24 Aprile 2026 - 9.37

Il Leone, Unicredit, Delfin ed il nuovo risiko della finanza italiana

Umberto Baldo

A mio modo di vedere, l’Assemblea delle Assicurazioni Generali, lungi dal mettere qualche punto fermo sullo stato del potere finanziario italico, e dei suoi equilibri, ha fatto calare una coltrina di nebbia dove raccapezzarsi diventa più difficile, e dove tutte le ipotesi diventano plausibili.

Mi spiego meglio.

Partiamo dal fatto che c’è stato un tempo, in Italia, in cui i destini della finanza si decidevano in pochi uffici ovattati tra via Filodrammatici e piazza Cuccia. 

Era la finanza dei “soci stabili”, dei patti di sindacato, e di una politica che, pur restando un passo indietro, garantiva gli equilibri. 

Quel tempo non è solo finito: è stato travolto da una realtà più aggressiva, più liquida e, paradossalmente più vitale.

L’improvvisa crescita di Unicredit, palesatasi ieri  con l’8,72% in Assicurazioni Generali, secondo me non è solo una mossa tattica di Andrea Orcel. 

È l’ultimo atto della demolizione dei vecchi “salotti buoni”. 

Quando la Banca di piazza Gae Aulenti si presenta in assemblea a Trieste con una quota rafforzata rispetto alle attese, probabilmente sta inviando un messaggio che va oltre il perimetro del “Leone”: quello che la finanza italiana non accetta più regie esterne che non siano quelle del mercato e del rendimento.

Il dato emerso in assemblea ridefinisce con chiarezza la geografia del capitale di Assicurazioni Generali.

Mps, attraverso Mediobanca, resta il primo socio con il 13,19%, mentre Delfin si attesta al 10,05%.    Alle spalle si collocano Unicredit con l’8,72%, il gruppo Caltagirone al 6,26% e i Benetton al 4,86%. 

Una fotografia che segna un salto di qualità per la Banca guidata da Andrea Orcel, la cui presenza non può più essere letta come marginale.

Formalmente, in Piazza Gae Aulenti si continua a parlare di investimento finanziario, con una posizione “in gran parte coperta” e quindi con esposizione economica limitata. 

Ma il livello raggiunto rende sempre più difficile sostenere che si tratti solo di gestione di portafoglio. 

Anche perché, inutile negarlo, una quota di questa dimensione è già sufficiente per incidere negli equilibri di governance, soprattutto in un contesto così frammentato.

Ma il vero elemento di rottura, tuttavia, a mio avviso non sta solo nella percentuale della partecipazione azionaria, ma nel “motore” che la muove. 

Il maxi-finanziamento da 10 miliardi di euro che Unicredit starebbe strutturando per permettere a Leonardo Maria Del Vecchio di assumere il controllo di Delfin è lo snodo cruciale. 

Qui la finanza d’investimento si fonde con le dinamiche dinastiche: Unicredit non sta solo comprando azioni, sta finanziando la nascita di un nuovo polo di potere.

L’asse Orcel-Delfin, se consolidato, darebbe vita ad un legame d’acciaio tra la Banca e la Holding che controlla pezzi pregiati di Mediobanca e Generali, con una massa critica capace di influenzare non solo Generali, ma anche Mediobanca e, potenzialmente, la partita su Monte dei Paschi di Siena. 

È un blocco “milanese” ed internazionale che parla una lingua diversa da quella dei palazzi romani. 

Una lingua fatta di leverage, di opzioni coperte, e di una spregiudicatezza che mette a nudo la fragilità dei vecchi assetti.

Dall’altra parte della barricata, il Ministro Giancarlo Giorgetti si trova nell’insolita posizione di un regista che vede gli attori cambiare copione a scena aperta. 

Il progetto del “Terzo Polo” – l’integrazione tra Mps e Banco BPM per creare un gigante nazionale capace di bilanciare lo strapotere di Intesa Sanpaolo e Unicredit – è una visione razionale, quasi accademica, della sovranità finanziaria.

