San Pedro de Madrid. Il nuovo santo straniero della sinistra italiana

C’è un riflesso condizionato che nella sinistra italiana non passa mai di moda: la ricerca del santo straniero da venerare.
Un modello estero, un faro morale, possibilmente progressista e possibilmente non italiano.
Perché l’erba del vicino, si sa, è sempre più rossa.
In queste ore nei corridoi della gauche sembra di sentire una specie di rosario laico: “San Pedro, ruega por nosotros”.
Il Santo del momento è naturalmente Pedro Sánchez, premier spagnolo, elevato agli altari come patrono universale delle sinistre anti-americane e, già che ci siamo, anti-israeliane.
Non potendo scendere in piazza a protestare contro l’intervento israelo-americano senza rischiare di sembrare tifosi degli ayatollah che impiccano i dissidenti e manganellano le donne, la soluzione è semplice: si beatifica Sánchez.
Ed ecco il miracolo: dire “no” a Donald Trump diventa improvvisamente una virtù teologale.
Naturalmente non è la prima volta.
La sinistra italiana ha una lunga tradizione di canonizzazioni improvvisate.
Qualcuno ricorda José Luis Rodríguez Zapatero?
Per qualche anno fu il faro morale della sinistra italica.
Nei talk show si respirava un clima da sacrestia progressista: “San José, ruega por nosotros”.
Si arrivò persino a girare il film “Viva Zapatero”.
Poi successe un piccolo incidente di percorso.
Si scoprì che durante il suo Governo trentacinque migranti africani furono uccisi, e un centinaio e rimasero feriti, mentre cercavano di raggiungere l’enclave spagnola di Ceuta e Melilla sulla costa marocchina.
Il governo spagnolo, quello idolatrato dai rivoluzionari da salotto italiani, aveva schierato l’esercito con l’ordine di sparare ad alzo uomo.
Risultato: Zapatero precipitò dagli altari con la velocità di un meteorite.
Damnatio memoriae. Sparito. Evaporato. Come se non fosse mai esistito.
Ma la sinistra, si sa, ha una capacità inesauribile di produrre nuovi “santini”.
Caduto Zapatero, si accese la candela davanti a Pablo Iglesias, il leader di Podemos.
Un populismo di sinistra con la barba da professore e il linguaggio da assemblea universitaria.
L’esperimento funzionò per un po’, come tutte le meteore politiche che fanno molto rumore quando entrano nell’atmosfera.
Poi bruciano.
Non contenti, a un certo punto comparve anche il messia greco: Alexis Tsipras, che doveva “cambiare l’Europa”.
In Italia l’entusiasmo fu tale che qualcuno arrivò persino a presentare alle elezioni liste chiamate “Tsipras”.
Un fenomeno quasi antropologico: in nessun Paese civile si presenta una lista con il nome di un leader straniero.
Ma l’epoca era quella del. “San Alexis, prega per noi”.
Accanto a lui c’era anche il suo pittoresco ministro dell’economia, Yanis Varoufakis, metà economista e metà rockstar della politica.
Come è finita quella coppia è ormai storia europea: promesse rivoluzionarie, reality show finanziario e infine un atterraggio piuttosto brusco nella realtà.
E arriviamo ad oggi.
Il Pantheon della gauche italiana ha trovato un nuovo occupante: San Pedro da Madrid.
“Tutti con Sánchez” è diventato il mantra che unisce il Campo largo.
Un entusiasmo quasi adolescenziale, che Elly Schlein incarna con una naturalezza quasi didattica.
Il problema è che questa eterna ricerca del santo straniero non è una forza.
È una debolezza.
È la debolezza di un progetto politico che per esistere ha bisogno di riflettersi negli specchi degli altri.
Sempre altrove, sempre fuori dai confini, sempre in cerca di un modello già confezionato.
Sotto sotto, è il fantasma della guerra fredda, della contrapposizione fra Urss e Usa, che continua a muoversi nelle coscienze: l’antica allergia (o odio?) a tutto ciò che è americano, e per riflesso a tutto ciò che è israeliano.
Naturalmente sarebbe un po’ imbarazzante scendere in piazza con i Pro Pal a piangere per la sorte di qualche ayatollah tagliagole iraniano.
Anche l’estetica della protesta ha i suoi limiti.
Molto meglio rifugiarsi nella liturgia rassicurante della politica simbolica.
E allora avanti con l’incenso.
“Que viva San Pedro.”
Felipe Iberico
Ps: aspetto sempre che Elly Schlein ci spieghi se, ammesso che abbia ancora il passaporto USA, riconosce Donald Trump come suo Presidente.
In ogni caso riterrei “estetico” che rinunciasse alla cittadinanza americana.










