diventare il punto di riferimento di un&#8217;area molto più ampia?</p>



<p>Se un nuovo soggetto politico riuscisse a mettere insieme Forza Italia moderata, il centro liberale di Azione e Italia Viva, una parte dei riformisti del PD e il tradizionale elettorato cattolico, il risultato potrebbe collocarsi stabilmente tra il 15 e il 20%. Con una forte mobilitazione degli astensionisti moderati, non sarebbe impossibile immaginare percentuali vicine al 25%.</p>



<p>A quel punto non si parlerebbe più di terzo polo. Si parlerebbe di uno dei pilastri del sistema politico italiano e nella conta non è stato messo nemmeno Zaia, uno dei leader politici più apprezzati nel nostro paese, la cui permanenza nella Lega di Salvini rimane ancora un mistero.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tre scenari per il 2027</h2>



<p>Il primo scenario è il più semplice: tutto resta com&#8217;è. Centrodestra e centrosinistra arrivano alle urne senza grandi cambiamenti e si contendono il governo sul filo di pochi punti percentuali.</p>



<p>Il secondo scenario vede il centrosinistra riuscire finalmente a trovare una sintesi credibile attorno a una leadership forte, riducendo le tensioni interne e ampliando il consenso.</p>



<p>Il terzo scenario è quello meno probabile ma più interessante: la nascita di un grande polo moderato, liberale, europeista e riformista capace di raccogliere i voti dispersi tra centrodestra, centrosinistra e astensione.</p>



<p>Oggi sembra un&#8217;ipotesi lontana. Ma anche l&#8217;ascesa di Berlusconi nel 1994, il Movimento 5 Stelle nel 2013 e Giorgia Meloni nel 2022 sembravano improbabili molto prima di diventare realtà.</p>



<p>L&#8217;unica certezza è che esiste un enorme spazio politico ancora senza rappresentanza. Un&#8217;area fatta di milioni di italiani che non si riconoscono né nelle parole d&#8217;ordine della destra identitaria né in quelle della sinistra più ideologica.</p>



<p>Chi riuscirà a parlare a questi elettori non vincerà semplicemente qualche punto percentuale. Potrebbe riscrivere gli equilibri della politica italiana. E forse, proprio per questo, la partita più importante dei prossimi due anni non si giocherà né a destra né a sinistra, ma in quel grande centro che tutti dichiarano morto e che continua ostinatamente a cercare un leader.</p>



<p></p>
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		<title>Vannacci da Lilli Gruber.  La7 e l’effetto boomerang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 09:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri sera, annunciata da un inevitabile tam tam mediatico, è andata in onda a&#160;Otto e mezzo&#160;(La7) l’intervista al nuovo &#8220;fenomeno&#8221; della politica italiana: il generale Roberto Vannacci.&#160; Di questa specie&#160;di “Sfida all’ok Corral” parlerò fra un attimo.&#160; Voglio&#160;infatti partire dalle<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Ieri sera, annunciata da un inevitabile tam tam mediatico, è andata in onda a&nbsp;<em>Otto e mezzo</em>&nbsp;(La7) l’intervista al nuovo &#8220;fenomeno&#8221; della politica italiana: il generale Roberto Vannacci.&nbsp;</p>



<p>Di questa specie&nbsp;di “Sfida all’ok Corral” parlerò fra un attimo.&nbsp;</p>



<p>Voglio&nbsp;infatti partire dalle recenti e fustiganti affermazioni del direttore del TgLa7, Enrico Mentana.&nbsp;</p>



<p>Che, si sa, non è tipo da girare intorno ai problemi.&nbsp;</p>



<p>Intervistato da Mia Ceran al Festival della Tv di Dogliani, Mentana ha dato voce a quello che in molti – io compreso – pensano, ma che pochi nel circuito mediatico osano affermare pubblicamente:&nbsp;<em>“La7 è diventata la tele-anti Meloni, una sorta di nuova Rai 3, con la differenza che, rispetto al passato, non esistono più una Rai 1 e una Rai 2 capaci di bilanciare l&#8217;offerta complessiva”</em>.</p>



<p>Confesso che, nel panorama desolante dell’emittenza nazionale – con una Rai che ha da tempo abbandonato la propria missione di promozione culturale per inseguire share e logiche commerciali –, anni fa mi ero avvicinato a La7 proprio per la varietà e la freschezza dei suoi approfondimenti.&nbsp;</p>



<p>Col tempo, però, le cose sono cambiate, e in peggio.&nbsp;</p>



<p>Oggi la mia “dieta mediatica” su quella Rete si limita quasi esclusivamente al Tg di Mentana, l&#8217;unico che percepisco come meno condizionato da posizionamenti politici.</p>



<p>Cosa è successo nel frattempo?&nbsp;</p>



<p>È successo che La7 si è trasformata in un presidio sistematicamente critico nei confronti del Governo in carica e, di riflesso, nel palcoscenico d&#8217;elezione della sinistra italiana.&nbsp;</p>



<p>I dati citati da Mentana sono tranchant: in un anno, i talk show della rete avrebbero ospitato i leader dell&#8217;opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte, circa un centinaio di volte ciascuno, contro le appena due apparizioni di un ministro di peso come Guido Crosetto.&nbsp;</p>



<p>Un indicatore chiaro di come la Rete abbia scelto di coccolare un pubblico già orientato, rinunciando al confronto tra sensibilità diverse.&nbsp;</p>



<p>Come ha sintetizzato il Direttore:&nbsp;<em>“Un elettore di centrodestra non può guardare i programmi di La7 sentendosi a casa”</em>.</p>



<p>Direte voi: che le serate monopolizzate dai vari Floris, Formigli, Gruber e Bianchi parlino a un elettorato progressista è la scoperta dell’acqua calda!&nbsp;</p>



<p>Certamente lo è.&nbsp;</p>



<p>Ma in Italia, se il mondo progressista decreta che l&#8217;acqua è fredda, ci vuole uno spirito libero come Mentana per gridare che invece bolle.</p>



<p>Ed è qui che si salda il cerchio con la puntata di ieri sera.&nbsp;</p>



<p>L’intervista di Lilli Gruber e Lina Palmerini al leader di “Futuro Nazionale” – la&nbsp;new entry&nbsp;che sta togliendo il sonno al centrodestra di governo – doveva rappresentare il saggio finale per “il Generale prestato alla politica”.</p>



<p>A scanso di equivoci: Vannacci si trova agli antipodi delle mie convinzioni liberal-democratiche, e non ho alcun interesse a difendere tesi che non condivido.&nbsp;</p>



<p>Ma è altrettanto vero che quella di ieri non è stata una partita equa.&nbsp;</p>



<p>Gruber e Palmerini non hanno fatto nulla per nascondere la propria parzialità.</p>



<p>Com’è andata?&nbsp;</p>



<p>Non spetta a me dare i voti: chiunque abbia visto la trasmissione, o la recupererà in streaming, potrà giudicare da sé.&nbsp;</p>



<p>Mi limito a constatare che, se l’obiettivo del tandem giornalistico era far fare una figuraccia a Vannacci, il tiro ha ampiamente mancato il bersaglio.&nbsp;</p>



<p>Sfoggiando un&#8217;estiva camicia di lino a righe, il generale ha risposto a Lilly e Lina con i toni assertivi di chi, per una vita intera, ha dato ordini piuttosto che mediare discussioni.&nbsp;</p>



<p>Anzi, a ben guardare, l’effetto boomerang è stato totale.&nbsp;</p>



<p>Lungi dall’essere messo all’angolo come nelle intenzioni della vigilia, Vannacci a mio avviso è riuscito quasi a far fare la figura delle dilettanti alle sue interlocutrici.&nbsp;</p>



<p>In più passaggi, infatti, l&#8217;irritazione ed il palese nervosismo di Gruber e Palmerini hanno finito per tradire una netta difficoltà gestionale, schiantandosi contro la pacatezza e la sicurezza quasi provocatoria del Generale, che non ha mai perso il controllo del match.</p>



<p>Non si è sottratto ai temi più divisivi – quelli da &#8220;linea rossa&#8221;: immigrazione, famiglia tradizionale, diritti LGBTQ+ – e anzi, quando la Gruber incalzava sul fatto che i migranti preferiscano la Germania all&#8217;Italia, ha ribattuto algido:&nbsp;<em>“Lo chieda ai miei colleghi di Alternative für Deutschland”</em>.</p>



<p>Non ho la pretesa di fare il critico televisivo, ma l’impressione è che il generale Vannacci sia mediaticamente molto più efficace, per dire, di un Matteo Salvini.&nbsp;</p>



<p>E a&nbsp;voler fare qualche previsione credo&nbsp;che la sua presenza sia destinata a spostare ancora più a destra il baricentro del linguaggio politico italiano, sdoganando concetti come la &#8220;remigrazione&#8221; e raccogliendo quel testimone identitario che dalla Germania al Nord Europa si sta diffondendo a macchia d’olio.</p>



<p>Comunque la si pensi, la politica dovrà fare i conti con questo fenomeno.&nbsp;</p>



<p>Dovranno farci i conti Giorgia Meloni, Matteo Salvini e persino Marina Berlusconi per i riflessi su Forza Italia.&nbsp;</p>



<p>Ma qualche riflessione farebbe bene a farla anche Giuseppe Conte: perché il Movimento 5 Stelle, nato &#8220;né di destra né di sinistra&#8221;, ha intercettato negli anni un forte voto di rottura anche in ambienti conservatori.&nbsp;</p>



<p>Se oggi quel voto cerca una casa più radicale, il posizionamento “progressista” di Conte rischia di lasciare scoperti i fianchi.</p>



<p>Chi vivrà, vedrà.</p>



<p></p>
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		<title>Il risiko dei nani e le illusioni della finanza di campanile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 07:46:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre la politica e le cronache finanziarie nostrane si accendono di passione per l&#8217;ultimo valzer di poltrone e sportelli, con i riflettori puntati sull&#8217;asse Intesa-Unipol e sul destino dell&#8217;eterna fidanzata d&#8217;Italia, il Monte dei Paschi di Siena, si ha la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p>Mentre la politica e le cronache finanziarie nostrane si accendono di passione per l&#8217;ultimo valzer di poltrone e sportelli, con i riflettori puntati sull&#8217;asse Intesa-Unipol e sul destino dell&#8217;eterna fidanzata d&#8217;Italia, il Monte dei Paschi di Siena, si ha la netta sensazione di assistere alla classica tempesta in un bicchiere d&#8217;acqua. O, per essere più precisi, ad una zuffa tra cortili in un mondo in cui i vicini di casa&nbsp;hanno costruito i grattacieli.</p>



<p>Per carità,&nbsp;il dinamismo fa bene e le nostre banche, dopo gli anni bui dei crediti deteriorati, sono oggi istituzioni sane, profittevoli e ben gestite.&nbsp;</p>



<p>Ma il provincialismo con cui in Italia si vive ogni aggregazione domestica come un evento epocale si scontra drammaticamente con la realtà dei numeri globali.&nbsp;</p>



<p>Ed i numeri, si sa, sono testardi.</p>



<p>E cosa dicono questi numeri?</p>



<p>Le fonti al riguardo sono numerose, ma in linea di massima danno gli stessi risultati.</p>



<p>Così, guardando i dati sulle prime cinquanta banche del pianeta, emerge un quadro che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore la competitività del vecchio Continente.&nbsp;</p>



<p>Le prime quattro posizioni mondiali sono un feudo esclusivo dello Stato cinese:</p>



<p><em>Industrial and Commercial Bank of China (ICBC)</em>&nbsp;con 7.300 miliardi di dollari di attivi</p>



<p><em>Agricultural Bank of China</em>&nbsp;con 6.800 miliardi</p>



<p><em>China Construction Bank</em>&nbsp;con 6.200 miliardi</p>



<p><em>Bank of China</em>&nbsp;con 5.300 miliardi</p>



<p>Da sole, queste quattro “sorelle” concentrano un quarto degli asset dell&#8217;intera Top 50 globale.</p>



<p>Subito dietro si stagliano i colossi privati americani, guidati dalla corazzata&nbsp;<em>JPMorgan Chase</em>&nbsp;(4.400 miliardi di dollari di asset e primato mondiale per capitalizzazione di mercato), seguita da&nbsp;<em>Bank of America</em>&nbsp;(3.400 miliardi),&nbsp;<em>Citigroup&nbsp;</em>(2.700 miliardi) e&nbsp;<em>Wells Fargo</em>&nbsp;(2.200 miliardi).</p>



<p>Come si vede&nbsp;il primato dipende da come si misura la &#8220;forza&#8221;: le Banche cinesi dominano per&nbsp;<strong>dimensioni e patrimonio</strong>&nbsp;(asset totali), mentre quelle americane sono leader indiscusse per&nbsp;<strong>capitalizzazione di mercato, profitti ed influenza globale.</strong></p>



<p><strong>Le Banche del Dragone&nbsp;</strong>sono Istituti enormemente solidi dal punto di vista della liquidità, grazie all&#8217;appoggio diretto del governo di Pechino; hanno un&#8217;espansione internazionale crescente, ma i loro profitti dipendono ancora fortemente dal mercato interno.</p>



<p>Le Banche Usa sono invece i giganti della Finanza mondiale.</p>



<p>Generano profitti più elevati e possiedono una maggiore&nbsp;capitalizzazione di mercato&nbsp;(valore delle azioni), rendendole le più preziose agli occhi degli investitori;&nbsp;hanno un modello di business più diversificato (investment banking, gestione patrimoniale, prestiti) ed un&#8217;influenza dominante sui mercati globali e sul dollaro.</p>



<p>In estrema sintesi se si valuta la solidità basata sulla&nbsp;<strong>dimensione pura degli attivi</strong>, vincono quelle&nbsp;<strong>cinesi</strong>; se invece ci si concentra sulla&nbsp;<strong>redditività, sul valore azionario e sul peso nell&#8217;economia internazionale</strong>, le banche&nbsp;<strong>americane</strong>&nbsp;non hanno rivali</p>



<p>E l&#8217;Europa? Arranca con i suoi gruppi storici: la francese&nbsp;BNP Paribas&nbsp;guida il plotone continentale con 3.300 miliardi di attivi, tallonata dalla britannica&nbsp;&nbsp;HongKong and Shanghai Banking Corporation&nbsp;HSBC&nbsp;(3.200 miliardi) e da&nbsp;Crédit Agricole&nbsp;(2.800 miliardi).</p>



<p>In questa élite planetaria, l&#8217;Italia schiera solo le sue due punte di diamante, relegate nella parte bassa della classifica:&nbsp;Intesa Sanpaolo&nbsp;con circa 1.100 miliardi di dollari di attivi, ed&nbsp;UniCredit&nbsp;con 1.000 miliardi.&nbsp;</p>



<p>Intesa, il nostro peso massimo, vanta un patrimonio che è circa un settimo di quello di ICBC, e viene tranquillamente superata da ben quattro banche canadesi.</p>



<p>La verità è che, a livello planetario, i nostri campioni nazionali sono dei nani.&nbsp;</p>



<p>Nobili, sani, ma pur sempre nani.</p>



<p>Ed è qui che l&#8217;analisi tecnica cede il passo all&#8217;ironia, o forse alla rassegnazione.&nbsp;</p>



<p>Perché mentre Pechino e New York muovono masse di capitale paragonabili al debito pubblico globale, in questi giorni a Siena e a Firenze si rispolverano i concetti di &#8220;senesità&#8221; e di &#8220;toscanità&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Sentire il Presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ed i notabili locali erigere barricate retoriche a difesa dell&#8217;identità territoriale di Mps fa sorridere.&nbsp;</p>



<p>Sembra quasi di essere tornati al 1260, ai tempi della battaglia di Montaperti, con i guelfi ed i ghibellini a contendersi il castello.&nbsp;</p>



<p>Con la differenza che oggi l&#8217;oggetto della contesa non sono mura merlate, ma algoritmi e flussi di capitale globale.&nbsp;</p>



<p>Questa pretesa di governare i destini della quarta banca italiana con le categorie dello spirito di contrada fa pensare più al Medioevo che alla globalizzazione dei mercati.</p>



<p>Il vero problema, tuttavia, non è solo toscano o italiano; è strutturalmente europeo.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Europa popola la classifica delle prime 50 banche mondiali con ben 18 istituti, contro gli 11 del Nord America.&nbsp;</p>



<p>Ma se si va a vedere la dimensione media, la frammentazione mostra tutta la sua debolezza: gli Istituti europei viaggiano su una media di 1.600 miliardi di dollari di asset per banca, contro i 2.600 miliardi dell&#8217;Asia e gli oltre 2.000 del Nord America.</p>



<p>Siamo un Continente che ha tante banche, ma troppo piccole per la scala della competizione globale.&nbsp;</p>



<p>E la ragione è politica, prima ancora che economica.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Unione Europea continua a tollerare barriere interne, gelosie nazionali e una regolamentazione che, di fatto, impedisce la nascita di veri campioni transnazionali.&nbsp;</p>



<p>Ogni volta che si ipotizza una fusione&nbsp;cross-border, ovvero tra banche di Paesi europei diversi, scattano i riflessi condizionati dei singoli Governi (e dei Governatori regionali), pronti a difendere le rispettive &#8220;linee Maginot&#8221; finanziarie (guardate i tedeschi come si approcciano alla scalata di Commerzbank da parte di Unicredit).</p>



<p>Finché non si abbatteranno questi steccati, e non si completerà una vera Unione Bancaria e del Mercato dei Capitali, l&#8217;Europa sarà condannata ad essere un terreno di conquista, o peggio una comparsa, nello scacchiere finanziario del XXI secolo, dominato dal duopolio sino-americano.</p>



<p>Continuare a scannarsi per capire se MPS debba rimanere &#8220;toscanissima&#8221;&nbsp;&nbsp;o “senesissima”, o finire sotto questo o quell&#8217;ombrello nazionale, può essere un esercizio appassionante per la politica romana e per i talk show a puntate.&nbsp;</p>



<p>Ma se non alziamo lo sguardo oltre il cortile di casa, rischiamo di non accorgerci che mentre noi giochiamo al nostro piccolo risiko di campanile, il resto del mondo sta giocando un&#8217;altra partita, su un altro pianeta.&nbsp;</p>



<p>E purtroppo per noi, non si vince con il Palio.</p>



<p></p>
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		<title>Oltre la retorica del &#8220;burro o cannoni&#8221;. La pace non è un pranzo di gala (né un diritto acquisito)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:33:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardando il nostro dibattito pubblico si assiste ad una retorica pigra, dura a morire, che tende sistematicamente a mettere la Difesa in contrapposizione a sanità, scuola, energia e welfare.&#160; È la narrazione populista – non necessariamente di sinistra, anzi! –<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Guardando il nostro dibattito pubblico si assiste ad una retorica pigra, dura a morire, che tende sistematicamente a mettere la Difesa in contrapposizione a sanità, scuola, energia e welfare.&nbsp;</p>



<p>È la narrazione populista – non necessariamente di sinistra, anzi! – secondo cui ogni euro investito in sicurezza sia un furto al benessere dei cittadini o ai servizi essenziali: in fondo, una riedizione del&nbsp;vecchio e polveroso interrogativo “burro o cannoni?”.</p>



<p>Spiace&nbsp;constatare che la politica estera e di difesa sia diventata l&#8217;ennesimo terreno di scontro ideologico.&nbsp;</p>



<p>Ma questo è il perfetto esempio del provincialismo e dell&#8217;immaturità di una classe politica abituata a non guardare al di là del proprio ombelico, che trova nel dividere i cittadini un veicolo di propaganda finalizzato ad una facile ed emotiva raccolta voti.&nbsp;</p>



<p>Chi mi legge da tempo sa bene che lo considero un errore di prospettiva grossolano, una &#8220;minestra riscaldata&#8221; che ignora la realtà geopolitica, e rischia di esporre l’Italia e l’Europa a vulnerabilità fatali.&nbsp;</p>



<p>Non si tratta di essere pacifisti o guerrafondai – un dibattito ormai privo di ogni logica e fondamento – in quanto il messaggio da fare passare nella pubblica opinione oggi è lineare: la difesa non sottrae risorse alla società (alla sanità, alla scuola ecc.) ma la protegge.</p>



<p>Per noi italiani, questo concetto dovrebbe essere iscritto nel DNA storico.&nbsp;</p>



<p>La libertà e la ricchezza di Venezia – tutto sommato una piccola città che però è stata capace di imporsi per secoli quale hub globale di innovazione e commercio – non erano un dono del cielo: dipendevano direttamente da una potente&nbsp;&nbsp;Marina capace di proteggerle.&nbsp;</p>



<p>E quello che valeva per la Serenissima vale anche adesso per noi: la pace e la prosperità non sono eredità che si trasmettono in automatico; sono conquiste quotidiane.</p>



<p>Senza sicurezza, il welfare diventa fragile, l’economia si ferma, e i diritti si comprimono.&nbsp;</p>



<p>Non c&#8217;è ospedale che possa curare, scuola che possa istruire, o azienda che possa esportare se viene meno la cornice di stabilità che solo una difesa credibile può garantire.</p>



<p>Negli ultimi anni l&#8217;Ucraina, pagando un prezzo altissimo in vite umane e devastazioni, ha sfatato un tabù, dimostrando che anche la “grande” Russia sul campo non è militarmente invincibile.&nbsp;</p>



