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	<title>EDITORIALE | TViWeb</title>
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		<title>Marco Pannella. L’eredità di un gigante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 09:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Se chiudo gli occhi oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, l’immagine che si impone prepotente non è quella di un semplice politico, ma di un gigante morale che ha abitato il secolo scorso con la forza di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Se chiudo gli occhi oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, l’immagine che si impone prepotente non è quella di un semplice politico, ma di un gigante morale che ha abitato il secolo scorso con la forza di un uragano.&nbsp;</p>



<p>Vedo quella sigaretta eternamente accesa, come un altare laico al libero arbitrio; vedo il volto scavato, reso affilato e quasi trasparente dai lunghi scioperi della fame e della sete; e sento, in sottofondo, le note solenni del Requiem di Mozart che Radio Radicale diffondeva come unico, sublime intermezzo.&nbsp;</p>



<p>Pannella comprese, prima di chiunque altro, che l&#8217;informazione è democrazia.&nbsp;</p>



<p>Fondò Radio Radicale con un principio rivoluzionario: trasmettere tutto.&nbsp;</p>



<p>Insieme a figure indimenticabili come Massimo Bordin — la cui voce arrochita dal fumo era il mattutino laico mio e di milioni di italiani — Marco ha dato vita a un modello di informazione unico al mondo.&nbsp;</p>



<p>Una struttura privata che svolgeva, ed esercita tuttora, un servizio pubblico essenziale, portando il Palazzo nelle case dei cittadini senza mediazioni, senza tagli, senza filtri.&nbsp;</p>



<p>La &#8220;trasmissione integrale&#8221; non era solo una scelta tecnica, ma un atto di profonda fiducia nella democrazia: il cittadino doveva poter ascoltare, vedere e giudicare da sé.&nbsp;</p>



<p>Senza questa radio, l&#8217;Italia sarebbe stata un Paese più buio e meno consapevole.&nbsp;</p>



<p>Marco Pannella non è stato solo un uomo: è stato un metodo, un’eresia, un grido incessante di vita in un Paese troppo spesso rassegnato al silenzio.</p>



<p>Per chi ha vissuto la seconda metà del Novecento, Pannella è stato il punto di rottura necessario.&nbsp;</p>



<p>In un’Italia ingessata tra le grandi ideologie di massa, egli ha introdotto la centralità dell&#8217;individuo.&nbsp;</p>



<p>Non era un politico che si adattava alle convenienze; era un militante totale, un provocatore che usava il proprio corpo come unico e supremo strumento di lotta politica.&nbsp;</p>



<p>La sua politica non si faceva nei salotti ovattati, ma si sdraiava davanti ai cancelli delle carceri, si affacciava ai microfoni delle radio libere, urlava nelle piazze il diritto negato degli ultimi.</p>



<p>Per chi non lo ha conosciuto, Pannella non era un politico nel senso tradizionale del termine: non cercava il potere per il potere, non aspirava a Ministeri o poltrone.&nbsp;</p>



<p>Era un &#8220;agitatore di coscienze&#8221;, un uomo che ha passato sessant&#8217;anni a disturbare il sonno degli indifferenti.</p>



<p>A volte basta un gesto fra i tanti per capire la dignità di una persona.</p>



<p>Uno di questi riguarda il coraggio solitario di Marco Pannella di fronte alla barbarie internazionale.&nbsp;</p>



<p>Il 7 ottobre 2006 — nel giorno del compleanno di Vladimir Putin — veniva assassinata Anna Politkovskaja, la voce più limpida e coraggiosa contro i crimini russi in Cecenia.</p>



<p>Ai funerali della giornalista a Mosca, l&#8217;Unione Europea brillò per la sua assenza.&nbsp;</p>



<p>Nessuna delegazione ufficiale, nessun rappresentante delle alte istituzioni europee ebbe il coraggio di sfidare il Cremlino con la propria presenza.&nbsp;</p>



<p>L’indegnità di un’istituzione si misura spesso dai gesti che sceglie di non compiere.&nbsp;</p>



<p>Pannella, allora parlamentare europeo, non accettò questo silenzio complice e partì da solo per Mosca.</p>



<p>“Nemmeno un usciere”, commentò con amarezza riferendosi all&#8217;assenza dell&#8217;Europa.&nbsp;</p>



<p>Per Marco, la presenza di un solo usciere, o persino di una donna delle pulizie mandata ufficialmente dalle istituzioni, avrebbe cambiato il peso morale di quella giornata.&nbsp;</p>



<p>Lui scelse di essere quell&#8217;usciere, quella testimonianza fisica che ci ricorda che la dignità non può essere sacrificata sull&#8217;altare della realpolitik.</p>



<p>Nato a Teramo nel 1930, Pannella è stato il fondatore e l&#8217;anima del Partito Radicale.&nbsp;</p>



<p>Ma definirlo attraverso un Partito è riduttivo.&nbsp;</p>



<p>Egli è stato il leader di una forza politica che, pur restando numericamente piccola, è riuscita a cambiare la spina dorsale dei diritti civili in Italia.&nbsp;</p>



<p>Quando Pannella iniziò la sua attività, l&#8217;Italia era un Paese profondamente diverso. Le sue battaglie contribuirono a cambiarlo.</p>



<p>Il Divorzio: Attraverso referendum e battaglie di piazza, costrinse il Paese a una modernità allora impensabile.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Aborto: Portò alla legge 194, sottraendo migliaia di donne al rischio della clandestinità.&nbsp;</p>



<p>La Giustizia: Si batté per il superamento dell&#8217;ergastolo e per condizioni umane nelle carceri, luoghi che visitava regolarmente, specialmente nei giorni di festa, per non lasciare soli gli &#8220;ultimi&#8221;.</p>



<p>Il voto ai diciottenni: Fu lui a premere perché la maggiore età fosse abbassata, dando voce ai giovani nelle istituzioni.</p>



<p>ll tratto distintivo di Pannella era il suo metodo: la non-violenza gandhiana.&nbsp;</p>



<p>In un&#8217;epoca segnata dagli anni di piombo e dal terrorismo, Marco rispondeva con il digiuno.&nbsp;</p>



<p>I suoi scioperi della fame e della sete non erano forme di autolesionismo, ma atti politici supremi: &#8220;Metto in gioco la mia vita per ricordarvi che state calpestando la legge&#8221;, diceva ai potenti.&nbsp;</p>



<p>Lo abbiamo visto per decenni con il volto scavato, la voce che diventava un soffio, ma con occhi che brillavano di una determinazione feroce.&nbsp;</p>



<p>Era il modo per dare visibilità a chi non ne aveva: i carcerati, i malati terminali, gli ultimi della terra.&nbsp;</p>



<p>Pannella era capace di alleanze impossibili.&nbsp;</p>



<p>Poteva dialogare con i Papi come con i mangiapreti, con i conservatori come con gli anarchici. Non cercava il consenso facile, cercava la verità del diritto. È stato il primo a denunciare lo sterminio per fame nel mondo, il primo a battersi per la depenalizzazione delle droghe leggere per combattere la mafia, il primo a chiedere una giustizia giusta che non distruggesse la vita degli innocenti.</p>



<p>Perché dopo dieci anni sento il dovere di ricordarlo?</p>



<p>Perché oggi viviamo in un tempo di &#8220;politicamente corretto&#8221; e di passioni tiepide.&nbsp;</p>



<p>Pannella ci ha insegnato che non bisogna avere paura di essere soli se si è nel giusto.&nbsp;</p>



<p>Ci ha insegnato che &#8220;il silenzio è il vero crimine della democrazia&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Ogni volta che una coppia decide di separarsi civilmente, ogni volta che una donna esercita un diritto sul proprio corpo, ogni volta che un carcerato viene trattato come un essere umano e non come un numero, ogni volta che una libertà individuale viene difesa contro l&#8217;arbitrio del potere, lì c&#8217;è un pezzetto di Marco Pannella.</p>



<p>Oggi, a dieci anni dalla sua morte, mi manca quel suo modo di prenderci per il bavero e&nbsp;&nbsp;di costringerci a pensare.&nbsp;</p>



<p>Oggi Pannella non c’è più.&nbsp;&nbsp;Ma il silenzio che denunciava è rimasto. Solo che adesso lo chiamiamo equilibrio, prudenza, responsabilità.&nbsp;</p>



<p>Il problema non è che manchi lui; è che manchiamo noi.</p>



<p></p>
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		<title>Achille e la tartaruga.  Fiscal drag: il furto perfetto che unisce destra e sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 06:34:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ogni anno, di questi tempi, il Ministero dell’Economia fornisce i dati relativi a redditi e tassazione dell’esercizio precedente. Ed ogni anno questa è l’occasione per incazzarsi di brutto. Ve lo ricordate uno dei paradossi più famosi della storia,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ogni anno, di questi tempi, il Ministero dell’Economia fornisce i dati relativi a redditi e tassazione dell’esercizio precedente.</p>



<p>Ed ogni anno questa è l’occasione per incazzarsi di brutto.</p>



<p>Ve lo ricordate uno dei paradossi più famosi della storia, quello attribuito a Zenone di Elea?<br>Se gli studi liceali sono ormai un ricordo lontano, ve lo rinfresco.</p>



<p>Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille percorre quei dieci metri e la tartaruga avanza di un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga avanza di un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla mai.</p>



<p>Immagino vi stiate chiedendo dove voglio arrivare.</p>



<p>Presto detto: Zenone certamente non aveva idea di cosa fosse il fiscal drag, ma se gli fosse stato noto questo meccanismo fiscale avrebbe sicuramente ribadito il suo paradosso, prendendo come esempio il sistema tributario italiano.</p>



<p>Proviamo a decrittarlo.</p>



<p>Io in Achille vedo il contribuente, e nella tartaruga lo Stato. E vi spiego il perché.</p>



<p>Il fiscal drag è un meccanismo diabolico: se le aliquote fiscali restano “uguali”, ma i salari nominali aumentano, ecco che il contribuente finisce negli scaglioni di reddito superiori.<br>In questo modo il Governo formalmente non alza le imposte, ma ne incassa in misura maggiore.</p>



<p>È così che, come per magia, il fiscal drag diventa l’unica tassa che cresce da sola, trasformando l’Italia nel Paese in cui anche l’inflazione paga le tasse.</p>



<p>Ecco perché il Contribuente-Achille non raggiungerà mai la Tartaruga-Stato: perché il “silenzioso” aumento della pressione fiscale, dovuto all’inflazione, spinge i contribuenti verso scaglioni di reddito più alti senza un reale aumento del potere d’acquisto.&nbsp;&nbsp;Guadagni di più, ma compri di meno.<br>E così lo Stato è sempre quel “filino” più avanti, come nel paradosso.</p>



<p>Sono anni che, in teoria, si discute su come eliminare questo vero e proprio “furto” di Stato, ma senza alcun costrutto.&nbsp;</p>



<p>Perché la politica – destra, centro e sinistra, senza differenze – ha scoperto che lucrare sull’inflazione è un affare d’oro per il bilancio pubblico.</p>



<p>Volete smontare un meccanismo così geniale?<br>Giammai.</p>



<p>Ed infatti non ne avete mai sentito parlare né Giorgia Meloni, né Elly Schlein, né l’allegra compagnia che frequenta i palazzi romani.</p>



<p>Ma davvero tutto ciò è ineluttabile?</p>



<p>Direi proprio di no, perché altrove in Europa le cose girano diversamente. Vediamo come.</p>



<p>Austria: uno degli esempi più virtuosi e recenti. Dal 2023 ha abolito il fiscal drag indicizzando automaticamente gli scaglioni IRPEF per due terzi del tasso di inflazione, mentre il restante terzo viene deciso politicamente per favorire i redditi più bassi.</p>



<p>Belgio: prevede un’indicizzazione automatica annuale basata sull’indice dei prezzi. Questo vale sia per gli scaglioni di reddito, sia per le deduzioni standard.</p>



<p>Svizzera: a livello federale (ed in quasi tutti i cantoni), l’adeguamento degli scaglioni all’inflazione è obbligatorio non appena l’inflazione accumulata supera una certa soglia, solitamente l’1%.</p>



<p>Danimarca: gli scaglioni e le detrazioni principali vengono rettificati annualmente seguendo l’andamento dei salari medi, il che di norma copre l’inflazione e mantiene costante la pressione fiscale rispetto alla ricchezza prodotta.</p>



<p>Francia: storicamente aggiorna i limiti degli scaglioni nella legge finanziaria annuale, sulla base&nbsp;&nbsp;dell’inflazione dell’anno precedente, anche se resta una decisione politica.</p>



<p>Germania: non ha un automatismo rigido scritto nella legge fondamentale, ma dal 2012 il governo è obbligato a presentare ogni due anni un “Rapporto sulla progressione fredda”. Su questa base, il Parlamento vota quasi regolarmente l’adeguamento degli scaglioni.</p>



<p>Paesi Bassi: utilizzano un fattore di correzione dell’inflazione per adeguare scaglioni e crediti d’imposta, anche se il governo può applicarlo solo parzialmente per esigenze di bilancio.</p>



<p>Per capire come gira negli Usa vi rimanda qui:&nbsp;<a href="https://www.tviweb.it/italia-il-paese-dove-anche-linflazione-paga-le-tasse/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/italia-il-paese-dove-anche-linflazione-paga-le-tasse/</a></p>



<p>Vi è chiara quale sarebbe la soluzione più lineare del problema?</p>



<p>Semplice come l’acqua: indicizzare gli scaglioni di reddito IRPEF all’inflazione.</p>



<p>Ma la domanda vera è un’altra: perché a Berlino, Parigi o Vienna è possibile ciò che in Italia nessuno si sogna nemmeno di proporre?</p>



<p>Il problema è la spesa pubblica.<br>Il problema è che i soldi delle tasse non bastano mai, ed i numerosi tentativi di spending review si sono rivelati tutti fallimentari.</p>



<p>Ma non si spende solo troppo: si spende male.<br>E, giusto per fare un esempio, genialate come il Superbonus 110% al di là delle Alpi non si sono mai viste.</p>



<p>Questa stortura strutturale del nostro Paese, in cui lo Stato si appropria di reddito che non gli competerebbe, emerge ancora più chiaramente osservando come i Governi abbiano reagito al fiscal drag, creando di fatto “figli e figliastri” tra i cittadini.</p>



<p>Lo sgravio sui contributi sociali ha comportato un abbassamento della pressione fiscale per i redditi tra i 15 mila e i 35 mila euro.<br>Ma i lavoratori che non hanno beneficiato di alcuna agevolazione – cioè quelli che guadagnano più di 35-40 mila euro ( i nababbi) – il drenaggio fiscale se lo sono “fumato” fino all’ultima goccia.</p>



<p>Guardate, per me il recupero del fiscal drag è una questione etica.<br>Uno Stato degno di questo nome non può comportarsi come lo Sceriffo di Nottingham.</p>



<p>E, come accennavo, non è più un problema di destra o di sinistra.</p>



<p>La destra, nella sua versione “sociale”, in questi anni di governo, ha mostrato non solo di essere orientata a favorire la parte meno abbiente della società – il che, con un’evasione fiscale strutturale, rende quantomeno discutibile basarsi quasi esclusivamente sull’Isee – ma anche alcune categorie considerate “strategiche”.&nbsp;</p>



<p>Tradotto: chi ha voce, lobby e capacità di blocco ottiene attenzione, tipo i taxisti, i balneari e gli autonomi; il resto può aspettare.&nbsp;</p>



<p>Il cosiddetto ceto medio, quello che le tasse che paga davvero, resta come sempre il bancomat silenzioso del sistema.</p>



<p>La sinistra, dal canto suo, continua a muoversi dentro schemi novecenteschi come se il mondo non fosse cambiato. Tra una proposta di patrimoniale e l’altra, sembra non accorgersi che tassare sempre gli stessi non è giustizia sociale, ma solo una scorciatoia politica.&nbsp;</p>



<p>E soprattutto non capisce che, senza un’idea moderna di equità fiscale, continuerà a perdere consenso proprio dove dovrebbe trovarlo.</p>



<p>Nel frattempo, il fiscal drag resta lì, silenzioso, invisibile, perfino elegante nella sua ipocrisia: non compare in nessuna legge, non viene votato da nessuno, ma incassa ogni anno più di qualsiasi riforma annunciata in conferenza stampa.</p>



<p>E allora la verità è molto più semplice e molto meno nobile di quanto si voglia far credere: non si elimina il fiscal drag non perché sia difficile, ma perché conviene.&nbsp;</p>



<p>Conviene a chi governa oggi, e conviene a chi governerà domani.</p>



<p>Achille, insomma, può continuare a correre.<br>La tartaruga non ha alcuna fretta di farsi raggiungere.</p>



<p></p>
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		<title>Moschee senza regole: il nodo irrisolto tra Stato e Islam</title>
		<link>https://www.tviweb.it/moschee-senza-regole-il-nodo-irrisolto-tra-stato-e-islam/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 08:44:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Assai di frequente leggiamo che nei comuni italiani ci sono frizioni fra le locali comunità islamiche e le istituzioni relativamente ai luoghi culto. Garage, locali improvvisati, capannoni, cantine, diventano moschee improvvisate fuori da ogni controllo.Succede ovunque ormai, nelle<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Assai di frequente leggiamo che nei comuni italiani ci sono frizioni fra le locali comunità islamiche e le istituzioni relativamente ai luoghi culto. Garage, locali improvvisati, capannoni, cantine, diventano moschee improvvisate fuori da ogni controllo.<br>Succede ovunque ormai, nelle grandi città come nei piccoli centri, con clamori e proteste dei residenti.<br>Perché succede questo?<br>Perché i seguaci dell’Islam non possono godere di loro luoghi di culto come succede per i fedeli di altre religioni?<br>Non si tratta di persecuzione da parte dello Stato italiano.<br>A differenza della Chiesa Cattolica ( intesa regolata dal Concordato, che è un trattato internazionale), i rapporti tra lo Stato e le altre religioni sono stabiliti dalle Intese (Art. 8 della Costituzione).<br>Nonostante anni di tentativi di dialogo, un&#8217;Intesa con l&#8217;Islam non è mai stata firmata.<br>Il Risultato pratico è che chi ha un’Intesa (es. valdesi, ebrei, ecc.) gode di procedure più chiare, mentre chi non ce l’ha si muove in un limbo amministrativo.<br>Poi arrivano i Comuni, che sono quelli che decidono davvero se puoi aprire un luogo di culto.<br>E qui si entra nel teatro: vincoli urbanistici, destinazioni d’uso, parcheggi obbligatori (per pregare, a quanto pare, serve anche un piano parcheggi degno di un centro commerciale), pressioni politiche locali, proteste dei residenti.<br>Ma al di là di tutto questo, il vero motivo della mancanza di “intese con l’Islam” è tutto interno all’Islam stesso.<br>Il primo e principale ostacolo è di natura gerarchica.<br>Mentre la Chiesa Cattolica ha il Papa, e le comunità ebraiche o valdesi hanno Organi di rappresentanza unitari, l&#8217;Islam non ha un clero strutturato o un &#8220;Capo&#8221; universale.<br>Per firmare un&#8217;Intesa ai sensi dell&#8217;Articolo 8 della Costituzione, lo Stato richiede che l&#8217;ente religioso abbia uno statuto approvato ed un rappresentante legale unico.<br>Nell&#8217;Islam, ogni associazione (spesso registrata semplicemente come &#8220;centro culturale&#8221;) è un&#8217;isola a sé.<br>Se lo Stato firmasse un accordo con l&#8217;UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d&#8217;Italia), le altre sigle come la COREIS o la Confederazione Islamica Italiana potrebbero impugnare l&#8217;accordo, sostenendo di non essere rappresentate.<br>L&#8217;Islam è un mosaico di correnti (Sunniti, Sciiti, Sufi) e scuole giuridiche.<br>Senza un&#8217;Autorità centrale che possa garantire l&#8217;applicazione dell&#8217;Intesa in ogni moschea o centro culturale, lo Stato teme che l&#8217;accordo resti lettera morta, o che favorisca solo una fazione a discapito delle altre.<br>Per firmare un&#8217;Intesa, lo statuto dell&#8217;organizzazione religiosa non deve poi contrastare con l&#8217;ordinamento giuridico italiano, in primis con il riconoscimento dei valori costituzionali.<br>Alcuni nodi critici emersi nel tempo riguardano: diritto di famiglia, cioè questioni legate alla poligamia o al ripudio, incompatibili con il codice civile, ed alla libertà religiosa, ossia la garanzia esplicita del diritto di cambiare religione (apostasia), che alcune interpretazioni più rigide dell’Islam faticano a sottoscrivere formalmente.<br>Da non trascurare il fatto che molte comunità islamiche in Italia sono legate a nazioni estere (Marocco, Turchia, Qatar, Egitto).<br>Ciò crea di fatto una &#8220;geopolitica delle moschee&#8221; caratterizzata da influenze esterne (spesso i finanziamenti e gli Imam arrivano dall&#8217;estero, rispondendo a logiche di governi stranieri piuttosto che ad una leadership nazionale italiana), ed una competizione interna (le diverse associazioni competono per la leadership, rendendo quasi impossibile la creazione di una &#8220;Federazione Islamica&#8221; che parli a nome di tutti i 2,5 milioni di musulmani in Italia).<br>C’è poi il paradosso del “Sacerdozio universale”.<br>A differenza del Cattolicesimo, dove esiste una distinzione netta tra clero e laici, nell&#8217;Islam sunnita (maggioritario in Italia) vige un rapporto diretto tra il fedele e Dio.<br>L&#8217;Imam è spesso solo una guida spirituale riconosciuta dalla sua specifica comunità per la sua preparazione, ma non ha un&#8217;investitura sacramentale o burocratica che lo ponga sopra gli altri.<br>In breve lo Stato cerca una &#8220;piramide&#8221; con cui trattare, ma si trova davanti a una &#8220;rete&#8221; orizzontale.<br>Senza una riforma interna che porti alla creazione di un Consiglio rappresentativo unitario (simile al modello del Concistoro per gli ebrei o della Tavola per i Valdesi), lo Stato italiano continuerà a muoversi con estrema cautela per evitare di dare &#8220;il monopolio&#8221; della rappresentanza ad un solo gruppo.<br>Inoltre molti Imam attivi in Italia sono &#8220;itineranti&#8221;, o arrivano con visti turistici/religiosi da paesi come l&#8217;Egitto, il Marocco o la Turchia.<br>Un eventuale albo riconosciuto e certificato richiederebbe: una formazione standardizzata (magari in università italiane), nonché la conoscenza della lingua italiana e dei nostri principi costituzionali.<br>Molte realtà locali, però, preferiscono mantenere il legame diretto con le tradizioni e le lingue dei paesi d&#8217;origine, percependo un aAbo nazionale come un tentativo di &#8220;addomesticare&#8221; l&#8217;Islam.<br>Per di più nell&#8217;Islam sunnita, maggioritario, l&#8217;Imam non è un prete ordinato, ma spesso un membro della comunità che ne sa più degli altri.<br>Imporre un &#8220;patentino&#8221; statale cambierebbe la natura stessa della funzione religiosa.<br>In primis perché un piccolo Centro culturale in provincia potrebbe non avere i mezzi per &#8220;assumere&#8221; un Imam certificato. Con il rischio di dar vita ad un mercato nero della preghiera, con Imam &#8220;ufficiali&#8221; per lo Stato ed Imam &#8220;reali&#8221; scelti dai fedeli.<br>Infine va sottolineato che firmare un’Intesa significherebbe aprire i bilanci.<br>Alcune realtà islamiche preferiscono invece restare &#8220;associazioni private&#8221; proprio per non dover rendere conto allo Stato della provenienza dei propri fondi. È un dettaglio che spiega perché, a volte, la mancanza di un&#8217;Intesa faccia comodo a certi leader religiosi.<br>Tutto ciò avviene in una fase in cui la presenza islamica in Italia è costantemente in crescita, e con lei la richiesta di poter pregare liberamente in luoghi riconosciuti dallo Stato.<br>Capisco che ai cittadini che vedono ad esempio moschee improvvisate sotto i portici, con file di scarpe in bellavista, possa saltare la mosca al naso.<br>Ma non è facile ipotizzare di cambiare con la bacchetta magica riti, principi e tradizioni di una religione come l’Islam, che affonda nei secoli.<br>Lo dimostra il fatto che, chi più chi meno, tutti i Paesi europei condividono lo stesso problema dell&#8217;Italia.<br>Per fare un solo esempio, in Germania, la più grande associazione (DITIB) è direttamente legata al governo turco. Questo rende difficile creare un Islam &#8220;nazionale&#8221; perché i leader rispondono a logiche estere.<br>In conclusione, non illudiamoci che la soluzione sia alle porte.<br>Ma voglio sperare che se i nodi burocratici e politici sembrano inestricabili, la soluzione potrebbe non arrivare dalle Cancellerie.<br>In altre parole che mentre la diplomazia tra Stato e Associazioni resta ferma al palo di una burocrazia che non trova interlocutori, la vera partita si stia spostando altrove.<br>Nel senso che la speranza di sbloccare questo stallo non risiede più in una firma calata dall&#8217;alto, ma nella maturazione di un “Islam italiano” che deve ancora trovare la sua voce definitiva.<br>È nelle nuove generazioni, sospese tra tradizioni familiari e identità nazionale, che a mio avviso si giocherà la sfida: saranno loro a dover costruire quel ponte che oggi manca, trasformando una fede percepita come “straniera” in una componente consapevole della cittadinanza.<br>L&#8217;Intesa, allora, non sarà più un contratto faticoso tra estranei, ma il riconoscimento naturale di un cammino fatto insieme.<br>Come accennavo la strada è ancora lunga e in salita, ma è l&#8217;unica che può portare oltre i pregiudizi ed i silenzi imbarazzati o rancorosi del presente.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>La &#8220;favola&#8221; del controllo dei prezzi affonda nel Golfo Persico</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 07:49:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Negli ultimi due tre anni i Banchieri centrali, da Madame Lagarde a Jerome Powell, ci hanno fatto credere di essere riusciti a tenere sotto controllo l’inflazione. C’è una domanda&#160;&#160;che viene spontanea: è proprio così? In parte forse si,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Negli ultimi due tre anni i Banchieri centrali, da Madame Lagarde a Jerome Powell, ci hanno fatto credere di essere riusciti a tenere sotto controllo l’inflazione.</p>



<p>C’è una domanda&nbsp;&nbsp;che viene spontanea: è proprio così?</p>



<p>In parte forse si, ma se non c’è stata un’impennata inflattiva lo dobbiamo anche, e soprattutto, alle imprese ed ai lavoratori cinesi.</p>



<p>Vi sembra una affermazione azzardata?</p>



<p>Non è così.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi tre anni, la struttura produttiva della Cina ha fatto, o meglio è stata costretta fare,&nbsp;&nbsp;qualcosa che nessuna Banca Centrale riconoscerà mai apertamente: ha contribuito a tenere bassa l’inflazione globale.</p>



<p>Come dicevo, non per virtù, ma per necessità.</p>



<p>Ma come ha fatto la Cina ad influenzare i nostri prezzi così a lungo?&nbsp;</p>



<p>Risposta<strong>:</strong>&nbsp;Negli ultimi tre anni, la Cina ha vissuto una situazione particolare: produceva molto più di quanto i suoi cittadini riuscissero a comprare (sovracapacità).</p>



<p>Per non chiudere le fabbriche, le aziende cinesi si sono fatte una guerra spietata sui prezzi, vendendo all&#8217;estero a costi stracciati.&nbsp;</p>



<p>Questo ha regalato all&#8217;Occidente una &#8220;deflazione importata&#8221;, sottraendo tra 0,3 e 0,5 punti percentuali all’inflazione delle economie avanzate, secondo Capital Economics.</p>



<p>Detta più terra terra, mentre tutto rincarava, la Cina esportava a prezzi stracciati per smaltire la sua produzione in eccesso.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per i più sofisticati, la Cina dal 2023 ha esportato deflazione (di fatto grasso che cola per le Banche centrali e per noi consumatori occidentali).&nbsp;</p>



<p>Quindi se la possono raccontare gli gnomi della&nbsp;Bce e della Fed; si possono pure intestare il merito del raffreddamento dei prezzi: ma almeno dovrebbero avere l’onestà di inserire nel racconto le fabbriche cinesi.</p>



<p>Ora però quella stagione è finita.</p>



<p>Da&nbsp;&nbsp;marzo 2026, i prezzi all’esportazione cinesi hanno ricominciato a salire per molte categorie di beni di consumo.</p>



<p>Perché?</p>



<p>ll meccanismo è piuttosto semplice, anche se le conseguenze, come vedremo, non lo sono.</p>



<p>E’ la conseguenza diretta della guerra in Iran, che&nbsp;&nbsp;ha fatto esplodere i costi legati al petrolio: plastica, PVC, fibre sintetiche, gomma, chimica e quant’altro.</p>



<p>Spero abbiate capito dalle cronache&nbsp;&nbsp;questi giorni che i carburanti (benzina, gasolio, kerosene, gpl, olio combustibile) pur importanti, sono solo una piccola parte di ciò che si ricava dell’”Oro nero”.&nbsp;</p>



<p>Oli lubricanti, grassi, paraffina, asfalto, materie plastiche, fertilizzanti e detergenti, zolfo e acido solforico, idrogeno e coke petrolifero.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Sono tutti derivati del petrolio essenziali non solo per l’industria energetica, ma ad esempio anche per la produzione industriale, cosmetica e farmaceutica.&nbsp;<br>Tutti prodotti che&nbsp;&nbsp;entrano in una quantità enorme di beni esportati dalla Cina.</p>



<p>Dall’inizio del conflitto i produttori hanno assorbito i rincari, per non perdere quote di mercato.<br>Poi, inevitabilmente, hanno ceduto.</p>



<p>Certo in un mercato ipercompetitivo come quello attuale alzare i prezzi è sempre l’ultima scelta, ma a quando i costi delle materie prime salgono ogni giorno, smette di essere una scelta; diventa sopravvivenza.&nbsp;</p>



<p>E così, dopo oltre tre anni, anche i prezzi alla produzione cinesi sono tornati positivi.</p>



<p>Ma se pensate che, essendo i rincari partiti a marzo, il problema sia già alle spalle, vi sbagliate di grosso. I</p>



<p>ll meccanismo della globalizzazione ha un’inerzia spietata: quei costi stanno viaggiando proprio ora dentro i container diretti ai nostri porti.</p>



<p>La trasmissione dei rincari è lenta ma inevitabile.<br>Secondo Goldman Sachs, un aumento del 10% del petrolio si traduce in circa 0,5 punti percentuali in più sui prezzi all’export nel giro di un anno, con un picco dopo 4-5 mesi.</p>



<p>In pratica il vero picco dei rincari si dovrebbe vedere tra l&#8217;estate e l&#8217;autunno 2026.&nbsp;</p>



<p>Così l&#8217;inflazione sopra il&nbsp;3%&nbsp; torna a essere una minaccia concreta per Europa e Stati Uniti.</p>



<p>È qui che cade il castello di carte.&nbsp;</p>



<p>Per anni, Lagarde e Powell si sono fatti scudo con una deflazione che non avevano creato loro.&nbsp;</p>



<p>Ora che la &#8220;fabbrica del mondo&#8221; ha smesso di regalarci sconti, ed ha iniziato ad esportare i propri rincari, le Banche Centrali si ritrovano senza paracadute.&nbsp;</p>



<p>La domanda non è più se l’inflazione tornerà a mordere, ma se chi siede ai piani alti di Francoforte e Washington avrà il coraggio di ammettere che il Re è nudo:&nbsp;&nbsp;in altre parole che la stabilità dei prezzi non era merito dei loro tassi, ma del sudore – e oggi dei costi – degli operai di Shenzhen.&#8221;</p>



<p>Ed è a questo punto che sorge un vero dilemma per le Banche Centrali</p>



<p>Perché il tipo di inflazione derivante dalla guerra del Golfo è diverso da quella deli anni precedenti.</p>



<p>Per essere più chiaro, nel 2022-2023 c’era domanda in eccesso: alzare i tassi serviva a raffreddarla.<br>Oggi lo shock è esterno, legato ai costi e ad un conflitto militare.</p>



<p>Ed in questo caso alzare i tassi non produce né più petrolio, né più plastica.</p>



<p>Detta diversamente se la BCE alza i tassi ora, rischia di soffocare un&#8217;economia già fragile, senza riuscire a fermare i rincari che arrivano dall&#8217;Iran o dalla Cina.</p>



<p>Ma perché gli effetti della guerra in Iran sono diversi da quelli della guerra in Ucraina?</p>



<p>In economia le variabili sono sempre molteplici, ed il<strong>&nbsp;</strong><strong>contesto attuale appare diverso da quello che accompagnò l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022</strong>.&nbsp;</p>



<p>Allora, l’economia globale si trovava ad affrontare contemporaneamente uno&nbsp;<strong>shock dell’offerta</strong><strong>,</strong>&nbsp;legato alle interruzioni delle forniture energetiche, ed uno&nbsp;<strong>shock della domanda</strong>, alimentato dalla forte ripresa post-pandemica e dai risparmi accumulati durante il Covid.&nbsp;</p>



<p>Il risultato fu un aumento generalizzato dei prezzi.&nbsp;</p>



<p>Oggi lo scenario appare diverso:&nbsp;<strong>l’economia globale sembra confrontarsi soprattutto con uno shock di offerta, la cui entità resta ancora incerta</strong>.&nbsp;</p>



<p>A mio avviso le Banche Centrali attenderanno che lo shock si attenui prima di modificare l’orientamento della politica monetaria, anche&nbsp;se è vero che non fare nulla rischia di lasciare che l’inflazione si radichi.</p>



<p>Dopo tutti questi ragionamenti resta sospesa una domanda finale: da tutto questo, la Cina ne uscirà indebolita?&nbsp;</p>



<p>Per tentare di rispondere partirei dal fatto che la Cina parte comunque da una posizione di vantaggio: domanda interna debole, salari sotto controllo, ed una concorrenza interna che continua a comprimere i margini.</p>



<p>Questo significa che, anche in un contesto di inflazione da costi, le aziende cinesi potrebbero riuscire ad aumentare i prezzi meno dei concorrenti globali.<br>E quindi guadagnare ulteriori quote di mercato.</p>



<p>La Cina non ci regalerà più sconti, ma continuerà a &#8220;inondare&#8221; i nostri mercati perché, nonostante tutto, resta la fabbrica più competitiva del mondo.</p>



<p>In conclusione, abbiamo vissuto tre anni di &#8220;sconto deflazionistico&#8221; grazie alla crisi interna cinese.&nbsp;</p>



<p>Quella festa è finita a causa della geopolitica.&nbsp;</p>



<p>Quindi credo che ci dovremo preparare ad un 2026 dove il costo della vita tornerà a mordere, e questa volta le Banche centrali avranno pochissime armi per difenderci.</p>



<p>Baldo Umberto</p>



<p></p>
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		<title>Il paradosso dell’antifascismo “selettivo”. Buono o cattivo come il colesterolo</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:36:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Dopo aver visto le acrobazie ideologiche nelle piazze di ieri, accompagnati da violenze e nefandezze, viene da chiedersi se l’antifascismo non sia diventato una disciplina olimpica, specialità &#8220;salto dell&#8217;ostacolo della realtà&#8221;.Ma ci pensate mai alla fatica che deve<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Dopo aver visto le acrobazie ideologiche nelle piazze di ieri, accompagnati da violenze e nefandezze, viene da chiedersi se l’antifascismo non sia diventato una disciplina olimpica, specialità &#8220;salto dell&#8217;ostacolo della realtà&#8221;.<br>Ma ci pensate mai alla fatica che deve fare un professionista della coerenza per difendere la libertà a giorni alterni?<br>Come possibile, ad esempio, professarsi antifascisti e contemporaneamente cercare ogni giorno un alibi creativo per giustificare il fascismo in salsa putiniana?<br>È quasi affascinante osservare lo sforzo di chi cerca di scaricare il peso della guerra sulle spalle dell&#8217;aggredito, come se l&#8217;Ucraina avesse la colpa di essere stata invasa in un momento in cui avevamo altro da fare.<br>Ma d’altronde, l’antifascismo da salotto ha le sue regole: se il dittatore di turno parla in cirillico e odia l&#8217;Occidente, forse, in fondo, non è poi così cattivo, no?<br>E che dire dell’improvvisa amnesia “antifascista” che colpisce quando si guarda verso Teheran?<br>Si può davvero sperare nel successo degli Ayatollah contro l’America e Israele solo per il gusto di fare un dispetto a Trump o Netanyahu?<br>È un gioco pericoloso quello di confondere la critica politica con il tifo per un regime teocratico che i diritti civili li usa come carta straccia.<br>Ci siamo forse dimenticati che l’antifascismo originale, che per la verità non fu solo dei comunisti, non ha solo cacciato un invasore, ma ha sradicato un pensiero totalitario che aveva fatto dell’antisemitismo il suo cuore pulsante?<br>Eppure oggi sembra che basti spruzzare un po&#8217; di &#8220;antisionismo&#8221; su pregiudizi antichissimi per renderli di nuovo accettabili, quasi di tendenza.<br>Alla fine, la strategia è chiara: trasformare l’odio per l’Atlantismo nell&#8217;unica bussola rimasta, cercando di togliere all&#8217;Occidente proprio quegli strumenti che servono a combattere i fascismi del presente.<br>Perché ammettiamolo: celebrare la resistenza del 1945 è facile, rassicurante e non costa nulla.<br>Ma guardare in faccia i totalitarismi di oggi, quelli che premono ai nostri confini o che soffocano e massacrano le donne in Medio Oriente, è decisamente più ostico.<br>È imbarazzante, perché costringe a smettere di giocare con le parole, ed a confrontarsi con la cruda realtà.<br>E allora via libera a &#8220;Bella Ciao&#8221; cantata a pieni polmoni.<br>Ma la domanda resta: siamo sicuri di aver capito chi sia l&#8217;invasore?<br>O abbiamo deciso che, proprio come il colesterolo, esistano invasori &#8220;buoni&#8221; da tollerare, ed invasori &#8220;cattivi&#8221; su cui scaricare la nostra indignazione “antifascista” a comando?<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>La guerra degli stretti: chi controlla i passaggi controlla il mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:34:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Il mondo scopre Hormuz come si scopre una malattia: quando fa male.&#160; Fino a ieri era una riga sulle mappe, oggi è il punto in cui si inceppa il pianeta.&#160; Da lì passa una quota enorme dell’energia globale.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Il mondo scopre Hormuz come si scopre una malattia: quando fa male.&nbsp;</p>



<p>Fino a ieri era una riga sulle mappe, oggi è il punto in cui si inceppa il pianeta.&nbsp;</p>



<p>Da lì passa una quota enorme dell’energia globale. Bloccarlo significa alzare il prezzo della vita, letteralmente.</p>



<p>Iran e Stati Uniti hanno scelto la via più semplice e più stupida della storia umana: il blocco.&nbsp;</p>



<p>Risultato?</p>



<p>Il 30% delle forniture energetiche ed una fetta rilevante del commercio mondiale finiscono sotto stress.&nbsp;</p>



<p>Gli emirati del Golfo tremano, i mercati si agitano, le economie rallentano.</p>



<p>E però c’è un dettaglio che sfugge ai cultori della geopolitica da talk show: è un’arma che ferisce anche chi la usa.&nbsp;</p>



