Olimpiadi, soldi, atleti, medaglie, e doppia morale italiana

Umberto Baldo
Secondo un antico detto “tutti i salmi finiscono in gloria”.
E’ un’espressione che si presta all’ironia, ma in questo caso la prendo alla lettera: anche le imprese più nobili, prima o poi, vengono tradotte in cifre, pesate, misurate, contabilizzate.
Fuor di metafora, le domande che circolano in questi giorni sono semplici e un po’ maliziose: quanto prende un atleta che vince una medaglia olimpica?
E soprattutto: non sono troppi soldi?
Dietro quella medaglia, quasi sempre, c’è spesso il traguardo di una vita intera: allenamenti dall’alba al tramonto, sacrifici personali, rinunce, trasferte infinite, sogni coltivati per anni.
Eppure, accanto alla soddisfazione ed all’orgoglio nazionale, spuntano puntuali i “censori” pronti a fare i conti in tasca agli atleti, interrogandosi sulla congruità, e perfino sulla moralità dei premi.
La risposta, però, non è così lineare come qualcuno immagina.
Non è il Comitato Olimpico Internazionale a pagare direttamente gli atleti per ogni medaglia conquistata.
I premi in denaro sono stabiliti dai singoli Paesi attraverso i rispettivi Comitati Olimpici Nazionali, e le differenze possono essere sorprendenti.
Perché dietro una medaglia non c’è solo il gesto tecnico o la gara perfetta.
C’è un intero sistema fatto di politiche sportive, contratti federali, bonus, sponsorizzazioni. Ogni Paese, in fondo, racconta attraverso quei numeri il valore che attribuisce allo sport e al merito.
Guardiamoli allora, sia pure a volo d’uccello, questi premi.
I più generosi sono Singapore: 790mila dollari per l’oro, 395mila per l’argento, 197mila per il bronzo; e Hong Kong: 768mila per l’oro, 384mila per l’argento, 192mila per il bronzo.
Per Nazioni come queste, poco abituate a collezionare medaglie, il premio è anche un investimento simbolico in prestigio e visibilità internazionale.
Arriviamo all’Italia: 180mila euro per l’oro, 90mila per l’argento, 60mila per il bronzo.
Il CONI è tra i pochi a premiare allo stesso modo gli sport individuali e quelli di squadra.
Per capirci meglio, se una squadra di hockey o di curling conquista l’oro, ogni singolo atleta riceve 180mila euro.
Una scelta che dice molto sull’idea di equità interna al sistema.
Gli Stati Uniti riconoscono 37.500 dollari per l’oro, 22.500 per l’argento, 15mila per il bronzo.
La Germania assegna rispettivamente 35mila euro, 20mila e 12mila euro.
La Spagna 111mila, 55mila euro e 35mila euro.
L’Australia 13mila dollari australiani, 10mila e 7mila.
Ma non tutto si misura in euro o dollari.
Negli Stati Uniti, ad esempio, come abbiamo visto i premi ufficiali dell’USOPC sono relativamente contenuti. Per Milano-Cortina 2026, però, è intervenuta una maxi-donazione privata del finanziere Ross Stevens che garantisce ad ogni partecipante USA circa 200.000 $, indipendentemente dal risultato. Una scelta che conferma come, oltreoceano, il rapporto tra sport e capitale segua strade diverse.
Ci sono poi i Paesi a “zero premi” come Gran Bretagna, Norvegia e Svezia.
Qui non si distribuisce denaro per la medaglia, ma si investe in borse di studio, stipendi statali e strutture di allenamento all’avanguardia per sostenere l’atleta durante tutto il quadriennio olimpico.
Altrove, come in Kazakistan od in Corea del Sud, oltre al denaro possono arrivare appartamenti, auto di lusso o, nel caso dei sudcoreani, l’esenzione dal servizio militare obbligatorio. Un premio che, per molti, vale più di qualsiasi assegno.
Dunque sì: l’Italia è tra i Paesi che riconoscono premi tra i più alti per ogni medaglia.
E va ricordato che queste cifre rappresentano solo una parte del guadagno complessivo di un atleta medagliato.
Ad esse si aggiungono eventuali bonus delle Federazioni, premi dei Gruppi Militari di appartenenza e, soprattutto, nuove opportunità di sponsorizzazione. La visibilità olimpica può trasformarsi in contratti pubblicitari, collaborazioni, campagne promozionali che incidono in modo significativo sul reddito futuro.
Chiarito l’aspetto, per così dire, “venale”, resta la questione di principio.
In questi giorni ho visto numerose lettere di cittadini che giudicano “eccessivi” i premi riconosciuti dal CONI, ricordando che molti atleti sono già stipendiati da gruppi sportivi militari come Esercito, Carabinieri, Fiamme Gialle o Polizia.
Che dire?
Che l’Italia resta l’Italia dei Guelfi e dei Ghibellini.
E che questa polemica tradisce un limite culturale più profondo.
Nel nostro Paese, in nome di un egualitarismo spesso malinteso, figlio di tradizioni cattoliche e comuniste intrecciate, il merito fatica ad essere riconosciuto e valorizzato.
Talvolta viene perfino guardato con sospetto. Come se premiare l’eccellenza fosse un torto inflitto a chi eccellente non è.
Non c’è alcuna giustizia nel mettere tutti sullo stesso piano ignorando competenze, qualità, risultati.
Nello sport questo è ancora più evidente: il cronometro, il podio, la classifica non ammettono interpretazioni ideologiche.
Continuiamo invece a coltivare un egualitarismo distorto che finisce per penalizzare i migliori e, indirettamente, premiare i peggiori.
La scuola, purtroppo, ne è un esempio lampante.
Il denaro non è “lo sterco del diavolo”, per riprendere la celebre espressione attribuita a San Basilio.
Non è la misura di tutto. Ma è uno strumento. Uno strumento per riconoscere talento, disciplina, dedizione.
Ovviamente non ci sono solo i soldi. Ma i soldi esistono. E valgono per chiunque. Anche per un atleta.
Resta una contraddizione tutta nostra: non battiamo ciglio se qualcuno vince migliaia di euro “aprendo un pacco” o “girando una ruota della fortuna” in seguitissime trasmissioni televisiva.
Ci indigniamo invece se si riconosce un premio economico a chi ha sacrificato la propria giovinezza per uno sport, magari rischiando la vita su una pista a 120 chilometri orari.
È questa la vera medaglia che fatichiamo a conquistare: una cultura del merito coerente, non intermittente.
Il resto è, come sempre, doppia morale.
Umberto Baldo
