<p>Ma la lezione più dura che Kyiv impartisce all&#8217;Europa non è solo tattica, è tecnico-industriale:&nbsp;&nbsp;quella che serve una difesa capace di innovare più rapidamente dell’avversario, e di sostenere lo sforzo nel tempo.&nbsp;</p>



<p>E qui l&#8217;Europa si scontra con i propri limiti burocratici e strutturali.&nbsp;</p>



<p>Per il nostro continente non basta più semplicemente cambiare marcia o schiacciare l&#8217;acceleratore: bisogna salire su un treno completamente diverso.</p>



<p>Siamo davanti ad un cambio di paradigma radicale, non ad una semplice accelerazione del vecchio modello.&nbsp;</p>



<p>Kyiv è l’esempio visibile che una difesa moderna non si misura più sul numero di carri armati parcheggiati nei depositi, ma sulla capacità di integrare la ricerca pubblica, le università, ed il tessuto vitale delle startup, con l&#8217;industria strategica.&nbsp;</p>



<p>I nuovi fattori chiave sono velocità, scala e propensione al rischio.&nbsp;</p>



<p>Dobbiamo sviluppare la capacità psicologica ed industriale di consegnare in pochi mesi ciò che prima, ancora ieri, richiedeva anni di passaggi burocratici.&nbsp;</p>



<p>Se un software od un drone richiede tre anni per essere approvato, quando arriva sul campo è già obsoleto.&nbsp;</p>



<p>Non c&#8217;è tempo per accelerare il vecchio sistema; bisogna cambiarlo da cima a fondo.</p>



<p>Kyiv oggi è diventato giocoforza, e suo malgrado, il modello di esercito e di difesa fra i più avanzati al mondo.&nbsp;</p>



<p>Anche perché gli ucraini le armi sono in grado di provarle immediatamente su un vero campo di battaglia.&nbsp;</p>



<p>L’impiego massiccio di sistemi senza pilota da parte dell’Ucraina segna una svolta epocale nella condotta delle operazioni militari contemporanee.&nbsp;</p>



<p>I droni – nelle loro varianti aeree, navali e terrestri – non sono più strumenti accessori, ma il cuore pulsante della nuova dottrina militare, dove il conflitto ha compresso drasticamente i cicli di sviluppo: un drone può essere progettato, testato ed inviato in missione in poche settimane.&nbsp;</p>



<p>Il tempo diventa il fattore determinante: la velocità con cui emergono nuove armi o nuove contromisure rende obsoleti molti sistemi nel giro di pochi mesi.&nbsp;</p>



<p>Chi sa adattarsi rapidamente ed innovare tecnologicamente acquisisce un vantaggio decisivo sul campo.</p>



<p>C’è però un fattore generazionale immenso da affrontare.&nbsp;</p>



<p>La maggior parte della popolazione in Europa non ha mai vissuto la guerra, né l’ha vista da vicino.</p>



<p>Ed è un bene; è il miracoloso risultato di decenni di pace e stabilità.&nbsp;</p>



<p>Ma proprio per questo la sicurezza rischia di sembrare un dato scontato, un elemento di sottofondo che esiste per diritto divino.&nbsp;</p>



<p>Ai ragazzi bisogna spiegarlo con una chiarezza nuova: la sicurezza oggi non è solo questione di &#8220;armi&#8221;.&nbsp;</p>



<p>È un sistema integrato che attraversa tutta la società. Passa per le reti energetiche, i porti, i data center ed i cavi sottomarini su cui viaggiano i loro smartphone; passa per la sanità, perché una società che non sa curarsi non sa difendersi; passa per la qualità dell’informazione e per l&#8217;etica dell&#8217;intelligenza artificiale.&nbsp;</p>



<p>E passa, in modo decisivo, per la cultura: una società che dimentica chi è, e quali valori esprime, è una società intrinsecamente indifendibile.&nbsp;</p>



<p>La Difesa, allora, non sottrae risorse ai giovani, ma garantisce loro lo spazio vitale per studiare, lavorare, produrre, viaggiare e innovare.</p>



<p>Nonostante la mattane personali di Donald Trump, questo &#8220;test di maturità&#8221; industriale, culturale e strategico, coincide con le richieste americane di una maggiore condivisione da parte europea degli oneri nella Nato.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia, posizionata al centro di un &#8220;Mediterraneo allargato&#8221;, dove la minaccia viaggia in modo ibrido sotto la superficie dell&#8217;acqua, non può permettersi di guardare la discussione da spettatrice distratta, o credendo che bastino lo “stellone”, le marce della pace, le bandiere arcobaleno, o la “Costituzione Bella Ciao”.</p>



<p>Coltivare un ecosistema dell&#8217;innovazione tecnologica applicata alla sicurezza significa fare politica industriale di alto livello, creando lavoro, competenze e sovranità tecnologica.&nbsp;</p>



<p>Investire nella Difesa oggi non significa essere guerrafondai: significa essere realisti e pragmatici.&nbsp;</p>



<p>Significa riparare la vela con il tempo buono, prima che la burrasca travolga tutto ciò che abbiamo di più caro, per restare – finalmente – padroni del nostro futuro.</p>



<p></p>
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		<title>Il vizietto della politica e il grande &#8216;spezzatino&#8217; bancario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Chi ha, ahimè, molte primavere alle spalle ricorda perfettamente che durante la cosiddetta “Prima Repubblica” la politica – o per meglio dire, i Partiti – è stata, almeno fino ai primi anni ’90, il vero&#160;“padrone” delle Banche. Questo&#160;predominio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Chi ha, ahimè, molte primavere alle spalle ricorda perfettamente che durante la cosiddetta “Prima Repubblica” la politica – o per meglio dire, i Partiti – è stata, almeno fino ai primi anni ’90, il vero&nbsp;“padrone” delle Banche.</p>



<p>Questo&nbsp;predominio assoluto sugli Istituti di credito si fondava su pilastri precisi:&nbsp;</p>



<p>La Legge Bancaria del 1936<strong>:</strong>&nbsp;introdotta dal regime fascista dopo la grande crisi del 1929 per salvare il sistema dal fallimento attraverso la nazionalizzazione di fatto, dando vita al modello della Banca Pubblica.</p>



<p>Istituti di Diritto Pubblico<strong>:</strong>&nbsp;realtà storiche come il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, l&#8217;Istituto Bancario San Paolo di Torino e il Monte dei Paschi di Siena operavano come enti pubblici. I loro vertici non erano espressione del mercato azionario, ma venivano decisi col bilancino della lottizzazione politica, tramite nomine dirette dei partiti di governo (in primis Democrazia Cristiana e Partito Socialista).</p>



<p>Le Casse di Risparmio<strong>:</strong>&nbsp;fortemente radicate sul territorio, erano controllate dagli enti locali e dai politici che ne gestivano i consigli di amministrazione.</p>



<p>Essendo all’epoca Segretario Provinciale di Padova del Partito Repubblicano di La Malfa – e quindi, teoricamente, un addetto ai lavori – ricordo bene le riunioni “notturne” nei luoghi più disparati per sfuggire ai cronisti.&nbsp;</p>



<p>Ricordo gli scontri e le “baruffe” per accaparrarsi la Presidenza della Cassa di Risparmio, o almeno una Vicepresidenza.&nbsp;</p>



<p>Per essere onesti, data la limitata forza elettorale che gli italiani concedevano alle forze del centro laico, noi repubblicani venivamo ascoltati al massimo come “opinionisti”, quasi mai come “decisori”.</p>



<p>Quel mondo si è chiuso agli inizi degli anni &#8217;90, travolto dalla crisi della Prima Repubblica e spinto dalle direttive europee.&nbsp;</p>



<p>Oggi le Banche sono a tutti gli effetti imprese private (SpA) soggette alle regole del mercato e vigilate da BCE e Banca d’Italia.</p>



<p>Ma in un Paese come il nostro, è davvero credibile che la politica sia stata messa definitivamente fuori gioco in un settore così vitale come quello del credito e della finanza?</p>



<p>Le recenti vicende del Golden Power, utilizzato in modo piuttosto rocambolesco per impedire la scalata di Unicredit su Banco BPM, la dicono lunga: il “vizietto” di mettere le mani sul credito la politica non l&#8217;ha perso, e probabilmente non ha alcuna intenzione di perderlo.</p>



<p>Venendo all’operazione lanciata domenica sera da Intesa su MPS, ho avuto modo di scrivere proprio ieri&nbsp;&nbsp;(<a href="https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/</a>) che non crederò mai che il Governo non fosse stato preventivamente informato; l’aver mantenuto una posizione neutra è già di per sé un segnale preciso.&nbsp;</p>



<p>Certo è che di fronte ad Intesa Sanpaolo, un colosso tutto italiano da quasi 100 miliardi di capitalizzazione di Borsa, è difficile sollevare obiezioni.&nbsp;</p>



<p>Intesa si è sempre comportata – e non solo con l&#8217;Esecutivo in carica – come una vera Banca di sistema.&nbsp;</p>



<p>Questa OPAS può a ragione essere considerata un’operazione “di mercato” che mette il comparto al riparo da sorprese, stabilizzando gli assetti proprietari.</p>



<p>Ma si sa che nell’Italia dell’”Amichettismo” tutto può diventare lecito.&nbsp;</p>



<p>E poiché a nessuno piace essere digerito e spacchettato (soprattutto dopo aver gustato gli onori delle cronache come &#8220;Banca predatrice&#8221;), potrebbe anche darsi che, a livello politico, sia Banco BPM sia Monte dei Paschi di Siena cerchino ora una sponda nella Lega, che ha sempre considerato questa fusione come un affare di propria pertinenza.</p>



<p>Infatti, per quel che si percepisce dalla stampa e dai&nbsp;rumors, se Fratelli d’Italia plaude all’operazione di Messina – felice di riportare nell&#8217;alveo della &#8220;Nazione&#8221; istituti che rischiavano di passare sotto controllo straniero –, è indubbio che l’OPAS assesti un brutto colpo al progetto del terzo polo bancario nazionale caldeggiato da Giorgetti e costruito sull’asse MPS-Banco BPM.&nbsp;</p>



<p>Un boccone rimasto decisamente in gola a quella parte della Lega che ha sempre identificato in Banco BPM la banca di riferimento della Lombardia (nonostante sia partecipata al 20% da Crédit Agricole e al 5% da BlackRock).</p>



<p>Non sta a me esprimere giudizi sulle competenze o sulle doti dei singoli banchieri, ma non occorre essere geni della finanza per capire che Giuseppe Castagna ha perso l’occasione della vita.&nbsp;</p>



<p>Se, come sembra, aveva sentore delle voci sull’OPAS in arrivo, avrebbe dovuto accelerare, tentando la fusione con MPS prima di essere assoggettato alla&nbsp;passivity rule&nbsp;scattata con la mossa di Intesa.&nbsp;</p>



<p>Credo che ormai sia tardi per recuperare: così Banco BPM, nel volgere di una notte, è rimasto &#8220;solo&#8221; nel panorama bancario italico.</p>



<p>Forse troppo solo per pensare di restare immune dal tornado del risiko in atto.&nbsp;</p>



<p>La prima domanda che viene in mente è se Unicredit abbia intenzione di tornare alla carica, dopo il tentativo fallito dell’anno scorso.</p>



<p>Di certo, la figura fatta a suo tempo dal Governo con il Golden Power contro una Banca con sede a Milano è irripetibile, ma i paletti imposti allora sono ormai un ricordo ridicolo.&nbsp;</p>



<p>Dopo il ritiro dell&#8217;OPS di Unicredit su Banco BPM a fine luglio dello scorso anno, l&#8217;Unione Europea ha avviato a novembre una procedura d&#8217;infrazione contro l&#8217;Italia, accusandola di violare i principi di libera circolazione dei capitali e diritto di stabilimento, oltre che di ingerenza nei meccanismi di vigilanza bancaria unica.&nbsp;</p>



<p>Per risolvere le tensioni con Bruxelles ed evitare sanzioni, a gennaio l&#8217;Italia ha dovuto modificare la propria normativa: ora il Golden Power sulle banche può scattare solo dopo il parere vincolante delle autorità di vigilanza dell&#8217;UE, riducendo drasticamente la discrezionalità unilaterale dello Stato.</p>



<p>E non è cosa da poco. Sicuramente uno schiaffo ai sostenitori del “sovranismo bancario”.</p>



<p>In generale non nutro particolari simpatie per i banchieri, specie per i loro emolumenti stellari, ma so riconoscere quando lavorano bene.&nbsp;</p>



<p>E se Carlo Messina con l’OPAS su MPS ha dimostrato intelligenza e tempismo, va ammesso che anche Andrea Orcel, quando serve, non è da meno.</p>



<p>Orcel è attualmente impegnato in una lotta senza quartiere con i tedeschi, ma sa perfettamente che la sfida italiana è altrettanto vitale per il suo Gruppo.&nbsp;</p>



<p>Se l&#8217;OPAS di Intesa su MPS andasse in porto, Unicredit verrebbe scavalcata dalla nuova realtà, ed il suo posizionamento lungo la penisola rischierebbe di diventare marginale, soprattutto al Nord, e sul fronte dei servizi alle imprese.</p>



<p>Eppure, in questo scenario del tutto inedito per l’universo del credito nazionale, se ci pensate bene Unicredit potrebbe trasformarsi nella classica ciliegina sulla torta per un Governo ossessionato dalle conquiste straniere.&nbsp;</p>



<p>Se tutto dovesse andare come suggerisce la mossa di Messina, la governance di Generali – il vero gioiello di famiglia – risulterebbe blindata da un nocciolo duro di azionisti “de sangre italiano&#8221;.&nbsp;</p>



<p>A quel punto, un eventuale controllo di Unicredit su Banco BPM diventerebbe l’opzione migliore per mettere definitivamente in sicurezza tutto il risparmio della &#8220;Nazzzzzziiiione&#8221;.</p>



<p>E a quel punto Crèdit Agricole potrà anche suonare le proprie trombe, ma Unicredit risponderebbe con le proprie campane.&nbsp;</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il tabù della successione e la retorica della patrimoniale: l’anomalia italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 07:33:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Avete mai considerato che l’Italia è l’unico Paese dove chi lavora, guadagna e risparmia deve dare più giustificazioni di chi vive sulle sue spalle (e sono tanti)? Capisco che questa affermazione possa stupire, ma sarà per la tradizione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Avete mai considerato che l’Italia è l’unico Paese dove chi lavora, guadagna e risparmia deve dare più giustificazioni di chi vive sulle sue spalle (e sono tanti)?</p>



<p>Capisco che questa affermazione possa stupire, ma sarà per la tradizione cattolica, sarà perché abbiamo avuto il Partito Comunista più grande d’Europa (la cui cultura ha lasciato profonde radici), fatto sta che sotto il sole italico la ricchezza è vista ancora come un peccato originale.&nbsp;</p>



<p>O, peggio, come un furto.&nbsp;</p>



<p>Non meraviglia, quindi, se periodicamente la sinistra rispolveri la &#8220;Patrimoniale&#8221; come fosse il Santo Graal in grado di sanare tutte le ingiustizie di questa terra.</p>



<p>Se la proposta arriva da leader come Fratoianni, espressione della&nbsp;gauche&nbsp;più radicale, ce ne facciamo una ragione.&nbsp;</p>



<p>Diventa molto meno condivisibile quando viene accarezzata dalla Segretaria del PD, Elly Schlein, che dovrebbe guidare un partito della socialdemocrazia europea, e non un circolo di guevaristi arrabbiati.&nbsp;</p>



<p>Ma la realtà, si sa, arriva sempre come una secchiata d’acqua gelida sui bollori rivoluzionari.&nbsp;</p>



<p>Sono bastati pochi giorni per far capire alla&nbsp;pasionaria&nbsp;del Nazareno che quella parola, in Italia, è sinonimo di batosta elettorale.&nbsp;</p>



<p>E così davanti alla platea dei giovani Industriali a Rapallo,&nbsp;la Schlein si è affrettata a dichiarare: “la patrimoniale non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista (non dice&nbsp;&nbsp;“alleanza di sinistra” perché la definizione non piace a Giuseppe Conte, che sa bene che parte del suo elettorato&nbsp;&nbsp;non è di sinistra).</p>



<p>Io non avevo dubbi che sarebbe finita così, come la classica boutade per “vedere l’effetto che fa”, da ritirare subito non appena si levano gli scudi.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, sgombrato il campo dalla demagogia, resta un problema enorme.&nbsp;</p>



<p>E per me&nbsp;&nbsp;non si tratta di difendere i ricchi per principio preso, ma di guardare in faccia la realtà economica del nostro Paese.</p>



<p>Sgombrato il campo che la patrimoniale classica è quasi sempre una cattiva risposta: promette molto, incassa poco, spaventa i risparmiatori, e non corregge le storture, la domanda è: cosa si può fare?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Serve aggiustare un sistema fiscale italiano che ha una grande, drammatica anomalia:&nbsp;quella di&nbsp;tassare moltissimo il lavoro “di oggi” e pochissimo i patrimoni accumulati “ieri”.</p>



<p>Per ragioni storiche e&nbsp;&nbsp;di cattiva pratica politica (voto di scambio, privilegi concessi ad alcuni settori),&nbsp;&nbsp;la classe dirigente&nbsp;&nbsp;ha finito per concentrare il prelievo Irpef soprattutto su una categoria: il reddito da lavoro dipendente e da pensione sopra i 35milaeuro; mentre altre basi imponibili contribuiscono molto meno.</p>



<p>Al contrario, lo sbilanciamento sulle successioni è imbarazzante.&nbsp;</p>



<p>In Italia, per l’eredità in linea diretta fino a un milione di euro non si paga nulla, e oltre la soglia l’aliquota è appena al 4%.&nbsp;</p>



<p>Risultato? Lo Stato incassa meno di un miliardo all&#8217;anno da circa 60mila contribuenti.&nbsp;</p>



<p>In Francia, il gettito delle successioni sfiora i 18 miliardi di euro (lo 0,6% del PIL), in Spagna i 3,4 miliardi.&nbsp;</p>



<p>Guardate che non si tratta di una questione di invidia sociale o di giudizio morale, ma di pura logica economica:&nbsp;il nostro sistema premia l’eredità e punisce il merito di chi produce.</p>



<p>Questo squilibrio rischia di trasformare l&#8217;Italia in una &#8220;società ereditaria&#8221; bloccata.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi trent’anni, come evidenziato da dati di Banca d&#8217;Italia, la quota di ricchezza in mano alle famiglie giovani è crollata, mentre quella degli&nbsp;over<em>&nbsp;65</em>&nbsp;è raddoppiata.&nbsp;</p>



<p>I giovani affrontano stipendi stagnanti, precarietà e affitti alti; gli anziani hanno accumulato patrimoni immobiliari in tempi più felici.&nbsp;</p>



<p>Nei prossimi anni assisteremo al più grande passaggio generazionale della storia: una massa enorme di ricchezza si concentrerà nelle mani di pochi figli, solitamente&nbsp;&nbsp;già benestanti e più istruiti.</p>



<p>Come uscirne senza cedere ai riflessi condizionati della sinistra massimalista, che in questo caso qualche ragione ce l’ha?&nbsp;</p>



<p>Riformando le cose con gli strumenti ordinari, riducendo la pressione fiscale complessiva che oggi è la più alta dai tempi del governo Monti.</p>



<p>Ad esempio, solo abbassando la franchigia sulle successioni a 700 mila euro (o alzando l&#8217;aliquota al 10%, mantenendo il milione attuale),&nbsp;&nbsp;si calcola che lo Stato potrebbe ricavare circa 7 miliardi di euro.&nbsp;&nbsp;Certo anche molto di più se ci si volesse allineare ad altri Paesi, calcando di più la mano!</p>



<p>Risorse però che non dovrebbero finire nel buco nero della spesa pubblica corrente ed improduttiva,&nbsp;&nbsp;ma essere utilizzate per&nbsp;tagliare l&#8217;IRPEF&nbsp;&nbsp;in particolare al cosiddetto sul ceto medio.&nbsp;&nbsp;E con quelle entrate lo si potrebbe fare in modo consistente.</p>



<p>Bisogna evitare due errori opposti: proporre patrimoniali generali che terrorizzano i risparmiatori e fanno fuggire i capitali, o fare finta che il problema della concentrazione della ricchezza non esista.&nbsp;</p>



<p>Il problema esiste, ma la risposta non è lo scontro ideologico.&nbsp;</p>



<p>È rimettere al centro il lavoro, dando finalmente respiro a chi, in questo Paese, produce e fatica ogni giorno.</p>



<p>Intendiamoci: non sarà facile far digerire una riforma simile ad un elettorato abituato da sempre a considerare le eredità come una zona franca, intoccabile di fatto.&nbsp;</p>



<p>Ma il valore di una classe dirigente si misura proprio qui: nella capacità di guardare avanti, di fare scelte coraggiose e di proporre soluzioni di lungo periodo.</p>