<p>L’Iran si taglia da solo le entrate petrolifere e mette in difficoltà la propria popolazione, trattata come una variabile sacrificabile.&nbsp;</p>



<p>Gli Stati Uniti, dall’altra parte, giocano con il fuoco dell’inflazione e della recessione. A forza di fare i duri, rischiano di farsi male da soli.</p>



<p>In questo scenario da manuale dell’autolesionismo internazionale, spunta l’idea che sembra uscita da un consiglio di amministrazione più che da una crisi globale: far pagare il pedaggio.&nbsp;</p>



<p>Tassare il passaggio nello stretto, gestirlo insieme, trasformare la tensione in rendita.</p>



<p>Geniale? Forse. Pericoloso? Sicuramente.</p>



<p>Perché il messaggio sarebbe chiarissimo: se controlli un punto strategico, puoi trasformarlo in uno strumento di pressione permanente.&nbsp;</p>



<p>Non più libertà di navigazione, ma libertà a pagamento.&nbsp;</p>



<p>Un principio che farebbe scuola in mezzo mondo.</p>



<p>L’Iran, ovviamente, firmerebbe domani.&nbsp;</p>



<p>Ne uscirebbe rafforzato, legittimato, con una nuova fonte di entrate sicure, ed il controllo dello stretto riconosciuto.&nbsp;</p>



<p>Una vittoria piena, senza nemmeno doverla chiamare così.</p>



<p>E tutto sommato credetemi che anche Trump non ci sputerebbe sopra, anche se formalmente gli Usa sembrano rifiutare questa ipotesi.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che il mondo non finisce ad Hormuz.&nbsp;</p>



<p>Anzi, Hormuz è, o potrebbe essere, solo l’inizio.</p>



<p>Perché se questo modello dovesse passare, il vero nodo diventa un altro: lo stretto di Malacca.&nbsp;</p>



<p>E lì la faccenda smette di essere seria, per diventare pericolosamente esplosiva.</p>



<p>Malacca, per capirci, non è un dettaglio geografico da enciclopedia geografica.</p>



<p>È largo in media circa 300 chilometri, ma nel suo punto più critico, vicino a Singapore, si restringe a poco più di 3 chilometri. Tre chilometri.&nbsp;</p>



<p>Una distanza ridicola per uno snodo da cui passa circa un terzo del traffico marittimo mondiale, tra petrolio, gas e merci.</p>



<p>Tradotto: un imbuto perfetto. Il sogno di chiunque voglia esercitare pressione globale senza sparare un colpo. O quasi.</p>



<p>Se Hormuz è un rubinetto, Malacca è una valvola a pressione.&nbsp;</p>



<p>E l’idea che qualcuno possa decidere di “metterci il contatore” dovrebbe far venire qualche brivido anche agli ottimisti di professione.</p>



<p>Qui il discorso si alza di livello, e diventa geopolitica vera, quella che non si racconta con gli slogan.&nbsp;</p>



<p>Il mare non è terra: non ha confini chiari, non ha un’autorità che faccia rispettare davvero le regole.&nbsp;</p>



<p>È uno spazio dove il diritto esiste finché qualcuno ha la forza di farlo rispettare.</p>



<p>Per decenni quel qualcuno sono stati gli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>Hanno garantito la libertà di navigazione perché coincideva con il loro interesse.&nbsp;</p>



<p>Non per generosità, ma per convenienza.&nbsp;</p>



<p>Che, nella storia, è sempre stata la forma più affidabile di virtù.</p>



<p>Oggi però qualcosa si incrina. La politica estera di Trump guarda con sospetto proprio quell’ordine internazionale che gli Stati Uniti avevano costruito.&nbsp;</p>



<p>E quando il garante smette di credere nelle regole, le regole iniziano a perdere valore.</p>



<p>Il risultato è una crepa. E le crepe, nella storia, non restano mai vuote. Vengono riempite.</p>



<p>La Cina osserva, studia, aspetta.&nbsp;</p>



<p>Sa benissimo che il controllo dei mari asiatici passa anche da Malacca.&nbsp;</p>



<p>E sa altrettanto bene che basta poco per trasformare un punto di transito in uno strumento di pressione strategica.</p>



<p>Non a caso qualcuno parla già di Hormuz come “prova generale”.&nbsp;</p>



<p>Perché è esattamente questo che stiamo vedendo: non una crisi isolata, ma un esperimento. Un test su quanto il sistema regga quando le regole iniziano a piegarsi.</p>



<p>Dal 1973 abbiamo capito quanto pesa il petrolio.&nbsp;</p>



<p>Oggi stiamo imparando qualcosa di più scomodo: non conta solo “cosa” passa da certi stretti, ma “chi” decide come deve passarci.</p>



<p>E quando quel “chi” smette di rispondere a regole condivise, il problema non è più il traffico marittimo.</p>



<p>È il mondo intero che inizia a funzionare a pedaggio.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Un bassanese a capo degli arbitri e l’Inter coinvolta ma non indagata (per ora)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 17:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote il sistema arbitrale italiano e che impone, al di là degli sviluppi giudiziari, una riflessione profonda sulla credibilità dell’intero movimento.</p>



<p>Tommasi eredita una poltrona diventata improvvisamente incandescente. Dovrà gestire il finale di stagione in un clima avvelenato, con le designazioni sotto osservazione e ogni scelta destinata a essere letta attraverso la lente del sospetto. Il suo incarico, formalmente temporaneo, ha in realtà un peso enorme: garantire regolarità, trasparenza e autorevolezza proprio nel momento in cui il mondo arbitrale appare più fragile.</p>



<p>Il punto più delicato riguarda però l’altro fronte della vicenda. La Procura di Milano avrebbe smentito il coinvolgimento dell’Inter tra gli indagati. Vale a dire che Rocchi avrebbe assegnato arbitraggi graditi all’Inter senza il coinvolgimento dell’Inter stessa. Siamo davanti a un paradosso difficile perfino da raccontare: un presunto favore senza un presunto beneficiario attivo, una condotta sospetta che, almeno nella ricostruzione finora emersa, non avrebbe dall’altra parte un interlocutore societario coinvolto.</p>



<p>È qui che il caso assume contorni quasi surreali. Se davvero qualcuno avesse orientato scelte arbitrali verso arbitri graditi a una squadra senza alcun input, richiesta o contatto da parte della squadra stessa, bisognerebbe spiegare quale sarebbe stato il movente, quale il vantaggio perseguito e a beneficio di chi. Il rischio è di trovarsi davanti a un cortocircuito logico prima ancora che sportivo: una presunta anomalia costruita attorno a un soggetto che però non risulta coinvolto.</p>



<p>Naturalmente vale per tutti il principio della presunzione di innocenza, a partire da Rocchi e dagli altri soggetti citati nella vicenda. Ma sul piano sportivo il danno d’immagine è già pesantissimo. Il calcio italiano, che da anni promette trasparenza, uniformità arbitrale e modernizzazione attraverso il VAR, si ritrova ancora una volta a fare i conti con sospetti, retroscena e comunicazioni istituzionali che non bastano a rassicurare tifosi e addetti ai lavori.</p>



<p>La nomina di Tommasi serve a mettere una toppa immediata, non a chiudere il problema. Il finale di campionato dovrà essere gestito con attenzione quasi chirurgica, perché ogni designazione sarà vivisezionata, ogni errore sarà ingigantito, ogni episodio discusso come possibile conferma di una tesi. In questo contesto, l’AIA non può limitarsi alla sostituzione dell’uomo al vertice: deve pretendere e offrire chiarezza, perché il vero tema non è solo chi designa gli arbitri nelle ultime giornate, ma se il sistema sia ancora percepito come credibile.</p>



<p>Il paradosso dell’Inter non indagata, a fronte di ipotesi che parlano di arbitraggi graditi al club, resta il nodo più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Se non c’è coinvolgimento della società, allora la narrazione del favore rischia di apparire monca, contraddittoria, persino ridicola. Se invece emergeranno altri elementi, saranno gli organi competenti a definirne il peso. Per ora resta una vicenda che somiglia all’ennesimo terremoto del calcio italiano: molte ombre, poche certezze e una domanda inevitabile sullo sfondo. Chi controlla davvero i controllori?</p>
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		<title>La rivincita dei Pigs, ma senza l’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 07:49:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’era una volta il club dei &#8220;PIGS&#8221;.&#160; Un acronimo brutale, quasi sprezzante, coniato negli anni ‘90 dalla stampa anglosassone per rinchiudere in un unico recinto di inefficienza Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.&#160; Erano i malati d&#8217;Europa, i Paesi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’era una volta il club dei &#8220;PIGS&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Un acronimo brutale, quasi sprezzante, coniato negli anni ‘90 dalla stampa anglosassone per rinchiudere in un unico recinto di inefficienza Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.&nbsp;</p>



<p>Erano i malati d&#8217;Europa, i Paesi del sole e del debito, destinati a soccombere sotto il rigore dei conti.&nbsp;</p>



<p>Ma il tempo, si sa, è un giudice ironico.&nbsp;</p>



<p>Oggi, mentre Lisbona, Atene e Madrid corrono con tassi di crescita&nbsp;&nbsp;del Pil che la Germania e la Francia possono solo sognare, l&#8217;Italia rimane l&#8217;unica vera “paziente” ancora attaccata ad una flebo fatta di “bonus per tutti” ed interventi d’urgenza.</p>



<p>Ne consegue che il rendimento dei titoli di Stato greci a dieci anni è attualmente più basso di quello dei titoli di&nbsp;&nbsp;Francia e Italia.&nbsp;</p>



<p>Ciò vuol, dire semplicemente che Francia e Italia oggi sono considerate degli investitori&nbsp;&nbsp;più rischiose non solo di Spagna, Portogallo, ma anche della Grecia.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Non è un caso del momento; è dal 2015 che tutti i Paesi che dovettero accettare i rigori della Troika registrano una crescita cumulata superiore alle medie europee,&nbsp;&nbsp;e circa doppia o più rispetto ai Paesi che allora la Troika la inflissero, Germania e Francia, o la evitarono come&nbsp;&nbsp;Italia.&nbsp;</p>



<p>La differenza, amici, non è nei numeri, ma nel metodo.&nbsp;</p>



<p>Si fa presto a liquidare il successo di Grecia, Spagna e Portogallo come un semplice &#8220;effetto spiaggia&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Certamente, il boom del turismo post-pandemico ha gonfiato le vele delle economie mediterranee, ma ridurlo a questo è un errore di presunzione tipicamente italiano.</p>



<p>La verità è che questi Paesi hanno saputo cavalcare l&#8217;onda per modernizzarsi.&nbsp;</p>



<p>La Spagna è diventata un laboratorio europeo per le energie rinnovabili; il Portogallo ha attirato capitali e talenti digitali con una burocrazia snella; la Grecia, risorta dalle ceneri del 2015, ha compiuto un salto tecnologico che la nostra Pubblica Amministrazione può solo sognare.&nbsp;</p>



<p>Loro hanno usato il turismo come carburante per il futuro; noi lo usiamo come ammortizzatore per non guardare al declino industriale.</p>



<p>Ma d’altronde, come possiamo stupirci?&nbsp;</p>



<p>Mentre gli altri corrono verso la digitalizzazione e la transizione energetica, noi preferiamo i soliti rituali. Quello che abbiamo visto nelle piazze il 25 aprile mostra plasticamente che il Paese è ancora fermo a ottant&#8217;anni fa: incastrato nel dualismo fascisti contro comunisti, una messinscena polverosa che ci impedisce di focalizzare le vere sfide del ventunesimo secolo.</p>



<p>In altre parole Grecia e Portogallo non sono guariti per miracolo, ma per necessità.&nbsp;</p>



<p>Colpiti duramente dalla crisi dello scorso decennio, hanno dovuto accettare una &#8220;cura da cavallo&#8221; (persino la famigerata Troika) che ha ridisegnato le loro economie.&nbsp;</p>



<p>Hanno riformato il mercato del lavoro, digitalizzato la burocrazia e, soprattutto, hanno smesso di mentire a se stessi.</p>



<p>Così mentre i nostri vicini “mediterranei” costruivano le basi per un’economia post-industriale, l’Italia si specializzava nell’arte della sopravvivenza.&nbsp;</p>



<p>Abbiamo trasformato l’eccezione in regola, il decreto d’urgenza in unico strumento legislativo.&nbsp;</p>



<p>Siamo un Paese che non progetta, e reagisce solo alle crisi energetiche, ai crolli infrastrutturali, alle scadenze europee.</p>



<p>Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con la sua valanga di miliardi piovuti dalla Ue, avrebbe dovuto essere la nostra &#8220;Costituente economica&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Eppure, mentre la Spagna lo ha usato per diventare l&#8217;hub europeo dell&#8217;idrogeno verde e delle rinnovabili, e la Grecia per trasformarsi in una piattaforma logistica d&#8217;avanguardia nel Mediterraneo, in Italia il dibattito è ancora fermo ai ritardi nei cantieri ed alla difficoltà di &#8220;mettere a terra&#8221; le risorse.</p>



<p>Manca un disegno complessivo.&nbsp;</p>



<p>Non sappiamo cosa vogliamo essere tra dieci anni: un polo tecnologico?&nbsp;&nbsp;Un santuario del turismo di lusso? Una potenza manifatturiera green?&nbsp;</p>



<p>Nell&#8217;incertezza, preferiamo distribuire mance elettorali e bonus edilizi (senza parlare dell’evasione tollerata e della politica dei condoni)&nbsp;&nbsp;che gonfiano il debito senza generare un solo grammo di produttività strutturale.</p>



<p>Basta ragazzi, è tempo di crescere!&nbsp;</p>



<p>Non possiamo più continuare a dare la colpa all&#8217;austerità di Bruxelles od alla rigidità dell&#8217;euro.&nbsp;</p>



<p>Se la Grecia, partendo dalle macerie sociali di dieci anni fa, riesce oggi a presentare conti in ordine ed una crescita solida, significa che il problema non è la moneta unica, ma la classe dirigente</p>



<p>Qui a mio avviso sta il punto cruciale; non nei grafici econometrici, bensì nei corridoi del potere.&nbsp;</p>



<p>La crisi del debito del decennio scorso è stata, per i nostri vicini, una deflagrazione purificatrice.&nbsp;</p>



<p>Ha spazzato via vecchie incrostazioni, costringendo lo Stato ad aprirsi a competenze reali.</p>



<p>Il Primo Ministro grecoKyriakos Mitsotakis&nbsp;viene da una delle grandi famiglie, ma prima di arrivare al potere a 51 anni, si è conquistato un diploma di business a Harvard, un master a Stanford, ed un metodo di lavoro alla McKinsey,&nbsp;</p>



<p>Il Ministro dell’Economia spagnolo, Carlos Cuerpo, si è formato alla London School of Economic;, ha un dottorato nella materia di cui si occupa ed è arrivato nel suo ruolo a 42 anni.</p>



<p>Prima di lui&nbsp;Nadia Calviño&nbsp;era arrivata nella stessa posizione a 50 anni, anche lei dopo studi internazionali di economia ed una carriera al massimo livello nelle istituzioni europee.&nbsp;</p>



<p>Detta diversamente, mentre ad Atene e Madrid la catastrofe ha prodotto un ricambio generazionale e tecnico, in Italia la crisi ha innescato l&#8217;istinto opposto: l&#8217;autodifesa del sistema.</p>



<p>In Italia, la classe dirigente non è stata rigenerata, ma cristallizzata.&nbsp;</p>



<p>Nei nostri Ministeri e nei Palazzi del potere politico, l&#8217;unica competenza che conta davvero non è la visione economica o la padronanza dei mercati internazionali, ma l&#8217;abilità di navigare nel sottobosco delle correnti e dei veti incrociati.</p>



<p>Siamo governati da una casta che ha allenato un solo muscolo: quello della sopravvivenza politica.&nbsp;</p>



<p>Mentre un Ministro spagnolo di 42 anni discute di macroeconomia con i colleghi europei forte di un dottorato specifico, noi ci affidiamo spesso a figure la cui massima esperienza è stata la gestione di un pacchetto di tessere di partito, o la fedeltà al leader di turno.</p>



<p>Questa mediocrità al potere ha una conseguenza tragica: l&#8217;incapacità di immaginare il domani e disegnare un futuro.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia non ha un piano industriale, non ha una visione energetica che non sia emergenziale, non ha un&#8217;idea di cosa vorrà produrre tra vent&#8217;anni.&nbsp;</p>



<p>Viviamo in una &#8220;domenica sera&#8221; perenne: ansiosi per il lunedì, ma troppo occupati a litigare sul menù della cena per preparare la borsa.</p>



<p>Il PNRR, che per gli altri è stato un trampolino, per noi rischia di essere l&#8217;ennesima mangiatoia gestita con logiche vecchie di cinquant&#8217;anni.&nbsp;</p>



<p>Se la Grecia e la Spagna oggi ci guardano dallo specchietto retrovisore, non è perché sono più fortunate.&nbsp;</p>



<p>È perché hanno capito che, per non morire, dovevano smettere di essere governate da chi sa solo galleggiare.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia, invece, continua a lodare i suoi bagnini mentre la nave affonda.</p>



<p>Continuando a navigare a vista, rincorrendo l’ultima emergenza con lo sguardo rivolto al passato, rischiamo di scoprire troppo tardi che i &#8220;PIGS&#8221; sono volati via, e noi siamo rimasti gli unici a terra.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Scandalo arbitri, cosa rischia l’Inter?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:54:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate. Ma se venisse dimostrato che l’Inter, attraverso propri dirigenti, tesserati o soggetti riconducibili al club, ha concordato con il designatore Gianluca Rocchi gli arbitri da assegnare alle proprie partite, il caso entrerebbe nel terreno dell’illecito sportivo.</p>



<p>Il punto non sarebbe la semplice preferenza per un arbitro rispetto a un altro. Nel calcio, come in ogni ambiente competitivo, possono esistere valutazioni, timori o gradimenti. La questione cambierebbe radicalmente se quel gradimento si fosse trasformato in un’intesa, in una pressione o in un accordo finalizzato a orientare le designazioni arbitrali. In quel caso, per la giustizia sportiva, il tema diventerebbe l’eventuale alterazione del regolare svolgimento delle gare o il tentativo di assicurarsi un vantaggio in classifica.</p>



<p>Le conseguenze per l’Inter dipenderebbero dalla gravità dei fatti accertati, dal numero delle partite coinvolte, dal ruolo dei soggetti eventualmente responsabili e dall’effetto prodotto sulla classifica. Se fosse provata una responsabilità diretta del club, lo scenario sanzionatorio potrebbe essere molto pesante: penalizzazione in classifica, revoca o non assegnazione di un titolo, retrocessione all’ultimo posto, esclusione dal campionato o da determinate competizioni. Nei casi più gravi, dunque, non si tratterebbe di una semplice ammenda, ma di misure capaci di incidere sulla stagione, sul palmarès e sulla partecipazione alle coppe.</p>



<p>La penalizzazione sarebbe una delle ipotesi più realistiche nel caso in cui la responsabilità fosse ritenuta grave ma non tale da imporre automaticamente la retrocessione o l’esclusione. Potrebbe essere applicata nella stagione in corso oppure in quella successiva, soprattutto se la classifica fosse ormai definita o se la sanzione dovesse risultare davvero afflittiva. Più alto sarebbe il numero di gare condizionate, maggiore sarebbe il rischio di una pena severa.</p>



<p>La revoca dello scudetto o la non assegnazione del titolo entrerebbero in gioco se l’eventuale illecito fosse collegato in modo significativo alla conquista del campionato. Anche qui, però, servirebbe un accertamento preciso: non basterebbe dimostrare un’anomalia nel sistema arbitrale, ma bisognerebbe provare che il club abbia avuto un ruolo e che quelle condotte siano state dirette a ottenere un vantaggio sportivo concreto.</p>



<p>La retrocessione rappresenterebbe lo scenario più duro, insieme all’esclusione dal campionato. Sarebbe ipotizzabile davanti a un quadro probatorio particolarmente grave: accordi sistematici, coinvolgimento di figure apicali del club, pluralità di partite interessate e vantaggio effettivo in classifica. In una situazione del genere, la giustizia sportiva potrebbe ritenere insufficiente una semplice penalizzazione e optare per una misura più drastica.</p>



<p>Anche i singoli dirigenti o tesserati eventualmente coinvolti rischierebbero sanzioni pesanti, a partire da lunghe inibizioni o squalifiche. Per chi avesse partecipato a un illecito sportivo, il rischio sarebbe quello di restare fuori dal calcio per anni. Anche l’omessa denuncia avrebbe un peso: chi fosse venuto a conoscenza di condotte illecite senza segnalarle potrebbe a sua volta essere sanzionato.</p>



<p>Resta però fondamentale distinguere tra inchiesta penale e giustizia sportiva. Un’indagine della magistratura ordinaria non equivale automaticamente a una condanna sportiva. Gli atti possono essere trasmessi alla Procura federale e diventare la base di un procedimento disciplinare, ma l’eventuale responsabilità dell’Inter dovrebbe essere accertata nel sistema della giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’eventuale responsabilità di singoli soggetti del mondo arbitrale non comporterebbe da sola una sanzione per il club, se non fosse provato un coinvolgimento diretto o un vantaggio ottenuto attraverso condotte riconducibili all’Inter.</p>



<p>In sintesi, se fosse accertato che l’Inter ha concordato con Rocchi gli arbitri da designare per le proprie partite, il club rischierebbe sanzioni molto serie: dalla penalizzazione alla revoca di titoli, fino alla retrocessione o all’esclusione nei casi più gravi. </p>
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		<title>Tra piazze e Realpolitik: La causa palestinese come lusso identitario occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 20:12:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Le piazze italiane e le acque del Mediterraneo, in questo 25 aprile 2026, ci restituiscono un’immagine putroppo ormai familiare, ma profondamente contraddittoria.Mentre i collettivi pro-Palestina animano le manifestazioni con insulti, tensioni crescenti e violenze, la Sumud Flotilla si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Le piazze italiane e le acque del Mediterraneo, in questo 25 aprile 2026, ci restituiscono un’immagine putroppo ormai familiare, ma profondamente contraddittoria.<br>Mentre i collettivi pro-Palestina animano le manifestazioni con insulti, tensioni crescenti e violenze, la Sumud Flotilla si appresta ad una nuova &#8220;crociera&#8221; verso le coste di Gaza.<br>Eppure, mentre queste navi cariche di attivisti internazionali cercano la rottura simbolica dell&#8217;assedio israeliano, oltre l&#8217;orizzonte il panorama è drasticamente diverso.<br>Il contrasto tra l’effervescenza occidentale e la fredda cautela del mondo arabo rivela una verità scomoda: la Palestina è diventata un vessillo identitario per l’Occidente, ma è rimasto un fardello geopolitico per i suoi vicini.<br>La Sumud Flotilla è l’epitome di questo attivismo occidentale: una spedizione che mescola l&#8217;aiuto umanitario alla sfida politica frontale.<br>Per gli attivisti, è un atto di resistenza civile; per Israele, una provocazione alla sicurezza; per le grandi potenze, un rumore di fondo.<br>In Europa, manifestare o imbarcarsi è spesso un esercizio di &#8220;purezza ideologica&#8221;, un rito che non trova riscontro nelle strade del Cairo o di Amman.<br>Lì, scendere in piazza non è un gesto simbolico ma un rischio esistenziale.<br>I leader arabi sanno che una folla che acclama la &#8220;resistenza&#8221; esterna può, in pochi minuti, voltarsi contro il proprio palazzo presidenziale per protestare contro la crisi e la repressione.<br>A volerla dire tutta, perché quando Israele ha invaso Gaza, l’Egitto non ha aperto i propri confini ai palestinesi, ma al contrario li ha sigillati?<br>Proprio questa freddezza dei vicini arabi per la “causa palsetinese” tocca il nervo scoperto del conflitto.<br>Mentre la Flotilla cerca di forzare i blocchi marittimi, l&#8217;Egitto di Al-Sisi rinforza quelli terrestri a Rafah.<br>Non è solo cinismo, è memoria storica:<br>Il trauma dell&#8217;instabilità: Da Settembre Nero in Giordania alla guerra civile libanese, l&#8217;accoglienza di masse palestinesi politicizzate è stata legata a crisi interne devastanti. Nessuno Stato arabo oggi è disposto a rischiare la propria tenuta per una fratellanza che si è dimostrata politicamente esplosiva.<br>La trappola di Hamas: Per i regimi sunniti, Hamas non è solo &#8220;resistenza&#8221;, ma una costola dei Fratelli Musulmani finanziata dall&#8217;Iran. Vederli ridimensionati o eliminati è, nei corridoi del potere di Riad e del Cairo, un obiettivo strategico prioritario, ben oltre la retorica di facciata.<br>Sullo sfondo di questo scontro tra navi e piazze, si sta consumando quella che definirei la marginalizzazione del problema.<br>Le grandi potenze — USA e Cina — hanno smesso di cercare una &#8220;soluzione giusta&#8221; per concentrarsi su una &#8220;gestione stabile&#8221;.<br>L&#8217;obiettivo è una pace transazionale: trasformare la Palestina (o ciò che ne resta) in un protettorato economico gestito da tecnocrati, o da una forza multinazionale araba, spegnendo la miccia ideologica con investimenti massicci (in dollari o yuan poco importa).<br>In questo scenario, le spedizioni come la Sumud Flotilla appaiono come relitti di un&#8217;epoca romantica, mentre la storia vera si scrive nei patti di sicurezza tra Tel Aviv e le capitali del Golfo.<br>Concludendo, siamo di fronte a un paradosso storico che la giornata del 25 aprile cristallizza perfettamente:<br>In Occidente, la causa palestinese vive una nuova giovinezza come &#8220;brand&#8221; della protesta intersezionale e post-coloniale. È una lotta &#8220;estetica&#8221; e morale, che trova nella Flotilla la sua espressione più cinematografica.<br>Nel Mondo Arabo, la questione viene silenziosamente archiviata. La divisione insanabile tra una Cisgiordania burocratizzata e una Gaza ridotta in macerie offre l&#8217;alibi perfetto per non intervenire.<br>Mentre le navi della Sumud Flotilla solcano il mare cercando uno scontro che l&#8217;Europa applaudirà e il mondo arabo ignorerà, la realtà geopolitica ha già voltato pagina.<br>Gli equilibri post-Iran secondo me non prevedono uno Stato Palestinese sovrano, ma una zona grigia di stabilità controllata.<br>Il dramma dei palestinesi è oggi questo: avere milioni di sostenitori nelle piazze occidentali, ma non avere più un solo alleato reale disposto a rischiare il potere per loro nel proprio cortile di casa.<br>Se la mia analisi è corretta (ma non lo pretendo sia chiaro!) — se cioè la causa palestinese è ormai stata declassata a semplice pedina dai regimi arabi ed a fastidio logistico dalle grandi potenze — allora si pone un interrogativo bruciante per il movimento Pro-Pal occidentale.<br>Se l&#8217;obiettivo è realmente il benessere e la dignità del popolo palestinese, e non solo l&#8217;auto-celebrazione di una propria identità politica, forse sarebbe il momento di riconoscere che la battaglia, così come è impostata, combatte contro i mulini a vento della storia.<br>Continuare ad investire capitali emotivi e politici in una narrazione che non trova più alcuna sponda reale nel mondo arabo rischia di essere un accanimento terapeutico ideologico.<br>In un mondo che corre verso nuovi equilibri di potenza, la domanda sorge spontanea: non sarebbe più utile, per chi ha davvero a cuore i diritti umani, dedicarsi a cause dove l&#8217;impatto della solidarietà occidentale può ancora spostare l&#8217;ago della bilancia, invece di restare aggrappati a un conflitto che i suoi stessi &#8220;fratelli&#8221; hanno già deciso di marginalizzare?<br>Forse, la vera &#8220;resilienza&#8221; oggi starebbe nell&#8217;accettare che alcune bandiere, nel deserto della Realpolitik, non sventolano più per la libertà, ma solo per abitudine.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Rocchi indagato, l’Inter nel mirino: è la nuova calciopoli?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 15:59:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gianluca Rocchi indagato, il Var sotto accusa, l’ombra dei favoritismi verso l’Inter e una domanda che torna a bruciare nel calcio italiano: siamo davanti a una nuova Calciopoli? Il solo fatto che questa domanda sia diventata credibile racconta già la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Gianluca Rocchi indagato, il Var sotto accusa, l’ombra dei favoritismi verso l’Inter e una domanda che torna a bruciare nel calcio italiano: siamo davanti a una nuova Calciopoli? Il solo fatto che questa domanda sia diventata credibile racconta già la gravità del momento. Perché quando un designatore arbitrale finisce nel mirino per presunte pressioni e possibili condizionamenti delle decisioni, non si parla più soltanto di un rigore discusso, di un fuorigioco millimetrico o di un errore umano. Si entra in un territorio molto più pericoloso: quello della fiducia tradita.</p>



<p>Il calcio italiano conosce bene questo tipo di rumore. Lo ha già sentito nel 2006, quando Calciopoli spazzò via la presunta normalità del sistema e mostrò quanto potere potesse nascondersi dietro una designazione, una telefonata, una pressione indiretta, una scelta arbitrale apparentemente tecnica. Oggi nessuno può dire che la storia si stia ripetendo identica, ma sarebbe ingenuo fingere che non ci siano somiglianze inquietanti. Anche allora, all’inizio, sembravano solo sospetti. Anche allora, molti parlavano di polemiche da bar, di vittimismo dei tifosi, di teorie costruite sulle moviole. Poi il quadro cambiò.</p>



<p>Il punto non è stabilire oggi una sentenza definitiva. Il punto è che il sistema arbitrale italiano si trova di nuovo davanti a un’accusa devastante: quella di non essere stato soltanto imperfetto, ma potenzialmente orientato. Se davvero alcune decisioni fossero state condizionate, se davvero il Var fosse stato usato non come strumento di giustizia ma come leva per indirizzare partite e risultati, allora saremmo oltre l’errore tecnico. Saremmo dentro uno scandalo di sistema. E a quel punto il paragone con Calciopoli non sarebbe più una provocazione giornalistica, ma una chiave di lettura inevitabile.</p>



<p>Il nome dell’Inter rende tutto ancora più esplosivo. Da mesi, una parte del tifo avversario denuncia presunti episodi favorevoli ai nerazzurri, decisioni contestate, interventi Var considerati discutibili, una sensazione diffusa di squilibrio. Fino a ieri potevano sembrare accuse di parte, figlie della rivalità e del clima tossico che accompagna ogni campionato. Ma quando un’inchiesta tocca il vertice della gestione arbitrale, quelle lamentele cambiano peso. Non diventano automaticamente prove, ma smettono di essere liquidabili come semplice folklore da social.</p>



<p>È qui che nasce l’effetto “nuova Calciopoli”. Non perché ci siano già verdetti, retrocessioni o condanne sportive. Ma perché il cuore del sospetto è lo stesso: chi controlla i controllori? Chi garantisce che le decisioni siano libere, autonome, trasparenti? Chi può assicurare ai tifosi che il Var non sia diventato una stanza opaca, dove una partita può cambiare direzione non per ciò che accade in campo, ma per ciò che viene deciso davanti a un monitor?</p>



<p>Rocchi, in questa vicenda, non è una figura qualunque. È il capo dei designatori, l’uomo che rappresenta la linea tecnica degli arbitri, la gestione delle valutazioni, il rapporto tra campo e sala Var. Per questo la sua posizione è così pesante. Se il sospetto riguarda un arbitro isolato, il danno è grave ma circoscritto. Se riguarda chi coordina, valuta e indirizza l’intero movimento arbitrale, il danno diventa istituzionale. Non è più solo una partita sotto osservazione: è l’intero campionato a finire sul banco degli imputati.</p>



<p>Il calcio italiano non può permettersi di rispondere con il solito copione: silenzi, comunicati freddi, difesa corporativa, attesa che la bufera passi. Sarebbe l’errore peggiore. Perché quando il sospetto riguarda la regolarità della competizione, ogni giorno di ambiguità diventa veleno. Ogni audio non chiarito, ogni designazione contestata, ogni immagine Var non spiegata alimenta l’idea che il sistema abbia qualcosa da nascondere. E nel calcio, la percezione spesso pesa quasi quanto la verità giudiziaria.</p>



<p>La nuova Calciopoli, se davvero sta nascendo, potrebbe essere diversa da quella del 2006. Meno fatta di telefonate tradizionali e più di pressioni tecniche, interpretazioni pilotate, interventi selettivi, valutazioni Var usate in modo diseguale. Non necessariamente un sistema identico al passato, ma forse un sistema più moderno, più difficile da leggere, più raffinato. Ed è proprio questo a renderlo potenzialmente ancora più insidioso: oggi non serve sempre cambiare una designazione per influenzare una partita. Può bastare decidere quando intervenire e quando no.</p>



<p>La domanda più scomoda è questa: quanti risultati sono stati realmente determinati dal campo e quanti, invece, sono stati alterati da decisioni opache? È una domanda durissima, ma ormai inevitabile. Perché se il tifoso comincia a pensare che il campionato non sia più una competizione leale, il danno è già fatto. Non serve nemmeno attendere una sentenza per capire che il rapporto di fiducia tra pubblico, arbitri e istituzioni è stato colpito al cuore.</p>



<p>Naturalmente, la presunzione di innocenza resta un principio fondamentale. Rocchi e chiunque altro venga coinvolto hanno il diritto di difendersi, e nessuna accusa può essere trasformata in condanna prima del tempo. Ma la prudenza giudiziaria non può diventare cecità sportiva. Il calcio ha il dovere di pretendere chiarezza immediata, perché non si tratta di una vicenda privata: si tratta della credibilità del campionato, dei club, dei tifosi e degli stessi arbitri.</p>



<p>Se emergerà che tutto è stato un equivoco, il sistema dovrà comunque spiegare perché sia stato possibile arrivare a un livello simile di sfiducia. Se invece verranno confermati favoritismi, pressioni o condizionamenti, allora il calcio italiano dovrà avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non “polemiche arbitrali”, non “sviste Var”, non “episodi controversi”. Ma scandalo. Sistema. Nuova Calciopoli.</p>



<p>E forse è proprio questo il punto: la nuova Calciopoli non comincia il giorno delle sentenze. Comincia quando milioni di tifosi guardano una partita e non credono più a ciò che vedono. Comincia quando ogni fischio viene sospettato, ogni silenzio del Var diventa un indizio, ogni favore arbitrale sembra parte di un disegno più grande. Se il calcio italiano vuole evitare di rivivere il suo incubo peggiore, deve fare adesso ciò che troppo spesso ha evitato: aprire tutto, spiegare tutto, punire tutto ciò che va punito.</p>



<p>Perché questa volta non basterà dire che sono solo errori. Questa volta il sospetto è troppo grande, i nomi sono troppo pesanti e la ferita è troppo profonda. E quando il sospetto arriva fino al vertice del sistema arbitrale, il fantasma di Calciopoli non è più un ricordo del passato. È una minaccia presente.</p>
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		<title>Durata del Governo, Meloni lanciata verso i record di Berlusconi. Fra pochi giorni supera il &#8220;B. IV&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 14:31:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Dimenticate i GP di Formula 1 o le partite di calcio decise al novantesimo.La politica italiana, da qualche tempo a questa parte, somiglia sempre più a una tappa d’alta quota del Giro d’Italia.Ed in sella alla sua bicicletta,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Dimenticate i GP di Formula 1 o le partite di calcio decise al novantesimo.<br>La politica italiana, da qualche tempo a questa parte, somiglia sempre più a una tappa d’alta quota del Giro d’Italia.<br>Ed in sella alla sua bicicletta, Giorgia Meloni sta pedalando con un rapporto che nessuno, all’inizio della corsa, nell’ottobre 2022, pensava potesse reggere così a lungo.<br>Siamo ad aprile 2026 e la Premier ha già staccato il gruppo.<br>Con 1280 giorni maturati a Palazzo Chigi ha superato i &#8220;passi&#8221; più impegnativi, lasciandosi alle spalle scalatori storici come Renzi (1.024 giorni) e Craxi (1.093 giorni).<br>Ora, davanti a lei, restano solo le vette innevate del &#8220;Cavaliere&#8221;.<br>Il primo traguardo volante è ormai questione di pochi giorni<br>Il Berlusconi IV (quello del 2008-2011 – 1.287 giorni) è lì, a poche pedalate (tradotto in giorni parliamo di 7 giorni).<br>Superarlo significherebbe prendersi la medaglia d’argento della longevità repubblicana.<br>Ma la vera sfida, quella che trasforma un corridore in leggenda, è il record assoluto del Berlusconi II: 1.412 giorni di resistenza eroica tra il 2001 e il 2005.<br>Per batterlo, la Meloni deve tenere i nervi saldi e i polpacci duri per altri 150 giorni circa.<br>La strada è ancora in salita, ma il ritmo è costante.<br>Come in ogni corsa che si rispetti, il successo dipende anche dalla squadra.<br>I suoi gregari di coalizione ogni tanto tentano una fuga solitaria per prendersi un po’ di visibilità sotto lo striscione del traguardo, ma finora la &#8220;Capitana&#8221; è riuscita a richiamarli nei ranghi, evitando cadute di gruppo che potrebbero compromettere la corsa.<br>Le opposizioni, invece, sembrano rimaste attardate sul primo tornante, divise su quale scia seguire e incapaci di organizzare un &#8220;treno&#8221; per tentare il recupero.<br>Arrivare ad agosto 2026 ancora in sella significherebbe non solo battere il record, ma riscrivere la geografia del potere italiano.<br>Se la Meloni non incappa in una &#8220;foratura&#8221; imprevista, o in un improvviso &#8220;fuori tempo massimo&#8221; parlamentare, lo sprint finale sul traguardo di Silvio sembra ormai lanciato.<br>Resta da vedere se, una volta tagliato il nastro dei 1.412 giorni, deciderà di continuare a pedalare per doppiare tutti o se si godrà il podio.<br>Una cosa è certa: nel &#8220;Tour della Repubblica&#8221;, Giorgia ha smesso di essere una sorpresa per diventare la Maglia Rosa da battere.<br>E chissà se il Cavaliere, dall&#8217;ammiraglia in cielo, osserva divertito questo scatto finale.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>25 Aprile. Corteo a tre piazze: se la Liberazione diventa un buffet</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 08:18:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Habemus spaccatura.Alla fine ce l’hanno fatta: sono riusciti a vivisezionare anche il 25 aprile.A forza di tirarla per la giacchetta, gli estremisti di ogni risma hanno ridotto la data più sacra del calendario civile a un origami mal<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Habemus spaccatura.<br>Alla fine ce l’hanno fatta: sono riusciti a vivisezionare anche il 25 aprile.<br>A forza di tirarla per la giacchetta, gli estremisti di ogni risma hanno ridotto la data più sacra del calendario civile a un origami mal riuscito.<br>Quella che doveva essere la festa della Resistenza e della vittoria sul Fascismo è diventata una sorta di &#8220;buffet delle rivendicazioni&#8221;, dove ognuno si serve il pezzo di storia che più gli aggrada.<br>A Milano domani non si festeggia la Liberazione, si gioca a “Abbiamo tre opzioni”, come nei peggiori pacchetti vacanze:<br>L&#8217;Opzione &#8220;Vintage&#8221;: Il corteo tradizionale verso Piazza Duomo. C’è l’Anpi, c’è il sindaco Beppe Sala e c’è quel pizzico di egemonia di sinistra che ormai fa parte dell&#8217;arredamento.<br>L&#8217;Opzione &#8220;Alternativa chic&#8221;: Il &#8220;Coordinamento per la Pace&#8221; si ferma in Piazza San Fedele. Loro si distinguono per non essere &#8220;ambigui&#8221; verso l&#8217;UE guerrafondaia. In pratica, festeggiano la pace facendo la guerra al resto del corteo.<br>L&#8217;Opzione &#8220;Fuori Tema&#8221;: Lo spezzone palestinese diretto in Piazza Fontana. Perché, chiaramente, se non si parla di Gaza tra una &#8220;Bella Ciao&#8221; e l&#8217;altra, pare brutto.<br>Abbiamo avuto un delizioso antipasto lunedì scorso: Giorgio Cremaschi ed un gruppo di &#8220;studenti&#8221; (categorie che ormai sembrano professioni a vita) hanno assediato Palazzo Marino.<br>Il reato del sindaco Sala? Non aver rotto il gemellaggio con Tel Aviv, che per inciso è la città più progressista ed anti-Netanyahu d&#8217;Israele. Risultato: aula consiliare occupata dai Verdi &#8220;pro Pal&#8221; e buonanotte ai suonatori.<br>La frattura è ormai un canyon alimentato dall&#8217;ossessione anti-israeliana dei &#8220;pacifisti&#8221; a senso unico.<br>Questa gente non tollera la presenza della Brigata Ebraica, ovvero quelli che i nazisti li hanno combattuti davvero (inquadrati nell’esercito britannico, per chi avesse saltato le lezioni di storia). Per fortuna ci sono le forze dell&#8217;ordine e i City Angels a evitare che i &#8220;tolleranti&#8221; caccino a pedate chi ha effettivamente contribuito alla Liberazione.<br>Ma il capolavoro del &#8220;Coordinamento&#8221; è voler far parlare un esponente palestinese dal palco.<br>Per carità, liberi tutti, ma forse qualcuno dovrebbe regalargli un sussidiario.<br>Se la memoria non mi inganna, durante la Seconda Guerra Mondiale, il palestinese Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, non era esattamente impegnato a scrivere &#8220;Bella Ciao&#8221;. Era a Berlino, a bersi il tè con Hitler, reclutando musulmani per le Waffen-SS.<br>Non proprio il curriculum ideale per una festa che celebra la sconfitta del nazifascismo, non trovate?<br>Dopo 80 anni, siamo punto e a capo.<br>Non solo non abbiamo sanato la ferita tra chi stava con i partigiani e chi con Salò, ma ne abbiamo aggiunte di nuove che con la nostra storia c’entrano come i cavoli a merenda.<br>Veder sventolare le bandiere palestinesi accanto al tricolore repubblicano lascia un dubbio amletico: stiamo celebrando la fine dell&#8217;oppressione in Italia o stiamo importando conflitti altrui per dare un senso a un pomeriggio di aprile?<br>Alla fine, il 25 aprile l&#8217;hanno distrutto: è diventato un self-service dell&#8217;indignazione, dove ognuno si serve il piatto di odio che preferisce; il giorno in cui ognuno si sente in diritto di essere il &#8220;partigiano&#8221; di qualcun altro, purché sia lontano e possibilmente molto divisivo.<br>Buona festa della Liberazione… o qualunque cosa abbiate deciso che sia domani.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il Leone, Unicredit, Delfin ed il nuovo risiko della finanza italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 07:37:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo A mio modo di vedere, l’Assemblea delle Assicurazioni Generali, lungi dal mettere qualche punto fermo sullo stato del potere finanziario italico, e dei suoi equilibri, ha fatto calare una coltrina di nebbia dove raccapezzarsi diventa più difficile, e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>A mio modo di vedere, l’Assemblea delle Assicurazioni Generali, lungi dal mettere qualche punto fermo sullo stato del potere finanziario italico, e dei suoi equilibri, ha fatto calare una coltrina di nebbia dove raccapezzarsi diventa più difficile, e dove tutte le ipotesi diventano plausibili.</p>



