Un referendum per giuristi, una campagna per tifosi

Umberto Baldo
So bene che, almeno per ora, nella testa degli italiani il Referendum sulla separazione delle carriere dei Magistrati semplicemente non c’è.
Ad occupare lo spazio mentale sono ben altre cose: le rodomontate quotidiane di Donald Trump, le guerre, il tema della sicurezza, il carovita che morde — soprattutto quando si va a fare la spesa.
Tutto il resto resta sullo sfondo.
Il 22 marzo è ancora lontano (sempre che la data non venga spostata), la materia è tecnica, ostica, poco incline a trasformarsi in una discussione da bar o da social.
Non siamo davanti ad uno snodo etico netto come quelli rappresentati da divorzio e aborto, quando la decisione parlava direttamente alla coscienza civile degli italiani, quando il Paese si riconobbe quasi istintivamente in una delle due opzioni.
Né ad uno scontro politico netto come ai tempi del referendum sulla scala mobile.
Qui il terreno è diverso.
Il Referendum tocca questioni che richiedono una cultura giuridica tutt’altro che superficiale.
Ed in un’Italia in cui spesso il cittadino comune non sa distinguere tra il Presidente della Repubblica ed il Presidente del Consiglio, spiegare la differenza tra Magistratura Requirente e Magistratura Giudicante rischia di essere un’impresa disperata.
Tranquilli: non ho alcuna intenzione di trasformare questo pezzo in un corso accelerato di Diritto Costituzionale.
Ma sapere almeno che tipo di votazione ci aspetta mi sembra il minimo sindacale.
Semplificando molto, in Italia esistono tre grandi tipologie di referendum: consultivo, abrogativo e confermativo.
Il referendum CONSULTIVO — come dice il nome — serve semplicemente a “sentire” l’opinione dei cittadini su una determinata questione. A livello nazionale è stato usato una sola volta, nel 1989, sul rafforzamento delle istituzioni europee.
Il referendum ABROGATIVO, invece, consente di cancellare una legge o parte di essa. È il caso, per esempio, dei referendum sul Jobs Act di giugno 2025, promossi dalla Cgil di Landini. Può essere indetto anche su iniziativa popolare, previa raccolta di 500.000 firme, e proprio per questo richiede il quorum: il 50% più uno degli aventi diritto deve recarsi alle urne affinché il risultato sia valido.
Il referendum CONFERMATIVO — come quello previsto per il 22 e 23 marzo — è tutt’altra cosa. È regolato dall’articolo 138 della Costituzione ed interviene quando una riforma costituzionale non è stata approvata dalle due Camere con la maggioranza dei due terzi. In quel caso, la parola passa ai cittadini.
Ed è facile capire perché, per il referendum confermativo, non sia previsto alcun quorum: si tratta di “confermare” o respingere una decisione già presa dal Parlamento, che in quanto eletto dai cittadini rappresenta già, di per sé, la volontà popolare.
Detto questo, è evidente che nel caso del Referendum sulla riforma della Magistratura il terreno di scontro è più scivoloso del solito.
Ed anche meno manicheo.
Perché, piaccia o no, esistono buone ragioni per votare Sì, così come argomenti seri e rispettabili per votare No.
E, al di là delle semplificazioni dei nostri Demostene da talk show, anche politicamente il copione è meno scontato di quanto possa sembrare a prima vista.
Le opposizioni lo sanno bene.
Data la tecnicità della materia, è molto più facile mobilitare il proprio elettorato con slogan semplici e identitari — “No al governo Meloni”, “No ai pieni poteri”, “No al controllo sui giudici” — piuttosto che ingaggiare un confronto serio ed articolato sul merito della riforma della giustizia.
Per il centrodestra, paradossalmente, vale l’esatto contrario.
Sarebbe più conveniente abbassare i toni, restare sul piano giuridico, evitare che il referendum si trasformi in un plebiscito “Sì o No a Meloni”; anche perché non tutte le forze di opposizione sono contrarie alla riforma.
Facile a dirsi, quasi impossibile a farsi.
Il centrosinistra proverà inevitabilmente a trasformare il voto in una chiamata alle armi, in una sorta di prova generale delle politiche del 2027.
La maggioranza, invece, faticherà a mantenere il confronto sul merito, anche perché è difficile immaginare che l’elettorato di centrodestra si mobiliti con entusiasmo se la posta in gioco sono due Consigli Superiori della Magistratura, ed il sorteggio dei loro componenti.
Un dato, poi, pesa come un macigno.
Alle politiche del 2022 il centrodestra ottenne il 43,8% dei voti.
Tutte le forze di sinistra, estrema sinistra e centro — pur divise — arrivarono complessivamente al 51,9%. Otto punti di distacco.
È questo, detto senza giri di parole, il vero rischio per il governo, e la nostra Premier lo sa bene.
Se la campagna referendaria diventa un giudizio complessivo sull’Esecutivo, il “No a Meloni” potrebbe anche prevalere.
Ma è davvero così semplice? Si può davvero ridurre tutto ad uno schema così grossolano?
A mio avviso no.
Perché su questo tema si è aperta una linea di frattura che attraversa gli schieramenti, li scompone e li ricompone.
Lo dimostra chiaramente la nascita della “Sinistra per il Sì”, promossa dall’associazione riformista Libertà Eguale di Enrico Morando, Stefano Ceccanti e Claudio Petruccioli.
A Firenze hanno organizzato un’iniziativa introdotta da Augusto Barbera, giurista di primissimo piano, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex deputato del Pci. Un riformista vero.
Sul fronte del Sì ci sono anche Italia Viva, Azione, i Liberaldemocratici, i Radicali, Più Europa. Insomma, una parte — minoritaria ma significativa — del cosiddetto campo largo non seguirà Elly Schlein nella sua offensiva referendaria contro Giorgia Meloni.
Questo significa che, se dovesse vincere il Sì, la destra non potrebbe rivendicarne l’esclusiva, perché una fetta del centrosinistra avrebbe contribuito alla conferma della riforma.
Ma, paradossalmente, lo scenario potrebbe convenire anche ad Elly Schlein: perché in caso di sconfitta del No, la responsabilità potrebbe essere scaricata su quei progressisti che non hanno seguito la linea del Partito Democratico.
Risultato?
Lo scontro verrebbe in parte svuotato della sua carica di “spallata al governo”, e Giorgia Meloni non correrebbe il rischio di fare la fine di Matteo Renzi in analoghe circostanze.
Vi siete persi?
Tranquilli. È politica. Ed in Italia la politica viene spesso sublimata in bizantinismi incomprensibili ai più.
Di una cosa, però, possiamo essere certi: con l’avvicinarsi del voto i toni si scalderanno parecchio.
E non stupitevi se assisterete a scontri feroci tra partiti, correnti e gruppi di pressione. Basta che non dimentichiate che dietro c’è sempre il calcolo politico. In questo caso, intrecciato anche alla possibile riforma della legge elettorale, che interessa tutti. Nessuno escluso.
Concludendo, della mini-riforma della Giustizia, temo, si parlerà poco. A destra come a sinistra.
E così il referendum si ridurrà all’ennesimo strumento di scontro, in una stagione politica dominata da una sola rozza contrapposizione: amici e nemici.
Umberto Baldo
