<p>A tirare a campare, dopotutto, sono capaci tutti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Evasione fiscale, cassa e pos: bastava un cavo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scontrino del diavolo Di Alessandro Cammarano Ci voleva poco. Pochissimo. Dal primo gennaio 2026 è in vigore una misura di disarmante semplicità: l’abbinamento automatico tra registratori di cassa e pos, che obbliga l’esercente a emettere uno scontrino ogni volta<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo scontrino del diavolo</p>



<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>Ci voleva poco. Pochissimo. Dal primo gennaio 2026 è in vigore una misura di disarmante semplicità: l’abbinamento automatico tra registratori di cassa e pos, che obbliga l’esercente a emettere uno scontrino ogni volta che riceve un pagamento con carta. Niente algoritmi esotici, niente intelligenza artificiale applicata alla lotta al crimine fiscale, niente task force di ispettori in impermeabile. Un cavo — metaforico, naturalmente — tra due macchinette già presenti su ogni bancone d’Italia da anni. Il risultato: nei primi cinque mesi del 2026 sono emersi 115 milioni di scontrini in più e una base imponibile aggiuntiva di 5,3 miliardi di euro. Ricavi che altrimenti non sarebbero stati dichiarati e su cui ora lo Stato incasserà le tasse dovute.</p>



<p>Cinque virgola tre miliardi. In cinque mesi. Con un cavo.</p>



<p>Vale la pena di soffermarsi su questo numero con la deferenza che merita, perché contiene al suo interno una confessione collettiva di proporzioni storiche. Non è il fisco che ha scoperto qualcosa di nascosto: è il sistema stesso che, costretto a parlarsi internamente, ha prodotto una contabilità che prima non esisteva. O meglio: esisteva nei registratori di cassa, esisteva nei pos, ma le due colonne non si incrociavano mai. Come due coniugi che dormono nello stesso letto da vent’anni senza mai parlarsi davvero. E intanto la casa brucia.</p>



<p>A rendere il tutto ancora più gustoso è la reazione del Ministero dell’Economia, che aveva prudenzialmente stimato un recupero di cinquanta milioni. Ne sono arrivati cinquemilatrecento: venti volte tanto. C’è qualcosa di commovente nell’ottimismo di un’amministrazione pubblica che si aspettava un bicchiere d’acqua e si è ritrovata il diluvio universale. Tecnicamente uno straordinario successo di politica fiscale. Praticamente la prova che si sapeva benissimo cosa stava succedendo, ma nessuno aveva voglia di guardare.</p>



<p>Prima di scendere nel dettaglio delle categorie — e ci si scenderà, senza riguardi — è utile ricordare la cornice. Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili del Ministero dell’Economia, il gap complessivo tra entrate potenziali e reali si attesta tra 98 e 102 miliardi di euro l’anno, con un’economia sommersa che genera circa 182 miliardi di valore aggiunto e un’incidenza sul PIL stabile intorno al 9%. Non è una cifra nuova, né sorprendente: è una cifra strutturale, un arredo fisso del paesaggio economico italiano, come il campanile e la trattoria sul corso. Il 9% del prodotto interno lordo non dichiarato. Mentre si discute di decimali nel deficit e di virgole nel patto di stabilità, quasi un decimo dell’intera economia nazionale galleggia nell’etere opaco del sommerso con la placida indifferenza di chi sa di non essere disturbato.</p>



<p>Per orientarsi in questo paesaggio il Ministero utilizza gli ISA — Indici Sintetici di Affidabilità fiscale — una sorta di pagella scolastica assegnata a partite IVA e lavoratori autonomi, che misura la verosimiglianza tra il reddito dichiarato e quello che sarebbe ragionevole aspettarsi da una certa attività. Un sistema di logica elementare: se sei un ristorante nel centro di una città di medie dimensioni e dichiari redditi da sussidio di disoccupazione, qualcosa non torna. Gli ultimi dati del Ministero mostrano ai vertici dell’affidabilità medici, commercialisti, consulenti del lavoro e ingegneri. In fondo alla graduatoria, con una regolarità che comincia ad assumere i contorni della tradizione, ristoratori, venditori ambulanti, tassisti, noleggiatori con conducente e concessionarie di automobili.</p>



<p>La distinzione non è casuale. I primi operano in regime di fatturazione, ricevono quasi esclusivamente pagamenti tracciabili, sono soggetti a ordini professionali con sistemi di controllo già strutturati. I secondi operano a contatto diretto con il pubblico, incassano in contanti e hanno storicamente goduto di una finestra di opacità strutturale tra l’incasso e la sua registrazione. Una finestra che il collegamento pos-cassa ha appena sbarrato dall’esterno, con una semplicità quasi offensiva.</p>



<p>Il settore della ristorazione merita attenzione particolare, per consistenza numerica e per la spudorata distanza tra i redditi dichiarati e qualsiasi ragionevole ipotesi di sopravvivenza biologica. I ristoratori fiscalmente virtuosi denunciano al fisco circa 65.000 euro l’anno. La media di chi non supera la sufficienza agli ISA scende intorno ai 15.600 euro annui: poco più di mille euro al mese per un’intera attività commerciale. Mille euro al mese per gestire un locale, pagare affitto, utenze, materie prime e personale. È un risultato contabile che sfida non solo la fiscalità, ma le leggi elementari della termodinamica. I locali più piccoli risultano addirittura in perdita, sollevando interrogativi sulla loro stessa sopravvivenza. Trattorie che perdono soldi da vent’anni e hanno ancora le luci accese, il cuoco in cucina e i tavoli pieni il sabato sera. Un mistero che Darwin non aveva previsto: la sopravvivenza del fiscalmente meno adatto. Circa il 71% dei ristoratori risulta fiscalmente inaffidabile secondo gli indici ministeriali: non si tratta di qualche mela marcia, è il frutteto intero.</p>



<p>I bar non se la cavano meglio: più della metà dei gestori non supera la soglia di affidabilità. Il caffè al bancone — quello che costa ancora quello che costava, pagato in contanti, consumato in trenta secondi e privo di scontrino come di qualsiasi altra formalizzazione del rapporto commerciale — è da decenni un monumento nazionale all’evasione da micro-transazione. Si potrebbe obiettare che parliamo di novanta centesimi. Vero. Moltiplicati però per le decine di milioni di caffè che scorrono ogni giorno nei bar italiani senza lasciare traccia contabile, il risultato non è più trascurabile. È un torrente.</p>



<p>Le discoteche e i locali notturni guidano invece la classifica assoluta dell’inaffidabilità, con oltre tre quarti dei contribuenti che non raggiungono la sufficienza. In un settore dove il contante regna sovrano dalle ore 23 alle ore 5, dove l’ingresso viene spesso gestito con tariffe variabili e accordi verbali, dove le consumazioni possono essere tracciate o meno a seconda dell’umore del cassiere, questa percentuale ha il sapore della conferma di ciò che chiunque abbia mai passato una serata in discoteca già sospettava. Se le discoteche fossero oneste quanto sono rumorose, il debito pubblico sarebbe già estinto.</p>



<p>Più sorprendenti, perché meno ovvie, le lavanderie e i noleggiatori di auto, dove la quota di dichiarazioni inaffidabili sfiora o supera il 78%. La lavanderia. Un’attività che processa capi di vestiario incassa in contanti o in carta, e dichiara redditi che farebbero arrossire uno stagista. È il trionfo della banalità dell’evasione: non servono schemi sofisticati, non servono paradisi fiscali alle Cayman. Basta un registratore di cassa e la ferrea convinzione che ciò che non si batte non esiste. Lavarsi la coscienza, si è sempre detto. Lavarsi i proventi, si apprende ora.</p>



<p>I tassisti occupano un posto di rilievo nel pantheon dell’inaffidabilità, con circa un terzo che non raggiunge la soglia fissata dagli ISA. Il numero, preso da solo, potrebbe sembrare modesto rispetto ai ristoratori. Ma va contestualizzato: il tassista lavora prevalentemente in contanti, gestisce tariffe prefissate da tassametro e tariffe non prefissate da accordo verbale, emette la ricevuta fiscale in funzione di variabili che sfuggono a qualsiasi sistema di controllo. La corsa non tracciata, pagata in contanti e salutata con un cenno di testa, è stata per decenni la norma piuttosto che l’eccezione. Con la diffusione delle piattaforme di prenotazione digitale qualcosa sta cambiando, ma il taxi tradizionale rimane un territorio di frontiera per qualsiasi sistema di controllo fiscale. Una frontiera che nessuno, fino a poco fa, sembrava aver fretta di attraversare.</p>



<p>Nel variegato mondo degli artigiani — idraulici, elettricisti, meccanici — quasi sei su dieci risultano in odore di evasione. È il sommerso capillare, quello che entra in casa tua, aggiusta il rubinetto, sostituisce l’interruttore e prima di andarsene pronuncia la formula rituale: «Vuole la fattura? Senza, le faccio un prezzo migliore.» Una proposta che milioni di italiani hanno accettato almeno una volta nella vita, diventando così complici attivi del meccanismo evasivo. L’artigiano che lavora in nero non è necessariamente un criminale nel senso comune del termine. È, molto spesso, qualcuno che ha trovato nel pagamento in contanti una soluzione di comodo che gli permette di competere con chi fa la stessa cosa in modo regolare. Il mercato sommerso non è abitato solo da furbi. È abitato anche da persone che il sistema regolare non ha mai saputo includere davvero. Ciò detto, cinque miliardi e trecento milioni in cinque mesi dicono che l’inclusione forzata nel sistema funziona meglio di qualsiasi campagna di sensibilizzazione civica.</p>



<p>I venditori ambulanti chiudono il quadro: circa un terzo non supera la soglia degli ISA, ma la questione è più articolata di quanto il numero suggerisca. L’ambulante si sposta, opera su superfici diverse ogni giorno, gestisce transazioni rapide e frammentate, spesso con clienti che non richiedono né vogliono alcuna documentazione. Il mercato rionale del giovedì mattina è un universo fiscalmente imperscrutabile. Non perché chi vi opera sia necessariamente animato da intenzioni fraudolente, ma perché il sistema di controllo non è mai stato progettato pensando a lui. Colpa del sistema, si dirà. Vero, in parte. Ma è una colpa che condivide allegramente con chi ne approfitta.</p>



<p>Il capitolo più imbarazzante della storia riguarda però la politica. La stessa maggioranza che aveva combattuto battaglie epiche contro il «Grande Fratello fiscale», che aveva agitato lo spettro dello «Stato spione» ogni volta che si parlava di pagamenti elettronici obbligatori, si trova ora a gestire in silenzio i risultati di misure che aveva avversato in campagna elettorale e che i governi precedenti avevano introdotto progressivamente. La fatturazione elettronica, i registratori telematici, il collegamento pos-cassa: ciascuno di questi strumenti è stato accolto al suo debutto con proteste, ricorsi, invocazioni alla libertà del mercato. Ciascuno ha poi prodotto risultati. Dal 2023 a oggi, secondo i dati del Ministero, sono stati recuperati oltre 100 miliardi di euro di evasione, con il 2025 che ha segnato il record di 36,2 miliardi recuperati in un singolo anno. Sono numeri che andrebbero celebrati con la stessa enfasi con cui si celebrano i dati sul turismo o sulla crescita del PIL. Invece galleggiano nel dibattito pubblico con l’imbarazzo di chi ha trovato nel cassetto di casa una somma cospicua di cui preferisce non chiedere la provenienza.</p>



<p>La storia del collegamento pos-cassa è, in fondo, la storia di un’ovvietà realizzata in ritardo. Che i pagamenti elettronici dovessero corrispondere agli scontrini emessi era evidente a chiunque avesse mai usato un pos e un registratore di cassa nello stesso locale. Che la discrepanza tra i due flussi fosse sistematicamente sfruttata era altrettanto evidente a chiunque non avesse interesse a non vederla. I contribuenti onesti — quelli che lo scontrino lo battono sempre, che la fattura la emettono anche quando il cliente non la vuole, che il reddito lo dichiarano anche quando dichiararlo conviene meno — finanziano da decenni una quota di spesa pubblica che spetterebbe anche ad altri. Il sommerso non è un’astrazione economica. È una redistribuzione occulta del carico fiscale dai disonesti agli onesti, praticata alla luce del sole con la complicità di chi preferisce non vedere.</p>



<p>Cinque virgola tre miliardi in cinque mesi. Con un cavo.</p>



<p>Chissà quanti ne verranno fuori quando collegheranno anche il resto.</p>



<p></p>
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		<title>Mps e il &#8220;Triello&#8221; del credito italiano: se la finanza gioca alla Sergio Leone</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:11:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Sicuramente i duelli finali dei film di Sergio Leone rimarranno nella storia del cinema, e nelle menti di chi li ha vissuti davanti allo schermo.<br>Come dimenticare il “Triello” de “Il buono, il brutto, il cattivo”, i lunghi silenzi, i primi piani sugli occhi, e la musica iconica di Ennio Morricone?<br>Ieri pomeriggio, fatte le debite proporzioni, mi è sembrato di rivivere uno di quei duelli iconici; solo che il terreno non era il solito spiazzo assolato di un ranch, bensì gli ambienti condizionati dei palazzi del potere bancario italico.<br>Per capire cosa è successo, proviamo a metterla giù semplice, senza il fumo negli occhi del gergo finanziario che serve solo a far sembrare intelligenti gli addetti ai lavori.<br>Sul tavolo c’è la Banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena (Mps), da poco risanata dopo anni di Purgatorio ed iniezioni di denaro pubblico, e tornata a fare gola.<br>Sabato sera era andata in scena la prima mossa: il Banco Bpm di Giuseppe Castagna aveva rotto gli indugi proponendo ad Mps un’aggregazione “tra pari”, con l’obiettivo dichiarato di creare un secondo polo bancario italiano in grado di competere con i giganti.<br>L’obiettivo di Castagna è chiaro: creare un grande polo bancario italiano, forte nei territori, nella gestione del risparmio, nel credito e nei prodotti assicurativi.<br>Banco Bpm porta in dote Anima, la fabbrica prodotto, una rete solida e un posizionamento industriale coerente.<br>Mps porta invece Mediobanca, il 13,2% di Generali, ed una storia recente di rilancio che ha trasformato Siena da problema pubblico a preda ambita.<br>Le sinergie stimate sarebbero importanti: circa 1,1 miliardi lordi.<br>Ma il problema, come sempre, non è solo industriale.<br>È azionario, politico, regolamentare e strategico.<br>Perché dentro Banco Bpm c’è Crédit Agricole.<br>Dentro Mps ci sono Delfin, Caltagirone, il Tesoro ed il fantasma sempre presente di Mediobanca.<br>E sopra tutti c’è il Golden Power.<br>Vista sul piano della strategia bancaria si tratta di una mossa da manuale, anche se si vagheggia di un certo scetticismo che aleggerebbe in una parte della maggioranza di Governo sull’unione tra Banco Bpm e Mps, per il fatto che il primo azionista del nuovo gruppo risulterebbe la francese Crédit Agricole.<br>Non meravigliatevi se la politica alla fine c’entra sempre; lo si vede in Germania con l’affaire CommerzBank-Unicredit, e figuriamoci se qualche parte politica italica custode del sovranismo non paventa che una banca importante de “a Nazzziiiioooone” diventi preda dei cugini-nemici francesi.<br>A questo io aggiungo una mia osservazione: avendo vissuto professionalmente svariate fusioni, posso testimoniare che in particolare una fusione bancaria “tra pari” non rappresenta il migliore dei mondi possibile.<br>Ma tornando a bomba, il bello del risiko bancario è che quando pensi di aver fatto scacco, c’è sempre qualcuno con un pezzo più grande pronto a mangiarti la regina.<br>E quel qualcuno in questo caso è Carlo Messina, il grande capo di Intesa Sanpaolo.<br>Mentre tutti guardavano a Milano e Siena, da Torino e Milano è partito il colpo di scena teatrale, un vero e proprio blitz da 30,6 miliardi di euro: Intesa Sanpaolo ha lanciato un’Opas (un’offerta pubblica di acquisto e scambio) sulla totalità delle azioni di Mps.<br>In parole povere?<br>Intesa ha offerto agli azionisti del Monte un mix di proprie azioni più un euro in contanti per portarsi a casa l&#8217;intera Banca toscana, mettendo sul piatto un premio generoso rispetto ai valori di borsa.<br>Per gli amanti dei numeri, per ogni 10 azioni di Mps portate in adesione all’offerta, saranno corrisposte 16 azioni ordinarie di Intesa, più un importo di 10 euro cash.<br>Saranno ovviamente i mercati a dirci se si tratta di un’offerta congrua ed appetibile.<br>Ma siccome a questi livelli nessuno si muove da solo, Messina ha fatto un accordo preventivo con il gruppo Unipol.<br>Il piano è di una furbizia geometrica: se l’operazione va in porto, Unipol entra nella partita per rilevare filiali, marchio e pezzi importanti del Monte, con Bper pronta a diventare il veicolo bancario dell’operazione.<br>È una mossa enorme, che non può essere scaturita da quattro chiacchiere in un Cda convocato in una calda ed assolata serata di giugno.<br>Perché Intesa non comprerebbe solo Mps.<br>Comprerebbe, soprattutto, il perimetro più ricco e strategico che Mps oggi controlla: Mediobanca, il wealth management, il credito al consumo, l’investment banking e, indirettamente, quel 13,2% di Generali che da anni è il vero gioiello della corona.<br>Ma che gioco stiamo giocando, visto che più che una partita a scacchi sembra una battaglia navale giocata dentro Piazza Affari?<br>Semplice: Intesa punta a blindare la sua leadership assoluta nel Wealth Management (la gestione dei risparmi delle famiglie italiane, che sono la vera miniera d’oro del nostro Paese) e punta a far salire i suoi utili a cifre strabilianti, promettendo piogge di dividendi miliardari ai propri azionisti da qui al 2029.<br>Con questa mossa, quello che doveva essere un tranquillo matrimonio tra Banco Bpm ed Mps si è trasformato in un duello ravvicinato ad altissima tensione.<br>Resta ora da vedere come reagiranno i mercati, la politica e la Vigilanza europea.<br>Ma una cosa è certa: la colonna sonora di Morricone sta suonando forte, le dita sono vicine alle fondine e, nei palazzi della finanza italiana, nessuno ha intenzione di battere le ciglia per primo.<br>Concludendo, non mi si venga a dire che a Roma non sapevano nulla della mossa di Messina perché non ci credo neanche se me lo giurano, e quasi sicuramente il potere è interessato anch’esso a quel 13% di Generali, che mai e poi mai dovrà andare in mani straniere.<br>E celiando un po&#8217;, mi sento di dire a Giuseppe Castagna che forse avrebbe dovuto andarsi a rivedere “Per un pugno di dollari”, in particolare quella scena in cui Clint Eastwood afferma “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto&#8221;.<br>La mia impressione, a caldo, è che l’uomo col fucile sia Carlo Messina.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Oltre l&#8217;Overtourism, c&#8217;è lo Stupid tourism o “Turismo ovino”: le ferie guidate dall’algoritmo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 07:39:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ve ne siete già accorti? Con la fine delle scuole inizia inevitabilmente un’altra fase della nostra quotidianità e, fatalmente, ci si comincia a concentrare sulle ferie.&#160; Per dirla meglio, c’è un momento, ad ogni inizio estate, in cui<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/oltre-lovertourism-ce-lo-stupid-tourism-o-turismo-ovino-le-ferie-guidate-dallalgoritmo/">Oltre l&#8217;Overtourism, c&#8217;è lo Stupid tourism o “Turismo ovino”: le ferie guidate dall’algoritmo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ve ne siete già accorti? Con la fine delle scuole inizia inevitabilmente un’altra fase della nostra quotidianità e, fatalmente, ci si comincia a concentrare sulle ferie.&nbsp;</p>



<p>Per dirla meglio, c’è un momento, ad ogni inizio estate, in cui l’umanità decide collettivamente di spegnere il cervello per consegnarsi, mani e piedi legati, ai server della Silicon Valley.&nbsp;</p>



<p>Non parliamo più del vecchio “Overtourism”, fenomeno ormai superato e quasi romantico; oggi siamo entrati ufficialmente nell&#8217;era dello “Stupid tourism”.&nbsp;</p>



<p>Una patologia transnazionale, un’epidemia indotta da algoritmi, intelligenze artificiali e social network, il cui unico scopo è portarci tutti insieme nello stesso identico momento, nello stesso identico carnaio.&nbsp;</p>



<p>Basta accendere un telegiornale a luglio o agosto.&nbsp;</p>



<p>I servizi sui &#8220;vacanzieri&#8221; – termine orrendo che andrebbe radiato dal vocabolario assieme a chi lo pronuncia – sembrano girati con lo stampino.&nbsp;</p>



<p>Stessi collegamenti, stesse code in autostrada, stesse spiagge ridotte a distese di carne umana grigliata, stessi ristoranti dove un finto chef ti spaccia per chilometro zero un piatto precotto.&nbsp;</p>



<p>Eppure, il telespettatore medio guarda quel disastro e, invece di terrorizzarsi, pensa:&nbsp;&#8220;Che bello, voglio andarci anch’io&#8221;.&nbsp;</p>



<p>È l&#8217;ansia da prestazione sociale, il terrore ovino di essere tagliati fuori dal gregge (FOMO, per dirla come chi ha studiato).&nbsp;</p>