<p>Mi spiego meglio.</p>



<p>Partiamo dal fatto che c’è stato un tempo, in Italia, in cui i destini della finanza si decidevano in pochi uffici ovattati tra via Filodrammatici e piazza Cuccia.&nbsp;</p>



<p>Era la finanza dei &#8220;soci stabili&#8221;, dei patti di sindacato, e di una politica che, pur restando un passo indietro, garantiva gli equilibri.&nbsp;</p>



<p>Quel tempo non è solo finito: è stato travolto da una realtà più aggressiva, più liquida e, paradossalmente più vitale.</p>



<p>L’improvvisa crescita di Unicredit, palesatasi ieri&nbsp;&nbsp;con l’8,72% in Assicurazioni Generali, secondo me non è solo una mossa tattica di Andrea Orcel.&nbsp;</p>



<p>È l’ultimo atto della demolizione dei vecchi &#8220;salotti buoni&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Quando la Banca di piazza Gae Aulenti si presenta in assemblea a Trieste con una quota rafforzata rispetto alle attese, probabilmente sta inviando un messaggio che va oltre il perimetro del “Leone”: quello che la finanza italiana non accetta più regie esterne che non siano quelle del mercato e del rendimento.</p>



<p>Il dato emerso in assemblea ridefinisce con chiarezza la geografia del capitale di Assicurazioni Generali.</p>



<p>Mps, attraverso Mediobanca, resta il primo socio con il 13,19%, mentre Delfin si attesta al 10,05%.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle spalle si collocano Unicredit con l’8,72%, il gruppo Caltagirone al 6,26% e i Benetton al 4,86%.&nbsp;</p>



<p>Una fotografia che segna un salto di qualità per la Banca guidata da Andrea Orcel, la cui presenza non può più essere letta come marginale.</p>



<p>Formalmente, in Piazza Gae Aulenti si continua a parlare di investimento finanziario, con una posizione “in gran parte coperta” e quindi con esposizione economica limitata.&nbsp;</p>



<p>Ma il livello raggiunto rende sempre più difficile sostenere che si tratti solo di gestione di portafoglio.&nbsp;</p>



<p>Anche perché, inutile negarlo, una quota di questa dimensione è già sufficiente per incidere negli equilibri di governance, soprattutto in un contesto così frammentato.</p>



<p>Ma il vero elemento di rottura, tuttavia, a mio avviso non sta solo nella percentuale della partecipazione azionaria, ma nel &#8220;motore&#8221; che la muove.&nbsp;</p>



<p>Il maxi-finanziamento da 10 miliardi di euro che Unicredit starebbe strutturando per permettere a Leonardo Maria Del Vecchio di assumere il controllo di Delfin è lo snodo cruciale.&nbsp;</p>



<p>Qui la finanza d&#8217;investimento si fonde con le dinamiche dinastiche: Unicredit non sta solo comprando azioni, sta finanziando la nascita di un nuovo polo di potere.</p>



<p>L&#8217;asse Orcel-Delfin, se consolidato, darebbe vita ad un legame d&#8217;acciaio tra la Banca e la Holding che controlla pezzi pregiati di Mediobanca e Generali, con una massa critica capace di influenzare non solo Generali, ma anche Mediobanca e, potenzialmente, la partita su Monte dei Paschi di Siena.&nbsp;</p>



<p>È un blocco &#8220;milanese&#8221; ed internazionale che parla una lingua diversa da quella dei palazzi romani.&nbsp;</p>



<p>Una lingua fatta di leverage, di opzioni coperte, e di una spregiudicatezza che mette a nudo la fragilità dei vecchi assetti.</p>



<p>Dall&#8217;altra parte della barricata, il Ministro Giancarlo Giorgetti si trova nell&#8217;insolita posizione di un regista che vede gli attori cambiare copione a scena aperta.&nbsp;</p>



<p>Il progetto del &#8220;Terzo Polo&#8221; – l&#8217;integrazione tra Mps e Banco BPM per creare un gigante nazionale capace di bilanciare lo strapotere di Intesa Sanpaolo e Unicredit – è una visione razionale, quasi accademica, della sovranità finanziaria.</p>



<p>Ma la politica sconta un ritardo strutturale.&nbsp;</p>



<p>Mentre il Mef cerca di &#8220;convincere&#8221; il Crédit Agricole ad investire nella Banca del Mezzogiorno, che Mediocredito Centrale (controllato dal Mef) ha messo sul mercato, per liberare spazio a Milano, o spera in un intervento di Intesa Sanpaolo come &#8220;scudo nazionale&#8221; su Generali, il mercato ha già emesso il proprio verdetto.&nbsp;</p>



<p>I rialzi vertiginosi dei titoli bancari negli ultimi tre anni ci dicono che gli investitori non aspettano i decreti: scommettono sulla velocità del risiko.</p>



<p>Il sospetto (o il timore?) di via XX Settembre è che Delfin possa vendere il suo 17,5% di Mps proprio ad Unicredit, trasformando il &#8220;Terzo Polo&#8221; non in un&#8217;alternativa ai giganti, ma in una loro appendice.&nbsp;</p>



<p>Se così fosse, la strategia di Giorgetti rischierebbe di trasformarsi in un “<em>whatever it takes”</em>&nbsp;al contrario: un tentativo di arginare una marea che ha già rotto gli argini.</p>



<p>Valutate questa mia un’ipotesi un po&#8217; spericolata?&nbsp;</p>



<p>Certamente.</p>



<p>Ma nella finanza di oggi, dove i giganti si muovono nell’ombra, e le dinastie si ristrutturano a colpi di miliardi, i deliri hanno la strana abitudine di trasformarsi in comunicati stampa alle otto del mattino.</p>



<p>C’è però un&#8217;ombra in questo scenario di euforia finanziaria.&nbsp;</p>



<p>La stabilità del sistema Italia è oggi legata a doppio filo alla tenuta delle holding familiari.&nbsp;</p>



<p>Se il controllo di colossi come Generali e Mediobanca dipende dalla capacità di un erede di ripagare un debito da 10 miliardi, significa che la nostra &#8220;sovranità&#8221; è più fragile di quanto appaia.</p>



<p>In questo scenario, il ruolo delle Banche creditrici diventa politico.&nbsp;</p>



<p>Chi finanzia il socio di comando, “comanda il comando”.&nbsp;</p>



<p>Se Unicredit è il principale finanziatore di Delfin, l&#8217;influenza di Orcel su Generali non si ferma all&#8217;8,7% dichiarato, ma si estende, in via indiretta, su tutto l&#8217;asse Mediobanca-Trieste.</p>



<p>Sarebbe una riedizione della consueta tattica del Cavallo di Troia: Orcel entrerebbe nel Monte dei Paschi come socio di riferimento, sedendosi nel salotto di Giorgetti con il potere di veto su qualsiasi fusione con Banco BPM.</p>



<p>Il paradosso finale è che questo scontro di potere, pur aspro e talvolta spericolato, ha rivitalizzato un sistema che sembrava destinato al declino. L&#8217;interventismo della politica, pur goffo, ha risvegliato l&#8217;istinto animale del mercato.</p>



<p>Oggi l&#8217;Italia si presenta con Banche più forti, ma con centri decisionali più incerti.&nbsp;</p>



<p>Non è più la Roma dei Ministeri a decidere la geografia del risparmio, e forse non è nemmeno più la Milano dei circoli privati.&nbsp;</p>



<p>È una rete globale dove il debito, l&#8217;azzardo e la visione industriale si mescolano senza sosta.</p>



<p>E comprensibile&nbsp;&nbsp;quindi il nervosismo di Giorgetti!&nbsp;</p>



<p>Perché sa che se l&#8217;Italia non crea un terzo polo forte (Mps + Banco BPM), le nostre Banche medie diventeranno &#8220;prede&#8221; per i giganti francesi o tedeschi.</p>



<p>Perché sa che se&nbsp;&nbsp;Unicredit si mangiasse il sistema Mediobanca-Generali, diventerebbe un player europeo talmente grande da essere quasi intoccabile dalla politica interna.</p>



<p>Perché sa che se Intesa resta a guardare, rischia di trovarsi un concorrente interno (Unicredit+Generali) molto più pericoloso.</p>



<p>Se tutto questo è vero, il risiko di Siena sarebbe stato solo l’antipasto.&nbsp;</p>



<p>La vera partita è il controllo del risparmio italiano, il vero tesoro nazionale.&nbsp;</p>



<p>Chi porta i popcorn farebbe bene a non sedersi troppo comodamente: quello a cui stiamo assistendo non è uno spettacolo; è la ricostruzione delle fondamenta economiche del Paese per i prossimi vent&#8217;anni.&nbsp;</p>



<p>Ed in questa partita, l&#8217;unica regola certa è che non ci sono più posti riservati in prima fila.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Dopo 80 anni, la foglia d&#8217;acero torna in Groenlandia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 07:25:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Il 6 febbraio 2026 rimarrà impresso negli annali della diplomazia polare.&#160; Sotto il cielo plumbeo di Nuuk, la Ministra degli Esteri Anita Anand ha ufficialmente riaperto il consolato canadese in Groenlandia, ponendo fine ad un’assenza durata dal 1946.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Il 6 febbraio 2026 rimarrà impresso negli annali della diplomazia polare.&nbsp;</p>



<p>Sotto il cielo plumbeo di Nuuk, la Ministra degli Esteri Anita Anand ha ufficialmente riaperto il consolato canadese in Groenlandia, ponendo fine ad un’assenza durata dal 1946.</p>



<p>Così, dopo un silenzio diplomatico durato otto decenni, la bandiera canadese torna a sventolare stabilmente nella grande isola del nord.&nbsp;</p>



<p>La riapertura del consolato a Nuuk non è un semplice adempimento amministrativo, ma il segnale di un cambio di paradigma: Ottawa ha deciso di trasformare il &#8220;Grande Nord&#8221; da zona cuscinetto naturale&nbsp;&nbsp;a bastione attivo della propria sovranità.</p>



<p>Detta diversamente è l&#8217;atto di nascita di una nuova postura geopolitica che vede il Canada non più come spettatore, bensì come protagonista assertivo in un Artico che non è più protetto dai suoi ghiacci.</p>



<p>Il&nbsp;fulcro di questa mossa è la strategia &#8220;Our North, Strong and Free&#8221; (Il nostro Nord, Forte e Libero) pilastro della politica estera del governo guidato da Mark Carney.&nbsp;</p>



<p>In un momento di profonda frizione diplomatica con gli Stati Uniti — alimentata dagli attacchi frontali del Presidente americano contro gli alleati storici e dalle minacce di dazi — Ottawa ha scelto la via dell’autonomia strategica.</p>



<p>Riaprendo il canale diretto con Nuuk e Copenaghen, il Canada lancia un messaggio duplice:&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Deterrenza Sovrana: La difesa del quadrante nord-atlantico non può più essere appaltata totalmente ad un&#8217;Amministrazione americana imprevedibile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Consolidamento Nordico: Il superamento definitivo della storica disputa con la Danimarca su Hans Island è diventato il modello di cooperazione per blindare un confine marittimo di 3.000 chilometri contro le mire esterne.</p>



<p>Il dinamismo di Ottawa è una reazione muscolare all’attivismo di Mosca, che ha completato la riattivazione delle basi della Guerra Fredda, schierando missili ipersonici a pochi passi dalle acque canadesi, e di Pechino&nbsp;&nbsp;che, rivendicando il ruolo di potenza “quasi artica” nonostante la distanza geografica, continua ad investire in infrastrutture critiche e spedizioni scientifiche, puntando alla &#8220;Via della Seta Polare&#8221; per aggirare i colli di bottiglia commerciali.</p>



<p>La presenza&nbsp;della nave rompighiaccio CCGS Jean Goodwill nel porto di Nuuk durante l’inaugurazione non è stata casuale: rappresenta la capacità logistica di Ottawa di monitorare il disgelo e proteggere le rotte emergenti dalle ambizioni asiatiche.</p>



<p>Sotto lo strato di ghiaccio che si assottiglia, la Groenlandia custodisce un tesoro di minerali critici (terre rare, cobalto, litio) essenziali per la transizione tecnologica.&nbsp;</p>



<p>Ne consegue che in un 2026 segnato da una competizione globale feroce per l&#8217;indipendenza energetica, il Canada punta a diventare il partner privilegiato di Nuuk.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo è sottrarre quote di mercato al monopolio cinese, integrando le risorse groenlandesi nelle catene di approvvigionamento nordamericane ed europee, garantendo al contempo la tutela dei diritti delle popolazioni Inuit, che vivono su entrambi i lati del confine.</p>



<p>Mentre l&#8217;Europa guarda con ansia alle crisi di Hormuz e dell&#8217;Ucraina, il Canada ha capito che il futuro della propria sicurezza si gioca al 60° parallelo.&nbsp;</p>



<p>Di conseguenza&nbsp;il primo ministro Carney sposta l’asse della politica nazionale verso un’autonomia strategica che guarda all’Europa con indipendenza da Washington, ed il&nbsp;&nbsp;consolato di Nuuk è oggi un avamposto di intelligence e coordinamento strategico in un mondo dove, sebbene il ghiaccio si sciolga, la competizione tra le potenze è entrata in una fase di ebollizione.</p>



<p>La stabilità della regione, una volta garantita dal clima proibitivo, oggi dipende dalla capacità di nazioni come Canada e Groenlandia di formare un fronte unito contro la coercizione economica e militare delle grandi potenze.&nbsp;</p>



<p>Il Canada è tornato per restare, pronto a dettare le proprie condizioni in un mondo dove il ghiaccio si scioglie, ma la competizione geopolitica si scalda ogni giorno di più.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Quattro passi, due giornali e una domanda: cos’è davvero la saggezza? di Mario Giulianati</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 09:26:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mario Giulianati Il tempo invita a fare due passi, magari quattro, e quindi mi metto in cammino per andare, come avviene ogni giorno, tempo permettendo, a ritirare i due giornali quotidiani , uno locale e l’altro nazionale, che mi consentono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mario Giulianati</p>



<p>Il tempo invita a fare due passi, magari quattro, e quindi mi metto in cammino per andare, come avviene ogni giorno, tempo permettendo, a ritirare i due giornali quotidiani , uno locale e l’altro nazionale, che mi consentono di tenermi informato alla vecchia maniera, quindi con testi e commenti oltre che con le notizie correnti, cosa che la TV fa quasi in tempo reale e ti coinvolge comunque diversamente della carta che ti fruscia tra le dita, dove ti rimane la traccia dell’inchiostro. I giornali, l’edicola, le quattro chiacchiere, i quattro passi, qualche ciao e buona giornata. Un buon inizio di un giorno che si srotola con ritmi ormai semplificati e sempre più spesso scontati. Qualcuno mi dice che alla mia età si diventa saggi. Non so bene che significhi ma, se è un complimento, ringrazio. Mi pongo una domanda: che cosa è la “saggezza”? Come si esprime e si evidenzia? A che cosa serve? A chi serve? Con gli interrogativi si può continuare un bel po’ ma non si cercano le risposte, e questo è un atteggiamento poco saggio. Una risposta viene da Cicerone, il famoso Marco Tullio, che in “L’Arte di invecchiare” ci dice che «Senectus enim est natura loquacior» che tradotto significa “La vecchiaia è per sua natura più incline alla parola». Ma non si ferma lì, ci spiega pure che in vecchiaia l’intelletto diviene più attento, più misurata le parole, e maggior serenità nell’animo. Insomma, la vecchiaia si abbina, spesso, alla compostezza del linguaggio e questa è cosa saggia. Ma se le cose stanno così, l’acquisizione della “saggezza” non è nulla di più che un rito iniziatico. Pure un po&#8217; banale. Ma così non è per i laici, studiosi oppure semplici osservatori, come per la Cristianità. In effetti è considerata una virtù fondamentale e appaiata alla sapienza ma si distinguono perché la Sapienza è un dono dello Spirito Santo mentre la saggezza umana nasce dalle esperienze e dallo studio. Ma un grande valore lo ha anche per il laico che individua la saggezza nella capacità di individuare cosa è bene e cosa non lo è, inoltre è utile per la ricerca della felicità. Un concetto discretamente ambizioso ma ci sta. Ma non finisce qui: è un fatto etico, indica la via della ragione, si forma con la conoscenza, ecco nuovamente il “sapere”, e l’esperienza. Il vocabolario Treccani ci puntualizza che la “<strong>saggezza</strong>&nbsp;/sa’dʒ: ets: a/ s. f. [der. di&nbsp;<em>saggio</em>¹]. &#8211; [l&#8217;essere saggio:&nbsp;<em>agire con s</em>.] ≈ assennatezza, avvedutezza, buonsenso, criterio, discernimento, equilibrio, giudizio, ponderazione, (<em>fam</em>.) sale (in zucca), sapienza, (<em>lett.</em>) saviezza. ↓ senno.” Sintetico ma laicamente puntuale. Su questa base si definisce la funzione del (presunto e potenziale) saggio. Una persona riconosciuta da una comunità come tale è oggetto della stima e del rispetto dei suoi componenti che ricorrono a lui per avere suggerimenti e consigli. Il saggio non è un professionista con un biglietto da visita, una targa fuori dallo studio, e nemmeno è membro di un “Ordine dei Saggi”, che non esiste. Motivo per cui i suoi consigli sono gratuiti e come spesso accade anche in altre circostanze sono considerati dei regali. Accade anche che questi consigli non vengano seguiti da comportamenti adeguati, spesso pure ignorati del tutto, ma se il richiedente non risolve il suo problema ha pure a disposizione un “capro espiatorio” che, come tale, diventa il responsabile del danno. Questo lo racconta la Bibbia nel Libro del Levitico detto anche Terzo Libro di Mosè e della Tōrāh ebraica e pure della Bibbia cristiana (Wikipedia docet). Mi permetto di dare anche io un consiglio, che è quello di non darne. La saggezza è, come già detto, una virtù di non semplice comprensione e ancor meno facilmente esercitabile. Nell’esprimerla necessità molta prudenza, sensibilità, equilibrio, conoscenza, e anche tatto. Quindi oltre che essere un esercizio virtuoso è pure un’arte, o almeno una forma di alto artigianato linguistico. Immaginatevi a bordo di un barchino calato su un torrente in cima a una montagna e dovete arrivare a valle possibilmente senza farvi un bagno. La saggezza non è solo un fatto di dottrina, di pensiero o di ipotesi ma deve pure tener conto che può divenire un fatto concreto. Quindi rappresenta una possibile eventuale sconfitta. In poche parole l’ottimo sta nel riuscire a comportarsi e a operare bene nella concretezza della quotidianità. Non è una cosa facile ma l’obbiettivo è sicuramente affascinante. Oltre che ambizioso. Ma è ora di rientrare, giornali sotto il braccio, mentre penso a Ludwig van Beethoven&nbsp;che si avvolgeva nell’assoluto silenzio della sua musica che definiva la musica una “rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia” e mi rifugio in Mango (L&#8217;albero Delle Fate 2007) e nella sua interpretazione della saggezza:</p>



<p><strong>La Saggezza E Il Pane</strong></p>



<p>Semplice e nuda come mani in su<br>in questa vita rampicante in me<br>sto attento a te<br>io ho il centro di me.<br>A mia madre io prego la sapienza e il lume,<br>quel piccolo infinito<br>non è mai finito per te<br>……………………………….</p>



<p>Rondini a mille come mani in su<br>e poi di nuovo in mare,<br>le coscienze in mare<br>a mia madre io prego la saggezza e il pane<br>non ho paura adesso, non fa mai lo stesso<br>perché<br>io sto attento a te<br>io sto al centro di me,<br>io sto al centro di me.</p>



<p></p>
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		<title>Il lungo tramonto della socialdemocrazia </title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 07:44:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Volgere lo sguardo al passato per capire certe dinamiche politiche ritengo sia sempre utile. C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui l’Europa parlava quasi tutta la stessa lingua politica.&#160; Era la lingua della socialdemocrazia.&#160; Da Londra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Volgere lo sguardo al passato per capire certe dinamiche politiche ritengo sia sempre utile.</p>



<p>C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui l’Europa parlava quasi tutta la stessa lingua politica.&nbsp;</p>



<p>Era la lingua della socialdemocrazia.&nbsp;</p>



<p>Da Londra a Berlino, da Roma a Parigi, i Governi erano guidati da leader che si riconoscevano, con sfumature diverse, in una stessa visione: coniugare crescita economica e coesione sociale.</p>



<p>A guidare i principali Paesi c’erano leader come&nbsp;Tony Blair&nbsp;nel Regno Unito,&nbsp;Gerhard Schröder&nbsp;in Germania,&nbsp;Massimo D’Alema&nbsp;in Italia,&nbsp;Lionel Jospin&nbsp;in Francia,&nbsp;António Guterres in Portogallo e Wim Wok nei Paesi Bassi.</p>



<p>Alla&nbsp;guida delle Istituzioni internazionali c’erano figure come&nbsp;Romano Prodi&nbsp;alla Commissione Europea, e&nbsp;Michel Camdessus&nbsp;al Fondo Monetario Internazionale, un francese vicino ai socialisti del suo Paese che, insieme a figure come Delors e Lamy, influenzarono profondamente il mondo successivo al 1989&nbsp;</p>



<p>E dall’altra parte dell’Atlantico sedeva alla Casa Bianca&nbsp;Bill Clinton.</p>



<p>Non era un caso, non era un’illusione. Era un equilibrio.&nbsp;</p>



<p>Era un equilibrio politico e culturale che attraversava l’intero Occidente.&nbsp;</p>



<p>E per qualche anno ha funzionato.</p>



<p>Oggi quel mondo sembra lontano anni luce.&nbsp;</p>



<p>Il secondo quarto del XXI secolo si apre invece con un panorama desolante per i progressisti europei, che detengono il potere esecutivo solo in due Paesi europei di peso: il Regno Unito e la Spagna.&nbsp;</p>



<p>Che cosa è successo?</p>



<p>Che oltre alla presenza nei Governi, si è soprattutto&nbsp;&nbsp;ridotta la loro capacità di rappresentare le classi popolari.&nbsp;</p>



<p>È questo il vero punto: non hanno solo perso voti, hanno perso un pezzo di società.</p>



<p>Le ragioni sono molte, ma una appare decisiva.&nbsp;</p>



<p>Nel momento in cui la globalizzazione accelerava ed il capitalismo diventava sempre più aggressivo, la socialdemocrazia ha scelto di accompagnare il processo più che governarlo.&nbsp;</p>



<p>Si è concentrata sulla redistribuzione della ricchezza, trascurando la regolazione delle modalità con cui quella ricchezza veniva prodotta.</p>



<p>Il risultato è stato paradossale: mentre prometteva protezione, finiva per essere percepita come parte del problema.</p>



<p>Le grandi crisi economiche, gli scandali internazionali, la finanziarizzazione dell’economia, e la delocalizzazione produttiva, hanno lasciato sul terreno una lunga scia di insicurezza sociale.&nbsp;</p>



<p>In quel contesto, molti cittadini hanno smesso di vedere nei partiti progressisti un argine, ed hanno iniziato a considerarli corresponsabili.</p>



<p>A questo si è aggiunto uno spostamento culturale.&nbsp;</p>



<p>La sinistra ha progressivamente abbandonato il terreno della rappresentanza sociale (in altri tempi si chiamava lotta di classe)&nbsp;&nbsp;per concentrarsi sulla tutela di diritti specifici, spesso sacrosanti ma frammentati, come ad esempio quelli degli omosessuali.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Detta in altri termini, è venuto meno il collante di una visione complessiva della società, capace di tenere insieme interessi diversi dentro un progetto comune.</p>



<p>Così, mentre cercava di dialogare con tutti, ha finito per parlare soprattutto ad una parte sempre più ristretta della società: quella più istruita, urbana, integrata (da qui la battuta “sinistra delle Ztl”).&nbsp;</p>



<p>Lasciando scoperti proprio quei ceti popolari che, storicamente, ne avevano costituito la base.</p>



<p>Nemmeno sul terreno più delicato, quello dell’immigrazione, è riuscita a trovare una linea convincente.&nbsp;</p>



<p>Tra rimozioni ed inseguimenti delle parole d’ordine altrui, ha spesso dato l’impressione di non comprendere fino in fondo le paure della gente e le trasformazioni in atto.</p>



<p>In altre parole, alle persone delle periferie preoccupate dal crescere del numero di immigrati, con tutti i conseguenti fenomeni di degrado e criminalità, la sinistra non ha trovato di meglio che parlare di “ascolto, apertura, integrazione…”.&nbsp;&nbsp;Concetti che a molti sono sembrati quasi delle “prese per i fondelli”.</p>



<p>Il risultato è stata l’incapacità di impedire che ad un certo malessere socio-economico si sommasse&nbsp;&nbsp;un ancor più pericoloso malessere identitario.&nbsp;</p>



<p>Una bomba ad orologeria: ampi segmenti delle classi popolari deluse, precarizzate, cariche di risentimento, soprattutto nella componente maschile, inizialmente di mezza età, e poi anche giovanile, hanno cominciato a votare a destra.</p>



<p>Lo abbiamo visto ovunque in Europa, ed anche negli Stati Uniti, con gli operai che hanno scelto convintamente Donald Trump ed il suo slogan “Make America Great Again”.&nbsp;</p>



<p>E quando il disagio economico si è trasformato in disagio identitario, era ormai troppo tardi.</p>



<p>Nel frattempo, il mondo cambiava ad una velocità che la politica tradizionale non ha saputo interpretare.&nbsp;</p>



<p>La rivoluzione tecnologica ha riscritto i codici della comunicazione e del consenso.&nbsp;</p>



<p>Chi ha scelto messaggi semplici, diretti, emotivi, mobilitanti, ha guadagnato terreno.</p>



<p>Chi, come il mondo progressista, è rimasto legato alla complessità, alla razionalità, alla mediazione, ha perso.</p>



<p>Non perché avesse torto.&nbsp;</p>



<p>Ma perché parlava una lingua che sempre meno persone erano disposte ad ascoltare.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Dalle Etere alle Escort: Il fuorigioco più vecchio del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 07:37:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ogni tanto il Paese si sveglia e finge di aver scoperto qualcosa.&#160; Questa settimana è toccato ai calciatori e alle escort.&#160; Titoli scandalizzati, talk show in apnea morale, editorialisti che parlano di “valori traditi” con la stessa faccia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ogni tanto il Paese si sveglia e finge di aver scoperto qualcosa.&nbsp;</p>



<p>Questa settimana è toccato ai calciatori e alle escort.&nbsp;</p>



<p>Titoli scandalizzati, talk show in apnea morale, editorialisti che parlano di “valori traditi” con la stessa faccia di chi scopre che l’acqua bagna.</p>



<p>Il punto non è quello che fanno questi ragazzi.&nbsp;</p>



<p>Il punto è la favola che raccontiamo su di loro.</p>



<p>Questi ragazzi hanno vent’anni, conti in banca che sembrano codici IBAN, e livelli di testosterone che farebbero esplodere un laboratorio analisi.&nbsp;</p>



<p>Pensavamo davvero che passassero le serate in ritiro a leggere sant&#8217;Agostino o a fare tornei di briscola sorseggiando tisane al finocchio?&nbsp;</p>



<p>Li chiamiamo “idoli”, li vendiamo come modelli educativi, li impacchettiamo per sponsor e famiglie, e poi ci sorprendiamo se fuori dal campo vivono come ventenni ricchi, iperstimolati e sostanzialmente liberi da conseguenze.&nbsp;</p>



<p>È come costruire un casinò e indignarsi perché qualcuno gioca.</p>



<p>Dai tempi delle etere greche il meccanismo è identico: cambia la scenografia, non il copione; è solo aumentata la tariffa oraria e la qualità dello champagne.</p>



<p>Allora c’erano filosofi e aristocratici, oggi ci sono agenti, procuratori e contratti milionari.&nbsp;</p>



<p>In mezzo, lo stesso scambio elementare: denaro, desiderio, discrezione.&nbsp;</p>



<p>E finché ci sarà un uomo con più soldi che tempo, e la voglia matta di vedere e provare qualcosa di diverso dalla solita minestra riscaldata domestica, il mercato sarà florido.&nbsp;</p>



<p>Tutto il resto, credetemi,&nbsp;&nbsp;è narrativa per il pubblico.</p>



<p>E il pubblico, va detto, recita la sua parte con zelo.&nbsp;</p>



<p>Si indigna a comando, consuma lo scandalo come una serie tv e poi torna a idolatrare gli stessi protagonisti la domenica successiva.&nbsp;</p>



<p>Una morale a gettone: si inserisce quando serve e si ritira appena arriva il prossimo gol.</p>



<p>I media fanno il resto.&nbsp;</p>



<p>Trasformano una pratica antica quanto il mondo in una “emergenza etica”, salvo poi campare di click e dibattiti costruiti sull’indignazione prefabbricata.&nbsp;</p>



<p>Gli sponsor fingono sorpresa, i dirigenti parlano di “codici interni”, e tutti sperano che la tempesta passi in fretta, senza toccare davvero il sistema che li nutre.</p>



<p>Poi c’è il capitolo più ipocrita: le ragazze, che preferiamo chiamare “escort” (anche se nelle conversazioni private prevale ancora l’intramontabile termine “pu….ne”)</p>



<p>Quando conviene sono vittime, quando non conviene diventano colpevoli.&nbsp;</p>



<p>La verità, più scomoda, è che dentro questo mercato convivono sfruttamento e scelta, spesso nello stesso spazio.&nbsp;</p>



<p>Ma distinguere richiede fatica, e la fatica non fa audience.</p>



<p>Per quanto mi riguarda, il vero spettacolo non è quello nelle suite degli hotel a cinque stelle, ma quello dei moralisti della domenica.&nbsp;</p>



<p>Quelli che si scandalizzano se una ragazza decide di mettere a profitto ciò che Madre Natura le ha regalato invece di spaccarsi la schiena in un call center per ottocento euro al mese.</p>



<p>Il problema, quindi, non è che un calciatore paghi per compagnia. Il problema è che pretendiamo di venderlo come un santino mentre sappiamo benissimo che è un prodotto.&nbsp;</p>



<p>Un prodotto redditizio, lucido, costruito.&nbsp;</p>



<p>E come tutti i prodotti, deve sembrare perfetto finché non finisce sotto i riflettori sbagliati.</p>



<p>Smettiamola di fare i finti ingenui. Il calcio vende sogni, ma vive di istinti.<br>E lo scandalo non sta nelle notti private di qualcuno, ma nella favola pubblica che continuiamo a raccontarci di giorno, fingendo di crederci.</p>



<p>In definitiva meno&nbsp;bacchettoni e più onestà intellettuale: il calcio sarà pure una fede, ma i calciatori non hanno mai fatto voto di castità.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>25 Aprile. Perché l’assenza della Comunità Ebraica riguarda tutti noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 08:11:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è qualcosa di profondamente stonato in un 25 Aprile in cui una parte di chi ha contribuito alla sconfitta del nazifascismo sceglie di non partecipare alle celebrazioni. La notizia non mi ha colto di sorpresa.&#160;&#160;Ma è un segnale.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è qualcosa di profondamente stonato in un 25 Aprile in cui una parte di chi ha contribuito alla sconfitta del nazifascismo sceglie di non partecipare alle celebrazioni.</p>



<p>La notizia non mi ha colto di sorpresa.&nbsp;&nbsp;Ma è un segnale.</p>



<p>La decisione della Comunità Ebraica di disertare la tradizionale sfilata non nasce dall’indifferenza.<br>Nasce, al contrario, dalla constatazione che lo spazio della memoria condivisa si è progressivamente trasformato in un terreno di conflitto politico permanente.<br>Quando la commemorazione smette di essere un luogo di riconoscimento reciproco, la presenza diventa difficile e, ad un certo punto, persino inutile.</p>



<p>Non si tratta di un gesto simbolico.<br>È una presa d’atto.</p>



<p>Eppure, in questo vuoto, resta un dato che non dovrebbe essere nemmeno oggetto di discussione: la presenza della Brigata Ebraica.<br>Una formazione dell’esercito britannico composta da volontari ebrei della Palestina mandataria, che combatté in Italia negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale.<br>I suoi uomini contribuirono, insieme a tanti altri, alla Liberazione.&nbsp;</p>



<p>I loro morti sono sepolti qui, nei nostri cimiteri.</p>



<p>Spero sia chiaro a tutti che non parliamo di simboli, ma di fatti storici inconfutabili.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Certo i 5000 soldati della Brigata non furono determinanti per l’esito della guerra, ma quegli uomini, quegli ebrei, fecero con onore la parte loro assegnata.</p>



<p>Ma al di là dell’aspetto bellico, il valore simbolico della Brigata Ebraica è profondo.<br>Quei giovani, spesso sopravvissuti a persecuzioni, o con famiglie sterminate nei lager, combattevano con una Stella di David cucita sulla divisa.<br>Venivano non solo per sconfiggere un nemico militare, ma per riscattare l’onore di un popolo martoriato. Come ricordò Giorgio Perlasca, “Quei ragazzi della Brigata Ebraica non venivano solo per combattere i nazisti. Venivano per liberare un pezzo di mondo che aveva cercato di cancellare il loro popolo”.</p>



<p>E tuttavia è facile prevedere che anche quest’anno la loro presenza sarà accompagnata da contestazioni, slogan ostili, tensioni.<br>Il motivo è ormai evidente: la sovrapposizione tra la Brigata Ebraica del 1945 e lo Stato di Israele di oggi.</p>



<p>È qui che la memoria smette di essere storia e diventa strumento politico.<br>Il passato viene piegato al presente, ed il risultato è una distorsione che finisce per colpire proprio ciò che si vorrebbe difendere.</p>



<p>Il 25 Aprile nasce come momento di sintesi.<br>Dentro quella data convivono esperienze diverse: i partigiani di diverse estrazioni politiche, l’esercito cobelligerante, le forze alleate.<br>Ridurre questa complessità ad una narrazione selettiva, in cui alcuni soggetti vengono legittimati ed altri trasformati in bersagli, significa alterare la natura stessa della ricorrenza.</p>



<p>A questo punto, la questione non riguarda più soltanto la Comunità Ebraica.<br>Riguarda il senso che vogliamo dare al 25 Aprile.</p>



<p>Vogliamo che resti un momento di memoria nazionale condivisa, oppure accettiamo che diventi una piattaforma per i conflitti del presente?<br>Perché le due cose, semplicemente, non stanno insieme.</p>



<p>Non si tratta di invocare una neutralità impossibile rispetto alle vicende attuali; si tratta di distinguere i piani.<br>Se non siamo più capaci di onorare chi ha contribuito alla nostra libertà senza filtrare tutto attraverso le categorie politiche di oggi, allora il problema non è la memoria: siamo noi.</p>



<p>C’è però un segnale ancora più inquietante, che va oltre il perimetro delle celebrazioni; le forme di “antisemitismo” che si nascondono dietro un “antisionismo” sempre più aggressivo non sono più marginali.<br>Trovano spazio, giustificazioni, talvolta indulgenza, non solo nella galassia Pro-Pal o antagonista, ma anche in settori della sinistra, nel cosiddetto “campo largo”.</p>



<p>È un passaggio delicato, perché rompe una tradizione politica che ha fatto dell’antifascismo uno dei suoi pilastri identitari.</p>



<p>Questo antisionismo militante ormai attraversa il dibattito politico: lo si è visto al Senato sul ddl contro l’antisemitismo, dove M5S e Avs hanno votato contro, e gran parte del Pd si è astenuta.<br>E proprio per questo la gauche dovrebbe interrogarsi con maggiore rigore su ciò che sta accadendo.</p>



