Quattro passi, due giornali e una domanda: cos’è davvero la saggezza? di Mario Giulianati

Mario Giulianati
Il tempo invita a fare due passi, magari quattro, e quindi mi metto in cammino per andare, come avviene ogni giorno, tempo permettendo, a ritirare i due giornali quotidiani , uno locale e l’altro nazionale, che mi consentono di tenermi informato alla vecchia maniera, quindi con testi e commenti oltre che con le notizie correnti, cosa che la TV fa quasi in tempo reale e ti coinvolge comunque diversamente della carta che ti fruscia tra le dita, dove ti rimane la traccia dell’inchiostro. I giornali, l’edicola, le quattro chiacchiere, i quattro passi, qualche ciao e buona giornata. Un buon inizio di un giorno che si srotola con ritmi ormai semplificati e sempre più spesso scontati. Qualcuno mi dice che alla mia età si diventa saggi. Non so bene che significhi ma, se è un complimento, ringrazio. Mi pongo una domanda: che cosa è la “saggezza”? Come si esprime e si evidenzia? A che cosa serve? A chi serve? Con gli interrogativi si può continuare un bel po’ ma non si cercano le risposte, e questo è un atteggiamento poco saggio. Una risposta viene da Cicerone, il famoso Marco Tullio, che in “L’Arte di invecchiare” ci dice che «Senectus enim est natura loquacior» che tradotto significa “La vecchiaia è per sua natura più incline alla parola». Ma non si ferma lì, ci spiega pure che in vecchiaia l’intelletto diviene più attento, più misurata le parole, e maggior serenità nell’animo. Insomma, la vecchiaia si abbina, spesso, alla compostezza del linguaggio e questa è cosa saggia. Ma se le cose stanno così, l’acquisizione della “saggezza” non è nulla di più che un rito iniziatico. Pure un po’ banale. Ma così non è per i laici, studiosi oppure semplici osservatori, come per la Cristianità. In effetti è considerata una virtù fondamentale e appaiata alla sapienza ma si distinguono perché la Sapienza è un dono dello Spirito Santo mentre la saggezza umana nasce dalle esperienze e dallo studio. Ma un grande valore lo ha anche per il laico che individua la saggezza nella capacità di individuare cosa è bene e cosa non lo è, inoltre è utile per la ricerca della felicità. Un concetto discretamente ambizioso ma ci sta. Ma non finisce qui: è un fatto etico, indica la via della ragione, si forma con la conoscenza, ecco nuovamente il “sapere”, e l’esperienza. Il vocabolario Treccani ci puntualizza che la “saggezza /sa’dʒ: ets: a/ s. f. [der. di saggio¹]. – [l’essere saggio: agire con s.] ≈ assennatezza, avvedutezza, buonsenso, criterio, discernimento, equilibrio, giudizio, ponderazione, (fam.) sale (in zucca), sapienza, (lett.) saviezza. ↓ senno.” Sintetico ma laicamente puntuale. Su questa base si definisce la funzione del (presunto e potenziale) saggio. Una persona riconosciuta da una comunità come tale è oggetto della stima e del rispetto dei suoi componenti che ricorrono a lui per avere suggerimenti e consigli. Il saggio non è un professionista con un biglietto da visita, una targa fuori dallo studio, e nemmeno è membro di un “Ordine dei Saggi”, che non esiste. Motivo per cui i suoi consigli sono gratuiti e come spesso accade anche in altre circostanze sono considerati dei regali. Accade anche che questi consigli non vengano seguiti da comportamenti adeguati, spesso pure ignorati del tutto, ma se il richiedente non risolve il suo problema ha pure a disposizione un “capro espiatorio” che, come tale, diventa il responsabile del danno. Questo lo racconta la Bibbia nel Libro del Levitico detto anche Terzo Libro di Mosè e della Tōrāh ebraica e pure della Bibbia cristiana (Wikipedia docet). Mi permetto di dare anche io un consiglio, che è quello di non darne. La saggezza è, come già detto, una virtù di non semplice comprensione e ancor meno facilmente esercitabile. Nell’esprimerla necessità molta prudenza, sensibilità, equilibrio, conoscenza, e anche tatto. Quindi oltre che essere un esercizio virtuoso è pure un’arte, o almeno una forma di alto artigianato linguistico. Immaginatevi a bordo di un barchino calato su un torrente in cima a una montagna e dovete arrivare a valle possibilmente senza farvi un bagno. La saggezza non è solo un fatto di dottrina, di pensiero o di ipotesi ma deve pure tener conto che può divenire un fatto concreto. Quindi rappresenta una possibile eventuale sconfitta. In poche parole l’ottimo sta nel riuscire a comportarsi e a operare bene nella concretezza della quotidianità. Non è una cosa facile ma l’obbiettivo è sicuramente affascinante. Oltre che ambizioso. Ma è ora di rientrare, giornali sotto il braccio, mentre penso a Ludwig van Beethoven che si avvolgeva nell’assoluto silenzio della sua musica che definiva la musica una “rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia” e mi rifugio in Mango (L’albero Delle Fate 2007) e nella sua interpretazione della saggezza:
La Saggezza E Il Pane
Semplice e nuda come mani in su
in questa vita rampicante in me
sto attento a te
io ho il centro di me.
A mia madre io prego la sapienza e il lume,
quel piccolo infinito
non è mai finito per te
……………………………….
Rondini a mille come mani in su
e poi di nuovo in mare,
le coscienze in mare
a mia madre io prego la saggezza e il pane
non ho paura adesso, non fa mai lo stesso
perché
io sto attento a te
io sto al centro di me,
io sto al centro di me.