<p>E così si finisce per desiderare solo ciò che viene promosso ovunque.&nbsp;</p>



<p>I social e le guide creano bolle ipnotiche in cui tutti vedono le stesse cose, trasformando in un quarto d&#8217;ora la meta più esclusiva in un formicaio di massa.</p>



<p>La cosa più straordinaria dello Stupid tourism è la sua totale impermeabilità alla geopolitica. Della guerra in Ucraina ormai non frega più niente a nessuno, è roba vecchia.&nbsp;</p>



<p>Ma persino il Medio Oriente in fiamme e le tensioni in Iran vengono vissuti dal viaggiatore compulsivo non come una tragedia, ma come un fastidio logistico.&nbsp;</p>



<p>Dubai e le mete esotiche del Golfo sono diventate improvvisamente meno appetibili, e non tanto per questioni etiche, quanto per il rischio concreto di vedersi recapitare un drone kamikaze nel cocktail a bordo piscina, o per i voli cancellati che rischiano di farti saltare il selfie di rito.</p>



<p>Il risultato di questa ritirata strategica?&nbsp;</p>



<p>Un catastrofico effetto imbuto.&nbsp;</p>



<p>Masse oceaniche, private del loro deserto artificiale condizionato, probabilmente si riverseranno come orde di barbari sulle mete storiche del Mediterraneo: Italia, Grecia, Spagna.&nbsp;</p>



<p>Luoghi già assediati da anni, oggi letteralmente al collasso.&nbsp;</p>



<p>E mentre l’ecosistema scoppia, i mercanti del tempio si sfregano le mani.&nbsp;</p>



<p>Giusto l&#8217;altro giorno, mio nipote spagnolo mi raccontava che l’hotel di Corfù dove aveva soggiornato lo scorso giugno ha pensato bene di ritoccare il listino: un bel +50% sul prezzo della camera.&nbsp;</p>



<p>Perché? Perché possono.&nbsp;</p>



<p>Perché lo Stupid tourism non ha limiti di budget né di dignità.&nbsp;</p>



<p>Se l&#8217;algoritmo decreta che devi andare a Corfù, tu ci vai.&nbsp;</p>



<p>Mansueto, mutuo alla mano, pronto a farti rapinare da un albergatore ellenico.</p>



<p>Ma proviamo a fare un passo indietro: chi lo decide, davvero, dove dobbiamo andare?&nbsp;</p>



<p>Un tempo c&#8217;erano le vecchie agenzie di viaggio, che potevano starti simpatiche o meno, ma erano fatte di esseri umani.&nbsp;</p>



<p>Oggi siamo ostaggio di piattaforme digitali che, con la scusa di &#8220;personalizzare&#8221; l&#8217;esperienza, applicano la più feroce delle standardizzazioni.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;algoritmo non vuole che tu scopra il mondo; vuole ottimizzare i flussi commerciali.&nbsp;</p>



<p>Il software deve incastrare al meglio l’interesse delle compagnie aeree con quello delle società di&nbsp;“Rent a car<em>”</em>, dei grandi gruppi alberghieri e della ristorazione.&nbsp;</p>



<p>E l’ottimizzazione matematica si ottiene in un solo modo: mandando tutti nello stesso posto.</p>



<p>E così, milioni di individui finiscono per guardare lo stesso identico panorama, ordinare lo stesso piatto fotografato su Instagram, e vivere un&#8217;esperienza totalmente fotocopiata.&nbsp;</p>



<p>Questo porta a scene assurde, come code di ore in montana solo per farsi una foto su una roccia famosa.</p>



<p>Non è più viaggio, è transumanza digitale.&nbsp;</p>



<p>E’, appunto,&nbsp;&nbsp;“turismo ovino”, dove l’algoritmo di Instagram o Tik Tok funge da cane da pastore,&nbsp;&nbsp;che dice alla massa di pecore dove andare, cosa mangiare, dove farsi il selfie, dove farsi “tosare”.&nbsp;</p>



<p>Siamo diventati i figuranti di un gigantesco reality show globale a pagamento.&nbsp;</p>



<p>Paghiamo cifre folli per stare stipati come sardine in borghi storici che hanno perso l&#8217;anima, ridotti a fondali di cartone.</p>



<p>Basta guardare i resoconti filmati&nbsp;&nbsp;estivi di località come Salò sul Garda, Capri, o Firenze per chiedersi: ma come fanno a starci tutte quelle persone in quegli spazi?</p>



<p>Eppure ci stanno, pigiate come acciughe nella loro classica scatola, con l’ombrellino in una mano ed il gelato che si scioglie nell&#8217;altra, nonostante il termometro sfiori i 40 gradi all’ombra.&nbsp;</p>



<p>Ma volete mettere la soddisfazione di inviare un selfie a Masi (piccolo paesino della bassa padovana lungo l’Adige) direttamente dalle pendici dell’Everest o da Machu Picchu!</p>



<p>Fra tutti i “vacanzieri” quelli che&nbsp;mi fanno pena e rabbia allo stesso tempo sono i tardoni, categoria sociologicamente interessante: uomini e donne sopra i 60 che decidono, in preda ad un rigurgito adolescenziale, che non possono non visitare le Vanuatu, o morire senza aver&nbsp;&nbsp;dormito in una capanna con tetto di banano nelle Filippine.<br>Li riconosci: hanno lo zaino tecnico da trekking, spesso la GoPro sul petto, ed il colesterolo a 240.<br>Li vedi stramazzare a Petra, boccheggianti sul Partenone, tramortiti a Bangkok, ma felici, perché c’è il Wi-Fi e possono inviare tutto su WhatsApp alla sorella più anziana, rimasta sempre in quel di Masi.&nbsp;</p>



<p>A questo punto, credo che l&#8217;unico vero atto di ribellione, l&#8217;unica vera avanguardia culturale rimasta, sia una sola: il gran rifiuto.&nbsp;</p>



<p>Praticare la resistenza visitando zone bellissime fuori stagione (chi decide poi quando è la stagione migliore per il tuo riposo?), rigorosamente fuori dai circuiti dei software, oppure optare per la resistenza passiva massima: starsene a casa.</p>



<p>Riscoprire il lusso supremo dell&#8217;invisibilità e del silenzio.&nbsp;</p>



<p>Uscire in giardino, fare due passi in collina, stappare una bottiglia fresca senza l&#8217;ansia patologica di doverla taggare.&nbsp;</p>



<p>La vera pace la trovi nella quiete di un pomeriggio pigro, non nell&#8217;inferno logistico di tre scali aerei per raggiungere un paradiso blindato che non ti appartiene.</p>



<p>Anche perché, credetemi, il punto di rottura è vicino.&nbsp;</p>



<p>Non saranno solo i droni od il cambiamento climatico a fermare questa frenesia.&nbsp;</p>



<p>La vera diga la alzeranno i residenti delle città d&#8217;arte e delle località balneari.&nbsp;</p>



<p>Quella parte di cittadinanza che non pretende di vivere un anno lavorando tre mesi a colpi di scontrini folli (ammesso che&nbsp;&nbsp;li emettano!), che non guadagna un euro dal business del turismo, ma che subisce quotidianamente lo sfratto strisciante della propria vita quotidiana.&nbsp;</p>



<p>Prima o poi, esasperati dall&#8217;essere espropriati delle proprie strade e della propria dignità, diranno basta.&nbsp;</p>



<p>Ed a quel punto, davanti ad una popolazione veramente incazzata, l&#8217;algoritmo non saprà più che pesci pigliare.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il fastidio del coraggio. Se l’Italia della politica preferiva lo zio Vladimir</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:41:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus Ha già scritto che c’è un filo invisibile, ma robustissimo, che lega il pragmatismo cinico del nostro Rinascimento alle giravolte della politica estera dei giorni nostri.&#160; È quel riflesso condizionato, quasi genetico, riassunto nel celebre motto guicciardiniano del&#160;“Franza o<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Machiavellus</p>



<p>Ha già scritto che c’è un filo invisibile, ma robustissimo, che lega il pragmatismo cinico del nostro Rinascimento alle giravolte della politica estera dei giorni nostri.&nbsp;</p>



<p>È quel riflesso condizionato, quasi genetico, riassunto nel celebre motto guicciardiniano del&nbsp;<em>“Franza o Spagna, purché se magna”</em>.</p>



<p>Un vizio assurdo che oggi, di fronte alle faglie geopolitiche che scuotono il mondo, torna a manifestarsi in tutta la sua imbarazzante attualità attraverso i continui ondeggiamenti e le calcolate ambiguità di molti Partiti&nbsp;italiani nei confronti della Russia.</p>



<p>Guardando&nbsp;l’emiciclo del nostro Parlamento, si assiste ad un singolare gioco delle parti, un tiro alla fune tutto domestico giocato sulla pelle della nostra credibilità internazionale.&nbsp;</p>



<p>Da un lato, nel centro-destra, c’è una Lega che – stretta tra il calo dei consensi, l’incalzare di Vannacci, e gli umori di un certo Nord produttivo penalizzato dalle sanzioni – non perde occasione per frenare sull’assistenza all’Ucraina, finendo per condizionare e logorare la linea rigidamente atlantista di Fratelli d’Italia.&nbsp;</p>



<p>Dall’altro lato, a sinistra, si consuma lo stesso psicodramma: un Movimento 5 Stelle che ha issato la bandiera di un pacifismo radicale e di stampo isolazionista per logorare il Partito Democratico, costringendo Elly Schlein a funambolici equilibrismi per non farsi scavalcare e per tenere in piedi l&#8217;utopia del &#8220;campo largo&#8221;.</p>



<p>C’è, in questo posizionamento, un retropensiero ancora più inconfessabile e meschino che sembra attraversare trasversalmente i nostri palazzi della politica: il sottile, quasi infastidito stupore per il fatto che l’Ucraina non sia crollata in tre giorni.&nbsp;</p>



<p>Ammettiamolo, per certa politica nostrana sarebbe stato tutto molto più semplice se Kiev fosse caduta subito.&nbsp;</p>



<p>Sotto sotto, si sarebbe preferito assistere alla sfilata dell&#8217;Armata Rossa per le vie della capitale ucraina, versare qualche lacrima di coccodrillo in favore di telecamera, e poi rimettersi comodamente a fare affari.&nbsp;</p>



<p>Magari sognando già le prossime vacanze sul Mar Nero, cullati dall’ala protettrice e rassicurante dello &#8220;Zio Vladimir&#8221;.</p>



<p>Invece, l&#8217;eroica resistenza di un popolo che si batte da pari a pari contro il gigante russo ha rotto le uova nel paniere del nostro quietismo.&nbsp;</p>



<p>Anzi, c’è persino un pizzico di stizza nel vedere come l&#8217;ingegno e la tecnologia &#8220;fatta in casa&#8221; dagli ucraini stiano mettendo in crisi i blasonati apparati di Mosca.&nbsp;</p>



<p>Questo coraggio disturba la nostra pigrizia; questa dignità mette a nudo la nostra vigliaccheria.</p>



<p>Ed è lo stesso fastidio che si percepisce quando si parla dell&#8217;eventuale ingresso dell&#8217;Ucraina nell&#8217;Unione Europea.&nbsp;</p>



<p>Anziché coglierne la portata storica e strategica, i nostri partiti iniziano subito a fare i piccoli calcoli di bottega: quanti fondi comunitari in meno arriveranno alle nostre regioni?&nbsp;</p>



<p>Quanto peserà la concorrenza del loro grano?&nbsp;</p>



<p>È la riduzione della grande storia ad un bilancio condominiale, la dimostrazione plastica di una leadership che non sa guardare oltre la punta delle proprie scarpe.</p>



<p>Ma ridursi a spiegare questo fenomeno come un semplice teatrino di tatticismi elettorali sarebbe superficiale.&nbsp;</p>



<p>La verità è più profonda e, se vogliamo, molto più amara.&nbsp;</p>



<p>Questo perenne oscillare non è cinica strategia: è il sintomo di una subalternità culturale profonda, la spia di un’atavica incapacità del nostro Paese di pensarsi come un attore maturo, sovrano e responsabile sullo scacchiere globale.</p>



<p>È l’eredità psicologica di un popolo che per secoli è stato terra di conquista, abituato a sopravvivere cercando la protezione del potente di turno, anziché costruendo una propria postura geopolitica.&nbsp;</p>



<p>Ed è così che nasce la sindrome tutta italiana del &#8220;doppio forno&#8221;:</p>



<p>l’illusione di poter stare comodamente seduti sotto l’ombrello protettivo della NATO e dell’Europa, e contemporaneamente strizzare l’occhio a Mosca o a Pechino se c&#8217;è da raccogliere qualche vantaggio commerciale immediato, o qualche fornitura di gas a buon mercato.&nbsp;</p>



<p>Non è diplomazia parallela; è il rifiuto di assumersi i costi, anche dolorosi, che le grandi scelte storiche comportano.</p>



<p>A questo opportunismo economico si salda poi una cronica fascinazione per l&#8217;uomo forte che arriva dall&#8217;esterno.&nbsp;</p>



<p>Laddove le istituzioni democratiche appaiono lente e affaticate, una parte della nostra classe politica e dell&#8217;opinione pubblica cede al fascino del decisionismo autoritario.&nbsp;</p>



<p>Ieri si guardava a Mosca o a Washington con fede quasi religiosa; oggi si scambia l&#8217;autocrazia russa per il baluardo dei &#8220;valori tradizionali&#8221;, dimenticando che un Paese serio non ha bisogno di cercare padri nobili (o padroni) altrove per definire la propria identità.</p>



<p>Il vero dramma dell’Italia è che la politica estera non è mai considerata un terreno di alto e condiviso &#8220;interesse nazionale&#8221; – come avviene in Francia o nel Regno Unito, dove i cambi di governo non scuotono le fondamenta delle alleanze strategiche – ma viene ridotta ad una clava da usare nella rissa quotidiana dei talk show.</p>



<p>Finché continueremo a usare i grandi drammi internazionali per lucrare mezzo punto percentuale nei sondaggi, finché confonderemo l&#8217;affidabilità con il servilismo e l&#8217;opportunismo con la furbizia, rimarremo agli occhi del mondo quello che siamo sempre stati: un alleato a metà.&nbsp;</p>



<p>Un partner da guardare con simpatia per il nostro stile di vita, ma di cui diffidare quando il gioco si fa duro, e c&#8217;è da tenere la schiena dritta.&nbsp;</p>



<p>La storia corre veloce, e il tempo delle ambiguità da cortile è scaduto da un pezzo.</p>



<p>Machiavellus</p>



<p></p>
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		<title>“Wilma, dammi la clava!”: la sinistra, la patrimoniale e la storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:39:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Poiché vedo che la proposta di patrimoniale lanciata nei giorni scorsi da Elly Schlein, basata sull’idea che basti una tassa ben piazzata sui &#8220;Paperoni&#8221;, per risanare le casse dello Stato e finanziare la felicità pubblica, forse vale la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Poiché vedo che la proposta di patrimoniale lanciata nei giorni scorsi da Elly Schlein, basata sull’idea che basti una tassa ben piazzata sui &#8220;Paperoni&#8221;, per risanare le casse dello Stato e finanziare la felicità pubblica, forse vale la pena di ragionarci ancora un po&#8217; su.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Come scrivevo lo scorso 3 giugno (<a href="https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/</a>) trattasi della sindrome di Robin Hood in salsa contemporanea.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che il Robin Hood della leggenda operava nella foresta di Sherwood, un luogo notoriamente privo di bonifici istantanei transfrontalieri e di consulenti fiscali.&nbsp;</p>



<p>Nel 2026, purtroppo per i nostalgici dell&#8217;esproprio proletario, il capitale non viaggia a cavallo: viaggia alla velocità della fibra&nbsp;ottica.</p>



<p>Così se la proposta della patrimoniale scalda i cuori nei talk show televisivi, la realtà storica è ben diversa, ed assomiglia tanto ad un bollettino di guerra.&nbsp;</p>



<p>E mi permetto anche di dare una bacchettata sulle dita agli “gnomi di Bruxelles” i quali, ma ci tornerò più avanti, prima di dare lezioni di politica fiscale all&#8217;Italia, dovrebbero fare un piccolo viaggio nei laboratori dove questo esperimento è già stato tentato.&nbsp;</p>



<p>Spoiler: è finita malissimo.</p>



<p>Partiamo dalla&nbsp;Francia, la patria dell&#8217;illuminismo e, per decenni, dell&#8217;ISF &#8211;&nbsp;l&#8217;Impôt de Solidarité sur la Fortune&nbsp;(Imposta di solidarietà sui grandi patrimoni).&nbsp;</p>



<p>L’idea in sé era magnifica: tassare i ricchi per redistribuire ai cittadini meno abbienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il risultato pratico? Un esodo biblico.&nbsp;</p>



<p>Tra il 2000 e il 2016, i ricchi francesi hanno scoperto il fascino discreto del Belgio e della Svizzera.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;economista Éric Pichet ha calcolato che lo Stato Francese ha perso circa due euro in altre tasse (Iva, imposte sui redditi, investimenti mancati) per ogni singolo euro incassato con la patrimoniale.</p>



<p>Forse ricorderete, per fare un solo esempio, l’attore Gerard Depardieu, che per sfuggire all’ISF chiese ed ottenne da Putin la cittadinanza russa.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Alla fine, Emmanuel Macron nel 2018 ha dovuto abolirla per disperazione, trasformandola in una Tassa immobiliare.&nbsp;</p>



<p>Praticamente, una ritirata strategica per evitare che in Francia rimanessero solo la Tour Eiffel ed i debitori.</p>



<p>Spostiamoci ora nel&nbsp;Regno Unito.&nbsp;La progressiva abolizione del regime dei cosiddetti Non-Dom (i Paperoni che vivevano a Londra&nbsp;pagando le tasse solo sui redditi prodotti in Inghilterra), completata dai governi britannici negli ultimi anni, avrebbe dovuto, secondo i calcoli dei politici, produrre una valanga di sterline di nuove entrate.</p>



<p>&#8220;Incasseremo miliardi!&#8221;, gridavano i laburisti.&nbsp;</p>



<p>Risultato? Una delle più grandi fughe di milionari della storia recente.&nbsp;</p>



<p>Molti di loro hanno preso il primo volo per gli Emirati Arabi, per la Svizzera o – ironia della sorte – proprio per l&#8217;Italia, attirati dai nostri pacchetti per neo-residenti abbienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Londra ha così perso residenti di lusso, capitali ed indotto.&nbsp;</p>



<p>Chi l&#8217;avrebbe mai detto che i milionari avessero le valigie così leggere, e non assecondassero i desiderata della sinistra britannica?</p>



<p>Infine, l&#8217;Australia. Nel 2012 i loro Demostene pensarono:&nbsp;&#8220;Tassiamo gli extraprofitti delle compagnie minerarie (la Minerals Resource Rent Tax), tanto le miniere non possono mica spostarsi&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Vero, le miniere di ferro non volano. Ma i capitali sì.&nbsp;</p>



<p>Le grandi aziende hanno semplicemente congelato gli investimenti e spostato i soldi verso altri continenti.&nbsp;</p>



<p>Il gettito è stato così ridicolo che la tassa è stata abolita dopo soli due anni. Un record mondiale di fallimento burocratico.</p>



<p>Non vi ricorda questa vicenda la proposta italica di tassare gli extraprofitti di alcuni settori economici?</p>



<p>E qui torno al capolavoro di Bruxelles.&nbsp;</p>



<p>La Commissione Europea, come fa quasi ogni anno, è tornata a bacchettare l&#8217;Italia dicendo che dovremmo &#8220;spostare il carico fiscale dal lavoro al patrimonio e alle successioni&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Il che è sicuramente un esercizio logico interessante, se non fosse che l&#8217;Italia tassa già il patrimonio per oltre 50 miliardi di euro l&#8217;anno tra IMU, bolli auto, imposte di registro e balzelli sui conti correnti.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;unica differenza è che noi italiani, per pudore, non le chiamiamo &#8220;patrimoniali&#8221;, anche se sono distribuite in una miriade di balzelli che colpiscono famiglie, risparmiatori e proprietari immobiliari</p>



<p>Intendiamoci, il problema fiscale in Italia c’è, come urlo da anni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E sta nel fatto che la nostra beneamata Repubblica tassa all’inverosimile il lavoro, ed allo stesso tempo riesce a pestare anche sui patrimoni; riuscendo alla fine (fra No tax area, condoni, flat tax ecc.) nel “miracolo”&nbsp;&nbsp;di far pagare le tasse solo a metà degli italiani, quelli che, obtorto collo, alla fine sono costretti a mantenere tutto il baraccone.&nbsp;</p>



<p>Ma il vero paradosso della Ue è un altro.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Europa si comporta come un amministratore di condominio che ti spiega come arredare casa tua, mentre lascia il portone d&#8217;ingresso spalancato ai ladri.&nbsp;</p>



<p>Se Bruxelles vuole davvero fare la morale sull&#8217;equità fiscale,&nbsp;perché non pretende l&#8217;allineamento delle legislazioni fiscali all&#8217;interno dell&#8217;Unione?</p>



<p>Oggi l&#8217;UE è un mercato unico con ventisette paradisi e inferni fiscali che si fanno la guerra tra loro.&nbsp;</p>