<p>Nel frattempo, fuori dall’Italia, qualcosa si muove in modo ancora più significativo.<br>Dopo il 7 ottobre 2023, circa 50.000&nbsp;&nbsp;ebrei hanno lasciato l’Occidente “democratico” per trasferirsi in Israele, alla ricerca di una sicurezza che non percepiscono più come garantita nei Paesi in cui vivevano.<br>Non è un episodio isolato. È un clima.</p>



<p>E dentro questo clima accade che, anche nell’Italia “antifascista”, si arrivi a consigliare agli ebrei di nascondere i segni della propria identità per evitare problemi.<br>Un cortocircuito che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il significato reale della parola “libertà”.</p>



<p>Si arriva così ad un paradosso.<br>Per un ebreo italiano può risultare oggi meno sgradevole il rapporto con ambienti del centrodestra — eredi di una tradizione che nel dopoguerra era considerata distante, se non ostile, quella missina — rispetto a quello con una parte della sinistra che pure si definisce custode dell’antifascismo.</p>



<p>Non è una provocazione. È un dato politico che merita di essere osservato senza automatismi.</p>



<p>Certo si può essere contrari all’attuale politica di Israele (non all’esistenza dello Stato di Israele però, sia chiaro!) ed io stesso considero Bibi Netanyahu, con le sue derive autoritarie, quanto di peggio abbia finora espresso la classe dirigente della democrazia israeliana; ma&nbsp;trasformare questa critica in un riflesso identitario che finisce per colpire indiscriminatamente tutto ciò che è ebraico è un’altra cosa.<br>E non è senza conseguenze.</p>



<p>Anche perché la Brigata Ebraica&nbsp;(Jewish Brigade Group)&nbsp;non è un simbolo arbitrario.<br>È stata riconosciuta dallo Stato italiano: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2017 le ha conferito la Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo alla Liberazione dell’Italia nel 1945.</p>



<p>E allora il punto torna ad essere uno solo.<br>Se il 25 Aprile smette di essere uno spazio comune e diventa un terreno di selezione politica, chi non accetta questa trasformazione si sottrae.</p>



<p>Non per disinteresse, ma per coerenza.</p>



<p>E quando la memoria non riesce più a tenere insieme, ma comincia a dividere, la perdita non riguarda una comunità soltanto.<br>Riguarda la qualità stessa della nostra vita pubblica.</p>



<p>E, alla fine, riguarda la Repubblica.</p>



<p></p>
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		<title>Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 19:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata un modello economico dominante, un paesaggio industriale diffuso, un simbolo identitario che negli anni ha occupato spazio, risorse, scelte politiche e immaginario collettivo. Ma proprio per questo oggi serve il coraggio di dirlo con chiarezza: di vigne ce ne sono troppe, e continuare ad allargarne la superficie è un errore economico, ambientale e sanitario.</p>



<p>Per molto tempo il vino veneto è stato raccontato come una storia di successo senza ombre. Export, turismo, promozione territoriale, reputazione internazionale: tutto sembrava confermare la bontà di una corsa apparentemente inarrestabile. Ma ogni monocultura spinta oltre una certa soglia finisce per presentare il conto. E quel conto oggi non riguarda solo i produttori: riguarda il territorio intero, chi lo abita, chi lavora in agricoltura e chi vorrebbe un’economia più equilibrata e meno fragile.</p>



<p>Il primo nodo è economico. Puntare in modo sempre più massiccio sulla vite significa legare una parte enorme del destino agricolo regionale a un solo comparto, esposto per definizione alle oscillazioni dei mercati, ai cambiamenti nei consumi, alla concorrenza internazionale e alle crisi climatiche. Quando un territorio investe quasi tutto su una sola filiera, smette di essere forte: diventa dipendente. E la dipendenza, in economia, non è mai una buona notizia. Se il vino rallenta, se i prezzi si comprimono, se la domanda cala o si sposta, intere aree rischiano di trovarsi senza alternative credibili. È la fragilità nascosta dietro l’apparente prosperità.</p>



<p>Il secondo nodo è agricolo e sociale. L’espansione della vite ha sottratto spazio ad altre colture, impoverendo la diversità produttiva e restringendo le possibilità per chi vorrebbe fare un’agricoltura diversa: cereali di qualità, orticole, frutteti, allevamento estensivo, produzioni biologiche, filiere locali per il mercato interno. Quando il valore fondiario sale perché tutto ruota attorno al vigneto, entrare in agricoltura diventa più difficile per i giovani e per chi non appartiene già al sistema. Il rischio è un territorio meno pluralista, meno accessibile, meno resiliente.</p>



<p>Poi c’è il tema ambientale, che non può più essere liquidato come un fastidio ideologico. La trasformazione intensiva del paesaggio porta con sé consumo di suolo, semplificazione ecologica, erosione, pressione idrica, perdita di biodiversità. Le colline e le campagne non possono essere considerate solo come superfici da mettere a reddito. Sono ecosistemi, non fabbriche all’aperto. E un ecosistema impoverito è un danno collettivo, anche quando produce profitto per qualcuno.</p>



<p>A questo si aggiunge la questione più delicata, ma non meno urgente: la salute. Dove la viticoltura è intensiva, soprattutto se concentrata in prossimità di abitazioni, scuole e aree frequentate, cresce inevitabilmente la preoccupazione dei residenti rispetto all’uso di trattamenti fitosanitari. Non si può far finta che il problema non esista o ridurre ogni critica a un attacco ideologico contro il vino. La salute pubblica viene prima di qualsiasi rendita di settore. Un grande comparto economico dovrebbe essere il primo a pretendere regole più severe, distanze chiare, controlli rigorosi e trasparenza totale. Se invece reagisce difendendo lo status quo, finisce per alimentare sfiducia e conflitto.</p>



<p>Per tutte queste ragioni serve una scelta politica netta: fermare l’ulteriore espansione dei vigneti nelle aree già sature. Non è una crociata contro il vino, né contro i produttori. È una misura di equilibrio, di buon senso e di lungimiranza. Porre un limite non significa demolire una filiera importante; significa impedirle di divorare tutto il resto. Significa riconoscere che lo sviluppo, per essere davvero tale, deve avere un confine.</p>



<p>Il Veneto ha bisogno di meno retorica e più governo del territorio. Ha bisogno di una programmazione che tuteli la varietà agricola, sostenga le colture alternative, premi le pratiche davvero sostenibili e rimetta al centro l’interesse generale. Continuare a piantare vigne come se il futuro fosse la semplice replica del passato è una scorciatoia pericolosa. I segnali della crisi ci dicono che quella stagione dell’espansione infinita è finita.</p>



<p>Ora la domanda è semplice: vogliamo un Veneto interamente piegato alla monocultura del vino, o un Veneto capace di difendere il proprio paesaggio, la salute dei cittadini e un’economia agricola più equilibrata?</p>



<p>La risposta, se si guarda oltre gli slogan, dovrebbe essere altrettanto semplice: serve un limite, e serve adesso.</p>
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		<title>Trump, il Papa e la tentazione dell’infallibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 09:31:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è qualcosa di quasi musicale, in senso inquietante, nel modo in cui Donald Trump alza il livello dello scontro.Non è un’esplosione improvvisa: è un crescendo.Un crescendo rossiniano, appunto.Solo che al posto degli archi e dei fiati, ci sono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è qualcosa di quasi musicale, in senso inquietante, nel modo in cui Donald Trump alza il livello dello scontro.<br>Non è un’esplosione improvvisa: è un crescendo.<br>Un crescendo rossiniano, appunto.<br>Solo che al posto degli archi e dei fiati, ci sono insulti, ultimatum e nemici sempre nuovi.<br>All’inizio erano gli avversari politici interni. Poi gli alleati storici. Poi le Istituzioni Internazionali. Adesso persino il Papa.<br>E qui la faccenda smette di essere solo politica, e diventa qualcosa di più profondo.<br>Perché attaccare frontalmente Leone XIV non è semplicemente una scelta polemica: è una rottura simbolica.<br>Persino Adolf Hitler, che certo non era noto per il suo spirito ecumenico, evitò uno scontro diretto e personale di questo tipo con il Pontefice di Roma.<br>Non per rispetto, sia chiaro; per convenienza.<br>Trump, invece, sembra non avere più nemmeno quel freno.<br>A questo punto le spiegazioni possibili a mio avviso sono due.<br>La prima è quella più semplice, e forse più rassicurante nella sua brutalità: gli americani hanno eletto alla Presidenza un uomo incapace di controllare i propri impulsi, uno che trasforma ogni dissenso in un affronto personale; in parole brutali uno squilibrato.<br>Una lettura che circola sempre più spesso, e che ha il pregio della chiarezza, anche se riduce tutto ad una patologia individuale.<br>La seconda ipotesi è più interessante, ma anche più inquietante.<br>Trump non è fuori controllo: è coerente.<br>Il suo schema mentale è elementare e spietato.<br>Esistono solo vincitori e perdenti; ed in questo schema non c’è spazio per Autorità autonome. Chi non si allinea, diventa automaticamente un nemico.<br>Il Papa, in questo contesto, è quasi una provocazione vivente.<br>Non è un capo di Stato come gli altri, non gioca sullo stesso terreno, non accetta la logica del potere come dominio.<br>Quando parla di pace, di limiti morali, di umanità, introduce un linguaggio che Trump non può controllare né piegare.<br>E quindi lo attacca.<br>Non è teologia. È dinamica di potere.<br>Ma quel che inquieta maggiormente è che, aperta la caccia al Papa, i collaboratori dell’attuale Presidente repubblicano si sono uniti all’offensiva.<br>Perfino il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, cattolico convertito, si è permesso di impartire lezioni di teologia al Pontefice e, con un’audacia sconcertante, spiegargli cosa sia una “guerra giusta” per la Chiesa.<br>Si tratta di un concetto sviluppato da Agostino d’Ippona.<br>Prevost, primo Papa agostiniano, è uno dei maggiori esperti mondiali di Sant’Agostino.<br>C’è poi un elemento quasi grottesco, che però dice molto del momento storico.<br>Trump pubblica su Truth immagini di sé come taumaturgo, come figura quasi messianica.<br>A questo punto, l’idea che prima o poi possa prendersela direttamente con Dio non è nemmeno più una battuta così assurda.<br>È la logica conseguenza di un ego che non tollera concorrenti, nemmeno sul piano simbolico.<br>Eppure, come spesso accade, l’effetto ottenuto è l’opposto di quello cercato.<br>Attaccando Leone XIV, Trump ha fatto qualcosa che pochi leader contemporanei riescono a ottenere: ha unito.<br>Ha compattato attorno alla figura del Papa romano non solo il mondo cattolico, ma anche leader politici, opinioni pubbliche, e persino autorità religiose di altre fedi, comprese quelle islamiche.<br>Persino Giorgia Meloni si è dovuta unire al coro di condanna del Tycoon.<br>Un risultato che nessuna enciclica avrebbe potuto garantire con altrettanta rapidità.<br>Paradossalmente, è stato proprio l’attacco a conferire al Pontefice una statura globale.<br>Da figura relativamente poco conosciuta al momento dell’elezione, Robert Prevost si è ritrovato investito di un’autorità morale riconosciuta ben oltre i confini della Chiesa.<br>Un capolavoro involontario.<br>E qui si apre una riflessione più ampia.<br>Quando la politica smette di riconoscere qualsiasi limite, quando pretende di inglobare anche la dimensione morale e spirituale, finisce per scontrarsi con qualcosa che non può dominare.<br>E in quello scontro, spesso, si indebolisce.<br>Trump continua il suo crescendo.<br>Ma ogni crescendo, per definizione, arriva ad un punto di rottura.<br>La domanda non è se accadrà, ma quando.<br>E soprattutto, con quali conseguenze per un equilibrio internazionale già fragile come vetro sottile.<br>Nel frattempo, resta questa scena quasi surreale: il leader politico più potente del mondo che attacca il Papa… e finisce per rafforzarlo.<br>Non esattamente la dimostrazione di controllo che forse voleva dare.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>La love story del momento. I Borbone, i Crociani e quell’elicottero al Circeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 07:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo In Italia le famiglie nobili funzionano come le serie lunghe: non importa quante volte sembrino finite, tornano sempre.&#160; Ed ogni volta trovano un pubblico che va ben oltre i rotocalchi specializzati.&#160; Forsa sarà per nostalgia, per ironia, o<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/la-love-story-del-momento-i-borbone-i-crociani-e-quellelicottero-al-circeo/">La love story del momento. I Borbone, i Crociani e quell’elicottero al Circeo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>In Italia le famiglie nobili funzionano come le serie lunghe: non importa quante volte sembrino finite, tornano sempre.&nbsp;</p>



<p>Ed ogni volta trovano un pubblico che va ben oltre i rotocalchi specializzati.&nbsp;</p>



<p>Forsa sarà per nostalgia, per ironia, o per quella sottile convinzione che sotto la superficie repubblicana continui a scorrere una passione per titoli, casati e dinastie.&nbsp;</p>



<p>È l’eterna sindrome di Cenerentola applicata alla geopolitica: siamo una Repubblica che, nel segreto dell’urna o del salotto, continua a sognare il &#8220;vissero felici e contenti&#8221; tra principi e principesse di sangue blu (o presunto tale).&nbsp;</p>



<p>Così basta una fotografia, una copertina, un’apparizione al Gran Premio di Monaco, e la storia riparte.</p>



<p>Questa volta il titolo è già pronto:&nbsp;Maria Carolina di Borbone-Due Sicilie&nbsp;e&nbsp;Jordan Bardella, due “ragazzi” che potrebbero diventare la coppia destinata a ridisegnare la mappa del gossip politico europeo.</p>



<p>Tanto per dire, Paris Macht ha pubblicato un servizio di una vacanza dei due innamorati in Corsica,&nbsp;<strong>parlando di una relazione che «reinventa l’amore cortese in chiave XXI secolo» (sic!).&nbsp;</strong><strong></strong></p>



<p>Lei principessa, lui possibile futuro Presidente francese, qualora Marine Le Pen non potesse candidarsi per questioni giudiziarie.</p>



<p>Lei ventiduenne cresciuta tra Montecarlo e gli appuntamenti giusti; lui, lontane origini italo-algerine, prodotto politico della banlieue francese e dell’ascesa fulminea nel Front National. Quindi un personaggio senza cognomi pesanti alle spalle, se non quelli della politica contemporanea.</p>



<p>Già così, basterebbe.</p>



<p>Ma è quando si prova a “spiegare” Lei, Duchessa di Calabria, che la cronaca rosa prende una piega più interessante.</p>



<p>Dal lato paterno, tutto scorre secondo copione.&nbsp;</p>



<p>Il padre è&nbsp;Carlo di Borbone, capo di uno dei rami della&nbsp;Casa di Borbone delle Due Sicilie.&nbsp;</p>



<p>Un mondo fatto di ordini cavallereschi, contenziosi araldici e pretese dinastiche che sopravvivono all’Unità d&#8217;Italia&nbsp;come certe cause civili: non finiscono mai davvero, si aggiornano.</p>



<p>Sì perché&nbsp;la principessa è al centro di una disputa dinastica che si trascina da oltre un secolo. Rinfocolata da quando il padre Carlo, privo di figli maschi, abolì nel 2016 la legge Salica e la designò quale sua erede “al trono” (la ragazza è così diventata Sua Altezza Reale-S.A.R.).&nbsp;</p>



<p>Una decisione che ha scatenato l&#8217;ira del ramo spagnolo della famiglia, guidato da Pedro di Borbone, che contesta la legittimità di Carlo, e rivendica la guida della Casata e dell&#8217;Ordine Costantiniano.</p>



<p>Da non sottovalutare il fatto che mentre le dispute nobiliari si consumano nelle aule dei tribunali, il consenso popolare ha preso un&#8217;altra direzione.&nbsp;</p>



<p>Maria Carolina, insieme alla sorella Maria Chiara &#8211; ambassador Wwf per Italia e Francia &#8211; ed al resto della famiglia, è diventata un punto di riferimento per i movimenti monarchico-identitari del Sud, in particolare per i neoborbonici, mai del tutto scomparsi.</p>



<p>E ciò perché, a differenza dei cugini spagnoli, percepiti come lontani, il ramo francese dei Borbone è costantemente presente a Napoli e nel Mezzogiorno.&nbsp;</p>



<p>Tra eventi ufficiali, iniziative benefiche e bagni di folla, molti legittimisti vedono nella giovane principessa l&#8217;unica erede autentica di Francesco II.</p>



<p>Fin qui la favola.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Perché se il titolo nobiliare arriva dai Borbone, la ricchezza che sostiene la bella vita tra Monte Carlo, Parigi e Roma proviene dalla famiglia materna.&nbsp;</p>



<p>Ed è qui che il registro cambia, e la storia assume i contorni di un romanzo dove,&nbsp;invece dei saloni borbonici, compaiono gli anni Settanta italiani.</p>



<p>Maria Carolina è infatti&nbsp;figlia di&nbsp;Camilla Crociani,&nbsp;&nbsp;e&nbsp;nipote di Camillo Crociani, presidente di Finmeccanica negli anni &#8217;70, e figura centrale nello scandalo Lockheed.&nbsp;</p>



<p>Accusato di aver incassato tangenti, Crociani fuggì in elicottero nel 1976 e morì latitante in Messico.&nbsp;</p>



<p>E’ stato uno degli uomini chiave dell’industria della difesa di quegli anni,&nbsp;che comprendeva anche Vitrociset, colosso dei sistemi radar e del traffico aereo.&nbsp;</p>



<p>Dopo di lui, a tenere insieme l’impero di famiglia è stata la vedova Edoarda&nbsp;Edy Vessel, nonna materna della principessa: un passaggio nel cinema – anche in&nbsp;8½&nbsp;– e poi la regia vera, quella degli affari.&nbsp;</p>



<p>Una figura che racconta meglio di molte genealogie cosa sia stata una certa Italia: metà mondanità, metà apparati.</p>



<p>Ed è qui che il contrasto diventa quasi letterario.&nbsp;</p>



<p>Da una parte una nobiltà che continua a rivendicare, almeno simbolicamente, un trono scomparso nell’Ottocento.&nbsp;</p>



<p>Dall’altra, una borghesia che quel prestigio, quel sangue blu, lo insegue, lo costruisce, lo compra, lo organizza.</p>



<p>Non a caso, nella saga familiare, accanto ai titoli altisonanti compaiono anche i trust nelle Channel Islands, le cause milionarie, le liti tra sorelle: la versione contemporanea in salsa borghese delle guerre dinastiche.</p>



<p>In mezzo, Maria Carolina: perfettamente a suo agio in entrambi i mondi.&nbsp;</p>



<p>E forse è proprio questo che rende la storia così osservata: non è solo una relazione sentimentale, è un punto di contatto tra due forme diverse di potere e di legittimazione.</p>



<p>Poi c’è il dettaglio finale, che in un altro Paese sarebbe solo un paradosso, ma qui diventa quasi una tentazione narrativa.&nbsp;</p>



<p>Perché la&nbsp;Francia&nbsp;è la Repubblica nata dalla&nbsp;Rivoluzione francese&nbsp;che mandò al patibolo&nbsp;Luigi XVI.&nbsp;</p>



<p>Eppure oggi si ritrova ad osservare, con una certa curiosità, l’ipotesi che un’altra Borbone – sia pure per via sentimentale – possa avvicinarsi ai vertici del potere politico de “la République” assumendo il ruolo di “Première Dame de France”.</p>



<p>Non sarebbe un ritorno della Monarchia, ovviamente.</p>



<p>Non più troni, ma copertine. Non più incoronazioni, ma relazioni.<br>Ma è abbastanza per ricordare che certe storie, più che finire, cambiano semplicemente forma.<br><a></a>E che la Repubblica nata per tagliare teste reali potrebbe ritrovarsi, due secoli dopo, a fotografarle sulle copertine.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>PS: per gli amanti della Rete,&nbsp;&nbsp;vi informo che S.A.R Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie ha un proprio sito su Facebook.&nbsp;&nbsp;Un sito chiaramente costruito per illustrare la bellezza e la vita dorata della Nobildonna.&nbsp;&nbsp;Un sito che ad un repubblicano incallito come me fa prudere le mani, ma che probabilmente farà impazzire chi ama gossip, begli abiti, e location da favola.&nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>L’Algoritmo dell’Apocalisse</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 07:49:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è un momento in cui il progresso smette di essere una promessa, e comincia a somigliare ad un rischio sistemico.Nel mondo della finanza globale, quel momento ora sembra avere un nome: Claude Mythos 2 Preview.Non si tratta dell’ennesimo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è un momento in cui il progresso smette di essere una promessa, e comincia a somigliare ad un rischio sistemico.<br>Nel mondo della finanza globale, quel momento ora sembra avere un nome: Claude Mythos 2 Preview.<br>Non si tratta dell’ennesimo chatbot capace di scrivere relazioni o riassumere riunioni.<br>Secondo la stessa Anthropic, che lo ha sviluppato, «I modelli di AI hanno raggiunto un livello di capacità di programmazione tale da poter superare tutti, tranne gli esseri umani più esperti, nell&#8217;individuazione e nello sfruttamento delle vulnerabilità dei software».<br>Detta più semplicemente Claude Mythos 2 ha raggiunto un livello tale da competere con i migliori esperti umani nell’individuare e sfruttare vulnerabilità informatiche.<br>Tradotto in termini meno eleganti: un potenziale hacker di élite, capace di operare alla velocità di una macchina.<br>Non stupisce che l’allarme sia arrivato fino a Washington.<br>Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ed il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell hanno convocato d’urgenza i vertici delle principali Banche americane.<br>Attorno al tavolo, a porte chiuse, i nomi che reggono l’impalcatura finanziaria americana: Jane Fraser di Citigroup, Ted Pick di Morgan Stanley, Brian Moynihan di Bank of America, Charlie Scharf di Wells Fargo e David Solomon di Goldman Sachs.<br>Grande assente Jamie Dimon. L&#8217;amministratore delegato di JPMorgan Chase non ha potuto partecipare al vertice ma ha firmato una lettera annuale agli azionisti intrisa di cupi presagi. Dimon ha definito il rischio informatico uno dei pericoli maggiori per il sistema bancario, rimarcando come i nuovi algoritmi andranno ad esacerbare lo scenario, imponendo investimenti colossali per le infrastrutture di difesa<br>Il punto non è più se un attacco avverrà, ma con quale velocità e con quali effetti a catena.<br>Perché il salto tecnologico è evidente.<br>I nuovi modelli di Intelligenza Artificiale non si limitano a scrivere un codice: sono in grado di analizzarlo, smontarlo e sfruttarne le falle su scala industriale.<br>Se un tempo servivano mesi ad un team specializzato per penetrare sistemi complessi, oggi si parla di operazioni potenzialmente automatizzate e simultanee, con un impatto globale.<br>Al centro di questa tensione c’è proprio Mythos 2.<br>Anthropic ha dichiarato che il modello è stato in grado di individuare migliaia di vulnerabilità, comprese falle rimaste latenti per decenni nei sistemi operativi e nei browser più diffusi.<br>Un arsenale digitale che, nelle mani sbagliate, potrebbe trasformarsi in un’arma economica devastante.<br>Non a caso, la società ha preso una decisione tutt’altro che usuale: bloccarne la diffusione pubblica.<br>Detta diversamente, per scongiurare scenari catastrofici per la sicurezza nazionale e per i mercati finanziari, la società ha lanciato il Project Glasswing; un’iniziativa difensiva che punta a distribuire l&#8217;utilizzo in anteprima ad un gruppo ristretto e selezionato di Corporazioni tecnologiche e finanziarie.<br>L&#8217;obiettivo è fornire a queste entità un vantaggio temporale per blindare i propri server prima che la tecnologia cada in mani ostili.<br>Il consorzio iniziale include colossi del calibro di Amazon Aws, Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Palo Alto Networks, la Linux Foundation e la stessa JPMorgan Chase.<br>È qui che emerge il vero paradosso.<br>La stessa tecnologia che potrebbe destabilizzare il “Sistema” viene oggi utilizzata per difenderlo.<br>Con il Project Glasswing, Anthropic ha creato una sorta di club ristretto, concedendo l’accesso anticipato ad un gruppo selezionato di grandi Banche e colossi tecnologici.<br>L’obiettivo è semplice: trovare e correggere le vulnerabilità prima che qualcun altro le sfrutti.<br>Ma questa strategia apre interrogativi difficili da ignorare.<br>Il primo riguarda l’asimmetria del potere.<br>Se solo pochi attori hanno accesso agli strumenti più avanzati di difesa; il resto del sistema – Banche minori, infrastrutture pubbliche, imprese – resta inevitabilmente esposto.<br>Il secondo è ancora più delicato: la dipendenza.<br>Il sistema finanziario globale si trova, di fatto, a fare affidamento su una singola azienda privata per la propria sicurezza digitale.<br>Un’azienda che, peraltro, è in tensione aperta con parte dell’amministrazione americana e con il Pentagono, perché Antropic si è rifiutata di rimuovere i limiti all’uso militare di Claude Mythos 2.<br>Nel frattempo, la corsa è già iniziata.<br>Le Istituzioni parlano apertamente di una nuova fase di attacchi informatici, guidati dall’intelligenza artificiale.<br>Non più episodi isolati, ma operazioni coordinate, rapide e difficilmente contenibili.<br>Il risultato è un cambio di paradigma. Non si discute più di produttività o innovazione, ma di resilienza e sopravvivenza del sistema.<br>La finanza globale, costruita su decenni di stratificazioni tecnologiche, scopre improvvisamente la propria fragilità.<br>E forse il dato più inquietante non è la potenza dell’algoritmo, ma il fatto che il suo controllo sia concentrato nelle mani di pochi.<br>Perché, alla fine, la questione non è se l’Intelligenza Artificiale cambierà il sistema finanziario.<br>La questione è chi avrà il potere di proteggerlo — o di metterlo in crisi.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Mps: Lo Stato spettatore ed il viale del tramonto di Caltagirone</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 07:47:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo In Italia, si sa, il disinteresse della politica è spesso la forma più sofisticata di intervento. I l silenzio del Ministero dell’Economia durante l’ultima, turbolenta, assemblea di Monte dei Paschi di Siena non è stata una distrazione, ma<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>In Italia, si sa, il disinteresse della politica è spesso la forma più sofisticata di intervento. I</p>



<p>l silenzio del Ministero dell’Economia durante l’ultima, turbolenta, assemblea di Monte dei Paschi di Siena non è stata una distrazione, ma un atto politico pesantissimo.&nbsp;</p>



<p>Mentre Francesco Gaetano Caltagirone tentava l’affondo finale per trasformare la Banca senese nel suo personale fortino finanziario, lo Stato ha scelto di guardare altrove, lasciando che fosse il “freddo mercato” a regolare i conti.</p>



<p>Per quanto mi riguarda, mi è difficile credere ad uno Stato realmente defilato quando in ballo c’è il futuro della Banca più antica del mondo, fresca di un risanamento faticosissimo, con grande dispendio di soldi dei cittadini.</p>



<p>Eppure, quel 4,86% rimasto nel cassetto del Tesoro, non votato, è il vero segnale della fine di un’epoca.&nbsp;</p>



<p>Il messaggio lanciato del Ministro dell’Economia Giorgetti&nbsp;&nbsp;mi sembra&nbsp;&nbsp;chiaro: la missione di salvataggio è finita, il matrimonio con Mediobanca è l’approdo sicuro, ed il Governo non ha alcuna intenzione di fare da scudo a manovre che sanno di &#8220;potere romano&#8221; d’altri tempi (non giurerei che Giorgia Meloni, romanocentrica, la pensasse nello stesso modo).</p>



<p>Rimanendo fuori dall&#8217;assemblea, lo Stato ha di fatto tolto l’ossigeno alla lista di Caltagirone, lasciando che il &#8220;Re del cemento&#8221; si scontrasse frontalmente con la realtà dei grandi Fondi internazionali e dei Proxy Advisor.&nbsp;</p>



<p>Un disimpegno calcolato che ha permesso a Luigi Lovaglio di riprendersi le chiavi di casa, ma che lascia anche un interrogativo: lo Stato si sta davvero ritirando, od ha semplicemente scelto di appaltare la stabilità del sistema a Mediobanca e Delfin?</p>



<p>Per Francesco Gaetano Caltagirone, Siena doveva essere la rivincita dopo le ferite ancora aperte di Trieste e Milano.&nbsp;</p>



<p>Dopo vari tentativi falliti di assalto alle Generali, e aver visto svanire il sogno di una Mediobanca a propria immagine e somiglianza, l’imprenditore romano sembrava aver&nbsp;&nbsp;puntato tutto su MPS, per riprendere la tela del suo disegno.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È salito nel capitale fino al 13%, ha spinto per la defenestrazione di Lovaglio ed ha cercato di imporre Fabrizio Palermo, un manager dai trascorsi eccellenti ma con un’etichetta politica (quella dei 5 Stelle in epoca CDP) difficile da digerire per Francoforte e per i grandi investitori come Blackrock</p>



<p>Il risultato è un isolamento che brucia.&nbsp;</p>



<p>Persino Delfin, la cassaforte dei Del Vecchio che per anni è stata il suo braccio armato nelle battaglie azionarie, lo ha abbandonato sull&#8217;altare di Siena.&nbsp;</p>



<p>La famiglia Del Vecchio ha preferito la concretezza dei numeri di Lovaglio — l’uomo che ha curato il malato MPS — ai disegni strategici di Caltagirone, e con questa scelta probabilmente spera di dimostrare alla Procura Milanese che il “ventilato” concerto non è mai esistito.</p>



<p>È la sconfitta di una visione &#8220;nazional-romana&#8221; della finanza, punita da un mercato che non accetta più di scommettere su figure non super partes o prive di un’expertise bancaria pura.</p>



<p>Detta in altre parole&nbsp;questa scelta di Giorgetti può essere letta anche come il segnale di una diversa distribuzione dei pesi dentro il centrodestra.&nbsp;</p>



<p>Meno Roma, più Milano, meno centralità di Fratelli d’Italia, un po’ più spazio alla sensibilità leghista incarnata dal Mef.&nbsp;</p>



<p>Non in forma plateale, non con una rottura, ma con la discrezione tipica delle partite vere.&nbsp;</p>



<p>La vittoria di Lovaglio è netta nei numeri (quasi il 50% dei voti), ma rischia di essere di Pirro nella gestione quotidiana.&nbsp;</p>



<p>Ci troviamo davanti ad un Consiglio di Amministrazione spaccato: 8 membri alla lista vincente, 6 a quella sconfitta guidata dall&#8217;ombra di Caltagirone.&nbsp;</p>



<p>Come potranno convivere Lovaglio e il presidente Maione dopo quanto accaduto?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rischio è che ogni Consiglio di Amministrazione si trasformi in una trincea.&nbsp;</p>



<p>Con l&#8217;integrazione con Mediobanca alle porte, MPS avrebbe bisogno di una guida coesa; si ritrova invece con un&#8217;opposizione interna agguerrita che rappresenta pur sempre un socio al 13%.&nbsp;</p>



<p>Il mercato ha vinto la battaglia, ma la guerra per la stabilità di Siena a mio avviso è tutt&#8217;altro che finita.&nbsp;</p>



<p>Concludendo, Delfin ha dimostrato di poter decidere le partite senza legarsi stabilmente a nessuno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Banco Bpm si conferma un attore per possibili futuri consolidamenti.&nbsp;</p>



<p>Caltagirone resta centrale, sia pur&nbsp;&nbsp;ridimensionato.&nbsp;</p>



<p>Ma soprattutto, il vero scontro si sposta altrove: su Mediobanca e Generali, dove gli equilibri sono tutt’altro che definiti.</p>



<p>La partita di Siena, insomma, probabilmente non è il punto di arrivo. E’ solo l’inizio del secondo tempo del risiko bancario italiano. &nbsp;In questo quadro lo Stato osserva dalla riva del fiume, convinto — forse troppo ottimisticamente — che la Banca possa ormai camminare da sola.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Spiagge italiche. Il sacro feudo del lettino. Vent’anni di presa in giro</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 09:13:08 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Vent’anni. Un lasso di tempo in cui nascono generazioni, crollano imperi e si esplora lo spazio, ma in Italia non basta a schiodare un ombrellone dal demanio.<br>La Direttiva Bolkestein (123/2006 per i pignoli) compie vent’anni di gloriosa inattuazione.<br>Il povero Frits Bolkestein è passato a miglior vita l’anno scorso: un tempismo invidiabile, se non altro si è risparmiato lo spettacolo deprimente della sua &#8220;creatura&#8221; trattata come un fastidioso rumore di fondo nel Belpaese.<br>Mentre il mondo corre, l&#8217;Italia protegge i suoi &#8220;Bramini della Battigia&#8221;.<br>Siamo riusciti nell&#8217;impresa miracolosa di mantenere in vita il diritto feudale in pieno XXI secolo.<br>Che differenza c&#8217;è tra un feudo medievale e una concessione balneare italiana?<br>Trasmissibilità? C’è. Cessione ereditaria? Presente. Durata &#8220;finché morte non ci separi&#8221; (e oltre)? Ovvio.<br>Per caso è un &#8220;Giudizio Divino&#8221; quello che aspettiamo ?<br>Perché quello degli uomini — espresso chiaramente dal Consiglio di Stato nel 2021 e dalla Corte di Giustizia Europea nel 2023 — sembra non avere alcun valore tra una frittura di paranza ed un pedalò.<br>Qual è il segreto inconfessabile dei balneari?<br>Cosa offrono di così ipnotico per tenere in scacco l&#8217;intera classe politica?<br>Non è una questione di destra — che tradizionalmente coccola anche fiscalmente le categorie &#8220;amiche&#8221; (oltre ai balneari i tassisti ad esempio) — ma anche la sinistra ha passato anni a guardare altrove, esorcizzando la Bolkestein come se fosse un demone, e non una norma di buon senso sulla concorrenza.<br>L&#8217;ultimo capitolo della farsa?<br>Il decreto legge dell&#8217;11 marzo. Una perla di ottimismo burocratico che prevede: Proroga fino al 2027 (perché no?). Gare entro giugno 2027.<br>E, ciliegina sulla torta, il Ministero delle Infrastrutture di Salvini avrebbe dovuto presentare lo schema di bando delle gare ed i criteri di indennizzo entro l&#8217;11 aprile scorso (cinque giorni fa).<br>Li avete visti? Io no.<br>Forse sono mimetizzati sotto la sabbia.<br>Senza quegli schemi e senza i decreti sugli indennizzi, i Comuni brancolano nel buio, le sentenze si contraddicono ed i ricorsi piovono come grandine ad agosto.<br>Mentre ci terrorizzano con la &#8220;calata degli stranieri&#8221; pronta a scipparci le nostre spiagge, i numeri raccontano un&#8217;altra storia, decisamente meno epica: Canoni incassati dallo Stato nel 2024: Poco più di 80 milioni di euro. Una manciata di spiccioli. Fatturato dei concessionari (stima Nomisma): Almeno 2 miliardi di euro. Indotto: Circa 15 miliardi.<br>Insomma, un affare d&#8217;oro per pochi, una miseria per le casse pubbliche.<br>Rispetto a Spagna, Francia e Grecia, la nostra &#8220;Open to Meraviglia&#8221; sembra più un &#8220;Open to Furbizia&#8221;.<br>Ma d&#8217;altronde, perché competere con l&#8217;Europa quando puoi continuare a giocare a briscola con il futuro del Paese?<br>La disparità di trattamento con altri cittadini grida vendetta di fronte a Dio e agli uomini.<br>In questi anni abbiamo usato i pensionati come un Bancomat, riducendo l&#8217;adeguamento delle loro pensioni all&#8217;inflazione, mentre i canoni delle concessioni sono rimasti fermi, quasi immobili, a cifre ridicole.<br>Rimango sempre della mia idea che all&#8217;ingresso di ogni stabilimento, accanto ai cartelli sulla sicurezza, debba essere obbligatoria l&#8217;esposizione in chiaro del canone pagato dal titolare allo Stato<br>Se chi ristruttura una casa deve esporre oltre a svariati dati anche i costi del progetto, perché il canone annuo di una spiaggia — un bene che è di tutti noi cittadini — deve essere tutelato come il Segreto di Fatima?<br>La privacy qui non c&#8217;entra: è solo un velo steso su un privilegio indifendibile.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>MPS, Lovaglio ribalta tutto: quando i conti mettono fine al giocattolo</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 07:36:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”E avrebbe ragione il nostro saggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
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		<title>La crisi del petrolio si riflette anche in farmacia</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 07:32:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Con la guerra del Golfo l’Europa scopre di non essere vulnerabile solo sul fronte energetico, ma anche in numerosi altri settori: fertilizzanti e plastiche sono solo due esempi.C’è però un comparto che ci riguarda molto più da vicino,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>Con la guerra del Golfo l’Europa scopre di non essere vulnerabile solo sul fronte energetico, ma anche in numerosi altri settori: fertilizzanti e plastiche sono solo due esempi.<br>C’è però un comparto che ci riguarda molto più da vicino, perché coinvolge ciò che abbiamo di più caro: la nostra salute.<br>Avrete già capito che parliamo di farmaci.<br>È un problema che viene da lontano.<br>Verso la fine del secolo scorso, sull’onda della globalizzazione, gran parte degli impianti chimici destinati alla produzione dei principi attivi fu trasferita in Paesi come la Cina e l’India, dove il costo del lavoro e dello smaltimento era inferiore, e le normative ambientali decisamente meno stringenti rispetto all’Occidente.<br>Come di dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.<br>In questo modo si riuscivano a contenere i costi dei medicinali, soprattutto dei generici, e contemporaneamente a “ripulire” le statistiche ambientali europee, semplicemente spostando altrove la fase più grossolana ed inquinante del processo produttivo.<br>Fu la grande trovata della globalizzazione: in nome di un ecologismo da salotto, noi europei respiravamo aria più pulita mentre il resto del mondo – quello considerato meno sviluppato, anche se la definizione meriterebbe qualche revisione – continuava a farsi carico delle conseguenze ambientali.<br>Le cose, però, non sono andate esattamente come previsto.<br>E ci ha pensato la pandemia da Covid-19 a ricordarcelo: il sistema scricchiolava.<br>Non mancavano solo i pezzi di ricambio per le auto od i nuovi modelli di iPhone; cominciavano a scarseggiare anche i principi attivi base dei farmaci provenienti da Cina e India.<br>A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: ma in Europa, e in Italia, abbiamo aziende farmaceutiche importanti, che rappresentano una quota significativa delle nostre esportazioni!<br>È vero. Ma quasi tutti i principi attivi più comuni sono prodotti a partire da precursori petrolchimici provenienti dai Paesi del Golfo Persico.<br>Questi vengono raffinati e poi trasportati via mare, attraverso quello stretto ormai diventato un nodo strategico globale, fino agli impianti chimici asiatici.<br>Il paracetamolo, la metformina, antibiotici come amoxicillina e ciprofloxacina richiedono metanolo, acetone e diclorometano come solventi nei processi di estrazione e cristallizzazione.<br>I farmaci oncologici e biologici, invece, dipendono da una catena del freddo altamente energivora e da imballaggi in polietilene, polipropilene o PET: tutti derivati della nafta.<br>L’India, in particolare nei distretti industriali di Mumbai, Chennai e Hyderabad, produce la maggior parte dei farmaci destinati ai Paesi a medio e basso reddito, ma anche circa il 20% dei generici mondiali.<br>Per farlo, importa ogni anno 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, di cui tre quarti dalla Cina.<br>E qui il quadro si completa: i precursori fondamentali per le industrie cinesi e indiane – come metanolo e glicole etilenico – dipendono in larga misura proprio dal passaggio attraverso lo stretto di Hormuz.<br>Il cerchio, insomma, si chiude.<br>Il problema, come detto, non nasce oggi.<br>Da tempo a livello politico si parla della necessità di riportare in Italia la produzione di principi attivi ed eccipienti.<br>Il motivo è semplice: basta una crisi diplomatica o commerciale con Cina, India o Medio Oriente per mettere a rischio, nel giro di pochi mesi, anche la produzione dei farmaci salvavita.<br>È un approccio che ha senso.<br>La produzione farmaceutica non può essere considerata solo una questione industriale o commerciale: è un tema strategico, e sempre più geopolitico.<br>La morale è fin troppo evidente.<br>Ogni medicinale contiene un principio attivo: un antidolorifico, una statina, un farmaco oncologico.<br>E se guardiamo agli antibiotici, molti di quelli più utilizzati in Italia non hanno più alcuna produzione nazionale.<br>Il rimedio, come per altri settori strategici, viene indicato nel “reshoring”, cioè nella rilocalizzazione, nel rientro in Italia delle produzioni.<br>Per la verità non si tratta di un problema solo italiano.<br>Secondo rapporti recenti, in oltre un terzo dei Paesi dell’Unione Europea e dell’EFTA il numero di farmaci indisponibili supera le 600 unità.<br>E non si tratta più di carenze episodiche, ma di una condizione strutturale, che coinvolge un numero crescente di terapie essenziali.<br>La guerra del Golfo, tuttavia, mette in luce un limite evidente: anche le politiche di reshoring avviate negli ultimi anni potrebbero non essere sufficienti.<br>Se la crisi dovesse protrarsi, il problema non riguarderebbe più soltanto i costi o le difficoltà logistiche, né basterebbe riportare gli impianti in Italia, o sotto il controllo di Paesi “amici”.<br>Perché se ad indebolirsi è il primo anello della catena, cioè la materia prima stessa da cui tutto parte, allora non c’è rilocalizzazione che tenga.<br>Ci vuole la pace.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Città italiane in balìa di delinquenti nordafricani armati di coltello: come è stato possibile?</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 08:10:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Balsamo Le cronache degli ultimi giorni tra Vicenza e Padova raccontano una realtà che non può più essere liquidata come una sequenza di episodi isolati. Aggressioni con coltelli in pieno giorno, risse violente nelle piazze, gruppi che agiscono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>di Giuseppe Balsamo</p>



