Tra Siviglia e Taranto: il Mediterraneo della Passione

Umberto Baldo
C’è un suono che non appartiene a questo secolo, un suono che oggi tornerà a reclamare le strade: è il colpo secco della troccola in Puglia o il lamento delle catene sull’asfalto in Calabria.
È il suono del Venerdì Santo, il giorno in cui il Mediterraneo smette di essere solo una meta turistica e torna a essere quello che è sempre stato: un bacino di anime legate da un’eredità antica, oscura e bellissima.
È il momento in cui la storia e la fede si fondono in un rito che sfida i secoli.
Chi osserva le processioni di Siviglia e quelle del Sud Italia non vede solo una manifestazione religiosa, ma assiste alla persistenza di un impero invisibile: quello della Spagna dei Viceré, che ha modellato l’anima e l’estetica del nostro Mezzogiorno. Quella Spagna che ha insegnato al nostro Sud che la fede non è un concetto astratto, ma un corpo che soffre; una fede visibile, dolorosa, esibita.
Per capire perché un uomo a Siviglia ed uno a Trapani sentano lo stesso brivido, bisogna tornare indietro a quando i velieri spagnoli solcavano queste acque non solo con soldati e merci, ma con un’idea precisa di Dio.
Non è un caso se in Espana la Semana Santa è più sentita del Natale.
Il Natale è una promessa, ma il Venerdì Santo è la realtà: è il dolore che tutti conosciamo, messo in scena con una teatralità barocca che serve ad esorcizzarlo.
È l’eredità della Controriforma, certo, ma è diventata carne e sangue delle nostre genti.
Se non avete potuta vederla di persona, andate in Rete e cercate la notte di Siviglia fra il giovedì ed il venerdì santo; la Madrugá.
Non è una parata, è un assedio emotivo.
Le confraternite (le Hermandades) portano in processione i Pasos, carri monumentali che sono veri capolavori di oreficeria e scultura lignea.
Due immagini su tutte dividono il cuore dei sivigliani: la Macarena, con il suo volto di una bellezza struggente rigato dalle lacrime, e il Jesús del Gran Poder.
Il silenzio è interrotto solo dalle Saetas, canti improvvisati dai balconi che sembrano grida di dolore, un misto tra preghiera cristiana e lamento andaluso dalle radici arabe.
Quando esce la Macarena, la città trattiene il fiato, perché succede qualcosa difficile da spiegare senza sembrare retorici.
La città si ferma davvero. Per rispetto, ma anche per necessità.
I Nazarenos, con i loro cappucci conici che fendono il buio come spettri d’altri tempi, non sono lì per farsi guardare, ma per scomparire.
Sotto quel cartone pressato e quella stoffa, l’individuo muore per far nascere il penitente.
I Nazarenos non sono figuranti. Sono assenze.
Sotto quei cappucci non c’è più una persona riconoscibile: c’è un gesto, ripetuto da secoli.
E poi ci sono i Costaleros, gli eroi invisibili sotto il peso dei “Pasos”.
Uomini che non vedono dove vanno, che respirano la polvere ed il sudore sotto tonnellate di oro e legno, guidati solo dalla voce di un caposquadra.
È una metafora brutale della vita: avanzare nel buio, portando un peso enorme, fidandosi solo di una voce.
Questa teatralità non è nata per caso.
Nel XVI secolo, la Chiesa della Controriforma trovò nella dominazione spagnola il braccio armato perfetto per diffondere un messaggio religioso basato sull’emozione.
In un’epoca in cui la messa era in latino, e quindi inaccessibile ai più, la processione era la Bibbia dei poveri.
Attraverso i secoli di Viceregno spagnolo a Napoli, Palermo e Cagliari, le autorità importarono il modello delle Confraternite laiche.
Questi gruppi non erano solo religiosi, ma vere mutue di assistenza sociale, che nel tempo sono diventate le custodi gelose di riti immutabili.
Gli incappucciati — che in Spagna indossano il capirote a punta ed in Italia anche la buffa o il cappuccio calato — rappresentano l’anonimato del peccatore che si pente; una democratizzazione del dolore dove il nobile ed il contadino sono indistinguibili sotto il camice bianco.
