20 Marzo 2026 - 8.51

Impiccati nel nome di Dio.  Diritti umani sotto la forca

Quando leggo, e se ne leggono a tonnellate ogni giorno sui social, commenti indignati contro l’imperialismo americano e sionista – colpevole, si dice, di aver osato colpire la Repubblica Islamica dell’Iran – mi viene sempre la stessa domanda, semplice e brutale. 

Se quei commentatori fossero genitori, e lo Stato accusasse i loro figli di essere “in guerra contro Dio”, li torturasse fino a ottenere una confessione e poi li impiccasse in pubblico, continuerebbero a parlare di imperialismo con la stessa foga?

Perché qui non siamo nel mondo delle opinioni. Qui siamo nella realtà. E la realtà è che ieri tre ragazzi sono stati uccisi.

Non “giustiziati”. Uccisi.

Secondo quanto riportato dal sito ufficiale della magistratura iraniana, Mizan Online, Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoudi sono stati impiccati nella città santa di Qom. In pubblico, come monito, come spettacolo, come dimostrazione di potere.

Saleh Mohammadi aveva diciotto anni. 

Diciotto.

In qualunque Paese civile sarebbe stato appena entrato nella vita adulta. In Iran è stato appena tolto di mezzo.

Le organizzazioni internazionali non parlano per sentito dire. 

Amnesty International aveva già denunciato processi farsa, accuse costruite, sentenze già scritte prima ancora di aprire il tribunale. 

Iran Human Rights parla apertamente di confessioni estorte sotto tortura.

E qui viene il punto che molti fanno finta di non vedere.

Non è un sistema giudiziario che sbaglia. È un sistema che funziona esattamente così.

Un sistema in cui il potere religioso non si limita a guidare le coscienze, ma pretende di governare le vite. 

E quando le vite non si adeguano, le spezza. Letteralmente.

Gli ayatollah non sono “leader spirituali” fraintesi dall’Occidente. 

Sono il vertice di un regime che usa la religione come strumento di controllo politico, e la pena di morte come linguaggio quotidiano.

E mentre fuori si parla di bombe, equilibri geopolitici, alleanze, dentro l’Iran continua una guerra molto più silenziosa: quella contro il proprio popolo.

Una guerra fatta di arresti arbitrari, processi opachi, confessioni estorte, impiccagioni pubbliche.

E allora diventa quasi grottesco leggere certe analisi occidentali, così raffinate, così attente a non disturbare, così ossessionate dal trovare sempre una colpa “simmetrica”.

Come se impiccare un ragazzo e bombardare un obiettivo militare fossero due fenomeni da mettere sullo stesso piano, per amor di equilibrio.

Come se tutto fosse sempre uguale. Come se tutto fosse sempre relativo.

Non lo è.

Non sono un sostenitore di Trump. Non lo sono di Netanyahu. 

Non mi interessa fare il tifo per qualcuno, come se la politica internazionale fosse una partita di calcio.

Ma c’è un limite oltre il quale il relativismo diventa complicità.

Quando un regime impicca dei ragazzi perché chiedono più libertà, meno religione imposta, meno paura quotidiana, il problema non è più chi bombarda. Il problema è chi impicca.

E continuare a voltarsi dall’altra parte, per paura di sembrare “filo-occidentali”, non è neutralità. 

È vigliaccheria travestita da equilibrio.

Alla fine resta una domanda, sempre quella.

Se fosse tuo figlio, cosa diresti?

Perché è facile indignarsi contro le bombe, ma molto più scomodo guardare una corda e ammettere che, a volte, il male ha un volto chiarissimo.

E parla anche il linguaggio della Religione.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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