<p>Le cronache degli ultimi giorni tra Vicenza e Padova raccontano una realtà che non può più essere liquidata come una sequenza di episodi isolati. Aggressioni con coltelli in pieno giorno, risse violente nelle piazze, gruppi che agiscono con disinvoltura anche davanti a decine di persone: scene che fino a pochi anni fa apparivano eccezionali e che oggi, invece, sembrano ripetersi con una frequenza crescente. E il dato più preoccupante è che molti episodi, come spesso ammettono gli stessi cittadini, non arrivano nemmeno a essere denunciati. Il fenomeno non riguarda solo le città venete, ma tutte le città italiane e le denunce social anche di personaggi famosi sono frequentissime.</p>



<p>L’accoltellamento sfiorato ai Giardini Salvi a Vicenza, con un giovane ferito mentre gli veniva sottratta la bicicletta, e la rissa a bottigliate in piazza dei Signori a Padova sono solo gli ultimi casi di una lunga serie. Cambiano le città, cambiano i protagonisti, ma il copione resta simile: violenza improvvisa, armi improprie sempre più spesso presenti, contesti urbani centrali trasformati in luoghi di rischio.</p>



<p>Il punto non è negare la complessità del fenomeno né cedere a semplificazioni ideologiche, ma riconoscere che esiste un problema concreto di sicurezza urbana. E che riguarda in modo particolare alcune aree, alcuni gruppi e alcune dinamiche che si ripetono con inquietante regolarità. Fingere che si tratti solo di percezione o, al contrario, ridurre tutto a una lettura esclusivamente identitaria, sono due errori speculari che impediscono di affrontare la questione.</p>



<p>Come si è arrivati a questo punto? Le cause sono molteplici: flussi migratori gestiti in modo disomogeneo, difficoltà di integrazione reale, presenza di soggetti irregolari o marginali, controlli non sempre efficaci e un sistema sanzionatorio che spesso non produce effetti immediati. A questo si aggiunge un dato evidente: chi delinque, oggi, percepisce troppo spesso un basso rischio reale di conseguenze.</p>



<p>Serve quindi un cambio di passo, ma senza slogan. Da un lato è necessario rafforzare in modo strutturale la presenza delle forze dell’ordine nei centri urbani più sensibili, investendo in uomini, mezzi e tecnologie. Dall’altro, è indispensabile rendere più rapide ed efficaci le misure di prevenzione e di espulsione per chi non ha titolo a restare sul territorio e si rende protagonista di reati.</p>



<p>Parallelamente, va affrontato seriamente il tema dell’integrazione, che non può essere solo una parola, ma deve tradursi in percorsi concreti, controllati e verificabili. Chi rispetta le regole deve essere messo nelle condizioni di farlo davvero; chi le viola sistematicamente deve sapere che resterà fuori dal sistema.</p>



<p>Infine, serve una responsabilità politica condivisa. Il tema della sicurezza non può essere terreno di scontro ideologico permanente tra maggioranza e opposizione. Non è una questione di destra o di sinistra, ma di credibilità delle istituzioni. I cittadini chiedono risposte semplici ma concrete: poter vivere, lavorare e muoversi nelle proprie città senza paura.</p>



<p>Se non si interviene ora, il rischio è che l’eccezione diventi normalità. E che intere aree urbane vengano percepite, a torto o a ragione, come fuori controllo. È un passaggio delicato, che richiede lucidità, equilibrio e decisioni rapide. Perché la sicurezza, prima di essere un tema politico, è una condizione essenziale di libertà.</p>



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		<title>Dal bagno dell&#8217;autogrill all&#8217;algoritmo: l&#8217;evoluzione dell&#8217;invasione degli imbecilli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 07:48:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è stato un tempo in cui l’informazione aveva un difetto enorme, ma almeno era un difetto onesto: era lenta.Arrivava filtrata, mediata, qualche volta perfino noiosa. Bisognava aspettare il giornale del mattino od il telegiornale della sera.E nel frattempo,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è stato un tempo in cui l’informazione aveva un difetto enorme, ma almeno era un difetto onesto: era lenta.<br>Arrivava filtrata, mediata, qualche volta perfino noiosa. Bisognava aspettare il giornale del mattino od il telegiornale della sera.<br>E nel frattempo, incredibile ma vero, si pensava.<br>Poi è arrivata la grande promessa: la Rete.<br>Tutti informati, sempre, ovunque.<br>Democratizzazione della conoscenza, fine dei monopoli, verità finalmente liberata dai recinti delle redazioni.<br>Un sogno illuminista, versione 2.0.<br>Come spesso accade con i sogni troppo belli, ci siamo svegliati in un posto un po’ diverso.<br>La vera vittima dell’epoca dei social non è la cultura, che tutto sommato si difende ancora nei suoi angoli polverosi, né l’etica, che ha sempre avuto vita difficile.<br>No, la vittima è l’informazione.<br>Quella cosa fragile che vive di verifiche, di fonti, di responsabilità.<br>Quella cosa che richiede tempo, fatica e – dettaglio trascurabile per molti – competenza.<br>Già anni fa Umberto Eco lo aveva detto con la sua consueta eleganza brutale: &#8220;I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli&#8221;.<br>E purtroppo non si è limitato a dirlo: aveva ragione.<br>Il punto non è che oggi parlino tutti; è che parlano tutti allo stesso livello.<br>Il premio Nobel e il tizio con l’account “VeritàAssoluta88” hanno lo stesso spazio, la stessa visibilità, lo stesso identico impatto potenziale.<br>E perché spesso vince “VeritàAssoluta88”?<br>Non solo perché è più veloce, ma perché l’intero sistema economico dei social premia il conflitto.<br>Il modello di business delle piattaforme si basa sul tempo di permanenza: l’indignazione genera clic, i clic generano dati, i dati generano profitti.<br>Finché l’odio è profittevole, la verità sarà sempre in svantaggio competitivo.<br>Nel frattempo, il sistema si è evoluto in qualcosa di molto più raffinato e inquietante.<br>Non siamo più alla semplice chiacchiera da bar digitalizzata.<br>Siamo a qualcosa di molto più raffinato e, se proprio vogliamo dirla tutta, anche più inquietante.<br>Centinaia, migliaia di profili che diffondono contenuti costruiti ad arte: immagini manipolate, citazioni inventate, dichiarazioni mai pronunciate.<br>Non siamo più solo davanti a video manipolati &#8220;generici&#8221;, ma a contenuti creati su misura per il tuo specifico bias cognitivo.<br>L&#8217;IA non si limita a mentire: impara cosa ti fa arrabbiare o cosa ti rassicura, automatizzando la propaganda su scala individuale.<br>Ma c&#8217;è un&#8217;insidia ulteriore.<br>Non è solo una questione di chi parla, ma di come veniamo ascoltati.<br>Gli algoritmi di oggi non si limitano a diffondere il falso; lo cuciono addosso alle nostre paure, creando bolle speculari dove la realtà non è più un terreno comune, ma un vestito su misura.<br>In questo mercato dell&#8217;attenzione, la verità è diventata un prodotto a bassa redditività: troppo complessa per essere cliccata, troppo lenta per essere venduta.<br>A questo si aggiunge la scomparsa del contesto.<br>Oggi consumiamo &#8220;atomi&#8221; di informazione – un tweet, un reel di 15 secondi – completamente staccati da un flusso logico.<br>La Rete ha distrutto la gerarchia delle notizie: lo scroll infinito livella tutto, e così la guerra in Medio Oriente finisce per avere lo stesso peso visivo, e la stessa urgenza estetica, della nuova dieta di un influencer.<br>Roba che una volta avrebbe richiesto una redazione, oggi la fa un algoritmo in pochi secondi.<br>E il pubblico? Applaude, condivide, commenta indignato.<br>Milioni di visualizzazioni.<br>La verità, nel frattempo, si allaccia ancora le scarpe.<br>E non è nemmeno solo caos spontaneo.<br>Dietro c’è metodo, strategia, interessi di Stati, Gruppi organizzati, Centrali di propaganda, che lavorano per spostare consensi.<br>Dalla Russia alla Cina, dall’Iran agli Stati Uniti, passando per Israele: nessuno escluso.<br>La Rete non è più una piazza; è un campo di battaglia dove gli utenti sono convinti di essere liberi mentre rilanciano contenuti costruiti da qualcun altro per manipolarli.<br>I social media sono diventati l’equivalente digitale dei bagni degli autogrill.<br>Luoghi dove, protetti dall’anonimato, molti danno il peggio di sé.<br>Ma se prima i graffiti restavano relegati su un muro o su una porta di metallo, oggi quel contenuto può influenzare elezioni ed orientare decisioni politiche.<br>Il caso di Donald Trump non è un incidente: è un sintomo di un ecosistema in cui conta più il colpo di scena della verifica.<br>Il problema, però, non sono solo “gli altri”.<br>Il problema siamo noi, la nostra pigrizia, la nostra allergia alla complessità.<br>Se l&#8217;informazione è una vittima, noi lettori siamo complici involontari.<br>Serve una nuova ecologia della mente: un’alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica (sapere come usare un&#8217;App), ma profondamente etica.<br>Quando leggete una notizia, fermatevi un secondo.<br>Cercate la fonte.<br>Se arriva da una testata con una reputazione da difendere, come il The Washington Post, il Corriere della Sera o il Financial Times, la probabilità che sia una bufala è bassa.<br>Se invece arriva da “LiberoPensatoreX”, con un logo fatto male ed un tono da apocalisse, fate uno sforzo. Cercatela altrove, verificatela.<br>Non è eroismo. È igiene mentale.<br>Perché continuare ad informarsi senza verificare è come bere da una pozzanghera sperando che sia acqua di sorgente.<br>Ogni tanto può anche andare bene. Ma prima o poi ti ammali.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Quando il sovranismo incontra il sovranismo: lo scontro inevitabile tra “patrie prima di tutto”</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 15:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso delle tensioni verbali tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, emerse da un’intervista al Corriere della Sera, offre uno spunto che va oltre la cronaca politica immediata. Non si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>Il caso delle tensioni verbali tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, emerse da un’intervista al <em>Corriere della Sera</em>, offre uno spunto che va oltre la cronaca politica immediata. Non si tratta soltanto di una divergenza diplomatica o di un incidente comunicativo: è, piuttosto, l’illustrazione plastica di ciò che accade quando il sovranismo incontra un altro sovranismo.</p>



<p>La logica sovranista, nella sua versione più pura, si fonda su un principio semplice: ogni Stato deve massimizzare la propria autonomia decisionale, riducendo al minimo le interferenze esterne e subordinando le alleanze agli interessi nazionali. Tuttavia, questo impianto teorico si scontra con una contraddizione strutturale evidente: se tutti gli attori adottano contemporaneamente la stessa impostazione, nessuno è disposto a riconoscere la legittimità piena delle priorità altrui.</p>



<p>È proprio in questo spazio che si inserisce il paradosso politico evidenziato dal caso in questione. Due leadership che, in contesti diversi, hanno fatto del primato nazionale e della difesa degli interessi interni un elemento centrale del proprio consenso politico, finiscono per trovarsi su posizioni divergenti quando quegli interessi non coincidono. Il risultato non è la cooperazione armonica tra “sovranisti”, ma una competizione permanente tra sovranità che si sovrappongono e si scontrano.</p>



<p>In questo quadro, l’alleanza non scompare, ma si trasforma. Non è più un vincolo stabile fondato su valori condivisi o su un’architettura multilaterale forte, bensì una relazione condizionata, negoziale e spesso conflittuale, in cui ogni parte rivendica la propria autonomia come criterio ultimo di giudizio. Ed è proprio questa dinamica che rende fragile l’idea stessa di un fronte comune basato esclusivamente sulla retorica della “nazione prima di tutto”.</p>



<p>Il punto centrale non è stabilire chi abbia ragione tra Washington e Roma, ma osservare come la grammatica politica del sovranismo produca inevitabilmente frizioni quando si estende su scala globale. In un sistema internazionale composto da attori che ragionano tutti secondo la stessa logica di priorità nazionale assoluta, il rischio non è la cooperazione selettiva, ma un equilibrio instabile fatto di diffidenze reciproche, pressioni incrociate e continui riposizionamenti.</p>



<p>In definitiva, il caso Trump–Meloni mostra che il sovranismo funziona finché resta un principio interno. Quando diventa linguaggio comune tra più potenze, smette di unire e comincia a dividere: non costruisce un ordine alternativo, ma moltiplica i centri di conflitto.</p>



<p>In sostanza, possiamo pure essere sovranisti, sostenere un governo di destra, ma sperare che gli altri non lo facciano.</p>
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		<title>Estate 2026. Turismo tra Geopolitica e Desiderio</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 07:51:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo La Pasqua per gli italiani è molto più di una festività religiosa; è una sorta di spartiacque psicologico.Con la fine dell’inverno e l’arrivo dei primi tepori primaverili, scatta un riflesso incondizionato: la programmazione delle vacanze estive.I ponti del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>La Pasqua per gli italiani è molto più di una festività religiosa; è una sorta di spartiacque psicologico.<br>Con la fine dell’inverno e l’arrivo dei primi tepori primaverili, scatta un riflesso incondizionato: la programmazione delle vacanze estive.<br>I ponti del 1° maggio e del 2 giugno, quando il calendario è benevolo, offrono l&#8217;anticipo ideale, ma il vero obiettivo resta la pausa di luglio/agosto.<br>Perché a noi italiani puoi togliere tante cose, ma non le ferie sotto il solleone.<br>E’ in questa fase che nelle case si consuma il rito della ricerca: si sfogliano pagine e pagine di portali turistici, e si discute animatamente sulle mete dell&#8217;agognata vacanza.<br>La razionalità vorrebbe una prenotazione con largo anticipo per garantirsi risparmi inarrivabili rispetto all&#8217;ultimo minuto, ma quest&#8217;anno il processo decisionale è più complesso del previsto.<br>Mare, montagna, lago o campagna? Italia o estero? Europa o luoghi esotici?<br>La scelta deve fare i conti con elementi di disturbo che si intromettono prepotentemente a rovinare la festa.<br>Quest’anno, lo spettro che aleggia sui cataloghi è quello del conflitto in Medio Oriente e nel Golfo, con tutto quel che comporta in termini di rischi e disagi.<br>Lo scenario internazionale non è dei più tranquillizzanti e, inevitabilmente, la geopolitica ridisegna le rotte turistiche globali.<br>Ci si chiede: che fare?<br>Aspettare che figure come Trump, gli Ayatollah e Netanyahu arrivino a più miti consigli?<br>Se si resta alla finestra in attesa della pace perpetua, il rischio reale è quello di restare a casa.<br>D’altro canto, &#8220;gettare il cuore oltre l’ostacolo&#8221;, e partire contando sulla protezione di una polizza assicurativa è una soluzione che non mette al riparo da tutto.<br>Il timore non è solo economico: è il rischio concreto di trovarsi, come accaduto di recente, segregati in qualche aeroporto internazionale, o confinati in un’isola remota ad invocare l&#8217;invio di voli di Stato per tornare a casa.<br>A questo si aggiunge l’incertezza energetica: il caro-carburante non solo fa lievitare i costi, ma minaccia la regolarità dei trasporti, spingendo molti a temporeggiare per il timore di cancellazioni improvvise.<br>Questa instabilità sta creando un nuovo disegno sulla mappa del mondo.<br>Mete storiche come l&#8217;Egitto o la Grecia, pur non essendo direttamente coinvolte, pagano lo scotto della vicinanza ai conflitti.<br>Ancora più critico è il ridimensionamento delle rotte via Golfo: destinazioni da sogno come Thailandia, Maldive, Mauritius e Seychelles, collegate attraverso i grandi hub degli Emirati, vengono ora percepite come difficili o rischiose.<br>A tal proposito assistiamo ad un paradosso economico: per compensare il calo della domanda, le strutture alberghiere alle Maldive hanno abbassato drasticamente le tariffe. Risultato?<br>Volare costa molto di più, ma soggiornare nel lusso costa molto meno.<br>Eppure, nonostante i saldi, molti viaggiatori preferiscono guardare altrove.<br>Ma verso dove?<br>Ridotto l’interesse verso l’Est ed il Nord Africa, la bussola punta con decisione ad Ovest e a Sud.<br>I primi dati che filtrano dagli operatori mostrano che i Caraibi e diverse destinazioni del Sudamerica sarebbero i veri beneficiari di questa dinamica.<br>Parallelamente, cresce l’interesse per l’Africa Orientale — Kenya, Tanzania e Madagascar — mete percepite come una bolla di relativa serenità rispetto alle tensioni del quadrante mediorientale.<br>In estrema sintesi la sicurezza è diventata il primo criterio di scelta per il 55,8% dei turisti, superando la flessibilità, e spesso persino il fattore prezzo.<br>Ma quali sono, allora, i luoghi considerati davvero sicuri?<br>La risposta è facile: la vecchia Europa.<br>Italia, Francia e Spagna registrano infatti un forte aumento delle richieste, sia per le città d’arte che per il turismo balneare.<br>Penso che le nostre località nazionali, in particolare, saranno investite da una domanda massiccia: nel bene e nel mare, restiamo accoglienti e sicuri.<br>Eppure, proprio qui si annida il &#8220;tormentone&#8221; che rischia di guastare il clima: quello dei costi di lettino, ombrellone e caffè in spiaggia.<br>Ricordate l’anno scorso?<br>L’estate 2025 è stata un vero banco di prova per i nervi ed i portafogli degli italiani.<br>Soprannominata dai media l&#8217;estate del &#8220;caro-ombrellone&#8221;, perché si è scatenato un delirio di polemiche tra social e talk show.<br>Il calo delle presenze negli stabilimenti, stimato tra il 20% ed il 30%, è stato il segnale di un sistema in affanno: lidi semivuoti nei giorni infrasettimanali, e prezzi alle stelle giustificati dai gestori con l&#8217;inflazione, ma denunciati dal Codacons con rincari medi del 32% rispetto al 2019.<br>La &#8220;vacanza media&#8221; è diventata un lusso, costringendo molti a soggiorni più brevi, ed alla ricerca spasmodica dell&#8217;ultima spiaggia libera rimasta.<br>Chissà se la paura di andare all&#8217;estero quest’anno basterà a spegnere le polemiche che ci hanno accompagnato la scorsa estate?<br>Permettetemi di dubitarne: la crisi bellica attuale quasi certamente innescherà una nuova fiammata inflattiva che si scaricherà inevitabilmente sui prezzi, e quindi sulle tasche dei vacanzieri.<br>Concludendo, è il segno dei tempi: viaggiare non è più solo un desiderio di evasione, ma un esercizio di equilibrismo tra geopolitica e portafoglio.<br>Forse, nell&#8217;incertezza di un mondo che cambia rotta ogni giorno, la vera vacanza non è più andare lontano, ma andare dove ci si sente, finalmente, al sicuro.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Vannacci è già fuori moda? Dopo il crollo di Orban e il calo di Trump che succede al sovranismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni conflitto in una prova di autenticità popolare. Oggi, però, qualcosa si è rotto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo un dominio che sembrava inattaccabile, e l’appannamento di Donald Trump, il cui consenso attraversa una fase di evidente indebolimento, raccontano che il sovranismo non è più percepito come una forza inevitabile. Non è sparito, ma ha smesso di apparire invincibile.</p>



<p>Il caso ungherese è il più simbolico. Orbán non era solo un leader nazionale: era il punto di riferimento internazionale di una destra che aveva fatto dell’“illiberalismo” una proposta di governo. Il suo modello era stato studiato, imitato, celebrato ben oltre Budapest. Per questo la sua sconfitta pesa più del semplice alternarsi delle maggioranze: colpisce il mito di un sistema politico capace di durare indefinitamente grazie alla combinazione di nazionalismo, controllo del potere e costruzione del nemico. Ma proprio il modo in cui Orbán è caduto suggerisce prudenza prima di firmare il necrologio del sovranismo. Gli elettori non hanno rigettato solo una postura ideologica; hanno presentato il conto a un governo logorato, identificato con problemi concreti come inflazione, fatica economica, servizi in crisi, stanchezza del potere. È qui che il sovranismo mostra la sua fragilità: quando smette di sembrare una diga contro il caos e finisce per apparire esso stesso parte del problema.</p>



<p>Lo stesso meccanismo si osserva negli Stati Uniti. Trump resta una figura enorme, capace ancora di polarizzare il dibattito e mobilitare uno zoccolo duro vastissimo. Ma il trumpismo non gode più dell’aura dirompente che lo aveva reso, per molti, sinonimo stesso del futuro. Una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto per rabbia, protesta o fede nell’uomo forte oggi misura il suo giudizio su parametri più materiali: il costo della vita, l’efficacia del governo, la tenuta del quadro internazionale. Quando la promessa di “riprendere il controllo” si scontra con il carovita, con le tensioni geopolitiche o con l’impressione di un conflitto permanente incapace di produrre benessere, il magnetismo del leader si indebolisce. Non scompare, ma si fa più vulnerabile.</p>



<p>È questo il punto politico centrale: il sovranismo non perde perché gli elettori improvvisamente si innamorano del cosmopolitismo, ma perché la sua promessa di protezione viene sottoposta alla prova dei risultati. Finché resta all’opposizione, può presentarsi come rivolta morale contro un sistema corrotto o distante. Quando governa a lungo, però, deve dimostrare di saper trasformare l’identità in amministrazione, la rabbia in efficacia, la propaganda in soluzioni. E qui il meccanismo si inceppa. Perché è relativamente semplice evocare un popolo da difendere; molto più difficile è governarne la complessità senza scaricare ogni fallimento su nemici esterni, complotti o tradimenti interni.</p>



<p>In Europa questo passaggio è particolarmente evidente. La parabola di Orbán segna una discontinuità, ma non cancella il lessico politico che egli ha contribuito a imporre. Anzi, molte delle parole d’ordine del sovranismo sono ormai penetrate nel discorso pubblico ben oltre i partiti che le hanno brandite per primi. Sicurezza, confini, identità, critica delle burocrazie sovranazionali, sospetto verso le mediazioni liberali: sono temi che continuano a orientare il dibattito anche quando il fronte sovranista arretra. Questo significa che il fenomeno non va misurato solo in termini di vittorie o sconfitte elettorali. Una cultura politica può perdere centralità al governo e conservare, tuttavia, una forte capacità di condizionamento simbolico. È per questo che parlare di tramonto definitivo sarebbe prematuro.</p>



<p>Anche in Italia il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. Il sovranismo italiano ha già conosciuto una metamorfosi: da forza apertamente anti-sistema a componente istituzionalizzata del potere. Giorgia Meloni ha incarnato questa trasformazione meglio di chiunque altro, traducendo buona parte del linguaggio identitario in una postura di governo più prudente, più riconoscibile, più compatibile con le regole del gioco europeo. È una normalizzazione che non equivale a una sconfitta del sovranismo, ma piuttosto alla sua adattabilità. Eppure proprio questa versione più disciplinata mostra i suoi limiti quando la realtà economica si fa più dura. Perché anche la destra che si presenta come affidabile deve, alla fine, misurarsi con i conti, con i salari, con i prezzi, con il giudizio quotidiano degli elettori.</p>



<p>Dentro questo scenario si colloca anche Roberto Vannacci. Chiedersi se sia già “fuori moda” significa forse porre male la questione. Vannacci non rappresenta tanto il futuro del sovranismo quanto una sua accentuazione caricaturale e personale. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella provocazione, nella semplificazione brutale, nella capacità di trasformare l’identità in una sfida continua al politicamente corretto. Ma proprio questi tratti, che ne hanno alimentato l’ascesa mediatica, rischiano di segnarne anche il limite. Più che fuori moda, Vannacci appare come il prodotto di un repertorio ormai codificato: non l’invenzione di una stagione nuova, ma la ripetizione in forma più aspra di formule già viste.</p>



<p>Il suo spazio politico esiste, e sarebbe un errore sottovalutarlo. Intercetta una quota di elettorato insofferente non solo verso la sinistra, ma anche verso una destra percepita come troppo normalizzata, troppo istituzionale, troppo addomesticata. In questo senso Vannacci può disturbare, sottrarre consensi, spostare l’asse del discorso pubblico. Ma un conto è agitare il malessere, un altro è trasformarlo in proposta egemonica. Finora la sua figura appare più efficace come detonatore che come costruttore. Più capace di rappresentare una rabbia che di organizzarla in progetto politico duraturo.</p>



<p>Il nodo vero, allora, è che il sovranismo non sta scomparendo: sta entrando nell’età della verifica. Per un lungo ciclo storico ha potuto vivere di rendita simbolica, presentandosi come l’unica risposta netta a una società spaesata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalle disuguaglianze, dalla crisi della rappresentanza. Oggi quella rendita non basta più. Gli elettori continuano ad avvertire paura, insicurezza, bisogno di appartenenza. Ma chiedono anche risultati. E quando non arrivano, la forza della narrazione si consuma.</p>



<p>Più che la fine di una cultura politica, siamo dunque davanti alla fine del suo automatismo. Non basta più gridare contro Bruxelles, contro le élite, contro gli stranieri, contro il sistema, per apparire credibili. Non basta più incarnare la trasgressione per sembrare il nuovo. Orbán sconfitto, Trump in affanno, Vannacci ancora sospeso tra exploit mediatico e limite politico raccontano tutti la stessa cosa: il sovranismo non è morto, ma non è più il destino naturale della politica contemporanea. È diventato, finalmente, una proposta da giudicare per quello che produce. E per chi ha costruito il proprio successo sulla promessa di difendere il popolo da tutto, è forse questa la prova più difficile.</p>
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		<title>Victor Orban. Colpito e affondato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 07:17:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Le elezioni ungheresi di ieri hanno consegnato una lezione di democrazia che l&#8217;Occidente non vedeva da decenni. Con un&#8217;affluenza dell&#8217;80% — un dato che le democrazie occidentali, logorate dall&#8217;astensionismo, possono solo sognare — il popolo ungherese ha dimostrato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Le elezioni ungheresi di ieri hanno consegnato una lezione di democrazia che l&#8217;Occidente non vedeva da decenni.</p>



<p>Con un&#8217;affluenza dell&#8217;80% — un dato che le democrazie occidentali, logorate dall&#8217;astensionismo, possono solo sognare — il popolo ungherese ha dimostrato che la partecipazione è viva quando la politica torna ad essere una sfida reale, non un teatro di ombre.</p>



<p>E ieri sera, sulle rive del Danubio, quella sfida si è trasformata in qualcosa di più profondo: una liberazione.&nbsp;</p>



<p>Mentre Péter Magyar parlava, la folla scandiva un coro che non si sentiva da decenni:&nbsp;<em>“Ruszkik haza! Ruszkik haza!”</em>&nbsp;— russi a casa — lo slogan della rivolta del 1956.&nbsp;</p>



<p>Non è folklore.&nbsp;</p>



<p>È memoria storica, che torna a galla quando un popolo sente di dover cambiare direzione.</p>



<p>Dopo 16 anni, l&#8217;era sovranista e filorussa di Viktor Orbán si chiude nel modo più traumatico possibile: con una disfatta che va ben oltre le più cupe previsioni dei sondaggi.<br>Il sistema elettorale magiaro, quel mix di proporzionale e uninominale che Orbán aveva plasmato per garantirsi il potere eterno, gli si è ritorto contro con precisione chirurgica.</p>



<p>Péter Magyar e il suo partito Tisza centrano l&#8217;obiettivo storico della «supermaggioranza» dei due terzi, portando in Parlamento ben 138 deputati, 5 di più di quelli necessari per cambiare la Costituzione.<br>Di contro, la pattuglia di Orbán esce letteralmente dimezzata, riducendosi ad appena 54 rappresentanti.</p>



<p>Un margine che non lascia spazio ad interpretazioni: il Paese ha chiesto una tabula rasa.<br>E lo ha fatto ovunque.&nbsp;</p>



<p>Non solo nelle grandi città, ma anche nelle aree rurali, nei collegi tradizionalmente ostili, perfino in alcune roccaforti di Budapest dove fino a ieri sembrava impossibile scalfire il sistema.&nbsp;</p>



<p>È qui che si misura la portata del terremoto: quando cade anche ciò che sembrava intoccabile.</p>



<p>Unica nota di colore diverso in un&#8217;assemblea dominata daa Tisza è l&#8217;ingresso dell&#8217;ultradestra di Mi Hazánk, che conquista 7 seggi, segnale di una frangia che non si riconosce nel nuovo corso moderato.</p>



<p>Ma attenzione ai facili entusiasmi che ho sentito ad esempio nelle parole di Elly Schlein ieri sera in tv.<br>Dal parlamento di Budapest scompare la sinistra.&nbsp;</p>



<p>Coalizione democratica (DK), l&#8217;unico partito in lizza di questo schieramento, ha racimolato appena l&#8217;1,2% dei voti, lontana dalla soglia necessaria per fare ingresso nell&#8217;assemblea.<br>Tutti gli altri esponenti di area progressista hanno fatto confluire i loro voti su Tisza.</p>



<p>Quella di ieri è stata una vittoria &#8220;fratricida&#8221; tutta interna alla destra, che ridefinisce gli equilibri globali.</p>



<p>Bruxelles festeggia, ma deve farlo con realismo.<br>Magyar non è un assegno in bianco per Kiev.</p>



<p>Lo ha detto lui stesso con una frase che riassume perfettamente il nuovo corso: «Gli ungheresi hanno fatto di nuovo la storia. Saremo fedeli alleati dell’Europa e della Nato».</p>



<p>Parole nette, ma non ingenue.<br>Sebbene abbia abbattuto il sistema illiberale di Orbàn, sulla questione Ucraina ha mantenuto una postura pragmatica, spesso simile a quella del suo predecessore: critico verso le uscite di Zelensky contro Budapest e fermo nel difendere i diritti delle minoranze ungheresi in Ucraina.</p>



<p>La sua vittoria non è la vittoria dell&#8217;asse di Kiev, ma la vittoria di un&#8217;Ungheria che vuole stare nell&#8217;UE a testa alta, con dignità nazionale, non come un satellite di Mosca.</p>



<p>Il terremoto di Budapest non colpisce solo Orbán, ma costituisce sicuramente un colpo per l&#8217;asse sovranista internazionale.</p>



<p>La caduta del leader magiaro lascia orfani molti &#8220;uomini forti&#8221; e alleati di convenienza:</p>



<p>L&#8217;Asse Americano (Trump &amp; Vance): Orbán era il punto di riferimento ideologico per la destra Maga. La sua caduta priva Donald Trump e J.D. Vance del loro laboratorio politico preferito in Europa, dimostrando che il modello &#8220;illiberale&#8221; non è eterno;</p>



<p>I Sovranisti Europei: per i vari Fico in Slovacchia o Babiš in Repubblica Ceca, viene meno il &#8220;grande protettore&#8221; che garantiva copertura ai veti incrociati a Bruxelles;</p>



<p>Vladimir Putin, che perde una delle sue spalle più affidabili nella strategia di logoramento dell’Unione europea;</p>



<p>Il Governo Italiano: per Giorgia Meloni, Orbán rappresentava un alleato tattico fondamentale nelle trattative UE, mentre per Matteo Salvini era un modello ideologico.<br>Entrambi oggi si ritrovano più isolati, costretti a fare i conti con una destra ungherese che non ha paura di definirsi pro-europea, pur rimanendo conservatrice.</p>



<p>Ripeto che il dato politico per me più interessante resta la totale assenza della sinistra in questa tornata elettorale.<br>In Ungheria il paradigma conservatori-progressisti è saltato: la partita si è giocata sulla credibilità, non sull&#8217;ideologia.</p>



<p>Péter Magyar è riuscito dove altri hanno fallito.<br>Ha puntato moltissimo sulla sua immagine; dopo essere stato un membro del partito di Orbán, Fidesz, ha deciso di staccarsene per buttarsi nella “sua” avventura.</p>



<p>Il miracolo è che – a differenza di altre volte – le persone hanno iniziato a crederci.</p>



<p>Perché?</p>



<p>Sicuramente perché Magyar viene dallo stesso ambiente di Orbán, ed il suo partito, Tisza, si colloca comunque a destra: sostenerlo non è stato vissuto come un tradimento da chi ha sempre votato per Fidesz.</p>



<p>Il suo messaggio di lotta alla corruzione ha convinto sempre più persone; non solo tra gli elettori più esasperati di Orbán, ma anche tra chi – tutto sommato – pensa che sia ora di cambiare, senza rischiare troppo.</p>



<p>Questo ha generato un effetto a valanga che ha convinto gli elettori che era possibile cambiare il conducente senza distruggere la macchina.</p>



<p>L&#8217;Ungheria di Magyar ci dice che la democrazia si salva dall&#8217;interno.</p>



<p>Ma soprattutto, le elezioni di ieri non sono state un semplice cambio di governo.<br>Sono state un cambio di regime.</p>



<p>Il 12 aprile 2026 non è nata una nazione progressista, ma è nata un&#8217;Ungheria che ha scelto di sostituire l&#8217;isolamento con la partecipazione, la corruzione con la legalità, ed il veto con il dialogo.</p>



<p>L&#8217;Europa torna a respirare, ma dovrà imparare a dialogare con una destra nuova: moderna, patriottica, pragmatica e, soprattutto, legittimata da un plebiscito popolare che non ammette repliche.</p>



<p>Concludendo, c’è un monito che secondo me dovrebbe arrivare dritto a Palazzo Chigi.</p>



<p>La parabola di Orbán dovrebbe suonare come un campanello d&#8217;allarme per Giorgia Meloni e per le sue ambizioni di riforma elettorale.</p>



<p>La lezione di Budapest è brutale nella sua semplicità: puoi disegnare la legge elettorale più vantaggiosa del mondo, puoi sommare premi di maggioranza, correttivi uninominali e artifici tecnici per blindare la tua poltrona, ma se il popolo si è stancato del tuo governo, le elezioni le perdi comunque.</p>



<p>Anzi, come dimostrato dai 138 seggi di Magyar, quelle stesse regole scritte per proteggere il &#8220;Sovrano&#8221; diventano l&#8217;arma che ne accelera la caduta, trasformando una sconfitta in un’espulsione definitiva.</p>



<p>Il potere non si protegge con l&#8217;ingegneria dei seggi, ma con il consenso reale: un concetto che Orbán ha ignorato e che l&#8217;80% degli ungheresi ieri gli ha ricordato brutalmente nelle urne.</p>



<p></p>
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		<title>Il voto in Ungheria cambia l’Europa: Trump, Putin, tutti in campo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 09:42:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Istruzioni per l’uso: capire le elezioni ungheresi senza perdere la bussola Se vi state chiedendo perché, per una volta, non sentite la solita grancassa entusiasta della sinistra europea, e di quella italica in particolare, la risposta è semplice: l’avversario di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Istruzioni per l’uso: capire le elezioni ungheresi senza perdere la bussola</p>



<p>Se vi state chiedendo perché, per una volta, non sentite la solita grancassa entusiasta della sinistra europea, e di quella italica in particolare, la risposta è semplice: l’avversario di Orbán non è “dei loro”.<br>Già questo manda in tilt parecchi riflessi condizionati.<br>Il protagonista della partita è Péter Magyar, e la prima cosa da sapere è che non arriva da qualche circolo rivoluzionario, ma direttamente dal sistema costruito da Viktor Orbán.<br>Uno che conosce la casa, le stanze, e probabilmente anche dove stanno nascosti i cassetti più delicati.<br>Ha circa 45 anni, avvocato, cresciuto vicino al partito di governo (Fidesz), quindi non è un outsider “puro”.<br>Nel 2024 rompe clamorosamente con Orbán denunciando corruzione e degenerazione del sistema; fonda il suo partito, Tisza, che in pochissimo tempo diventa il punto di riferimento dell’opposizione (tanto che molti piccoli Partiti non si sono presentati per non creargli problemi).<br>Credo vi sia chiaro adesso che Magyar è un conservatore.<br>Non vuole cambiare l’Ungheria in un laboratorio progressista, non sogna bandiere arcobaleno su ogni edificio pubblico, e non ha nessuna intenzione di fare il paladino di battaglie ideologiche da salotto.<br>Ed è proprio questo il punto: parla allo stesso elettorato di Orbán, invece di parlare solo alla sinistra.<br>La differenza, però, sta nel come.<br>Dopo anni dentro il sistema, Magyar ha rotto denunciando corruzione e concentrazione di potere.<br>In pratica, non contesta tanto la linea politica in sé, quanto il modo in cui è stata gestita: meno Stato-partito, più regole normali.<br>Che, detta così, sembra banale. Ma in politica spesso le cose più banali sono anche le più sovversive.<br>Sul fronte europeo il contrasto è ancora più chiaro.<br>Orbán ha costruito la sua forza su un rapporto conflittuale con Bruxelles: dentro l’Unione, ma sempre con il piede sul freno e la mano pronta allo strappo.<br>Magyar, invece, non vuole fare guerre quotidiane con Bruxelles; meglio vuole riportare l’Ungheria dentro il gioco europeo<br>Non per amore romantico dell’UE, ma per una ragione più terra terra: stare nel gioco conviene, in un momento in cui l&#8217;Ungheria ha miliardi di euro congelati da Bruxelles per questioni di Stato di diritto, il messaggio di Magyar (&#8220;torniamo in gioco per non restare poveri e isolati&#8221;) è molto più potente di qualsiasi manifesto federalista.<br>Traduzione per uso domestico:<br>Magyar non è un liberale “alla francese” o un progressista da salotto europeo.<br>È più corretto definirlo un conservatore pragmatico filo-europeo.<br>Orbán è il sovranista combattivo che negozia a colpi di scontro e di “veti”.<br>Ecco perché questa elezione è diversa dalle precedenti.<br>Non è la solita sfida tra destra e sinistra, con copioni già scritti e tifo organizzato.<br>È una partita interna al campo conservatore, tra chi ha costruito un sistema di potere molto solido e chi, venendone dall’interno, prova a smontarlo pezzo per pezzo.<br>In questi casi, il risultato è meno prevedibile del solito.<br>Ed è proprio questo che rende la faccenda interessante: per una volta, Orbán non gioca da solo.<br>Che poi sia anche costretto a fare una vera campagna elettorale, dopo anni di dominio incontrastato, è un piccolo dettaglio.<br>Ma, si sa, sono spesso i dettagli a cambiare la storia.<br>Stasera vedremo come la pensano gli ungheresi!</p>
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		<title>Trump recita, Putin e Xi agiscono. L’Europa…. osserva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 07:57:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Di una cosa, forse,&#160;Donald Trump&#160;potrebbe andare fiero: non c’è giorno che non si parli di lui.&#160; Non c’è giorno che non si sia costretti ad interpretare le sue dichiarazioni, sempre più simili, per ambiguità e torsioni semantiche,&#160;&#160;ai vaticini<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Di una cosa, forse,&nbsp;Donald Trump&nbsp;potrebbe andare fiero: non c’è giorno che non si parli di lui.&nbsp;</p>