<p>È perfettamente inutile che l&#8217;Italia metta una super-patrimoniale per compiacere Elly Schlein, se poi basta spostare la residenza o la holding ad un&#8217;ora di volo per essere tassati un terzo.&nbsp;</p>



<p>Finché l&#8217;Europa permetterà il &#8220;turismo fiscale&#8221; interno, qualsiasi proposta di patrimoniale nazionale non è politica economica: è uno slogan ideologico per raccattare voti, pagato con la fuga dei capitali di chi crea lavoro.</p>



<p>Ma d’altronde, l’analisi dei dati storici e dei bilanci non è mai stata il forte della sinistra.&nbsp;</p>



<p>Elly Schlein ed i compagni di viaggio di AVS continuano a brandire la patrimoniale come se fosse un superpotere (una sorta di “Wilma dammi la clava”), forse convinti che la complessa economia globale si possa governare con i sussidiari delle scuole medie o con un tweet ben formattato.&nbsp;</p>



<p>Chiedere loro di prendersi il disturbo di studiare i precedenti storici prima di lanciare la proposta di una legge già provata e fallita altrove, da Parigi a Londra a Canberra, – è forse una pretesa eccessiva?</p>



<p>È molto più facile ed elettoralmente redditizio evocare lo spettro dei &#8220;miliardari cattivi&#8221; nei salotti televisivi, ignorando che ogni volta che quel pulsante è stato premuto nel mondo reale, il sistema è andato in cortocircuito.&nbsp;</p>



<p>Quindi caro Robin Hood posa l&#8217;arco.&nbsp;</p>



<p>Nel mondo reale, le frecce ritornano indietro; e spesso colpiscono dritto sul piede chi le ha scagliate.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/wilma-dammi-la-clava-la-sinistra-la-patrimoniale-e-la-storia/">“Wilma, dammi la clava!”: la sinistra, la patrimoniale e la storia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>L’addio di Pina Picierno ed il paradosso del PD a trazione Schlein</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 10:33:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ho scelto oggi di parlare di Pina Picierno, e della sua decisione di lasciare il PD, perché so già che molti a sinistra hanno tutto l&#8217;interesse a minimizzare o silenziare la notizia, per cui vedrete che fra qualche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ho scelto oggi di parlare di Pina Picierno, e della sua decisione di lasciare il PD, perché so già che molti a sinistra hanno tutto l&#8217;interesse a minimizzare o silenziare la notizia, per cui vedrete che fra qualche giorno non se ne parlerà più.&nbsp;</p>



<p>La liquideranno come un fatto personale, un capriccio passeggero, un incidente di percorso isolato.&nbsp;</p>



<p>Invece, credetemi, è un fatto politico enorme.</p>



<p>L&#8217;addio di Pina Picierno al Partito Democratico non è una scelta a cuor leggero, né l&#8217;esito di un calcolo tattico; è una&nbsp;lacerazione profonda, umana prima ancora che politica.&nbsp;</p>



<p>Per comprendere il peso di questa decisione, bisogna guardare alla biografia di una donna cresciuta letteralmente dentro quelle mura: dai passi mossi da ragazzina come Segretaria dei Giovani della Margherita fino alla fase fondativa del PD nel 2007.&nbsp;</p>



<p>Il Nazareno non era una semplice sede di partito, ma la &#8220;casa&#8221; in cui ha intrecciato legami umani profondi, e dove ha creduto nell&#8217;ambizioso amalgama di Walter Veltroni:&nbsp;unire le migliori tradizioni democratiche, socialiste e liberal-democratiche del Paese.</p>



<p>Oggi, nel giorno in cui viene resa nota la sua decisione di lasciare il partito,&nbsp;Picierno riconosce con amara lucidità che&nbsp;“quella casa non esiste più”.&nbsp;</p>



<p>Il sogno del Lingotto si è spento, sostituito da un senso di estraneità insopportabile.&nbsp;</p>



<p>La sofferenza della Vicepresidente del Parlamento Europeo si misura soprattutto nella&nbsp;scelta del silenzio e dell&#8217;isolamento&nbsp;subiti in questi anni dalla sua stessa comunità.&nbsp;</p>



<p>Nel momento di massima esposizione personale, costretta a vivere sotto tutela a causa delle minacce e degli attacchi ibridi del regime di Putin, Picierno ha sperimentato il deserto attorno a sé.&nbsp;</p>



<p>Dal gruppo dirigente nazionale non è arrivata solidarietà, ma un sistematico tentativo di &#8220;silenziarla&#8221;, negandole spazi mediatici e, cosa ancora più grave, tollerando o coordinando attacchi interni contro di lei.</p>



<p>Il nucleo centrale del ragionamento di Pina Picierno si trasforma in una radiografia nitida e impietosa di cosa sia diventato il PD sotto la guida di Elly Schlein: un soggetto politico irriconoscibile, che ha abdicato alla sua vocazione originaria per scivolare verso una&nbsp;deriva movimentista, identitaria e regressiva.</p>



<p>La critica si articola su tre direttrici fondamentali:</p>



<p><strong>Il Ripiegamento Identitario ed il rifiuto della Complessità:&nbsp;</strong>Il riformismo, per sua natura, nasce per governare la realtà e misurarsi con le sue trasformazioni (guerra, intelligenza artificiale, transizione energetica). Il PD attuale ha fatto l&#8217;esatto contrario: ha smarrito la tensione verso il governo, preferendo la&nbsp;mera rappresentazione di una minoranza. Invece di costruire consenso parlando a chi la pensa diversamente, si è chiuso nella tutela della propria purezza identitaria (una sorta di “limpieza de sangre” che certifica l’ascendenza dai Centri Sociali e dal Mondo Antagonista)</p>



<p><strong>La Contaminazione Grillina e il &#8220;Manierismo&#8221; Politico</strong>:&nbsp;Il vero limite del PD non è la forza numerica del Movimento 5 Stelle, ma l&#8217;influenza culturale che il populismo ha esercitato sui democratici. Il partito ha finito per assimilare il linguaggio ed i riflessi condizionati di Giuseppe Conte: una cultura politica fatta di veti, di &#8220;No&#8221; ideologici (Tav, Tap, inceneritori, nucleare) e di una costante riduzione della complessità a scontro morale. Invece di sfidare culturalmente l&#8217;antipolitica, la segreteria Schlein si è adattata ad essa. Come sottolinea con arguzia Picierno,&nbsp;&#8220;in politica, come nell&#8217;arte, il manierismo raramente produce innovazione&#8221;.</p>



<p><strong>L&#8217;Ambiguità Internazionale e l&#8217;Ipocrisia sulla Politica Estera:&nbsp;</strong>Il punto di rottura più drammatico riguarda la postura internazionale. Di fronte alla più grave crisi di sicurezza europea dalla fine della Guerra Fredda, il PD ha trasformato il dibattito sulla Difesa comune e sul sostegno a Kyiv in una discussione interna di posizionamento. Picierno evidenzia una&nbsp;colpevole subalternità e una forma di cautela diplomatica verso il M5S, volta a non disturbare l&#8217;alleato strategico a spese della linearità atlantica, europea ed antifascista.</p>



<p>Il silenzio del Nazareno davanti al &#8220;fascismo putiniano&#8221; svela il volto più buio della nuova gestione: pur di preservare l&#8217;equilibrio del “campo largo”, si è preferito sacrificare la difesa attiva della frontiera di libertà che oggi è Kyiv, rifugiandosi in una retorica stanca ed in un pacifismo di facciata</p>



<p>La radiografia del PD della Schlein si conclude con l&#8217;analisi di una tara culturale profonda, che Picierno mi sembra&nbsp;&nbsp;attribuire direttamente alle origini della Segreteria:&nbsp;&nbsp;l&#8217;assetto ideologico della segreteria Schlein è assai carente, molto retorico, identitario e quindi conviene alla sua cerchia creare una nemica pubblica anziché sedersi a discutere.&nbsp;</p>



<p>È tipico di certa cultura vetero comunista, diciamocelo.&nbsp;</p>



<p>Viviamo in tempi in cui invece le differenze sono determinanti per costruire identità, casematte da cui escludere gli altri per essere certi della propria presunta superiorità morale.&nbsp;</p>



<p>Pensare di contrastare la forza potentissima di Putin, Trump o Netanyahu recuperando pugni chiusi e bandiere del passato, rischia di essere quantomeno ingenuo.</p>



<p>Picierno chiude la porta al passato senza rancore ma senza nostalgie.</p>



<p>Non per fondare l&#8217;ennesimo &#8220;micro-partitino&#8221; di centro, ma per mettersi al servizio di un&nbsp;progetto politico largo, plurale e inclusivo.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo è chiaro: ricomporre la diaspora dei milioni di elettori riformisti, socialisti, liberali e radicali rimasti orfani, costruendo un polo autonomo capace di spezzare la morsa dei populismi incrociati e di ridare all&#8217;Italia una visione europea forte, con la testa a Bruxelles e il cuore nelle città.</p>



<p>Per quanto mi riguarda&nbsp;è da anni che segnalo, non senza frustrazione, il movimentismo di Elly Schlein.&nbsp;</p>



<p>È da anni che guardo l’evoluzione di questa leadership e mi chiedo, con crescente sconcerto, come facciano certe intelligenze, certe culture politiche strutturate, a respirare ancora dentro il Partito Democratico attuale.&nbsp;</p>



<p>Come riescano a trovare l&#8217;ossigeno per restare.</p>



<p>Eppure, a ben vedere, il fil rouge che guida questo soffocamento esiste.&nbsp;</p>



<p>E io non ho alcun timore nel riconoscere che il PD di Elly Schlein è indubbiamente diventato più identitario, più mobilitante, più immediatamente riconoscibile.&nbsp;</p>



<p>Ma la spietata verità è che, proprio per questo, è diventato drammaticamente meno capace di contenere mondi diversi.</p>



<p>La mappa di questo scombussolamento&nbsp;&nbsp;è sotto gli occhi di tutti.&nbsp;</p>



<p>I cattolici democratici, fra un Gay pride e l’altro,&nbsp;&nbsp;soffrono l&#8217;emarginazione.&nbsp;</p>



<p>I pochi riformisti liberali scappano a gambe levate.&nbsp;</p>



<p>Il sindacalismo partecipativo semplicemente non si riconosce più nei nuovi stilemi.&nbsp;</p>



<p>I garantisti, sotto i colpi di un giustizialismo di ritorno, si sentono orfani.&nbsp;</p>



<p>Una parte dell’ebraismo democratico (dimentichiamo Fiano?) si sente lasciata tragicamente sola di fronte a troppe ambiguità; e persino i pezzi di una sinistra non allineata al nuovo verbo faticano a trovare anche solo un metro quadro di spazio.</p>



<p>Il paradosso politico di questa segreteria è tanto evidente quanto letale.&nbsp;</p>



<p>Schlein ha a suo tempo&nbsp;&nbsp;vinto nei gazebo promettendo di riaprire il Partito alla società civile, di spalancare le finestre, ma nel frattempo il PD si è ristretto rispetto alla sua stessa storia.&nbsp;</p>



<p>Si è rimpicciolito.</p>



<p>E intendiamoci: può&nbsp;&nbsp;anche darsi che la sua sia una scelta deliberata, persino scientifica. Meno ambiguità, meno compromessi, meno lotte di correnti, più identità pura e dura (trovate grandi differenze con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?).&nbsp;</p>



<p>Ma io continuo a credere che un Partito che ha l&#8217;ambizione ed il dovere di governare una democrazia occidentale complessa non possa vivere di sola identità.&nbsp;</p>



<p>Un grande Partito progressista deve saper parlare ai propri militanti senza spaventare gli elettori moderati; deve saper costruire coalizioni senza perdere per strada le competenze; deve saper combattere questa destra senza fare il suo gioco, ovvero senza regalarle tutti quegli italiani che non si sentiranno mai e poi mai a casa in una sinistra massimalista.</p>



<p>Le fuoriuscite dal Partito che abbiamo visto in questi mesi ed in questi anni, prese una per una, possono tranquillamente essere liquidate dal Nazareno con sufficienza come “piccoli incidenti di percorso” o “scelte personali”.&nbsp;</p>



<p>Ma se le mettiamo in fila, se uniamo i puntini come in certi giochi enigmistici, diventano una fotografia d&#8217;assieme che non lascia scampo.</p>



<p>Questo non significa che Schlein abbia torto su tutta la linea, ma dimostra scientificamente che il suo PD sta pagando un prezzo altissimo e forse irreversibile: quello di essere più ideologicamente puro, sì, ma infinitamente meno largo; più militante, ma meno capiente; più fedele alla sua nuova anima movimentista, ma totalmente infedele alla promessa originaria, plurale e maggioritaria, del Partito Democratico nato al Lingotto.</p>



<p>Ecco perché la vera domanda che continuo a pormi, e che mi auguro tormenti chiunque abbia a cuore il futuro del riformismo in Italia, non è soltanto quanti altri&nbsp;&nbsp;esponenti del PD decideranno di uscire&nbsp;&nbsp;sbattendo la porta.&nbsp;</p>



<p>La domanda vera è quanti, pur restando formalmente dentro per inerzia o per calcolo,&nbsp;&nbsp;o nella speranza di una riconferma elettorale sempre più evanescente, si sentiranno ancora davvero dentro.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Lo spettro della Brexit si aggira per le praterie del Canada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 07:31:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Se chiudete gli occhi e pensate al Canada, probabilmente immaginate una sterminata riserva naturale, una democrazia federale multietnica e pacifica, dove le tensioni del mondo moderno sembrano stemperarsi nella bellezza dei parchi nazionali, tra laghi cristallini&#160;&#160;e foreste di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Se chiudete gli occhi e pensate al Canada, probabilmente immaginate una sterminata riserva naturale, una democrazia federale multietnica e pacifica, dove le tensioni del mondo moderno sembrano stemperarsi nella bellezza dei parchi nazionali, tra laghi cristallini&nbsp;&nbsp;e foreste di aceri.</p>



<p>Un paradiso in terra insomma.</p>



<p>Secondo Stato al mondo per estensione (9&nbsp;897&nbsp;170&nbsp;km²) dopo la Russia, abitato da circa 42milioni di persone, di cui il 75% risiede a meno di 330 chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti,&nbsp; un confine non presidiato militarmente, e la più lunga tra le frontiere nel mondo, estesa per oltre&nbsp;8000&nbsp;km.</p>



<p>Una&nbsp;democrazia parlamentare&nbsp;&nbsp;che formalmente è una Monarchia Costituzionale&nbsp;&nbsp;con Carlo III&nbsp;Re d’Inghilterra come capo di Stato.&nbsp;</p>



<p>Dal punto di vista costituzionale è uno Stato federale composto da 10 province: Alberta, Columbia Britannica, Manitoba,&nbsp;Nuovo Brunswick, Nuova Scozia, Ontario, Isola del Principe Edoardo, Quebec, Saskatchewan, Terranova e Labrador più&nbsp;&nbsp;3 Territori:&nbsp;&nbsp;Nunavut, Territori del Nord Ovest, Yukon.&nbsp;</p>



<p>Eppure persino nel Paese degli aceri gli spazi sconfinati non bastano a contenere gli egoismi ed i risentimenti geopolitici.&nbsp;</p>



<p>Dietro la facciata cartolinesca della Monarchia costituzionale si sta consumando una faglia istituzionale che rischia di mandare in frantumi l&#8217;unità della Stato Federale,&nbsp;</p>



<p>Il prossimo 19 ottobre, i cinque milioni di abitanti dell&#8217;Alberta – la provincia occidentale ricca di petrolio e gas – saranno chiamati alle urne per un referendum.&nbsp;</p>



<p>Il quesito?&nbsp;</p>



<p>Decidere se rimanere nella Federazione Canadese, o avviare l&#8217;iter legale per un secondo voto, questa volta vincolante, sulla secessione da Ottawa.</p>



<p>Benvenuti nella&nbsp;“Wexit”, la versione canadese del cataclisma politico della “Brexit”, che dieci anni fa ha sconvolto l&#8217;Europa.</p>



<p>Già perché le analogie con il dramma britannico del 2016 sono così marcate da provocare un brivido di&nbsp;déjà-vu.&nbsp;</p>



<p>A tirare la riga è stato lo stesso Primo Ministro canadese, il liberale Mark Carney, che nel 2016 si trovava ironicamente a Londra in qualità di Governatore della Banca d&#8217;Inghilterra.&nbsp;</p>



<p>Carney ha definito la mossa dell&#8217;Alberta un &#8220;bluff pericoloso&#8221;, lanciando un monito chiaro ai secessionisti:&nbsp;&#8220;<em>Ho visto cosa è accaduto nel Regno Unito quando la visione era: votate per l&#8217;uscita e poi negozieremo. A dieci anni di distanza, il Regno Unito sta ancora cercando di annullare quello che la gente non pensava di votare, ma ha finito per ottenere&#8221;.</em><em></em></p>



<p>Ma la somiglianza più singolare sta nella postura della Premier dell&#8217;Alberta, la conservatrice Danielle Smith.&nbsp;</p>



<p>Esattamente come David Cameron nel 2016, la Smith ha indetto il referendum pur dichiarando che lei, il suo governo ed il suo partito voteranno per&nbsp;restare&nbsp;nel Canada.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di un gioco d&#8217;azzardo politico estremo: Smith ha cavalcato la furia della sua base ultra-conservatrice – rimasta orfana di una petizione separatista da 300mila firme annullata dai Tribunali per il mancato rispetto dei diritti dei nativi – fingendo di aprire la gabbia del leone, convinta di poterlo controllare.</p>



<p>Se la Brexit è nata dall&#8217;ostilità verso la burocrazia di Bruxelles e l&#8217;immigrazione, la&nbsp;Wexit&nbsp;dell&#8217;Alberta si alimenta di oro nero e risentimento fiscale.&nbsp;</p>



<p>La Provincia si sente la &#8220;mucca da mungere&#8221; della Federazione, costretta a finanziare i pagamenti di perequazione verso le province orientali, mentre subisce i diktat ambientali di Ottawa.</p>



<p>Gli aspiranti secessionisti accusano il governo centrale di aver deliberatamente strangolato l&#8217;industria petrolifera e del gas locale con le normative sul clima.&nbsp;</p>



<p>È la classica narrazione populista: la periferia produttiva calpestata dalle élite progressiste della capitale.&nbsp;</p>



<p>&#8220;Abbiamo più cose in comune con l&#8217;America che con il resto del Canada&#8221;, ripetono i falchi dell&#8217;indipendenza, un mantra che ricorda molto il &#8220;Global Britain&#8221; sbandierato dai sostenitori di Boris Johnson.</p>



<p>Mentre i sondaggi attuali dicono che tre cittadini dell&#8217;Alberta su cinque voterebbero per restare con Ottawa, la macchina della propaganda separatista si è già messa in moto, commettendo gli stessi identici peccati di superficialità visti oltremanica.</p>



<p>Gli indipendentisti dell&#8217;<em>Alberta Transition Council</em>&nbsp;stanno redigendo un &#8220;Libro Bianco&#8221; per spiegare come la provincia diventerà uno Stato sovrano.&nbsp;</p>



<p>Ma come si gestiscono la difesa, i passaporti, i trattati commerciali internazionali ed i confini in una provincia senza sbocco sul mare?&nbsp;</p>



<p>Nessuno ha risposte reali. Si naviga a vista nel mare del pio desiderio.&nbsp;</p>



<p>Dall&#8217;altra parte, economisti, sindacalisti ed accademici si stanno unendo nel cartello&nbsp;Lead Not Leave&nbsp;(&#8220;Guidare, non lasciare&#8221;) per denunciare quello che definiscono un distacco totale dalla realtà.</p>



<p>Il Canada ha già guardato l&#8217;abisso negli occhi nel 1995, quando il Québec sfiorò l&#8217;indipendenza per un soffio (50,58% contro 49,42%).&nbsp;</p>



<p>Da allora, Ottawa si è dotata del&nbsp;<em>Clarity Act</em>, una legge che impone paletti rigidissimi: maggioranze nette, quesiti trasparenti, e negoziati complessi sotto la supervisione del Parlamento federale.&nbsp;</p>



<p>Una secessione legale sarebbe un calvario burocratico ed economico lungo decenni.</p>



<p>Il referendum dell&#8217;Alberta di ottobre non sarà legalmente vincolante, ma la storia recente insegna che quando si evoca il fantasma del separatismo per calcolo elettorale, o per ricattare il governo centrale, il processo tende a sfuggire di mano.&nbsp;</p>



<p>David Cameron pensava di usare il referendum sulla Brexit per mettere a tacere l&#8217;ala destra del suo partito; ha finito per spaccare in due il suo Paese ed isolarlo dal mondo.&nbsp;</p>



<p>Danielle Smith farebbe bene a guardare oltreoceano: le praterie dell&#8217;Alberta sono immense, ma non abbastanza grandi da contenere i cocci di un paese frantumato.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Elly Schlein e la Sindrome di Robin Hood</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:21:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi poeticamente adolescenziale, nel modo in cui una certa sinistra italiana carezza la politica.&#160; È quel fascino intramontabile da assemblea d’istituto o da centro sociale occupato, dove i problemi complessi del mondo si risolvono con<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi poeticamente adolescenziale, nel modo in cui una certa sinistra italiana carezza la politica.&nbsp;</p>



