11 Febbraio 2026 - 10.16

La generazione Z è “ufficialmente meno intelligente” della generazione precedente?

Una “svolta storica”, un “declino globale”, una generazione con cervelli “pigri e dipendenti”. È bastato un post – peraltro pieno di errori di ortografia – pubblicato venerdì 6 febbraio da un account che si presenta come sito di “recensione di notizie” per accendere la miccia. Il messaggio sostiene che la Generazione Z – i giovani nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2010 – sarebbe “ufficialmente la prima generazione a essere meno intelligente delle precedenti”. La Generazione Z è composta dai giovani nati indicativamente tra la fine degli anni ’90 (circa 1997-1999) e l’inizio degli anni 2010 (fino al 2012 circa). Sono i cosiddetti “nativi digitali”, cresciuti con smartphone, social network e connessione permanente.

Il contenuto ha raccolto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Ma su quali basi si fonda un’accusa tanto pesante?

Nel post viene citato il dottor Jared Cooney Horvath, neuroscienziato dell’apprendimento che ha insegnato ad Harvard e all’Università di Melbourne. Il ricercatore, autore di numerose pubblicazioni, è intervenuto il 15 gennaio davanti al Congresso degli Stati Uniti per parlare dell’impatto delle tecnologie educative sull’apprendimento. Davanti alla Commissione per il Commercio, la Scienza e la Tecnologia ha esordito con un’affermazione destinata a far discutere: “I nostri figli hanno capacità cognitive inferiori a quelle che avevamo noi alla loro età”.

Nel suo intervento ha spiegato che, storicamente, ogni generazione che trascorreva più tempo a scuola tendeva a “superare i propri genitori” nello sviluppo delle capacità cognitive. Questo progresso sarebbe proseguito fino all’attuale generazione dei “nativi digitali”, cioè proprio la Generazione Z. Secondo Horvath, si tratterebbe della prima generazione nella storia moderna a mostrare risultati inferiori “in quasi tutti i domini cognitivi”: dall’attenzione alla memoria, dalla lettura al calcolo, fino al ragionamento e al quoziente intellettivo generale. Alla base di queste difficoltà, sostiene, vi sarebbe il ruolo crescente degli schermi nell’apprendimento scolastico.

Non è passato molto tempo prima che alcuni tabloid statunitensi rilanciassero la notizia con toni ancora più netti. “La Generazione Z è ufficialmente più stupida della precedente”, titolava ad esempio il New York Post il 7 gennaio. Una sintesi che però semplifica e distorce il pensiero del neuroscienziato.

Nella dichiarazione scritta presentata al Congresso, Horvath cita cinque studi a sostegno delle sue affermazioni, tra cui i risultati del programma internazionale PISA, che monitora il rendimento scolastico degli studenti. Diversi indicatori mostrano una stagnazione o un declino nelle competenze di lettura, scrittura, calcolo, problem solving, creatività e prestazioni cognitive generali tra gli adolescenti, nonostante l’aumento della scolarizzazione. L’unico grande cambiamento strutturale tra le due generazioni? “La rapida e in gran parte non regolamentata espansione delle tecnologie educative”.

Numerosi studi pubblicati negli ultimi anni hanno effettivamente evidenziato che un tempo prolungato davanti agli schermi è associato, ad esempio, a uno sviluppo linguistico più scarso. Ma parlare di “intelligenza” è un’altra cosa.

In un post pubblicato successivamente sul suo blog, Horvath ha ammesso di aver introdotto il suo intervento con un’affermazione “volutamente franca”. Ha però precisato che un test del QI non è sinonimo di intelligenza in senso ampio, ma rappresenta piuttosto una misura dell’attitudine accademica. Storicamente, ha ricordato, il potenziamento dei sistemi educativi è stato accompagnato da un aumento costante dei punteggi medi nei test di QI.

Le sue dichiarazioni davanti al Congresso, quindi, non possono essere utilizzate per “affermare con certezza che la Generazione Z sia meno intelligente dei Millennial”, come lui stesso ha chiarito. L’allarme riguarda piuttosto un possibile indebolimento di alcune competenze legate all’apprendimento, in un contesto dominato dagli schermi e dalla cosiddetta “delega cognitiva”, cioè la tendenza ad affidare ai dispositivi digitali compiti che prima richiedevano uno sforzo mentale diretto.

Resta però un punto fondamentale: secondo Jonathan Bernard, epidemiologo dell’Inserm, è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive. Per valutare con precisione l’impatto delle tecnologie sull’intelligenza servirebbe una comprensione dettagliata delle conseguenze a lungo termine per gli individui esposti, e non soltanto dei loro risultati scolastici.

In altre parole, tra titoli acchiappaclick e dati scientifici, la realtà è più complessa. Parlare di “generazione meno intelligente” può fare rumore, ma non fotografa con rigore ciò che la ricerca sta davvero cercando di capire.

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