<p>Non c’è giorno che non si sia costretti ad interpretare le sue dichiarazioni, sempre più simili, per ambiguità e torsioni semantiche,&nbsp;&nbsp;ai vaticini della Sibilla Cumana.</p>



<p>Peccato,&nbsp;che qui non siamo in un poema epico, ma dentro gli equilibri del mondo reale.</p>



<p>Dopo quindici mesi della sua Presidenza, il bilancio è piuttosto chiaro: la sua incontinenza comunicativa, e la totale mancanza di scrupoli, hanno inflitto agli Stati Uniti una perdita di autorevolezza che definire pesante è quasi un eufemismo.&nbsp;</p>



<p>È un danno strutturale, profondo, destinato a durare ben oltre la sua stagione politica.</p>



<p>Il mondo non torna mai indietro. Non lo ha mai fatto.&nbsp;</p>



<p>Non inizierà certo adesso, e men che meno dopo Trump.</p>



<p>Se non lo vedessimo ogni giorno, questo moderno&nbsp;Re Lear&nbsp;che si aggira tra conferenze stampa e social, potremmo pensare ad uno scherzo, ad una puntata mal riuscita di un varietà televisivo.</p>



<p>Purtroppo, è tutto terribilmente reale.</p>



<p>Benjamin Netanyahu&nbsp;lo ha convinto che attaccare l’Iran sarebbe stata una passeggiata, ignorando intelligence e diplomazia americana.&nbsp;</p>



<p>Oggi, semplicemente, Bibi se ne infischia della tregua annunciata da Washington e prosegue indisturbato nella sua campagna militare “libanese”.</p>



<p>Vladimir Putin&nbsp;fa anche di meglio: lo manovra da oltre un anno, continuando a condurre la guerra in Ucraina secondo i propri tempi ed interessi.</p>



<p>A Teheran, gli Ayatollah giocano una partita tutta loro: diffondono versioni dei patti di tregua diverse da quelle americane, e tengono lo&nbsp;Stretto di Hormuz&nbsp;come una leva, più che come una via commerciale.&nbsp;</p>



<p>Aprire o chiudere non è più una questione tecnica, ma un messaggio politico.</p>



<p>Nel frattempo, la&nbsp;Cina&nbsp;osserva.&nbsp;</p>



<p>Parla di pace, invoca stabilità, si propone come mediatore.&nbsp;</p>



<p>E intanto costruisce, con pazienza millimetrica, la propria centralità.</p>



<p>Xi Jinping&nbsp;non alza la voce, non minaccia, non si agita.&nbsp;</p>



<p>E proprio per questo viene percepito da sempre più Stati come l’unico adulto nella stanza. Una potenza che non ha bisogno di mostrare i muscoli per far capire che li ha.</p>



<p>Che sia una forma più elegante di imperialismo è evidente, ma per quanto pervasivo è un imperialismo che non si vede, e quindi, per definizione, funziona meglio.</p>



<p>E mentre il mondo si riorganizza, chi manca all’appello?</p>



<p>I Brics non sono ancora una vera struttura organizzata alternativa.</p>



<p>Rimangono allora due entità: l’Onu e l’Europa.</p>



<p>Due fantasmi.</p>



<p>Per quanto riguarda l’Organizzazione delle Nazioni Unite, da tempo la mia diagnosi è semplice: accanimento terapeutico.&nbsp;</p>



<p>Il Segretario Generale&nbsp;Antonio Guterres&nbsp;continua a parlare, ma nessuno lo ascolta più, neppure i più piccoli fra gli Stati.</p>



<p>Le sue parole scivolano sul mondo come pioggia su un impermeabile.</p>



<p>L’Onu è ormai solo una struttura sopravvissuta alla storia che l’aveva resa necessaria.</p>



<p>Amen.</p>



<p>Più doloroso, almeno per chi come me crede nell’Europa, è lo stato dell’Unione Europea.</p>



<p>Il rappresentante nel Golfo Persico è&nbsp;Luigi Di Maio, figura della quale si sono progressivamente perse le tracce.&nbsp;</p>



<p>Già questo basterebbe a palesare il tono ed il livello del nostro peso politico.</p>



<p>La presidente baronessa&nbsp;Ursula von der Leyen, solitamente onnipresente, ha scelto un prudente silenzio.&nbsp;</p>



<p>Il dossier è finito nelle mani di&nbsp;Kaja Kallas, che per come si è mossa finora non sembra destinata ad essere ricordata come una novella Metternich.</p>



<p>Ed infatti, nelle trattative vere, quelle che contano, compaiono solo Pakistan e Cina.</p>



<p>Di Bruxelles neanche l’ombra.</p>



<p>Ma a voler essere onesti non può essere che così.</p>



<p>Avevamo avuto un barlume di “protagonismo”&nbsp;dopo il fallito attacco alla base britannica di Cipro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Italia, Francia, Germania e Regno Unito &#8211; il gruppo H 4 &#8211; per un breve momento avevano pensato ad una linea difensiva nel Mediterraneo orientale, con il posizionamento di un gruppo navale multinazionale.</p>



<p>Poi è cominciata la solita “ammuina” che risponde alla logica dell’ “ognuno per sé e Dio per tutti”.</p>



<p>Ritiro di contingenti dal Golfo e dalla Turchia, chiusura dei cieli spagnoli agli americani, per arrivare a non prendere neppure in considerazione qualsiasi forma di intervento sullo stretto di Hormuz, che pure per l’Europa rappresenta una via fondamentale per i commerci.</p>



<p>Non poteva andare diversamente.</p>



<p>Quando si è trattato di fare qualcosa di concreto, l’Europa ha fatto quello che le riesce meglio: dividersi.&nbsp;</p>



<p>Alla fine, la formula magica che ha messo tutti d’accordo, è sempre la stessa: “Non è la nostra guerra”.</p>



<p>Forse è vero.&nbsp;&nbsp;Ma è anche una comoda illusione.</p>



<p>Perché il punto, quello che manca sempre nei nostri ragionamenti, è questo: non esistono più guerre “degli altri”.</p>



<p>Esistono solo guerre i cui effetti arrivano prima o dopo anche da noi.</p>



<p>E allora il finale è piuttosto semplice, quasi banale nella sua crudezza.</p>



<p>Mentre gli Stati Uniti perdono credibilità, la Russia consolida posizioni, la Cina accumula influenza, ed il Medio Oriente brucia, l’Europa si illude di poter restare spettatrice.</p>



<p>Non lo sarà.</p>



<p>Pagherà il prezzo economico, con energia più cara e commerci più fragili.<br>Pagherà il prezzo politico, con una marginalità crescente.<br>Pagherà, soprattutto, il prezzo strategico di non aver scelto di essere qualcosa di più di un grande mercato.</p>



<p>Gli altri giocano la partita.</p>



<p>Noi, come sempre, paghiamo il biglietto.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il grande circo della nutrizione social: tutti sanno tutto e quel che ieri ti uccideva oggi ti salva&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 14:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[educazione alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[food trends]]></category>
		<category><![CDATA[influencer]]></category>
		<category><![CDATA[instagram]]></category>
		<category><![CDATA[nutrizione]]></category>
		<category><![CDATA[pseudo-esperti]]></category>
		<category><![CDATA[salute pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[tiktok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano Dove ogni giorno si scopre che quello che mangiavi ieri ti uccideva, e quello che mangi oggi ti salverà. Forse… Benvenuti nel mercato più affollato e più pericoloso del web: quello dei consigli alimentari su TikTok e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>Dove ogni giorno si scopre che quello che mangiavi ieri ti uccideva, e quello che mangi oggi ti salverà. Forse…</p>



<p>Benvenuti nel mercato più affollato e più pericoloso del web: quello dei consigli alimentari su TikTok e Instagram. Tra un balletto e una ricetta “detox”, si combatte ogni giorno una guerra santa fatta di carboidrati demonizzati, grassi riabilitati, zuccheri assolti e poi di nuovo condannati — il tutto affidato a persone il cui titolo di studio più verificabile è spesso la luce del ring light.</p>



<p>Il quadro, a guardarlo con attenzione, sarebbe di una comicità quasi perfetta. Se non fosse che di mezzo ci va la salute di milioni di persone.</p>



<p>Partiamo dai numeri, che fanno sempre meno rumore dei reel ma hanno il vantaggio di essere reali.</p>



<p>Un’analisi di oltre 67.000 video con contenuti di dieta e nutrizione su TikTok, condotta da ricercatori universitari con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e confrontata con le linee guida di salute pubblica ufficiali, ha prodotto un risultato difficile da digerire: solo il 2,1% dei contenuti analizzati era accurato. Il restante 97,9% era impreciso, parzialmente sbagliato, o classificato come incerto per mancanza di evidenze scientifiche.</p>



<p>Novantasette virgola nove percento. Quasi la totalità. Detto altrimenti: se aprite TikTok cercando un consiglio alimentare, avete statisticamente circa la stessa probabilità di trovarne uno corretto che di vincere al gratta e vinci. Ma almeno il gratta e vinci non pretende di avere un dottorato.</p>



<p>Nel frattempo, l’87% dei giovani utenti della piattaforma dichiara di usarla come fonte di informazione su salute e nutrizione — preferendola a medici, familiari, o qualsiasi professionista in carne e ossa. E il 57% di questi ammette di aver adottato nella vita reale almeno una delle tendenze alimentari viste online.</p>



<p>Ma chi sono questi “esperti”?</p>



<p>La legge è chiara, anche se evidentemente nessuno la legge. Solo il medico specializzato in scienza dell’alimentazione, il biologo nutrizionista iscritto al relativo Ordine professionale e il dietista con laurea abilitante sono autorizzati a prescrivere diete personalizzate. Chiunque altro — coach del benessere, consulente alimentare, guru del metabolismo — lo fa abusivamente. Elaborare diete senza titolo è un reato penale: fino a due anni di reclusione e multe fino a 50.000 euro.</p>



<p>Questo, com’è ovvio, non ha scoraggiato nessuno.</p>



<p>Un’operazione della Guardia di Finanza ha portato alla luce 41 falsi nutrizionisti, 5 studi sequestrati e decine di titoli accademici fasulli, rilasciati da pseudo-università online che sfornano lauree — dalla filosofia all’alimentazione — con un unico tutor per tutti i corsi, a 2.000 euro a diploma. Pergamene da appendere al muro. E poi da inquadrare nei video.</p>



<p>«Un profilo curato, tanti follower, un fisico scolpito: bastano questi elementi per costruire credibilità», ha spiegato uno degli inquirenti. «Ma dietro quei post, spesso, non c’è alcuna competenza scientifica». Una verità scomoda che l’algoritmo, naturalmente, non è attrezzato a rilevare.</p>



<p>Il caso più elegante, però, non riguarda i ciarlatani senza titolo. Riguarda i professionisti regolarmente abilitati. Perché il problema, a quanto emerge, non è sempre l’ignoranza. A volte è la busta paga.</p>



<p>Un’inchiesta giornalistica internazionale ha documentato come l’industria alimentare e delle bevande paghi decine di dietologi e nutrizionisti con grandi seguiti su TikTok e Instagram per promuovere messaggi favorevoli ai propri prodotti — spesso in contrasto con decenni di ricerca scientifica consolidata. Il meccanismo è semplice: un gruppo di lobbying del settore bevande ha ingaggiato una dozzina tra dietologi, medici e fitness influencer per contrastare le valutazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su un diffusissimo dolcificante artificiale, liquidando le avvertenze dell’OMS come “clickbait” basato su “scienza di bassa qualità”. Il tutto accompagnato da un hashtag di campagna e da un #ad sepolto nella didascalia.</p>



<p>Lo stesso schema è stato usato dall’industria dello zucchero, che ha finanziato video in cui si incoraggiavano i genitori a far mangiare ai propri figli tanti dolci quanto volessero — presentati, ovviamente, come consigli professionali imparziali.</p>



<p>L’autorità americana per la tutela dei consumatori ha poi dovuto intervenire, inviando lettere di diffida a oltre una dozzina di influencer con milioni di follower complessivi, rilevando che le sponsorizzazioni non venivano dichiarate in modo sufficientemente visibile. Molti post sono stati cancellati nel giro di giorni.</p>



<p>Il motivo per cui tutto questo funziona è preciso: chi segue questi profili sviluppa un rapporto di fiducia quasi personale con il creator, perché lo vede ogni giorno, lo conosce nei tic e nelle espressioni, lo sente amico. Più di quanto non si senta amico dell’OMS. Ed è esattamente su questo che l’industria alimentare ha imparato a investire.</p>



<p>Al di là della corruzione esplicita, c’è poi il problema strutturale: i guru della nutrizione social si contraddicono gli uni con gli altri con una sistematicità che, in qualsiasi altro campo, sarebbe considerata scandalo.</p>



<p>I carboidrati fanno male? Dipende da chi segui. I grassi saturi uccidono o salvano? Entrambe le cose, a seconda del giorno. Il digiuno intermittente è la rivoluzione del metabolismo o è pericoloso? Sì. Gli oli di semi sono veleno industriale o fonte preziosa di grassi polinsaturi? Le prove scientifiche dicono la seconda — ma sui social vince la prima, perché “ti stanno avvelenando con l’olio di girasole” è più virale di qualsiasi metanalisi.</p>



<p>E poi c’è la dieta carnivora, la dieta chetogenica, il “raw food”, il “clean eating”, ognuna con il proprio esercito di evangelisti convinti e profeti del collasso totale di chi non la segue. Ogni tendenza nasce, esplode, muore e viene sostituita dalla successiva nel giro di settimane — con gli stessi creator che la settimana prima predicavano l’opposto, senza mai un’autocritica, senza mai un aggiornamento, senza mai una fonte che sia una.</p>



<p>Sarebbe tutto molto divertente se non producesse effetti concreti. La disinformazione alimentare ritarda diagnosi, alimenta disturbi del comportamento alimentare, sostituisce terapie con protocolli inventati. Chi si trova in una condizione di fragilità — un disturbo alimentare, una malattia metabolica, un rapporto difficile con il cibo — e si imbatte nel mental coach o nel life coach che promette di risolvere tutto senza medici né psicologi, è esposto a rischi seri. Non ipotetici. Documentati.</p>



<p>Il sistema, del resto, si autoalimenta con una logica feroce: più un video è visto, più sembra credibile. Più sembra credibile, più viene visto. L’algoritmo non distingue tra verità e finzione. Distingue tra ciò che fa cliccare e ciò che non lo fa. E un video che ti dice “i carboidrati ti stanno lentamente uccidendo” è infinitamente più cliccabile di uno che ti spiega le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità.</p>



<p>Le persone, ha documentato la ricerca universitaria citata in apertura, usano il numero di follower e la viralità di un video come indicatori di affidabilità. Non sono buoni indicatori. Non lo sono mai stati. Ma nell’ecosistema dei social, è l’unica bussola disponibile — e l’industria lo sa benissimo.</p>



<p>Chi vuole informazioni nutrizionali attendibili può rivolgersi al proprio medico, a un biologo nutrizionista iscritto all’Ordine, o alle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Nessuno di questi ha un profilo TikTok con una canzone pop in sottofondo. Ma almeno non vi stanno vendendo niente.</p>



<p></p>
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		<title>Benvenuti a &#8220;Gardaland Hormuz&#8221;: dove il Diritto Internazionale va a morire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 08:55:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ho come il vago sospetto che gli Ayatollah a Teheran abbiano finalmente trovato la loro &#8220;bomba atomica&#8221;.&#160; No, non parlo di quel marchingegno micidiale che fa agitare Israele e gli Stati Uniti, fatto di uranio arricchito, centrifughe che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ho come il vago sospetto che gli Ayatollah a Teheran abbiano finalmente trovato la loro &#8220;bomba atomica&#8221;.&nbsp;</p>



<p>No, non parlo di quel marchingegno micidiale che fa agitare Israele e gli Stati Uniti, fatto di uranio arricchito, centrifughe che fischiano e sanzioni che mordono.&nbsp;</p>



<p>Quella è roba da fisici annoiati ed ingegneri nervosi.</p>



<p>Parlo di una splendida, ecologica e bio-sostenibile bomba atomica &#8220;naturale<strong>&#8220;</strong>, fatta di sana terra e rinfrescante acqua salata: quella simpatica strettoia che i geografi chiamano Stretto di Hormuz.&nbsp;</p>



<p>Grazie alla gentile pressione bellica di Washington e Tel Aviv, Teheran ha avuto l&#8217;illuminazione: perché faticare a costruire testate quando la natura ti ha regalato il rubinetto del mondo?&nbsp;</p>



<p>Controllando l&#8217;unica porta di servizio del Golfo Persico, l’Iran ha scoperto di poter tenere per le caviglie (volevo scrivere per le palle) non solo l&#8217;economia regionale, ma l’intero assetto globale.</p>



<p>Mentre il resto del mondo scopre con orrore che la propria solidità economica dipende da quanti motoscafi dei Pasdaran ronzano in quel braccio di mare tra l’Oman e gli Emirati, i persiani se la ridono.&nbsp;</p>



<p>E ne hanno ben donde. Bisognerebbe ricordare a certi biondissimi inquilini della Casa Bianca che, mentre i nativi americani inseguivano bisonti a piedi nudi cercando di capire come funzionasse una freccia, gli antenati di Teheran progettavano già le metropoli delle&nbsp;<em>Mille e una Notte</em>&nbsp;con tanto di architettura d&#8217;avanguardia.</p>



<p>Oggi, con una lucidità tattica e strategica che farebbero invidia ad un campione di scacchi sotto steroidi, hanno chiarito il concetto: &#8220;Il mare è nostro e le regole le scriviamo noi col pennarello indelebile&#8221;.</p>



<p>Secondo la raffinata dottrina giuridica dei Guardiani della Rivoluzione, il regime legale dello Stretto deve evolversi.&nbsp;</p>



<p>In che modo?&nbsp;</p>



<p>Semplice: trasformandosi in un casello autostradale di lusso.&nbsp;</p>



<p>Il progetto è già nero su bianco, già approvato dal Parlamento iraniano con la benedizione di Hamid Hosseini (portavoce degli esportatori petroliferi).</p>



<p>La proposta è di una modernità disarmante: ogni petroliera che vuole passare deve sganciare un pedaggio in criptovaluta pari a un dollaro per barile.&nbsp;</p>



<p>Niente contanti, niente bonifici tracciabili, solo puro bit-oro digitale.&nbsp;</p>



<p>È la prima volta nella storia che un’arteria vitale del pianeta viene gestita con la filosofia di un parcheggiatore abusivo di alto livello.</p>



<p>Ma il vero colpo di genio, la ciliegina sulla torta di questo delirio collettivo, arriva da Donald Trump.&nbsp;</p>



<p>Di fronte a questa pretesa iraniana, il Tycoon non ha risposto con le cannoniere, ma con l&#8217;istinto del venditore di tappeti.&nbsp;</p>



<p>La sua obiezione? &#8220;Va bene il pedaggio, a patto che sia una Joint Venture con gli USA&#8221;.</p>



<p>Siamo alla logica più pura della &#8220;realpolitik da marciapiede&#8221;: non importa se l&#8217;atto è illegale, immorale o contrario ad ogni logica diplomatica; l&#8217;importante è che ci sia una fetta della torta per noi. È una visione del mondo che definire &#8220;meretricia&#8221; è quasi un complimento: tutto ha un prezzo, basta che il bonifico arrivi sul conto giusto.</p>



<p>Una fredda applicazione della logica “se non puoi batterli fatturaci assieme”.</p>



<p>A questo punto, sorge spontanea una domanda: e il Diritto Internazionale?&nbsp;</p>



<p>Quelle noiose paginette, quei tomi che anch’io ho studiato, scritti per evitare che il mondo torni alla legge della clava?&nbsp;</p>



<p>Quella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, che “garantiva&nbsp;che gli stretti strategici rimangano aperti alla libera navigazione ed al sorvolo, limitando la sovranità degli Stati costieri a favore della comunità internazionale”</p>



<p>Roba da romantici del secolo scorso<strong>.</strong></p>



<p>Roba per chi crede ancora alle fate e ai bilanci in pareggio.</p>



<p>L&#8217;Iran ci sta impartendo una lezione di macroeconomia brutale:&nbsp;&nbsp;lo stretto è nel mio giardino? Il pedaggio lo decido io.</p>



<p>Non sei d&#8217;accordo? Cazzi tuoi, io sparo<strong>.</strong></p>



<p>È una logica d&#8217;acciaio, resa ancora più inossidabile dal fatto che né gli USA né l&#8217;Iran hanno mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982.&nbsp;</p>



<p>Sono come due vicini di casa che non hanno firmato il regolamento condominiale e ora si sentono autorizzati a bruciare i rifiuti sul pianerottolo e a mettere il lucchetto all&#8217;ascensore.</p>



<p>Siamo passati dal diritto internazionale al diritto &#8220;tariffario&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Il mondo pacifista si era illuso che il mare fosse di tutti, un bene comune dell&#8217;umanità.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;ironia della storia, invece, ci riporta dritti al Medioevo, con i signorotti locali che calano la catena nel porto e chiedono il dazio.</p>



<p>L&#8217;unica differenza è che oggi non usano le alabarde, ma i portafogli digitali e i droni kamikaze.&nbsp;</p>



<p>Benvenuti nel nuovo ordine mondiale: un grande, immenso, salatissimo pedaggio.</p>



<p></p>
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		<title>Elezioni ungheresi. Il referendum su Orbán che riguarda tutti noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 07:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica prossima i cittadini ungheresi saranno chiamati alle urne per le elezioni politiche.&#160; In un contesto normale, l&#8217;avvenimento dovrebbe avere un peso specifico modesto: parliamo di un Paese che, pur erede di una storia millenaria e gloriosa, conta meno di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Domenica prossima i cittadini ungheresi saranno chiamati alle urne per le elezioni politiche.&nbsp;</p>



<p>In un contesto normale, l&#8217;avvenimento dovrebbe avere un peso specifico modesto: parliamo di un Paese che, pur erede di una storia millenaria e gloriosa, conta meno di dieci milioni di abitanti — poco più del 2% dell’intera popolazione dell’Unione Europea.&nbsp;</p>



<p>Eppure, gli occhi del mondo sono puntati su Budapest.&nbsp;</p>



<p>Perché questa non è una tornata elettorale come le altre.&nbsp;</p>



<p>Per molti ungheresi, e per la totalità delle Cancellerie occidentali, questo voto è un referendum senza appello sul &#8220;modello Orbán&#8221;.</p>



<p>Sotto la guida di Viktor Orbán e del suo partito Fidesz, l’Ungheria ha progressivamente imboccato una strada che ha fatto discutere, e non poco, in Europa.&nbsp;</p>



<p>Anno dopo anno il controllo sui media si è rafforzato, quello sulle aziende pubbliche pure, tra accuse sempre più insistenti di clientelismo.&nbsp;</p>



<p>L’indipendenza della Magistratura è stata messa sotto pressione, ed il Paese è scivolato nelle classifiche internazionali sulla trasparenza e sulla qualità democratica.</p>



<p>Ma la questione, per noi europei, è ancora più seria.&nbsp;</p>



<p>In questi sedici anni di governo, Orbán ha trasformato l’Ungheria in qualcosa di molto simile ad un punto di pressione interno all’Unione.&nbsp;</p>



<p>Non un semplice Stato membro con opinioni divergenti, ma uno strumento consapevole utilizzato dalle grandi potenze per indebolire una costruzione europea già di per sé fragile.</p>



<p>In altre parole, leader come Putin, Trump e Xi Jinping hanno individuato nell’uomo forte ungherese il perfetto &#8220;cavallo di Troia&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Orbán, oggi 62enne, si è ritagliato il ruolo di leader UE più vicino al Cremlino, trasformandosi in un ostacolo costante e metodico agli sforzi di Bruxelles per costruire un fronte unito contro le mire espansionistiche russe.&nbsp;</p>



<p>Dalle battaglie ideologiche sui diritti LGBTQ+ alla gestione dei flussi migratori, ogni mossa di Budapest sembra mirata a minare la coesione interna dell&#8217;Unione.</p>



<p>&#8220;L&#8217;Unione Europea si sgretolerà da sola&#8221;, ha profetizzato Orbán all&#8217;inizio dell&#8217;anno, confermando la sua scommessa sulla fine dell&#8217;ordine multilaterale liberale.</p>



<p>La strategia di Orbán si muove su binari ben precisi che scavalcano i confini continentali:</p>



<p>L&#8217;asse con Mosca<strong>:</strong>&nbsp;negli ultimi mesi, sfruttando cinicamente il diritto di veto, è riuscito a bloccare prestiti vitali per Kiev, mentre sul piano interno accusa il suo principale competitor, Péter Magyar, (in testa nei sondaggi) di essere un pericoloso &#8220;bellicista&#8221; pronto a trascinare l&#8217;Ungheria in guerra.</p>



<p>La sponda del Sol Levante: la stessa logica anti-europea viene applicata nei rapporti con Pechino. L&#8217;Ungheria si è offerta come testa di ponte per gli investimenti cinesi in Europa, garantendo incentivi e facilitazioni che creano una concorrenza sleale all&#8217;interno del mercato unico.</p>



<p>Il &#8220;Vento dell&#8217;Ovest&#8221; (versione MAGA): forse l&#8217;alleato più determinante in questo momento è la destra americana.&nbsp;</p>



<p>Il legame con Donald Trump è talmente stretto che il suo vice, J.D. Vance, si è recato in questi giorni personalmente in missione in Ungheria per ribadire un appoggio che non è solo politico, ma ideologico.</p>



<p>Orbán non è però un battitore solitario.&nbsp;</p>



<p>È il punto di riferimento di una rete di forze populiste e sovraniste all’interno dell’Unione.&nbsp;</p>



<p>Senza il suo peso politico, figure come Andrej Babiš in Repubblica Ceca o Robert Fico in Slovacchia sarebbero decisamente più isolate nei consessi europei.</p>



<p>Resta però una domanda inevitabile: come è stato possibile che tutto questo accadesse senza una reazione efficace da parte degli altri partner europei?</p>



<p>La risposta, come spesso accade, è poco nobile.&nbsp;</p>



<p>Interessi economici, in primo luogo. La Germania, per anni, ha mantenuto un atteggiamento quantomeno prudente nei confronti di Budapest, anche per via degli ingenti investimenti delle proprie industrie, in particolare nel settore automobilistico.&nbsp;</p>



<p>A questo si è aggiunto il sostegno politico che Fidesz ha garantito a lungo agli equilibri del Partito Popolare Europeo.</p>



<p>Non sono mancate nemmeno altre sponde politiche: diversi partiti sovranisti, inclusi quelli italiani, da Fratelli d’Italia alla Lega,&nbsp;&nbsp;hanno guardato ad Orbán come ad un modello o, quanto meno, come ad un alleato.</p>



<p>Ma il vero problema strutturale resta un altro: la regola dell’unanimità.&nbsp;</p>



<p>Un meccanismo che consente ad un singolo Stato di bloccare decisioni cruciali e che, nei fatti, sta paralizzando da anni l’Unione.&nbsp;</p>



<p>Finché questo nodo non verrà sciolto, nel senso di superato, ogni tentativo di costruire una politica estera e di sicurezza comune resterà esposto a ricatti e veti incrociati.</p>



<p>Non sorprende, quindi, che Stati Uniti, Russia e Cina guardino con grande attenzione a queste elezioni.&nbsp;</p>



<p>Ripeto, non per il peso specifico dell’Ungheria, ma per il ruolo “dirompente” che essa può giocare all’interno dell’Unione Europea.</p>



<p>Domenica in gioco non c’è soltanto il governo di un Paese, ma l’equilibrio di un intero continente.</p>



<p>Perché&nbsp;se il modello Orbán dovesse uscire confermato o peggio rafforzato dalle urne, il rischio per l&#8217;Europa non sarebbe solo un nuovo blocco burocratico a Bruxelles.&nbsp;</p>



<p>Il vero pericolo sarebbe la validazione di una &#8220;democrazia illiberale&#8221; capace di agire come satellite per interessi stranieri nel cuore del continente.</p>



<p>Ecco perché&nbsp;ignorarlo sarebbe un errore.&nbsp;</p>



<p>Perché da Budapest, questa volta, potrebbe passare un pezzo non marginale del futuro della democrazia europea.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>La cultura del privilegio; “perché io so’ io…”</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 07:52:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano C’è un momento, nelle democrazie mature, in cui l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa, tristemente, un fastidio. È esattamente lì che nasce quella che potremmo chiamare, con un certo understatement, la cultura del privilegio: una<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>C’è un momento, nelle democrazie mature, in cui l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa, tristemente, un fastidio. È esattamente lì che nasce quella che potremmo chiamare, con un certo understatement, la cultura del privilegio: una pedagogia diffusa e capillare del “prima io”, debitamente tariffata.</p>



<p>Non è più nemmeno questione di raccomandazioni, di conoscenze, di entrature: sarebbe quasi romantico. Oggi il privilegio è industrializzato, standardizzato, acquistabile online con carta di credito. Basta selezionare l’opzione giusta e, con un sovrapprezzo variabile, si accede a un universo parallelo dove le code sono un ricordo antropologico, buono per gli altri.</p>



<p>Il parco divertimenti è il laboratorio perfetto di questa nuova educazione civica. Paghi il biglietto, entri, e scopri che non basta. Perché accanto alla fila ordinaria — quella dove si suda, si aspetta e si medita sui propri errori di vita — esiste la corsia preferenziale: un braccialetto, un QR code, un upgrade. Chi lo possiede ti sfila accanto con la serenità di chi ha capito tutto, o almeno ha pagato per farlo credere. Tu resti lì, a osservare il flusso dei privilegiati che ti sorpassano con la stessa naturalezza con cui si supera un ostacolo statico. E in effetti lo sei: un ostacolo umano.</p>



<p>Alle terme, la faccenda si fa ancora più raffinata. Hai già pagato per entrare in un luogo che promette relax, lentezza, sospensione del tempo. Ma la lentezza, evidentemente, è un lusso che va ulteriormente selezionato. Così, per qualche decina di euro in più, puoi accedere prima alle vasche, evitare l’attesa per i trattamenti, scivolare oltre la fila con l’aria di chi ha capito il senso profondo del benessere: non aspettare mai, soprattutto gli altri.</p>



<p>Negli aeroporti, poi, la gerarchia si fa architettura. Ci sono file, corridoi, varchi, percorsi differenziati: economy, priority, fast track, business, first. Un piccolo sistema di caste con moquette. Chi paga di più attraversa controlli più rapidi, si siede su poltrone più larghe, beve qualcosa di gratuito (cioè già pagato, ma con eleganza). Gli altri avanzano lentamente, in un pellegrinaggio laico verso il metal detector, osservando con un misto di invidia e rassegnazione quelli che scorrono via come se il tempo fosse una loro proprietà privata.</p>



<p>Persino i musei, un tempo templi laici della condivisione culturale, hanno imparato la lezione. Biglietto standard e biglietto “salta fila”: due modalità di accesso allo stesso patrimonio, ma con tempi diversi, e dunque con una diversa percezione del proprio valore. L’arte, si sa, eleva lo spirito, ma può anche abbreviare l’attesa, se opportunamente integrata da un sovrapprezzo.</p>



<p>I concerti e gli eventi dal vivo completano il quadro. Non più solo platea e galleria, ma pacchetti VIP, ingressi anticipati, “meet and greet”, corsie dedicate. Si entra prima, si consuma prima, si esce prima. Si vive prima, insomma, a patto di pagare un supplemento sull’esperienza stessa. Il tempo, bene teoricamente democratico, viene frazionato e rivenduto a segmenti.</p>



<p>Perfino nei servizi più quotidiani la logica si infiltra con una certa disinvoltura. Abbonamenti “premium” che garantiscono assistenza prioritaria, consegne accelerate per chi paga un extra, code digitali che scorrono più veloci per gli utenti “plus”. Non si salta più solo la fila fisica: si salta la fila dell’esistenza ordinaria, quella in cui le cose accadono quando possono, non quando le si compra.</p>



<p>Il messaggio, martellante e sorprendentemente poco contestato, è di una chiarezza quasi didattica: l’uguaglianza è il livello base, il privilegio è un upgrade. Non sei più uguale agli altri per diritto; puoi diventare meno uguale pagando. E non importa nemmeno che il servizio aggiuntivo sia realmente necessario o utile: ciò che si acquista è la sensazione di precedenza, il piccolo brivido del sorpasso legittimato.</p>



<p>In questo panorama, il vecchio adagio del marchese del Grillo — quello per cui “io so io e voi non siete un cazzo” — smette di essere una caricatura e diventa un modello di business. Non serve più nemmeno pronunciarlo: è implicito nel gesto di mostrare il braccialetto, il badge, il codice che apre il varco. La differenza è che oggi non lo dice un aristocratico capriccioso, ma un sistema che lo offre in abbonamento.</p>



<p>E così, mentre continuiamo a dichiararci formalmente uguali, impariamo quotidianamente che l’uguaglianza è negoziabile, scalabile, soprattutto acquistabile. Basta mettere mano al portafoglio, e la fila — quella lunga, lenta, ostinata fila degli altri — diventa improvvisamente un problema che non ci riguarda più. Fino al prossimo tornello, naturalmente, dove qualcun altro, pagando un po’ di più, ci ricorderà con cortesia che c’è sempre una corsia ancora più veloce.</p>
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		<title>La leva che torna ed il Paese che finge di non vederla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 07:37:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Fino a qualche anno fa, parlare di leva militare in Europa era esercizio da nostalgici o da strateghi un po’ fuori tempo massimo. Oggi non è più così. Le guerre sono tornate a bussare alle porte del continente,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Fino a qualche anno fa, parlare di leva militare in Europa era esercizio da nostalgici o da strateghi un po’ fuori tempo massimo.</p>



<p>Oggi non è più così.</p>



<p>Le guerre sono tornate a bussare alle porte del continente, e con loro una domanda che la politica aveva accuratamente archiviato: siamo davvero pronti, se le cose dovessero mettersi male?</p>



<p>La carenza di “personale” è nota da anni ed ha riaperto, ovunque, il dibattito sulla leva.<br>Basta dare un’occhiata ai forum online per vedere le reazioni: sarcasmo, panico, toni apocalittici.</p>



<p>Eppure numerosi Paesi hanno già imboccato strade precise.</p>



<p>La Francia sta ricostruendo un corpo solido di riservisti.&nbsp;&nbsp;&nbsp;In Estonia la leva non è mai stata abbandonata.&nbsp;&nbsp;Lettonia e Lituania l’hanno reintrodotta. In Finlandia è rimasta obbligatoria.<br>Norvegia e Svezia selezionano ogni anno giovani, sia uomini che donne.&nbsp;</p>



<p>La Danimarca ha esteso la leva anche alle donne.&nbsp;</p>



<p>Grecia ed Austria continuano con modelli misti.</p>



<p>Insomma, l’Europa si sta lentamente spostando verso sistemi ibridi: meno eserciti professionali puri, più cittadini in uniforme, almeno per un periodo.</p>



<p>D’altro canto lo scontro in atto da quattro anni in Ucraina ha chiaramente mostrato che con i soli professionisti un fronte ampio non si regge.</p>



<p>Berlino non ha reintrodotto formalmente la leva, ma sta costruendo qualcosa che le somiglia molto. Tutti i diciottenni vengono contattati, profilati, valutati. Gli uomini tra i 17 e i 45 anni sono soggetti a un sistema di registrazione che consente allo Stato di sapere chi è disponibile in caso di necessità.</p>



<p>Non è ancora coscrizione. È, diciamo così, la sua anticamera arredata con gusto tedesco: ordine, efficienza e nessuna illusione.</p>



<p>In sostanza, la Germania non ha ripristinato oggi la leva obbligatoria, ma sta ricostruendo l’infrastruttura giuridica e organizzativa necessaria per farlo più rapidamente in caso di necessità&nbsp;<strong>strategica</strong><strong>.</strong><strong></strong></p>



<p>Al di là di tutto, sic stantibus rebus, mi sembra non sia ancora arrivato il tempo della chiamata alle armi.&nbsp;</p>



<p>Ma è chiaramente il tempo dei preparativi.</p>



<p>Ed i segnali più interessanti arrivano, neanche a dirlo, ancora una volta dalla Germania.</p>



<p>Oltre alla citata profilatura dei giovani, gli uomini tra i 17 e i 45 anni&nbsp;&nbsp;che intendano andare all’estero per periodi&nbsp;&nbsp;superiori ai tre mesi devono ottenere un’autorizzazione dall’Amministrazione militare, al&nbsp;<strong>Karrierecenter</strong>&nbsp;della&nbsp;Bundeswehr (immaginate le reazioni se una tale autorizzazione venisse imposta anche a noi italiani).&nbsp;</p>



<p>Non è un divieto all’espatrio, sia chiaro, ma un meccanismo di tracciamento: lo Stato vuole sapere chi è disponibile in caso di mobilitazione.</p>



<p>Non è ancora leva. Ma, diciamo la verità, le assomiglia parecchio.</p>



<p>Il principio è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: prima si sa chi c’è, poi si decide cosa farne.<br>Un approccio pragmatico, che evita proclami ideologici e si concentra su ciò che serve davvero: avere opzioni.</p>



<p>E, se un giorno servirà, si potrà passare all’obbligo senza dover partire da zero.</p>