<p>È quel fascino intramontabile da assemblea d’istituto o da centro sociale occupato, dove i problemi complessi del mondo si risolvono con uno slogan efficace, una chitarra scordata, e la promessa di espropriare il &#8220;ricco&#8221; di turno. Il problema è che quando si passa dal muretto sotto casa alla guida del principale Partito d’opposizione, le nostalgie &#8220;guevariste&#8221; rischiano di trasformarsi in un formidabile assist per gli avversari.&nbsp;</p>



<p>L’ultima perla? Rispolverare dal baule dei cimeli la parola magica:&nbsp;patrimoniale.</p>



<p>Bisogna riconoscere ad Elly Schlein un certo talento per il “tempismo tragico”.&nbsp;</p>



<p>Presentarsi alle porte di scadenze elettorali decisive, dove i voti moderati del centro sono potenzialmente l’ago della bilancia, agitando lo spettro della tassa sui beni, è l’equivalente politico del presentarsi ad un primo appuntamento decantando le virtù del celibato.&nbsp;</p>



<p>Perché anche uno studente al primo anno di Scienze Politiche sa che “patrimoniale” è, per definizione,&nbsp;&#8220;la parola che fa perdere&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Romano Prodi forse farebbe bene ad insegnare alla Segretaria del Pd che nell’ormai lontano 2006, il suo vantaggio oceanico nei sondaggi si ridusse a un pugno di voti di scarto proprio perché il centrodestra cavalcò il terrore dell&#8217;esproprio proletario sui risparmi dei nonni.</p>



<p>La narrazione della Segretaria dei Centri Sociali è tanto affascinante quanto ingenua: colpire i super-ricchi per redistribuire.&nbsp;</p>



<p>Un piano perfetto, se non fosse che i &#8220;super-ricchi&#8221; veri – quelli con i patrimoni schermati in trust, holding lussemburghesi o paradisi fiscali – davanti ad una patrimoniale nazionale non si scompongono.&nbsp;</p>



<p>Semplicemente, schiacciano un tasto su un computer e trasferiscono i capitali altrove prima ancora che il decreto arrivi in Gazzetta Ufficiale.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia, ironia della sorte, è persino diventata un paradiso fiscale per miliardari globali grazie alle norme introdotte a suo tempo proprio da un Governo di centrosinistra guidato da Matteo Renzi.</p>



<p>Chi si spaventa, allora?&nbsp;</p>



<p>I piccoli risparmiatori<strong>.</strong>&nbsp;</p>



<p>Quella sterminata platea di italiani che non ha un paradiso fiscale nei Caraibi, ma ha magari due case (quella di abitazione e magari quella per la villeggiatura) ereditate o comprate con i sacrifici di una vita di lavoro dipendente.&nbsp;</p>



<p>Gente che non evade, che fa già parte di quella metà di Paese che paga le tasse anche per l&#8217;altra metà, e che al solo sentire la parola &#8220;patrimoniale&#8221; si sente il portafoglio vibrare per autoconservazione.&nbsp;</p>



<p>E, puntualmente, si vendica nelle urne.</p>



<p>Il vero dramma della nostra politica fiscale non è che si tassino poco i patrimoni (sugli immobili, tra l&#8217;altro, la patrimoniale c&#8217;è già e si chiama IMU).&nbsp;</p>



<p>Il dramma, su cui vi ho intrattenuto ormai fin troppe volte, è che&nbsp;l&#8217;intera impalcatura dello Stato sociale italiano si regge sulle spalle di una minoranza; quel &nbsp;30% dei contribuenti che garantisce l&#8217;80% del gettito IRPEF.</p>



<p>Dire a quella metà di italiani che non paga nulla (usufruendo di tutti i servizi) che &#8220;così non si può continuare&#8221; richiederebbe coraggio, pragmatismo, ed una visione socialdemocratica matura.&nbsp;</p>



<p>Richiederebbe di spiegare che la vera giustizia sociale si fa combattendo i 100 miliardi di evasione fiscale e sfoltendo le detrazioni inutili, per abbassare le tasse sul lavoro e sul ceto medio.</p>



<p>Ma fare questo significa scontentare fette di elettorato.&nbsp;</p>



<p>Molto più facile, più &#8220;pop&#8221;, più “guevarista”, e decisamente più comodo, evocare una tassa globale sui miliardari proposta insieme al Presidente brasiliano Lula.&nbsp;</p>



<p>Nell’era di Trump è fallita persino l’ipotesi di una minima tassa sulle multinazionali, specie del web, che in Europa scelgono&nbsp;&nbsp;di risiedere comodamente in Irlanda.</p>



<p>Un&#8217;utopia, la patrimoniale, che nell&#8217;era della geopolitica frammentata fa sorridere persino i funzionari di Bruxelles.</p>



<p>Com&#8217;era ampiamente prevedibile, l&#8217;uscita solitaria di Schlein ha suonato la sveglia nel variegato condominio del &#8220;Campo Largo&#8221;, scatenando mal di pancia immediati.&nbsp;</p>



<p>Giuseppe Conte – che non sarà esattamente Camillo Benso Conte di Cavour, ma insomma, a Palazzo Chigi ci ha preso la residenza per un paio di stagioni e sa come funziona la ditta – ha subito espresso forti perplessità, annusando il potenziale suicidio elettorale.</p>



<p>Per non parlare di Matteo Renzi, che si troverebbe nell&#8217;ingrato compito di dover spiegare al suo residuo elettorato moderato della &#8220;Milano bene&#8221; o del Nord-Est produttivo che sì, è arrivato il momento di farsi tosare il conto corrente in nome del bene comune.</p>



<p>Gli unici a non aver avuto bisogno di un “Moment” per il mal di testa sono i compagni di Alleanza Verdi Sinistra.&nbsp;</p>



<p>Loro la patrimoniale ce l&#8217;hanno stampata direttamente nel DNA.&nbsp;</p>



<p>Del resto, parliamo di una forza politica capace di lanciare ed eleggere in Parlamento figure come Ilaria Salis, una che sulla gestione dei patrimoni – e in particolare sul concetto di &#8220;proprietà privata delle case&#8221; – ha sviluppato una visione teorico-pratica decisamente personale e flessibile.</p>



<p>La leadership di Elly Schlein sbatte continuamente contro questo muro di realtà.&nbsp;</p>



<p>Un leader socialdemocratico di stampo europeo dovrebbe guardare ai modelli del Nord, non ai manifesti della sinistra radicale degli anni &#8217;70.&nbsp;</p>



<p>Ma quelli erano altri tempi; tempi in cui i leader della sinistra occidentale arrivavano al vertice dopo decenni di militanza, con una solida cultura di base ed una reale esperienza sul campo, e non per il traino emotivo di un&#8217;elezione primaria.&nbsp;</p>



<p>Olof Palme, il più grande alfiere della socialdemocrazia europea, ripeteva una massima che andrebbe scolpita nella sede del PD: &#8220;Il compito della sinistra non è quello di far piangere i ricchi, ma di far sorridere i poveri&#8221;.</p>



<p>Agitando lo spettro della patrimoniale alla vigilia del più grande passaggio generazionale di ricchezza della storia italiana (quello dei risparmi dei&nbsp;boomers&nbsp;verso i figli), l&#8217;unico risultato che la Segretaria rischia di ottenere non è far piangere i ricchi, né far sorridere i poveri.&nbsp;</p>



<p>È far ridere, di gusto, i suoi avversari politici del Centrodestra, che probabilmente si vedrebbero regalare un’altra legislatura senza grandi meriti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>L’italiano medio e il miracolo di sapere tutto senza aver mai aperto un libro</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 09:28:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’italiano medio e il peso insostenibile della propria cultura. (Ovvero: come sapere tutto senza aver mai imparato niente) Di Alessandro Cammarano Esiste una figura mitologica che percorre i salotti, i bar, i social network e le tavolate di questo paese<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’italiano medio e il peso insostenibile della propria cultura. (Ovvero: come sapere tutto senza aver mai imparato niente)</p>



<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>Esiste una figura mitologica che percorre i salotti, i bar, i social network e le tavolate di questo paese con la sicurezza implacabile di chi non ha mai avuto un dubbio in vita sua. Non è un intellettuale — ci mancherebbe, quello è un termine sospetto, quasi un insulto. È qualcosa di più raro e prezioso: è l’Italiano Medio Colto, ovvero uno che non ha letto niente ma sa tutto, non ha visto niente ma giudica tutto, non ha mai messo il naso fuori dalla propria provincia ma è pronto a spiegare il mondo intero con la competenza silenziosa di un oracolo in pantofole.</p>



<p>Quello che segue è un breve catalogo — necessariamente incompleto — delle sue specialità.</p>



<p><strong>L’arte</strong></p>



<p>“L’arte? Noi italiani ce l’abbiamo nel sangue.”</p>



<p>Magnifico. Straordinario. E come si manifesta, questo sangue arterioso e rinascimentale? In genere con una visita al Colosseo fatta alle medie, in gita scolastica, con la professoressa che urlava dietro a Mirko che aveva tirato una bottiglietta. Da allora, l’Arte è un argomento su cui l’Italiano Medio si esprime con l’autorevolezza di un soprintendente, pur non essendo mai entrato in un museo volontariamente, pur non avendo mai aperto un catalogo, pur confondendo stabilmente il Mantegna con il Caravaggio e Caravaggio con “quello dei chiaroscuri, sai, quello lì”. Ma siccome è nato a settanta chilometri da Firenze — o da Roma, o da Venezia, la geografia varia ma il meccanismo è identico — ritiene di aver assorbito per osmosi geografica quello che altri hanno studiato per decenni. È come se un francese sostenesse di saper cucinare perché è nato in un paese con un McDonald’s.</p>



<p><strong>La cucina</strong></p>



<p>“La nostra cucina è la migliore del mondo. Punto.”</p>



<p>E fin qui, volendo essere generosi, si potrebbe anche soprassedere. Il problema è il passaggio successivo, quello che trasforma un’opinione legittima in un atto di fede tribale impermeabile a qualsiasi evidenza. L’Italiano Medio difende la cucina italiana con il furore di un martire, poi va a fare la spesa all’hard discount, compra la pasta da novantanove centesimi al chilo, il parmigiano “tipo grana” in busta sottovuoto, il pomodoro in scatola che sa vagamente di ruggine, e cucina tutto insieme con la soddisfazione di chi ha appena eseguito una ricetta di Escoffier. Il ragù lo fa con la carne macinata mista comprata in offerta, lo lascia sul fuoco venti minuti, e poi lo serve agli ospiti spiegando che “il segreto è il soffritto, bisogna avere pazienza.” La pazienza. Venti minuti. Capolavoro.</p>



<p>Il vino</p>



<p>“Il vino italiano è il migliore del mondo. I francesi ci copiano.”</p>



<p>L’Italiano Medio beve vino in brick. Non è una critica al vino da cinquanta centesimi al litro, ci mancherebbe: è una bevanda onesta per quello che costa. La critica è che beve roba da poco e contemporaneamente si erge a difensore della viticoltura italiana contro le incursioni dei Bordeaux, come se stesse proteggendo un patrimonio che conosce da dentro. Sa distinguere un Barolo da un Brunello? No. Sa cosa significa “tannino”? Vagamente, è “quella cosa aspra”. Ha mai visitato una cantina? Sì, una volta, in gita aziendale, e ha soprattutto mangiato il salame. Ma sulla superiorità del vino italiano non transige: è una questione di principio, e i principi, si sa, non richiedono conoscenze specifiche.</p>



<p><strong>La letteratura</strong></p>



<p>“Dante, Leopardi, Manzoni — mica scemi.”</p>



<p>No, infatti. Ma Dante, Leopardi e Manzoni li ha letti? “Alle superiori.” I Promessi sposi interi? Silenzio, poi: “Beh, qualche capitolo, poi è lunga.” Leopardi? “L’infinito la so.” Tutta? “Sì, quella dell’orizzonte.” Dante? “L’Inferno, i primi canti.” Quelli che ha fatto la professoressa, insomma. Da allora, la letteratura italiana vive in una bolla fuori dal tempo, un pantheon intoccabile di geni morti che giustifica l’assenza totale di lettura nel presente. I romanzi contemporanei italiani non li legge perché “non scrivono più come una volta.” Quelli stranieri non li legge perché “preferisco l’italiano.” In pratica, non legge. Ma ha Dante nel sangue, e questo, evidentemente, basta.</p>



<p><strong>La musica classica</strong></p>



<p>“Verdi, Puccini — roba nostra. Il melodramma l’abbiamo inventato noi.”</p>



<p>Verissimo, per inciso. Peccato che l’ultima volta che l’Italiano Medio abbia sentito Verdi dal vivo fosse a Natale, in televisione, perché davano il Concerto dell’Anno Nuovo — che è viennese, ma lasciamo perdere. L’opera, nella sua esperienza concreta, è una cosa che esiste in astratto, come la Costituzione o il rispetto dei turni allo stop: la si evoca con orgoglio, non la si pratica. Andare a teatro costa, è vero. Ma soprattutto annoia, e richiede di stare seduti in silenzio per quattro ore senza guardare il telefono, il che per l’Italiano Medio è equiparabile a una forma di tortura medioevale. Però Pavarotti, quello sì. Nessun Night I’ll forget. Anzi: no, aspetta — Nessun dorma. Uguale.</p>



<p><strong>Il cinema</strong></p>



<p>“Il cinema italiano non lo fa più nessuno come una volta. Fellini, Visconti, De Sica.”</p>



<p>Sacrosanto. Dopodiché, l’Italiano Medio non è andato al cinema a vedere un film italiano dagli anni di Quo Vado? — e anche lì, aveva i popcorn e guardava il telefono durante i dialoghi. Fellini lo ha visto? No, Fellini è “lento”. Visconti? “Troppo lungo, poi non si capisce.” De Sica? “Ah, Ladri di biciclette, quello lo conosco” — e lo conosce nel senso che sa che esiste, che è in bianco e nero, e che c’è una bicicletta. Trama, contesto storico, regia, fotografia: tutto ciò che si trova esattamente nel documentario di RaiStoria andato in onda tre volte e mai visto. Ma il cinema italiano è morto, questo è certo. E la colpa è “dei produttori”. O “dei giovani”. O “dei critici”. L’Italiano Medio non è mai colpevole: è sempre il pubblico degli altri.</p>



<p><strong>I documentari</strong></p>



<p>Non li guarda. Questo non è un giudizio: è un dato strutturale. Il documentario è “pesante”, è “deprimente”, è “roba da intellettuali” — eccolo di nuovo, quell’insulto. L’Italiano Medio si informa guardando i talk show alle undici di sera, dove quattro persone urlano contemporaneamente su argomenti che nessuno dei quattro conosce, in un formato che ha lo stesso rapporto con l’informazione che il Cicchetto di bellezza ha con la dermatologia. Poi il giorno dopo ha un’opinione formata, solida, inamovibile su immigrazione, economia, politica estera, cambiamento climatico e riforma del catasto. Un’opinione che guarda caso coincide perfettamente con quella dell’ultimo che ha urlato più forte.</p>



<p><strong>I viaggi</strong></p>



<p>“Ho girato tutta Italia, io.”</p>



<p>Ha girato la Toscana in agosto, ha visto il mare in Puglia, è stato a Roma due volte — una per lavoro, una per un matrimonio — e una estate ha spinto fino a Bolzano perché “voleva vedere le montagne”. Questo, nella sua cosmogonia personale, equivale a essere un viaggiatore. L’estero è una categoria che esiste ma genera diffidenza: “Si mangia male”, sentenzia, lui che ha mangiato male anche a Napoli perché ha scelto la pizzeria con la foto plastificata sul menù. Se spinto, ammetterà di essere stato a Barcellona — “Bellissima, ma sporca” — e a Parigi — “Bella, ma i francesi sono antipatici e ci trattano male perché non parliamo francese”, il che è una critica sorprendente da parte di qualcuno che in trent’anni non ha mai aperto un libro di lingua straniera. Lingue, del resto, che “non servono”: “Parlano tutti inglese.” Lui, però, non parla inglese.</p>



<p><strong>La storia</strong></p>



<p>“Noi abbiamo avuto l’Impero romano. Prima che esistesse il resto del mondo, c’eravamo già noi.”</p>



<p>Giusto, tecnicamente, se si sorvola sul fatto che la parola “noi” in relazione all’Impero romano è una di quelle licenze storiche che farebbero impallidire qualsiasi storico. L’Italiano Medio è discendente spirituale di Cesare nello stesso modo in cui un abitante dell’Inghilterra contemporanea è discendente dei Vichinghi: cioè, non lo è affatto, ma ci tiene lo stesso. La storia concreta — quella con le date, i contesti, le cause, gli effetti — non è esattamente il suo forte. Sa che c’era Giulio Cesare, che è morto il 15 marzo, che c’entrano i pugnali. Sa che c’era Mussolini, e su quello preferisce non approfondire perché “ha anche fatto cose buone”; le solite, mitologiche, vaghe, mai specificate cose buone che ogni dittatore sembra aver fatto nell’immaginario collettivo. Sa che c’era la guerra, che è finita male. Il resto è “roba del passato.”</p>



<p><strong>Il design e la moda</strong></p>



<p>“Il design? L’abbiamo inventato noi. La moda? Tutta roba nostra.”</p>



<p>Verissimo, in larga parte. E l’Italiano Medio lo rivendica indossando una felpa comprata in all’area di sosta in autostrada, seduto su un divano di provenienza imprecisata, in un appartamento arredato con mobili da grande distribuzione svedese. Il bello è questo: la rivendicazione dell’eccellenza italiana nel design è tanto più accorata quanto più è distante dall’esperienza vissuta di chi la fa. Il made in Italy è un’identità, non una pratica. Si porta come uno stemma, non come una scelta quotidiana. Si difende a parole, poi si compra dove costa meno, poi si deplora che le aziende italiane chiudano. Il cerchio si chiude sempre, con la stessa incolpevole circolarità</p>



<p><strong>Nota finale</strong></p>



<p>Questo paese ha prodotto alcune delle menti più straordinarie della storia umana. Ha inventato, dipinto, scritto, composto, costruito, scoperto e scolpito cose che il resto del mondo continua a studiare con ammirazione genuina. Il problema non è l’eredità. Il problema è che l’Italiano Medio ha trasformato quell’eredità in un comodo divano su cui sedersi, convinto che il merito altrui, accumulato nei secoli, sia in qualche modo trasferibile per diritto di nascita.</p>



<p>Non lo è.</p>



<p>Ma questa è una notizia che, con ogni probabilità, non cambierà niente, perché per recepirla bisognerebbe, almeno una volta, smettere di parlare e cominciare ad ascoltare. E quello, francamente, non è mai stato il forte di nessuno.</p>



<p>Tantomeno nostro.​​​​​​​​​​​​​​​​</p>



<p></p>
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		<title>La Lega al bivio di Treviso</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 07:17:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Forse qualcuno si stupirà della frequenza con cui osservo le dinamiche interne della Lega di Salvini.&#160; Le motivazioni sono in primis perché ormai è il più vecchio di tutti i Partiti italiani attualmente nell’agone politico, e poi perché<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Forse qualcuno si stupirà della frequenza con cui osservo le dinamiche interne della Lega di Salvini.&nbsp;</p>



<p>Le motivazioni sono in primis perché ormai è il più vecchio di tutti i Partiti italiani attualmente nell’agone politico, e poi perché un veneto come me, che negli ultimi trent’anni ha vissuto in una Regione a trazione leghista (con l’ambiguità sempre presente fra Liga veneta e Lega salviniana), non può non essere interessato alle sue evoluzioni ed al suo futuro.&nbsp;</p>



<p>Non trascurando inoltre che la Lega non solo ha condizionato un po&#8217; tutti i Governi degli ultimi tempi, ma&nbsp;negli ultimi quattro anni, sia pure con qualche tono dissonante, è stata una delle forze della maggioranza di Giorgia Meloni.</p>



<p>Come accennato,&nbsp;sul tema mi sono soffermato svariate volte su Tviweb nel corso degli anni, e da ultimo con il pezzo&nbsp;<em>&#8220;La Lega rinasce… ma solo dove comanda Zaia&#8221;</em>&nbsp;(<a href="https://www.tviweb.it/la-lega-rinasce-ma-solo-dove-comanda-zaia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/la-lega-rinasce-ma-solo-dove-comanda-zaia/</a>),&nbsp;in cui facevo il punto dopo le ultime elezioni regionali.&nbsp;</p>



<p>Il problema della Lega, nonostante Salvini cerchi di esorcizzarlo grazie anche al ferreo controllo che esercita sulla struttura del Partito, esiste, e viene ora accentuato dall’irrompere sulla scena politica del nuovo Partito di Vannacci, che per carità è un problema per tutta la destra, ma ancora di più per la Lega che ha a suo tempo fatto da trampolino di lancio al Generale.</p>



<p>È inutile girarci intorno: la strategia del &#8220;Capitano&#8221; ha esaurito la sua spinta propulsiva, e sta presentando un conto salatissimo.&nbsp;</p>



<p>Quel progetto di trasformare il &#8220;sindacato del territorio settentrionale”, così come plasmato da Umberto Bossi, in un partito nazional-sovranista, in grado di fare concorrenza a Fratelli d&#8217;Italia, è naufragato nei numeri.</p>



