Trump, la Fed e l’illusione dei tassi facili. Il denaro non vota, ma si vendica

Umberto Baldo
Nel 2014, l’allora Presidente della Federal Reserve Janet Yellen tenne il discorso di laurea agli studenti della New York University allo stadio degli Yankees.
Un giornalista ebbe un’idea semplice ma illuminante: si piazzò all’ingresso del tempio del baseball e chiese ai passanti se sapessero chi fosse Yellen e che cosa facesse l’istituzione che guidava.
La maggioranza non lo sapeva. O quanto meno non lo sapeva davvero.
Non è un dettaglio marginale.
Il cittadino medio – e in questa categoria rientrano anche persone istruite – ha un’idea piuttosto vaga di cosa facciano le Banche Centrali.
Eppure sono proprio loro ad incidere sull’inflazione che si sente al supermercato e sugli interessi dei mutui che si pagano ogni mese.
Per questo un attacco politico alla loro guida è una vera bomba a orologeria, e lo stesso Putin si è scontrato più volte con Elvira Nabiullina, Presidente della Banca Centrale russa.
Le Banche Centrali, in estrema sintesi, sono macchine che producono denaro.
Decidendo i tassi di interesse stabiliscono il prezzo del denaro: rendono il credito più o meno costoso, facilitano o frenano l’indebitamento di Governi, imprese e famiglie e, così facendo, influenzano l’andamento dell’economia.
Dopo la Grande Recessione hanno mostrato anche un altro potere decisivo: acquistare direttamente titoli pubblici e privati (il Quantitative Easing, QE, negli Stati Uniti) o immettere sul mercato enormi quantità di credito a basso costo.
C’è poi un terzo elemento, meno materiale ma altrettanto potente: le parole.
Mario Draghi lo dimostrò nel 2012 quando disse che la BCE avrebbe fatto “tutto il necessario” (“Whatever it takes”) per salvare l’euro.
“Credetemi, sarà sufficiente”, aggiunse.
Fu quasi un incantesimo: i mercati smisero di scommettere contro il debito europeo ed il programma di acquisti concepito per quella crisi (l’OMT) non venne mai utilizzato.
Ma quel “credetemi” fu la chiave di tutto.
Se i mercati smettono di credere alle Banche Centrali, iniziano i guai.
Perché esse sono le custodi della stabilità dei prezzi e, nel caso della Fed, anche dell’occupazione.
La loro indipendenza è un cuscinetto di sicurezza tra la politica monetaria ed il ciclo elettorale.
Senza questa barriera, il rischio è che i tassi diventino uno strumento di consenso a breve termine.
La Fed, in particolare, decide il destino del dollaro.
Ed il dollaro non è una moneta come le altre: rappresenta circa il 58% delle riserve mondiali, domina il commercio internazionale, la finanza globale, il mercato del petrolio ed è persino la valuta ufficiale di alcune economie.
Dalla stabilità della Fed dipende, in larga misura, la stabilità finanziaria del pianeta.
“È molto più popolare tagliare i tassi che aumentarli”, ha avvertito proprio Janet Yellen pochi giorni fa.
“Alla vigilia delle elezioni, le Banche Centrali non indipendenti tendono ad abbassarli, stimolare l’economia e surriscaldare il mercato del lavoro. L’inflazione arriva dopo: all’inizio sembra funzionare, ma poi il conto si paga”. Ed ha aggiunto: “Mi spaventa che Trump abbia chiesto apertamente tassi all’1%. In quel caso vedremmo un forte aumento dell’inflazione ed un ritorno a dinamiche simili agli anni Settanta”.
Il meccanismo è noto: se gli investitori percepiscono che la politica monetaria è piegata agli interessi politici, si aspettano tassi artificialmente bassi ed inflazione più alta.
Questa aspettativa fa salire i tassi di lungo periodo – che le Banche centrali non controllano direttamente – aumentando il costo del credito e deprimendo gli investimenti.
L’indipendenza delle Banche centrali non è una panacea.
Non ha certo impedito la bolla finanziaria del 2008, né l’impennata inflazionistica post-pandemia.
Ma i numeri parlano chiaro: uno studio del Fondo Monetario Internazionale su decine di Banche Centrali tra il 2007 e il 2021 mostra che quelle con un’indipendenza solida, garantita per legge, sono state le più efficaci nel contenere l’inflazione.
Gli esempi non mancano.
In Turchia, la pressione di Erdogan per mantenere bassi i tassi nel 2021 ha fatto crollare la lira; solo il ritorno all’ortodossia nel 2023 ha iniziato a stabilizzare la situazione.
In Zimbabwe, la totale subordinazione della Banca centrale ha prodotto cicli di iperinflazione attorno al 100.000% annuo
Certo lo Zimbabwe sembra lontanissimo da Madrid, Buenos Aires o Francoforte, ma solo a chi crede che le leggi dell’economia valgano per “gli altri”.
La storia monetaria è piena di leader convinti di saperla più lunga delle Banche Centrali. Nessuno di loro è ricordato per la stabilità.
Domani parleremo più nel concreto dello scontro fra Donald “faccio tutto io” ed il Presidente della Fed Jerome Power.
Che, ricordate bene, non è una solo questione di tassi, ma di potere.
E quando la politica mette le mani sulla moneta, i mercati iniziano sempre a contare i giorni.
Umberto Baldo
















