Trump recita, Putin e Xi agiscono. L’Europa…. osserva

Umberto Baldo
Di una cosa, forse, Donald Trump potrebbe andare fiero: non c’è giorno che non si parli di lui.
Non c’è giorno che non si sia costretti ad interpretare le sue dichiarazioni, sempre più simili, per ambiguità e torsioni semantiche, ai vaticini della Sibilla Cumana.
Peccato, che qui non siamo in un poema epico, ma dentro gli equilibri del mondo reale.
Dopo quindici mesi della sua Presidenza, il bilancio è piuttosto chiaro: la sua incontinenza comunicativa, e la totale mancanza di scrupoli, hanno inflitto agli Stati Uniti una perdita di autorevolezza che definire pesante è quasi un eufemismo.
È un danno strutturale, profondo, destinato a durare ben oltre la sua stagione politica.
Il mondo non torna mai indietro. Non lo ha mai fatto.
Non inizierà certo adesso, e men che meno dopo Trump.
Se non lo vedessimo ogni giorno, questo moderno Re Lear che si aggira tra conferenze stampa e social, potremmo pensare ad uno scherzo, ad una puntata mal riuscita di un varietà televisivo.
Purtroppo, è tutto terribilmente reale.
Benjamin Netanyahu lo ha convinto che attaccare l’Iran sarebbe stata una passeggiata, ignorando intelligence e diplomazia americana.
Oggi, semplicemente, Bibi se ne infischia della tregua annunciata da Washington e prosegue indisturbato nella sua campagna militare “libanese”.
Vladimir Putin fa anche di meglio: lo manovra da oltre un anno, continuando a condurre la guerra in Ucraina secondo i propri tempi ed interessi.
A Teheran, gli Ayatollah giocano una partita tutta loro: diffondono versioni dei patti di tregua diverse da quelle americane, e tengono lo Stretto di Hormuz come una leva, più che come una via commerciale.
Aprire o chiudere non è più una questione tecnica, ma un messaggio politico.
Nel frattempo, la Cina osserva.
Parla di pace, invoca stabilità, si propone come mediatore.
E intanto costruisce, con pazienza millimetrica, la propria centralità.
Xi Jinping non alza la voce, non minaccia, non si agita.
E proprio per questo viene percepito da sempre più Stati come l’unico adulto nella stanza. Una potenza che non ha bisogno di mostrare i muscoli per far capire che li ha.
Che sia una forma più elegante di imperialismo è evidente, ma per quanto pervasivo è un imperialismo che non si vede, e quindi, per definizione, funziona meglio.
E mentre il mondo si riorganizza, chi manca all’appello?
I Brics non sono ancora una vera struttura organizzata alternativa.
Rimangono allora due entità: l’Onu e l’Europa.
Due fantasmi.
Per quanto riguarda l’Organizzazione delle Nazioni Unite, da tempo la mia diagnosi è semplice: accanimento terapeutico.
Il Segretario Generale Antonio Guterres continua a parlare, ma nessuno lo ascolta più, neppure i più piccoli fra gli Stati.
Le sue parole scivolano sul mondo come pioggia su un impermeabile.
L’Onu è ormai solo una struttura sopravvissuta alla storia che l’aveva resa necessaria.
Amen.
Più doloroso, almeno per chi come me crede nell’Europa, è lo stato dell’Unione Europea.
Il rappresentante nel Golfo Persico è Luigi Di Maio, figura della quale si sono progressivamente perse le tracce.
Già questo basterebbe a palesare il tono ed il livello del nostro peso politico.
La presidente baronessa Ursula von der Leyen, solitamente onnipresente, ha scelto un prudente silenzio.
Il dossier è finito nelle mani di Kaja Kallas, che per come si è mossa finora non sembra destinata ad essere ricordata come una novella Metternich.
Ed infatti, nelle trattative vere, quelle che contano, compaiono solo Pakistan e Cina.
Di Bruxelles neanche l’ombra.
Ma a voler essere onesti non può essere che così.
Avevamo avuto un barlume di “protagonismo” dopo il fallito attacco alla base britannica di Cipro. Italia, Francia, Germania e Regno Unito – il gruppo H 4 – per un breve momento avevano pensato ad una linea difensiva nel Mediterraneo orientale, con il posizionamento di un gruppo navale multinazionale.
Poi è cominciata la solita “ammuina” che risponde alla logica dell’ “ognuno per sé e Dio per tutti”.
Ritiro di contingenti dal Golfo e dalla Turchia, chiusura dei cieli spagnoli agli americani, per arrivare a non prendere neppure in considerazione qualsiasi forma di intervento sullo stretto di Hormuz, che pure per l’Europa rappresenta una via fondamentale per i commerci.
Non poteva andare diversamente.
Quando si è trattato di fare qualcosa di concreto, l’Europa ha fatto quello che le riesce meglio: dividersi.
Alla fine, la formula magica che ha messo tutti d’accordo, è sempre la stessa: “Non è la nostra guerra”.
Forse è vero. Ma è anche una comoda illusione.
Perché il punto, quello che manca sempre nei nostri ragionamenti, è questo: non esistono più guerre “degli altri”.
Esistono solo guerre i cui effetti arrivano prima o dopo anche da noi.
E allora il finale è piuttosto semplice, quasi banale nella sua crudezza.
Mentre gli Stati Uniti perdono credibilità, la Russia consolida posizioni, la Cina accumula influenza, ed il Medio Oriente brucia, l’Europa si illude di poter restare spettatrice.
Non lo sarà.
Pagherà il prezzo economico, con energia più cara e commerci più fragili.
Pagherà il prezzo politico, con una marginalità crescente.
Pagherà, soprattutto, il prezzo strategico di non aver scelto di essere qualcosa di più di un grande mercato.
Gli altri giocano la partita.
Noi, come sempre, paghiamo il biglietto.
Umberto Baldo