In altre parole, attraversando il mare, lo scenario cambia ma l’anima resta identica.
Il cappucciofu introdotto dall’Inquisizione spagnola; i condannati dovevano indossare una veste penitenziale (il sambenito) ed il cappello a punta per essere umiliati in pubblico.
Le confraternite lo adottarono per invertire il significato: l’umiliazione diventa penitenza volontaria.
Cambiando scenario, a Taranto, l’aria si fa densa durante la processione dei “Misteri”.
Qui non si cammina, si nazzica.
Un dondolio ipnotico, un movimento lentissimo, oscillante, quasi esasperante.
Non serve capire perché esista.
Basta guardarlo: è un modo per allungare il tempo, per non far finire troppo in fretta qualcosa che conta.
I confratelli scalzi, con il cappuccio calato ed i fori per gli occhi che sembrano abissi, avanzano per quindici, venti ore.
Perché lo fanno? Perché un giovane del 2026 dovrebbe scegliere di sfinirsi sotto il sole o il vento di aprile?
Non è folklore per i turisti, nonostante le macchine fotografiche.
È una questione di sangue. È il bisogno di appartenere a qualcosa che è esistito prima di noi e che ci sopravviverà.
È la ricerca di quel “silenzio bianco” che solo la tunica di un incappucciato sa regalare in un mondo troppo rumoroso.
Io ho avuto modo di assistere numerose volte ai “Misteri” (o Perdoni) visto che per anni da giovane ho passato la Pasqua proprio a Taranto, e devo confessarvi che l’emozione e lo stupore che si provano assistendo a quella che chiamare processione sarebbe una bestemmia, ti restano impressi per sempre.
Nel pomeriggio partono i Misteri dalla Chiesa del Carmine, ed è come se tutto si fermasse per lasciare spazio a quel corteo.
Le statue attraversano le vie mentre le marce funebri riempiono l’aria, ed ogni passo sembra avere un peso preciso.
Anche qui il tempo si dilata: la processione continua nella notte, senza fretta, come se non volesse arrivare mai a una conclusione.
Chi la segue per la prima volta resta colpito proprio da questo: non è un evento da consumare, è un’esperienza che chiede presenza, pazienza, quasi un coinvolgimento interiore.
Domani, quando le statue rientreranno nelle chiese e le porte si chiuderanno, resterà nelle narici l’odore acre della cera sciolta, e nelle orecchie il ritmo martellante delle marce funebri.
Queste mie riflessioni non intendono essere un invito a guardare una tradizione, ma a riconoscerci in essa.
Come dicevo, quando tutto finisce, non resta molto da raccontare.
Resta l’odore delle candele.
Resta il suono delle marce funebri che si spegne piano.
Resta una stanchezza che non è solo fisica.
Il Venerdì Santo, a Siviglia come a Taranto, non chiede di essere capito; chiede di essere attraversato.
E forse è per questo che, ogni anno, torna identico e necessario.
Perché in quelle figure senza volto, in quel dolore messo in scena senza pudore, il Mediterraneo riconosce qualcosa di sé.
Non una tradizione; è una verità che non passa.
E il Venerdì Santo è il giorno in cui il Mediterraneo smette di vendersi come cartolina e torna ad essere quello che è sempre stato: un luogo dove la fede ha un peso, e a volte fa male.
Viene da chiedersi: perché queste tradizioni sono ancora così sentite, mentre le chiese si svuotano durante l’anno?
Forse perché il Venerdì Santo è l’unico giorno in cui il dolore non viene nascosto.
In una società che ci vuole sempre performanti e sorridenti, il rito della Passione ci autorizza ad essere vulnerabili.
Quelle statue che vacillano sotto il peso dei portatori siamo noi, con le nostre fatiche quotidiane.
Ed il “collegamento” tra le due sponde del Mediterraneo ci ricorda che, nonostante i confini moderni, apparteniamo ad una civiltà antica che ha trovato nel rito collettivo la sua forma più alta di resistenza al tempo.
Non mi resta che augurarvi, ovunque voi siate, anche a nome della Redazione di Tviweb, i migliori auguri di BUONA PASQUA.
Umberto Baldo










