La “favola” del controllo dei prezzi affonda nel Golfo Persico

Umberto Baldo
Negli ultimi due tre anni i Banchieri centrali, da Madame Lagarde a Jerome Powell, ci hanno fatto credere di essere riusciti a tenere sotto controllo l’inflazione.
C’è una domanda che viene spontanea: è proprio così?
In parte forse si, ma se non c’è stata un’impennata inflattiva lo dobbiamo anche, e soprattutto, alle imprese ed ai lavoratori cinesi.
Vi sembra una affermazione azzardata?
Non è così.
Negli ultimi tre anni, la struttura produttiva della Cina ha fatto, o meglio è stata costretta fare, qualcosa che nessuna Banca Centrale riconoscerà mai apertamente: ha contribuito a tenere bassa l’inflazione globale.
Come dicevo, non per virtù, ma per necessità.
Ma come ha fatto la Cina ad influenzare i nostri prezzi così a lungo?
Risposta: Negli ultimi tre anni, la Cina ha vissuto una situazione particolare: produceva molto più di quanto i suoi cittadini riuscissero a comprare (sovracapacità).
Per non chiudere le fabbriche, le aziende cinesi si sono fatte una guerra spietata sui prezzi, vendendo all’estero a costi stracciati.
Questo ha regalato all’Occidente una “deflazione importata”, sottraendo tra 0,3 e 0,5 punti percentuali all’inflazione delle economie avanzate, secondo Capital Economics.
Detta più terra terra, mentre tutto rincarava, la Cina esportava a prezzi stracciati per smaltire la sua produzione in eccesso.
Per i più sofisticati, la Cina dal 2023 ha esportato deflazione (di fatto grasso che cola per le Banche centrali e per noi consumatori occidentali).
Quindi se la possono raccontare gli gnomi della Bce e della Fed; si possono pure intestare il merito del raffreddamento dei prezzi: ma almeno dovrebbero avere l’onestà di inserire nel racconto le fabbriche cinesi.
Ora però quella stagione è finita.
Da marzo 2026, i prezzi all’esportazione cinesi hanno ricominciato a salire per molte categorie di beni di consumo.
Perché?
ll meccanismo è piuttosto semplice, anche se le conseguenze, come vedremo, non lo sono.
E’ la conseguenza diretta della guerra in Iran, che ha fatto esplodere i costi legati al petrolio: plastica, PVC, fibre sintetiche, gomma, chimica e quant’altro.
Spero abbiate capito dalle cronache questi giorni che i carburanti (benzina, gasolio, kerosene, gpl, olio combustibile) pur importanti, sono solo una piccola parte di ciò che si ricava dell’”Oro nero”.
Oli lubricanti, grassi, paraffina, asfalto, materie plastiche, fertilizzanti e detergenti, zolfo e acido solforico, idrogeno e coke petrolifero.
Sono tutti derivati del petrolio essenziali non solo per l’industria energetica, ma ad esempio anche per la produzione industriale, cosmetica e farmaceutica.
Tutti prodotti che entrano in una quantità enorme di beni esportati dalla Cina.
Dall’inizio del conflitto i produttori hanno assorbito i rincari, per non perdere quote di mercato.
Poi, inevitabilmente, hanno ceduto.
Certo in un mercato ipercompetitivo come quello attuale alzare i prezzi è sempre l’ultima scelta, ma a quando i costi delle materie prime salgono ogni giorno, smette di essere una scelta; diventa sopravvivenza.
E così, dopo oltre tre anni, anche i prezzi alla produzione cinesi sono tornati positivi.
Ma se pensate che, essendo i rincari partiti a marzo, il problema sia già alle spalle, vi sbagliate di grosso. I
ll meccanismo della globalizzazione ha un’inerzia spietata: quei costi stanno viaggiando proprio ora dentro i container diretti ai nostri porti.
La trasmissione dei rincari è lenta ma inevitabile.
Secondo Goldman Sachs, un aumento del 10% del petrolio si traduce in circa 0,5 punti percentuali in più sui prezzi all’export nel giro di un anno, con un picco dopo 4-5 mesi.
In pratica il vero picco dei rincari si dovrebbe vedere tra l’estate e l’autunno 2026.
Così l’inflazione sopra il 3% torna a essere una minaccia concreta per Europa e Stati Uniti.
È qui che cade il castello di carte.
Per anni, Lagarde e Powell si sono fatti scudo con una deflazione che non avevano creato loro.
Ora che la “fabbrica del mondo” ha smesso di regalarci sconti, ed ha iniziato ad esportare i propri rincari, le Banche Centrali si ritrovano senza paracadute.
La domanda non è più se l’inflazione tornerà a mordere, ma se chi siede ai piani alti di Francoforte e Washington avrà il coraggio di ammettere che il Re è nudo: in altre parole che la stabilità dei prezzi non era merito dei loro tassi, ma del sudore – e oggi dei costi – degli operai di Shenzhen.”
Ed è a questo punto che sorge un vero dilemma per le Banche Centrali
Perché il tipo di inflazione derivante dalla guerra del Golfo è diverso da quella deli anni precedenti.
Per essere più chiaro, nel 2022-2023 c’era domanda in eccesso: alzare i tassi serviva a raffreddarla.
Oggi lo shock è esterno, legato ai costi e ad un conflitto militare.
Ed in questo caso alzare i tassi non produce né più petrolio, né più plastica.
Detta diversamente se la BCE alza i tassi ora, rischia di soffocare un’economia già fragile, senza riuscire a fermare i rincari che arrivano dall’Iran o dalla Cina.
Ma perché gli effetti della guerra in Iran sono diversi da quelli della guerra in Ucraina?
In economia le variabili sono sempre molteplici, ed il contesto attuale appare diverso da quello che accompagnò l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022.
Allora, l’economia globale si trovava ad affrontare contemporaneamente uno shock dell’offerta, legato alle interruzioni delle forniture energetiche, ed uno shock della domanda, alimentato dalla forte ripresa post-pandemica e dai risparmi accumulati durante il Covid.
Il risultato fu un aumento generalizzato dei prezzi.
Oggi lo scenario appare diverso: l’economia globale sembra confrontarsi soprattutto con uno shock di offerta, la cui entità resta ancora incerta.
A mio avviso le Banche Centrali attenderanno che lo shock si attenui prima di modificare l’orientamento della politica monetaria, anche se è vero che non fare nulla rischia di lasciare che l’inflazione si radichi.
Dopo tutti questi ragionamenti resta sospesa una domanda finale: da tutto questo, la Cina ne uscirà indebolita?
Per tentare di rispondere partirei dal fatto che la Cina parte comunque da una posizione di vantaggio: domanda interna debole, salari sotto controllo, ed una concorrenza interna che continua a comprimere i margini.
Questo significa che, anche in un contesto di inflazione da costi, le aziende cinesi potrebbero riuscire ad aumentare i prezzi meno dei concorrenti globali.
E quindi guadagnare ulteriori quote di mercato.
La Cina non ci regalerà più sconti, ma continuerà a “inondare” i nostri mercati perché, nonostante tutto, resta la fabbrica più competitiva del mondo.
In conclusione, abbiamo vissuto tre anni di “sconto deflazionistico” grazie alla crisi interna cinese.
Quella festa è finita a causa della geopolitica.
Quindi credo che ci dovremo preparare ad un 2026 dove il costo della vita tornerà a mordere, e questa volta le Banche centrali avranno pochissime armi per difenderci.
Baldo Umberto