<p>Gli ultimi sondaggi Youtrend e Ipsos parlano chiaro: il Carroccio è scivolato pericolosamente sotto la soglia psicologica del 6% (attestandosi intorno al 5,9%), mentre &#8220;Futuro Nazionale&#8221;, la creatura politica nata dalla scissione del generale Vannacci, vola già verso il 4,8%.</p>



<p>L&#8217;incubo del sorpasso &#8220;all&#8217;indietro&#8221; non è più un&#8217;ipotesi di scuola, ma uno scenario concreto che ogni giorno si autoalimenta sui social, dove il Generale celebra il traguardo delle ottantamila tessere.&nbsp;</p>



<p>Questo smottamento non può non provocare un vero e proprio terremoto psicologico, e pratico, nella classe dirigente leghista.&nbsp;</p>



<p>Con le percentuali attuali, i 95 seggi ottenuti a Roma nel 2022, frutto di una trattativa con una generosa Giorgia Meloni, basata su vecchi fasti elettorali, sono pura utopia.&nbsp;</p>



<p>La prospettiva reale è quella di perdere una quarantina di seggi, un&#8217;ecatombe che spinge molti parlamentari “a rischio” a cercare paracadute altrove.</p>



<p>Nelle chat riservate di Deputati e Senatori regna il panico.&nbsp;</p>



<p>Il travaso verso la creatura di Vannacci è già iniziato con l&#8217;addio di Laura Ravetto, ma le indiscrezioni che filtrano da via Bellerio indicano che l&#8217;emorragia potrebbe essere solo all&#8217;inizio.&nbsp;</p>



<p>Anche sui territori la terra frana sotto i piedi di Salvini: in Veneto, la roccaforte per eccellenza, si registrano abbandoni pesanti come quello dell&#8217;ex capogruppo in consiglio regionale Alberto Villanova.&nbsp;</p>



<p>La sensazione diffusa tra i militanti è drammatica: continuando sulla linea nazional-sovranista, la Lega si presenterebbe agli elettori come una copia sbiadita di Vannacci.&nbsp;</p>



<p>Con l&#8217;aggravante che il Generale può fare una comoda opposizione di bandiera, mentre la Lega si ritrova logorata dalle responsabilità e dai compromessi del governo romano.</p>



<p>A gettare benzina sul fuoco del malcontento dei &#8220;nordisti&#8221; c&#8217;è l&#8217;accordo sulla nuova legge elettorale che Salvini avrebbe (per me il condizionale è d’obbligo in questi casi) siglato con Giorgia Meloni, il cui iter parlamentare inizierà a ridosso dell&#8217;appuntamento di Treviso.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di un meccanismo proporzionale con premio di maggioranza (<a href="https://www.tviweb.it/ennesima-nuova-legge-elettorale-serve-proprio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/ennesima-nuova-legge-elettorale-serve-proprio/</a>) che, per calcolo politico centralista, sacrifica i collegi uninominali.&nbsp;</p>



<p>Una scelta che penalizza quasi esclusivamente il Partito del Nord.</p>



<p>Per capire la rabbia e le preoccupazioi dei leghisti settentrionali bisogna guardare i freddi numeri della geometria elettorale.&nbsp;</p>



<p>Nel 2022, grazie al sistema dei collegi uninominali basato sul radicamento territoriale, la Lega era riuscita a fare il pieno eleggendo ben 17 deputati e 6 senatori nei suoi feudi storici: aveva conquistato la metà dei collegi in Veneto, un terzo di quelli in Lombardia e due terzi in Friuli.&nbsp;</p>



<p>In quei collegi il candidato leghista ci metteva la faccia, il nome e la forza dei Sindaci locali.</p>



<p>Con il nuovo sistema, la musica cambierebbe radicalmente.&nbsp;</p>



<p>Il proporzionale su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato riduce un partito medio-piccolo come la Lega (attorno al 6%) alla possibilità di eleggere solo i primissimi capilista nei listini bloccati delle 49 circoscrizioni. Tradotto: per paradosso la Lega sarebbe penalizzata proprio nelle Regioni a più alto insediamento,</p>



<p>Ma il vero capolavoro di autolesionismo politico risiede nel funzionamento del premio di maggioranza.&nbsp;</p>



<p>La nuova legge prevede che la coalizione vincente non possa comunque superare il tetto dei 220 seggi alla Camera e dei 113 al Senato.</p>



<p>Di conseguenza, in caso di prevalenza del centrodestra, gli eletti aggiuntivi scatterebbero all&#8217;interno di un &#8220;listone&#8221; nazionale (70 deputati e 35 senatori) che rappresenta il premio della “vittoria”.</p>



<p>In questo modo, i voti presi in Veneto od in Lombardia potrebbero servire a far eleggere parlamentari dell’Italia centrale o meridionale inseriti nel listone. A meno che Salvini non si prenda l&#8217;impegno formale di riservare i posti blindati del listone ai candidati del Nord; una promessa a scatola chiusa a cui i Governatori e i Sindaci settentrionali probabilmente non sono più disposti a credere.</p>



<p>In questo scenario di autentica picchiata, l&#8217;appuntamento (o convocazione?) di fine giugno a Treviso – la due giorni di confronto che inizialmente era stata fissata per il 19 e 20 giugno e poi slittata per la visita di Papa Leone nel Nord – si annuncia come un amaro calice per il segretario del Carroccio.&nbsp;</p>



<p>I &#8220;nordisti&#8221; sembrano non volere più pateracchi o soluzioni di facciata.&nbsp;</p>



<p>Il &#8220;partito del PIL&#8221;, lo zoccolo duro che in Veneto ha dimostrato di saper ancora doppiare Fratelli d&#8217;Italia (36% contro 18% alle scorse regionali grazie al traino delle oltre 200mila preferenze personali di Luca Zaia), esige un cambio di rotta radicale.</p>



<p>L&#8217;uomo che apparentemente guida questo difficile tentativo di salvataggio è proprio l&#8217;ex Doge, oggi Presidente del Consiglio Regionale veneto.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi mesi, Zaia ha saputo tessere una tela diplomatica di altissimo livello, accreditandosi come l&#8217;interlocutore moderato, liberale e pragmatico preferito sia di Giorgia Meloni che, si mormora, di Marina Berlusconi.&nbsp;</p>



<p>Non è un mistero che l&#8217;evoluzione di Forza Italia sotto “il patrocinio” della primogenita di Silvio Berlusconi guardi con enorme interesse ad un&#8217;area di centrodestra seria, europea, attenta ai diritti e distante dalle intemperanze della destra radicale.&nbsp;</p>



<p>In questo disegno, l&#8217;effetto &#8220;Marina Berlusconi&#8221; agirebbe come un magnete per quell&#8217;elettorato produttivo del Nord che non si riconosce più nel populismo salviniano né nell&#8217;estremismo di Vannacci.</p>



<p>Zaia si muove in perfetta autonomia rispetto a via Bellerio, forte di questa sponda economico-politica.&nbsp;</p>



<p>Ha già rispedito al mittente l&#8217;offerta di Salvini di fare il Vicesegretario nazionale, capendo che una poltrona nominale, senza un mutamento strutturale dell&#8217;indirizzo politico, sarebbe stata solo una trappola per neutralizzarlo.&nbsp;</p>



<p>La proposta che il fronte del Nord (in cui Zaia si muove in sostanziale sintonia con i governatori Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga) potrebbe mettere sul tavolo a Treviso è dirompente: l&#8217;adozione del modello tedesco della CDU-CSU.&nbsp;</p>



<p>Ovvero, la creazione di una &#8220;Duplice Lega&#8221;: un partito autonomo, federale, liberale in economia e sui diritti, radicato saldamente al Nord, legato da un patto federativo ad una Struttura nazionale a Roma.</p>



<p>Per fare questo, però, i Governatori non&nbsp;&nbsp;dovrebbero accettare compromessi al ribasso.&nbsp;</p>



<p>Dovrebbero chiedere&nbsp;&nbsp;a Salvini la convocazione di un congresso straordinario prima delle elezioni politiche, per azzerare il coordinamento centralista che via Bellerio ha insediato dopo le regionali, e ridistribuire il potere decisionale nelle articolazioni territoriali in base ai voti reali.</p>



<p>Salvini, forte di un mandato congressuale formalmente valido fino al 2029, si trova davanti ad un bivio storico.&nbsp;</p>



<p>Può continuare ad ignorare il fiume carsico della questione settentrionale, arroccandosi nel fortino romano della sua segreteria e scommettendo su candidature blindate da offrire ai Governatori per le prossime politiche.&nbsp;</p>



<p>Oppure può cedere ed accettare la metamorfosi richiesta dai territori che pagano i conti e portano i consensi.&nbsp;</p>



<p>Se sceglierà la prima strada, il rischio è che la Lega si spenga per asfissia elettorale, superata a destra dal Generale e sostituita al centro dal pragmatismo territoriale.&nbsp;</p>



<p>Un pragmatismo che ha già trovato in Luca Zaia il suo naturale leader d&#8217;opinione, pronto a far dormire sonni molto meno sereni a più di qualche politico a Roma.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Quando la piazza mette a tacere la cultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 08:32:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La resa della civiltà liberale: se il ricatto della piazza spegne la cultura C&#8217;era un tempo in cui l&#8217;Inghilterra era il porto sicuro del libero pensiero.Tra l&#8217;Ottocento e il Novecento, chiunque fosse perseguitato dalle Monarchie assolute del continente europeo —<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La resa della civiltà liberale: se il ricatto della piazza spegne la cultura</p>



<p>C&#8217;era un tempo in cui l&#8217;Inghilterra era il porto sicuro del libero pensiero.<br>Tra l&#8217;Ottocento e il Novecento, chiunque fosse perseguitato dalle Monarchie assolute del continente europeo — che fosse Mazzini o Marx — trovava rifugio a Londra.<br>La Gran Bretagna non era ancora una democrazia perfetta, ma possedeva un dogma sacro: il rispetto delle idee e dello Stato di diritto.<br>Oggi, nella Londra del 2026, quel riflesso di libertà sembra essersi spento sotto i colpi della codardia istituzionale.<br>Il rinvio di una conferenza di storia e archeologia sui regni antichi di Israele e Giuda al British Museum, per il timore di contestazioni, è la fotografia esatta di un Occidente che ha deciso di arrendersi al ricatto.<br>Non parliamo di un comizio politico, non di una celebrazione governativa, ma di accademia e cultura ebraica.<br>Eppure, la sola menzione della parola &#8220;Israele&#8221; o &#8220;ebraico&#8221; in un contesto storico basta a scatenare il panico logistico e la ritirata strategica dei custodi della nostra cultura.<br>Benvenuti nella nuova normalità imposta dalla frangia più radicale del mondo Pro-Pal, una fazione che ha ormai ampiamente superato il confine del dissenso politico per sconfinare nel più becero e sistematico antisemitismo.<br>La distinzione tra la legittima critica al Governo israeliano e l&#8217;ostilità mirata contro gli ebrei in quanto tali viene quotidianamente calpestata, con un obiettivo chiaro: cancellare lo spazio pubblico in cui un ebreo, o la cultura ebraica, possano esistere senza dover chiedere scusa o giustificarsi.<br>Se l&#8217;obiettivo diventa una mostra sulle vittime del 7 ottobre, un&#8217;attrice insultata per strada o una conferenza archeologica, la maschera della &#8220;causa umanitaria&#8221; cade per rivelare il volto dell&#8217;intolleranza.<br>Ma la colpa più grave non è solo di chi, spesso finanziato da Hamas, urla nelle piazze o minaccia i musei.<br>È dei Governi occidentali e delle grandi istituzioni culturali.<br>Con una complicità tiepida, pavida e travestita da &#8220;prudenza&#8221;, Sindaci, Ministri e Direttori di Musei preferiscono blindare, cancellare o spostare in streaming gli eventi pur di non gestire il disordine.<br>Ogni volta che una democrazia liberale decide di non proteggere chi parla, ma di premiare chi minaccia, muore un pezzo della nostra civiltà.<br>Cedere al veto della piazza non è tolleranza: è la sottomissione della libertà di pensiero alla legge del più violento.<br>Se per paura delle ritorsioni spegniamo la cultura, abbiamo già perso.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Vicenza, se si votasse domani Possamai leggermente avanti. Ma sicurezza e quartieri terrebbero aperta la partita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 07:41:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e una coalizione che, almeno sulla carta, continua a parlare a mondi diversi: centrosinistra, civismo, area moderata e riformista. Ma Vicenza resta una città politicamente contendibile, dove l’elettorato si muove spesso più sui temi concreti che sulle appartenenze di partito.</p>



<p>L’ultima sfida comunale ha dimostrato quanto il confine tra vittoria e sconfitta sia sottile. La città non ha espresso un orientamento granitico: ha scelto il cambiamento, ma con un margine ristretto. Questo significa che, in caso di voto immediato, nessuno potrebbe considerarsi davvero al sicuro. Possamai sarebbe favorito, sì, ma dentro uno scenario da ballottaggio, con il centrodestra pronto a giocare la partita soprattutto sul terreno dove oggi sente di avere più presa: la sicurezza.</p>



<p>È proprio la sicurezza il tema che potrebbe pesare di più in una campagna elettorale ipotetica. Il centrodestra lo cavalcherebbe con forza, perché intercetta un’esigenza reale, più volte palesata dai cittadini nei quartieri, nelle zone più sensibili della città e nelle conversazioni quotidiane su degrado, microcriminalità, spaccio, presenze moleste, illuminazione, controlli e percezione di abbandono. Non è solo una questione statistica o di numeri ufficiali: in politica conta molto anche come le persone vivono gli spazi urbani, quanto si sentono tranquille tornando a casa la sera, quanto percepiscono la presenza dello Stato e del Comune nelle strade.</p>



<p>Su questo punto il centrodestra avrebbe un messaggio semplice e potenzialmente efficace: più controlli, più presidio del territorio, più attenzione ai quartieri, più fermezza contro degrado e illegalità. È una linea che parla direttamente a una parte dell’elettorato moderato, agli anziani, ai commercianti, alle famiglie e a chi vive nelle aree dove il tema della sicurezza è sentito come prioritario. Se riuscisse a trasformare questa percezione in giudizio politico sull’amministrazione, il centrodestra potrebbe ridurre il vantaggio di Possamai e portare la sfida sul terreno più favorevole.</p>



<p>Per il sindaco, invece, la sfida sarebbe duplice. Da un lato dovrebbe difendere il lavoro svolto e rivendicare una visione della sicurezza non soltanto repressiva, ma legata anche a vivibilità, presidio sociale, cura degli spazi pubblici, illuminazione, manutenzione, politiche giovanili e collaborazione con le forze dell’ordine. Dall’altro dovrebbe evitare che l’opposizione riesca a imporre l’idea di una città fuori controllo. Perché anche quando questa rappresentazione è parziale o esasperata, può diventare politicamente molto forte se incontra paure e disagi già presenti nella popolazione.</p>



<p>La sicurezza, però, non sarebbe l’unico fronte. Viabilità, cantieri, sosta, grandi opere, centro storico, commercio, casa, servizi e manutenzioni continuerebbero a pesare nel giudizio degli elettori. Vicenza è una città che chiede ordine, efficienza e risposte rapide. Un’amministrazione viene valutata non solo per le grandi strategie, ma per la capacità di risolvere problemi quotidiani: una strada dissestata, una zona poco illuminata, un parco percepito come insicuro, un quartiere che si sente ascoltato poco, un cantiere che complica la vita per mesi.</p>



<p>In questo quadro Possamai conserverebbe un vantaggio politico non trascurabile. Il suo profilo civico, giovane e istituzionale gli consente di parlare anche oltre il perimetro tradizionale del centrosinistra. È il sindaco in carica, quindi può presentarsi come garante di continuità amministrativa e stabilità. Inoltre, la sua coalizione ha dimostrato di saper tenere insieme sensibilità diverse, elemento decisivo in una città dove il voto moderato può spostare l’esito finale.</p>



<p>Ma proprio questa coalizione larga potrebbe diventare anche un punto fragile. Più il dibattito si sposta su sicurezza, ordine pubblico, Tav, mobilità e grandi trasformazioni urbane, più diventa difficile tenere allineate tutte le componenti della maggioranza. Il centrodestra proverebbe a infilarsi lì: nelle contraddizioni, nei tempi lunghi, nelle differenze interne, nella distanza tra annunci e risultati percepiti.</p>



<p>Se il centrodestra arrivasse unito, con un candidato credibile e non puramente identitario, avrebbe reali possibilità di giocarsela. La città conserva un’anima moderata e conservatrice significativa. Ma per vincere non basterebbe agitare il tema della sicurezza: servirebbe una proposta complessiva di governo, capace di convincere non solo chi è già contrario a Possamai, ma anche chi oggi sospende il giudizio e vuole capire chi possa amministrare meglio Vicenza nei prossimi anni.</p>



<p>La previsione, dunque, è prudente ma chiara. Se si votasse domani, Possamai partirebbe davanti e sarebbe il candidato più probabile alla vittoria finale. Al primo turno potrebbe collocarsi in un’area attorno al 43-47 per cento, mentre un centrodestra unito potrebbe muoversi tra il 38 e il 43 per cento. Le liste civiche autonome e l’area centrista non schierata potrebbero essere determinanti, soprattutto in vista del ballottaggio.</p>



<p>Al secondo turno, il sindaco uscente sarebbe leggermente favorito, ma con un margine ridotto. La sicurezza sarebbe il tema in grado di accorciare le distanze più di ogni altro, perché tocca una sensibilità diffusa e perché il centrodestra ha già dimostrato di saperlo trasformare in battaglia politica. Possamai vincerebbe solo se riuscisse a convincere i cittadini che la città è governata, presidiata e ascoltata. Il centrodestra potrebbe vincere solo se riuscisse a dimostrare che su sicurezza, quartieri e vivibilità serve una svolta.</p>



<p>In sintesi, oggi Vicenza non avrebbe un vincitore scontato, ma un favorito sì: Possamai. La sua posizione è più forte, ma non inattaccabile. La partita vera si giocherebbe nei quartieri, tra chi chiede più sicurezza, più ordine e più presenza, e tra chi teme che la città venga raccontata peggio di com’è. In mezzo, come spesso accade a Vicenza, ci sarebbe l’elettorato moderato: pragmatico, esigente, poco ideologico. E probabilmente decisivo.</p>
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		<title>Ennesima nuova legge elettorale. Serve proprio?</title>
		<link>https://www.tviweb.it/ennesima-nuova-legge-elettorale-serve-proprio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 07:41:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è un vecchio vizio nella politica italiana, un riflesso condizionato che si ripete con la regolarità di una cambiale in scadenza: ogni volta che una maggioranza comincia a sentire il terreno che trema sotto i piedi, la prima<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è un vecchio vizio nella politica italiana, un riflesso condizionato che si ripete con la regolarità di una cambiale in scadenza: ogni volta che una maggioranza comincia a sentire il terreno che trema sotto i piedi, la prima cosa che fa è cercare di cambiare la legge elettorale.&nbsp;</p>



<p>Lo fanno tutti, da trent&#8217;anni a questa parte, a destra come a sinistra.&nbsp;</p>



<p>Nessuno può legittimamente scagliare la prima&nbsp;pietra o proclamarsi “vergine” in questa materia.</p>



<p>In&nbsp;questi giorni il Parlamento è in fermento per il deposito del cosiddetto &#8220;ddl Bignami&#8221;, l&#8217;ennesima riforma battezzata dai commentatori con nomi che sembrano usciti da un bizzarro manuale di latino: lo chiamano&nbsp;<em>Stabilicum</em>, o magari&nbsp;<em>Melonellum</em>.&nbsp;</p>



<p>Ma se togliamo l’involucro di parole difficili, qual è la sostanza?&nbsp;</p>



<p>La sostanza è che si vuole introdurre un &#8220;premio di maggioranza&#8221; per far vincere comodamente chi arriva al 42% dei voti (al 42% dei voti corrisponde il 55% dei seggi), obbligando al contempo i partiti ad indicare il nome del candidato Premier sulla scheda (già questa è una bella tegola sulla testa di un Campo Largo diviso fra la leadership di Schlein e Conte).</p>



<p>Ma la vera nota dolente, quella che si consuma nel silenzio delle trattative, è che quasi sicuramente&nbsp;ancora una volta verranno sacrificate le “preferenze”.&nbsp;</p>



<p>Il meccanismo proposto prevede infatti un doppio listino bloccato (di Partito per il proporzionale, di Coalizione per il premio di maggioranza).</p>



<p>Ciò significa che i cittadini troveranno sulla scheda nomi precompilati dall&#8217;alto.&nbsp;</p>



<p>Niente caccia al voto sul territorio, niente candidati credibili che devono conquistarsi la fiducia della propria comunità.&nbsp;</p>



<p>Il risultato?&nbsp;</p>



<p>Ci ritroveremo per l&#8217;ennesima volta un Parlamento di &#8220;nominati&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Persone che devono la poltrona e la carriera esclusivamente alla benevolenza del Capo che le ha messe in lista, e che di conseguenza risponderanno solo a lui, mai ai cittadini.&nbsp;</p>



