8 Maggio 2026 - 9.51

Il futuro in vendita. Capire i futures senza essere economisti

Umberto Baldo

Ci sono termini economico-finanziari che sembrano inventati apposta per tenere lontane le persone normali.
“Derivati”, “hedging”, “commodities”, “margini”, “leveraggio”.
Sembra il linguaggio segreto di una setta finanziaria chiusa in qualche grattacielo di Londra o Chicago, dove uomini in giacca blu urlano davanti a monitor verdi come negli anni Ottanta. 

E invece, dietro certi termini complicati, spesso si nascondono meccanismi semplicissimi. 

Uno di questi è il “future”.
Termine che in queste settimane di tensione nel Golfo Persico sentiamo nominare continuamente: “salgono i futures sul petrolio”, “crollano i futures sul gas”, “mercati nervosi sui futures energetici”.

Ma che cosa sono davvero?

Cerchiamo di spiegarlo anche alla Siora Maria ed al Sior Bepi: un future è un contratto con cui due persone decidono oggi il prezzo di qualcosa che verrà consegnato domani.

Fine.
Tutto il resto è contorno, sofisticazione, speculazione, e qualche miliardo che vola da una parte all’altra del pianeta come una pallina impazzita nel flipper della finanza globale.

Immaginiamo una scena concreta.
Non Wall Street. Non Goldman Sachs.
Un campo di grano. Siamo a gennaio.
Un agricoltore sa che raccoglierà il suo grano a giugno.
Ha però un problema: teme che il prezzo del grano crolli nei prossimi mesi.

Dall’altra parte c’è un fornaio, a cui quel grano serve per la sua attività.
Lui teme l’esatto contrario: che il prezzo del cereale salga troppo.

In estrema sintesi: il primo ha paura di vendere male, l’altro ha paura di comprare male.

Ed ecco nascere il future.

I due firmano un contratto:  10 tonnellate di grano –  consegna il 1° giugno-  prezzo fissato oggi: 200 euro a tonnellata 

A giugno possono accadere due cose.

Primo scenario, il prezzo crolla: il grano sul mercato vale 150 euro.

L’agricoltore però sorride.  Grazie al contratto di future venderà comunque a 200 euro.

Il fornaio invece paga più del prezzo di mercato.
Ci perde? Sì.   Ma almeno aveva la certezza del costo.

Secondo scenario, il prezzo vola: il grano arriva a 250 euro.

Questa volta è il fornaio a festeggiare: comprerà comunque a 200 euro.

L’agricoltore rinuncia ad un guadagno maggiore, ma aveva ottenuto ciò che cercava: sicurezza.

Ed eccoci arrivati al punto centrale; alla funzione dei futures.

Non servono principalmente a “fare soldi”.
Servono a ridurre l’incertezza.

Sono nati così, come assicurazione contro le oscillazioni dei prezzi.

Il problema è che l’essere umano riesce a trasformare qualsiasi strumento utile in un gigantesco casinò globale.
Era inevitabile.

Infatti oggi gran parte dei futures non viene usata da agricoltori o fornai, ma da speculatori finanziari che non vedranno mai un chicco di grano, un barile di petrolio od una pepita d’oro (tanto per dire le prime dieci materie prime, o commodities, ordinate per maggiore liquidità e volumi di scambio sono il brent oil, il petrolio greggio, il gas naturale, l’oro, l’argento, il rame, il caffè, lo zucchero, il cacao, il cotone). 

Avrete capito a questo punto che detti “operatori” comprano e vendono non merci, bensì contratti, sperando di guadagnare sulle variazioni di prezzo delle commodities.

Ed è qui che il meccanismo diventa interessante.

Perché un future non obbliga quasi mai a possedere davvero la merce.

Chi compra futures sul petrolio spesso non ha nemmeno un garage abbastanza grande per tenere un tagliaerba, figurarsi milioni di barili.
Semplicemente scommette che il prezzo salirà o scenderà.

Se pensa che salirà, compra oggi e rivende domani ad un prezzo maggiore.
Se pensa che scenderà, vende oggi e ricompra dopo.

Inevitabilmente questo meccanismo di mercato fa sì che i futures svolgano un ruolo fondamentale e spesso decisivo nella determinazione del prezzo di molte materie prime (commodities) e strumenti finanziari, agendo come principale meccanismo di “price discovery” (scoperta del prezzo).  In altre parole definiscono il prezzo di riferimento di determinate merci a livello globale.