<p>Nel frattempo, la Bundeswehr cresce.&nbsp;</p>



<p>Non solo nei numeri, ma nella struttura e nella capacità di mobilitazione.<br>Non è improvvisazione. È pianificazione.</p>



<p>Il Regno Unito, dal canto suo, non ha ancora messo mano a strumenti concreti, ma il dibattito è tornato con una forza che non si vedeva da decenni.<br>Il riferimento implicito è sempre lo stesso: la Seconda guerra mondiale, quando Londra passò in pochi mesi da una coscrizione limitata ad un sistema esteso.</p>



<p>Quando serve, le democrazie sanno essere sorprendentemente rapide.</p>



<p>C’è però un elemento nuovo, e forse più inquietante rispetto al passato: la disponibilità dei cittadini.<br>Un recente sondaggio mostra che molti giovani britannici non sarebbero disposti a combattere nemmeno in caso di minaccia diretta all’Inghilterra.</p>



<p>E qui si apre una frattura vera, che nessuna legge può colmare facilmente: quella tra Stato e società.<br>Puoi organizzare tutto, pianificare tutto, ma se poi mancano le persone disposte ad indossare una divisa ed a combattere, il sistema resta sulla carta.</p>



<p>E l’Italia?</p>



<p>L’Italia, come spesso accade, osserva.<br>Con attenzione, certo. Con partecipazione emotiva, anche. Ma senza muoversi davvero.</p>



<p>La leva è sospesa dal 2005 e, al momento, non esiste nulla di paragonabile a quanto sta facendo la Germania: nessuna registrazione preventiva, nessun censimento delle disponibilità, nessuna preparazione amministrativa.</p>



<p>In compenso, abbiamo già tutto il necessario per un bel dibattito qualora lo Stato dovesse rispondere ad una minaccia: le mamme italiche pronte a difendere i figli fino all’ultimo ricorso al TAR della zia avvocato, i pacifisti tricolore che rispolverano slogan d’epoca, e naturalmente la Costituzione più bella del mondo, citata a giorni alterni a seconda della convenienza.</p>



<p>È un copione rassicurante, quasi terapeutico.<br>Il problema è che la realtà, di solito, non lo legge.</p>



<p>Perché la verità è meno consolante: anche l’Italia, se costretta, potrebbe reintrodurre la leva in tempi relativamente rapidi.&nbsp;</p>



<p>Gli strumenti normativi esistono già.</p>



<p>La differenza è che altrove si preparano prima.<br>Noi preferiamo pensarci…. dopo.</p>



<p>Finché la realtà ce lo permetterà.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>PS: Considerato il numero ormai fuori scala di insegnanti di sostegno nella scuola italiana, viene quasi naturale pensare ad un’estensione del modello.&nbsp;</p>



<p>Perché fermarsi alle aule?&nbsp;</p>



<p>Introduciamo il “sergente di sostegno” anche nelle forze armate.&nbsp;</p>



<p>Una figura dedicata ad accompagnare il giovane coscritto nel trauma di dover spegnere il cellulare, ricevere ordini ed, in casi estremi, eseguire qualcosa senza aprire un dibattito assembleare.&nbsp;</p>



<p>Del resto, se il problema nazionale è evitare qualsiasi forma di frustrazione, anche la guerra – ove mai dovesse arrivare – dovrà essere inclusiva, dialogata, e possibilmente rinviata per consenso.</p>



<p></p>
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		<title>Tra emergenza e retorica: l’Europa alle prese con energia e caldo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 08:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Com’era inevitabile, a fronte delle distruzioni in atto in Iran e nei Paesi del Golfo, anche a Bruxelles qualcuno ha interrotto per un attimo il rito del caffè per porsi una domanda fastidiosa: e se fra qualche settimana<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Com’era inevitabile, a fronte delle distruzioni in atto in Iran e nei Paesi del Golfo, anche a Bruxelles qualcuno ha interrotto per un attimo il rito del caffè per porsi una domanda fastidiosa: e se fra qualche settimana non ci arrivassero più quelle materie prime — e non solo gas e petrolio — che permettono al nostro sistema produttivo e sociale di non collassare,&nbsp;noi&nbsp; che cazzo facciamo?</p>



<p>Tenetele orecchie ben aperte; se ne comincia timidamente a parlare nei Tg, nelle trasmissioni radio, sui social.&nbsp;</p>



<p>Se n’è accorto persino il Ministro Pichetto Fratin, che di solito osserva il mondo con la stessa velocità di una stalattite, ma che stavolta pare aver percepito un brivido (e non di freddo).</p>



<p>Nulla di nuovo in realtà; è una scena che si ripete puntuale ogni volta che il mondo si complica e le bombe iniziano a cadere vicino ai pozzi giusti: l’Europa scopre improvvisamente la&nbsp;virtù della sobrietà.&nbsp;</p>



<p>Succede anche adesso, con la crisi del Golfo che minaccia i rifornimenti energetici e fa tremare i mercati come foglie al vento.</p>



<p>E subito parte il coro dei puri, la sinfonia dei moralisti a gettone: consumare meno, spegnere di più, essere responsabili.&nbsp;</p>



<p>Responsabili.&nbsp;</p>



<p>È una parola meravigliosa, perché non significa assolutamente nulla finché non tocca a te rinunciare al comfort della tua bolla.&nbsp;</p>



<p>Naturalmente si evita accuratamente il termine austerità.&nbsp;</p>



<p>Quella parola è stata archiviata, sepolta dal 1973 sotto una&nbsp;<em>damnatio memoriae</em>&nbsp;dopo aver fatto abbastanza danni da essere associata solo a file per il pane e facce grigie.</p>



<p>Oggi il marketing del sacrificio ci propina l’“uso intelligente dell’energia”.&nbsp;</p>



<p>Che è un modo molto sofisticato, quasi poetico, per dire:&nbsp;arrangiatevi.</p>



<p>È il &#8220;si salvi chi può&#8221; travestito da etica ambientale.</p>



<p>E qui arriva il nodo, quello che nessun comunicato stampa redatto in uffici di “Palazzi&nbsp;&nbsp;romani” a 19 gradi costanti ha il coraggio di affrontare: l’Europa non è più capace di rinunciare a nulla.&nbsp;</p>



<p>Non alle comodità, non alle abitudini, non al piccolo lusso quotidiano che abbiamo ribattezzato “necessità” per sentirci meno in colpa.&nbsp;</p>



<p>Il condizionatore, in questo senso, è il simbolo perfetto di questa nuova religione del benessere.&nbsp;</p>



<p>Una volta era un privilegio da ricchi epicurei.&nbsp;</p>



<p>Oggi è un’estensione della dignità umana, un organo vitale esterno.&nbsp;</p>



<p>Non avere l’aria a 22 gradi non è più un disagio domestico: è percepito come un’ingiustizia sociale, un sopruso, quasi una violazione della Convenzione di Ginevra.</p>



<p>E allora eccola, la grande operazione pedagogica: “tenete i termostati più alti”, “evitate gli sprechi”, “un grado in più per il bene comune”.&nbsp;</p>



<p>Funzionerà esattamente come tutte le grandi campagne morali dell’Occidente:&nbsp;applausi convinti durante il talk show, adesione di principio sui social e disobbedienza feroce di fatto.&nbsp;</p>



<p>Perché il cittadino europeo medio è una creatura straordinaria, un miracolo di equilibrismo mentale: è capace di indignarsi per il destino del pianeta mentre prenota l&#8217;ennesimo volo low cost per un weekend lungo, di difendere l’ambiente a parole mentre lascia il climatizzatore acceso a palla anche quando esce di casa per andare a comprare l’insalata bio, di chiedere sacrifici immani…&nbsp;sempre agli altri.&nbsp;</p>



<p>Agli altri che non hanno il suo stile di vita, ai vicini, ai posteri.&nbsp;</p>



<p>Mai a se stesso.</p>



<p>E guai a dirlo troppo chiaramente, perché l’ipocrisia ha bisogno di una certa delicatezza per sopravvivere; ha bisogno di quel velo di retorica che nasconde il nostro egoismo di fondo.&nbsp;</p>



<p>Ma la verità è che queste misure non sono difficili da applicare “sulla carta”: sono&nbsp;impossibili da far rispettare.&nbsp;</p>



<p>Non perché manchino le leggi, ma perché manca la materia prima: la volontà.</p>



<p>Immaginiamo pure i controlli, in un delirio di fanatismo burocratico.&nbsp;</p>



<p>Il &#8220;Vigile Energetico&#8221; che suona al citofono con l’aria solenne:&nbsp;<em>“Scusi, qui dentro ci sono 23 gradi, può abbassare o dobbiamo procedere al sequestro del telecomando?”</em>.&nbsp;</p>



<p>È una scena talmente ridicola da sembrare una barzelletta di cattivo gusto.&nbsp;</p>



<p>E infatti finirà lì: in quella terra di mezzo tra le buone intenzioni dei comunicati e le risate nei bar.</p>



<p>E poi c’è una domanda, di una banalità quasi offensiva, che nessuno nei palazzi del potere sembra voler fare: il Governo può forse emanare un decreto per impedire all’estate di trasformarsi, come negli ultimi anni, in una sorta di Sahara a domicilio?&nbsp;</p>



<p>Può stabilire per legge che i 38/40 gradi si fermino educatamente alla frontiera o che si riducano a 32 per regio decreto?</p>



<p>No, non può.&nbsp;</p>



<p>E questo piccolo dettaglio, inspiegabilmente ignorato dai pianificatori di Bruxelles, cambia tutto.&nbsp;</p>



<p>Perché se il caldo non è negoziabile, allora forse non lo è nemmeno la difesa da quel caldo.&nbsp;</p>



<p>E il condizionatore smette di essere il capriccio di una società viziata per tornare a essere ciò che, nei fatti, è diventato:&nbsp;un presidio minimo di sopravvivenza.</p>



<p>Soprattutto in un continente che invecchia a vista d&#8217;occhio.&nbsp;</p>



<p>Perché mentre ci raccontiamo la favola della “sobrietà intelligente”, l’Europa reale è fatta sempre più di persone anziane, fragili, spesso sole.&nbsp;</p>



<p>Per loro, qualche grado in più non è un nobile esercizio di virtù civica, ma un rischio concreto di finire in ospedale.&nbsp;</p>



<p>Non è un disagio: è un pericolo di morte.</p>



<p>E allora il paradosso diventa quasi crudele, rasentando il sadismo burocratico.&nbsp;</p>



<p>Da una parte si invita a spegnere in nome dell&#8217;etica, dall’altra si sa perfettamente che, per molti, spegnere significa esporsi.&nbsp;</p>



<p>Non al fastidio, ma al danno — e uso volutamente un eufemismo per non dire che stiamo chiedendo ai più deboli di cuocersi a fuoco lento per salvare il bilancio energetico di uno Stato che non ha saputo pianificare nulla.</p>



<p>Ma queste sono sfumature scomode, e le sfumature non funzionano bene negli slogan da campagna elettorale.&nbsp;</p>



<p>Meglio continuare con il racconto edificante: un grado in più, un gesto per il pianeta, una medaglia invisibile da appuntarsi sul petto (mentre la camicia si inzuppa di sudore).&nbsp;</p>



<p>Peccato che il caldo, a differenza della retorica politica, non sia affatto simbolico: colpisce duro, e se ne frega delle tue buone intenzioni.</p>



<p>Nel frattempo, la politica farà quello che sa fare meglio: spostare il problema un po’ più in là, diluirlo in commissioni inutili, trasformarlo in una blanda raccomandazione per non perdere voti.&nbsp;</p>



<p>Perché imporre davvero dei limiti significherebbe scoprire una verità che ci terrorizza: che la nostra libertà, oggi, coincide quasi millimetricamente con la nostra comodità.</p>



<p>E rinunciare alla comodità, per una società che ha elevato il benessere a unico dogma indiscutibile, è un atto rivoluzionario.&nbsp;</p>



<p>Troppo rivoluzionario per noi, che ci spaventiamo se il Wi-Fi rallenta per dieci minuti.</p>



<p>Così continueremo a raccontarcela.&nbsp;</p>



<p>Che siamo pronti ai sacrifici, che abbiamo imparato la lezione dalle crisi passate, che questa volta sarà diverso, che siamo tutti sulla stessa barca (anche se alcuni sono in cabina armatoriale col clima a 16 gradi e altri remano in stiva sotto il sole).</p>



<p>Poi arriverà il primo vero caldo, quello cattivo, quello che ti incolla la camicia addosso e ti toglie anche la voglia di mentire.&nbsp;</p>



<p>Ed in quel momento, senza dichiarazioni solenni, senza comunicati stampa, senza hashtag eroici, milioni di europei compiranno lo stesso gesto, silenzioso, colpevole e definitivo.</p>



<p>Abbasseranno il termostato<strong>.</strong>&nbsp;</p>



<p>E l’austerità, ancora una volta, resterà dove è sempre stata: nei discorsi degli altri, nei sogni dei burocrati e nelle tasche di chi non può permettersi nemmeno di scegliere a che temperatura morire.</p>



<p>Umberto Baldo<strong></strong></p>



<p></p>
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		<title>“Di doman non v’è certezza”. Il resto è illusione occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 07:47:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega le stanze affrescate della Firenze medicea alle polverose rotte del Mar Rosso, ed alle scrivanie asettiche dei trader di Wall Street.&#160; È il filo dell&#8217;incertezza, quella &#8220;variabile impazzita&#8221; che l&#8217;uomo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega le stanze affrescate della Firenze medicea alle polverose rotte del Mar Rosso, ed alle scrivanie asettiche dei trader di Wall Street.&nbsp;</p>



<p>È il filo dell&#8217;incertezza, quella &#8220;variabile impazzita&#8221; che l&#8217;uomo moderno, nella sua superbia tecnologica, credeva di aver finalmente domato.</p>



<p>Già Lorenzo de’ Medici, nel suo Trionfo di Bacco e Arianna, ci aveva tramandato quella grande verità che è insieme un inno alla vita ed un monito tragico:&nbsp;<em>“…..Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza”</em>.&nbsp;</p>



<p>Eppure, nonostante siano passati cinque secoli, continuiamo a comportarci come se il domani fosse garantito per contratto, magari con rinnovo automatico e tasso agevolato.</p>



<p>Lo stesso concetto la saggezza popolare yiddish ha sintetizzato con un pragmatismo ancora più affilato: “L’uomo pianifica e Dio ride” (Der Mensch tracht, un Gott Lacht).&nbsp;</p>



<p>Due espressioni di culture distanti che però convergono su un unico punto: l’illusione del controllo umano sul destino è, appunto, solo un’illusione.</p>



<p>Se trasliamo questa consapevolezza sulle vicende geopolitiche, ci accorgiamo che il mondo sembra vivere in uno stato di &#8220;crisi permanente&#8221; che puntualmente ci coglie impreparati.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi vent&#8217;anni abbiamo assistito ad una sequenza di eventi che hanno ridicolizzato ogni nostra previsione di sviluppo lineare.</p>



<p>Prima sono state le crisi finanziarie dei sub-prime, che hanno dimostrato come un contratto firmato in un sobborgo americano potesse polverizzare i risparmi di una famiglia a Vicenza.&nbsp;</p>



<p>Poi è stata la volta dei debiti sovrani, che hanno messo in discussione la tenuta stessa del sogno europeo.&nbsp;</p>



<p>Nel 2022, è stato Vladimir Putin a scompaginare le carte, riportando la guerra di trincea ed il ricatto energetico nel cuore del Vecchio Continente,&nbsp;mentre noi eravamo impegnati a discutere di transizione green, come se il gas arrivasse per gentile concessione della natura.</p>



<p>Oggi l’asse del caos si è spostato nuovamente.&nbsp;</p>



<p>L’imprevedibilità del ritorno di Trump,&nbsp;evento che metà del mondo considera una catastrofe e l’altra metà una strategia, senza che nessuno riesca davvero a spiegare la differenza,&nbsp;e la determinazione feroce di Netanyahu nel ridisegnare il Medio Oriente ci pongono di fronte ad un nuovo capitolo di questa &#8220;storia dell&#8217;incerto&#8221;.</p>



<p>In questo scenario, occorre avere il coraggio di una riflessione onesta sulla vacuità di certi movimenti d&#8217;opinione.&nbsp;</p>



<p>Puntare i riflettori sui movimenti pacifisti oggi significa scontrarsi con una realtà brutale: la pace&nbsp;purtroppo, non è una funzione “on demand”, non basta dichiararla perché si attivi, come il Wi-Fi di casa.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La pace&nbsp;non è un desiderio che si auto-avvera con una bandiera arcobaleno al balcone.&nbsp;</p>



<p>Spesso è solo&nbsp;un esercizio di stile che non sposta di un millimetro la traiettoria dei missili, ma che dà l’illusione di aver fatto qualcosa.</p>



<p>Il pacifismo rischia l&#8217;irrilevanza quando nessuno dei contendenti sul campo ha il minimo interesse, politico od esistenziale, a cercarla<strong>.</strong></p>



<p>Quando la logica del conflitto diventa &#8220;totale&#8221; — sia essa l&#8217;espansionismo imperiale o la sopravvivenza nazionale — il richiamo alla tregua cade nel vuoto se non è supportato da una deterrenza reale o da una convenienza economica.&nbsp;</p>



<p>Senza interlocutori disposti all&#8217;ascolto, il grido delle piazze resta una testimonianza etica necessaria, ma politicamente muta, un esercizio di stile che finisce quando le bandiere vengono ripiegate.</p>



<p>Ma l&#8217;aspetto forse più inquietante riguarda noi, la nostra quotidianità e quella che potremmo definire la &#8220;psicologia del dovuto&#8221;.</p>



<p>Abbiamo trasformato le nostre abitudini — i voli low-cost a 19,99 euro, l’aria condizionata polare, le fragole a gennaio, la mobilità perenne — in diritti fondamentali, più intoccabili della Costituzione.</p>



<p>Ci indigniamo per il ritardo di un pacco, ma ignoriamo completamente da dove parta e quali equilibri geopolitici lo tengano in viaggio.</p>



<p>Non ci sfiora il pensiero che questo castello di benessere poggi su fondamenta fragilissime.&nbsp;</p>



<p>La verità è che la nostra qualità della vita può essere messa in discussione, da un momento all&#8217;altro, dal blocco di uno stretto marittimo di cui la stragrande maggioranza degli italiani ignora persino l&#8217;esistenza.</p>



<p>Parliamo di Bab-el-Mandeb, la &#8220;Porta del lamento funebre&#8221;, o dello Stretto di Hormuz.&nbsp;</p>



<p>Nomi esotici che evocano racconti di viaggiatori d&#8217;altri tempi, ma che oggi rappresentano le giugulari del commercio mondiale,&nbsp;passaggi stretti dove transita la nostra normalità, compressa dentro container che diamo per scontati finché non smettono di arrivare.</p>



<p>Se un gruppo di ribelli in Yemen decide di lanciare un drone contro una nave portacontainer, il riverbero non è solo militare: è la componentistica per le nostre fabbriche che non arriva, è il prezzo del carburante che schizza alle stelle, è l&#8217;inflazione che mangia gli stipendi.</p>



<p>È paradossale: siamo cittadini di un mondo globalizzato, ma restiamo profondamente analfabeti riguardo alla geografia che ci tiene in vita.&nbsp;</p>



<p>Ignoriamo i colli di bottiglia del pianeta mentre pretendiamo che la nostra routine non venga mai scalfita.</p>



<p>Forse, recuperare la lezione di Lorenzo il Magnifico e del proverbio yiddish serve proprio a questo: a ricordarci che il benessere non è una rendita di posizione, ma un equilibrio dinamico e precario.&nbsp;</p>



<p>La Storia non è finita, e non ha intenzione di lasciarci dormire sonni tranquilli.&nbsp;</p>



<p>Il &#8220;domani&#8221; di cui non v&#8217;è certezza è già qui, e bussa alla porta passando per mari lontani che abbiamo smesso di guardare.&nbsp;</p>



<p>E non bussa educatamente: entra dalla porta di servizio, spegne l’aria condizionata e ci presenta il conto.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Pasquetta al Parco della Pace: tra tovaglie, palloni, brutta musica. Ma il parco è la cosa più bella fatta a Vicenza da anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 18:41:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
		<category><![CDATA[parco della pace]]></category>
		<category><![CDATA[pasquetta]]></category>
		<category><![CDATA[vicenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giuseppe Balsamo Diciamolo subito, così nessuno si offende e tutti arrivano fino in fondo: il Parco della Pace di Vicenza è, probabilmente, la cosa più bella realizzata in città negli ultimi anni. E proprio per questo, a Pasquetta, è stato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/pasquetta-al-parco-della-pace-tra-tovaglie-palloni-brutta-musica-ma-il-parco-e-la-cosa-piu-bella-fatta-a-vicenza-da-anni/">Pasquetta al Parco della Pace: tra tovaglie, palloni, brutta musica. Ma il parco è la cosa più bella fatta a Vicenza da anni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading"></h3>



<p>Giuseppe Balsamo</p>



<p>Diciamolo subito, così nessuno si offende e tutti arrivano fino in fondo: il Parco della Pace di Vicenza è, probabilmente, la cosa più bella realizzata in città negli ultimi anni. E proprio per questo, a Pasquetta, è stato letteralmente preso d’assalto da migliaia di persone.</p>



<p>Missione relax, risultato caos organizzato. Famiglie, gruppi di amici, bambini in modalità “non si fermano mai” e adulti già in fase digestiva avanzata. Il tutto distribuito su uno spazio enorme che, per fortuna, riesce a contenere (alla grande) l’invasione. Se alcuni punti erano a dir poco trafficati, altri regalavano spazio. Lo sappiamo, direte: &#8220;Ecco i soliti vicentini che si lamentano appena si fa qualcosa&#8221;. In realtà, in un città dove la vita sociale e le occasioni di incontro collettivo lasciano a desiderare (a parte le feste biancorosse), ben venga tutto questo! Anche perché, vale la pena ricordare che tutto è soggettivo. Se c&#8217;è chi cerca una pausa nel verde e non vuole vedere gente, vi è anche chi cerca la festa.</p>



<p>Le tovaglie raccontano storie diverse: dal panino veloce al picnic degno di una cerimonia in stile “Castello delle Cerimonie”, con piatti coordinati, portate multiple e dolci scenografici. Accanto, immancabili, le griglie improvvisate che diffondono nell’aria un profumo continuo di carne alla brace.</p>



<p>E poi lei, la colonna sonora: musica spesso orribile e martellante, sparata con una convinzione incrollabile. Un mix di hit estive fuori tempo massimo e bassi che rimbalzano da un gruppo all’altro, creando una specie di festival non richiesto.</p>



<p>Nel frattempo, i palloni volano. Ovunque. Partite improvvisate, tiri sbilenchi, traiettorie imprevedibili: stare seduti tranquilli diventa uno sport estremo.</p>



<p>Certo, non è ancora il paradiso naturale: tanto asfalto, pochi sentieri veri e un’ombra che si fa desiderare (gli alberi sono ancora giovani e ci sono ampie zone a prato che potrebbero regalare più ombra). Per ora, chi cerca boschi e silenzi veri, probabilmente guarda alle colline lì vicino.</p>



<p>Eppure il punto è proprio questo: nonostante tutto, funziona. Il parco è enorme, aperto, ti permette di camminare a lungo senza sentirti intrappolato. E soprattutto lascia intravedere un futuro diverso.</p>



<p>I laghetti, ad esempio, sono già pieni di vita: uccelli, pesci, anfibi, insetti. La natura si sta facendo strada, lentamente ma con decisione. Oggi è un equilibrio imperfetto tra urbano e verde, domani potrebbe essere molto di più.</p>



<p>Poi c’è quella presenza un po’ ingombrante, quasi inquietante: la vicina base americana, che osserva tutto dall’alto. Un paradosso storico difficile da ignorare. Lì vivono quelli che oggi l&#8217;occidente considera ormai ex alleati, gli stessi che durante la Seconda guerra mondiale contribuirono a distruggere Vicenza. Eppure, sempre loro, hanno reso possibile anche la nascita di questo parco, come compensazione per la seconda base militare in città.</p>



<p>Contraddizioni, rumore, asfalto e vita che cresce. Il Parco della Pace è tutto questo insieme ed è bellissimo.</p>



<p>E alla fine, tra una risata, una passeggiata e l’ennesimo pallone schivato, ti accorgi che sì: ne vale la pena.</p>



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		<title>Tra Siviglia e Taranto: il Mediterraneo della Passione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 07:37:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è un suono che non appartiene a questo secolo, un suono che oggi tornerà a reclamare le strade: è il colpo secco della&#160;troccola&#160;in Puglia o il lamento delle catene sull&#8217;asfalto in Calabria.&#160; È il suono del Venerdì Santo,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’è un suono che non appartiene a questo secolo, un suono che oggi tornerà a reclamare le strade: è il colpo secco della&nbsp;<em>troccola</em>&nbsp;in Puglia o il lamento delle catene sull&#8217;asfalto in Calabria.&nbsp;</p>



<p>È il suono del Venerdì Santo, il giorno in cui il Mediterraneo smette di essere solo una meta turistica e torna a essere quello che è sempre stato: un bacino di anime legate da un’eredità antica,&nbsp;oscura e bellissima.</p>



<p>È il momento in cui la storia e la fede si fondono in un rito che sfida i secoli.&nbsp;</p>



<p>Chi osserva le processioni di Siviglia e quelle del Sud Italia non vede solo una manifestazione religiosa, ma assiste alla persistenza di un impero invisibile: quello della&nbsp;Spagna dei Viceré, che ha modellato l&#8217;anima e l&#8217;estetica del nostro Mezzogiorno.&nbsp;Quella Spagna che ha insegnato al nostro Sud che la fede non è un concetto astratto, ma un corpo che soffre; una fede&nbsp;visibile, dolorosa, esibita.</p>



<p>Per capire&nbsp;perché un uomo a Siviglia ed uno a Trapani sentano lo stesso brivido, bisogna tornare indietro a quando i velieri spagnoli solcavano queste acque non solo con soldati e merci, ma con un’idea precisa di Dio.&nbsp;</p>



<p>Non è un caso se in Espana la&nbsp;Semana Santa&nbsp;è più sentita del Natale.&nbsp;</p>



<p>Il Natale è una promessa, ma il Venerdì Santo è la realtà: è il dolore che tutti conosciamo, messo in scena con una teatralità barocca che serve ad esorcizzarlo.&nbsp;</p>



<p>È l&#8217;eredità della Controriforma, certo, ma è diventata carne e sangue delle nostre genti.</p>



<p>Se non avete potuta vederla di persona, andate in Rete e cercate la notte di Siviglia fra il giovedì ed il venerdì santo; la&nbsp;<em>Madrugá</em>.&nbsp;</p>



<p>Non è una parata, è un assedio emotivo.&nbsp;</p>



<p>Le confraternite (le&nbsp;<em>Hermandades</em>) portano in processione i&nbsp;<em>Pasos</em>, carri monumentali che sono veri capolavori di oreficeria e scultura lignea.&nbsp;</p>



<p>Due immagini su tutte dividono il cuore dei sivigliani: la&nbsp;Macarena, con il suo volto di una bellezza struggente rigato dalle lacrime, e il&nbsp;Jesús del Gran Poder.&nbsp;</p>



<p>Il silenzio è interrotto solo dalle&nbsp;<em>Saetas</em>, canti improvvisati dai balconi che sembrano grida di dolore, un misto tra preghiera cristiana e lamento andaluso dalle radici arabe.</p>



<p>Quando esce la&nbsp;Macarena, la città trattiene il fiato, perché&nbsp;succede qualcosa difficile da spiegare senza sembrare retorici.&nbsp;</p>



<p>La città si ferma davvero. Per rispetto, ma anche per necessità.</p>



<p>I&nbsp;<em>Nazarenos</em>, con i loro cappucci conici che fendono il buio come spettri d&#8217;altri tempi, non sono lì per farsi guardare, ma per scomparire.&nbsp;</p>



<p>Sotto quel cartone pressato e quella stoffa, l’individuo muore per far nascere il penitente.</p>



<p>I Nazarenos non sono figuranti. Sono assenze.<br>Sotto quei cappucci non c’è più una persona riconoscibile: c’è un gesto, ripetuto da secoli.</p>



<p>E poi ci sono i&nbsp;<em>Costaleros</em>, gli eroi invisibili sotto il peso dei “Pasos”.&nbsp;</p>



<p>Uomini che non vedono dove vanno, che respirano la polvere ed il sudore sotto tonnellate di oro e legno, guidati solo dalla voce di un caposquadra.&nbsp;</p>



<p>È una metafora brutale della vita: avanzare nel buio, portando un peso enorme, fidandosi solo di una voce.</p>



<p>Questa teatralità non è nata per caso.&nbsp;</p>



<p>Nel XVI secolo, la Chiesa della Controriforma trovò nella dominazione spagnola il braccio armato perfetto per diffondere un messaggio religioso basato sull&#8217;emozione.&nbsp;</p>



<p>In un’epoca in cui la messa era in latino, e quindi inaccessibile ai più, la&nbsp;processione era la Bibbia dei poveri.</p>



<p>Attraverso i secoli di Viceregno spagnolo a Napoli, Palermo e Cagliari, le autorità importarono il modello delle&nbsp;Confraternite laiche.&nbsp;</p>



<p>Questi gruppi non erano solo religiosi, ma vere mutue di assistenza sociale, che nel tempo sono diventate le custodi gelose di riti immutabili.&nbsp;</p>



<p>Gli&nbsp;incappucciati&nbsp;— che in Spagna indossano il&nbsp;<em>capirote</em>&nbsp;a punta ed in Italia anche la&nbsp;<em>buffa</em>&nbsp;o il cappuccio calato — rappresentano l&#8217;anonimato del peccatore che si pente; una democratizzazione del dolore dove il nobile ed il contadino sono indistinguibili sotto il camice bianco.</p>



<p>In altre parole, attraversando il mare, lo scenario cambia ma l&#8217;anima resta identica.&nbsp;</p>



<p>Il cappucciofu introdotto dall&#8217;Inquisizione spagnola; i condannati dovevano indossare una veste penitenziale (il&nbsp;<em>sambenito</em>) ed il cappello a punta per essere umiliati in pubblico.&nbsp;</p>



<p>Le confraternite lo adottarono per invertire il significato: l&#8217;umiliazione diventa penitenza volontaria.</p>



<p>Cambiando scenario, a&nbsp;Taranto, l’aria si fa densa durante la processione dei “Misteri”.&nbsp;</p>



<p>Qui non si cammina, si&nbsp;<em>nazzica</em>.</p>



<p>Un dondolio ipnotico, un movimento lentissimo, oscillante, quasi esasperante.&nbsp;</p>



<p>Non serve capire perché esista.&nbsp;</p>



<p>Basta guardarlo: è un modo per allungare il tempo, per non far finire troppo in fretta qualcosa che conta.</p>



<p>I confratelli scalzi, con il cappuccio calato ed i fori per gli occhi che sembrano abissi, avanzano per quindici, venti ore.</p>



<p>Perché lo fanno? Perché un giovane del 2026 dovrebbe scegliere di sfinirsi sotto il sole o il vento di aprile?&nbsp;</p>



<p>Non è folklore per i turisti, nonostante le macchine fotografiche.&nbsp;</p>



<p>È una questione di sangue. È il bisogno di appartenere a qualcosa che è esistito prima di noi e che ci sopravviverà.&nbsp;</p>



<p>È la ricerca di quel &#8220;silenzio bianco&#8221; che solo la tunica di un incappucciato sa regalare in un mondo troppo rumoroso.</p>



<p>Io ho avuto modo di assistere numerose volte ai “Misteri” (o Perdoni) visto che per anni da giovane ho passato la Pasqua proprio a Taranto, e devo confessarvi che l’emozione e lo stupore che si provano assistendo a quella che chiamare processione sarebbe una bestemmia, ti restano impressi per sempre.</p>



<p>Nel pomeriggio partono i Misteri dalla Chiesa del Carmine, ed è come se tutto si fermasse per lasciare spazio a quel corteo.&nbsp;</p>



<p>Le statue attraversano le vie mentre le marce funebri riempiono l’aria, ed ogni passo sembra avere un peso preciso.&nbsp;</p>



<p>Anche qui il tempo si dilata: la processione continua nella notte, senza fretta, come se non volesse arrivare mai a una conclusione.&nbsp;</p>



<p>Chi la segue per la prima volta resta colpito proprio da questo: non è un evento da consumare, è un’esperienza che chiede presenza, pazienza, quasi un coinvolgimento interiore.</p>



<p>Domani, quando le statue rientreranno nelle chiese e le porte si chiuderanno, resterà nelle narici l&#8217;odore acre della cera sciolta, e nelle orecchie il ritmo martellante delle marce funebri.</p>



<p>Queste mie riflessioni non intendono essere un invito a guardare una tradizione, ma a riconoscerci in essa.</p>



<p>Come dicevo, quando tutto finisce, non resta molto da raccontare.</p>



<p>Resta l’odore delle candele.<br>Resta il suono delle marce funebri che si spegne piano.<br>Resta una stanchezza che non è solo fisica.</p>



<p>Il Venerdì Santo, a Siviglia come a Taranto, non chiede di essere capito; chiede di essere attraversato.</p>



<p>E forse è per questo che, ogni anno, torna identico e necessario.<br>Perché in quelle figure senza volto, in quel dolore messo in scena senza pudore, il Mediterraneo riconosce qualcosa di sé.</p>



<p>Non una tradizione; è una verità che non passa.</p>



<p>E il Venerdì Santo è il giorno in cui il Mediterraneo smette di vendersi come cartolina e torna ad essere quello che è sempre stato: un luogo dove la fede ha un peso, e a volte fa male.</p>



<p>Viene da chiedersi:&nbsp;perché queste tradizioni sono ancora così sentite, mentre le chiese si svuotano durante l&#8217;anno?&nbsp;</p>



<p>Forse perché il Venerdì Santo è l&#8217;unico giorno in cui il dolore non viene nascosto.&nbsp;</p>



<p>In una società che ci vuole sempre performanti e sorridenti, il rito della Passione ci autorizza ad essere vulnerabili.</p>



<p>Quelle statue che vacillano sotto il peso dei portatori siamo noi, con le nostre fatiche quotidiane.&nbsp;</p>



<p>Ed il &#8220;collegamento&#8221; tra le due sponde del Mediterraneo ci ricorda che, nonostante i confini moderni, apparteniamo ad una civiltà antica che ha trovato nel rito collettivo la sua forma più alta di resistenza al tempo.</p>



<p>Non mi resta che augurarvi, ovunque voi siate, anche a nome della Redazione di Tviweb, i migliori auguri di BUONA PASQUA.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>La Partita Doppia dell&#8217;Aldilà: come il Mercante ha Inventato il Purgatorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 07:24:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Qualche giorno fa, chiacchierando con un mio coetaneo, ragionavamo sul fatto che di alcune certezze che ci inculcavano da bambini al catechismo, come il Limbo ed il Purgatorio, non se parli più.&#160;&#160; Sparite, come non fossero mai esistite.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Qualche giorno fa, chiacchierando con un mio coetaneo, ragionavamo sul fatto che di alcune certezze che ci inculcavano da bambini al catechismo, come il Limbo ed il Purgatorio, non se parli più.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Sparite, come non fossero mai esistite.</p>



<p>La storia ci dice che non è così ovviamente.&nbsp;</p>



<p>Del Limbo magari ne parleremo un’altra volta; quanto al Purgatorio, ricordo che per secoli il confine tra la salvezza e la dannazione è stato un muro insormontabile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per secoli, l’aldilà cristiano è stato un aut-aut senza sfumature: o la luce del Paradiso o il gelo dell’Inferno; nel mezzo il nulla.</p>



<p>O eri un Santo o eri un Perduto.</p>



<p>In questo scenario, fin dagli albori per la Chiesa il denaro era &#8220;lo sterco del diavolo&#8221; e chi lo maneggiava — il mercante, il banchiere, l&#8217;usuraio — camminava sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il corollario era che il prestito ad interesse era sempre peccato, per cui non a caso i principali banchieri europei dell’epoca erano ebrei, perché svolgevano un’attività considerata immorale dalla Chiesa.</p>



<p>Ma tra il XII ed il XIII secolo, mentre l&#8217;Europa scopriva il brivido del commercio sulle lunghe distanze, la Teologia dovette d&#8217;un tratto fare i conti con la realtà: la nuova classe borghese non voleva l&#8217;Inferno, e la Chiesa non voleva perdere i borghesi.</p>



<p>In altre parole la “mentalità contabile” della terra iniziò a scalare le mura del Paradiso.</p>



<p>Come ha magistralmente analizzato il grande storico Jacques Le Goff, il Purgatorio non è solo un’evoluzione teologica, ma una necessità economica.&nbsp;</p>



<p>La nuova classe borghese, e parlo in particolare dei mercanti. non poteva accettare che il proprio mestiere, pur utile alla società, portasse inesorabilmente dritto all&#8217;Inferno.&nbsp;</p>



<p>Serviva una &#8220;zona grigia&#8221;, un luogo dove il peccato non fosse una macchia indelebile, ma un debito da saldare.</p>



<p>Nacque così dalla mente dei Dottori della Chiesa&nbsp;&nbsp;il Purgatorio: una “via di mezzo” dell&#8217;aldilà per la classe media della terra (Concilio di Lione del 1274).&nbsp;</p>



<p>Rappresentò l&#8217;introduzione del tempo misurabile nell&#8217;eternità.&nbsp;</p>



<p>Se l&#8217;Inferno era un ergastolo, il Purgatorio era una pena detentiva riscattabile.&nbsp;</p>



<p>Era una sorta di “parcheggio” dell&#8217;oltretomba, pensato su misura per chi in terra non era stato un Santo, ma nemmeno un assassino: solo un uomo d&#8217;affari che si era sporcato le mani con la moneta.</p>



<p>Con il consolidarsi delle Banche e delle grandi Compagnie commerciali, il mercante porta con sé uno strumento rivoluzionario: la partita doppia.&nbsp;</p>



<p>Ogni operazione ha un &#8220;dare&#8221; ed un &#8220;avere&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Questa forma mentis si trasferisce immediatamente alla Fede.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il Peccato come Debito: ogni colpa commessa in vita diventa una cifra negativa nel registro divino.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Indulgenza come Credito<strong>:</strong>&nbsp;le preghiere, le elemosine e le donazioni alla Chiesa diventano versamenti per pareggiare i conti.</p>



<p>Il letto di morte del grande banchiere diventa un ufficio di compensazione.&nbsp;</p>



<p>Si lasciano palazzi, terre e fiorini d&#8217;oro, a conventi ed ospedali non solo per carità, ma per &#8220;comprare&#8221; tempo prezioso in Purgatorio, così scalando secoli di fiamme purificatrici.&nbsp;</p>



<p>Le grandi famiglie di banchieri, dai Medici ai Bardi, iniziarono a gestire l&#8217;anima come un portafoglio titoli.&nbsp;</p>



<p>Si finanziavano cappelle affrescate ed ospedali non solo per prestigio, ma come &#8220;moneta spirituale&#8221; versata per ridurre anni di “parcheggio” in Purgatorio.</p>



<p>Era una transazione perfetta: l&#8217;oro accumulato con l&#8217;usura veniva &#8220;lavato&#8221; e trasformato in tempo guadagnato per il Paradiso.</p>



<p>Tanto per dirne una, Padova gode della Cappella degli Scrovegni perché&nbsp;Enrico Scrovegni la fece costruire ed affrescare da Giotto proprio per espiare i peccati di usura del padre Reginaldo (che persino Dante aveva piazzato all&#8217;Inferno).</p>



