25 Aprile. Perché l’assenza della Comunità Ebraica riguarda tutti noi

Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente stonato in un 25 Aprile in cui una parte di chi ha contribuito alla sconfitta del nazifascismo sceglie di non partecipare alle celebrazioni.
La notizia non mi ha colto di sorpresa. Ma è un segnale.
La decisione della Comunità Ebraica di disertare la tradizionale sfilata non nasce dall’indifferenza.
Nasce, al contrario, dalla constatazione che lo spazio della memoria condivisa si è progressivamente trasformato in un terreno di conflitto politico permanente.
Quando la commemorazione smette di essere un luogo di riconoscimento reciproco, la presenza diventa difficile e, ad un certo punto, persino inutile.
Non si tratta di un gesto simbolico.
È una presa d’atto.
Eppure, in questo vuoto, resta un dato che non dovrebbe essere nemmeno oggetto di discussione: la presenza della Brigata Ebraica.
Una formazione dell’esercito britannico composta da volontari ebrei della Palestina mandataria, che combatté in Italia negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale.
I suoi uomini contribuirono, insieme a tanti altri, alla Liberazione.
I loro morti sono sepolti qui, nei nostri cimiteri.
Spero sia chiaro a tutti che non parliamo di simboli, ma di fatti storici inconfutabili.
Certo i 5000 soldati della Brigata non furono determinanti per l’esito della guerra, ma quegli uomini, quegli ebrei, fecero con onore la parte loro assegnata.
Ma al di là dell’aspetto bellico, il valore simbolico della Brigata Ebraica è profondo.
Quei giovani, spesso sopravvissuti a persecuzioni, o con famiglie sterminate nei lager, combattevano con una Stella di David cucita sulla divisa.
Venivano non solo per sconfiggere un nemico militare, ma per riscattare l’onore di un popolo martoriato. Come ricordò Giorgio Perlasca, “Quei ragazzi della Brigata Ebraica non venivano solo per combattere i nazisti. Venivano per liberare un pezzo di mondo che aveva cercato di cancellare il loro popolo”.
E tuttavia è facile prevedere che anche quest’anno la loro presenza sarà accompagnata da contestazioni, slogan ostili, tensioni.
Il motivo è ormai evidente: la sovrapposizione tra la Brigata Ebraica del 1945 e lo Stato di Israele di oggi.
È qui che la memoria smette di essere storia e diventa strumento politico.
Il passato viene piegato al presente, ed il risultato è una distorsione che finisce per colpire proprio ciò che si vorrebbe difendere.
Il 25 Aprile nasce come momento di sintesi.
Dentro quella data convivono esperienze diverse: i partigiani di diverse estrazioni politiche, l’esercito cobelligerante, le forze alleate.
Ridurre questa complessità ad una narrazione selettiva, in cui alcuni soggetti vengono legittimati ed altri trasformati in bersagli, significa alterare la natura stessa della ricorrenza.
A questo punto, la questione non riguarda più soltanto la Comunità Ebraica.
Riguarda il senso che vogliamo dare al 25 Aprile.
Vogliamo che resti un momento di memoria nazionale condivisa, oppure accettiamo che diventi una piattaforma per i conflitti del presente?
Perché le due cose, semplicemente, non stanno insieme.
Non si tratta di invocare una neutralità impossibile rispetto alle vicende attuali; si tratta di distinguere i piani.
Se non siamo più capaci di onorare chi ha contribuito alla nostra libertà senza filtrare tutto attraverso le categorie politiche di oggi, allora il problema non è la memoria: siamo noi.
C’è però un segnale ancora più inquietante, che va oltre il perimetro delle celebrazioni; le forme di “antisemitismo” che si nascondono dietro un “antisionismo” sempre più aggressivo non sono più marginali.
Trovano spazio, giustificazioni, talvolta indulgenza, non solo nella galassia Pro-Pal o antagonista, ma anche in settori della sinistra, nel cosiddetto “campo largo”.
È un passaggio delicato, perché rompe una tradizione politica che ha fatto dell’antifascismo uno dei suoi pilastri identitari.
Questo antisionismo militante ormai attraversa il dibattito politico: lo si è visto al Senato sul ddl contro l’antisemitismo, dove M5S e Avs hanno votato contro, e gran parte del Pd si è astenuta.
E proprio per questo la gauche dovrebbe interrogarsi con maggiore rigore su ciò che sta accadendo.
Nel frattempo, fuori dall’Italia, qualcosa si muove in modo ancora più significativo.
Dopo il 7 ottobre 2023, circa 50.000 ebrei hanno lasciato l’Occidente “democratico” per trasferirsi in Israele, alla ricerca di una sicurezza che non percepiscono più come garantita nei Paesi in cui vivevano.
Non è un episodio isolato. È un clima.
E dentro questo clima accade che, anche nell’Italia “antifascista”, si arrivi a consigliare agli ebrei di nascondere i segni della propria identità per evitare problemi.
Un cortocircuito che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il significato reale della parola “libertà”.
Si arriva così ad un paradosso.
Per un ebreo italiano può risultare oggi meno sgradevole il rapporto con ambienti del centrodestra — eredi di una tradizione che nel dopoguerra era considerata distante, se non ostile, quella missina — rispetto a quello con una parte della sinistra che pure si definisce custode dell’antifascismo.
Non è una provocazione. È un dato politico che merita di essere osservato senza automatismi.
Certo si può essere contrari all’attuale politica di Israele (non all’esistenza dello Stato di Israele però, sia chiaro!) ed io stesso considero Bibi Netanyahu, con le sue derive autoritarie, quanto di peggio abbia finora espresso la classe dirigente della democrazia israeliana; ma trasformare questa critica in un riflesso identitario che finisce per colpire indiscriminatamente tutto ciò che è ebraico è un’altra cosa.
E non è senza conseguenze.
Anche perché la Brigata Ebraica (Jewish Brigade Group) non è un simbolo arbitrario.
È stata riconosciuta dallo Stato italiano: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2017 le ha conferito la Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo alla Liberazione dell’Italia nel 1945.
E allora il punto torna ad essere uno solo.
Se il 25 Aprile smette di essere uno spazio comune e diventa un terreno di selezione politica, chi non accetta questa trasformazione si sottrae.
Non per disinteresse, ma per coerenza.
E quando la memoria non riesce più a tenere insieme, ma comincia a dividere, la perdita non riguarda una comunità soltanto.
Riguarda la qualità stessa della nostra vita pubblica.
E, alla fine, riguarda la Repubblica.