<p>Le preferenze costringono la politica a sporcarsi le mani con i voti veri; i listini bloccati permettono invece alle Segreterie di premiare la fedeltà assoluta, lasciando fuori chi prova a ragionare con la propria testa.</p>



<p>E qui si arriva al vero capolavoro politico di questa legge, pensato per tagliare le gambe a chiunque cerchi un&#8217;alternativa moderata o di centro.&nbsp;</p>



<p>Forzando e celiando un po&#8217;, se approvata, questa riforma ci costringerà ad essere tutti o &#8220;fascisti&#8221; o &#8220;comunisti&#8221;.&nbsp;</p>



<p>È la pietra tombale su qualunque tentativo di liberalismo o di terzo polo.&nbsp;</p>



<p>Il sistema del premio al 42% è un incentivo formidabile a creare due giganteschi blocchi contrapposti.&nbsp;</p>



<p>Per sopravvivere da soli al centro bisognerebbe fare il 20% dei voti, un&#8217;impresa fantascientifica per le forze attuali.</p>



<p>Non solo: il meccanismo delle soglie dà il colpo di grazia.&nbsp;</p>



<p>Lo sbarramento resta al 3%, ma c&#8217;è il &#8220;trucchetto&#8221; del recupero della lista più votata tra quelle sotto la soglia all&#8217;interno della coalizione.&nbsp;</p>



<p>Tradotto: è un invito esplicito, un&#8217;esca per costringere i piccoli partiti di centro a farsi annettere nei grandi cartelli elettorali pur di arraffare un seggio.&nbsp;</p>



<p>Il rischio evidente è la nascita di ammucchiate eterogenee, grandi armate nate solo per vincere, che un minuto dopo le elezioni cominceranno a litigare su tutto, trasformando la promessa di &#8220;stabilità&#8221; in un&#8217;inevitabile paralisi politica.</p>



<p>La domanda che qualunque cittadino ha il diritto di porsi è semplice:&nbsp;perché fare tutto questo adesso?&nbsp;</p>



<p>Perché questa fretta cieca di approvare le nuove regole entro luglio, a tappe forzate, e senza un briciolo di intesa con le opposizioni?</p>



<p>La risposta non sta nell&#8217;alta strategia istituzionale, ma in un sentimento molto più umano e politicamente comprensibile: la paura.&nbsp;</p>



<p>Chiamiamo questa legge con il suo vero nome:&nbsp;Paurellum.</p>



<p>La maggioranza sta correndo perché vede un altro “rischio referendum” alle porte, ed i sondaggi non sono più quelli dei giorni d&#8217;oro.&nbsp;</p>



<p>C’è il timore concreto che l&#8217;immagine di invincibilità del governo possa incrinarsi.&nbsp;</p>



<p>Ed allora, come una squadra di calcio che fino a ieri dominava il campionato, e oggi, innervosita, comincia a sbagliare i passaggi, si cerca di cambiare le regole del gioco mentre la partita è ancora in corso.&nbsp;</p>



<p>Se le cose si mettessero male in autunno, meglio avere già in tasca una legge elettorale su misura per andare al voto anticipato.</p>



<p>Attenzione, però, perché i calcoli dei palazzi romani spesso si scontrano con la realtà e con la matematica dei parlamentari.&nbsp;&nbsp;Che sanno benissimo, loro,&nbsp;&nbsp;che la legislatura deve arrivare ad una data feticcio: il&nbsp;<strong>14 aprile 2027</strong>.</p>



<p>Prima di quel giorno (quattro anni, sei mesi e un giorno dall&#8217;inizio), nessuno dei peones vorrà davvero sciogliere le Camere, perché farlo significherebbe rinunciare alla certezza della pensione da parlamentare.&nbsp;</p>



<p>La fretta di oggi serve quindi a blindare il domani, a preparare il paracadute prima che l&#8217;aria si faccia troppo rarefatta.</p>



<p>Il paradosso più grande è che questo blitz rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol.&nbsp;</p>



<p>Perché offre su un piatto d&#8217;argento alle opposizioni – che finora sono apparse divise e senza una bussola – l&#8217;argomento perfetto per gridare alla &#8220;legge truffa&#8221;, compattandole sotto un&#8217;unica bandiera.&nbsp;</p>



<p>Senza contare che forzare la mano sul premio di maggioranza espone la legge al rischio concreto di essere ritoccata, ancora una volta, dalla Corte Costituzionale.</p>



<p>Modificare le regole del gioco a ridosso dei nodi politici cruciali non è solo ingiusto; è il segno evidente che chi governa teme il giudizio degli elettori.&nbsp;</p>



<p>E i cittadini, che non sono così distratti come la politica spera, queste sfumature di paura le colgono benissimo.&nbsp;</p>



<p>Quando una maggioranza corre così forte, raramente è per eccesso di coraggio.</p>



<p>Quasi sempre, sta solo scappando da qualcosa.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il sovranismo a debito: picchiare Bruxelles con la mano che batte cassa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 09:45:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Qual è il vezzo più tipico ed adorabile dei bambini? Semplice: quando combinano un guaio o non riescono a fare qualcosa, puntano il ditino, e danno la colpa a qualcun altro.Ora, se questo comportamento è perfettamente accettabile in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Qual è il vezzo più tipico ed adorabile dei bambini? Semplice: quando combinano un guaio o non riescono a fare qualcosa, puntano il ditino, e danno la colpa a qualcun altro.<br>Ora, se questo comportamento è perfettamente accettabile in una fase della vita in cui si impara a malapena a stare al mondo, lo è decisamente meno quando a praticarlo sono leader politici fatti, finiti, e con tanto di scorta.<br>Anche perché, logica elementare vorrebbe che queste persone abbiano chiesto (e ottenuto) il voto dei cittadini per trovare soluzioni, non per esibirsi nel gioco del &#8220;è colpa sua!&#8221;.<br>Prendiamo il caso di Giorgia Meloni.<br>La nostra Premier governa da ormai quattro anni un Paese che vanta un duplice, invidiabile primato: ultimi per crescita economica e primi per debito pubblico.<br>Un miracolo al contrario in cui la produzione industriale è arretrata del 4% da quando si è insediata a Palazzo Chigi.<br>Ma di fronte a questo capolavoro, cosa fa il Presidente del Consiglio?<br>Invece di spiegare agli italiani perché il suo Governo non riesca a trovare un euro per finanziare misure serie contro la crisi (compresa quella energetica), è salita sul palco dell’Assemblea degli Industriali ed ha rispolverato il nemico pubblico perfetto, quello che incassa sempre senza rispondere: l’Unione Europea.<br>Come se questi quattro anni non fossero mai passati, come se gli italiani non avessero occhi per vedere ed un cervello per pensare, la nostra Premier è tornata ai tempi spensierati e senza responsabilità di quando era all&#8217;opposizione.<br>Ha chiesto all’Europa di &#8220;fare meno e farlo meglio&#8221;, per poi lanciare il guanto di sfida alla platea: «Siate coraggiosi e lo sarò anch’io».<br>E gli industriali, con un coraggio da leoni che passerà alla storia, hanno risposto con un applauso scrosciante.<br>Il tutto, ovviamente, nobilitato invocando il sacro principio di sussidiarietà: «L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli», ha sentenziato Meloni davanti alla platea di Confindustria.<br>Un tempismo meraviglioso: vista la gestione a dir poco allegra di quella montagna di miliardi piovuti da Bruxelles con il PNRR; se fossimo nell&#8217;Europa &#8220;matrigna&#8221; verrebbe voglia di chiedere il commissariamento diretto del Governo per manifesta incapacità di spendere.<br>Furbizia, puerilità o strisciante mala fede?<br>Lascio a voi l&#8217;ardua sentenza.<br>Per quanto mi riguarda, ci trovo solo l’ennesima conferma di una costante immutabile della politica italica (e sia chiaro, la sinistra non è da meno quando si tratta di fuggire dall&#8217;autocritica).<br>Assistiamo ad una liturgia che si ripete puntualissima ogni volta che il dibattito economico tocca i nervi scoperti della nostra competitività: c&#8217;è sempre un sacerdote del sovranismo pronto ad indicare Bruxelles come il Grande Satana, e la burocrazia europea come il cappio che strangola imprese e crescita.<br>Peccato che questa narrazione cozzi violentemente contro un fatto tanto scomodo quanto matematico: se la colpa del declino italiano fosse davvero della burocrazia europea, qualcuno dovrebbe spiegarci come mai, negli ultimi vent’anni, tutti gli altri Paesi dell’Unione hanno registrato tassi di crescita superiori al nostro.<br>Tutti.<br>Eppure, che si sappia, anche la Germania, la Francia o la Spagna sono soggette alle stesse identiche regole di Bruxelles, alla stessa Commissione e agli stessi regolamenti!<br>Come mai, allora, solo l’Italia arranca come un&#8217;auto con il freno a mano tirato?<br>È la classica domanda che Giorgia Meloni ed il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, si guardano bene dal porre; figuriamoci dal darsi una risposta.<br>Il motivo è trasparente: rispondere significherebbe addentrarsi in territori decisamente paludosi e scomodi.<br>Significherebbe parlare della struttura oligopolistica di interi settori produttivi, delle rendite di posizione blindate, della totale assenza di concorrenza nei servizi, e del peso soffocante delle lobby corporative.<br>Significherebbe, insomma, ammettere il peso di una certa politica.<br>Che dentro la coalizione di governo convivono interessi che una politica seria di apertura dei mercati farebbe a pezzi: parliamo di balneari, tassisti, micro-corporazioni a partita Iva, monopoli di fatto e filiere che campano di spesa pubblica assistenziale anziché di vera competizione. .<br>Un’agenda di crescita autentica richiederebbe il coraggio (quello vero, non quello da palcoscenico) di scontentare esattamente questi blocchi di potere.<br>Ma nessuno, a maggior ragione con le scadenze elettorali sempre dietro l&#8217;angolo, ha la minima intenzione di farlo.<br>E così si resta immobili: si fa un bel passo indietro per compiacere le corporazioni, e zero passi avanti verso la concorrenza ed il mercato.<br>Continuando ad indicare la Luna europea come eterno parafulmine dei nostri fallimenti.<br>Cosa vuole, stringi stringi, la politica italiana in questo momento?<br>Quello che vuole sempre: soldi, soldi, soldi!<br>A Bruxelles, però, giustamente iniziano a farsi una domanda elementare: «Sì, va bene, ma per farci cosa?».<br>Per fare riforme strutturali capaci di modernizzare il Paese, o per buttarli direttamente nel cesso sussidiando le bollette e limando di qualche centesimo il prezzo della benzina alla pompa per comprare il consenso elettorale?<br>Capite bene che quando parlo di puerilità politica non sono affatto lontano dalla verità.<br>Perché per i nostri moderni Demostene il copione è sempre lo stesso: quando Bruxelles ci chiede di fare i compiti a casa, partono i fulmini, le saette e le sacre rivendicazioni di sovranità deaaaa Naaazzziiiooone.<br>Ma quando siamo noi a battere cassa chiedendo miliardi, flessibilità, scudi e deroghe, allora l’Europa torna improvvisamente utile.<br>E se per caso osa chiederci il conto, diventa immediatamente &#8220;matrigna&#8221;.<br>È il capolavoro del sovranismo a debito: rivendicare l&#8217;autonomia assoluta quando c’è da rispettare le regole, e invocare la solidarietà fraterna quando c’è da pagare il conto.<br>In perfetto stile italico: guadagni nazionalizzati e perdite europeizzate.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>La giovinezza traumatica che ha forgiato Xi Jinping</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2026 07:32:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo L&#8217;influenza di Xi Jinping sullo scacchiere geopolitico mondiale continua a espandersi, consolidando il proprio ruolo di laeder più potente della storia cinese dai tempi di Mao Tze Tung. Sul fronte interno ha eliminato ogni forma di dissenso, mentre<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>L&#8217;influenza di Xi Jinping sullo scacchiere geopolitico mondiale continua a espandersi, consolidando il proprio ruolo di laeder più potente della storia cinese dai tempi di Mao Tze Tung.</p>



<p>Sul fronte interno ha eliminato ogni forma di dissenso, mentre a livello internazionale ha proiettato la Cina come una superpotenza economica, tecnologica e militare, capace di sfidare l&#8217;egemonia degli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>Ma per capire la visione del mondo di Xi, occorre scavare nei traumi della sua giovinezza e nell&#8217;eredità di una delle famiglie più illustri e tormentate del comunismo cinese.</p>



<p>Xi Jinping nasce a Pechino il 15 giugno 1953.&nbsp;</p>



<p>È un&nbsp;taizidang, un &#8220;Principe Rosso&#8221;, termine usato per i figli dei rivoluzionari della prima ora.</p>



<p>Suo padre, Xi Zhongxun, è un eroe della guerriglia, compagno d&#8217;armi di Mao e futuro Vice Primo Ministro. La madre, Qi Xin, è un&#8217;intellettuale ed attivista del Partito.</p>



<p>Nonostante l&#8217;infanzia protetta nei complessi d&#8217;élite di Pechino (come Zhongnanhai), la vita domestica è spartana, perché Xi Zhongxun disprezza la decadenza borghese.&nbsp;</p>



<p>Come documentato dallo storico Joseph Torigian, la disciplina in casa Xi rasenta la brutalità feudale.&nbsp;</p>



<p>Il padre esige un&#8217;austerità totale: i figli devono indossare abiti rattoppati e scarpe logore ereditate dalle sorelle maggiori.&nbsp;</p>



<p>Anni dopo, Xi Jinping ricorderà quel periodo non con rancore, ma come una scuola di vita:&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>&#8220;Mio padre ci obbligava a vivere in modo estremamente frugale. Ma non lo faceva per farci paura; voleva che imparassimo il rispetto per la terra, che capissimo che non si può agire in modo anarchico.&#8221;</em></p>



<p>Nel 1962, quando Xi ha solo nove anni, il padre viene epurato da Mao con l&#8217;accusa di aver sostenuto un libro considerato &#8220;anti-partito&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Per la famiglia è l&#8217;inizio dell&#8217;inferno, che culmina nel 1966 con lo scoppio della&nbsp;Rivoluzione Culturale.</p>



<p>I dettagli di quegli anni sono drammatici e spiegano l&#8217;ossessione odierna di Xi per l&#8217;ordine e la stabilità.</p>



<p>Il dramma familiare:&nbsp;la casa di famiglia viene saccheggiata dalle Guardie Rosse. Una delle sorelle consanguinee di Xi, Xi Heping, si toglie la vita dopo essere stata perseguitata e umiliata pubblicamente. La madre, Qi Xin, per sopravvivere e proteggere gli altri figli, viene costretta a denunciare il marito durante un&#8217;assemblea pubblica.</p>



<p>Xi sotto accusa:&nbsp;a soli 14 anni, Xi Jinping viene additato come &#8220;figlio di un elemento nero&#8221;. Viene costretto a sfilare su un palco davanti ad una folla urlante, indossando un cappello di ferro pesante diversi chili. Durante una di queste sessioni di denuncia, la madre è tra il pubblico e deve gridare slogan contro di lui.</p>



<p>Nel 1969, a 15 anni, Xi fa parte dei milioni di giovani urbani inviati nelle campagne profonde secondo lo slogan di Mao:&nbsp;<em>&#8220;Andate a farvi rieducare dai contadini poveri&#8221;</em>.&nbsp;</p>



<p>Destinazione: il villaggio di Liangjiahe, nella brulla provincia dello Shaanxi.&nbsp;</p>



<p>È una terra di terra gialla, polvere e miseria, dove la gente vive nelle&nbsp;yaodong&nbsp;(case-grotta scavate nella roccia).</p>



<p>L&#8217;impatto è devastante. Xi non è abituato ai lavori forzati, ai parassiti ed alla fame.&nbsp;</p>



<p>Dopo pochi mesi scappa a Pechino, ma viene arrestato come disertore e rinchiuso in un campo di rieducazione per sei mesi, costretto a scavare fossati.&nbsp;</p>



<p>Gli zii lo convincono che l&#8217;unico modo per sopravvivere in Cina è abbracciare il sistema, non fuggire.</p>



<p>Xi torna a Liangjiahe con una mentalità diversa.&nbsp;</p>



<p>Decide di &#8220;diventare più rosso dei rossi&#8221;. Lavora la terra per sette anni, impara a trasportare pesi enormi (la propaganda del Partito dirà in seguito:&nbsp;&#8220;200 jin di grano su una spalla per dieci li di montagna senza cambiare spalla&#8221;) e aiuta i contadini a costruire un pozzo di metano per l&#8217;energia</p>



<p>In un saggio autobiografico del 2001, Xi descriverà Liangjiahe come il luogo della sua rinascita spirituale: &#8220;Quando arrivai a 15 anni, ero ansioso e confuso. Quando partii a 22 anni, avevo obiettivi di vita chiari ed ero pieno di fiducia. Liangjiahe mi ha dato le mie radici.&#8221;</p>



<p>Per entrare nel Partito Comunista, Xi deve ripulire il nome di famiglia.&nbsp;</p>



<p>La sua domanda d&#8217;adesione viene&nbsp;rifiutata ben nove volte&nbsp;a causa del &#8220;passato politico&#8221; del padre. Xi non desiste, e al decimo tentativo, nel 1974, viene finalmente ammesso.</p>



<p>Inizia così una scalata cinica, paziente e calcolata, mossa da una ferrea determinazione.&nbsp;</p>



<p>Evita i riflettori di Pechino e preferisce la gavetta in provincia.</p>



<p>L&#8217;Università (1975-1979):&nbsp;studia ingegneria chimica alla prestigiosa Università Tsinghua come studente &#8220;lavoratore-contadino-soldato&#8221;, un titolo tipico dell&#8217;era maoista.</p>



<p>Il trampolino militare (1979-1982):&nbsp;lavora come segretario di Geng Biao, potente ministro della Difesa ed amico del padre. Questo legame gli garantisce una profonda conoscenza ed il rispetto delle forze armate (l&#8217;Esercito Popolare di Liberazione), un asset che si rivelerà decisivo trent&#8217;anni dopo.</p>



<p>L&#8217;esilio volontario a Zhengding (1982):&nbsp;tra lo stupore dei suoi coetanei d&#8217;élite che cercavano poltrone a Pechino, Xi chiede di essere trasferito in una povera contea rurale nell&#8217;Hebei. È una mossa strategica per accreditarsi come uomo del popolo.</p>



<p>Il laboratorio economico del Sud:&nbsp;passa gli anni &#8217;90 e i primi anni 2000 nelle province costiere del Fujian e dello Zhejiang. Qui supervisiona il boom economico cinese, gestisce i rapporti con gli investitori di Taiwan e si fa la reputazione di amministratore pragmatico, ma soprattutto incorruttibile.</p>



<p>Nel 2007, i leader anziani del Partito (tra cui Jiang Zemin e Hu Jintao) cercano un successore.&nbsp;</p>



<p>Xi Jinping appare come il candidato perfetto: è un Principe Rosso (gradito alla vecchia guardia), ha un profilo basso, non ha fazioni rumorose alle spalle e sembra un burocrate malleabile.&nbsp;</p>



<p>Viene così promosso nel Comitato Permanente del Politburo.</p>



<p>Nessuno ha previsto ciò che sarebbe accaduto dopo il 15 novembre 2012, giorno in cui assume la guida del Partito.</p>



<p>Appena preso il potere, Xi lancia la più imponente&nbsp;campagna anti-corruzione&nbsp;della storia cinese, denominata&nbsp;<em>&#8220;</em>Caccia alle tigri e alle mosche<em>&#8220;</em>.&nbsp;</p>



<p>Con il pretesto di ripulire il Partito dal malaffare, Xi abbatte i suoi potenziali rivali politici (tra cui il potente Bo Xilai e il capo della sicurezza Zhou Yongkang).&nbsp;</p>



<p>Milioni di funzionari vengono indagati. Il messaggio è chiaro: l&#8217;autorità del leader è assoluta.</p>



<p>Sotto la sua guida, la dottrina politica ha preso il nome di&nbsp;“Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, inserito direttamente nella Costituzione (un onore concesso in vita solo a Mao).</p>



<p>Xi ha sostituito il vecchio dogma di Deng Xiaoping (&#8220;Nascondi la tua forza, coltiva il tuo tempo<em>&#8220;</em>) con una politica estera assertiva e muscolare.&nbsp;</p>



<p>Attraverso la&nbsp;“Belt and Road Initiative&nbsp;“(la Nuova Via della Seta) ha esteso l&#8217;influenza economica di Pechino in Asia, Africa ed Europa.&nbsp;</p>



<p>Ha modernizzato l&#8217;esercito ed ha messo nel mirino la &#8220;riunificazione&#8221; con Taiwan, definendola un passo inevitabile per il &#8220;Grande Ringiovanimento della Nazione Cinese&#8221;.</p>



<p>La traiettoria di Xi Jinping dimostra che per uno che ha una volontà ferrea non esiste abisso dal quale non si possa uscire, e come il trauma della giovinezza non solo non lo abbia allontanato dal sistema che lo aveva perseguitato, ma lo abbia convinto che solo un controllo totale, centralizzato e autoritario possa impedire alla Cina di scivolare nuovamente nel caos della sua infanzia.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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