Il Mercato delle Tragedie: perché alcune guerre valgono più di altre?

Umberto Baldo
C’è una tentazione profondamente umana, quanto ferocemente ipocrita: stilare una classifica delle guerre.
Mettere in fila i morti, stabilire una graduatoria del dolore e decidere, a tavolino, quale tragedia meriti l’indignazione collettiva e quale debba scivolare nel silenzio.
Ma c’è qualcosa di più grave: cancellare interi conflitti, come se non esistessero.
Oggi, accade esattamente questo.
Mentre le piazze europee ed italiane si riempiono di bandiere e slogan per la causa palestinese, esiste un conflitto che non trova posto né nei cortei, né nelle coscienze: quello che devasta il Sudan da più di tre anni.
Eppure, senza giri di parole, è la più grave crisi umanitaria in corso sul pianeta.
Parliamo di quasi 25 milioni di persone alla fame.
Non una cifra astratta, ma esseri umani in carne e ossa; donne, bambini, uomini, vecchi.
Parliamo di un Paese dove oltre 33 milioni di individui necessitano di assistenza umanitaria.
Dove la carestia e la fame sono già realtà in diverse aree e minacciano di estendersi.
Dove la produzione agricola è crollata quasi della metà, spazzando via la possibilità stessa di sopravvivenza per milioni di persone.
Eppure tutto questo resta sullo sfondo.
Una tragedia “carsica”, un rumore bianco nei media, quasi che la fame in Africa sia una condizione naturale, un destino ineluttabile di quelle latitudini.
Come se il sangue africano fosse meno scandaloso, meno urgente, meno “fotogenico” di quello di Gaza.
Come se la fame africana fosse meno scandalosa, meno urgente, meno degna di indignazione di quella palestinese.
La domanda è brutale e politicamente scorretta, ma inevitabile: perché nei cortei Pro-Palestina non sventola mai una bandiera del Sudan? E così anche in quelli dei nostri pacifisti da salotto?
Forse perché non è una guerra mediaticamente spendibile?
Perché mancano sponsor culturali e “finanziari” capaci di orientare il consenso?
O, più cinicamente, perché gli africani sono considerati meno “rappresentabili” nel grande teatro morale dell’Occidente?
Il punto non è stabilire quale causa sia più giusta.
Il punto è smascherare il meccanismo per cui il dolore di alcuni mobilita le folle, mentre quello di altri annega nell’indifferenza.
Lo stesso schema si ripete ovunque.
In Italia, l’odio anti-israeliano ed anti-americano riempie i discorsi, ma passa sotto silenzio la macelleria teocratica in Iran: centinaia di esecuzioni, ragazzi e ragazze impiccati (600 da inizio anno) con l’accusa grottesca di essere “nemici di Dio” o di “diffusione della corruzione sulla Terra”.
Una repressione brutale che non trova spazio nel racconto dominante perché “disturba” la narrazione ideologica.
Questa non è informazione. Non è politica.
È selezione morale che diventa selettiva indignazione. Un’indignazione a intermittenza che vede solo ciò che conviene vedere.
ll Sudan oggi è il simbolo di questa distorsione: un Paese vastissimo, crocevia tra Nord Africa, Sahel e Corno d’Africa, affacciato sul Mar Rosso, devastato da una guerra che produce fame prima ancora che morte.
Un conflitto che non solo uccide, ma impedisce sistematicamente di vivere.
Ignorarlo non è una svista. È una scelta.
Perché il dolore non ha gerarchie. Ma le nostre coscienze, evidentemente, sì.
E questo dice molto più di noi che delle guerre che fingiamo di guardare.
Umberto Baldo













