Focolaio di hantavirus sulla nave da crociera: quanto dovremmo preoccuparci?

Un focolaio di hantavirus scoppiato a bordo di una nave da crociera con passeggeri provenienti da diversi Paesi sta spingendo le autorità sanitarie internazionali a un vasto lavoro di tracciamento dei contatti. La situazione viene definita seria, ma gli esperti ribadiscono che il rischio per la popolazione generale resta basso.
L’imbarcazione era partita dall’Argentina circa un mese fa e, nel corso del viaggio, tre passeggeri sono morti a bordo o dopo lo sbarco. Altre quattro persone sono state evacuate per ricevere cure mediche. Intanto, è in corso un’operazione internazionale per rintracciare tutti i passeggeri che hanno già fatto ritorno nei propri Paesi, tra cui Regno Unito, Sudafrica, Paesi Bassi, Stati Uniti e Svizzera.
Secondo l’ultimo aggiornamento sanitario, sono stati identificati otto casi complessivi tra le persone a bordo: tre confermati e cinque sospetti. Non è ancora chiaro quale sia stata l’origine dell’epidemia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiarito che non si tratta di una minaccia paragonabile a Covid o influenza. “Non è l’inizio di una pandemia”, ha spiegato la dottoressa Maria Van Kerkhove, sottolineando che il virus si diffonde in modo molto diverso e meno efficiente rispetto a patogeni altamente contagiosi.
L’hantavirus, in generale, si trasmette dai roditori all’uomo attraverso l’inalazione di particelle contaminate presenti in urina, feci o saliva degli animali. Il ceppo coinvolto nell’epidemia, noto come ceppo andino, può in alcuni casi trasmettersi anche da persona a persona, ma con modalità molto meno efficienti rispetto ad altri virus respiratori.
Gli esperti ipotizzano che il contagio iniziale possa essere avvenuto prima dell’imbarco o durante scali in aree remote ricche di fauna selvatica. Successivamente, alcuni contagi potrebbero essersi verificati a bordo, dove condizioni di vita ravvicinate, cabine condivise e spazi comuni possono favorire la trasmissione tra persone.
Tra i casi segnalati figura anche una donna olandese sbarcata all’isola di Sant’Elena il 24 aprile, mentre il marito era deceduto a bordo l’11 aprile. Non è ancora confermato se anche lui rientri tra i casi di hantavirus.
Le autorità sanitarie britanniche sottolineano però che il virus non si diffonde tramite contatti casuali o ambienti pubblici come scuole, negozi o luoghi di lavoro. I sintomi, che compaiono generalmente tra due e quattro settimane dall’esposizione ma possono emergere anche dopo più di un mese, includono febbre, affaticamento, dolori muscolari e, nei casi più gravi, difficoltà respiratorie e disturbi gastrointestinali.
Non esiste una cura specifica, ma il trattamento ospedaliero tempestivo può migliorare le probabilità di sopravvivenza.
Il tracciamento dei contatti è descritto dagli esperti come uno sforzo “colossale” ancora in corso. Alcuni passeggeri sono già stati sottoposti ad autoisolamento precauzionale di 45 giorni, in particolare nel Regno Unito.
Le autorità sanitarie ribadiscono che, per chi non è stato direttamente coinvolto nell’evento, il rischio rimane “trascurabile”. Le persone esposte vengono comunque monitorate attentamente, inclusi i passeggeri dei voli di rientro e chi ha avuto contatti ospedalieri.
La nave, nel frattempo, ha lasciato l’area vicino a Capo Verde ed è diretta verso le Isole Canarie. A bordo sono stati effettuati controlli sanitari e una pulizia approfondita in vista delle evacuazioni programmate.
Secondo quanto comunicato dalla compagnia di navigazione, nessuno tra i passeggeri ancora a bordo presenta sintomi. Le autorità continuano a coordinare il rientro nei Paesi d’origine e il monitoraggio dei contatti in diversi Stati, inclusi Stati Uniti e Regno Unito, dove alcuni passeggeri sono già sotto osservazione pur non mostrando segni di malattia.