<p>A questo punto, il quadro è completo: abbiamo visto come il commercio abbia creato un &#8220;buco&#8221; nella teologia, come la Chiesa l&#8217;abbia riempito con il Purgatorio, e come la contabilità dei mercanti abbia trasformato la fede in un bilancio di dare e avere.</p>



<p>Tuttavia, ogni sistema contabile rischia il gonfiamento artificiale.&nbsp;</p>



<p>Nel XVI secolo, la Chiesa di Roma, impegnata nella faraonica costruzione della Basilica di San Pietro, spinse questa logica al parossismo con la vendita delle indulgenze.&nbsp;</p>



<p>Non serviva più il pentimento sincero; bastava il tintinnio della moneta nella cassetta del predicatore Tetzel per far &#8220;volare l&#8217;anima dal Purgatorio in Paradiso&#8221;.</p>



<p>Fu qui che il sistema crollò.&nbsp;</p>



<p>Martin Lutero, monaco agostiniano, cresciuto in una sensibilità diversa, vide in questa &#8220;contabilità della salvezza&#8221; una bestemmia.&nbsp;</p>



<p>Per Lutero, la grazia di Dio non era una merce da banco, né il Purgatorio un ufficio postale dove spedire bonifici spirituali.</p>



<p>Affiggendo le sue 95 tesi, Lutero non colpì solo la corruzione del clero, ma dichiarò fallita l&#8217;intera banca dello spirito medievale.&nbsp;</p>



<p>Negando l&#8217;esistenza stessa del Purgatorio, egli riportò il Cristianesimo alla sua forma binaria originaria, rompendo per sempre l&#8217;equilibrio tra l&#8217;oro dei mercanti e le chiavi di San Pietro.</p>



<p>Il Purgatorio è stato il più grande compromesso della storia occidentale: ha permesso al capitalismo di nascere senza sentirsi maledetto.&nbsp;</p>



<p>Ma ci ricorda anche che, quando la fede diventa un registro contabile, finisce inevitabilmente per incontrare il suo &#8220;revisore dei conti&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Per la Chiesa cattolica, quel revisore ebbe il volto duro di un monaco tedesco che non accettava sconti sulla salvezza.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>PS: ritengo indispensabile segnalare che per la Chiesa cattolica in realtà&nbsp;nulla è cambiato, e le prescrizioni del Concilio di Trento, secondo cui&nbsp;il Purgatorio esiste<strong>,&nbsp;</strong>come il Paradiso e l’Inferno,&nbsp;sono ancora valide.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Diciamo che se ne parla meno nelle prediche, perché&nbsp;&nbsp;oggi si tende ad insistere meno sull&#8217;aspetto punitivo, focalizzandosi invece sul Purgatorio come una condizione di &#8220;purificazione&#8221; e &#8220;amore&#8221; necessaria per entrare in Paradiso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/la-partita-doppia-dellaldila-come-il-mercante-ha-inventato-il-purgatorio/">La Partita Doppia dell&#8217;Aldilà: come il Mercante ha Inventato il Purgatorio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>La Repubblica dei 2 centesimi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 07:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Qualche giorno fa, rovistando in un armadio, mi è capitato tra le mani un reperto archeologico della nostra economia quotidiana: un contenitore mezzo pieno di monetine da 1 e 2 centesimi di euro.&#160; Erano lì a prendere polvere<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Qualche giorno fa, rovistando in un armadio, mi è capitato tra le mani un reperto archeologico della nostra economia quotidiana: un contenitore mezzo pieno di monetine da 1 e 2 centesimi di euro.&nbsp;</p>



<p>Erano lì a prendere polvere da una vita, probabilmente da quando la Legge Finanziaria del&nbsp;2018 stabilì la sospensione del conio di questi inutili tondini di rame.</p>



<p>La norma,&nbsp;sulla carta, era di una chiarezza quasi sospetta per i nostri standard.&nbsp;</p>



<p>Testualmente prescriveva che, per i pagamenti integralmente in contanti, l&#8217;importo venisse arrotondato per eccesso o per difetto al multiplo di 5 centesimi più vicino.&nbsp;</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Il meccanismo è elementare: se lo scontrino finisce con 1 o 2, si scende a zero; se finisce con 3 o 4, si sale a 5.&nbsp; Lo stesso meccanismo si applica ai finali di 6 o 7 centesimi, che scenderanno a 5, e a quelli di 8 o 9, che saliranno a 10 centesimi.</pre>



<p>Per i pagamenti elettronici, invece, nessuna variazione: precisione chirurgica al centesimo, come giusto che sia nell&#8217;era digitale.</p>



<p>Tutto chiaro, dunque?&nbsp;</p>



<p>Sì, se vivessimo in un Paese normale.&nbsp;</p>



<p>Ma siccome siamo in Italia, anche un’operazione di banale semplificazione monetaria si trasforma in una commedia dell’assurdo.</p>



<p>È proprio in queste piccole pieghe del quotidiano che ci confermiamo, con orgoglio masochista, il vero &#8220;Paese dei Balocchi&#8221;.</p>



<p>Armato della mia &#8220;scatola del tesoro&#8221;, ho provato a rimettere in circolo quella ferraglia.&nbsp;</p>



<p>Ho offerto il “gruzzoletto” (si fa per dire eh!) senza pretendere nulla in cambio, al mio edicolante e poi al fornaio.&nbsp;</p>



<p>Risultato? Un sorriso di compatimento misto a un netto, quasi stizzito, rifiuto.&nbsp;</p>



<p>L’edicolante, con l’aria di chi l’ha vista lunga, mi ha spiegato che l’ultima volta che ha provato a portare un sacchetto di centesimi in Banca ha rischiato il linciaggio fisico.</p>



<p>Proviamo però a ragionare a mente fredda.&nbsp;</p>



<p>Lo Stato ha smesso di coniare queste monete perché il costo di produzione superava il valore nominale: in breve, produrle era un investimento in perdita.</p>



<p>Tuttavia, trattandosi di moneta con corso legale, non se ne poteva vietare la circolazione per decreto.&nbsp;</p>



<p>Si è scelta la via dell’asfissia: rendiamo difficile spenderle con gli arrotondamenti e, prima o poi, spariranno nei cassetti.&nbsp;</p>



<p>D&#8217;altronde, parliamo di briciole: per fare un euro servono cento pezzi da un centesimo, o 50 da 2 centesimi, una cifra con cui oggi non paghi nemmeno l’aroma di un caffè.</p>



<p>Eppure, qui casca l’asino.&nbsp;</p>



<p>La legge del 2018 si è rivelata per ciò che è veramente: non una norma cogente, ma una timida &#8220;raccomandazione&#8221; che ognuno interpreta a proprio uso e consumo.&nbsp;</p>



<p>Detta diversamente&nbsp;il problema non è la norma, è il coraggio di farla rispettare.&nbsp;</p>



<p>E quello, come spesso accade, si è fermato a metà; lo Stato fa le leggi ma poi si defila. Un classico dea Naaazzzziiiiooone.</p>



<p>Se i piccoli commercianti si sono adeguati, eliminando i prezzi &#8220;al centesimo&#8221; per sopravvivenza pratica, i colossi della Grande Distribuzione si sono rivelati più tetragoni di una falange macedone.</p>



<p>Capita regolarmente: fai la spesa al supermercato, lo scontrino dice 10,02 euro e la cassiera, con una precisione degna di un orologiaio svizzero, pretende quei due centesimi.&nbsp;</p>



<p>Se non li hai, ti guarda come se stessi tentando di rapinare il punto vendita.&nbsp;</p>



<p>Se invece sei tu a dover ricevere il resto, se hanno i centesimi in cassa (non sempre) te li rifilano con noncuranza, sapendo benissimo che quel peso in tasca è moneta morta che non userai mai più.</p>



<p>Ma il colmo dell’ipocrisia si raggiunge alle casse automatiche &#8220;fai da te&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Lì, magicamente, l’arrotondamento compare anche sui pagamenti elettronici.&nbsp;</p>



<p>Perché?&nbsp;</p>



<p>Semplice: gestire meccanicamente i centesimi nelle macchine è problematico ed antieconomico per l’azienda.</p>



<p>In molti Paesi europei (Olanda, Finlandia, Belgio) l’arrotondamento funziona davvero; nessuno si sognerebbe mai di discutere con la cassiera per 2 centesimi.</p>



<p>Da noi la legge si applica quando conviene al padrone del vapore, e si ignora quando serve a vessare il cliente.</p>



<p>In altre parole,&nbsp;altrove si arrotonda e basta. Da noi si interpreta.</p>



<p>Siamo l&#8217;unico Paese al mondo capace di creare un limbo monetario dove una moneta esiste ma non si può usare, è legale ma viene rifiutata, è obbligatoria per chi paga ma inutile per chi riceve.&nbsp;</p>



<p>La mia scatola di centesimi non è un tesoro dimenticato, è il monumento alla nostra incapacità di dare seguito alle riforme più banali.&nbsp;</p>



<p>Finché permetteremo che la gestione di un centesimo sia lasciata all&#8217;arbitrio del più forte, continueremo ad essere un popolo che annega in un bicchiere d&#8217;acqua, preferibilmente pagato 99 centesimi, più arrotondamento a piacere.</p>



<p>E nel frattempo, quel sacchetto di pezzi di rame resta lì nell&#8217;armadio: troppo pesante per essere portato in giro, troppo &#8220;legale&#8221; per essere buttato, perfetto specchio di un’Italia che non sa mai decidere se vuole essere un’economia moderna od un mercato delle pulci lasciato al caso.</p>



<p>In definitiva,&nbsp;non è una questione di centesimi.&nbsp;</p>



<p>È che nel Bel Paese anche le cose più semplici riescono a restare a metà: troppo inutili per funzionare, troppo ufficiali per sparire.</p>



<p></p>
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		<title>Le domeniche vicentine di una volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano Le domeniche di una volta a Vicenza avevano una forma precisa, quasi rituale. Non era scritto da nessuna parte, eppure tutti lo sapevano: si usciva di casa vestiti bene, si andava a messa e poi si scendeva<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Di Alessandro Cammarano</p>



<p>Le domeniche di una volta a Vicenza avevano una forma precisa, quasi rituale. Non era scritto da nessuna parte, eppure tutti lo sapevano: si usciva di casa vestiti bene, si andava a messa e poi si scendeva verso il centro. Il resto della giornata, in fondo, era già deciso.</p>



<p>La città si metteva lentamente in moto tra le pietre antiche del centro storico. Dalle chiese – il Duomo, Santa Corona, San Lorenzo, i Servi – uscivano famiglie intere: padri con il cappotto buono, madri con la borsetta stretta al braccio, bambini che avevano già capito quale sarebbe stata la ricompensa per la pazienza dimostrata durante la funzione. La ricompensa aveva un nome molto semplice: le pastine.</p>



<p>Era il primo rito della domenica.</p>



<p>Bastava fare pochi passi verso piazza dei Signori, sotto la grande ombra della Basilica palladiana, perché l’aria cambiasse. Il profumo di caffè tostato si mescolava a quello del burro e della crema pasticcera. Le vetrine delle pasticcerie brillavano come piccoli altari laici: file di bignè, diplomatici, cannoncini, tartellette alla frutta disposte con una precisione quasi teatrale.</p>



<p>Tra i luoghi più frequentati c’era la Pasticceria Venezia, nata nei primi anni del Novecento e da allora presenza stabile nel cuore della città. Generazioni di vicentini hanno imparato a riconoscerne la vetrina e l’odore inconfondibile che usciva dalla porta ogni domenica mattina. Ancora oggi è uno dei simboli della tradizione dolciaria cittadina, sopravvissuta a guerre, cambiamenti sociali e trasformazioni urbane.</p>



<p>A pochi passi, in piazzetta Palladio, stava – e fortunatamente sta tuttora – la Pasticceria Sorarù, una di quelle istituzioni cittadine che sembrano appartenere da sempre al paesaggio urbano. Il locale, attivo da generazioni, è rimasto per decenni uno dei punti d’incontro della borghesia vicentina: il posto dove fermarsi per un caffè dopo la messa e scambiare qualche parola sul tempo, sul lavoro o, più spesso, sul Lanerossi.</p>



<p>La domenica mattina quei locali erano pieni ma mai rumorosi. Si entrava con una certa compostezza, quasi con rispetto. Il padre ordinava il caffè, la madre sceglieva due o tre pastine dal vassoio, i bambini osservavano il piattino arrivare come se contenesse qualcosa di prezioso. Bastava poco: un bignè alla crema, una diplomatica, un cannoncino. Era festa.</p>



<p>Il centro, però, non viveva solo di pasticcerie. C’erano anche botteghe che oggi sopravvivono soprattutto nella memoria cittadina, ma che per decenni hanno segnato la geografia affettiva della città, osservando rigorosamente il turno di chiusura festiva: le Sorelle Beltramello, Morbin, Nardini-Impiumi, Geremia; quanti ricordi…</p>



<p>Tornando ai dispensatori di dolcezza in contrà Santa Barbara si trovava la pasticceria Rudatis, un nome che molti vicentini ricordano ancora con affetto. Il locale era noto soprattutto per una specialità semplice ma irresistibile: la treccia, una brioche intrecciata ricca di burro e zucchero che per anni è stata una presenza quasi obbligata sulle tavole domenicali. Chi usciva dal centro con il pacchetto di Rudatis legato con lo spago sapeva di portare a casa qualcosa che faceva parte delle piccole certezze della città.</p>



<p>Sempre nel tessuto antico del centro storico c’era anche La Meneghina, una delle più antiche offellerie cittadine – oggi convertita in champagneria –, la cui origine risale addirittura al Settecento. Per oltre due secoli è stata un punto di riferimento per i dolci della tradizione vicentina e per le colazioni lente della domenica mattina.</p>



<p>Dopo il rito delle pastine, la domenica vicentina entrava nel suo secondo atto, forse il più caratteristico: le “vasche”.</p>



<p>Il palcoscenico era corso Palladio. Oggi diremmo che era una passeggiata, ma il termine locale dice molto di più: fare le vasche significava camminare avanti e indietro lungo la via principale senza un vero scopo, se non quello di esserci.</p>



<p>La città intera sembrava muoversi dentro quel corridoio di portici. Si partiva dalla piazza, si arrivava verso piazza Castello, e poi si tornava indietro. Un flusso continuo e lento, quasi come una marea.</p>



<p>Le famiglie procedevano con calma, guardando le vetrine. I ragazzi invece si muovevano in piccoli gruppi, seguendo traiettorie invisibili e strategiche. Le vasche erano anche un gigantesco sistema di comunicazione sentimentale: uno sguardo incrociato, un saluto improvvisato, un cambio di direzione studiato con attenzione.</p>



<p>Lungo il percorso c’erano le soste obbligate. Il Caffè Commercio, il Bar Borsa sotto la Basilica, il Garibaldi e altri bar del centro erano luoghi dove la città si fermava a discutere di politica, di calcio o semplicemente della vita quotidiana.</p>



<p>Il rumore delle scarpe sul pavimento dei portici, il tintinnio delle tazzine, il profumo che usciva dalle pasticcerie: tutto contribuiva a creare quell’atmosfera che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.</p>



<p>Verso il tardo pomeriggio la folla cominciava lentamente a diradarsi. I bambini venivano trascinati via con la promessa di una merenda a casa; gli adulti rientravano con il pacchetto di dolci sotto braccio. Le luci delle vetrine si spegnevano una dopo l’altra.</p>



<p>Eppure restava qualcosa nell’aria.</p>



<p>Forse l’odore di crema e caffè che continuava a galleggiare tra le pietre del centro storico. O forse la sensazione – difficile da spiegare oggi – che per qualche ora la città intera si fosse ritrovata nello stesso posto.</p>



<p>Camminando lentamente avanti e indietro lungo una strada.</p>



<p>Proprio come in un vecchio film di memoria collettiva, dove la trama non è fatta di grandi eventi ma di piccoli riti: una pastina alla crema, un caffè al banco, una passeggiata sotto i portici.</p>



<p>E la certezza che, la domenica, Vicenza fosse tutta lì.</p>



<p></p>
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		<title>Geografia sotto attacco: perché continuiamo a vedere il mondo distorto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 08:38:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Per misurare il baratro in cui è sprofondata la conoscenza geografica degli italiani, non servono sondaggi dell’ISTAT: basta sintonizzarsi su un qualsiasi quiz televisivo preserale.L’altra sera, davanti ad una domanda su quale fosse la città del Piemonte corrispondente<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Per misurare il baratro in cui è sprofondata la conoscenza geografica degli italiani, non servono sondaggi dell’ISTAT: basta sintonizzarsi su un qualsiasi quiz televisivo preserale.<br>L’altra sera, davanti ad una domanda su quale fosse la città del Piemonte corrispondente alle lettere suggerite “ T . R . . .”, il concorrente di turno ha risposto con una sicurezza degna di miglior causa: “Terni!”.<br>Un colpo al cuore per la logica, per i poveri torinesi e pure per gli umbri, che si sono ritrovati teletrasportati al Nord senza preavviso.<br>Non parliamo di un caso isolato o di &#8220;orecchie d&#8217;asino&#8221; da punizione dietro la lavagna.<br>Parliamo di cittadini normali ai quali la scuola non ha fornito nemmeno le coordinate base per non perdersi nel giardino di casa.<br>La geografia, purtroppo in compagnia della storia, è diventata negli ultimi decenni ufficialmente la &#8220;Cenerentola&#8221; dei programmi scolastici.<br>Il risultato?<br>Un analfabetismo geografico che non risparmia nessuno: dai banchi di scuola fino alle alte cariche dello Stato.<br>È la democrazia dell&#8217;ignoranza: Ministri che teorizzano confini terrestri tra Cina e Giappone (ignari che quest&#8217;ultimo sia, dettaglio trascurabile, un arcipelago), Politici che chiedono lumi sui programmi della Puglia per Matera (che però resta ostinatamente in Basilicata).<br>Qualche giorno fa, parlando con uno studente liceale di economia e geopolitica, mio malgrado ho voluto tentare l&#8217;esperimento: “Secondo te, l’Africa è più grande o più piccola dell’Europa?”.<br>La risposta è arrivata secca, senza l&#8217;ombra di un dubbio: “Più piccola!”.<br>Un voto &#8220;zero meno&#8221; che però non stupisce.<br>Probabilmente chi decide i programmi ministeriali è convinto che per orientarsi nel mondo basti il cursore blu di Google Maps o Google Heart.<br>Non ho osato chiedere dove e cosa fosse lo Stretto di Hormuz: avrei rischiato di sentirmi rispondere che è un nuovo cocktail di tendenza od una marca di profumi.<br>La verità è che la nostra percezione del mondo è ancora schiava di retaggi coloniali e di errori cartografici vecchi di 500 anni.<br>Se non ci credete, fate una prova: guardate una mappa tradizionale, di quelle appese in ogni aula di scuola elementare.<br>Confrontate l&#8217;Africa con la Groenlandia.<br>A prima vista, sembrano quasi sorelle gemelle per dimensioni.<br>Peccato che, nella realtà dei fatti, l&#8217;Africa sia ben 14 volte più estesa della Groenlandia.<br>A questo punto uno potrebbe pensare: ma allora è tutto un inganno, gli atlanti, le carte geografiche. Ci hanno sempre preso per il culo?<br>Se la vogliamo vedere così, si potrebbe parlare veramente di inganno, ma di carattere visivo però.<br>Questo &#8220;inganno&#8221; ha un nome: la Proiezione di Mercatore.<br>Quando il cartografo fiammingo Gerhard Kremer (passato alla storia come Gerardus Mercator) la ideò nel 1569, non aveva intenti politici; voleva semplicemente creare uno strumento utile ai navigatori.<br>Per permettere ai marinai di tracciare rotte con linee rette, Mercatore dovette &#8220;spalmare&#8221; la superficie sferica della Terra su un piano cilindrico.<br>Il risultato tecnico fu perfetto per la navigazione, ma il prezzo fu una distorsione mostruosa delle dimensioni: più ci si allontana dall&#8217;Equatore verso i poli, più le terre appaiono ingrandite.<br>Così l&#8217;Europa sembra enorme, il Nord America domina l&#8217;emisfero boreale, e l&#8217;Africa — che si trova proprio a cavallo dell&#8217;Equatore — viene &#8220;schiacciata&#8221; e rimpicciolita nel confronto visivo.<br>Ma al di là della “deformazione di Mercatore” quanto è grande, realmente, l&#8217;Africa?<br>Per darvi un&#8217;idea della realtà che la carta di Mercatore ci nasconde, provate a immaginare un puzzle.<br>Nella superficie del continente africano (circa 30 milioni di chilometri quadrati) potreste inserire comodamente, e contemporaneamente: tutti gli Stati Uniti d&#8217;America; tutta la Cina; l’intera India; il Giappone, e quasi tutta l&#8217;Europa (comprese le isole britanniche).<br>Lo so che di primo acchito potrebbe sembrare una questione per soli geografi o appassionati di mappe, ma non è così.<br>La cartografia è una forma di potere.<br>Perché, al di là dei “tecnicismi” di Mercatore, inevitabili perché la terra è sferica, per secoli rappresentare l&#8217;Europa al centro del mondo e sproporzionatamente grande rispetto al Sud del mondo ha alimentato un senso di superiorità e di centralità che oggi fa fatica a fare i conti con la realtà.<br>Oggi l&#8217;Africa non è solo un gigante geografico, ma un gigante demografico.<br>Con un’età media che in molti Paesi non raggiunge i 20 anni (mentre l&#8217;Europa invecchia inesorabilmente), questo continente rappresenta la vera sfida del futuro.<br>Se continuiamo a guardare l&#8217;Africa come a un &#8220;piccolo pezzo di terra&#8221; ai margini del mondo, continueremo a non capire i fenomeni che la attraversano, dalle migrazioni allo sfruttamento delle risorse, fino alla lotta fra Grandi Potenze per l’egemonia sul continente.<br>Chiudo con un consiglio che spero vi sia utile.<br>Cercate in Rete la mappa con la “Proiezione di Gall-Peters”, che rispetta la le proporzioni reale dei Continenti, anche se le forme appaiono un po&#8217; allungate. Sono certo che vi stupirà.<br>Anzi, forse sarebbe bene appenderla alle pareti delle aule al posto di quella di Mercatore.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Hormuz: come potrebbe nascere una nuova stagflazione globale</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 07:53:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[commercio marittimo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi energetica]]></category>
		<category><![CDATA[economia mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Le guerre dell’antichità e del Medioevo erano, nella loro tragica semplicità, scontri di massa e d’attrito. La vittoria apparteneva a chi schierava più uomini e più forza bruta in battaglie frontali. Oggi, quella bidimensionalità è un ricordo del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Le guerre dell’antichità e del Medioevo erano, nella loro tragica semplicità, scontri di massa e d’attrito.</p>



<p>La vittoria apparteneva a chi schierava più uomini e più forza bruta in battaglie frontali.</p>



<p>Oggi, quella bidimensionalità è un ricordo del passato.&nbsp;</p>



<p>I conflitti contemporanei si sono evoluti in una complessità multidimensionale: non si combatte solo nel fango delle trincee, ma si manovra nel cyberspazio, si manipola l&#8217;informazione nei media e, soprattutto, si colpisce il cuore pulsante delle Nazioni: l’economia.</p>



<p>In verità il tentativo di soffocare le risorse dell&#8217;avversario è antico quanto la guerra stessa.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, mai come nell&#8217;attuale scontro tra l’asse USA-Israele e l’Iran, la variabile economica è passata da &#8220;strumento di supporto&#8221; a baricentro del conflitto.</p>



<p>Per decifrare ciò che potrebbe aspettarci, è necessario volgere lo sguardo indietro di cinquantatré anni, ad un capitolo della storia che sembra scritto ieri.</p>



<p>Nel 1973 il mondo subì il primo, violento, choc petrolifero.<br>Fu allora che la realtà costrinse gli economisti ad inventarsi una parola nuova, perché le vecchie non bastavano più: stagflazione.</p>



<p>Un neologismo per descrivere un fenomeno ritenuto, fino a quel momento, teoricamente impossibile.</p>



<p>Questo termine indica l&#8217;abbraccio perverso tra una forte inflazione ed una stagnazione della crescita economica.</p>



<p>Prima di allora, i manuali di economia insegnavano che l&#8217;inflazione fosse un &#8220;sottoprodotto&#8221; di un&#8217;economia surriscaldata: prezzi in ascesa perché la domanda superava l&#8217;offerta in una fase di crescita esplosiva.<br>Al contrario, una recessione avrebbe dovuto portare ad un calo della pressione sui prezzi.&nbsp;</p>



<p>Il 1973 frantumò queste certezze.</p>



<p>Perché accadde?</p>



<p>I Paesi arabi produttori di petrolio – all&#8217;epoca detentori di un quasi-monopolio sui rifornimenti globali – tagliarono le forniture per scopi politici, provocando volutamente un&#8217;impennata dei costi energetici.</p>



<p>In risposta, i Governi occidentali (USA ed Europa in testa) tentarono di mantenere artificialmente in espansione le proprie economie, iniettando liquidità.<br>Il risultato non fu quello sperato: non solo non fermarono la crisi, ma alimentarono un incendio inflazionistico che divorò il potere d&#8217;acquisto per un decennio.</p>



<p>Oggi, gli attori della &#8220;Guerra del Golfo 2.0&#8221; sembrano intenzionati a ricalcare quegli stessi errori.<br>L’Iran sta esercitando un controllo stringente, che sfiora il blocco totale, sullo Stretto di Hormuz.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo dei vertici di Teheran è chiaro: mantenere i prezzi del greggio ai massimi livelli per destabilizzare l&#8217;ordine economico mondiale, colpendo duramente in particolare gli Stati Uniti ed i loro alleati.</p>



<p>Mentre l&#8217;ombra degli Ayatollah si allunga sui mercati energetici, la risposta interna americana rischia concretamente di trasformarsi in benzina sul fuoco.</p>



<p>Se a maggio Kevin Warsh, scelto da Donald Trump per la guida della Federal Reserve, dovesse cedere alle pressioni “elettorali” del Tycoon, ed abbassare drasticamente i tassi di interesse, il rischio di un cortocircuito sarebbe tutt’altro che teorico.</p>



<p>In un tale scenario diventerebbe cruciale la reazione delle Istituzioni Finanziarie europee.<br>L’indipendenza dalla politica degli Stati della Banca Centrale Europea e della Banca d&#8217;Inghilterra potrebbe consentire il mantenimento della disciplina monetaria in misura più controllata rispetto alla Federal Reserve americana, che rischierebbe di trovarsi sotto una pressione politica crescente.</p>



<p>Di conseguenza, anche se negli Stati Uniti i tassi venissero abbassati in modo aggressivo per accontentare Trump, è plausibile immaginare che in Europa le Banche Centrali adotterebbero un approccio più prudente.</p>



<p>Non si pensi, tuttavia, che la strada per uscire da un simile stallo sia priva di ostacoli politici invalicabili. Il vistoso calo delle Borse cui stiamo assistendo e la crescita degli spread spingeranno inevitabilmente la Politica ad invocare misure d&#8217;emergenza, pretendendo tassi non congruenti con il reale stato dell&#8217;inflazione pur di calmierare i mercati.</p>



<p>Fin qui la politica.</p>



<p>Ma lo stato delle economie ci dice che uno choc da aumento del prezzo del petrolio oggi sarebbe meno devastante rispetto agli anni Settanta, perché i nostri sistemi economico-produttivi dipendono meno dai combustibili fossili.</p>



<p>Meno, però, non significa affatto “per niente”; e l’impennata dei prezzi dei carburanti alla pompa lo sta dimostrando ogni giorno.</p>



<p>Il confronto con la crisi del 2022, legata all’invasione russa dell’Ucraina, è illuminante: allora le reazioni dei Mercati furono immediate e violente, con rialzi diffusi delle principali materie prime già nel breve termine.</p>



<p>Nel caso attuale, pur trattandosi di un conflitto geopolitico rilevante, il Mercato sembra aver reagito in modo più contenuto.&nbsp;</p>



<p>Finora.<br>La struttura delle interdipendenze economiche e commerciali con l’Iran pare aver generato pressioni meno intense.</p>



<p>Ripeto: finora.</p>



<p>Perché l’andamento dei Mercati dipenderà inevitabilmente dalla durata e dall’intensità del conflitto.&nbsp;</p>



<p>Ed è su questo che si giocherà tutto.</p>



<p>Gli effetti, inoltre, non si limiterebbero al petrolio.&nbsp;</p>



<p>Potrebbero estendersi a settori cruciali delle materie prime come urea, ammoniaca, fosfati, zolfo.</p>



<p>In altre parole: fertilizzanti, cioè una componente nascosta ma decisiva del prezzo di pane, pasta, frutta e carne.<br>Quando la navigazione si blocca ad Hormuz, non si ferma solo il petrolio: si accorcia il respiro dell’intera catena alimentare globale.</p>



<p>Alla fine, pur con tutte le differenze del caso, la domanda resta la stessa del 1973: quanto durerà?</p>



<p>Uno choc del prezzo del petrolio di uno o due mesi potrebbe essere assorbito.<br>Se però i tempi si dilatassero, le conseguenze diventerebbero inevitabilmente molto più gravi.</p>



<p>Ne consegue che, in&nbsp;&nbsp;questo momento, l&#8217;ombra più cupa che si addensa sull&#8217;economia mondiale non è solo quella dello choc energetico, ma quella dell&#8217;incertezza.</p>



<p>Concludendo: nel 1973 il problema era il prezzo del petrolio.<br>Oggi è qualcosa di più subdolo: non sapere quanto costerà domani.</p>



<p>Ed un’economia che non sa prevedere il costo dell’energia è un’economia che smette di decidere.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Dopo il Referendum: destra stordita, sinistra illusa</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 07:43:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Sappiamo bene quanto sia difficile estraniarsi dal contesto in cui si vive, sollevandosi sopra le passioni politiche e gli scontri che, inevitabilmente, lacerano il Paese. Tuttavia, da liberale che da decenni auspica la nascita di un’area politica capace<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Sappiamo bene quanto sia difficile estraniarsi dal contesto in cui si vive, sollevandosi sopra le passioni politiche e gli scontri che, inevitabilmente, lacerano il Paese.</p>



<p>Tuttavia, da liberale che da decenni auspica la nascita di un’area politica capace di andare oltre l’anticomunismo e l’antifascismo di maniera — affrontando finalmente senza lenti ideologiche i nodi reali della&nbsp;Nazione – mi piace “guardare dell’alto” lo scenario post-referendario.</p>



<p>Partiamo dal Centrodestra.</p>



<p>Per&nbsp;quanto Giorgia Meloni possa ostentare freddezza, una sconfitta referendaria genera sempre l’effetto &#8220;pugile suonato&#8221;: quello stordimento che porta all&#8217;indecisione sulle contromosse.&nbsp;</p>



<p>La sua prima reazione è stata istintiva, quasi muscolare: via un Sottosegretario, un Capo di Gabinetto ed un Ministro.&nbsp;</p>



<p>Considero le dimissioni forzate di Gasparri da Capogruppo una questione interna a Forza Italia, ma sulle altre &#8220;uscite&#8221; una riflessione s’impone: forse sarebbe stato il caso di procedere&nbsp;<em>ante</em>&nbsp;e non&nbsp;<em>post</em>&nbsp;voto.</p>



<p>Ormai, però, &#8220;cosa fatta capo ha&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Certo, una soluzione politicamente più solida sarebbe stata il rimpasto di Governo.&nbsp;</p>



<p>Non solo perché la logica del capro espiatorio ha il fiato corto, ma perché di Ministri palesemente inadeguati al ruolo — specialmente in vista di un anno pre-elettorale complesso — ce n’è più di qualcuno.&nbsp;</p>



<p>Mi rendo conto che un rimpasto appartenga più alla prudenza della vecchia DC che alla&nbsp;<em>forma mentis</em>&nbsp;della Premier, frenata anche dal rischio di gestire la reazione di chi non mollerebbe la poltrona senza colpo ferire.&nbsp;</p>



<p>Eppure, avrebbe evitato un precedente pericoloso: da oggi, a qualunque &#8220;patriota&#8221; che dovesse incappare in un avviso di garanzia, non si potrà che chiedere un passo indietro.</p>



<p>Esistono poi altre vie.&nbsp;</p>



<p>C’è l’ipotesi &#8220;Enrico Toti&#8221;: lanciare il cuore oltre l’ostacolo e correre al voto anticipato per spiazzare una sinistra galvanizzata ma ancora disorganizzata.&nbsp;</p>



<p>Ma qui servirebbe il semaforo verde del Quirinale, ed ho la netta sensazione che Mattarella non favorirebbe la fine della legislatura prima della scadenza naturale.&nbsp;</p>



<p>Da non trascurare poi che le crisi in Italia si sa come si aprono, ma mai come si chiudono.&nbsp;&nbsp;Mattarella dovrebbe almeno provare ad incaricare qualcuno per formare un nuovo Governo; ed a quel punto credetemi che molti Parlamentari che magari sanno che non saranno rieletti, ma che non vogliono rischiare la pensione, pur di durare un altro anno sarebbero disposti a sostenere anche il “cavallo di Caligola”.</p>



<p>Se poi, come si dice, la Premier punta al record di longevità del suo Esecutivo, spero per lei che questo non diventi un alibi per l’immobilismo.</p>



<p>Sempre a proposito dell’opzione “elezioni anticipate”, non banalizzerei anche il fatto che la&nbsp;&nbsp;scadenza naturale della legislatura, fissata per l&#8217;autunno 2027, incrocia un passaggio critico: la tornata delle amministrative in primavera.&nbsp;</p>



<p>Con il voto in metropoli come Roma, Milano, Napoli e Torino — storicamente inclini a premiare il centrosinistra — il rischio per la coalizione di governo sarebbe quello di arrivare all’appuntamento nazionale di settembre con il fiato corto, logorata da una probabile disfatta nei grandi centri urbani.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un election day a giugno, che accorpasse politiche ad amministrative,&nbsp;&nbsp;potrebbe&nbsp;&nbsp;risolvere il problema.&nbsp;</p>



<p>C’è poi l’opzione che il Manzoni mette in bocca al Conte zio:&nbsp;<em>«Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire…»</em>.&nbsp;</p>



<p>È la via più italica, riassumibile nel celebre&nbsp;<em>«Adda passà &#8216;a nuttata»</em>&nbsp;di Eduardo in Napoli Milionaria.&nbsp;</p>



<p>Significa derubricare la sconfitta a mero esito tecnico sul quesito, sperando che nel frattempo il vento cambi, che Trump rinsavisca, che la crisi in Iran sfumi, o che intervenga il solito &#8220;stellone italico&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Non è una strategia da grandi statisti, ma in politica, Machiavelli docet, la “fortuna” ha spesso il suo peso.</p>



<p>Infine, trovo poco azzeccata l’idea di rifugiarsi nella riforma della legge elettorale.</p>



<p>Oltre al noto &#8220;sortilegio&#8221; per cui chi cambia le regole per favorirsi finisce regolarmente per perdere, c’è una verità di fondo: se il vento cambia davvero, non esiste artificio in grado di salvarti dall&#8217;opposizione.</p>



<p>In definitiva, a mio avviso quella che abbiamo vista finora&nbsp;non è solo una reazione sbagliata, è un segnale di fragilità strutturale del modello Meloni.</p>



<p>Dall’altra parte della barricata, nel cosiddetto Campo Largo, l’entusiasmo è comprensibile, tanto che sembra di rivivere il clima della &#8220;gioiosa macchina da guerra&#8221; di Achille Occhetto.&nbsp;</p>



<p>A tal riguardo ho già avuto modo di scrivere che ritengo un errore pensare che l’esito del Referendum sia un parametro idoneo per determinare gli attuali &#8211; e quelli che saranno nel futuro &#8211; rapporti di forza fra Destra e Sinistra.&nbsp;</p>



<p>Allo stesso modo, è un errore pensare che il problema principale sia decidere chi sarà il &#8220;Capo&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Non che la sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sia irrilevante (chissà se tra i due litiganti il terzo gode&#8230;), ma se a&nbsp;<em>gauche</em>&nbsp;pensano che basti un nome ed un gazebo delle primarie per risolvere tutto, sbagliano di grosso.&nbsp;</p>



<p>E, soprattutto, mi auguro che non tentino di nascondere le divergenze strutturali sotto il consueto programma-fiume di 300 pagine dove convive tutto ed il contrario di tutto.</p>



<p>Io, e spero molti italiani, non mi accontenterei di formule fumose.&nbsp;</p>



<p>La sinistra dovrà mettere nero su bianco risposte chiare su temi che non ammettono ambiguità:</p>



<p>Il sostegno&nbsp;&nbsp;anche militare all&#8217;Ucraina, senza &#8220;se&#8221; e senza &#8220;ma&#8221;, resterà nel programma?</p>



<p>Il rafforzamento della&nbsp;difesa europea&nbsp;(Rearm Europe) sarà una priorità?</p>



<p>La fedeltà alla&nbsp;NATO&nbsp;e all&#8217;UE sarà fuori discussione?</p>



<p>Ci sarà una posizione netta contro l&#8217;immigrazione illegale?</p>



<p>Sul&nbsp;debito pubblico, vedremo serietà o nuovi sussidi stile Superbonus e Reddito di Cittadinanza?</p>



<p>Il contrasto all&#8217;antisemitismo&nbsp;sarà fermo?</p>



<p>La sicurezza delle città sarà al centro dell’attenzione?</p>



<p>La&nbsp;patrimoniale&nbsp;verrà proposta? Ed in che termini?</p>



<p>La &#8220;politica della casa&#8221; sarà per caso quella di&nbsp;Ilaria Salis?</p>



<p>Queste sono le risposte ineludibili per governare seriamente un Paese.&nbsp;</p>



<p>E date le profonde &#8220;diversità di vedute&#8221; tra PD, 5 Stelle, AVS e Italia Viva, non credo proprio che per il Campo Largo sarà una passeggiata di salute.</p>



<p>In conclusione, il post-referendum non concede a nessuno il lusso della distrazione.&nbsp;</p>



<p>Per Giorgia Meloni è arrivato il momento della scelta: se intende davvero puntare alla riconquista di Palazzo Chigi nel 2027, non può limitarsi a &#8220;far passare la nottata&#8221; sperando in congiunture astrali favorevoli od in riforme elettorali di facciata.&nbsp;</p>



<p>Serve un cambio di passo visibile, una capacità di governo che vada oltre la gestione dei fedelissimi, e che sappia dare risposte concrete ad un elettorato che ha dimostrato di non essere disposto a firmare cambiali in bianco.</p>



<p>Dall&#8217;altra parte, il Campo Largo farebbe bene a raffreddare i bollori dei festeggiamenti.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;entusiasmo è un carburante prezioso, ma da solo non costruisce una coalizione di governo credibile.&nbsp;</p>



<p>Il rischio, già visto troppe volte nella storia della sinistra italiana, è quello di scambiare un segnale di malcontento verso l’avversario per un consenso cieco verso se stessi.&nbsp;</p>



<p>In politica, come nella caccia, è sempre un errore fatale vendere la pelle dell&#8217;orso prima di averlo preso.&nbsp;</p>



<p>E quell&#8217;orso, per quanto ferito, è ancora ben lontano dall&#8217;essere domato.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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