Come vedete, tutto molto elegante.
Fino a quando il mercato impazzisce.   Come accade durante le guerre.

Quando in Medio Oriente si alza la tensione, il mercato teme che possano interrompersi le forniture di petrolio.
E allora cosa fanno i trader?

Comprano futures sul greggio prima ancora che manchi davvero il petrolio.

È il regno delle aspettative, nel quale il prezzo di una merce non fotografa soltanto il presente, ma anticipa il futuro.

Per questo i futures sono diventati una specie di termometro dell’ansia mondiale.

Basta una dichiarazione aggressiva dell’Iran, una petroliera fermata nello stretto di Hormuz, un bombardamento, ed i futures sul petrolio schizzano verso l’alto.

Magari il petrolio continua a fluire normalmente; ma il mercato non aspetta i fatti, scommette sulle paure.

Ed è qui che nasce un altro equivoco gigantesco.

Molti pensano che “la Borsa” sia l’economia reale.
In realtà spesso è soltanto il mercato delle aspettative sull’economia reale.

Una differenza enorme.

I futures, infatti, sono chiamati anche “strumenti derivati” perché derivano il loro valore da qualcos’altro: petrolio, gas, oro, grano, zucchero, caffè, valute, indici azionari.

Persino il succo d’arancia ha i suoi futures.
L’umanità riesce a finanziare qualsiasi cosa. 

È una qualità quasi poetica, se non fosse per i disastri che combina periodicamente.

Naturalmente esistono anche i rischi.

Per comprare futures spesso basta versare una piccola quota iniziale, detta “margine”.
Una specie di “caparra”.

Questo significa che si possono controllare enormi quantità di denaro (e di merci) con somme relativamente piccole.

Ed è qui che entra in scena la leva finanziaria (strategia che permette di investire od operare su mercati finanziari utilizzando capitali presi a prestito, consentendo di controllare una posizione superiore al capitale proprio versato. Amplifica sia i guadagni che le perdite potenziali, rendendola uno strumento ad alto rischio).

Leva che funziona magnificamente quando guadagni, ma molto meno quando perdi.

È un po’ come guidare una Ferrari a 300 all’ora sotto la pioggia: emozionante fino al guardrail.

Per questo i futures possono diventare estremamente pericolosi.

Non solo per chi specula, ma per interi sistemi economici.

Perché oggi il prezzo del petrolio, del gas, del grano o del rame influenza direttamente:inflazione, bollette, trasporti, costo del pane, costo della pasta, costo dell’energia  ecc.

In pratica: la vita quotidiana delle famiglie.

Ed ecco perché un contratto nato per dare stabilità agli agricoltori del Midwest americano è diventato uno degli strumenti più potenti della finanza mondiale.

Un future è, in estrema sintesi, una scommessa organizzata sul futuro.

A volte prudente, a volte utile, a volte anche necessaria.

E qualche volta pericolosamente simile ad una roulette planetaria travestita da matematica.

Concludendo, dietro termini altisonanti come futures, short selling, derivati complessi, spesso si nascondono scommesse legalizzate, fatte da pochi per guadagnare molto sulle disgrazie altrui.

Abbiamo stravolto tutto: perché la Borsa, in origine, era uno strumento per finanziare l’impresa, per permettere ad un’idea di diventare un’azienda, e ad un’azienda di crescere.

Oggi sembra un’arena dove gladiatori invisibili si scambiano colpi su titoli di aziende, o su merci, che non hanno mai nemmeno visto, e dove il risparmiatore medio è solo carne da macello.

Che futuro può avere un sistema in cui il lungo termine vale meno di un tweet?

Che fiducia possiamo dare ad un mercato che premia la paura più della stabilità?

Ecco perché continuo a pensare – e a dirlo senza peli sulla lingua – che l’unica vera riforma sarebbe una sola: vietare tutte le operazioni che non abbiano dietro beni o soldi “reali”. 

Compri solo se hai il denaro, vendi solo se hai le azioni.  

Tutto il resto? Fuori dal listino, o tassato come il gioco d’azzardo.   

Non mi sembra poi tanto complicato da capire.

Umberto Baldo

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