Ma la politica sconta un ritardo strutturale. 

Mentre il Mef cerca di “convincere” il Crédit Agricole ad investire nella Banca del Mezzogiorno, che Mediocredito Centrale (controllato dal Mef) ha messo sul mercato, per liberare spazio a Milano, o spera in un intervento di Intesa Sanpaolo come “scudo nazionale” su Generali, il mercato ha già emesso il proprio verdetto. 

I rialzi vertiginosi dei titoli bancari negli ultimi tre anni ci dicono che gli investitori non aspettano i decreti: scommettono sulla velocità del risiko.

Il sospetto (o il timore?) di via XX Settembre è che Delfin possa vendere il suo 17,5% di Mps proprio ad Unicredit, trasformando il “Terzo Polo” non in un’alternativa ai giganti, ma in una loro appendice. 

Se così fosse, la strategia di Giorgetti rischierebbe di trasformarsi in un “whatever it takes” al contrario: un tentativo di arginare una marea che ha già rotto gli argini.

Valutate questa mia un’ipotesi un po’ spericolata? 

Certamente.

Ma nella finanza di oggi, dove i giganti si muovono nell’ombra, e le dinastie si ristrutturano a colpi di miliardi, i deliri hanno la strana abitudine di trasformarsi in comunicati stampa alle otto del mattino.

C’è però un’ombra in questo scenario di euforia finanziaria. 

La stabilità del sistema Italia è oggi legata a doppio filo alla tenuta delle holding familiari. 

Se il controllo di colossi come Generali e Mediobanca dipende dalla capacità di un erede di ripagare un debito da 10 miliardi, significa che la nostra “sovranità” è più fragile di quanto appaia.

In questo scenario, il ruolo delle Banche creditrici diventa politico. 

Chi finanzia il socio di comando, “comanda il comando”. 

Se Unicredit è il principale finanziatore di Delfin, l’influenza di Orcel su Generali non si ferma all’8,7% dichiarato, ma si estende, in via indiretta, su tutto l’asse Mediobanca-Trieste.

Sarebbe una riedizione della consueta tattica del Cavallo di Troia: Orcel entrerebbe nel Monte dei Paschi come socio di riferimento, sedendosi nel salotto di Giorgetti con il potere di veto su qualsiasi fusione con Banco BPM.

Il paradosso finale è che questo scontro di potere, pur aspro e talvolta spericolato, ha rivitalizzato un sistema che sembrava destinato al declino. L’interventismo della politica, pur goffo, ha risvegliato l’istinto animale del mercato.

Oggi l’Italia si presenta con Banche più forti, ma con centri decisionali più incerti. 

Non è più la Roma dei Ministeri a decidere la geografia del risparmio, e forse non è nemmeno più la Milano dei circoli privati. 

È una rete globale dove il debito, l’azzardo e la visione industriale si mescolano senza sosta.

E comprensibile  quindi il nervosismo di Giorgetti! 

Perché sa che se l’Italia non crea un terzo polo forte (Mps + Banco BPM), le nostre Banche medie diventeranno “prede” per i giganti francesi o tedeschi.

Perché sa che se  Unicredit si mangiasse il sistema Mediobanca-Generali, diventerebbe un player europeo talmente grande da essere quasi intoccabile dalla politica interna.

Perché sa che se Intesa resta a guardare, rischia di trovarsi un concorrente interno (Unicredit+Generali) molto più pericoloso.

Se tutto questo è vero, il risiko di Siena sarebbe stato solo l’antipasto. 

La vera partita è il controllo del risparmio italiano, il vero tesoro nazionale. 

Chi porta i popcorn farebbe bene a non sedersi troppo comodamente: quello a cui stiamo assistendo non è uno spettacolo; è la ricostruzione delle fondamenta economiche del Paese per i prossimi vent’anni. 

Ed in questa partita, l’unica regola certa è che non ci sono più posti riservati in prima fila.

Umberto Baldo

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